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venerdì 18 settembre 2020

46 - "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" ("The Poisoned Chocolates Case", 1929) di Anthony Berkeley

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore
Sono sicuro che, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha pensato che gli sarebbe piaciuto cimentarsi nella risoluzione di un caso di omicidio. Certo, magari non uno verificatosi all'interno della propria sfera di conoscenze (a meno che la vittima non sia un nostro nemico o comunque una persona che desidereremmo veder scomparire dalla faccia della Terra); ma indagare su di un delitto che non ci tocchi nel personale, che possa metterci alla prova e testare la nostra materia grigia, potrebbe essere indubbiamente una sfida interessante da affrontare. Pensate: vi trovate davanti a un assassinio perpetrato a sangue freddo; siete incaricati di risolvere l'enigma di questa morte, di scoprire cosa abbia spinto un essere umano come voi a compiere un gesto tanto estremo, di vagliare tutte le ipotesi e di trovare un movente adatto alla personalità del colpevole, il quale ovviamente deve aver avuto l'opportunità, la forza di volontà necessaria e una coscienza abbastanza deviata e suggestionabile da non tradirsi. Intesa come una prova di abilità, dal punto di vista accademico, anche io trovo che qualcosa del genere sarebbe un utile e ingegnoso test per vagliare le nostre competenze fisico-psicologiche. D'altro canto, tuttavia, sono consapevole che l'indagine su di un crimine violento non debba essere presa alla leggera ed affidata al primo dilettante che passa per la strada: gli errori non sono ammessi, quando si deve decidere tra mille ansie se uno sia innocente oppure colpevole, e se l'inquirente fa un passo falso, ciò può perseguitarlo fino alla fine dei suoi giorni. Inoltre, bisogna avere una preparazione specialistica e soprattutto sviluppare una certa dimestichezza nel corso degli anni, prima di potersi dire qualificati a compiere un tale compito gravoso. Per cui, io preferisco dedicarmi agli omicidi fittizi che ci offre la classica crime story, entusiasmanti tanto quanto quelli della vita reale, ma senza pressioni di sorta e preoccupazioni. Infatti, come forse avrete ormai capito leggendo le mie recensioni, per quanto mi riguarda i delitti degli autori della tradizione gialla classica hanno, in fondo, molti aspetti in comune con i loro fratelli nella vita di tutti i giorni. E questo non deriva solo dal fatto che molti di essi sono stati ricalcati su assassinii verificatesi sul serio negli ultimi centocinquant'anni; dietro a questa convinzione c'è molto di più.

Ad esempio, i moventi che spingono i colpevoli letterari a macchiarsi di crimini orrendi molto spesso sono gli stessi che emergono dalle confessioni delle loro controparti in carne ed ossa. Come non accostare la figura di X, avvocato disperato e alla ricerca di un mezzo qualsiasi per tirare avanti, con Y, l'uomo di legge che da avvelenato il collega o il coniuge per ereditarne i beni? Oppure le caratteristiche psicologiche di un personaggio dei primi del Novecento, così simili a quelle del nostro vicino di casa: sono convinto che il delitto non invecchi mai e tenda a ripetersi di volta in volta, assumendo forme sempre diverse, assieme alle sue premesse e cause scatenanti; per cui, non trovo ci sia poi questa gran differenza tra i ragionamenti che potesse fare il signor Tale nel 1920, e quelli del signor Quale un secolo dopo. Soprattutto, però, ciò che avvicina il delitto fittizio a quello reale è il fatto che spesso e volentieri le cose non appaiano mai come dovrebbero essere. Nel senso che, sia in un caso che in un altro, può passare molto tempo prima che l'assassino venga identificato e catturato, e nel frattempo vengono sospettate tante altre persone. Certo, di norma nel romanzo giallo si tende a impostare fin dall'inizio una certa linea investigativa, a selezionare gli indizi e a far combaciare le deduzioni così da poter giungere a un finale soddisfacente sotto tutti i punti di vista, che rispetti le premesse. Cosa che porterà comunque a una serie di sospetti verso innocenti, piste false e fraintendimenti. Però non sempre è tutto così lineare. In alcuni casi, il bello sta proprio nel trovarsi davanti a una situazione in cui non si può sapere dove si andrà a parare, in continuo capovolgimento nel sottolineare aspetti differenti dell'omicidio, illuminati dal'autore di volta in volta, così da ritenere prima uno e poi l'altro un probabile assassino. Questa pratica, non a caso, fu messa in pratica e sfruttata nel migliore dei modi da colui il quale considerava la giustizia come qualcosa di fallace, e possedeva una grande capacità nel mettere in ridicolo il prossimo e un senso dell'ironia cinico e sarcastico "fino al punto di indecenza": Anthony Berkeley. E nel romanzo che recensisco oggi, "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" (Polillo Editore, 2002), questa particolare concezione del crimine, questo divertimento nel prendersi gioco delle convenzioni e dei metodi attraverso cui i giallisti irretiscono i loro lettori, trova un'applicazione ad oggi ineguagliata, che mette in mostra come le soluzioni di un delitto possano essere infinite, se i personaggi apprendono le informazioni di pari passo con chi legge, quando soltanto un piccolo tassello viene aggiunto al quadro generale delle prove oppure una testimonianza viene confermata o smentita. Si tratta di una sfida aperta a chiunque desideri mettersi alla prova, proprio come se fosse un caso di omicidio nella vita reale: vi sentite abbastanza abili da risolvere il mistero? Ebbene, accomodatevi e aguzzate l'ingegno.

Piccadilly Circus at night, Frederick Lawrence Tavaré
(1847-1930) che raffigura il luogo in cui è passato l'assassino
di Joan Bendix
Tutto ha inizio in una sera come tante altre, in una stanza non meglio identificata, poco dopo la metà di novembre. Attorno a una tavola imbandita, sette personaggi siedono in compagnia e godo l'un l'altro dell'allegria reciproca e del buon cibo che hanno assaporato. Sono i membri del Circolo del Crimine, un'associazione fondata dall'investigatore dilettante Roger Sheringham, la cui funzione sarebbe quella di riunire sotto a un'unico nome i migliori criminologi dell'Inghilterra (se non del mondo) e permettere loro di potersi confrontare da pari a pari, stimolando le reciproche cellule grigie. Ci sono un celebre avvocato, Sir Charles Wildman; una commediografa di successo, la signora Mabel Fielder-Flemming; una scrittrice arguta che meriterebbe più del successo che le viene attribuito, Alicia Dammers; il migliore scrittore di romanzi gialli in circolazione, Morton Harrogate Bradley; il mite avvocato Ambrose Chitterwick; lo stesso Sheringham e l'ospite d'onore della serata, nientemeno che l'ispettore capo Moresby di Scotland Yard. Quest'ultimo è il primo di una serie di ospiti che il presidente intende presentare agli altri componenti del gruppo; tutti esperti di crimine, come si addice a una congrega di tale livello, in modo da generare discussioni e, quando possibile, istruire nell'arte del delitto fittizio. In questa particolare occasione, tuttavia, Sheringham ha chiesto al suo amico Moresby di presenziare alla riunione del Circolo del Crimine anche per un altro motivo: come si affretta a spiegare con eccitazione a malapena contenuta, infatti, col benestare della polizia ha intenzione di proporre ad ognuno dei membri una sfida, legata a un fatto di cronaca recente. Pochi giorni prima, si è verificato uno strano delitto che ha visti coinvolti alcuni personaggi in vista della società inglese. Mentre si trovava al club di cui è membro, il signor Graham Bendix aveva incrociato per caso Sir Eustace Pennefather, un baronetto di mezz'età conosciuto per avere la cattiva abitudine di correre dietro alle donne, e sempre per una coincidenza quest'ultimo aveva regalato una scatola di cioccolatini all'altro, la quale era arrivata per posta come dono da parte di una fabbrica di dolciumi. Una volta giunto a casa, Bendix aveva consegnato quella stessa scatola alla moglie come pegno per una scommessa persa; e non aveva certo sospettato che i cioccolatini in essa contenuti fossero stati alterati con il nitrobenzolo, un veleno usato spesso per la preparazione di dolci di qualità scadente. Pertanto, la donna ne aveva ingoiati quasi una decina di fila, si era sentita male mentre il marito si trovava nella City ed era morta poco tempo dopo.

All'apparenza, il caso sembra essere opera di un pazzo: tutti sanno che Sir Eustace ha attirato su di sé più di un motivo per essere eliminato; non ultima, proprio la sua cattiva fama di donnaiolo. In un paese in cui l'epoca vittoriana ha lasciato pesanti strascichi e tende a restare viva nelle menti degli abitanti, in pochi si stupirebbero se venissero a sapere che qualche amante delusa avesse deciso di togliere di mezzo un parassita tale e quale Pennefather, vizioso e alla continua ricerca di mezzi economici per sovvenzionare i propri peccati. Pure la polizia, dopo aver fatto le dovute indagini di routine, si è convinta che la soluzione debba essere di questo tipo; anche perché gli indizi materiali, a parte la scatola coi cioccolatini, la carta che la avvolgeva e una lettera di accompagnamento del tutto anonima, scarseggiano. Eppure, Roger Sheringham è alla continua ricerca di qualcosa che possa alimentare le discussioni e il confronto nel suo Circolo del Crimine; per cui, perché non provare a risolvere il delitto? Scotland Yard ha archiviato le indagini al riguardo, e Moresby (nonostante qualche riserva sul successo che possa derivare da una simile iniziativa) è d'accordo nell'accordare il permesso a che alcuni sconosciuti si cimentino nell'impresa. Così, tra il generale entusiasmo e qualche piccola titubanza da parte del mite e gentile Chitterwick, ognuno dei membri dell'associazione intraprende una pista differente, partendo dalle stesse premesse ma giungendo a una soluzione ogni volta diversa. E il bello è che tutti quanti riescono a sostenere una teoria che, pur in qualche modo confutata dalle critiche degli altri, potrebbe rivelarsi esatta. Quindi, ci sono ben sei soluzioni al caso sull'omicidio di Joan Bendix: quale sarà quella giusta? Soltanto alla fine tutte le carte saranno messe in tavola...

Christiana Edmunds, nata nel 1828 e morta
nel 1907, nota come "L'Avvelenatrice dei
Cremini al Cioccolato"

"Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" si presenta dunque come una prova d'abilità: per i protagonisti, sottoposti a una sfida che li costringerà a mettere in pratica una serrata indagine di tipo induttivo, deduttivo o misto; per il lettore, il quale si calerà nei personaggi e svilupperà di volta in volta teorie differenti; per lo stesso autore, che si è sforzato di dare vita a una storia affascinante, capace di sconcertare e sorprendere con i suoi innovativi guizzi d'ingegno. Cosa che, tra l'altro, egli è riuscito a fare benissimo. Non che ci fossero poi chissà quali dubbi, visto che Anthony Berkeley è uno tra i più grandi scrittori di crime novels di tutti i tempi. Fu grazie a lui e alla sua fantasia sterminata (forse fin troppo, per certi versi) che il romanzo giallo anglosassone riuscì ad attingere nuova linfa dalla società del primo Novecento e continuò a prosperare per tantissimo tempo, dal momento che lui per primo ipotizzò un prototipo del giallo psicologico come lo intendiamo noi oggi, grazie ai libri che firmò come Francis Iles. E se questa carica di novità si poteva già scorgere in carattere embrionale in "Dov'è Cicely?", oppure nei libri precedenti della serie di Sheringham come "Uno Sparo in Biblioteca", nel romanzo di oggi essa emerge splendidamente, dal momento che non solo l'autore riuscì a capovolgere ancora una volta le regole della partita all'interno del racconto, ma anche a prendersi gioco delle strutture del mystery classico; nonostante ancora non avesse l'intenzione di spazzare via ogni limite e toccare la perfezione come in "L'Omicidio è un'Affare Serio" a firma Iles. Infatti "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati", pur presentando delle caratteristiche ancora legate alla tradizione, mette in mostra una concezione del romanzo del mistero che sta allontanandosi da quella di Christie e Sayers, per citare due nomi a caso. Nonostante l'uso di cioccolatini come mezzo di morte (derivato dal caso di Christiana Edmunds), il cliché secondo cui i dilettanti si interessano di un caso "ufficialmente" delegato alla polizia, e il fatto che la storia venga presentata come una sorta di gioco di abilità per il lettore (pp. 12-15, 41-42, 46-47, 102-103, 143-144, 163-164, 215-219), per la prima volta qui non viene messa in discussione soltanto l'infallibilità dell'investigatore (tema già trattato fin dal primo libro della serie di Sheringham), ma pure la certezza di quanto emerge nella costruzione delle vicende e sull'onnipotenza degli autori. Fino ad allora, tutti gli scrittori che avevano deciso di cimentarsi nella stesura di un libro di questo genere avevano fatto in modo di sottolineare il fatto che le conclusioni a cui i loro detective erano giunti fossero inoppugnabili: se un dato indizio sembrava suggerire che qualcosa fosse accaduto in un certo modo, allora di sicuro quella cosa doveva essersi verificata secondo la teoria avanzata dall'ideatore degli eventi raccontati, per bocca degli inquirenti. I ragionevoli dubbi che una persona poteva nutrire nella propria mente dovevano essere tralasciati: se da un fatto era stata tratta una deduzione, quella stessa era invariabilmente giusta, qualunque cosa accadesse, poiché l'investigatore era in qualche modo onnisciente.

