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venerdì 12 giugno 2020

35 - "La Dama in Rosso" ("The Holbein Mystery"/"The Red Lady", 1935) di Anthony Wynne

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
All'interno della crime story, soprattutto quella di stampo classico e appartenente all'epoca della Golden Age, il colore assume da sempre un ruolo di considerevole importanza. Non che questa sia una caratteristica esclusiva del genere, visto che anche ad altre tipologie narrative vengono spesso associate le tonalità più disparate (ad esempio, al romanzo gotico vengono spesso affiancati il nero e il grigio, come a sottolineare le atmosfere oscure, cupe e inquietanti che esso evoca). Eppure, per quanto riguarda il romanzo giallo non possiamo ignorare il fatto che il colore, riferito ad esso, sia diventato un vero e proprio simbolo, tanto da entrare nel gergo comune. Infatti, tra le altre cose, quando in Italia parliamo di mystery usiamo l'espressione che io stesso ho impiegato poco fa, "romanzo giallo". Questo curioso modo di esprimersi è dovuto a due motivazioni: la prima è dovuta al fatto che in America, agli inizi dell'Ottocento, le notizie di cronaca venivano pubblicate su fogli di carta poco raffinata e quindi di tonalità più scura rispetto al solito bianco, in una sorta di giallognolo sporco; con la conseguenza che la gente imparò ad associare a queste "pagine gialle" occasioni come uccisioni e delitti. La seconda e più importante dal nostro punto di vista, invece, va fatta risalire alle prime pubblicazioni di romanzi del mistero nel nostro Paese: a quegli innovativi e magnetici "Gialli Mondadori" dell'estate del 1929, con le loro copertine luminose come il sole, i quali diedero il via all'epopea della crime novel in Italia e ad oggi, tra alti e bassi, continuano ad appassionare i lettori ogni mese dell'anno. Ma non solo il colore in senso estetico gioca un ruolo di primo piano nel romanzo giallo. Infatti, se andiamo a controllare i titoli che vengono fatti rientrare in questo genere letterario, a ben guardare ci accorgiamo che questi stessi giocano spesso su contrasti cromatici e su immagini dominate da tinte che risaltano sullo sfondo. Ad esempio, per rimanere sulla tonalità da cui in Italia tutto ha avuto inizio, abbiamo "Il Mistero della Camera Gialla" di Gaston Leroux, uno dei padri fondatori del romanzo del mistero: in questo libro, il delitto avviene all'interno di una stanza colorata della tonalità del titolo, dalla quale nessuno può essere uscito ma in cui si trova soltanto la vittima. Oppure, per cambiare colore, ci sono "Il Dramma di Corte Rossa" di A.A. Milne, "La Rossa Mano Destra" di Joel Townsley Rogers, "Il Cerchio Rosso" di Edgar Wallace e "I Delitti delle Vedova Rossa" di Carter Dickson alias John Dickson Carr; tutti accomunati dalla tinta che richiama il colore del sangue e, quindi, è strettamente legata al tema delle uccisioni trattato in questi libri.

Altre volte, il nero costituisce una sorta di rappresentazione del muro contro cui si scontra l'indagine dell'investigatore e della fitta oscurità in cui egli si trova immerso ("Occhiali Neri" di John Dickson Carr); oppure il bianco rappresenta il timore che fa sbiancare i volti dei sospettati e delle facce che emergono dalla notte come fantasmi ("Maschera Bianca" di Edgar Wallace). Senza dimenticare il blu, inteso come sinonimo di malinconia e abbattimento in seguito a qualche disgrazia, come in "L'Inquilino del Piano di Sopra" di Harriet Rutland (il cui titoli inglese è "Blue Murder"). Anche nel cinema, declinato al genere del thriller, il colore rappresenta un elemento di grande importanza: basti pensare a film come "Marnie" di Alfred Hitchcock, in cui la protagonista ha subìto un trauma legato al colore rosso e reagisce in malo modo quando esso viene accostato al bianco, oppure al capolavoro italiano "Profondo Rosso" del maestro Dario Argento, dove questa tinta ritorna ciclicamente ad ossessionare lo spettatore e il protagonista. Ma Three-a-Penny è pur sempre un blog sulla narrativa del mistero; quindi, concentrerò la mia attenzione sulle opere scritte. E questo mese, come vi avevo anticipato, ho deciso di dedicarmi ad alcune letture legate proprio al tema del colore (soprattutto rosso) nel romanzo giallo, esplorando opere poco conosciute dal lettore medio. Per iniziare, dunque, questa settimana mi soffermerò su un libro che non è stato quasi recensito su Internet, ma che merita maggiore attenzione: "La Dama in Rosso" di Anthony Wynne, conosciuto con i titoli inglesi "The Holbein Mystery" e "The Red Lady" (Polillo Editore, 2016). Si tratta di una storia molto complessa e articolata, in cui trovano spazio nientemeno che cinque delitti (degno del caso Crippen!), due dei quali perpetrati in un modo talmente ingegnoso da far sospettare che siano stati opera di fantasmi o di assassini invisibili. Alta finanza, politica, filosofia, medicina sono alcuni tra gli argomenti trattati all'interno del romanzo, tra momenti di attività mentale e altri di attività fisica per il dottor Hailey, il medico e investigatore dilettante protagonista della vicenda; preparatevi a mettere in moto il cervello e a seguire quest'uomo ingegnoso alla scoperta della verità, in mezzo a personaggi sospetti e a pericoli di ogni tipo.

