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venerdì 12 giugno 2020

35 - "La Dama in Rosso" ("The Holbein Mystery"/"The Red Lady", 1935) di Anthony Wynne

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
All'interno della crime story, soprattutto quella di stampo classico e appartenente all'epoca della Golden Age, il colore assume da sempre un ruolo di considerevole importanza. Non che questa sia una caratteristica esclusiva del genere, visto che anche ad altre tipologie narrative vengono spesso associate le tonalità più disparate (ad esempio, al romanzo gotico vengono spesso affiancati il nero e il grigio, come a sottolineare le atmosfere oscure, cupe e inquietanti che esso evoca). Eppure, per quanto riguarda il romanzo giallo non possiamo ignorare il fatto che il colore, riferito ad esso, sia diventato un vero e proprio simbolo, tanto da entrare nel gergo comune. Infatti, tra le altre cose, quando in Italia parliamo di mystery usiamo l'espressione che io stesso ho impiegato poco fa, "romanzo giallo". Questo curioso modo di esprimersi è dovuto a due motivazioni: la prima è dovuta al fatto che in America, agli inizi dell'Ottocento, le notizie di cronaca venivano pubblicate su fogli di carta poco raffinata e quindi di tonalità più scura rispetto al solito bianco, in una sorta di giallognolo sporco; con la conseguenza che la gente imparò ad associare a queste "pagine gialle" occasioni come uccisioni e delitti. La seconda e più importante dal nostro punto di vista, invece, va fatta risalire alle prime pubblicazioni di romanzi del mistero nel nostro Paese: a quegli innovativi e magnetici "Gialli Mondadori" dell'estate del 1929, con le loro copertine luminose come il sole, i quali diedero il via all'epopea della crime novel in Italia e ad oggi, tra alti e bassi, continuano ad appassionare i lettori ogni mese dell'anno. Ma non solo il colore in senso estetico gioca un ruolo di primo piano nel romanzo giallo. Infatti, se andiamo a controllare i titoli che vengono fatti rientrare in questo genere letterario, a ben guardare ci accorgiamo che questi stessi giocano spesso su contrasti cromatici e su immagini dominate da tinte che risaltano sullo sfondo. Ad esempio, per rimanere sulla tonalità da cui in Italia tutto ha avuto inizio, abbiamo "Il Mistero della Camera Gialla" di Gaston Leroux, uno dei padri fondatori del romanzo del mistero: in questo libro, il delitto avviene all'interno di una stanza colorata della tonalità del titolo, dalla quale nessuno può essere uscito ma in cui si trova soltanto la vittima. Oppure, per cambiare colore, ci sono "Il Dramma di Corte Rossa" di A.A. Milne, "La Rossa Mano Destra" di Joel Townsley Rogers, "Il Cerchio Rosso" di Edgar Wallace e "I Delitti delle Vedova Rossa" di Carter Dickson alias John Dickson Carr; tutti accomunati dalla tinta che richiama il colore del sangue e, quindi, è strettamente legata al tema delle uccisioni trattato in questi libri.

Altre volte, il nero costituisce una sorta di rappresentazione del muro contro cui si scontra l'indagine dell'investigatore e della fitta oscurità in cui egli si trova immerso ("Occhiali Neri" di John Dickson Carr); oppure il bianco rappresenta il timore che fa sbiancare i volti dei sospettati e delle facce che emergono dalla notte come fantasmi ("Maschera Bianca" di Edgar Wallace). Senza dimenticare il blu, inteso come sinonimo di malinconia e abbattimento in seguito a qualche disgrazia, come in "L'Inquilino del Piano di Sopra" di Harriet Rutland (il cui titoli inglese è "Blue Murder"). Anche nel cinema, declinato al genere del thriller, il colore rappresenta un elemento di grande importanza: basti pensare a film come "Marnie" di Alfred Hitchcock, in cui la protagonista ha subìto un trauma legato al colore rosso e reagisce in malo modo quando esso viene accostato al bianco, oppure al capolavoro italiano "Profondo Rosso" del maestro Dario Argento, dove questa tinta ritorna ciclicamente ad ossessionare lo spettatore e il protagonista. Ma Three-a-Penny è pur sempre un blog sulla narrativa del mistero; quindi, concentrerò la mia attenzione sulle opere scritte. E questo mese, come vi avevo anticipato, ho deciso di dedicarmi ad alcune letture legate proprio al tema del colore (soprattutto rosso) nel romanzo giallo, esplorando opere poco conosciute dal lettore medio. Per iniziare, dunque, questa settimana mi soffermerò su un libro che non è stato quasi recensito su Internet, ma che merita maggiore attenzione: "La Dama in Rosso" di Anthony Wynne, conosciuto con i titoli inglesi "The Holbein Mystery" e "The Red Lady" (Polillo Editore, 2016). Si tratta di una storia molto complessa e articolata, in cui trovano spazio nientemeno che cinque delitti (degno del caso Crippen!), due dei quali perpetrati in un modo talmente ingegnoso da far sospettare che siano stati opera di fantasmi o di assassini invisibili. Alta finanza, politica, filosofia, medicina sono alcuni tra gli argomenti trattati all'interno del romanzo, tra momenti di attività mentale e altri di attività fisica per il dottor Hailey, il medico e investigatore dilettante protagonista della vicenda; preparatevi a mettere in moto il cervello e a seguire quest'uomo ingegnoso alla scoperta della verità, in mezzo a personaggi sospetti e a pericoli di ogni tipo.

Farm House and Field (Ironbridge Farm, Shalford, Essex),
1941, di Eric Ravilious, raffigurante una tenuta simile ai
Kennels di Bob Budley
Tutto ha inizio nella casa di Eustace Hailey, dove il medico ha fatto accomodare un suo vecchio amico, il colonnello Wickham di Scotland Yard. Quest'ultimo si è presentato dal dottore per proporgli una collaborazione ufficiosa, nei confronti di un caso spinoso al quale egli è stato sollecitato di prendere parte: ai Kennels, la sontuosa tenuta di campagna dell'azionista ed esponente politico Bob Budley, si è verificato un decesso violento che potrebbe sconvolgere l'opinione pubblica fin dalle sue fondamenta. Infatti Sir Mark Fleet, un noto parlamentare inglese e grande speculatore in azioni di alta finanza, è stato apparentemente assassinato da un fantasma, mentre si trovava nella casa del suo socio in affari per tenere un discorso davanti al comitato elettorale. Un momento prima stava mangiando a tavola con gli altri commensali ed ospiti di Budley, ridendo e scherzando prima di salire sul palco che era stato approntato per la sua conferenza; e quello seguente era stramazzato sul tavolo approntato nel salotto per sua comodità, sotto i riflettori puntati sulla sua figura e davanti al pubblico incredulo e sconcertato, con il manico di un coltello che gli spuntava dalla schiena, mentre sulla parete dietro di lui il quadro "La Dama in Rosso" di Holbein osservava stoico la scena. La particolarità del caso, dunque, non sta tanto nel fatto che egli sia stato ammazzato, quanto sulla modalità utilizzata per assassinarlo: dalle testimonianze di una cinquantina di persone, infatti, tutto lascia intendere che nessuno si sia avvicinato alla vittima dal momento in cui egli aveva iniziato a parlare. Certo, il pianoforte sulla destra e alcuni ostacoli a sinistra potevano nascondere la scena agli occhi di qualcuno tra il pubblico; ma non certo un omicida, un uomo o una donna in piedi alle spalle del deputato. Solo "La Dama in Rosso" era presente sul palco, oltre a Fleet. Incuriosito dalle caratteristiche insolite del caso, Hailey si lascia convincere a prendere parte alle indagini e, il giorno seguente, si dirige a Rutton assieme a Wickham per un sopralluogo scrupoloso della scena del crimine.

Arrivati laggiù, tuttavia, i due scoprono che il poliziotto a capo del caso non ha ancora fatto eseguire un attento esame della stanza del delitto e, poco dopo, vengono a sapere che "La Dama in Rosso" è stata trafugata. Che si tratti di una semplice coincidenza, oppure il furto del quadro ha a che fare con la morte di Mark Fleet? Il caso si ingarbuglia ancor di più quando, giunti sul palco del salotto, Hailey e Wickham si accorgono che i dipinti di Budley hanno tutti una speciale cornice, dietro la quale un uomo può comodamente nascondersi. Alle spalle di quella della Dama, tra l'altro, sono presenti inequivocabili tracce di una recente pulizia del pavimento dalla polvere, come se qualcuno avesse tentato di cancellare ipotetiche impronte lasciate al momento dell'aggressione a Fleet. Forse l'omicida ha provato a pararsi le spalle; ma si tratterebbe comunque di un tentativo piuttosto goffo. Ben presto, però, al dottor Hailey appare chiaro che l'avversario suo e di Wickham non è affatto uno sprovveduto: un misterioso individuo, infatti, sottrae nottetempo alla custodia della polizia il cadavere di Fleet, in attesa dell'autopsia ufficiale; lo fa a pezzi e, come se questo non bastasse, lo dà alle fiamme in un pagliaio poco distante dalla casa di Budley. Hailey inizia a temere di trovarsi davanti a un pericoloso omicida, disposto a tutto pur di cancellare le proprie tracce e ormai in preda al panico; e la scomparsa di un celebre banchiere della City e gli assassinii spregiudicati di una medium dell'alta borghesia e di uno stimato colonnello confermano le sue paure. Chi è il colpevole che si trovava ai Kennels la sera del primo omicidio e, più avanti, aveva seguito le sue prede a Londra? Si tratta forse del padrone di casa, Bob Budley? Oppure delle eredi di Fleet, la moglie Lady Patience o la giovane Miss Gay, la quale conosceva a malapena la vittima ma si ritrova con tre quarti di milione in più nelle tasche? Anche il padre di lei, il colonnello Gay, è sospetto, allo stesso modo del poeta Rade-Rade e dei coniugi Faction, i quali paiono più che decisi ad indirizzare i sospetti contro Miss Gay. Hailey capisce di dover fare in fretta, prima che la lista delle vittime diventi troppo lunga e la scia di sangue che parte dalla drammatica scena della "Dama in Rosso" si allunghi fino a toccare lui stesso; perché di una cosa è certo: chi si avvicina troppo a Mark Fleet e ai segreti che costui si è portato nella tomba, rischia di fare una brutta fine.