Si trattava di un sotterfugio che prevedeva una fortuna piuttosto sfacciata, secondo Berkeley; e tutti dovrebbero sapere che i protagonisti di romanzi gialli classici possono essere tante cose, ma mai tanto baciati dalla Buona Sorte da vedersi piombare il colpevole tra le braccia aperte, senza dover prima incastrarlo. Pertanto, egli decise di fare qualcosa per scacciare questo spettrale fantasma dalle coscienze dei giallisti, intimoriti dalle accuse che potevano essere rivolte loro in tal senso, e dei lettori più critici: ovvero, letteralmente fece "esplodere il poliziesco di classe esponendo i limiti dei trucchi che gli scrittori di genere giocavano ai lettori" (come sottolinea Martin Edwards) e provò ad ideare una storia in cui nessuno, all'apparenza nemmeno l'autore in persona, sapesse chi era il colpevole. Egli, infatti, avrebbe dovuto dimostrare al suo pubblico esigente e interessato quanto fosse impossibile riuscire a mantenere i sospetti su si una data persona per più di qualche capitolo. Così, Berkeley decise di mettere alla prova la sua abilità, e presumo si sia domandato come avrebbe potuto trasformare la sua idea in qualcosa di reale. Forse proprio il riferimento alla realtà gli diede la risposta che cercava: infatti, forse non ve ne siete resi conto, ma ogni giorno esistono delitti reali che restano senza un colpevole. Magari c'è questo signore distinto e gentile, che secondo i vicini di casa si comporta sempre correttamente e non fa male a una mosca, il quale di punto in bianco si rende conto di odiare a morte qualcuno. Il signor X, che teme le conseguenze delle azioni di un pericolo pubblico come il suo fantomatico nemico, si ingegna e gli spedisce una scatola di cioccolatini avvelenati (oppure un libro con le pagine impregnate di veleno, una bottiglia di succo alterata con il detersivo, un pacchetto con all'interno un meccanismo che lo farà esplodere...) per metterlo a tacere per sempre. Il piano, accurato fin nei minimi dettagli, riesce e non esistono prove per incastrarlo. Pertanto, il nostro X torna alla vita di prima, sorridendo alla gente che incontra per strada e in pace con la propria coscienza, dal momento che ha fatto un favore all'umanità. Detto così, potrà sembrarvi fantascientifico; però vi assicuro che tutto ciò accade più di quanto crediamo. Perché allora, avrà pensato Berkeley, non sfruttare un caso del genere per il proprio delitto? Ognuno può fare le congetture che gli sembrano opportune, montando l'accusa in base agli indizi disponibili e a quelli che riesce a raccogliere per conto suo: il risultato probabilmente con cambierà e l'assassino rimarrà libero. In questo modo, egli ha costruito un delitto dove gli indizi materiali fossero ridotti all'essenziale (ma solo alla partenza, poi se ne sarebbero potuti aggiungere all'occorrenza) e le stesse considerazioni da farsi nella ricerca della risoluzione fossero infinite. Oltretutto, questa trama sarebbe risultata adatta a sviluppare alcuni aspetti-chiave cari alla narrativa di Berkeley: gli avrebbe permesso di criticare la giustizia e mettere in luce quanto essa fosse fallace, di prendersi gioco dei metodi di scrittura dei suoi colleghi, tanto presi nel loro ruolo da non vedere i limiti che si auto-imponevano, e di fare quei commenti al vetriolo che la sua vena sarcastica bramava e mettere in luce la propria intelligenza. Probabilmente nessuno sarebbe riuscito a dare vita a un romanzo giallo tanto astuto e machiavellico; e infatti ancora oggi "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" resta un magistrale tour de force ineguagliato.

Anthony Berkeley Cox, nato nel
1893 e morto nel 1971

Questo capolavoro del romanzo giallo classico, oltre a rispecchiare molto bene la concezione di romanzo giallo che aveva l'autore, ci mostra 
chi fosse veramente Anthony Berkeley Cox (nonostante non ci troviamo ancora ai livelli di "L'Omicidio è un Affare Serio", dove egli anticipò i tempi e cambiò le regole della tradizionale partita tra lettore e autore di gialli). Nato nel 1893 come la sua controparte femminile Dorothy L. Sayers, Berkeley fu un personaggio talmente complesso che probabilmente nessuno riuscirà mai a comprenderlo appieno, anche se più di una persona ha tentato di decifrare il mistero della sua esistenza. Tra le altre cose, vi consiglio di leggere "The Golden Age of Murder" di Martin Edwards, in cui quest'ultimo fa molte interessanti riflessioni su quanto le vicende fittizie e la personalità e mentalità dei personaggi stessi siano state modellate sulla vita reale dell'autore, passandole come al microscopio. Problematico, affetto da un fortissimo complesso di inferiorità nei confronti delle donne (probabilmente dovuto al fatto di essere sempre stato considerato, dalla madre autoritaria, più "tardo" rispetto al fratello Stephen e alla sorella Cynthia), inguaribile donnaiolo, misantropo e affettuoso di volta in volta, ma allo stesso tempo geniale innovatore della crime story britannica, questo strano individuo era capace di spiazzare gli interlocutori con i suoi repentini cambi di umore e idee. Probabilmente fu la guerra a dare il colpo di grazia al suo fragile equilibrio mentale: ritornato dai campi di battaglia, la sua salute fisica e psichica si aggravò e mise in luce quanto il conflitto l'avesse indebolita, tanto quanto l'intelligenza e la creatività erano invece solide. Aveva trascorso un'infanzia segnata dall'infelicità, tra fratelli considerati molto più dotati di lui e genitori non propriamente affettuosi, e la somma dei suoi traumi finì per generare in lui un atteggiamento schizofrenico, che si abbatteva sul prossimo di continuo, soprattutto quando interagiva con esponenti del sesso femminile, e che egli stesso tentò di esorcizzare attraverso la scrittura. Rinchiuso nelle sue proprietà di Monmouth House e The Platts, trascorreva le proprie giornate a riflettere su un'esistenza travagliata e a riversare fin dal principio nei romanzi gialli (già in "Dov'è Cicely?", del 1927, e nel primo volume della serie con protagonista lo scostante Roger Sheringham, "Uno Sparo in Biblioteca" del 1925, si possono rilevare alcune idee innovative sull'enigma e sulla concezione che aveva del genere letterario) le proprie frustrazioni, generando un'aura di mistero attorno a sé e alimentando la propria insoddisfazione.

Si prendeva gioco della giustizia, considerandola fallace e inutile per dirimere le questioni vitali degli uomini; intrecciava relazioni e flirt illudendosi di aver trovato l'anima gemella e finendo sempre per rendersi conto di essersi sbagliato; si lamentava del Governo e degli addetti statali dopo un'infelice esperienza lavorativa in un ufficio governativo: riuscì a fare tutto questo mentre ideava misteri strabilianti, dando nuova linfa al giallo all'inglese, tratteggiando con tono cinico i personaggi e le loro debolezze e mettendo in ridicolo le convinzioni più radicate della sua epoca. "I giorni del vecchio enigma poliziesco, basato interamente sulla trama e senza connotazione dei personaggi e concessioni allo stile e allo humor, sono, se non contati, in ogni caso nelle mani del pubblico" sostenne nella prefazione di "Gioco Mortale", il suo secondo romanzo, aggiungendo che "il romanzo giallo si sta sviluppando in un genere narrativo con un interesse più accentuato sul crimine, che tiene avvinto il lettore facendo leva non tanto sugli elementi matematici quanto su quelli psicologici". Tale convinzione, pertanto, non poté che indurlo a compiere l'ennesima pazzia: per il gusto di cambiare le solite regole noiose, infatti, arrivò a rovesciare completamente i canoni del giallo all'inglese, inducendo gli assassini a diventare le vittime, gli assassinati crudeli aguzzini, giudici dall'aria paterna figure lugubri e molto altro. Tuttavia, il suo gusto per il mistero finì ancora una volta per toccare l'esagerazione, tanto da indurlo a non rivelare mai niente di sé senza sotterfugi: non concedette interviste né autografi gratuiti e si divertì a confondere anche gli amici fornendo opinioni che cozzavano spesso tra loro, godendo nel mantenere uno stretto riserbo sulla sua vita privata al punto che solo di recente alcuni fatti della sua vita sono venuti alla luce.

In ogni caso, l'utilizzo della narrativa del mistero come mezzo per andare incontro e mettere freno alle proprie manie non dovette andare del tutto a buon fine, visto che il suo atteggiamento non mutò in meglio; anzi, con il passare degli anni purtroppo peggiorò e la sua mente divenne sempre più instabile, tanto che Julian Symons raccontò di averlo incontrato in un paio di occasioni e, in entrambe, si verificarono strane circostanze: una volta, un chiodo arrugginito sbucò dal suo piatto di minestra (lo aveva lasciato cadere qualcuno per sbaglio o lo aveva infilato lì lui stesso?) e un'altra interruppe addirittura la conversazione, mettendosi una maschera sulla faccia, gonfiando una pallina di gomma e facendo profondi respiri. Ma, in fondo, Anthony Berkeley non era quel mostro che fin qui può esservi parso: era un compagno che, per quanto un po' inquietante, si dimostrò insolito e sorprendente. Brillante romanziere, capace di creare atmosfere ricche di sfumature misteriose e trame complesse, oltre ad innovare il romanzo giallo con le sue trame in anticipo sui tempi, riuscì a rivoluzionare anche la concezione del detective tradizionale con l'introduzione, in "Uno Sparo in Biblioteca", di Roger Sheringham, un individuo scontroso, maleducato, fallace e abbastanza sconveniente il quale, prima di arrivare alla soluzione, finisce per sospettare di quasi tutti. Berkeley era uno che avrebbe potuto vantare e strombazzare una personalità fuori dal comune, però decise di non farlo. Amava indossare i panni di personaggi curiosi, spesso misogini e burberi, come se fosse sempre sul palcoscenico; a volte litigava con foga con alcuni membri del Detection Club, che contribuì a fondare fin dai primi giorni (una volta mi sarebbe piaciuto assistere a un suo incontro-scontro con Dorothy L. Sayers), ma in molti affermarono con convinzione che sotto sotto amava incoraggiare i giovani scrittori e, cosa da non dimenticare, possedeva una percezione della realtà fuori dal comune. La stessa identità di Francis Iles, con cui firmò "L'Omicidio è un Affare Serio", "Il Sospetto" (da cui Hitchcock trasse un film che, per quanto ben fatto, non riesce a rendere l'idea della grandezza del libro da cui è stato tratto) e "As For the Woman" rimase un incognita che venne svelata solo dopo la sua morte; una maschera che amava portare più di ogni altra, poiché era nata dal ricordo di un vecchio antenato, un contrabbandiere che veniva considerato una pecora nera dalla famiglia. Proprio il tipo che lui avrebbe preso in simpatia fin da subito e al quale avrebbe accordato la disponibilità per combinare qualche astuto ed eclatante scherzo.