Farm House and Field (Ironbridge Farm, Shalford, Essex),
1941, di Eric Ravilious, raffigurante una tenuta simile ai
Kennels di Bob Budley
Tutto ha inizio nella casa di Eustace Hailey, dove il medico ha fatto accomodare un suo vecchio amico, il colonnello Wickham di Scotland Yard. Quest'ultimo si è presentato dal dottore per proporgli una collaborazione ufficiosa, nei confronti di un caso spinoso al quale egli è stato sollecitato di prendere parte: ai Kennels, la sontuosa tenuta di campagna dell'azionista ed esponente politico Bob Budley, si è verificato un decesso violento che potrebbe sconvolgere l'opinione pubblica fin dalle sue fondamenta. Infatti Sir Mark Fleet, un noto parlamentare inglese e grande speculatore in azioni di alta finanza, è stato apparentemente assassinato da un fantasma, mentre si trovava nella casa del suo socio in affari per tenere un discorso davanti al comitato elettorale. Un momento prima stava mangiando a tavola con gli altri commensali ed ospiti di Budley, ridendo e scherzando prima di salire sul palco che era stato approntato per la sua conferenza; e quello seguente era stramazzato sul tavolo approntato nel salotto per sua comodità, sotto i riflettori puntati sulla sua figura e davanti al pubblico incredulo e sconcertato, con il manico di un coltello che gli spuntava dalla schiena, mentre sulla parete dietro di lui il quadro "La Dama in Rosso" di Holbein osservava stoico la scena. La particolarità del caso, dunque, non sta tanto nel fatto che egli sia stato ammazzato, quanto sulla modalità utilizzata per assassinarlo: dalle testimonianze di una cinquantina di persone, infatti, tutto lascia intendere che nessuno si sia avvicinato alla vittima dal momento in cui egli aveva iniziato a parlare. Certo, il pianoforte sulla destra e alcuni ostacoli a sinistra potevano nascondere la scena agli occhi di qualcuno tra il pubblico; ma non certo un omicida, un uomo o una donna in piedi alle spalle del deputato. Solo "La Dama in Rosso" era presente sul palco, oltre a Fleet. Incuriosito dalle caratteristiche insolite del caso, Hailey si lascia convincere a prendere parte alle indagini e, il giorno seguente, si dirige a Rutton assieme a Wickham per un sopralluogo scrupoloso della scena del crimine.

Arrivati laggiù, tuttavia, i due scoprono che il poliziotto a capo del caso non ha ancora fatto eseguire un attento esame della stanza del delitto e, poco dopo, vengono a sapere che "La Dama in Rosso" è stata trafugata. Che si tratti di una semplice coincidenza, oppure il furto del quadro ha a che fare con la morte di Mark Fleet? Il caso si ingarbuglia ancor di più quando, giunti sul palco del salotto, Hailey e Wickham si accorgono che i dipinti di Budley hanno tutti una speciale cornice, dietro la quale un uomo può comodamente nascondersi. Alle spalle di quella della Dama, tra l'altro, sono presenti inequivocabili tracce di una recente pulizia del pavimento dalla polvere, come se qualcuno avesse tentato di cancellare ipotetiche impronte lasciate al momento dell'aggressione a Fleet. Forse l'omicida ha provato a pararsi le spalle; ma si tratterebbe comunque di un tentativo piuttosto goffo. Ben presto, però, al dottor Hailey appare chiaro che l'avversario suo e di Wickham non è affatto uno sprovveduto: un misterioso individuo, infatti, sottrae nottetempo alla custodia della polizia il cadavere di Fleet, in attesa dell'autopsia ufficiale; lo fa a pezzi e, come se questo non bastasse, lo dà alle fiamme in un pagliaio poco distante dalla casa di Budley. Hailey inizia a temere di trovarsi davanti a un pericoloso omicida, disposto a tutto pur di cancellare le proprie tracce e ormai in preda al panico; e la scomparsa di un celebre banchiere della City e gli assassinii spregiudicati di una medium dell'alta borghesia e di uno stimato colonnello confermano le sue paure. Chi è il colpevole che si trovava ai Kennels la sera del primo omicidio e, più avanti, aveva seguito le sue prede a Londra? Si tratta forse del padrone di casa, Bob Budley? Oppure delle eredi di Fleet, la moglie Lady Patience o la giovane Miss Gay, la quale conosceva a malapena la vittima ma si ritrova con tre quarti di milione in più nelle tasche? Anche il padre di lei, il colonnello Gay, è sospetto, allo stesso modo del poeta Rade-Rade e dei coniugi Faction, i quali paiono più che decisi ad indirizzare i sospetti contro Miss Gay. Hailey capisce di dover fare in fretta, prima che la lista delle vittime diventi troppo lunga e la scia di sangue che parte dalla drammatica scena della "Dama in Rosso" si allunghi fino a toccare lui stesso; perché di una cosa è certo: chi si avvicina troppo a Mark Fleet e ai segreti che costui si è portato nella tomba, rischia di fare una brutta fine.

Jane Seymour, Hans Holbein,
raffigurante una signora in rosso
simile alla donna del titolo

Se c'è qualcosa che riesce a sorprendermi ancora oggi, quando ormai è diventato quasi di moda essere annoiati di fronte a ciò che ci succede, quello è il romanzo giallo. Anche questo è uno dei motivi per cui sono immensamente affezionato alle storie che appartengono a questo genere letterario. Con la lettura di "La Dama in Rosso", ho avuto una conferma di questa straordinaria capacità della classica rime story di spiazzare i lettore. Dovete sapere, infatti, che nonostante le premesse e la trama in seconda di copertina (molto più stringata di quella che ho riportato io qui sopra, ma comunque intrigante) mi avessero fatto immaginare che la storia raccontata nel libro fosse molto interessante e affascinante, avevo più di una riserva nei confronti del suo autore, Anthony Wynne. Costui era un medico, oltre che scrittore, per il quale lo stile narrativo era caratterizzato da una scrittura alquanto asettica e fredda; un po' sul genere di quella di C.P. Snow e il suo "Morte a Vele Spiegate", dove erano chiaramente emerse le esperienze scientifiche di quest'ultimo e le influenze in tal senso. Nel caso specifico di Wynne, inoltre, avevo ancora più timore nell'affrontare un suo libro poiché, diversi anni fa, avevo deciso di provare un'altra sua opera, "Il Coltello nella Schiena" edito sempre da Polillo, il quale mi aveva lasciato con l'amaro in bocca a causa di diversi fattori, come una certa sgradevolezza dei personaggi e un contorno che aveva l'aria di essere stato composto in fretta e furia, senza un'adeguata revisione finale e con un mistero in cui il fair play era assente. Fino a una settimana fa, quindi, ero fortemente indeciso se rischiare di affrontare una nuova impresa di Wynne oppure rimandare la lettura di "La Dama in Rosso" a una data da destinarsi. Tuttavia, siccome avevo deciso da tempo di occuparmi di romanzi aventi a che fare con i colori, alla fine mi sono risolto a dare un'altra possibilità all'autore; e per fortuna l'ho fatto! Da questa esperienza, infatti, posso dire di aver rivalutato questo scrittore in positivo, con l'ulteriore conseguenza che quest'estate forse mi dedicherò a una rilettura di "Il Coltello nella Schiena" per capire davvero se in quel caso la mia fosse stata un'impressione dettata dall'inesperienza e dall'incapacità di vedere oltre, oppure un giudizio fondato, imparziale e purtroppo negativo.