Jane Seymour, Hans Holbein,
raffigurante una signora in rosso
simile alla donna del titolo

Se c'è qualcosa che riesce a sorprendermi ancora oggi, quando ormai è diventato quasi di moda essere annoiati di fronte a ciò che ci succede, quello è il romanzo giallo. Anche questo è uno dei motivi per cui sono immensamente affezionato alle storie che appartengono a questo genere letterario. Con la lettura di "La Dama in Rosso", ho avuto una conferma di questa straordinaria capacità della classica rime story di spiazzare i lettore. Dovete sapere, infatti, che nonostante le premesse e la trama in seconda di copertina (molto più stringata di quella che ho riportato io qui sopra, ma comunque intrigante) mi avessero fatto immaginare che la storia raccontata nel libro fosse molto interessante e affascinante, avevo più di una riserva nei confronti del suo autore, Anthony Wynne. Costui era un medico, oltre che scrittore, per il quale lo stile narrativo era caratterizzato da una scrittura alquanto asettica e fredda; un po' sul genere di quella di C.P. Snow e il suo "Morte a Vele Spiegate", dove erano chiaramente emerse le esperienze scientifiche di quest'ultimo e le influenze in tal senso. Nel caso specifico di Wynne, inoltre, avevo ancora più timore nell'affrontare un suo libro poiché, diversi anni fa, avevo deciso di provare un'altra sua opera, "Il Coltello nella Schiena" edito sempre da Polillo, il quale mi aveva lasciato con l'amaro in bocca a causa di diversi fattori, come una certa sgradevolezza dei personaggi e un contorno che aveva l'aria di essere stato composto in fretta e furia, senza un'adeguata revisione finale e con un mistero in cui il fair play era assente. Fino a una settimana fa, quindi, ero fortemente indeciso se rischiare di affrontare una nuova impresa di Wynne oppure rimandare la lettura di "La Dama in Rosso" a una data da destinarsi. Tuttavia, siccome avevo deciso da tempo di occuparmi di romanzi aventi a che fare con i colori, alla fine mi sono risolto a dare un'altra possibilità all'autore; e per fortuna l'ho fatto! Da questa esperienza, infatti, posso dire di aver rivalutato questo scrittore in positivo, con l'ulteriore conseguenza che quest'estate forse mi dedicherò a una rilettura di "Il Coltello nella Schiena" per capire davvero se in quel caso la mia fosse stata un'impressione dettata dall'inesperienza e dall'incapacità di vedere oltre, oppure un giudizio fondato, imparziale e purtroppo negativo.

Pertanto, in modo inaspettato, "La Dama in Rosso" si è rivelato un romanzo giallo più che sufficiente per i miei gusti; anzi, mi ha proprio entusiasmato grazie alle sue numerose caratteristiche che, se applicate singolarmente ad altri mysteries, potrebbero essere giudicate come perfettibili, ma in questo specifico caso a mio parere, messe tutte assieme, hanno dato un risultato soddisfacente. Alcuni amici, tuttavia, hanno giudicato questo libro come troppo approssimativo e fuori dai canoni del genere: i personaggi sono sembrati alquanto abbozzati e privi di personalità e spessore psicologici; i temi dell'alta finanza, della politica, della filosofia e della sua applicazione nella scienza pare siano stati trattati in modo "estremo" per un giallo d'evasione; l'ambientazione non resta sempre quella famosissima della classica casa di campagna inglese; la narrazione è stata troppo concentrata su un'indagine contorta e superficiale (nel senso che l'investigatore ha moltissimi ripensamenti nel corso della storia e non esiste fair play), a discapito del contesto in cui viene calata; sono presenti moltissime scene d'azione e, infine, il detective risulta antipatico. Insomma, sembrerebbe proprio che Wynne abbia compiuto un delitto anche scrivendo questo romanzo giallo, non solo inventando gli omicidi fittizi al suo interno. Eppure, io sono convinto che si debbano tenere a mente alcune condizioni, prima di dilungarsi in un giudizio affrettato. Innanzitutto, non bisogna dimenticare che l'autore del romanzo è considerato uno dei maestri riconosciuti di quella specialità del genere giallo che corrisponde al "delitto impossibile" (alcuni tra gli omicidi a cui assistiamo leggendo "La Dama in Rosso", tra l'altro, sono proprio di questo tipo). Wynne, infatti, viene spesso citato assieme a John Dickson Carr, Edmund Crispin, la coppia Winslow-Quirk, Ellery Queen e Norman Berrow nel numero dei giallisti che fecero la propria fortuna grazie alla sparizione di oggetti, persone e addirittura edifici e alla perpetrazione di crimini all'apparenza ad opera di spiriti maligni; la maggior parte dei quali, tranne poche eccezioni, non sono certo ricordati per i salti mortali stilistici, ma proprio per l'eccezionale complessità dei misteri che hanno tratteggiato. In parole povere, a Wynne e a questi altri autori interessava soprattutto l'enigma, e non quanto stava intorno ad esso; quindi, non bisogna stupirsi troppo se ci si trova di fronte a un modo di raccontare che si discosta da quello di scrittori più interessati al racconto puro (come abbiamo visto, ad esempio, con Milne e il suo "Il Dramma di Corte Rossa").

In secondo luogo, trovo che le critiche riportate sopra non siano del tutto veritiere. Voglio dire, sono d'accordo che alcuni personaggi non vengano più tenuti in considerazione, dopo essere stati presentati al lettore in un primo momento e interrogati (due tra tutti, Lady Patience e il giornalista Donne); però è pur vero che, al contrario, altri sono approfonditi attraverso ulteriori incontri con il protagonista oppure grazie a descrizioni fatte da terzi che riescono a gettare un po' di luce in più sulle loro personalità. Un caso, per esempio, è quello del colonnello Gay, il quale non viene mai presentato a noi ma, attraverso le parole di Rade-Rade e della figlia, impariamo a conoscere. Anche sull'antipatia dei protagonisti sono d'accordo fino a un certo punto. Wickham, soprattutto nei primi capitoli, assume toni alquanto sgradevoli nei confronti del suo sottoposto Bellamy e agisce in modo molto burbero, tanto che sono stato felice di vederlo messo da parte quando Hailey si è allontanato dai Kennels; quindi, capisco benissimo chi si dice scocciato dal suo comportamento. Tuttavia, non ho avuto nulla da ridire su quello assunto dagli altri: Rade-Rade mi è parso un po' fatuo, certo; ma non antipatico. Madame Sévigné è stata un personaggio affascinante; i vari direttori di banca, appassionati di spiritismo, tipografi, portieri sono stati piuttosto divertenti nella loro pomposità. Per non parlare di Hailey, il quale ha assunto un comportamento più "umano" di quanto ricordassi in "Il Coltello nella Schiena". Sull'ambientazione che cambia, stesso discorso: capisco chi potesse desiderare un'indagine in pianta stabile si Kennels, con i suoi campi sterminati, le colline verdi e la casa enorme e misteriosa; ma questo non esclude che anche Londra, con i suoi appartamenti un po' vissuti, gli edifici decadenti e le strade notturne sappia esercitare un certo fascino. Da parte mia, mi sono molto piaciute le scene della seduta spiritica in casa di Madame Sévigné (suggestiva e misteriosa), quella della corsa nella notte di Hailey e Miss Gay verso la casa della zia di quest'ultima (pregna di minacce), e quella tra il dottore e il professor Nicholas, l'anziano appassionato di esoterismo (divertente e giocata sul limite tra l'ironia e la serietà degli argomenti affrontati). Infine, non ho percepito l'indagine condotta da Hailey come troppo approssimativa e incentrata sull'azione: dopotutto, Anthony Berkeley aveva già inventato il suo Roger Sheringham, dedito a continui cambi d'idea e di sospetti nel corso del caso di cui si occupa, e il dosaggio tra attività mentale e attività fisica dell'investigatore mi è parsa ben equilibrata, quindi non c'è niente di nuovo che possa far storcere il naso.