Copertina di "The Poisoned Chocolates
Case" pubblicato dalla British Library
Crime Classics

Fatta questa premessa, credo che chiunque abbia letto "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" potrà 
riscontrare molte somiglianze tra le vicende raccontate nel romanzo e la narrativa di Berkeley. A parte alcuni dettagli, infatti, come negli altri mysteries dell'autore troviamo una sorta di "marchio", un concentrato di novità e audacia che si mescola a cenni biografici e convinzioni personali, tra temi trattati e personaggi simili a individui che ebbero un forte legame con la sua persona. Prendiamo in considerazione ogni punto, con ordine. Innanzitutto, è chiaro che Berkeley ha attinto alla propria esperienza di vita, ispirandosi a un primitivo Detection Club per dare vita al Circolo del Crimine che raduna i protagonisti della storia (pp. 7-13, 102-103, 106-107, 178, 184-186). Prima di diventare un'associazione vera e propria, infatti, il Club consisteva in una serie di riunioni-cene a cui partecipavano i membri proprio a casa dell'autore di questo libro. Si trattava di occasioni informali, dove si tendeva a mangiare assieme e a discutere una volta terminato il pasto; in qualche modo, proprio come accade in "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati". Inoltre, la caratteristica di invitare ospiti illustri per trattare argomenti di comune interesse (come nel caso di Moresby all'interno del racconto fittizio) è un altro cenno all'abitudine sviluppata dal circolo di convocare di volta in volta qualcuno che potesse contribuire a generare discussione utile per far interagire gli invitati. Per non parlare della varietà di personalità di cui era composto il Detection Club e del carattere elitario di questi incontri, ai quali potevano partecipare soltanto i migliori esperti di criminologia dell'Inghilterra (a parte pochissime eccezioni): nel romanzo, solo sei persone hanno superato la durissima prova per potersi unire a Sheringham e i suoi compagni. Infine, vorrei sottolineare una curiosità: ho notato come i personaggi di "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" presentino alcune somiglianze fisiche e caratteriali con alcuni tra i reali membri fondatori del Club londinese. Sir Charles Wildman è un signore austero, solenne, che affronta l'indagine da un punto di vista un po' antico e porta un paio di occhiali legati a un filo nero... proprio come usava fare G.K. Chesterton, il primo Presidente dell'associazione. La signora Mabel Fielder Flemming, al contrario, è una donna robusta, che ama portare cappellini stravaganti e ha l'aria di una cuoca, oltre a prediligere un approccio al crimine che abbia a che fare con il melodramma e che esercita una sorta di amore-odio per il sentimento... come Dorothy L. Sayers, la nemica-amica di Berkeley. Morton Harrogate Bradley presenta alcune delle caratteristiche dell'autore stesso, ma sembra lasciarsi mettere nel sacco un po' troppo per essere un ritratto spiccicato di quest'ultimo; e poi quel riferimento (pp. 64-65) al rischio di un'accusa per diffamazione, così caratteristico del modo di comportarsi di Milward Kennedy, in seguito accusato e portato in tribunale per tale motivo, mette la pulce nell'orecchio... Alicia Dammers, all'inizio, mi ha dato da pensare. Credevo fosse stata ispirata da Sayers, con la sua freddezza e il disprezzo radicato contro gli uomini; ma poi, quando ho letto delle sue critiche alla teoria di Sheringham, ho capito che molto probabilmente ella è stata ricalcata su E.M. Delafield, la sola donna che riuscì a mettere davvero in difficoltà Anthony Berkeley. Le caratteristiche c'erano tutte (pp. 187-188, 231-232). Poi, com'è ovvio, Sheringham è Berkeley: burbero, ironico fino ad essere cinico, critico verso la giustizia, interessato di criminologia e di psicologia, entusiasta di essere il Presidente del Circolo del Crimine ma non all'altezza per gestirlo; in fatto di caratteristiche fisiche e psicologiche i due sono identici. Infine Ambrose Chitterwick, che non sono riuscito a far combaciare con nessuno. Ecco, forse poteva assomigliare ad Agatha Christie in fatto di timidezza e astuzia nascosta. In ogni caso, sono convinto che per la creazione dei protagonisti di "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati", Berkeley prese ispirazione da persone con cui era in qualche modo in contatto (pp. 8, 11, 13, 15, 42-43, 56-57, 64-68, 79-81, 84-88, 91-99, 109, 112-113, 121, 123, 126-127, 135, 143-145, 162, 166, 175-176, 187-188).

In secondo luogo, nello stile tipico dell'autore, in questo straordinario romanzo del mistero il true crime, grande passione di Berkeley, occupa un ruolo molto importante (pp. 39, 53, 69, 82-83, 126-137, 143, 146-147, 164, 179, 209). A suffragio delle teorie di ognuno dei partecipanti alla sfida lanciata da Sheringham, i personaggi si sforzano di trovare corrispondenze reali con le loro ipotesi di soluzione: vengono citati, tra l'altro, il caso di Christiana Edmunds, l'"Avvelenatrice dei Cremini al Cioccolato" che avvelenò un mucchio di persone prima di essere fermata proprio grazie a dolci che comprava, alterava con la stricnina e poi riportava in negozio senza essere scoperta; il caso di Marie Lafarge, accusata di aver ucciso il marito con l'arsenico; il caso Horwood-Tatam, in cui un pazzo ha inviato una scatola di cioccolatini avvelenati a un commissario di polizia per ucciderlo; insieme a molti altri. Inoltre, in "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" si può trovare un tema molto caro a Berkeley: la fallibilità nelle sue molteplici declinazioni. Ad esempio, la figura del detective non è più quella onnisciente "alla Poirot", dove le conclusioni a cui egli giunge dettano legge, ma spesso e volentieri l'investigatore si scontra con teorie errate e segue false piste, con la conseguenza di risultare un po' ridicolo. In questo caso specifico addirittura tale segno distintivo viene portato all'esasperazione, dato che ben cinque criminologi sbagliano nel trovare la soluzione del mistero: non solo Sheringham, quindi, si trova a cadere in errore, ma pure altri quattro illustri rappresentanti del mondo della criminologia migliore. È questo continuo cambio di bersaglio l'ennesimo segno del segreto divertimento di Berkeley nel tormentare giocosamente e prendere in giro il prossimo. Ma non solo: Berkeley ha fatto in modo di includere la maggior parte di approcci al mistero, passando da quello induttivo a quello deduttivo, per poi mescolarli insieme, stravolgerli, farli a pezzi e ricomporli. Per ognuna delle forze della legge che agiscono (non solo dei personaggi) ha modellato un metodo specifico, che potesse rispecchiare i pregi e i difetti di ognuno:
  • Polizia: metodo (pp. 30-33), scoperte (pp. 31-32, 34, 36-37), teoria (pp. 35, 38-39), critica (p. 41)
  • Sir Charles Wildman: metodo (pp. 55-64), teoria (pp. 61-64, 70-73), critica (pp. 73-78)
  • Mabel Fielder-Flemming: metodo (pp. 80-84, 86-89, 92-95), teoria (pp. 96-100), critica (pp. 104-106)
  • Morton Harrogate Bradley: metodo (pp. 122-123, 130-131, teoria (pp. 128- 130, 133-135, 138-151), critica (pp. 143-144, 151-152)
  • Roger Sheringham (modellato sulla soluzione fornita dal racconto "Il Caso Vendicatore", da cui è tratto "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati"): metodo (pp. 153-154, 157-161, 165-171), teoria (pp. 171-189), critica (pp. 182-184)
  • Alicia Dammers: metodo (pp. 188-195), teoria (pp. 195-199, 201-211), critica (pp. 215-221)
  • Ambrose Chitterwick: metodo (pp. 223-224), teoria (pp. 225-236), critica (p. 236)
E nel fare ciò, ha messo in chiaro un concetto innovativo e sconcertante: niente è al riparo da una critica che spazzi via il castello di carte costruito dall'ingegnoso investigatore. Pertanto, il risultato è che ci sarà sempre qualcosa (una testimonianza, una prova rinvenuta per caso, una coincidenza) che potrà scombinare le carte in tavola, ed esisteranno infinite soluzioni a un problema all'apparenza facile da risolvere. Pensate che questo assioma ha assunto un carattere talmente forte che Christianna Brand, autrice di gialli classici, e lo stesso Martin Edwards sono riusciti a ricavare un'ulteriore soluzione a testa (nel 1979 e nel 2016) dai dati forniti da Berkeley, segnalando un colpevole ancora diverso da quelli noti! L'incertezza regna sovrana in "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati", il quale non racconta tanto una storia sull'indagine pura, quanto sulla sua interpretazione e sulle sue variabili (non per niente si inizia a sbrogliare la soluzione del caso già dal cap. 5 e l'ambientazione, di solito importante per il tratteggio della vicenda, resta quasi sempre la stessa e non viene descritta). Di conseguenza, ciò illustra quanto la fallacia tocchi pure gli autori stessi di romanzi gialli (pp. 76-77, 93, 121-122, 128, 130-131, 133-134, cap. 11), mettendo in mostra quanto essi siano ciechi di fronte all'illusione di creare storie perfette: come dimostrato, non esistono indagini in cui si abbiano soltanto certezze, e chi non si rende conto di ciò continuerà ad ingannarsi e ad ignorare il fatto che un delitto può avere infinite risoluzioni, e sta allo scrittore decidere cosa mettere in luce e cosa nascondere.

In terzo luogo, nel fornire molteplici soluzioni per un mistero, Berkeley si dimostra erede di E.C. Bentley, l'autore di "La Vedova del Miliardario", dove si verifica un caso simile; eppure, fa un passo avanti nel mettere un finale caratterizzato da quella stessa incertezza, in contrasto con la visione convenzionale secondo cui il compimento della vicenda del mistero è nel fatto che, alla fine, l'ordine viene ripristinato. Un altro esempio dell'ironia cinica di Berkeley; assieme al suo voler continuamente mettere in ridicolo i personaggi: grazie al suo tipico umorismo inglese, irriverente e cinico, egli si divertì a girare il coltello nelle debolezze degli attori sulla scena, portando alla luce manie, ossessioni, segreti e nefandezze di tutto questo gruppo di esseri umani, ognuno caratterizzato da pregiudizi e interessi personali da portare avanti senza curarsi delle conseguenze sugli altri. Se si ispirò a membri del Detection Club, mi auguro che nessuno di loro abbia notato le stesse somiglianze che ho individuato io: li avrebbe criticati ferocemente, se fosse stato davvero come sospetto, nonostante il suo intento fosse comunque quello di sottolineare quanto in generale fossero ingenui quei giallisti convinti di creare perfetti meccanismi a prova di critiche.

Infine, come ultimo punto caratteristico della sua narrativa, Berkeley fa in modo di prendersi gioco dei valori del suo tempo. Il sentimento critico si riflette nel ritratto che viene fatto della giustizia: egli fu sempre ossessionato dal fatto che il sistema giuridico inglese non fosse all'altezza delle aspettative e, di conseguenza, riuscisse solo a condannare le vittime e a salvare i colpevoli. Ebbene, anche in questo caso (nella spiegazione final, nella scoperta del colpevole nell'ironia della sorte che gioca al gatto col topo) si nota come l'autore avesse intenzione di sviluppare questo tema, benché non abbia raggiunto i livelli di sconcerto generati in romanzi successivi come, ad esempio, "L'Ultima Tappa" (pp. 11-13, 41, 49-53, 55-56, 64-69, 86, 88, 102-106, 114-115, 143-144). Altri sono poi gli elementi che riflettono la personalità dell'autore, a partire dalla concezione con cui vengono dipinte le donne (soprattutto la figura di Alicia Dammers, così simile a Delafield da suscitare questioni troppo lunghe da affrontare qui, ma non solo, vedasi cap. 15, pp. 155-160, 173-176, 231-232), passando per l'immagine del matrimonio che emerge dal racconto, non solo nella coppia dei Bendix e in quella di Pennefather, ma pure nella dedica al fratello Stephen (della cui moglie Berkeley era innamorato), e terminando in quel senso di inferiorità che prova Sheringham mentre Dammers demolisce la sua teoria. In questo modo, "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" risulta essere non solo uno strumento attraverso il quale Berkeley, ancora una volta, prova a dare sfogo alle proprie frustrazione e a rivelare se stesso; ma anche un capolavoro che al giorno d'oggi non ha eguali in fatto di qualità. Diversamente da quanto si possa pensare, con questo romanzo l'autore non voleva dare vita a un poliziesco fine a se stesso, ma piuttosto qualcosa che stava agli antipodi e che mettesse in luce quanto il genere fosse limitato dagli stessi autori e dalle loro idee poco progressiste. Non è scovare la soluzione più originale che interessa a Berkeley (anche se essa risulta comunque sbalorditiva, come la definì Julian Symons), quanto dimostrare quanto quest'ultima possa variare in base ai più piccoli cambiamenti e convincere il lettore che il colpevole, una volta individuato, potrebbe essere quello sbagliato. Un concetto che avrebbero potuto sviluppare assieme P.G. Wodehouse e Agatha Christie, secondo Martin Edwards; che ancora oggi suscita riflessioni e discussione e che ha permesso al romanzo e al suo creatore di entrare doverosamente nell'Olimpo del giallo (oltre che nelle più importanti liste dei migliori esemplari del genere, e nelle classifiche personali di critici rinomati, vedasi qui e qui).