Pertanto, in modo inaspettato, "La Dama in Rosso" si è rivelato un romanzo giallo più che sufficiente per i miei gusti; anzi, mi ha proprio entusiasmato grazie alle sue numerose caratteristiche che, se applicate singolarmente ad altri mysteries, potrebbero essere giudicate come perfettibili, ma in questo specifico caso a mio parere, messe tutte assieme, hanno dato un risultato soddisfacente. Alcuni amici, tuttavia, hanno giudicato questo libro come troppo approssimativo e fuori dai canoni del genere: i personaggi sono sembrati alquanto abbozzati e privi di personalità e spessore psicologici; i temi dell'alta finanza, della politica, della filosofia e della sua applicazione nella scienza pare siano stati trattati in modo "estremo" per un giallo d'evasione; l'ambientazione non resta sempre quella famosissima della classica casa di campagna inglese; la narrazione è stata troppo concentrata su un'indagine contorta e superficiale (nel senso che l'investigatore ha moltissimi ripensamenti nel corso della storia e non esiste fair play), a discapito del contesto in cui viene calata; sono presenti moltissime scene d'azione e, infine, il detective risulta antipatico. Insomma, sembrerebbe proprio che Wynne abbia compiuto un delitto anche scrivendo questo romanzo giallo, non solo inventando gli omicidi fittizi al suo interno. Eppure, io sono convinto che si debbano tenere a mente alcune condizioni, prima di dilungarsi in un giudizio affrettato. Innanzitutto, non bisogna dimenticare che l'autore del romanzo è considerato uno dei maestri riconosciuti di quella specialità del genere giallo che corrisponde al "delitto impossibile" (alcuni tra gli omicidi a cui assistiamo leggendo "La Dama in Rosso", tra l'altro, sono proprio di questo tipo). Wynne, infatti, viene spesso citato assieme a John Dickson Carr, Edmund Crispin, la coppia Winslow-Quirk, Ellery Queen e Norman Berrow nel numero dei giallisti che fecero la propria fortuna grazie alla sparizione di oggetti, persone e addirittura edifici e alla perpetrazione di crimini all'apparenza ad opera di spiriti maligni; la maggior parte dei quali, tranne poche eccezioni, non sono certo ricordati per i salti mortali stilistici, ma proprio per l'eccezionale complessità dei misteri che hanno tratteggiato. In parole povere, a Wynne e a questi altri autori interessava soprattutto l'enigma, e non quanto stava intorno ad esso; quindi, non bisogna stupirsi troppo se ci si trova di fronte a un modo di raccontare che si discosta da quello di scrittori più interessati al racconto puro (come abbiamo visto, ad esempio, con Milne e il suo "Il Dramma di Corte Rossa").

In secondo luogo, trovo che le critiche riportate sopra non siano del tutto veritiere. Voglio dire, sono d'accordo che alcuni personaggi non vengano più tenuti in considerazione, dopo essere stati presentati al lettore in un primo momento e interrogati (due tra tutti, Lady Patience e il giornalista Donne); però è pur vero che, al contrario, altri sono approfonditi attraverso ulteriori incontri con il protagonista oppure grazie a descrizioni fatte da terzi che riescono a gettare un po' di luce in più sulle loro personalità. Un caso, per esempio, è quello del colonnello Gay, il quale non viene mai presentato a noi ma, attraverso le parole di Rade-Rade e della figlia, impariamo a conoscere. Anche sull'antipatia dei protagonisti sono d'accordo fino a un certo punto. Wickham, soprattutto nei primi capitoli, assume toni alquanto sgradevoli nei confronti del suo sottoposto Bellamy e agisce in modo molto burbero, tanto che sono stato felice di vederlo messo da parte quando Hailey si è allontanato dai Kennels; quindi, capisco benissimo chi si dice scocciato dal suo comportamento. Tuttavia, non ho avuto nulla da ridire su quello assunto dagli altri: Rade-Rade mi è parso un po' fatuo, certo; ma non antipatico. Madame Sévigné è stata un personaggio affascinante; i vari direttori di banca, appassionati di spiritismo, tipografi, portieri sono stati piuttosto divertenti nella loro pomposità. Per non parlare di Hailey, il quale ha assunto un comportamento più "umano" di quanto ricordassi in "Il Coltello nella Schiena". Sull'ambientazione che cambia, stesso discorso: capisco chi potesse desiderare un'indagine in pianta stabile si Kennels, con i suoi campi sterminati, le colline verdi e la casa enorme e misteriosa; ma questo non esclude che anche Londra, con i suoi appartamenti un po' vissuti, gli edifici decadenti e le strade notturne sappia esercitare un certo fascino. Da parte mia, mi sono molto piaciute le scene della seduta spiritica in casa di Madame Sévigné (suggestiva e misteriosa), quella della corsa nella notte di Hailey e Miss Gay verso la casa della zia di quest'ultima (pregna di minacce), e quella tra il dottore e il professor Nicholas, l'anziano appassionato di esoterismo (divertente e giocata sul limite tra l'ironia e la serietà degli argomenti affrontati). Infine, non ho percepito l'indagine condotta da Hailey come troppo approssimativa e incentrata sull'azione: dopotutto, Anthony Berkeley aveva già inventato il suo Roger Sheringham, dedito a continui cambi d'idea e di sospetti nel corso del caso di cui si occupa, e il dosaggio tra attività mentale e attività fisica dell'investigatore mi è parsa ben equilibrata, quindi non c'è niente di nuovo che possa far storcere il naso.

Insomma, per concludere, penso che le critiche che sono state rivolte a "La Dama in Rosso" siano da avvalorare solo in parte e siano dettate soprattutto dal gusto personale, nonostante le piccole imperfezioni che ho messo in luce qui sopra. Io stesso, nel caso di "Un Coltello nella Schiena" (citato tra l'altro in questo romanzo, a p. 148), avevo rivolto più o meno quelle stesse a Wynne; tuttavia, in questo caso, l'insieme degli elementi inseriti nel romanzo non mi è affatto dispiaciuto, nonostante esso contasse su uno stile alquanto scarno e su una quantità di temi difficili da digerire. Anche a questo proposito, infatti, non mi sento di condividere del tutto il discorso sull'inserimento di argomenti troppo difficili all'interno della storia: se da un lato è innegabile che termini come "holding", diritto di prelazione, negoziati, emissione di obbligazioni e buoni azionari non siano alla portata di tutti, dall'altro essi hanno permesso la costruzione di un enigma originale e assolutamente stupefacente, molto complesso e straordinario nella sua eccezionalità (e nel quale il colore, per tornare all'introduzione della recensione, gioca un ruolo importante ai fini della soluzione finale). L'idea di romanzo giallo di Wynne può benissimo discostarsi dalla nostra, ma questo non significa che ciò che egli ha scritto non sia da considerare valido per qualcun altro: tutto sta in ciò che il lettore cerca in un romanzo giallo. Se uno ama leggere tantissime descrizioni sulla montagna, considererà "Un Cadavere al Campo Due" di Glyn Carr un libro stupendo, nonostante il suo enigma scadente; se un altro adora le atmosfere macabre, apprezzerà "Notti di Halloween" di Leo Bruce nonostante gli altri suoi difetti; infine, se un altro ancora non pretende altro che lasciarsi catturare da un mistero complesso e capace di stuzzicare la sua curiosità, nonostante i temi fuori dal comune che affronta, allora sarà soddisfatto come il sottoscritto da "La Dama in Rosso"