Insomma, per concludere, penso che le critiche che sono state rivolte a "La Dama in Rosso" siano da avvalorare solo in parte e siano dettate soprattutto dal gusto personale, nonostante le piccole imperfezioni che ho messo in luce qui sopra. Io stesso, nel caso di "Un Coltello nella Schiena" (citato tra l'altro in questo romanzo, a p. 148), avevo rivolto più o meno quelle stesse a Wynne; tuttavia, in questo caso, l'insieme degli elementi inseriti nel romanzo non mi è affatto dispiaciuto, nonostante esso contasse su uno stile alquanto scarno e su una quantità di temi difficili da digerire. Anche a questo proposito, infatti, non mi sento di condividere del tutto il discorso sull'inserimento di argomenti troppo difficili all'interno della storia: se da un lato è innegabile che termini come "holding", diritto di prelazione, negoziati, emissione di obbligazioni e buoni azionari non siano alla portata di tutti, dall'altro essi hanno permesso la costruzione di un enigma originale e assolutamente stupefacente, molto complesso e straordinario nella sua eccezionalità (e nel quale il colore, per tornare all'introduzione della recensione, gioca un ruolo importante ai fini della soluzione finale). L'idea di romanzo giallo di Wynne può benissimo discostarsi dalla nostra, ma questo non significa che ciò che egli ha scritto non sia da considerare valido per qualcun altro: tutto sta in ciò che il lettore cerca in un romanzo giallo. Se uno ama leggere tantissime descrizioni sulla montagna, considererà "Un Cadavere al Campo Due" di Glyn Carr un libro stupendo, nonostante il suo enigma scadente; se un altro adora le atmosfere macabre, apprezzerà "Notti di Halloween" di Leo Bruce nonostante gli altri suoi difetti; infine, se un altro ancora non pretende altro che lasciarsi catturare da un mistero complesso e capace di stuzzicare la sua curiosità, nonostante i temi fuori dal comune che affronta, allora sarà soddisfatto come il sottoscritto da "La Dama in Rosso"

Robert McNair Wilson, alias
Anthony Wynne, nato nel 1882
e morto nel 1963

In ogni caso, in "La Dama in Rosso " non deve stupire l'inserimento di un tema insolito come quello dell'alta finanza, visto che quest'ultimo era uno degli argomenti preferiti di Anthony Wynne, pseudonimo di Robert McNair Wilson. Nato nel 1882, probabilmente in Scozia, della sua vita si sa molto poco. Una certezza è che aveva un fratello più giovane, William, e una sorella di nome Doris. Un'altra, il fatto che lui e William si laurearono entrambi in medicina alla Glasgow University; anche se il fratello iniziò a lavorare nel paese natio, mentre Robert si trasferì a Londra, dove sposò Winnifred Paynter (dal cui nomignolo, Winnie, forse prese ispirazione per la costruzione dello pseudonimo che avrebbe utilizzato per la scrittura dei suoi romanzi gialli). Infine, è assodato che, oltre ad essere stato amico di Ezra Pound, col suo vero nome egli collaborò a lungo col "Times" scrivendo articoli di medicina, diede alle stampe una biografia del celebre cardiologo scozzese Sir James MacKenzie ("The Beloved Physician" del 1926) e pubblicò alcuni saggi storici sull'epoca napoleonica, altra sua grande passione; mentre con lo pseudonimo di Anthony Wynne, ovviamente, diede alle stampe ben ventinove mysteries. Questi ultimi, tranne il primo intitolato "The Sign of Evil" del 1925, vennero tutti pubblicati a coppie fino agli anni Trenta, quando la sua produzione si ridusse a un volume l'anno per arrestarsi nel 1942, con "Murder in a Church". L'ultimo suo romanzo del mistero, tuttavia, fu "Death of a Shadow" del 1950 (pubblicato tredici anni prima della morte), dove fece la comparsa finale il protagonista di tutti i suoi libri di narrativa fittizia: il dottor Eustace Hailey, uno psichiatra che vive al n. 22 di Harley Street ed è soprannominato "Il Gigante" di quella stessa strada a causa della sua stazza. Oltre a "La Dama in Rosso", Hailey è presente in altri capolavori dell'autore come "The Dagger", "Morte al Castello", "Il Coltello nella Schiena" e "Murder in Thin Air", e indaga sugli omicidi seguendo un metodo analitico soprattutto per il piacere di analizzare la psicologia del criminale. Ad interessarlo, non è il maniaco omicida, l'assassino che uccide perché malato mentale, ma l'omicida occasionale, cioè quella persona che in circostanze normali avrebbe vissuto al sua vita senza colpa. La tragedia di questa persona e di quelle che gli stanno intorno, pertanto, "è che esse si sono imbattute in circostanze straordinarie. Forse a causa dei loro stessi errori, o forse per un caso fatale, la pressione esercitata dalla società è diventata improvvisamente superiore alla loro capacità di adattamento". È la società che, a suo parere, crea l'assassino; e questo è messo in luce proprio in "La Dama in Rosso".

La psicologia criminale (pp. 211, 214-215, 223, 278, 281-285) e dei personaggi principali, infatti, viene sondata a fondo e passata al setaccio, alla ricerca di ogni indizio utile per decifrare la mente che si nasconde dietro alle facciate e alle maschere che celano gli istinti e le emozioni. Hailey si pone domande sui comportamenti di Mark Fleet e, pur senza conoscerlo di persona, arriva a comprendere la sua continua sfida contro il tempo, l'egoismo e la premura che gli pesano sulle spalle e la sua grande voglia di vivere, oltre che di sopravvivere (pp. 57, 103, 149-152, 167-168, 170, 182-183, 191, 220, 237, 241, 254-255). Tra le parole pregne di melodramma di Rade-Rade, riesce a cogliere il suo affetto per Una Gay e il suo sentirsi inadeguato; negli incontri con Miss Gay, intuisce come la ragazza serbi un segreto nel suo cuore e sia tenuta sotto pressione dal giudizio che la gente può emettere da un momento all'altro contro di lei e suo padre; un uomo buono ma povero e, quindi, considerato inferiore agli occhi dei ricchi ospiti di Bob Budley. Lo stesso Budley, poi, lascia intendere di essere un personaggio complesso, intimorito dagli eventi che si sono scatenati nella sua casa ma, allo stesso tempo, deciso a non lasciarsi sopraffare da questi ultimi. Negli incontri con Wickham, poliziotto della vecchia guardia incapace di perdonare gli errori, e con gli altri personaggi minori (che appaiono e scompaiono nell'arco di brevi parentesi, senza essere approfonditi, ma capaci di svilupparsi nella nostra testa assieme alle loro particolari manie, vedasi il cap. 12), Hailey ricostruisce inoltre la figura dell'assassino, in modo che il lettore possa farsi un'idea della sua personalità deviata e provare ad applicare la sagoma evocata ad ogni sospettato. Attraverso l'uso di numerosi indizi materiali, ogni riga del romanzo, in accordo con la tipologia di racconto che ci si aspetterebbe da un giallista votato al delitto impossibile, contribuisce a rafforzare il far chiarezza sull'elusiva figura dell'assassino e sul mistero ideato dall'autore, così da facilitare il procedimento di analisi e scoperta del colpevole; che a volte può portare su un sentiero errato, ma non per questo si deve smettere di porre rimedio agli sbagli commessi e correggerli in corsa. Eppure, una volta tanto, Wynne riesce a dare spessore anche a ciò che sta intorno all'enigma. In "La Dama in Rosso" è presente una grande senso dell'ambientazione, tratteggiata spesso per immagini che non si dilungano in pesanti descrizioni ma comunque capaci di restituire uno scenario visibile con gli occhi della mente, ad effetto, in grado di trasmettere a chi legge le sensazioni di terrore e inquietudine suscitate nel dottore (pp. 19-20, 53, 71-73, 75-78, 90-92, 111-112, 135-136, 140-141, 145, 205, 225-226, 249-252, 257-258).

A dare man forte a questi rapidi ritratti emozionali e un po' suggestivi, inoltre, Wynne aggiunge un linguaggio complesso e denso (pp. 60-62, 97-101, 117-122, 185-195, 239-244, 262-279) il quale, accostato a un ritmo in cui si alternano e scandiscono alla perfezione attività mentale e attività fisica, riesce ad equilibrare il romanticismo intrinseco degli ampi prati della tenuta dei Kennels e delle strade affollate della metropoli con la serietà dei toni con cui viene messa in scena l'indagine (non per niente, il gergo finanziario non viene mai utilizzato a sproposito, a dimostrazione della dimestichezza dell'autore nell'argomento trattato). L'alta finanza, la politica, la scienza (pp. 97-101, 199-200, 227-229, 232) e la sua applicazione in un modo che osserva i cambiamenti moderni come poco affidabili, lo spiritismo (cap. 15, pp. 163, 207) e la filosofia sono temi che entrano in conflitto tra loro a causa della loro natura contrastante: da una parte, abbiamo le leggi matematiche che, grazie a discorsi elaborati, regolano la vita di tutti i giorni; dall'altro, il mondo degli spiriti che tenta di influenzare quella parte della società in cui gli individui sono superstiziosi. Particolari macabri e arcani sembrano assediare la costruzione di un enigma schematico e agile, sorretto da dialoghi serrati e veloci ma nel quale l’atmosfera gelida della stanza, la medium in trance, la risata di un bambino, clangori, strilli odiosi, tonfi e gemiti nel buio provocano un forte effetto e suscitano il timore che gli spettri abbiano attraversato il confine tra la finzione e la realtà. Può la ragione spiegare qualunque cosa? A questa domanda, gli autori di delitti impossibili provano a rispondere quando costruiscono le loro storie cariche di funesti presagi e fantasmi, ma fortunatamente sempre spiegate grazie alla logica. Il contorno del mistero di "La Dama in Rosso", quindi, aiuta a sostenere l'enigma senza mai prendere il sopravvento su quest'ultimo e gli conferisce plausibilità, nonostante la indagini specifiche su ogni delitti vengano lasciate un po' andare: soprattutto il riferimento al teatro (pp. 112-113, 237, 247-248, 256) giocherà un ruolo fondamentale nella soluzione finale, ma pure i brevi cenni che vengono fatti a corollario delle ipotesi sulla psicologia dei personaggi e dei riferimenti medici non sono da trascurare (pp. 56-57, 65-66, 97-99, 102-104, 113, 125-126, 136-137, 140, 149-152, 154-155, 165-166, 171, 173-174, 249-252, 289-290). Il risultato di tutti questi elementi messi insieme, in conclusione, dà vita a un romanzo che presenta un ritmo più veloce rispetto al resto dell'opera di Wynne, in cui il linguaggio non sempre chiaro a una rapida lettura viene accostato a un mistero sorprendente e plausibile nella sua soluzione, contornato da temi insoliti e da un'atmosfera da brivido. Come dicevo sopra, entro la fine dell'estate rileggerò "Il Coltello nella Schiena" per capire se "La Dama in Rosso" sia un'eccezione all'interno della produzione di Anthony Wynne, oppure se abbia dato un giudizio troppo affrettato. In ogni caso, consiglio caldamente la lettura di questo romanzo giallo, suggerendovi di metterla in pratica in un momento in cui abbiate la possibilità di concentrarvi al meglio per cogliere tutte le sue sfumature.