Link all'edizione in lingua originale su Amazon

venerdì 21 agosto 2020

43 - "Il Caso della Zitella Acida" ("Poison in the Parish", 1935) di Milward Kennedy

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore

Il blog del critico Martin Edwards è il mezzo che preferisco per tenermi aggiornato sulla classica crime story, oltre ad essere tra quelli più interessanti in fatto di contenuti. Infatti, nei post che egli pubblica nel corso della settimana, spesso ho trovato molti spunti di riflessione non solo grazie ai suoi commenti a romanzi gialli dimenticati, ma anche attraverso le anticipazioni sui nuovi titoli in uscita per la British Library Crime Classics (che egli cura con mano esperta) e attraverso osservazioni più in generale sul genere letterario che tanto ci appassiona. Tra gli altri, ho salvato alcuni post redatti sotto forma di classifica, e mi piace consultarli quando vengono pubblicati nuovi titoli in italiano, per scoprire se nel nostro Paese siamo stati tanto fortunati da rivedere storie quasi scomparse in lingua originale. Una lista in particolare attira di tanto in tanto la mia attenzione (si trova a questo link): infatti, essa elenca alcuni tra i romanzi del mistero meno disponibili nel mercato dell'usato in lingua inglese, nonostante siano molto interessanti dal punto di vista del loro contenuto. Si tratta di racconti molto vari, che comprendono i sottogeneri più svariati e hanno la caratteristica di essere poco ortodossi, poiché trattano un dato argomento secondo un'ottica che al tempo dovette fare un certo scalpore. Non per niente, troviamo ad esempio "As for the Woman" di Francis Iles, il libro che decretò la fine della carriera di scrittore di Anthony Berkeley e attingeva alla condanna di Edith Thompson per costruire una trama un po' insolita; oppure "The Division Bell Mystery" di Ellen Wilkinson, ex-Primo Ministro laburista la quale infuse la propria esperienza al Governo per dare vita a questo intrigante racconto ambientato nelle sedi del potere inglesi. Per quanto riguarda le traduzioni italiane, in modo alquanto inaspettato dal momento che qui il genere giallo viene visto appena poco sopra ai romanzi rosa della serie Harmony, troviamo ben quattro titoli su dieci di questa classifica che sono (o sono stati per qualche tempo) disponibili: "Presagio di Morte" di Patrick Quentin, pubblicato da Mondadori diversi anni fa nelle sue collane da edicola; "Otto Innocenti e un Colpevole" di J.J. Connington, edito da Polillo; "Un Cappio al Collo per Archibald Mitfold" di Dorothy Bowers (non ancora disponibile, in realtà, ma in cantiere per i tipi di Le Assassine); e infine "Il Caso della Zitella Acida" di Milward Kennedy (Polillo Editore, 2017). Quest'oggi ho deciso di soffermarmi su quest'ultimo, cogliendo al balzo il fatto che esso sia ambientato in uno scenario tipico per chiunque voglia trascorrere qualche tempo a ricaricare le forze e impiegare al meglio le ferie a disposizione: il tipico villaggio di campagna inglese.

L'idea di vivere in un placido paesino, infatti, esercita da sempre una certa attrattiva nell'immaginario del cittadino medio: si sta in mezzo alla natura, lontano dal caos e dalla frenesia della metropoli, a contatto con gente semplice e alla mano. In periodo di vacanza come l'estate, dunque, sembrerebbe proprio che questi ameni posticini, dove tutti bene o male si conoscono e le giornate trascorrono in un placido dolce far niente, siano pieni di aspetti che dovrebbero indurre un turista a recarvisi. E non dico che le cose non stiano così, fino a un certo punto. Eppure, anche se non lo sembra, a volte tutto ciò può nascondere disagi nascosti e intime discordie. La noia e l'agognata mancanza di preoccupazioni possono diventare decisamente irritanti, se somministrate a dosi troppo generose, e ben presto l'inattività può spronare la fantasia a compiere voli fin troppo sfrenati: agli occhi del vacanziere (ma non solo) i vicini di casa, all'apparenza armati di buone intenzioni, si trasformano in gente invadente che desidera solo disturbare e impicciarsi di affari che non li riguarda, per poi lasciarsi andare al gossip sfrenato e malevolo al riparo delle loro piccole tane, con la candida scusa di ammazzare il tempo. In queste piccole collettività simili a famiglie allargate, tutti sanno e tutti si permettono di dire la propria, e questa vicinanza suscita tensioni sotterranee che scorrono in continuazione e toccano nervi scoperti che portano a scontri e discussioni. Non tutto è rose e fiori, in tali circostanze, e qualcosa ne sapevano anche gli scrittori di romanzi gialli classici, i quali elessero come scenario tradizionale dei loro casi proprio i villaggi remoti della campagna inglese, piccoli agglomerati di cottage, giardini curati e chiese, in cui a venire ammazzato non era unicamente qualcosa di intangibile come il tempo, ma spesso anche un essere umano in carne ed ossa. Milward Kennedy, in particolare, in qualche modo finì per specializzarsi nel "delitto del villaggio di campagna", nonostante si sia dedicato pure ad altri sottogeneri del giallo, come testimonia "Corpse Guards Parade": in "The Murderer of Sleep", ad esempio, ha narrato come uno straniero intento a remare lungo un fiume si sia imbattuto nel cadavere di un vicario, strangolato mentre sedeva sotto a un salice piangente vicino al cimitero del villaggio di Sleep; mentre in "Il Caso della Zitella Acida", sfruttando un tono molto cinico "alla Berkeley", ha descritto in modo innovativo come un avvelenamento da arsenico possa rivelare quanto sia ingannevole l'immagine del tranquillo paesino di campagna di Matchings, rispetto a quella reale di un covo di doppiezza e pettegolezzo in cui la giustizia può fallire la sua missione.

Duke of Hereford’s Knob, Baptist Chapel (Capel-y-ffin, Powys,
Wales), Eric Ravilious, 1938, raffigurante un villaggio simile a
Matchings
La trama è incentrata sull'esumazione del cadavere di un'anziana signora, Alice Tomlin, la quale è deceduta da sei mesi nel momento in cui inizia il nostro racconto. Il narratore, un invalido parziale di nome Francis Anthony, esprime fin da subito la propria sorpresa nell'aver appreso, nel corso del tempo, come un semplice pettegolezzo abbia portato alla decisione di tirare fuori dalla bara una donna che, a suo dire, era tanto odiata dalla gente dei dintorni da preferire che ella stesse ben lontana dalle luci della ribalta. Non aveva importanza che nell'invio del certificato di morte ci fosse stato un ritardo inusuale, né che si sospettasse qualcosa di strano nella sua morte: nessuno avrebbe dovuto sollevare scandali, questa è l'opinione diffusa. E invece, a causa di una domestica troppo chiacchierona e con una buona dose di rivalsa da scaricare sulla sua ex padrona, Miss Tomlin è stata riesumata e si è scoperto che ella è stata avvelenata con l'arsenico. Un grosso problema; anzi enorme e seccante, dal momento che i sospettati di questo crimine sono tutte persone amabili, le quali avrebbero avuto più di un buon motivo per fare fuori la vecchia arpia. Miss Figgis, la padrona della pensione in cui soggiornava la vittima, sarebbe stata soddisfatta di potersi liberare della seccatura e del peso morto che quest'ultima costituiva, nonostante fosse una cliente che pagava; Mrs Lewis, dipendente addetta alla sala da tè del locale e all'esaudire (a qualunque ora del giorno e della notte) le richieste di Miss Tomlin, avrebbe potuto abbandonare una volta per tutte le sciocche incombenze a cui la costringeva la morta, per dedicarsi a qualcosa di costruttivo per il suo futuro incerto. Per non parlare, poi, dei congiunti della vittima, i nipoti Bill e Jane, i quali dipendevano quasi completamente dalla buona stella dell'anziana signora, la quale amministrava il loro patrimonio e quello della sorella deceduta in attesa che giungessero alla maggiore età.

Francis non riesce a capacitarsi dell'ironia del destino: Miss Tomlin era morta e sepolta (in tutti quanti i sensi) e tutti stavano molto meglio senza di lei, mentre adesso la polizia deve indagare sul suo decesso violento. Ironia che si è abbattuta pure sullo stesso Anthony, il quale è stato interpellato nientemeno che dal capo della polizia del distretto, il colonnello Dawson, per affiancare le forze dell'ordine nella scoperta di una verità tanto scomoda per troppe persone. Il fatto di essere un consigliere comunale, un "pezzo grosso" del villaggio di Matchings, potrebbe indurre i sospettati tanto reticenti a lasciarsi andare con gli agenti a confessargli i loro pensieri più nascosti, sostiene Dawson. Quindi, perché non sfruttare tutte le risorse, tenendo conto pure il fatto che Francis è un intimo amico? Nonostante le perplessità e un carattere abbastanza scontroso, l'invalido si lascia incastrare e decide di dare il suo contributo alla causa, non fosse solo il fatto di poter scoprire elementi utili a stabilire come la morte di Miss Tomlin si possa spiegare come un incidente o un suicidio. Perché ciò che preoccupa il narratore, soprattutto, è il fatto che sua nipote Isabel si stia per fidanzare proprio con Bill Marlow. Sotto la maschera di misantropo, Anthony non può sopportare di veder diventare infelice la ragazza; pertanto, inizia le proprie indagini ufficiose... E ciò che scoprirà, sul conto dei principali sospettati, lo lascerà molto sorpreso. Soprattutto le informazioni raccolte riguardo il medico condotto che sostituiva il dottore di Matchings (e l'infermiera del distretto) apriranno scenari nuovi alle ipotesi di Francis, dove boccette di medicinale spariscono nel nulla e party di beneficenza assumono ruoli centrali nella soluzione del caso. E nella cattura di un assassino che riesce a celare le proprie tracce fin troppo bene, al punto da maledire la propria accortezza nell'aver distratto i sospetti da sé.