Robert McNair Wilson, alias
Anthony Wynne, nato nel 1882
e morto nel 1963

In ogni caso, in "La Dama in Rosso " non deve stupire l'inserimento di un tema insolito come quello dell'alta finanza, visto che quest'ultimo era uno degli argomenti preferiti di Anthony Wynne, pseudonimo di Robert McNair Wilson. Nato nel 1882, probabilmente in Scozia, della sua vita si sa molto poco. Una certezza è che aveva un fratello più giovane, William, e una sorella di nome Doris. Un'altra, il fatto che lui e William si laurearono entrambi in medicina alla Glasgow University; anche se il fratello iniziò a lavorare nel paese natio, mentre Robert si trasferì a Londra, dove sposò Winnifred Paynter (dal cui nomignolo, Winnie, forse prese ispirazione per la costruzione dello pseudonimo che avrebbe utilizzato per la scrittura dei suoi romanzi gialli). Infine, è assodato che, oltre ad essere stato amico di Ezra Pound, col suo vero nome egli collaborò a lungo col "Times" scrivendo articoli di medicina, diede alle stampe una biografia del celebre cardiologo scozzese Sir James MacKenzie ("The Beloved Physician" del 1926) e pubblicò alcuni saggi storici sull'epoca napoleonica, altra sua grande passione; mentre con lo pseudonimo di Anthony Wynne, ovviamente, diede alle stampe ben ventinove mysteries. Questi ultimi, tranne il primo intitolato "The Sign of Evil" del 1925, vennero tutti pubblicati a coppie fino agli anni Trenta, quando la sua produzione si ridusse a un volume l'anno per arrestarsi nel 1942, con "Murder in a Church". L'ultimo suo romanzo del mistero, tuttavia, fu "Death of a Shadow" del 1950 (pubblicato tredici anni prima della morte), dove fece la comparsa finale il protagonista di tutti i suoi libri di narrativa fittizia: il dottor Eustace Hailey, uno psichiatra che vive al n. 22 di Harley Street ed è soprannominato "Il Gigante" di quella stessa strada a causa della sua stazza. Oltre a "La Dama in Rosso", Hailey è presente in altri capolavori dell'autore come "The Dagger", "Morte al Castello", "Il Coltello nella Schiena" e "Murder in Thin Air", e indaga sugli omicidi seguendo un metodo analitico soprattutto per il piacere di analizzare la psicologia del criminale. Ad interessarlo, non è il maniaco omicida, l'assassino che uccide perché malato mentale, ma l'omicida occasionale, cioè quella persona che in circostanze normali avrebbe vissuto al sua vita senza colpa. La tragedia di questa persona e di quelle che gli stanno intorno, pertanto, "è che esse si sono imbattute in circostanze straordinarie. Forse a causa dei loro stessi errori, o forse per un caso fatale, la pressione esercitata dalla società è diventata improvvisamente superiore alla loro capacità di adattamento". È la società che, a suo parere, crea l'assassino; e questo è messo in luce proprio in "La Dama in Rosso".

La psicologia criminale (pp. 211, 214-215, 223, 278, 281-285) e dei personaggi principali, infatti, viene sondata a fondo e passata al setaccio, alla ricerca di ogni indizio utile per decifrare la mente che si nasconde dietro alle facciate e alle maschere che celano gli istinti e le emozioni. Hailey si pone domande sui comportamenti di Mark Fleet e, pur senza conoscerlo di persona, arriva a comprendere la sua continua sfida contro il tempo, l'egoismo e la premura che gli pesano sulle spalle e la sua grande voglia di vivere, oltre che di sopravvivere (pp. 57, 103, 149-152, 167-168, 170, 182-183, 191, 220, 237, 241, 254-255). Tra le parole pregne di melodramma di Rade-Rade, riesce a cogliere il suo affetto per Una Gay e il suo sentirsi inadeguato; negli incontri con Miss Gay, intuisce come la ragazza serbi un segreto nel suo cuore e sia tenuta sotto pressione dal giudizio che la gente può emettere da un momento all'altro contro di lei e suo padre; un uomo buono ma povero e, quindi, considerato inferiore agli occhi dei ricchi ospiti di Bob Budley. Lo stesso Budley, poi, lascia intendere di essere un personaggio complesso, intimorito dagli eventi che si sono scatenati nella sua casa ma, allo stesso tempo, deciso a non lasciarsi sopraffare da questi ultimi. Negli incontri con Wickham, poliziotto della vecchia guardia incapace di perdonare gli errori, e con gli altri personaggi minori (che appaiono e scompaiono nell'arco di brevi parentesi, senza essere approfonditi, ma capaci di svilupparsi nella nostra testa assieme alle loro particolari manie, vedasi il cap. 12), Hailey ricostruisce inoltre la figura dell'assassino, in modo che il lettore possa farsi un'idea della sua personalità deviata e provare ad applicare la sagoma evocata ad ogni sospettato. Attraverso l'uso di numerosi indizi materiali, ogni riga del romanzo, in accordo con la tipologia di racconto che ci si aspetterebbe da un giallista votato al delitto impossibile, contribuisce a rafforzare il far chiarezza sull'elusiva figura dell'assassino e sul mistero ideato dall'autore, così da facilitare il procedimento di analisi e scoperta del colpevole; che a volte può portare su un sentiero errato, ma non per questo si deve smettere di porre rimedio agli sbagli commessi e correggerli in corsa. Eppure, una volta tanto, Wynne riesce a dare spessore anche a ciò che sta intorno all'enigma. In "La Dama in Rosso" è presente una grande senso dell'ambientazione, tratteggiata spesso per immagini che non si dilungano in pesanti descrizioni ma comunque capaci di restituire uno scenario visibile con gli occhi della mente, ad effetto, in grado di trasmettere a chi legge le sensazioni di terrore e inquietudine suscitate nel dottore (pp. 19-20, 53, 71-73, 75-78, 90-92, 111-112, 135-136, 140-141, 145, 205, 225-226, 249-252, 257-258).