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venerdì 7 febbraio 2020

23 - "Dov'è Cicely?" ("Cicely Disappears", 1927) di A. Monmouth Platts/Anthony Berkeley

Copertina dell'edizione pubblicata nei
Classici del Giallo Mondadori n. 1429
Da pochi anni a questa parte, in Italia, il mercato della classica crime story ha subito un radicale cambiamento. Infatti, se fino alla fine del 2015 soltanto Mondadori (con le sue collane da edicola sulle ristampe del Giallo) e in parte Polillo (la quale ha ripreso le pubblicazioni dopo un periodo di pausa) si erano addentrate in questo campo perlopiù inesplorato dall'editoria del nostro Paese, da qualche tempo le pubblicazioni in tal senso si sono moltiplicate grazie alla nascita di nuove collane da libreria, dedicate al romanzo del mistero inglese della prima metà del Novecento. L'opera di Christopher St. John Sprigg, ad esempio, ha trovato il proprio posto in Lindau, assieme ad altri titoli meno impeccabili in fatto di enigma ma in gran parte inediti e sempre ben accetti; Mulatero prosegue la sua riproposta della serie di Abercrombie Lewker di Glyn Carr, e lo stesso si può dire di Le Assassine, le quali hanno in cantiere libri del mistero molto appetibili. Forse questo è un segno del fatto che, finalmente, la crime story della Golden Age ha iniziato ad assumere una connotazione differente da quella che l'ha vista etichettata come letteratura "medio-bassa"; relegata alle sole collane da edicola, dove ci eravamo abituati a veder ristampati i soliti titoli oppure romanzi più attinenti al genere hard-boiled. Bisogna ammettere, tuttavia, che anche in questo formato, a partire dal 2018, sono tornati alla ribalta alcuni inediti perlomeno interessanti per il collezionista di gialli tradizionali, soprattutto all'interno dei Classici del Giallo. Certo, spesso gli autori proposti non sono i Grandi Maestri del calibro di Dorothy L. Sayers (della quale manca la traduzione nostrana di "Gaudy Night"), Ngaio Marsh, J.J. Connington, John Rhode oppure Nicholas Blake; però penso che non ci si debba lamentare per questo. Dopotutto, si tratta pur sempre di nuove letture e, dal canto mio, nutro una grande passione per gli intrighi prettamente inglesi, ma densi di suspense, che ideò a suo tempo Ethel Lina White, o per le storie scientifiche e al limite dell'asettico di Richard Austin Freeman; per cui sono più che felice di trovare inedite storie di questi autori ogni anno.

A questo proposito, proprio in questo mese di febbraio, i Classici del Giallo hanno riservato una sorpresa ai suoi lettori, proponendo per la prima volta la traduzione di un libro attorno al quale aleggia una densa aura di mistero; quel "Cicely Disappears" che venne firmato da tale A. Monmouth Platts e che comparve (leggermente diverso) in una prima edizione a puntate nel marzo 1926, col titolo di "The Wintringham Mystery", per poi essere raccolto in volume l'anno seguente. Un romanzo giallo davvero particolare, visto che le sue ripubblicazioni e traduzioni estere si contano sulle dita di una mano: la prima (originale) nel 1927, quella giapponese di una quindicina di anni fa e quella di cui sto parlando, che recensirò per voi questa settimana. Si tratta, dunque, di una sorta di evento, che si può paragonare in piccola parte a quanto è accaduto con "Com'è Morto il Baronetto?" di H.H. Stanners; solo che in questo caso il romanzo, benché sotto pseudonimo, è stato scritto nientemeno che da Anthony Berkeley! Così, di punto in bianco, Mondadori ha momentaneamente ripreso il ruolo di editore di punta nel campo del mystery, consegnando ai lettori l'inedito "minore" di un grande del Giallo col titolo "Dov'è Cicely?" (Classici del Giallo Mondadori n. 1429, 2020); "minore" perché fu la prima incursione di Berkeley nel campo della classica crime story e, quindi, non all'altezza di altri suoi capolavori, ma non per questo meno divertente o del tutto estraneo al modello che l'autore ha instaurato nel corso della sua carriera, poiché esso presenta numerosi cenni biografici a personaggi e luoghi che ebbero un forte legame con lui e affronta temi che egli svilupperà negli anni seguenti.

Illustrazione su come si svolgeva una seduta spiritica simile
a quella messa in scena in "Dov'è Cicely?"
La storia inizia presentandoci il personaggio di Stephen Munro, un giovane appartenente all'aristocrazia inglese della prima metà del Novecento, il quale si ritrova a dover abbandonare gli agi a cui è abituato e ad affrontare la dura realtà: dopo aver esaurito i propri mezzi di sostentamento, infatti, egli è caduto in disgrazia e, pur di sopravvivere, è costretto a cercare un lavoro come tutte le persone che non hanno avuto la fortuna di nascere con un cospicuo patrimonio alle spalle. Non può nemmeno mantenere il proprio maggiordomo Bridger, poiché l'unica prospettiva che gli si presenta all'orizzonte è quella di diventare a sua volta un servitore a Wintringham Hall, la dimora della ricca lady Susan Carey; e un valletto non può permettersi alcun cameriere personale. Insomma, un futuro ricco di sorprese e decisamente imbarazzante si delinea nell'avvenire di Stephen, obbligato ad assecondare gli strani desideri degli ospiti della padrona di casa: quest'ultima si rivela una vera arpia, impossibile da accontentare; il suo amico Freddie Venables, nipote della signora Carey, lo tratta come se fosse un suo pari e non sembra avere intenzione di accettare la nuova condizione del novello cameriere, mettendolo in continue situazioni inopportune; il maggiordomo di Wintringham Hall, Martin, spera di riuscire ad inserirlo al meglio nel personale che dirige e si erge sgradevolmente ad esempio per Stephen, sebbene anche Bridger sia stato accolto da lady Susan. Inoltre, come se tutto questo non bastasse, la ragazza di cui il nostro sfortunato protagonista è innamorato, Pauline Mainwaring, si presenta a Wintringham Hall con un nuovo corteggiatore dall'aria bellicosa e pare ignorare i continui sguardi che Munro le indirizza. Eppure, pian piano, Stephen riesce a trovare un giusto compromesso e a sopportare la situazione che si trova costretto a vivere: l'altra nipote di lady Carey, Millicent, appare tranquilla e riservata e non crea alcun tipo di problema, e pian piano anche gli ospiti si abituano alla presenza di un valletto fuori dall'ordinario come lui. Un valletto che tiene gli occhi ben aperti e non si lascia sfuggire nulla: come quando intravede nell'espressione di Cicely Vernon, la protetta della sua padrona, un lampo di apprensione, mentre lei si appresta a lasciare la casa. Una stranezza che solletica la sua fantasia...

La sera stessa della partenza della signorina Vernon, tuttavia, l'attenzione di Stephen viene catturata dalla malsana idea di Freddie di mettere in scena una seduta spiritica. Tutti si annoiano, per cui cosa potrebbe sollevare meglio l'umore dei presenti? Tra vane lamentele e l'entusiasmo crescente, alla fine l'esperimento viene approntato proprio mentre Cicely ritorna precipitosamente a Wintringham Hall; sarà proprio la ragazza ad offrirsi per fare da medium per entrare in contatto con gli spiriti. Mentre le luci sono spente e il salotto è chiuso come una scatola da scarpe, tuttavia, il gioco si trasforma in cruda realtà e accade l'impensabile: Cicely scompare nel nulla, in mezzo a suoni lugubri, urla inumane ed effluvi di cloroformio, senza che nessuno riesca a capire come sia riuscita ad compiere una tale fuga impossibile. Che fine ha fatto la ragazza? E come mai lady Susan sostiene con tanta forza che si tratta solo di uno scherzo di pessimo gusto? Quando la scomparsa della giovane si farà ben più reale, sarà Stephen (accompagnato da una spalla più che mai gradita ed affettuosa) ad assumere i panni dell'investigatore dilettante e a prendere in mano le indagini sul mistero, tra passaggi segreti, ospiti subdoli, ricatti e furti; mentre la Morte si avvicina sempre più, per colpire all'improvviso e ritirarsi nella stessa ombra in cui (forse) si trova già la ragazza sparita.