Harold Greenwood (1874-1929), l'avvocato
accusato di aver avvelenato la moglie
con l'arsenico a cui si è ispirato Kennedy
nella costruzione del caso

"Il Caso della Zitella Acida" si presenta come un normale giallo sulla variante del "delitto del villaggio di campagna". Dall'introduzione e dal riassunto qui sopra, penso che a prima vista si possa pensare che esso sia nella norma; nonostante abbia già accennato al fatto che il tono usato per descrivere le vicende si avvicini più a quello di Anthony Berkeley, dando così vita a qualcosa che si discosta dalle storie più compassate di Agatha Christie ambientate a St. Mary Mead, per fare un esempio. Addirittura, Dorothy L. Sayers disse in una sua recensione che questo assomiglia al "più placido e tranquillo tra tutti i romanzi gialli mai scritti": abbiamo una cerchia di personaggi abbastanza ristretta, con zitelle, parroci e dottori che suscitano il sospetto nel lettore; moventi che sbucano man mano che le informazioni vengono fornite, tra false piste e osservazioni innocue soltanto all'apparenza; il tratteggio di una società che rivela un profondo disagio interiore. Forse l'assenza di una gran quantità di indizi materiali, nonostante una fantomatica boccetta di medicinale, può conferire un motivo di spicco a "Il Caso della Zitella Acida"; ma si sa che i lettori di gialli classici preferiscono trovare enormità di orme, mozziconi di sigarette, scritte su muri e oggetti abbandonati dall'assassino, piuttosto che doversi basare soltanto sulla psicologia degli attori sulla scena. Insomma, di facciata ci troviamo di fronte a una vicenda che non si discosta molto dalle tante altre sul tema. Eppure, le cose stanno davvero così? Se ciò che appare in superficie corrispondesse al contenuto, forse potremmo restarne delusi; cosa che tra l'altro è accaduta ad alcune persone che conosco, le quali si sono limitate a dare un giudizio alla storia. In effetti, essa può lasciare spiazzati, dal momento che riprende un elemento dell'enigma che è stato usato in un altro romanzo ben più celebre, dove tale aspetto ha dato frutti migliori. Per non parlare dello stile di Kennedy, il quale non è sempre chiaro e lineare. Ma "Il Caso della Zitella Acida" è da bocciare? Per quanto mi riguarda, affatto: trovo che nelle profondità del racconto, nonostante alcuni difetti sul piano dell'esposizione del caso, si celino elementi intriganti e affascinanti, i quali ci permettono di farci un'idea ben precisa di cosa volesse trasmettere l'autore con questo mistero, e affrontano questioni spinose con un certo acume.

Al di là di alcuni cliché, infatti, in questo romanzo giallo troviamo moltissimi cenni ad argomenti e casi reali che tennero e ancora oggi tengono con il fiato sospeso. Lasciando per un momento da parte tutto il resto, basta concentrarsi sullo sfruttamento da parte dell'autore di alcuni celebri processi per la costruzione della propria trama, per capire come ci troviamo davanti a un giallo in cui, al di là delle apparenze, niente è azzardato; anzi, ogni cosa è stata calcolata nei più piccoli dettagli. Due sono le fonti a cui Kennedy attinse per la creazione di "Il Caso della Zitella Acida": il caso Greenwood e il caso Hearn. Il primo riguarda la vicenda di un avvocato di terz'ordine di nome Harlod Greenwood, il quale venne accusato di aver avvelenato la moglie con l'arsenico. In breve, i fatti: nel giugno del 1919, la donna accusò forti dolori allo stomaco dopo aver mangiato della torta all'uva spina, tanto che il marito si vide costretto a chiamare prima un dottore, il quale fornì debiti farmaci per far fronte alla crisi, e poi l'infermiera del distretto. Nonostante ciò, tuttavia, il giorno seguente allo sconcertato medico venne comunicato come la signora Greenwood fosse deceduta, anche se la sera prima lei gli era parsa stare meglio, ed egli (dopo un esame superficiale delle spoglie) compilò un certificato di morte in cui la causa del decesso venne certificata come conseguente a una malattia cardiaca (ella infatti era sempre stata un po' debole e negli ultimi tempi era peggiorata). Fin qui, la faccenda sembrerebbe non sollevare alcun sospetto; se non fosse che, appena pochi mesi dopo, Greenwood sposò una donna molto più giovane, suscitando così il pettegolezzo locale. La forza di quest'ultimo, mescolato ad alcuni commenti che l'infermiera aveva fatto al vicario, raggiunse una tale portata che la polizia si vide costretta a far riesumare il cadavere per compiere i dovuti accertamenti del caso... scoprendo che il corpo della donna era pieno di arsenico. Il fatto che Greenwood avesse acquistato del diserbante contenente il veleno incriminato portò dunque a un'inchiesta, il cui risultato fu l'accusa all'avvocato di aver deliberatamente assassinato la moglie e l'arresto, in attesa di essere processato in un tribunale di suoi pari. Eppure, la realtà si dimostrò ben più complicata di quanto non fosse a prima vista: venne fuori che il medico aveva dato alla signora Greenwood alcuni farmaci che avrebbero potuto ucciderla, se presi in dosi errate; che l'infermiera non era capace di spiegare come una boccetta di medicinale fosse misteriosamente scomparsa; e che la testimonianza chiave della cameriera era stata influenzata. La difesa, quindi, sostenne la tesi della malevolenza del pettegolezzo locale e dell'innocenza dell'imputato; adducendo come prova conclusiva il racconto della figlia di Greenwood, secondo cui ella aveva bevuto il vino dalla stessa bottiglia che era stata offerta alla madre (la fonte del veleno, secondo l'accusa). Il verdetto, pertanto, fu di non colpevolezza perché il delitto, benché dimostrato nei fatti da alcuni atteggiamenti sospetti da parte dell'accusato, non poteva essere addossato a Greenwood con certezza. (Se foste curiosi di conoscere i dettagli dell'inchiesta, potere consultare questa pagina dettagliata).

Confrontando la trama di "Il Caso della Zitella Acida" e questo processo, penso che vi sarete accorti benissimo dell'incredibile e strabiliante somiglianza tra l'indagine fittizia di Kennedy e il caso Greenwood. Ma basta aggiungere qualche elemento del caso Hearn per capire come l'intera vicenda di Matchings sia stata modellata sulla realtà. Infatti, dalla storia del processo ad Annie Hearn possiamo ricavare altri elementi a noi familiari. La ragazza, la quale visse per un periodo con la sorella (poi deceduta in seguito a problemi di stomaco), si dovette infatti trasferire nel Devon per accudire un'anziana zia, la quale prontamente morì lasciandole tutto il suo denaro. Inoltre, non soddisfatta della propria fortuna nell'aver ereditato un sacco di soldi ed essere libera di fare ciò che credeva meglio, Annie si innamorò di un un vicino di casa già sposato. La moglie del signor William Thomas, pertanto, non ci mise molto a morire a causa di un panino avariato, preparato in precedenza dalla stessa signorina Hearn. Curiosamente, la faccenda si svolse più o meno come nel caso Greenwood, con tanto di processo a carico della ragazza, suscitato dal pettegolezzo locale. Ella, tuttavia, riuscì ad eludere le forze dell'ordine per qualche tempo, fuggendo e facendo perdere le proprie tracce, prima di essere imprigionata e portata in tribunale. A suo carico, furono messi i capi d'accusa riguardo l'assassinio della sorella, della zia e della vicina di casa: tutte erano decedute in modo misterioso, secondo l'accusa, e le prove puntavano tutte in una direzione, e cioé contro Annie. Eppure, ancora una volta, la giuria non riuscì a farsi convincere ed emise un verdetto di innocenza, adducendo come causa della morte della signora Thomas un'intossicazione alimentare. In questo modo, Annie fu rilasciata e sparì dalla circolazione, mentre i sospetti si spostavano sul signor Thomas; ma alla fine non se ne fece niente e il decesso di sua moglie venne archiviato. (Ancora una volta, se siete interessati ai dettagli, potete consultare questa pagina sull'inchiesta).

Annie Hearn (1895-1949), la donna processata
per l'avvelenamento della sorella, la zia e la vicina
di casa con l'arsenico, alla quale Kennedy si ispirò
per la costruzione del caso

Tirando le somme, cosa possiamo ricavare dall'analisi di questi due processi? Innanzitutto, che "Il Caso della Zitella Acida" può essere sì un po' scadente nell'esposizione dell'indagine, ma senza dubbio riesce a mettere insieme gli elementi dei casi Greenwood e Hearn in modo mirabile, come solo gli autori della Golden Age, tanto appassionati di true crime, avrebbero potuto fare (nonostante Kennedy avesse la brutta abitudine di spingersi sempre troppo in là nel riportare fedelmente i processi, come dimostrano la causa del diffamazione che dovette affrontare per "Death to the Rescue" e la rigidità stilistica del romanzo recensito oggi). Come avrete immaginato, le premesse del mistero sono molto simili (per non dire le stesse); ma questo non significa che i risultati siano quelli che vennero emessi dalle giurie reali. Conoscere questi casi non inficerà la sorpresa della scoperta della verità nel romanzo di Kennedy; anzi, aiuterà ad entrare nei meccanismi complessi dell'inchiesta di Francis e potrà addirittura aprire nuovi scenari nella mente del lettore. Perciò, già questo fatto, a mio parere, rende pregevole "Il Caso della Zitella Acida". In secondo luogo, tuttavia, possiamo cogliere pure qualcosa che va oltre la semplice esposizione delle vicende. Nel suo libro, l'autore sfrutta i casi Greenwood e Hearn per compiere un'azione molto simile a quella di uno tra i suoi più grandi amici, Anthony Berkeley, il quale lui ammirava molto: mette in scena, infatti, una feroce critica alla giustizia e al senso della verità che si manifesta attraverso il sentimento (dis)umano degli individui. A discapito degli indizi materiali, ciò che interessò Berkeley e Kennedy furono la psicologia e ciò che si cela dietro la maschera della rispettabilità: quel groviglio di passioni ed emozioni che riesce a dare vita non solo al mistero sulla carta, ma ad evocare in tre dimensioni la figura dell'assassino. Gli effetti della colpa, come essa agisce nella coscienza, cosa spinge un essere umano a diventare un mostro hanno affascinato schiere di giallisti del Novecento, spingendoli ad escogitare nuove forme per esprimere la follia del colpevole, attingendo a volte, come si è visto, da omicidi reali ed interpretandoli a modo loro. Kennedy, su esempio di Berkeley, interpretò la lezione di "L'Omicidio è un Affare Serio" e "Il Sospetto" concentrando la propria attenzione sull'individuo come tassello del puzzle, e attraverso esso capì come fosse possibile mandare un messaggio forte e chiaro, per accusare con tono sarcastico e cinico alcuni comportamenti erronei e controversi della natura umana e della società che ne è espressione.

Oltre alla questione sulla giustizia, in "Il Caso della Zitella Acida" l'autore riuscì a rappresentare al meglio come l'insieme degli uomini e delle donne sia composto, in una concezione estremamente misantropa, da individui maligni e fondamentalmente cattivi. Secondo quanto emerge dalle vicende ambientate a Matchings, non solo l'uccisione di Miss Tomlin denota un forte disagio nella mente dell'assassino (soprattutto se consideriamo il movente per cui si è dovuta rendere necessaria la sua eliminazione), ma anche nella trattazione dell'inchiesta emerge quanto sia sbagliato il comportamento della gente. La vittima, che non si poteva certo considerare come una persona benvoluta e affabile, non viene lasciata riposare in (relativa) pace, poiché la malevolenza del popolino ha sollevato uno scandalo che procurerà dispiaceri e fastidi a chiunque ne venga toccato. Non c'è riguardo per chi sarà sospettato di aver compiuto crimini orrendi; la gente se ne infischia di quale questione spinosa potrebbe sollevare il proprio comportamento (pp. 9-10, 20-21, 25, 27, 51, 74, 95, 115). Questo rimestare nel torbido con morbosità è un carattere che si è trasmesso fino ai giorni nostri (basta pensare alla tragedia di cui tutti, nel bene e nel male, abbiamo discusso queste settimana), e sembra proprio che agli inizi del Novecento ciò fosse già una pratica diffusa: pensate, il pettegolezzo, sia nel caso fittizio di Matchings, sia nei casi reali di Greenwood e Hearn, è stato talmente forte e insistente da convincere la polizia a prendere in mano la faccenda, pur di spegnere le chiacchiere. Ciò fa riflettere sul potere intrinseco dell'opinione pubblica, la quale può diventare uno strumento pericoloso nelle mani di individui senza scrupoli (come in "La Morte Cammina per Eastrepps") o di gente incapace di controllarla; e penso che questo sia un valore aggiunto alla qualità di "Il Caso della Zitella Acida", da molti sottovalutato.