A dare man forte a questi rapidi ritratti emozionali e un po' suggestivi, inoltre, Wynne aggiunge un linguaggio complesso e denso (pp. 60-62, 97-101, 117-122, 185-195, 239-244, 262-279) il quale, accostato a un ritmo in cui si alternano e scandiscono alla perfezione attività mentale e attività fisica, riesce ad equilibrare il romanticismo intrinseco degli ampi prati della tenuta dei Kennels e delle strade affollate della metropoli con la serietà dei toni con cui viene messa in scena l'indagine (non per niente, il gergo finanziario non viene mai utilizzato a sproposito, a dimostrazione della dimestichezza dell'autore nell'argomento trattato). L'alta finanza, la politica, la scienza (pp. 97-101, 199-200, 227-229, 232) e la sua applicazione in un modo che osserva i cambiamenti moderni come poco affidabili, lo spiritismo (cap. 15, pp. 163, 207) e la filosofia sono temi che entrano in conflitto tra loro a causa della loro natura contrastante: da una parte, abbiamo le leggi matematiche che, grazie a discorsi elaborati, regolano la vita di tutti i giorni; dall'altro, il mondo degli spiriti che tenta di influenzare quella parte della società in cui gli individui sono superstiziosi. Particolari macabri e arcani sembrano assediare la costruzione di un enigma schematico e agile, sorretto da dialoghi serrati e veloci ma nel quale l’atmosfera gelida della stanza, la medium in trance, la risata di un bambino, clangori, strilli odiosi, tonfi e gemiti nel buio provocano un forte effetto e suscitano il timore che gli spettri abbiano attraversato il confine tra la finzione e la realtà. Può la ragione spiegare qualunque cosa? A questa domanda, gli autori di delitti impossibili provano a rispondere quando costruiscono le loro storie cariche di funesti presagi e fantasmi, ma fortunatamente sempre spiegate grazie alla logica. Il contorno del mistero di "La Dama in Rosso", quindi, aiuta a sostenere l'enigma senza mai prendere il sopravvento su quest'ultimo e gli conferisce plausibilità, nonostante la indagini specifiche su ogni delitti vengano lasciate un po' andare: soprattutto il riferimento al teatro (pp. 112-113, 237, 247-248, 256) giocherà un ruolo fondamentale nella soluzione finale, ma pure i brevi cenni che vengono fatti a corollario delle ipotesi sulla psicologia dei personaggi e dei riferimenti medici non sono da trascurare (pp. 56-57, 65-66, 97-99, 102-104, 113, 125-126, 136-137, 140, 149-152, 154-155, 165-166, 171, 173-174, 249-252, 289-290). Il risultato di tutti questi elementi messi insieme, in conclusione, dà vita a un romanzo che presenta un ritmo più veloce rispetto al resto dell'opera di Wynne, in cui il linguaggio non sempre chiaro a una rapida lettura viene accostato a un mistero sorprendente e plausibile nella sua soluzione, contornato da temi insoliti e da un'atmosfera da brivido. Come dicevo sopra, entro la fine dell'estate rileggerò "Il Coltello nella Schiena" per capire se "La Dama in Rosso" sia un'eccezione all'interno della produzione di Anthony Wynne, oppure se abbia dato un giudizio troppo affrettato. In ogni caso, consiglio caldamente la lettura di questo romanzo giallo, suggerendovi di metterla in pratica in un momento in cui abbiate la possibilità di concentrarvi al meglio per cogliere tutte le sue sfumature.

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venerdì 22 maggio 2020

33 - "Il Dramma di Corte Rossa" ("The Red House Mystery", 1922) di A.A. Milne

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Con la recensione di oggi, termina la mia breve incursione nel giallo dedicata alle storie ambientate in luoghi esotici oppure vacanzieri. Questo non significa che non esistano altri titoli, dedicati al clima primaverile-estivo, al di fuori di quelli che vi ho presentato in questo primo mese di giornate di sole e timide uscite, in seguito all'isolamento forzato causato dall'epidemia di Coronavirus; in realtà, ci sarebbero molti altri romanzi gialli classici appartenenti a questo filone che meritano un'analisi. Eppure, non voglio diventare troppo noioso e concentrarmi solo su un tipo di crime story. Quindi, tralasciando il prossimo venerdì che vedrà una recensione un po' speciale, dai primi di giugno aspettatevi qualcosa di diverso. Dopotutto, anche se non sono capace di scrivere un romanzo del mistero come quelli che mi piacciono, non voglio rinunciare ad evocare un'aura di mistero sugli argomenti delle mie prossime recensioni. Farò, insomma, un po' come i giallisti di professione, i quali non avvertono il lettore prima di stupirlo con una nuova trovata; a volte addirittura senza tirare in ballo soltanto il loro ingegno. Alcuni di loro, infatti, sono riusciti a creare avvincenti storie di successo e che si ricordano ancora al giorno d'oggi... per poi decidere di punto in bianco, per motivi differenti, di abbandonare il genere giallo. Questo sì che si può definire come un colpo di scena. Chissà cosa è mai passato per la loro testa, per indurli a una decisione tanto drastica. Forse si sono resi conto di non riuscire a tenere il ritmo per pubblicare un nuovo romanzo del mistero in tempi ragionevoli, oppure si è trattato di una sorta di passatempo e non erano interessati a continuare su quella scia, oppure ancora hanno perso interesse col passare del tempo e si sono disaffezionati alle storie di crimini e omicidi. La stessa Dorothy L. Sayers dovette far fronte a questo dilemma, poiché era maggiormente intenzionata a raccontare storie che avevano soltanto un marginale collegamento col delitto; mentre Anthony Berkeley sviluppò un carattere troppo instabile e patì pene troppo segnanti per riuscire a produrre qualcosa d'altro dopo "As For the Woman".