Copertina dell'edizione originale di "Dov'è Cicely?" del 1927
Nell'introduzione alla recensione, ho sottolineato il fatto che la recente pubblicazione di "Dov'è Cicely?" rappresenta un evento non sono per i lettori italiani come il sottoscritto, ma in qualche modo pure per coloro i quali sono abituati a letture in lingue diverse dalla nostra. Questo titolo, infatti, è scomparso dagli scaffali delle librerie di quasi chiunque nel mondo, e solo alcuni fortunati possono affermare di possedere l'edizione originale del 1927. Si tratta, dunque, di un'eccezionale occasione per riscoprire uno dei romanzi più oscuri della storia della Golden Age del giallo all'inglese, e sono davvero contento che Mondadori abbia deciso di riproporlo. In realtà, per qualche tempo mi sono chiesto come mai sia dovuto passare così tanto prima di veder ristampato "Dov'è Cicely?": dopotutto, esso rientra tra le opere di uno dei maggiori scrittori di crime novels di tutti i tempi, colui il quale diede vita per primo a un prototipo del giallo psicologico come lo intendiamo noi oggi, grazie ai libri che firmò come Francis Iles; quindi perché si erano perse quasi del tutto le tracce di questo giallo? A fine lettura, tuttavia, penso di aver capito il motivo di questo ritardo e come mai questa prima prova letteraria di Berkeley non sia rimasta a lungo impressa nella memoria dei critici. Il fatto è che, pur raccontando una storia piacevolissima e tipicamente tradizionale, "Dov'è Cicely?" non spicca nella massa di altri romanzi gialli dell'epoca; non è qualcosa di imprescindibile, pur proponendo una variazione della camera chiusa tanto amata dagli appassionati di classica crime story. Infatti, se paragonato a capolavori geniali dello stesso autore, come "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" o a "L'Ultima Tappa", questo libro risulta inferiore, poiché presenta ancora troppi cliché e personaggi un po' stereotipati. Tutto questo, però, non vuol significare che le vicende narrate siano noiose e poco interessanti. Se da un lato la storia non possiede ancora le caratteristiche straordinarie che Berkeley avrebbe conferito in seguito alle sue creazioni, dall'altro essa risulta godibile e divertente, permettendoci inoltre di notare come queste ultime stessero iniziano a delinearsi, in una sorta di abbozzo o prova generale; e ciò è di grande interesse per poter capire quale fu il percorso intrapreso dall'autore per raggiungere le vette di perfezione che sarebbero venute in futuro.

Insomma, non siamo ancora ai livelli di "L'Omicidio è un Affare Serio", dove l'autore decise di anticipare i tempi e cambiare le regole della tradizionale partita tra lettore e autore di gialli; ma alcune idee sull'enigma e sulla personalità e mentalità dei personaggi cominciarono già a prendere forma, dando vita a una forte contrasto interno alle vicende raccontate il quale, oltretutto, rappresenta al meglio chi fosse Anthony Berkeley Cox. Dovete sapere, infatti, che egli, nato nel 1893 come la sua controparte femminile Dorothy L. Sayers, fu un personaggio talmente complesso che probabilmente nessuno riuscirà mai a comprenderlo appieno (in ogni caso, per avere una visione chiara e dettagliata di questa somiglianza, vi consiglio di leggere "The Golden Age of Murder" di Martin Edwards, in cui l'autore viene attentamente messo sotto il microscopio). Problematico, affetto da un fortissimo complesso di inferiorità nei confronti delle donne (probabilmente dovuto al fatto di essere sempre stato considerato, dalla madre autoritaria, più "tardo" rispetto al fratello Stephen e alla sorella Cynthia), inguaribile donnaiolo, misantropo e affettuoso di volta in volta, ma allo stesso tempo geniale innovatore della crime story britannica, Berkeley fu un individuo capace di spiazzare gli interlocutori con i suoi repentini cambi di umore e idee. Probabilmente fu la guerra a dare il colpo di grazia al suo fragile equilibrio mentale: ritornato dai campi di battaglia, la sua salute fisica e psichica si aggravò e mise in luce quanto il conflitto l'avesse indebolita, tanto quanto l'intelligenza e la creatività erano invece solide. Aveva trascorso un'infanzia segnata dall'infelicità, tra fratelli considerati molto più dotati di lui e genitori non propriamente affettuosi, e la somma dei suoi traumi finì per generare in lui un atteggiamento schizofrenico, che si abbatteva sul prossimo di continuo, soprattutto quando si trattava di esseri femminili, e che egli stesso tentò di esorcizzare attraverso la scrittura. Rinchiuso nelle sue proprietà di Monmouth House e The Platts (proprio ad esse si ispirò per inventare lo pseudonimo usato per firmare "Dov'è Cicely?"), trascorreva le proprie giornate a riflettere sulla propria esistenza travagliata e a riversare nei romanzi le frustrazioni, generando un'aura di mistero attorno a sé e alimentando la propria insoddisfazione. Si prendeva gioco della giustizia, considerandola fallace e inutile per dirimere le questioni vitali degli uomini; intrecciava relazioni e flirt illudendosi di aver trovato l'anima gemella e finendo sempre per rendersi conto di essersi sbagliato; si lamentava del Governo e degli addetti statali dopo un'infelice esperienza lavorativa in un ufficio governativo: riuscì a fare tutto questo mentre ideava misteri strabilianti, dando nuova linfa al giallo all'inglese, tratteggiando con tono cinico i personaggi e le loro debolezze e mettendo in ridicolo le convinzioni più radicate della sua epoca. "I giorni del vecchio enigma poliziesco, basato interamente sulla trama e senza connotazione dei personaggi e concessioni allo stile e allo humor, sono, se non contati, in ogni caso nelle mani del pubblico" sostenne nella prefazione di "Gioco Mortale", il suo secondo romanzo, aggiungendo che "il romanzo giallo si sta sviluppando in un genere narrativo con un interesse più accentuato sul crimine, che tiene avvinto il lettore facendo leva non tanto sugli elementi matematici quanto su quelli psicologici". Tale convinzione, pertanto, non poté che indurlo a compiere l'ennesima pazzia: per il gusto di cambiare le solite regole noiose, infatti, arrivò a rovesciare completamente i canoni del giallo all'inglese, inducendo gli assassini a diventare le vittime, gli assassinati crudeli aguzzini, giudici dall'aria paterna figure lugubri e molto altro. Tuttavia, il suo gusto per il mistero finì ancora una volta per toccare l'esagerazione, tanto da indurlo a non rivelare mai niente di sé senza sotterfugi: non concedette interviste né autografi gratuiti e si divertì a confondere anche gli amici fornendo opinioni che cozzavano spesso tra loro, godendo nel mantenere uno stretto riserbo sulla sua vita privata al punto che solo di recente alcuni fatti della sua vita sono venuti alla luce.

In ogni caso, l'utilizzo della narrativa del mistero come mezzo per andare incontro e mettere freno alle proprie manie non dovette andare del tutto a buon fine, visto che il suo atteggiamento non mutò in meglio; anzi, con il passare degli anni purtroppo peggiorò e la sua mente divenne sempre più instabile, tanto che Julian Symons raccontò di averlo incontrato in un paio di occasioni e, in entrambe, si verificarono strane circostanze: una volta, un chiodo arrugginito sbucò dal suo piatto di minestra (lo aveva lasciato cadere qualcuno per sbaglio o lo aveva infilato lì lui stesso?) e l'altra interruppe addirittura la conversazione, mettendosi una maschera sulla faccia, gonfiando una pallina di gomma e facendo profondi respiri. Ma, in fondo, Anthony Berkeley non era quel mostro che fin qui può esservi parso: era un compagno che, per quanto un po' inquietante, si dimostrò insolito e sorprendente. Brillante romanziere, capace di creare atmosfere ricche di sfumature misteriose e trame complesse, oltre ad innovare il romanzo giallo con le sue trame in anticipo sui tempi, riuscì a rivoluzionare anche la concezione del detective tradizionale con l'introduzione, in "Uno Sparo in Biblioteca", di Roger Sheringham, un individuo scontroso, maleducato, fallace e abbastanza sconveniente il quale, prima di arrivare alla soluzione, finisce per sospettare di quasi tutti. Berkeley era uno che avrebbe potuto vantare e strombazzare una personalità fuori dal comune, però decise di non farlo. Amava indossare i panni di personaggi curiosi, spesso misogini e burberi, come se fosse sempre sul palcoscenico; a volte litigava con foga con alcuni membri del Detection Club, che contribuì a fondare fin dai primi giorni (una volta mi sarebbe piaciuto assistere a un suo incontro con Dorothy L. Sayers), ma in molti affermarono con convinzione che sotto sotto amava incoraggiare i giovani scrittori e, cosa da non dimenticare, possedeva una percezione della realtà fuori dal comune. La stessa identità di Francis Iles, con cui firmò "L'Omicidio è un Affare Serio", "Il Sospetto" (da cui Hitchcock trasse un film che, per quanto ben fatto, non riesce a rendere l'idea della grandezza del libro da cui è stato tratto) e "As For the Woman" rimase un incognita che venne svelata solo dopo la sua morte; una maschera che amava portare più di ogni altra, poiché era nata dal ricordo di un vecchio antenato, un contrabbandiere che veniva considerato una pecora nera dalla famiglia. Proprio il tipo che lui avrebbe preso in simpatia fin da subito e al quale avrebbe accordato la disponibilità per combinare qualche astuto ed eclatante scherzo.