Milward Rodon Kennedy Burge, nato
nel 1894 e morto nel 1968

Con un risvolto amaramente ironico, lo stesso Milward Rodon Kennedy Burge si trovò a dover far fronte agli strani giochi del Destino, il quale lo condannò ad assaggiare la stessa medicina che lui somministrò coi suoi romanzi sarcastici. Nato nel 1894, egli studiò al Winchester College e al New College di Oxford, prima di servire nel Military Intelligence Directorate of the War Office e ottenere una Croce di Guerra. In seguito, lavorò al Cairo per il Ministero delle Finanze e a Ginevra per l'International Labour Office; organizzazione per la quale diresse per qualche tempo la sede londinese fino al 1945, con una sola pausa per recarsi ad Ottawa al Servizio Informazioni Militari. Nel frattempo, a partire dal 1928, su esempio di altri illustri colleghi come John Rhode, Christopher Bush e Henry Wade, aveva iniziato a perseguire la carriera di giallista e ad interessarsi alle pratiche giuridiche (cosa che gli tornò utile quando, nel secondo dopoguerra, curò il repertorio giuridico dell'"Empire Digest"), pubblicando un romanzo che fondeva avventura e mistero scritto assieme a Neil Gordon, pseudonimo dello scrittore scozzese A.G. MacDonell, anch'esso appassionato di letteratura crime. "Il Mistero del Diario", tuttavia, recò in definitiva solo il suo nome sulla copertina. Ad esso, fecero seguito altri diciannove romanzi di genere, alcuni scritti sotto pseudonimo (Evelyn Elder, E. Grubb, Gasko), tra i quali vanno ricordati "The Murderer of Sleep", "Murder in Black and White" (il quale figura sotto la produzione di Elder e ha una struttura quadripartita, con tanto di sfida al lettore e una serie di immagini sul genere di "The Norwich Victims" di Francis Beeding), "Bull's Eye" e "Corpse in Cold Storage", questi ultimi due incentrati sulla figura di Sir George Bull, un investigatore privato di origini aristocratiche. I più importanti in assoluto, tuttavia, furono quei tre che ebbero in qualche modo a che fare con la disavventura che mise fine alla sua carriera di giallista: "Il Caso della Zitella Acida", "Il Capanno sulla Spiaggia" e "Death to the Rescue", dedicato ad Anthony Berkeley.

A causa di quest'ultimo romanzo, infatti, nel 1937 Kennedy venne citato in giudizio e processato per diffamazione. Ho già accennato al fatto che l'autore fosse fin troppo puntiglioso nel riportare nella finzione casi reali; ebbene, in questa occasione Philip Yale Drew, processato per omicidio, assolto e rovinato per il resto della propria vita dall'accusa che continuava a pendere sulla sua testa, lamentò con tanta forza il fatto che l'assassino di "Death to the Rescue" gli assomigliasse fin troppo, al punto da recare un danno alla propria immagine, che l'audacia dell'autore risultò andare troppo oltre. A nulla valsero le scuse di Kennedy e l'editore Gollancz: lo scrittore perse la causa, e ciò risultò in un duro colpo alla propria vena creativa, la quale si estinse ben presto (non dopo una certa rivalsa grazie a "Il Capanno sulla Spiaggia") e lo costrinse a un graduale abbandono delle scene, fino alla morte avvenuta nel 1968. Per quell'anno, tuttavia, lui era riuscito a lasciare un'eredità importante nel campo della letteratura del mistero: sia per conto proprio, come recensore per il "Sunday Times", sia quale membro del Detection Club (basta notare le numerose citazioni che ha fatto in "Il Caso della Zitella Acida" per capire come fosse molto legato a quest'ultimo, pp. 19, 85, 115). Kennedy, infatti, fu il più giovane membro maschile a partecipare alla fondazione dell'associazione; fu giudice nelle iscrizioni che i lettori inviarono per gareggiare nella scoperta della soluzione di "Il Paravento"; contribuì alla creazione di "L'Ammiraglio alla Deriva" e "Chi è il Colpevole?", i romanzi collettivi scritti coi colleghi del Club; scrisse un testo per "Great Unsolved Crimes", una raccolta di saggi che riesaminavano casi reali assieme ai suoi compagni; fu una delle tredici persone che parteciparono al "Trent Dinner", l'occasione che festeggiò il ritorno sulle scene del protagonista dell'innovativo "La Vedova del Miliardario" di E.C. Bentley. Oltre tutto, Kennedy è riuscito ad affrontare la sfida di autore di romanzi del mistero in modo da innovare il genere; non ai livelli di illustri colleghi come Sayers, Christie e Berkeley, ma sviluppando nuove idee che lasciano tutt'oggi sorpresi. L'immagine che ci resta di lui, un tipo dall'aspetto serio e occhialuto, può trarre in inganno: in realtà fu determinato, audace e dedicò molte energie sulla riflessione dello sviluppo migliore del genere giallo.

Launceston Guildhall, folla in attesa di Annie Hearn fuori dal
tribunale, nel febbraio 1931
Nelle dediche ai suoi romanzi più famosi, "Death to the Rescue" e "Il Caso della Zitella Acida", fece riferimento alle conversazioni che ebbe con Berkeley e Sayers, sfidandoli a trovare una via per portare il mystery su un nuovo piano, e non risparmiò critiche ai detrattori. Lui stesso si impegnò nell'introdurre elementi di rottura col passato nei propri libri, come testimonia il romanzo che ho recensito oggi: in esso, gli elementi più classici della fiction del giallo non vengono esaltati (penso all'ambientazione oppure al mistero inteso in modo tradizionale) per dare più importanza a una storia dove a dominare è la psicologia e gli aspetti derivati dal caso. Sono i moventi, la rispettabilità e un forte senso di doppiezza e segretezza che orchestrano le vicende dell'inchiesta sulla morte di Miss Tomlin. Nella dedica, Kennedy osserva che questa volta vuole dare vita a un racconto in cui i personaggi siano tutti affabili e simpatici: e in qualche modo ci riesce, dal momento che tutti sono raffigurati come vittime di un sistema malato (anche il narratone, nonostante sia un po' misantropo). Eppure, man mano che la storia si snoda davanti ai nostri occhi, ci rendiamo conto di come sul fondo si stagli su di loro sempre più un'ombra di sospetto. Francis Anthony, chiamato così in omaggio al suo grande amico Berkeley, vuole dare l'impressione di essere uno scorbutico snob e arrivista, ma nasconde nel proprio cuore un affetto sincero per la nipote e le persone che gli sono vicine (pp. 10-12, 28-34, 37-38, 46, 68, 79, 99-100, 111, 116, 118-119, 121, 124, 128-133, 139, 144-144, 156, 187); il colonnello Dawson, dietro alla maschera da signorotto, sembra voler approfittare dell'amicizia con l'invalido per agevolare il compito dei propri sottoposti (pp. 22-25, 137-140, 206-208); Cole agisce insistendo per conoscere le novità da Francis, ma non vuole condividere ciò che sa lui sul caso (pp. 50-53, 117-121, 124-125); il parroco Orde "predica bene e razzola male" (pp. 40-45, 199); il dottor Pope (pp. 72-76) sostiene di voler essere imparziale, ma intanto lancia accuse velate contro il collega Forbes, dipinto come un miserabile non esente da colpe (pp. 52, 56-57, 62-66, 194-195); le signore Figgis (pp. 99-106, 164-170, 201-203), Lewis (pp. 108-111, 150-151, 218-222) e Jane Marlow (pp. 188, 225-240) serbano emozioni contrastanti verso la vittima e pertanto dividono il giudizio che il lettore si fa su di loro. Ogni personaggio indica in qualche modo come la società non sia esente da cattiveria e malignità pure negli individui vittime di soprusi, suscitando la questione se sia lecito che i miserabili si prendano una rivincita su chi li vessa; oppure se l'essere umano sia in grado di giudicare con imparzialità e rigore.

Un altro tema affrontato in "Il Caso della Zitella Acida", infatti, è quello riguardante la giustizia e la sua fallibilità (pp. 241-243, 246-247, 249-258). Nella classica crime story, questo problema è stato sollevato in moltissimi modi differenti: riguardo quella che l'investigatore può elargire a propria discrezione; quella che i giurati possono esprimere, nel bene e nel male, nel loro ruolo delicato durante un processo che porterà alla forca; sulla fallibilità degli avvocati nell'esercizio delle proprie mansioni. Tra gli altri, a partire dagli anni della Seconda Guerra Mondiale, è stato discusso se esista il cosiddetto "delitto altruistico"; ovvero, la soppressione di individui che danneggiano la società e senza i quali, in sintesi, si starebbe molto meglio. In fondo, chi non vorrebbe aver visto Mussolini appeso, prima che potesse fare danni? Tuttavia, restava sempre il dilemma su quale fosse l'organo adatto a prendere decisioni serie sul diritto di vita e di morte. Alcuni giallisti ebbero una cieca fiducia nel fatto che i tribunali potessero assolvere al compito designato; altri, come Kennedy e Berkeley, capirono che a volte le cose non stavano proprio così. L'autore di "Death to the Rescue" scoprì a proprie spese come i fatti potessero essere fraintesi; cosa che forse esacerbò definitivamente la poca fiducia che aveva nella legge, già messa a dura prova dalla sua esperienza in uffici governativi e corridoi del potere inermi contro la minaccia del fascismo (come illustra il giallo "Sic Transit Gloria"). Il risultato di tutto ciò portò Kennedy ad avvicinarsi all'ottica sarcastica di Berkeley, il quale sfruttò il cinismo per mettere in ridicolo l'incapacità della giustizia nell'assolvere al proprio ruolo e i paradossi al suo interno che possono condannare gli innocenti a pagare prezzi altissimi: il tono usato in "Il Caso della Zitella Acida" mostra molto bene questo punto di vista (pp. 119, 172-173). Ma non è solo l'ironia, pure l'enigma del romanzo tende a dimostrare come la giustizia, esercitata o meno con fini positivi, da un singolo individuo oppure da un tribunale intero, sia guidata da una forza fatale governata dal Destino. In una sorta di omaggio all'opera di Iles/Berkeley, Kennedy diede vita a un mistero dai risvolti inaspettati, sebbene abbia sfruttato un elemento già visto, per far riflettere il lettore se esista una sorta di benevola coscienza, oppure tutti noi siamo governati dal Destino. Questioni intriganti, con parziali risposte altrettanto affascinanti per i miei gusti: insomma, sono stato molto soddisfatto del risultato degli sforzi dell'autore, nonostante non riesca a dare un voto pieno a causa delle piccole mancanze sul piano più tradizionale della storia. Kennedy non è Berkeley, e i risultati sono impietosi in questo senso; però ebbe buone idee e un grande coraggio nel perseguirle. Se solo non avesse esagerato, forse avrebbe potuto continuare su questa strada; ma probabilmente era solo questione di tempo, prima che venisse punito per la troppa audacia.


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venerdì 14 agosto 2020

42 - "La Morte Cammina per Eastrepps" ("Death Walks in Eastrepps", 1931) di Francis Beeding

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore

All'interno della crime story in generale, classica o contemporanea che essa sia, il sottogenere del giallo sul serial killing (ovvero sull'uccisione indiscriminata di persone in rapida successione) è forse uno tra i più battuti dagli scrittori di genere. Soprattutto se applicato al thriller, come è accaduto negli ultimi tempi, esso viene declinato in innumerevoli forme, nonostante la qualità dell'enigma si sia via via sempre più concentrata sugli aspetti deviati della psicologia dell'assassino, tralasciando l'elemento del fair play e una costruzione di indizi a portata del lettore atta a permettergli di scoprire la verità per conto suo. In ogni caso, al pubblico di appassionati questa mancanza (tanto grave per i fan del romanzo del mistero tradizionale e i puristi del rompicapo) pare non preoccupare più di tanto, vista la mole di carta stampata che viene pubblicata al giorno d'oggi a riguardo; forse ciò sarà in parte dovuto alla mera fantasia degli autori, ma sono convinto che loro non sarebbero tanto prolifici se i lettori si fossero stufati di divorare le loro opere. Il giallo del serial killer, quindi, al giorno d'oggi gode di una grande popolarità che non smette di sorprendere e non accenna a diminuire; e ciò fa ancora più specie se si considera che questo tipo di romanzo ha origini ben più datate di quanto si possa pensare. Infatti, come riporta Martin Edwards nel suo "The Story of Classic Crime in 100 Books", la letteratura fittizia ha iniziato ad occuparsi delle uccisioni in massa e indiscriminate ben prima dell'avvento della Golden Age. Addirittura prima dei delitti di Whitechapel, nonostante siamo ormai abituati ad affiancare la figura di Jack lo Squartatore a quella del primo individuo che si sia prodigato nel compiere crimini efferati e azioni delittuose in sequenza, il serial killer era una creatura conosciuta; anche se non veniva certo definito in questo modo.