In ogni caso, come dicevo, alcuni scrittori (soprattutto appartenenti alla Golden Age) si sono improvvisamente risolti ad abbandonare il classico giallo ad enigma, spesso dopo il grande successo arriso alla loro prima opera di genere. Tra questi si possono citare C.P. Snow, del quale ho recensito la scorsa settimana quella che per lunghissimo tempo fu la sua unica incursione nel mystery, "Morte a Vele Spiegate"; Dermoth Morrah, che ci ha lasciato "Il Caso della Mummia Scomparsa", esemplare giallo a sfondo universitario, prima di concentrarsi sulla scrittura di articoli di giornale; Ellen Wilkinson, esponente del partito laburista inglese, la quale scrisse "The Division Bell Mystery" basandosi sulla sua esperienza al Governo; la coppia Horatio Winslow-Leslie Quirk, con il capolavoro del delitto impossibile "Svanito nel Nulla"; l'americano F.G. Parke, del quale non si conosce la vera identità ma solo il romanzo "La Sera della Prima"; T.L. Davidson e il suo "Omicidio in Laboratorio"; Richard Connell con il mystery "Delitto in Mare"; Alfred Meyers e il suo "Aria Mortale". Ognuno di questi signori (e signore), pur dedicandosi ad altre occupazioni di carattere politico, scientifico, narrativo, musicale, didattico, cinematografico, tentò la strada del giallo e, sfortunatamente, non riuscì a resistere alla tentazione di prendere altre strade o a sostenere il carico di lavoro che comportava l'ideazione di omicidi fittizi. In compenso, riuscirono a diventare celebri in altri ambiti; sebbene, da parte mia, avrei preferito scoprire quali altri misteri sarebbero riusciti a creare. Eppure, nessuno di loro ha mai raggiunto una fama tanto grande ed è stato tanto in anticipo sui tempi come ha fatto uno dei narratori moderni più importanti tra tutti: A.A. Milne, l'inventore di Winnie-the-Pooh. Ricordato al giorno d'oggi soprattutto per le avventure del piccolo orsetto e dei suoi amici del Bosco dei Cento Acri, Milne compì l'impresa straordinaria di ottenere pari fama sia nell'ambito delle storie per bambini sia in quelle a carattere delittuoso, grazie alla sua unica incursione nel genere giallo, uno dei romanzi gialli più leggeri e divertenti di sempre: "Il Dramma di Corte Rossa" (Polillo Editore, 2003), il quale costituisce un mirabile esempio di giallo "soleggiato-vacanziero" (per restare in tema con i titoli del mese di maggio) e vede, per la prima volta, la nascita della figura dell'investigatore scanzonato e dell'indagine intesa come atto di divertimento e svago, oltre che di inchiesta per la scoperta di un colpevole. Si tratta di un tipico delitto della casa di campagna, in cui si sommano moltissimi elementi di cliché che negli anni a seguire avrebbero costituito il racconto del mistero. Un giallo troppo stereotipato, penserà qualcuno; eppure vi posso assicurare che esso è l'eccezione che conferma la regola, dove l'eccesso di maniera dà vita a quello che Rex Stout, inventore di Nero Wolfe, definì come un libro "semplicemente incantevole" nella sua deliziosa ingenuità.

Red Cottage (Essex), 1927, di Eric Ravilious, simile alla
Corte Rossa di proprietà di Mark Ablett
La vicenda si apre fin da subito in un un'atmosfera da sogno: a Corte Rossa, la casa di campagna del filantropo e gentiluomo Mark Ablett, è l'ora della siesta, quel particolare momento della giornata in cui si è troppo stanchi per muovere un dito e si prova un particolare piacere nel restare ad ascoltare il lieve suono della falciatrice al lavoro sui campi lontani. Nell'edificio si trovano pochissime persone, poiché gli ospiti dell'ultimo fine settimana hanno deciso di recarsi al vicino campo da golf per fare qualche oziosa partita: nell'atrio ombroso e fresco, seduto in una poltrona, Matthew Cayley, cugino di Mark, sta leggendo un libro; in un punto imprecisato della casa, Ablett si aggira turbato in attesa dello sgradevole incontro che a breve dovrà affrontare con Robert, il fratello; in cucina, infine, alcune domestiche stanno allegramente chiacchierando proprio sull'imminente ricongiungimento degli ultimi esponenti dell'antica famiglia degli Ablett. Come fa notare l'anziana signora Stevens alla nipote Audrey, a Corte Rossa non succedeva niente del genere da tempo immemore: infatti, Mark ha sempre tenuto nascosto il fatto di essere legato da rapporti di parentela con un individuo che, a suo tempo, è stato allontanato dall'Inghilterra e additato come "pecora nera". Eppure, adesso sembra sia giunto il momento che tutti i nodi vengano al pettine, poiché l'arrivo di Robert è stato annunciato all'ora della colazione con grande enfasi a tutti quanti (forse per avvertirli in caso di cattive sorprese?) e le premesse lasciano intendere come egli stia per sconvolgere la pacifica tranquillità della casa di campagna.

E infatti Robert arriva, puntuale come un orologio svizzero e con un'aria tanto scontrosa che Audrey si chiede quali siano le sue reali intenzioni. Subito il visitatore viene fatto accomodare nello studio a est della casa e la ragazza corre ad avvertire il padrone di casa, incuriosita dalla reazione di quest'ultimo alla vista del fratello; tuttavia, ben presto la faccenda si fa complicata e tragica. Mentre Audrey si trova in giardino, dentro Corte Rossa si ode uno sparo che mette in allarme tutti quanti, a partire dalle domestiche in cucina fino a Cayley, il quale scopre di non riuscire ad aprire la porta che collega lo studio all'atrio in cui si trova. Cos'è successo davvero dietro l'uscio serrato? L'arrivo fortuito di Anthony Gillingham, amico di uno degli ospiti della casa, Bill Beverley, permette la repentina scoperta del cadavere di Robert, chiuso nella stanza in cui egli era stato sistemato in attesa del fratello. A quanto pare, è stato ammazzato da un colpo di pistola e Mark, che secondo la testimonianza del cugino si era unito al morto pochi minuti prima dello sparo, è svanito nel nulla. Che sia fuggito perché temeva di essere accusato del delitto? Tutti si convincono che le cose siano andate così, da Cayley al giovane Beverly agli altri ospiti della casa; eppure Gillingham ha qualche dubbio a riguardo. Alla scoperta del cadavere, egli ha notato una serie di strani dettagli che lo hanno insospettito sul reale svolgersi dei fatti e, un po' per mancanza di altri passatempi e un po' per curiosità, decide di mettersi ad indagare per conto proprio, con Beverly a fargli da spalla. I due si trovano ben presto di fronte a una serie di sfide e di ostacoli che li metteranno alla prova, tra passaggi segreti e gite subacquee, fino a scoprire una verità forse non così imprevedibile, ma di sicuro sorprendente se basata sulle convinzioni che la polizia e gli altri testimoni si erano costruiti all'inizio della vicenda.