Anthony Berkeley Cox, nato nel 1893
e morto nel 1971
Tenuto conto di questa descrizione contrastante della personalità di Berkeley, non c'è alcun dubbio che essa sia riflettuta in pieno già a partire da questo suo primo romanzo. Come vi ho detto, infatti, "Dov'è Cicely?" presenta alcune idee abbozzate sulla concezione del romanzo del mistero, sui temi trattati e sulle figure dei protagonisti secondo la concezione dell'autore, le quali avrebbero poi costituito una sorta di marchio, insieme al seminare cenni biografici a personaggi e luoghi che ebbero un forte legame con la sua persona. Ad esempio, per i propri personaggi Berkeley prese ispirazione da persone con cui entrò in qualche modo in contatto: Cullompton, Kentisbeare e il ricco ma violento Julius Hammerstein ricordano individui che possono essere accostati a figure reali (primo tra tutti Hammerstein, il quale lavora come agente immobiliare allo stesso modo di Paul Dashwood, marito della famosa E.M. Delafield e "rivale" dello stesso Berkeley per la conquista del suo cuore). Anche per la figura di Stephen Munro può esistere un legame con un essere umano in carne ed ossa: egli, infatti, si chiama come il fratello dell'autore, sposato alla giovane Hilary della quale quest'ultimo si era invaghito; sebbene in fatto di caratteristiche fisiche e psicologiche sia più vicino allo stesso Berkeley, poiché è un giovane che si apprezza per la sua ironia un po' cinica, per il modo di fare schietto ma simpatico, per l'impossibilità di essere trovato davvero antipatico nonostante alcune uscite teatrali e per il temperamento irriverente. Tra i cenni biografici, inoltre, si può includere il riferimento allo sculacciare (uno dei cavalli di battaglia più curiosi dello scrittore, p. 136) e la scelta dello pseudonimo adottato per firmare il romanzo, visto che egli scelse i nomi delle sue due proprietà di campagna per comporlo.

Pure in fatto di temi ricorrenti nella narrativa di Berkeley ci possiamo sbizzarrire. Primo tra tutti, il voler mettere in ridicolo gli atteggiamenti dei personaggi: grazie al proprio tipico umorismo inglese, irriverente e cinico, l'autore si diverte a girare il coltello nelle debolezze degli attori sulla scena, portando alla luce segreti e nefandezze di tutto questo gruppo di individui ben poco simpatici, ognuno caratterizzato da doppiogiochismo oppure da interessi personali da portare avanti senza curarsi delle conseguenze sugli altri. Ma non solo; Berkeley fa anche in modo di portare Stephen (nobile decaduto a servitore) di nuovo alla pari con gli ospiti "ufficiali" di Wintringham Hall, dopo avergli permesso di seminare sconcerto tra il personale: in questo modo, sembra prendersi gioco dei valori del suo tempo e, restituendo la dignità a Munro, di quella giustizia secondo cui egli sarebbe dovuto essere licenziato ed allontanato dalla casa, e non reinserito nella società più elevata. A questo proposito, il sentimento critico si riflette pure nel ritratto che viene fatto della giustizia. Berkeley fu sempre ossessionato dal fatto che il sistema giuridico inglese non fosse all'altezza delle aspettative e, di conseguenza, riuscisse solo a condannare le vittime e a salvare i colpevoli; ebbene, anche in questo caso (soprattutto nella spiegazione finale e nella scoperta del colpevole) si nota come l'autore avesse già iniziato a sviluppare questo tema, benché non raggiungendo ancora i livelli di sconcerto generati in romanzi successivi come "L'Ultima Tappa". Inoltre, l'irriverenza tocca la seduta spiritica: Berkeley calca la mano sugli effetti misteriosi, generati nel corso del rituale, per prendere in giro chiunque creda a queste séance fasulle; non lo fa semplicemente per dare enfasi alle descrizioni e generare tensione e pathos, ma intende dipingere il tutto come qualcosa di scherzoso e bonario, un intrattenimento per trascorrere qualche ora oziosa e che non bisogna prendere sul serio (un po' come avrebbe fatto in seguito Christopher St. John Sprigg col suo "Sei Oggetti Misteriosi", anche se in quel caso egli avrebbe sollevato la questione politica dell'ingannare la gente ingenua e sulla pericolosità del plagiare e menti). In fin dei conti, la seduta spiritica resta uno stratagemma per mettere in mostra la vacuità della società e non diventa fonte di inquietudine; al contrario, sono gli atteggiamenti delle persone che si rivelano pericolosi e deleteri. Ultimo tra gli elementi che saranno sviluppati da Berkeley, ma non meno importante, è infine la fallacia dell'investigatore. Con la creazione di Roger Sheringham, l'autore ideò per primo la figura del detective che può permettersi di sbagliare nel giungere a una conclusione, e lo fece agire in questo modo in numerosi tra i suoi casi. Anche in "Dov'è Cicely?" ritroviamo questa formula in modo abbozzato, poiché Stephen cambia idea di capitolo in capitolo su chi sia il colpevole, e dobbiamo aspettare proprio la fine prima che decida a chi imputare le colpe.

È questo l'ennesimo segno del segreto divertimento di Berkeley nel tormentare giocosamente e prendere in giro il prossimo. Insomma, tutto ciò dimostra come "Dov'è Cicely?" non sia affatto un romanzo da buttare. Peccato solo che la storia tenda verso l'avventuroso, tanto che i capitoli dedicati alla truffa ai danni del padre di Pauline esulano un po' troppo dal mistero della scomparsa di Cicely, ed essa rechi al suo interno ancora stereotipi e cliché della narrativa di inizio Novecento per potersi dire un capolavoro. Ad esempio, alcune figure assomigliano a burattini che difettano di personalità (Bridger assume gli atteggiamenti di Betteredge, il maggiordomo di "La Pietra di Luna", oppure del famoso Jeeves di Wodehouse, del quale Berkeley sentiva forse ancora l'influsso, poiché aveva già scritto una parodia) oppure non riescono ad affrancarsi dai loro modelli, come l'anziana lady Susan, l'ambiguo maggiordomo Martin, la debole signorina Carey e lo stupido aristocratico Kentisbeare. Il trucco del passaggio segreto, esplorato a notte fonda, rimanda di nuovo alla tradizione del romanzo vittoriano, assieme alla figura dell'individuo sospettato perché è stato in prigione. La storia d'amore tra Stephen e Paula è un po' stucchevole, sebbene numerosi guizzi ironici la alleggeriscano e si notino alcuni elementi di maggiore libertà negli usi e costumi. Il problema maggiore, tuttavia, è posto dalla quantità ingente di sfaccettature che vengono date all'enigma: furto, sequestro, ricatto, truffa sono mescolati tutti assieme (forse) per ampliare la platea di lettori, ma soprattutto per confondere le acque, al punto che forse risultano troppi da sviluppare al meglio; con il risultato che, sebbene il mistero sia senza dubbio intrigante, la trama risulti tirata troppo per le lunghe e la soluzione della sparizione di Cicely diventi un po' ingenua e superficiale. Per non parlare del finale tirato e un po' banale alla "e vissero sempre felici e contenti". Tutto questo, insomma, influisce sulla resa finale e ci consegna un romanzo giallo ancora fuori fuoco, rispetto a quelli che Berkeley avrebbe creato in seguito, il quale tuttavia può contare su uno stile elegante e leggero, tipico dei gialli "alla Agatha Christie" che si leggono per il gusto di passare qualche ora a rilassarsi o come storie di evasione. Sapete che (probabilmente) proprio Agatha rientrò tra i pochi lettori che riuscirono a fornire una soluzione soddisfacente al mistero di "Dov'è Cicely?", quando il Daily Mirror istituì un concorso sulla versione a puntate del 1926? Tra i vincitori, infatti, spuntò un certo Archibald Christie. Se proprio volete trovare un motivo forte per leggere questa classicissima crime story, potete immaginare di vestire i suoi panni per qualche ora. Oppure tenere a mente che, in ogni caso, questo romanzo è eccezionale non solo per la sua rarità su scala mondiale, ma anche per l'importanza del suo autore all'interno del genere.

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venerdì 20 settembre 2019

9 - "Sei Oggetti Misteriosi" ("Six Queer Things", 1937) di Christopher St. John Sprigg

Copertina dell'edizione pubblicata
dalle Edizioni Lindau
In Italia, la collana che ha fatto da apripista alla crime story è stata senza dubbio quella del Giallo Mondadori, la quale proprio in questo 2019 compie novant'anni. Fin dagli inizi del Novecento, infatti, essa si è assunta il lodevole compito di presentare ai lettori validi esempi di narrativa del mistero, in una forma accessibile a tutti e, soprattutto, economica. È stato grazie ad essa che scrittori come Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, John Dickson Carr, Ellery Queen e Patrick Quentin, hanno avuto la possibilità di raccogliere nuovi seguaci, per cui bisogna essere grati per il lavoro che Mondadori ha compiuto in tutto questo tempo. Tuttavia, se prima dell'avvento del nuovo millennio essa ha giocato in un terreno libero da avversari temibili, negli ultimi quindici anni la sua leadership indiscussa ha ravvisato una risoluta concorrenza da parte di un altro editore, il quale ha esercitato (ed esercita ancora) un ruolo molto importante nella diffusione del giallo tradizionale nel nostro Paese e si è assicurato la gratitudine dei fans più nostalgici ed accaniti; ovvero Polillo. Quest'ultimo, agendo nell'ambito poco sfruttato delle librerie, con la collana "I Bassotti" è riuscito a dimostrarsi al passo con i tempi e a conquistare la fetta di pubblico delusa dalla preponderanza di crime novels di stampo moderno, presenti tra le nuove uscite del suo diretto antagonista, grazie alla centellinata pubblicazione di uno o due titoli al mese, appartenenti all'età d'oro del mystery. In questo modo, ha ridato linfa a un genere che minacciava di venire sopraffatto dalle nuove tendenze e, allo stesso tempo, ha permesso a tanti neofiti (come era a quel tempo il sottoscritto) di addentrarsi in un mondo sorprendente e affascinante. A tutt'oggi, Polillo rappresenta la fonte principale per il recupero del patrimonio costituito dalla crime story della tradizione angloamericana classica, poiché ha riproposto valide traduzioni di romanzi reperibili soltanto nei mercatini dell'usato e (cosa più importante) ha introdotto nel mercato italiano inediti di qualità, facendo proprio il ruolo pionieristico che era stato del Giallo Mondadori e, a volte, riuscendo addirittura a precedere la riscoperta in lingua inglese di alcuni autori.