Sempre secondo l'ottima guida di Edwards (che vi consiglio di recuperare, assieme a "The Golden Age of Murder"), era infatti già celebre la serie di assassinii di Ratcliffe Highway, nel corso della quale vennero attaccate due famiglie separate e trovarono la morte ben sette persone; tanto che questa fornì l'ispirazione a Thomas de Quincey per il suo "L'Omicidio come una delle Belle Arti". Inoltre, apparteneva alla storia fin dalla metà del diciannovesimo secolo pure l'audace serie di delitti perpetrati da William Palmer, la quale venne citata in esempi di letteratura del mistero quali il racconto "La Banda Maculata" di Arthur Conan Doyle e "Bellona Club" di Dorothy L. Sayers, e fornì alcuni aspetti peculiari del caso in "Il Sospetto" di Francis Iles e "Murderer at Large" di Donald Henderson. Nonostante ciò, tuttavia, furono gli omicidi dello Squartatore a catturare l'attenzione della fiction letteraria, dal momento che posero per la prima volta la questione sul fatto se la psicologia dell'omicida fosse del tutto preda di istinti selvaggi, oppure fosse essa governata da un movente razionale che si sposasse in qualche modo con la brutalità delle uccisioni. Fu questo aspetto del caso che fornì l'ispirazione agli autori della Golden Age (e ad alcuni giallisti d'oltreoceano, come Ellery Queen e Patrick Quentin) per immaginare una declinazione dell'indagine su un pazzo adatta alle loro storie; e il risultato fu che effettivamente qualcosa poteva nascere da una simile riflessione, tanto che in molti riuscirono a dare vita a storie spettacolari, pur senza rovinare la sorpresa del lettore con l'indicazione di un un assassino palese. Tra gli altri, visto che siamo in tempo di vacanze, oggi voglio concentrarmi su "La Morte Cammina per Eastrepps" di Francis Beeding (Polillo Editore, 2005), un romanzo che tratta una storia di questo tipo ma non si limita a fare ciò. Oltre al terrore serpeggiante nella cittadina sul mare che si ritrova preda di un maniaco omicida, all'atmosfera di tensione e di sospetto che grava sui personaggi del caso e alla sensazione che tutti covino sentimenti poco lusinghieri, è la questione sulla pazzia e su come essa viene trattata dal prossimo ad occupare il fulcro delle vicende; oltre a una pungente critica alla giustizia che non riesce sempre a svolgere il compito che le viene assegnato, a causa dell'influenza del sentimento nel rigido scorrere dei propri ingranaggi.

Bathing Machines, Aldeburgh (Suffolk), Eric Ravilious, 1938,
il quale potrebbe raffigurare la spiaggia di Eastrepps in seguito
al fuggi fuggi generale suscitato dal Mostro

La trama si apre con una scena alla stazione di Fenchurch Street, a Londra. Il signor Robert Eldridge, direttore di una società londinese, siede in uno scompartimento da solo e sta recandosi in tutta segretezza fino ad Eastrepps, una cittadina sul Mare del Nord, dove conta di trascorrere la consueta serata del mercoledì con la sua amante, Margaret Withers. Finché la donna non riuscirà ad ottenere l'affidamento della figlioletta e il divorzio alle proprie condizioni (cosa che, se ella si è resa colpevole di adulterio, non è possibile nell'Inghilterra del tempo), i due innamorati devono mantenere tutti all'oscuro delle loro manovre per vedersi; pertanto, Eldridge ha elaborato un complicato piano che prevede la sua permanenza in città un solo giorno, invece che due, e la costruzione di un alibi fasullo che metta a tacere le chiacchiere dei compaesani di Margaret. Ormai sono sei mesi che la faccenda si protrae, e tutto pare andare per il meglio; una bella soddisfazione per l'uomo, il quale ha trascorso molti anni lontano dall'Europa a causa di una bancarotta fraudolenta, per la quale non ha mai scontato alcuna condanna e molti personaggi di Eastrepps hanno patito delusioni e ingenti perdite di denaro. Eppure, il rapporto tra Eldridge e Margaret è destinato a subire più di uno scossone: infatti il cugino della donna, Dick, ha scoperto la tresca tra i due e intende ricattarli, sia per racimolare facilmente più denaro possibile senza faticare, sia per riportare accanto a sé la donna di cui è innamorato da sempre.

Ma non è finita qui; la sera in cui Eldridge si reca a Eastrepps in incognito, la signorina Mary Hewitt viene assassinata in un boschetto poco lontano dalla casa di Margaret. La scoperta del cadavere, il mattino seguente, getta la cittadina nel terrore e i poliziotti del posto, l'ispettore Protheroe e il sergente Ruddock, nel panico più totale, dal momento che fattacci del genere accadono piuttosto di rado da quelle parti. La poveretta non aveva nemici; quindi deve trattarsi di un assassinio dovuto a un pazzo, pensano i concittadini della vittima, a partire dalla gentile signora Dampier, che nelle sere d'estate siede sempre nel suo giardino. Così, ognuno fa la propria parte per dare una mano nelle indagini; persino il baronetto Alistair Rockingham, affetto da un fortissimo esaurimento nervoso, non vede il motivo per cui qualcuno dovrebbe sottrarsi al fare il proprio dovere; soprattutto se ciò gli permette di mettersi in bella mostra col gentil sesso. Peccato che la situazione degeneri ben presto: alla signorina Hewitt, succederanno una seconda vittima, e una terza, e una quarta, e una quinta; tutte legate tra loro dal fatto di essere state truffate da Robert Eldridge... Finché la situazione diventa insostenibile e la gente si rinchiude in casa, mentre i turisti accorsi ad Eastrepps fuggono a gambe levate e una ronda pattuglia le strade. Solo i giornalisti assediano ancora la cittadina, alla ricerca di un Mostro che pare imprendibile anche da Scotland Yard, impersonata dall'ispettore Wilkins. Riuscirà la polizia ad arrestare il colpevole, o consegnerà alla corte un innocente e lo farà impiccare per colpe che non ha commesso?

Pianta di Norwich Road, Eastrepps, dove si trova la casa in affitto del
baronetto Alistair Rockingham

C'è qualcosa di magnetico nelle storie con i serial killer; meglio ancora se contenute in romanzi appartenenti alla tradizione classica. Esse sono capaci di avvincere chi legge e permettono di entrare nella mente dell'assassino per scoprire perché senta l'impulso di uccidere la gente secondo uno schema preciso. "La Morte Cammina per Eastrepps" non è stato il primo giallo di questo tipo che ho letto; nel mio caso, prima sono venuti "I Delitti di Praed Street" di John Rhode e "La Morte è Impazzita" di Philip MacDonald. Eppure è stato il romanzo di Beeding a restarmi più impresso tra questi tre, a causa della questione principale che esso ha sviluppato. Infatti, se nel caso di Rhode l'elemento dominante della trama era dato dai metodi con cui gli omicidi venivano perpetrati (oltre che dalla presenza di un gettone d'osso sulle vittime, usato come marchio dell'assassino, primo esempio di questo tipo in assoluto nell'immaginario del crimine) e in quello di MacDonald, curiosamente dello stesso 1931 di "La Morte Cammina per Eastrepps" ma molto diverso nel risultato, si trattava di una partita personale del colpevole contro la polizia e l'ordine costituito, continuamente messi alla prova e sfidati per il gusto del rischio, oltre che ridicolizzati; nel romanzo di Beeding invece la faccenda viene trattata in modo differente, soffermandosi soprattutto su come un assassino seriale possa essere mosso da una pazzia fino a un certo punto lucida, insospettabile a prima vista, e capace di dare vita a un piano diabolico per incastrare gli innocenti. In questo ultimo caso, a cui appartiene non solo il romanzo che recensisco oggi, ma pure "Delitti di Seta" di Anthony Berkeley, "L'Enigma dell'Alfiere" di S.S. Van Dine, "Il Gatto dalle Molte Code" di Ellery Queen, "Presagio di Morte" di Patrick Quentin e il celeberrimo "Dieci Piccoli Indiani" di Agatha Christie, è la psicologia dell'individuo a farla da padrone nello sviluppo della trama; quell'affascinante e terrificante insieme di impulsi ed emozioni che si palesano nel colpevole solo di tanto in tanto, al momento delle uccisioni, per poi tornare a nascondersi dietro la maschera, in attesa della prossima vittima.

Vittima che, bisogna precisare, all'interno del romanzo giallo classico non viene (quasi) mai scelta a caso, senza un fine preciso. A parte in un caso, infatti, mi sono sempre imbattuto in indagini che poi hanno portato alla scoperta di un assassino il cui movente poteva trovare una logica spiegazione. Pertanto, gli autori della Golden Age del giallo riuscirono a trasportare storie di ordinaria e sconclusionata follia all'interno di schemi in cui le azioni dei loro colpevoli psicopatici potevano essere spiegate; e lo fecero attraverso due strade: semplicemente nascondendo la pazzia dei malvagi sotto un'apparenza di civiltà, oppure dando a questi ultimi un movente abbastanza razionale da mettere in primo piano l'intelligenza necessaria alla riuscita del piano, piuttosto che la confusione di una mente stravolta dal delirio. Qualcosa del genere trova una chiara applicazione in "La Morte Cammina per Eastrepps", dove la pura Follia trova un'applicazione insospettabile e letale non soltanto grazie al proprio operato, ma addirittura sfruttando la Giustizia che avrebbe il compito di limitarla e condannarla. Si tratta di un discorso molto complicato, ma che trovo affascinante nel risultato che scaturisce dal romanzo di Beeding. In esso, infatti, a prima vista parrebbe che l'operato del Mostro di Eastrepps sia dettato da un arbitrio senza senso, dove l'importante è trovare una vittima qualunque per soddisfare la propria sete di morte e sangue. Non sembrerebbe esistere alcun legame tra i morti, nonostante ci venga suggerito nel sottotesto che essi un tempo sono stati truffati da Robert Eldridge alias Selby; però noi abbiamo letto come questi si sia recato a casa di Margaret, mentre la povera signorina Hewitt è stata brutalmente uccisa nel boschetto di Coatt, e pertanto lo escludiamo dai sospettati. In sintesi, insomma, il colpevole dovrebbe agire secondo un movente inconsistente ai fini dell'indagine classica, la sua "serie infernale" (per citare un romanzo su questo genere di Christie) è basata su uno schema in cui regna il caos e il cui fine non trova alcuna spiegazione logica. Tuttavia, come in un romanzi giallo classico che si rispetti, nella realtà dei fatti le cose non rispecchiano le apparenze: scopriamo infatti che la serie dei delitti ha uno scopo ben preciso, nasconde una motivazione più diabolica e sottile di quanto immaginassimo in un primo momento.