Pianta di Corte Rossa
Anche questa volta, ci troviamo nella situazione di partenza che avevamo riscontrato con "Morte a Vele Spiegate": tratteggiata così, infatti, la trama pare avere tutti gli ingredienti del tipico romanzo giallo che gli appassionati di crime story classica amano; anzi, se li contiamo risultano quasi troppi per poter essere accettati e sopportati. Non che la cosa stupisca più di tanto: "Il Dramma di Corte Rossa", infatti, risale al 1922, agli albori di quella che sarà la Golden Age del mystery di stampo inglese; per cui è abbastanza prevedibile che non ci sia chissà quale elemento di originalità al suo interno e che a dominare la scena siano soprattutto quelli che oggi consideriamo cliché a tutti gli effetti. Inoltre, non bisogna aspettarsi che questo romanzo rivoluzioni il genere; ricordiamo che il mondo era nel bel mezzo di una guerra sanguinosa, dalla quale si cercava di sfuggire per qualche ora impegnando la mente in esercizi divertenti, e che quindi la priorità era quella di ideare vicende leggere e intriganti ma non aveva ancora preso piede la vera e propria sfida tra narratore e lettore. Eppure, a differenza del libro di Snow, in questo caso ho amato ogni pagina di "Il Dramma di Corte Rossa". Cosa strana, considerando il fatto che, oltre alla presenza di aspetti inflazionati nel racconto del mistero, l'enigma stesso sia da considerare come molto inferiore a quello che è stato costruito in "Morte a Vele Spiegate", in quanto a complessità ed ingegnosità.

Come spiegare questa reazione da parte dei lettori (parlo al plurale perché ho accertato che siamo stati in molti ad apprezzare e lodare il romanzo di Milne)? Ebbene, la risposta che mi sono dato è che, sebbene entrambi gli autori abbiano dato vita a una sola opera di pregio di genere giallo, Snow non possedesse la capacità di dipingere una storia di omicidi di stampo prettamente classico, dotata di quegli elementi che la caratterizzarono per tutto il corso della sua epoca più sfavillante e capace, allo stesso tempo, di raccontare come fosse il mondo del primo Novecento e di intrattenere chi leggeva con grazia e simpatia; cosa che, invece, Milne ha dimostrato a più riprese di possedere. Mi spiego meglio, prendendo a sostegno come "Il Dramma di Corte Rossa" è stato giudicato da uno scrittore molto famoso negli Stati Uniti, uno dei padri del giallo hard-boiled, Raymond Chandler. Egli ha passato al setaccio questo romanzo e ne ha fatto oggetto di una celebre analisi all'interno del saggio "La Semplice Arte del Delitto", osservando come esso tratti una storia tutt'altro che credibile, se confrontata con altri romanzi del mondo dei duri a cui lui era molto legato. Secondo lui, non era plausibile che tanti elementi del mistero fossero lasciati al caso: che l'inchiesta del coroner venisse basata su un processo privo di alcun documento ufficiale sulla vittima e su Mark Ablett; senza l'analisi del cadavere da parte del medico legale, indispensabile in casi di delitto; sulla testimonianza di molti testimoni sospettati; sulla quasi totale ignoranza nei confronti della figura di Robert; sulla troppo ingenua fiducia della polizia. Per non parlare del fatto che Gillingham fosse raffigurato in modo troppo irreale e scherzoso ("rabbrividisco al pensiero di quello che gli farebbero i ragazzi della Squadra Omicidi del mio paese" sentenziò).

Ora, se confrontate con altri mysteries del periodo, tra quelli di Sayers, Christie o Berkeley, queste critiche alle inesattezze sono fondate: ci troviamo senza dubbio di fronte a un giallo tutt'altro che perfetto e pieno di cliché, e non possiamo che essere d'accordo con le argomentazioni di Chandler; benché voglia ricordare ancora una volta come il libro di Milne appartenesse agli albori del giallo ad enigma della Golden Age. Però, detto questo, vorrei sottolineare due cose: innanzitutto, nel fare la sua analisi, Chandler era di parte e avrebbe apertamente considerato qualunque cosa al di sotto del romanzo dei duri, se solo avesse potuto farla franca; quindi, bisogna intendere le sue parole negative sul caso di Corte Rossa con molta cautela. Inoltre, cosa più importante, vorrei mettere in luce un fatto che moltissimi critici tendono a dimenticare, quando recensiscono un'opera di svago: ognuno di noi decide di approcciarsi alla storia fittizia in modo differente, quindi non è detto che, se a uno non è piaciuto un dato libro, esso debba fare schifo anche a un altro (e viceversa). La cosa varia in base a fattori diversi: c'è chi leggere per intraprendere una sfida mentale, chi fa come le persone vissute nel 1920 e vuole soltanto svagarsi un po', chi intende la crime story come passatempo e perciò non ha grandi pretese sul rispetto delle regole del fair-play, o sul fatto che vengano impiegati cliché o introdotte innovazioni originali. Personalmente, dalla lettura di gialli cerco di ricavare informazioni sul mondo del primo Novecento, oltre che desiderare un mistero affascinante e una certa sorpresa. Quindi, per concludere la digressione, bisogna tenere da conto, quando si fanno delle critiche su un dato argomento (io stesso mi sforzo di mettere in luce pregi e difetti allo stesso modo, così da dare una visione d'insieme), che ciò che noi amiamo potrebbe essere noioso per altri. E "Il Dramma di Corte Rossa" ha messo d'accordo un sacco di persone, nonostante le sue lacune. Come mai?