Un esempio può essere Milward Kennedy, del quale Polillo ha finora pubblicato "Il Mistero del Diario" (il cui titolo originale è "The Bleston Mystery") e "Il Caso della Zitella Acida" ("Poison in the Parish"); H.H. Stanners e il suo "Com'è Morto il Baronetto?", quasi introvabile in edizione originale; oppure Christopher St. John Sprigg. Di quest'ultimo, in particolare, Polillo ha dato alle stampe i suoi due gialli più famosi, per poi passare il testimone a Lindau il quale, a sua volta, ha tradotto altri tre titoli. Si tratta di libri che, fino a poco tempo fa, erano molto rari da ottenere in lingua inglese; forse a causa del fatto che Sprigg morì giovane e, come Dorothy Bowers, non ebbe il tempo materiale per promuovere a dovere la propria opera, al fine di evitare che essa venisse ingoiata dal vasto numero di gialli che a quel tempo venivano pubblicati. Quindi, la loro ripubblicazione risulta ancor più degna di lode di quanto accadrebbe con altri scrittori; anche perché, pur non essendo capolavori, i romanzi di Sprigg appartengono alla Golden Age e, di conseguenza, presentano enigmi deliziosi e ricchi di ironia, con personaggi divertenti ed ambientazioni esotiche. Solamente il suo ultimo sforzo letterario, "Sei Oggetti Misteriosi" (Edizioni Lindau, 2019), si differenzia dalla norma. Esso, infatti, venne pubblicato postumo, dopo che il suo autore adottò una convinta fede politica rigorosa e severa, per cui presenta una visione più cupa della realtà, un'umorismo nero molto spiccato e l'analisi di alcuni temi da un punto di vista tutt'altro che imparziale. In ogni caso, con questo non intendo affatto sminuire la qualità dell'opera; essa affronta argomenti interessanti e presenta comunque un racconto suggestivo, mostrando ancora una volta come il thriller possa essere accostato alla detection classica.

"Seduta Spiritica" di Giuseppe Bossa Kiniggia
La trama di questo romanzo si articola a partire dalla curiosa e inaspettata offerta di lavoro che Michael e Bella Crispin, fratello e sorella impegnati in una sorta di "ricerca" scientifica, rivolgono a Marjorie Easton, una giovane apprendista dattilografa. La ragazza, la quale mal sopporta di dover ancora condividere la propria vita con lo zio bisbetico e ha intenzione di coronare al più presto il sogno d'amore che condivide con il suo fidanzato, Ted Wainwright, sembra essere proprio la persona adatta a occupare il posto di assistente di Michael, tanto da venire letteralmente abbordata in una sala da tè per vedersi proporre di diventare loro socia, senza dover fornire alcun tipo di referenza, ma solo a causa della sua somiglianza con una certa Renée de Varennes. Dal canto suo, Marjorie è un po' dubbiosa: non capisce cosa vedano in lei i Crispin, per dimostrarsi così entusiasti nel caso decidesse di accettare la loro offerta, ma soprattutto sente che deve esistere qualche imbroglio in una faccenda tanto insolita. Infatti, il salario appare troppo sostanzioso per un semplice incarico da segretaria, e le garanzie per la sua assunzione appaiono tali da destare i suoi sospetti. Certo, la possibilità di acquisire una posizione ben pagata, che la impegnerebbe solo per poche ore del giorno e le permetterebbe di passare più tempo con Ted, la tentano come non mai. Tanto più che lo zio ha velatamente suggerito di allontanarla da casa. E poi, in fin dei conti, i Crispin le sono sembrati rispettabili, anche se un po' eccentrici. Lui, ad esempio, ha un aspetto fisico un po' sgradevole, parla pochissimo e ogni tanto assume un atteggiamento scorbutico; lei, invece, presenta un'aria sottomessa e docile, quasi smorta, ma nel momento del bisogno sembra capace di dimostrare una grande praticità. Peccato solo che non abbiano voluto sbilanciarsi troppo sulla natura dei loro studi...

Indecisa e incuriosita dal loro comportamento riservato, Marjorie decide di fare un sopralluogo al n. 7 di Belmont Avenue, dove i Crispin alloggiano, prima di decidere se accettare o meno il posto. Il colloquio con i padroni di casa, tuttavia, si rivelerà fonte di ben più di una sorpresa: laggiù, infatti, dove le stanze sono piene di specchi, strani mobili e drappi per oscurare le finestre, la ragazza scoprirà che Michael agisce come medium, per sedute spiritiche che attirano un gruppo di individui uno più strano dell'altro, mentre Bella si occupa dell'andamento domestico. E quando Marjorie, affascinata dai riti e fiduciosa di poter contare sulle capacità dei Crispin per contattare la madre defunta, si risolverà a mettere da parte i pregiudizi e ad accettare la loro proposta, si innescherà una lunga serie di guai: innanzitutto, la pressione delle sedute porterà la ragazza sul ciglio di un esaurimento nervoso, tanto da spingerla a chiede l’aiuto di uno dei partecipanti ai riti spiritici, il dottor Wood; ma soprattutto, ben presto si verificherà una morte impossibile, la quale implicherà Ted, intrufolatosi nella cerchia degli adepti dei Crispin per scoprire come mai Marjorie sia cambiata in così poco tempo. Toccherà all'ispettore Morgan il compito di sbrogliare la matassa, scacciare gli incubi che si sono addensati sul n. 7 e trovare le risposte che servono per risolvere l'enigma dell'omicidio e per spiegare la presenza, in un cassetto della scrivania della vittima, di sei oggetti misteriosi e insoliti.

Immagine del Grande Sciopero del 1926, a Londra
Tra i romanzi gialli di Sprigg, "Sei Oggetti Misteriosi" spicca in modo netto in mezzo al gruppo. Più che una detective novel tradizionale, esso appare come un qualcosa di sperimentale, una commistione di generi diversi, alla maniera di "Svanita nel Nulla", a cui viene accostato un enigma imbastito in modo da rappresentare una visione della realtà che definire pessimistica risulta quasi riduttivo. Poco prima di scrivere questo libro, infatti, l’autore aveva fatto proprio il severo idealismo marxista; quindi esso non presenta più la spensieratezza caratteristica dei gialli precedenti, ma in qualche modo intende farsi mezzo di diffusione dell'inflessibile credo comunista, usando un tono serio come accadde anche nelle opere di narrativa di Douglas e Margaret Cole, i quali si impegnarono a fondo per affermare il più diffusamente possibile la causa del loro Partito. Il fulcro centrale della narrazione di questo romanzo di Sprigg, in particolare, verte sugli effetti nefasti che l'interesse per i fenomeni immateriali sortisce sulla mente delle persone comuni e dei deboli, traviandola dall'affidabile materialismo predicato dalla sua nuova fede politica in favore di un "mondo spirituale", che ha come scopo quello di confondere e opprimere l'individuo, spingerlo a lasciarsi manovrare dal Sistema e a credere in cose che, in realtà, sono futili e inconsistenti. Si trattava di una battaglia, portata avanti in modo manifesto dal Partito Comunista ancor prima del famoso Sciopero Generale del 1926, che occupava le prime pagine dei giornali ed interessava più o meno tutta quanta la popolazione della Gran Bretagna; per cui Sprigg, deciso a promuovere la causa comune ai suoi compagni, si convinse a scrivere una crime story per dare un'ulteriore spinta alle innovative convinzioni che si andavano diffondendo tra la gente. E per mettere bene in luce la netta differenza tra la “sua” visione della società rispetto a quella degli avversari, non trovò di meglio che ideare una vicenda con cui scagliarsi contro lo spiritismo che furoreggiava in quegli anni, usandolo come capro espiatorio.