Certo, esiste pur sempre un fondo di sfida aperta con le forze dell'ordine costituito; ma non nel senso che uno potrebbe intendere fin dall'inizio. C'è un metodo terrificante nelle azioni dell'assassino, che contrasta con il concetto del serial killer a cui uno potrebbe essere abituato: non solo il movente trova una spiegazione simil-razionale al momento della spiegazione/confessione finale, tanto agghiacciante nella sua freddezza quanto comprensibile sotto alcuni aspetti, ma pure la scelta delle vittime mette in luce quanto possa essere lucida la pazzia, nonostante essa resti maligna e diabolica (pp. 58-63, 73-74, 114, 121-126, 129-133, 267-279). Ne consegue, dunque, che dalle pagine di "La Morte Cammina per Eastrepps" emerga una crudeltà impressionante, la quale si abbatte sugli innocenti e viene incarnata un po' da tutti i personaggi del caso. Badate, soltanto uno di essi esprime e in qualche modo orchestra la malvagità in modo totale, sebbene riesca a non farsi scoprire; però quello che ho colto dalla lettura è stato un generale senso di malessere. Anche individui che appaiono per poche pagine, come il colonnello Hewitt, la signora Dampier e Dick, si fanno portavoce di una società incattivita, gelosa e snob che si cura del proprio benessere e pare godere nel rigirare il coltello nella piaga. Ad esempio, le vittime del Mostro sono già state colpite dalla bancarotta dell'Anaconda Ltd. di Selby; eppure, proprio per questo, vengono pure uccise dopo più di dieci anni. Lo stesso Eldridge, tormentato dalla propria coscienza, ha intrapreso un percorso di miglioramento personale grazie a Margaret e (questa è una mia impressione) probabilmente avrebbe risarcito i suoi ex-azionisti una volta sposatosi; tuttavia, trova un'aperta ostilità da parte dei suoi concittadini, i quali decidono di condannarlo a morte non tanto per i sospetti di omicidio che gravano su di lui, quanto per i rigurgiti della vicenda della bancarotta fraudolenta, come se intendessero sostituirsi alla giustizia divina e colpirlo senza pietà. Lo stesso fatto che la testimonianza di Margaret in tribunale, decisa a salvarlo al costo di perdere l'affidamento della figlia, venga ribaltata sfruttando un'immagine di infedeltà coniugale distorta e puritana, mette in luce quanto possa essere traviato il cittadino incattivito e reso cieco. Pertanto, in questo romanzo viene messo in luce non solo quanto la Follia possa essere incanalata in un piano logico e schematico, ma anche come essa riesca a manipolare la mente di chi le sta intorno e il giudizio espresso dalla gente, attraverso l'esasperazione e la frustrazioni a cui uno può essere sottoposto. Le persone sono pedine funzionali al processo finale, sembra suggerire l'autore; innocenti pedinati, osservati, usati e mossi per raggiungere uno scopo terribile, ben preciso, e inquadrate in un progetto di strage grazie alle disgrazie che hanno patito. Sfruttando pure la Giustizia, se è il caso, e la polizia stessa per dare vita a un colpevole ideale; colpevole non tanto reale in quanto tale, ma piuttosto verosimile e apparente.

John Leslie Palmer, nato nel 1885 e morto nel 1944, e Hilary Aidan St.
George Saunders, nato nel 1898 e morto nel 1951, alias Francis Beeding

La psicologia e la capacità nel riuscire a pilotare il prossimo sono temi che vengono ripresi più volte all'interno della produzione crime di Francis Beeding. Probabilmente fu un interesse che accomunò la coppia che si nascondeva sotto questo pseudonimo; già, visto che furono John Leslie Palmer (1885-1944) e Hilary Aidan St. George Saunders (1898-1951) a costituire le due metà della ditta. Incontratisi a Ginevra alla Lega delle Nazioni, dove entrambi erano impiegati (Saunders vi arrivò dopo un periodo al Balliol College di Oxford e un'esperienza nelle Welsh Guards durante la guerra, mentre Palmer era a capo dell'organizzazione), i due divennero presto amici e decisero di intraprendere una collaborazione letteraria congiunta. Nella creazione di uno pseudonimo, entrambi fecero la loro parte: "Francis" era il nome con cui Palmer si sarebbe voluto chiamare, mentre "Beeding" era un villaggio del Sussex dove Saunders aveva un tempo posseduto una casa. Con questo nome diedero alle stampe numerose opere firmando, a partire dal 1925, diciassette spy stories con protagonista il colonnello Alastair Granby e quattordici romanzo gialli. La maggior parte dei libri contiene un numero all'interno del titolo ("The Six Proud Walkers", "The Four Armourers", "The Three Fishers"...), ma sono stati soprattutto i volumi privi di esso a passare alla storia del genere crime: "The Norwich Victims", il quale ha la peculiarità di essere corredato da vere e proprie fotografie dei personaggi principali; "La Morte Cammina per Eastrepps" e "Io ti Salverò", ambientato in un manicomio in Francia e dal quale Hitchcock trasse ispirazione per dare vita all'omonimo primo film sulla psicanalisi.

Con Palmer che creava personaggi e scriveva vivaci dialoghi, e Saunders che si curava delle parti descrittive, i due proseguirono per molti anni nel loro sodalizio, anche quando intrapresero carriere differenti: il primo si occupò per conto suo di opere teatrali, mentre il secondo, a partire dal 1938, divenne assistente bibliotecario alla Camera dei Comuni e durante il secondo conflitto mondiale lavorò presso il Ministero dell'Aeronautica, per poi tornare alla Camera dei Comuni. In ogni caso, i migliori romanzi gialli che scrissero furono quelli del primo periodo, "Io ti Salverò", "The Norwich Victims" e appunto "La Morte Cammina per Eastrepps". Quest'ultimo, in particolare, ha attirato le lodi di numerosi critici: Ellery Queen e Howard Haycraft lo definirono una pietra miliare e lo inserirono nella loro lista dei cento migliori romanzi del mistero, mentre il saggista Vincent Starrett lo giudicò nientemeno che uno dei dieci migliori gialli di sempre. Forse quest'ultima affermazione è un po' esagerata; ma resta il fatto che il libro rappresenta qualcosa di originale e innovativo per il tempo in cui venne scritto. Non soltanto per la rappresentazione della lucida Pazzia dell'assassino (a differenza di quella malata dell'invalida protagonista di "Murder Intended" e quella delirante di "Io ti Salverò", dove i malati del manicomio francese vengono indotti ad interpretare una sorta di culto satanico), ma anche per altri temi affrontati e uno stile capace di catturare l'attenzione come non mai. La cosa che mi ha colpito fin da subito di "La Morte Cammina per Eastrepps", infatti, è stata la grande attenzione conferita alle ambientazioni, essenziali ma evocative, che vengono tratteggiate nei momenti di assassinio (pp. 13-16, 22-23, 25, 31-32, 60-63, 67-68, 95, 99-102, 124-126, 137-138, 148-150, 164-169, 189-192, 258-259). Grazie ai continui cambi di punto di vista, invece di sentirci spaesati e confusi, riusciamo a farci un'idea delle vicende come se stessimo guardando una pellicola; osserviamo lo scorrere dei fotogrammi e ci sentiamo parte delle scene (non senza un pizzico di terrore, nel percorrere i viali deserti di Eastrepps oppure i campi coltivati immersi nella notte oscura). Il ritmo mantiene un alto grado di mistero e suspense senza diventare melodrammatico; e gli autori sono stati molto bravi in questo, poiché sono riusciti a trasmettere il senso di ansietà crescente e terrore dilagante man mano che le vicende si snodano (pp. 106-109, 118-119, 122, 142-143, 145-147, 164-169, 256-261). Ci sono tanti personaggi diversi: chi sarà il prossimo a morire? Questa è una domanda che finirà per tormentarvi, nonostante i caratteri che emergono dai protagonisti potrebbero non spingervi a dispiacervi troppo per loro (almeno, per alcuni è stato così). Come avevo già accennato, infatti, gli attori sulla scena sono delineati in modo da risultare sia vittime sia carnefici, in un dualismo equilibrato che non riesce a pendere mai da una parte precisa. Si tratta di una rappresentazione spesso tragica, dove gli individui sono preda di passioni ed emozioni inconfessabili, di segreti timori e recondite paure.

Robert Eldridge è spaventato, innamorato, astuto, spietato (pp. 103-106); Mary Hewitt idealista, povera e invidiosa (pp. 18-19, 22); la signora Dampier ricca, cortese e snob (pp. 31-32, 108-109); Ferris competente, fin troppo curioso; Ruddock ambizioso e capace (pp. 117-120, 136, 174-175); Protheroe collerico, incapace e instancabile (pp. 64-67, 79); Dick innamorato e geloso (pp. 245-250); Margaret prudente e fedele (da notare un certo femminismo ante litteram). Ognuno di loro è "orgoglioso della propria chiusura mentale" (pp. 87, 127, 133, 136, 205, 215-219, 231-236, 242-243) e troverà una sorte molto amara, alla fine del racconto; specchio della società frustrata e malata di cui fa parte. Perché, se c'è qualcosa che viene messo in luce oltre alla Pazzia, è proprio il fatto che non esista una Giustizia in questo mondo. L'enigma riflette appieno questo assioma: è tanto innovativo, con il suo movente agghiacciante (dove può arrivare l'orgoglio dell'uomo!), quanto divisivo, nella sua soluzione accusata di aver spezzato più una regola del Decalogo di Knox. Da parte mia, credo ancora in un giusto giudizio da parte degli organi preposti al compito; eppure sono consapevole del fatto che non sempre si riesca ad agire e fare del bene. Ne è un esempio tutta la parte ambientata nel tribunale, con il processo al presunto Mostro (pp. 47-49, 159-162, 166-168, 185-239, 205-223): in quel caso, infatti, nonostante di fatto l'imputato si sia reso colpevole di azioni riprovevoli, esso viene messo alla gogna per qualcosa che risulta essere una vendetta esacerbata dal tempo. In una corte contano i fatti, questo è ciò che viene ripetuto per gran parte dell'istruttoria; ebbene, più di una volta entriamo nella testa degli spettatori e troviamo giudizi affrettati, già stabiliti prima di aver ascoltato tutte le prove e aver preso visione degli indizi. Addirittura, pure durante la consulta della giuria leggiamo commenti dettati da rancori personali e influenzati da una visione impura. Il risultato di tutto ciò, pertanto, non può che essere un madornale errore, o un convinto metodo per trasformare la Giustizia in uno strumento a proprio uso e consumo. Si realizza così lo scopo criminale del Mostro di Eastrepps, con la complicità di un responso feroce da parte di esseri umani ridotti alla stregua delle bestie, che rispondono con una fucilata a un morso. È questa la visione dell'opinione pubblica che scaturisce da "La Morte Cammina per Eastrepps" e contribuisce a rendere questo romanzo ancora attuale: estremamente negativa e cattiva, influenzata dal pregiudizio e da mille pensieri che si sovrappongono l'uno all'altro. Beeding qui trascende il semplice romanzo d'evasione, e con la sua storia straordinaria in tutti i sensi (visto che racchiude più generi insieme) fa una potente critica sociale al sistema e alla sua espressione più inflessibile: la pena di morte. Perché in questo ha fallito miseramente il suo scopo (in modo simile a quanto accaduto in "Signori della Corte" di Edgar Lustgarten), dopo aver rischiato in un'altra occasione di compiere lo stesso sbaglio. Infatti, anche con l'accusa al baronetto Alistair Rockingham, affetto suo malgrado da un esaurimento nervoso, la Giustizia e il suo strumento, la polizia (pp. 96-98, 117-121, 152-160, 170-173, 176-184), si erano avvicinati in modo pericoloso a un verdetto di colpevolezza che avrebbe costretto il giovane ad essere rinchiuso a vita in un manicomio. Bisogna ammettere che, al momento in cui il romanzo fu scritto, la follia veniva vista come una malattia molto più grave di quanto accada al giorno d'oggi; non c'era pietà per i poveretti affetti da turbe mentali e se si poteva li si usava come capri espiatori. Però resta il fatto che la leggerezza con cui vengono stabilite la colpevolezza di un imputato e la successiva condanna fanno specie: sembra quasi che chi deve decidere lo faccia svogliatamente, senza curarsi del ruolo che ricopre (pp. 205, 220).

Ciò è spaventoso, se uno ci pensa con attenzione. Potremmo essere tutti Robert Eldridge, colpevoli perfetti a discapito delle azioni compiute. Potremmo essere accusati di qualunque cosa dalla polizia, e magari vederci condannare in un processo solo perché non andiamo a genio alla giuria o al giudice incaricato di istruire i dodici rappresentanti del popolo. Nemmeno lo testimonianze utili potrebbero servire, perché capovolte a nostro svantaggio. Se ci imbattiamo in un giudizio privo di consistenza giuridica, perché amorale e prevenuto, Dio ci salvi. Questo sembra dire Beeding, in una buona imitazione dell'oscura vena di Francis Iles, col suo finale oscuro: in "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati", infatti, Berkeley/Iles osservò come sia facile costruire un castello di accuse contro un innocente, se uno ne ha le capacità e soprattutto la determinazione. Mi ha dato molto su cui riflettere, "La Morte Cammina per Eastrepps", e penso che non mi toglierò dalla testa tanto facilmente la sua triste storia.


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