Quella dei riti per il contatto con i morti era una vera e propria mania, nata in America nel corso dell'Ottocento e diffusasi in seguito anche in Inghilterra, dove aveva fatto grande opera di proselitismo; soprattutto tra il 1914 e il 1930, quando la perdita di numerosissime vita nelle guerre mondiali indusse non solo il personale sanitario nei campi di battaglia, ma anche i familiari sopravvissuti delle vittime a cercare conforto nelle sedute attraverso cui parlavano con i cari defunti. In un paese scosso dalle conseguenze del conflitto a livello nazionale (non per nulla si parla di "Shell Shocked Britain"), non sorprende che in molti facessero affidamento in tali pratiche al fine di "aiutarsi a sollevare l'onere del dolore sopportato [...] sia a diffondere la "verità" della comunicazione spirituale". E stupisce ancora meno il fatto che molti personaggi pubblici avvalorassero i riti, come ad esempio Arthur Conan Doyle, l'inventore di Sherlock Holmes, attirandosi in questo modo le ire di cattolici e anglicani, i quali accusarono i medium di essere ciarlatani aggressivi; di medici, che consideravano la faccenda come una minaccia che avrebbe favorito lo sviluppo delle psicosi, ed infine proprio dei marxisti. Nell'ottica di questi ultimi, lo spiritismo era raffigurato come uno strumento attraverso cui manovrare gli emarginati e i deboli; una messa in scena che implicava la corruzione morale e andava contro tutti i principi. "Un tentativo di sfruttare gli alienati [...] lo stanno facendo un po’ dappertutto a Londra, se per alienati non intendiamo solo quelli dichiarati tali, ma anche chi ha una mente più o meno debole, i disadattati o chi è emotivamente sconvolto per un grave lutto" osserva a riguardo Sprigg, nella parte finale di “Sei Oggetti Misteriosi”. Quindi, questo aperto attacco allo spiritismo deve essere interpretato come un'accusa consapevole da parte del comunismo contro l'influenza dei cosiddetti "poteri forti" (o "superfurfanti", come li definisce Sprigg nel romanzo). Grazie all'utilizzo di un linguaggio scarno e fatto di nozioni precise, l'autore mette in luce come non ci sia nulla di davvero suggestivo o spiritoso nelle allucinazioni di Marjorie, nelle sedute cui la ragazza partecipa e nella figura di Michael Crispin, come invece avviene in altri romanzi gialli della Golden Age, quali "Un Messaggio dagli Spiriti" di Agatha Christie e "Veleno Mortale" di Dorothy L. Sayers. E non sottolinea affatto il ruolo positivo dei riti spiritici nello smascheramento dei colpevoli: spesso, infatti, questi venivano adottati dagli investigatori al fine di influenzare personaggi suggestionabili; nel suo romanzo, invece, Sprigg conferisce loro una funzione del tutto diversa, quali meri espedienti per fare pressione sulla psicologia degli associati e indurli alla pazzia, così da eliminarli dalla società in quanto incapaci di intendere e di volere (a questo proposito, è significativa la descrizione della vita in manicomio ai capitoli 9, 10 e 11).

Con la storia di Marjorie, egli intende dare un monito al lettore: a partire dal desiderio della ragazza di un'esistenza romantica, lontana dalla monotonia di tutti i giorni, sviluppa pian piano una serie di vicende che intendono illustrare come sia più sicuro (e quindi preferibile) affidarsi a uno stile di vita basato sulla fiducia che deriva da fatti concreti e non da parole e promesse vuote. Ad esempio, viene più volte sottolineato come l'incontro tra Marjorie e i Crispin sembri studiato a tavolino (pp. 20-21); viene messo in evidenza il modo apparentemente affabile attraverso cui i due fratelli conquistano la fiducia della ragazza (pp. 53-55); vengono ribaditi gli inutili tentativi di Ted di riportare Marjorie "sulla retta via", in seguito al contatto con il mondo dello spiritismo (pp. 59-62), come pure il fatto che la ragazza appaia sempre più succube dell'influenza dei Crispin dal momento in cui Ted non costituisce più un punto fisso nella sua vita (pp. 70-73). Sprigg suggerisce che anche l'accettare il supporto di personaggi che ce lo offrono per puro spirito di carità (quali Mrs Threpfall e del dottor Wood) è qualcosa di cui bisogna diffidare, poiché non sappiamo quali possano essere i loro fini reali. Insomma, con questo romanzo Sprigg mette in rilievo come sia pericoloso affidarsi a un mondo che, attraverso facili inganni e speranze illusorie, può cambiare radicalmente la nostra personalità, attuando con fredda crudeltà una sorta di "lavaggio del cervello", e suggerisce che solo la guida di persone consapevoli può "guarire" chi si è assuefatto al "mondo spirituale" tanto odiato dallo stalinismo (vedasi p. 274). Tenuto conto di tutto ciò, dunque, quella di "Sei Oggetti Misteriosi" risulta una storia più complessa di quanto appaia a prima vista: non è soltanto un romanzo ibrido, con una prima parte costruita sul tipo del giallo tradizionale e una seconda impostata più sul genere thriller, ben intrecciate tra loro e caratterizzate da un'accurata gestione della suspense (pur tenendo conto che purtroppo non esiste fair-play e che la spiegazione dei sei oggetti misteriosi non è forse così centrale nella trama); è un libro che, sotto sotto, descrive la società del suo tempo e i cambiamenti che in quel momento erano in atto.

Christopher St. John Sprigg, nato
nel 1907 e morto nel 1937
Lo stesso Christopher St. John Sprigg, negli ultimi anni della sua vita, prese parte ad alcuni importanti avvenimenti della Storia. Nato nel 1907 a Putney, nella zona sud-ovest di Londra, dopo aver lasciato la scuola a quindici anni, a causa del licenziamento del padre dalla redazione del Daily Express, egli divenne prima giornalista per lo Yorkshire Observer, ed in seguito direttore di un giornale per conto proprio: l'Aircraft Engineering, una testata che si occupava di aviazione, argomento del quale lui era un grande appassionato. Lettore voracissimo, versatile romanziere, scrittore di poesie e opere teatrali, oltre che di trattati filosofici, scientifici, critici e ovviamente romanzi gialli, all'età di 27 anni Sprigg si appassionò alle teorie marxiste ed iniziò a studiarle a fondo, segnando la sua vita nel bene e nel male. Impiegò un decennio prima di pubblicare, sotto lo pseudonimo di Christopher Caudwell, il suo primo saggio a riguardo, "Illusione e Realtà", dove accostava la sua visione della società a quella dell'impegnata cerchia di poeti guidati a W.H. Auden; nel frattempo, tra un volume di poesie e un saggio sugli aerei, tra il 1933 e il 1937 si dedicò alla pubblicazione di sette crime novels, la maggior parte caratterizzate da uno stile brillante e personaggi vivaci che gli procurarono gli elogi di altri colleghi quali Dorothy L. Sayers (con la quale intrattenne uno scambio di corrispondenza per un breve periodo), Michael Innes e Nicholas Blake. Con quest'ultimo condivise l'impegno sociale e politico nel campo della narrativa: oltre a "Illusione e Realtà", infatti, avrebbe dato alle stampe ancora molti manuali e testi di critica in questi ambiti. Peccato che non ne avrebbe visto nessuno: a partire dal 1934, l'attivismo politico iniziò a consumarlo lentamente, tanto da capovolgere le sue idee riguardo le opere fittizie fino a considerarle come "spazzatura" da buttare giù solo per i soldi. Le opere più importanti, secondo lui, erano i tomi pesanti e seri sulla teoria del comunismo. Inoltre, l'attivismo per conto del partito e l'intenzione di lavorare attivamente per la sua Causa lo spinsero a recarsi, nel 1936, fino in Spagna, dove guidò un'autoambulanza e si fermò in modo stabile per essere di supporto ai compagni. Fu laggiù che, un anno dopo, venne ucciso il primo giorno della battaglia di Jarama, nonostante i disperati tentativi del fratello Theodore di convincere il segretario del partito comunista di richiamarlo in patria; ormai si era perso nella sua guerra personale, ma perlomeno morì combattendo per qualcosa in cui credeva con passione.

Lasciò in eredità ai posteri una grande quantità di opere di vario genere, ma al giorno d'oggi le più ricordate sono quelle appartenenti al genere della crime story: "Omicidio a Kensington" (1933), "Omicidio in Fleet Street" (1933), "L'Alibi Perfetto" (1934), "Morte di un Aviatore" (1934), "The Corpse with the Sunburnt Face" (1935), "Death of a Queen" (1935) e "Sei Oggetti Misteriosi" (1937), che ho recensito quest'oggi. I suoi personaggi sono sempre vividi e descritti a tutto tondo: ad esempio, Marjorie Easton, da tipica ragazza ingenua e un po' credulona, evolve dalla propria condizione di disperazione, dopo aver sperimentato incubi terribili ed essere stata sull'orlo dell'esaurimento nervoso, in una donna che ha preso coscienza di sé e che "ha imparato la lezione" (p. 274). L'ispettore Morgan, da investigatore per nulla fantasioso, sperimenta l'esperienza di confrontarsi con un caso insolito e si scopre capace di immaginare abbastanza per riuscire a risolvere l'indagine che gli è stata affidata. Ted, alter ego dell'autore, supporta Marjorie nel suo processo di evoluzione e le permette di raggiungere una vita felice. Queste tre figure condividono la scena all'interno del romanzo, affiancati dalla coppia dei Crispin, astuti, strani e insinuanti, ma anche molto affascinanti (una delle caratteristiche di Michael mi ha sorpreso non poco). Lo stile e la descrizione della ambientazioni, infine, danno un tocco di irrealtà alla vicenda, come se fossimo immersi in una sorta di incubo ad occhi aperti, dove la crudeltà la fa da padrone e l'oscurità può inghiottire le persone quasi senza che esse possano ribellarsi. Tutto ciò ho ricavato dalla lettura di questa prova letteraria, interessante ed insolita nel suo insieme all'interno del panorama della classica crime story. Sono i risvolti psicologici e mentali ad interessare l'autore, insieme alle sollecitazioni che vengono dall'esterno e influiscono sul ruolo in società dell'individuo. Grazie al tono cupo e a volte venato da uno spiccato umorismo nero, tutto ciò appare claustrofobico e minaccioso; è proprio un peccato che un autore come Sprigg, dotato di un raro talento nella narrazione e di uno stile tanto brillante, sia morto così giovane; se fosse vissuto e avesse deciso di allontanarsi dal marxismo, forse avrebbe potuto allietarci con altre storie. È proprio vero che le guerre sono deleterie per l'umanità.

P.S. Questo post è dedicato alla memoria di Marco Polillo, scomparso dopo che io avevo già scritto l'introduzione che trovate in cima alla pagina. Grazie ancora per tutto quello che hai fatto per il giallo in Italia.

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