Esso può essere considerato secondo diversi punti di vista. Da quello strettamente enigmistico, può non valere molto per un appassionato: infatti, è innegabile che nel libro ci sia, da parte dell'autore, un uso smodato di passaggi segreti, travestimenti e altri elementi fin troppo usati nel giallo, insieme a molte imperfezioni e ingenuità. D'altra parte, però, è pur vero che il romanzo si legge che è un piacere, proprio grazie al suo essere leggero, grazioso, confortante. In esso, sembra contare più il viaggio del mistero, come se l'autore volesse intrattenere con una storia graziosa piuttosto che creare chissà quale capolavoro del giallo. Questa è la grande differenza con "Morte a Vele Spiegate" e il motivo per cui Chandler lo bocciò. Nel caso di Snow il delitto, costruito con ingegnosità quasi calcolatrice, era il centro di tutto quanto: esso era stato curato con fredda astuzia e costruito come se la vicenda dovesse essere rappresentata per un pubblico di attenti codebreaker, trattato come un quesito matematico a cui viene accostata l'indagine delle emozioni e dei caratteri dal punto di vista scientifico-analitico, senza dare importanza al sentimento vero e proprio e senza lasciarsi mai andare, come se fosse un delitto far trapelare che, dietro a ogni cosa, ci fosse un'anima. Il risultato, di conseguenza, era stato qualcosa di artificioso e irreale, in cui tutto si concentrava sul caso e mai sul lato "umano" della storia (non per niente le uniche parti dove emerge una parte di genuinità sono quella allo stadio, con l'ironica tirata di Finbow sulle capre e le pecore accostate agli studenti di istituti privati e licei pubblici, e quella all'ospedale, con i pomposi e vivaci Boothby e Parfitt). L’ironia incarnata da Birrell e la signora Tufts veniva trattata da Snow (che ne era privo) come una caratteristica poco seria, che trasformava tali personaggi in macchiette da prendere in giro; non riesce a spezzare la tensione e ad allontanare la mente dal caso, ma costituisce un pretesto cinico per dimostrare come il mistero viene affrontato (malamente) dalla polizia ufficiale in confronto al metodo di Finbow. Milne, invece, con questo romanzo decide di incarnare l'ideale di Thomas de Quincey e il suo "L'Assassinio come una delle Belle Arti" e di dare una svolta al giallo improntato al solo problema matematico, abbandonando l'austerità come avevano già iniziato a introdurre Christie e Sayers in "Poirot a Styles Court" e "Peter Wimsey e il Cadavere Sconosciuto", introducendo per la prima volta il componente principale che avrebbe fatto la fortuna delle storie di Berkeley: il brillante chiacchiericcio e il lasciarsi andare un po', trattando il giallo non solo come un austero cruciverba ma raccontando piccoli episodi di vita quotidiana per spezzare la gelida routine dell'indagine.

In questo caso, l’ironia diventa qualcosa di leggero, un elemento che contribuisce a far avvicinare non solo il ristretto numero di amanti del giallo, ma soprattutto la gran quantità di persone che desiderano leggere una storia simpatica, che abbia o meno a che fare con un delitto. Credo sia questa la ragione del successo tra il pubblico e gran parte della critica di "Il Dramma di Corte Rossa"; tanto grande da rendere la disamina denigratoria di Chandler come una sorta di lamentela capricciosa di un collega invidioso. Leggere questo romanzo vuol dire rasserenarsi, entrare in un mondo migliore, garbato, pulito e ordinato, nonostante vi venga commesso un delitto; e alla fine conta poco la perfetta esecuzione del mistero tanto casa a Snow. I difetti scompaiono di fronte al lettore medio (e al giallista meno manicheo di Chandler), poiché egli viene catturato dal racconto e avvolto dal modo grazioso in cui è narrata la storia, dall'intreccio godibile, dal crogiolarsi beato nelle splendide descrizioni della campagna inglese, dai dialoghi brillanti e dall'umorismo garbato che permea tutto il libro, anche nei momenti più drammatici.

Alan Alexander Milne, nato nel 1882 e
morto nel 1956
D'altronde, Alan Alexander Milne era quello che si può definire come "uno scrittore di vocazione". Nato nel 1882, fu il terzo di tre fratelli: egli stesso, Barry (il maggiore) e Ken (il minore). Se col primo ebbe sempre un rapporto molto difficile e caratterizzato da una feroce inimicizia, col secondo instaurò uno straordinario legame di cordialità che gli permise di scoprire la propria strada letteraria. Infatti, dopo gli studi alla Henley House di Londra (diretta dal padre), sotto l'ala protettrice di nientemeno che H.G. Wells, e la Westminster School, approdò col fratellino al Trinity College di Cambridge, dove come duo iniziarono a collaborare a "The Granta", la rivista umoristica pubblicata in loco. Fu questo l'inizio della sua carriera di scrittore, poiché durante gli anni universitari Alan iniziò a scrivere anche per altre testate; tra cui il "Punch", dove venne assunto in pianta stabile nel 1906. Nel frattempo, un anno prima aveva pubblicato una serie di pezzi sotto il titolo "Lovers in London", un volume che in seguito avrebbe ripudiato e del quale si affrettò a riacquistare i diritti per non vederlo più ristampato. Nel 1913 sposò Dorothy de Selincourt, e poco dopo si arruolò per andare in guerra. Nel 1919, al ritorno dal fronte, si aspettava di tornare a scrivere per il "Punch" ma dovette accettare il fatto che, alla redazione, si erano ormai adattati a trovare un suo sostituto, che producesse contenuti adatti alla testata umoristica invece di baloccarsi con opere teatrali (come aveva fatto lui). In questo modo, Milne cambiò rotta e si concentrò sulla scrittura di testi per il teatro, i quali gli diedero tanta fama quanto critiche (egli fu sempre molto suscettibile a riguardo). Ormai famosissimo, decise di nuovo di tentare una strada diversa e, nel 1922, scrisse "Il Dramma di Corte Rossa", il quale venne accolto ancora una volta tra critiche feroci (come quella di Chandler) e lodi sperticate, tanto da diventare in breve uno dei più grandi gialli di tutti i tempi. Questo forse sarebbe bastato per un uomo normale: dopotutto, ormai avrebbe potuto dedicarsi esclusivamente al teatro o al mystery fino alla fine dei suoi giorni. E invece, di nuovo, Milne intraprese una sfida all'apparenza disperata: decise di scrivere per i bambini, ottenendo l'ennesimo trionfo con i quattro volumi sull'orsetto Winnie-the-Pooh e i suoi amici del Bosco dei Cento Acri (tra cui il bambino Christopher Robin, alter ego del figlio di Milne).

È curioso come egli, poco dopo, iniziò ad odiare la sua creazione: forse desiderava essere ricordato per le sue opere più impegnate, come accadde a Christopher St. John Sprigg. A quel punto, dunque, decise di abbandonare l'orsetto al suo destino, ma stavolta il pubblico non gli perdonò l'affronto; tanto che le sue opere successive non riuscirono nemmeno lontanamente ad eguagliare il successo ottenuto con Winnie. Intanto i rapporti con Christopher si erano deteriorati poco a poco e Alan decise di trasferirsi con la moglie nel Sussex, a vivere in campagna. Laggiù trascorse gli ultimi anni della sua vita, finché nel 1952 venne colpito da un ictus e dovette essere operato al cervello; l'intervento gli salvò sì la vita, ma lo rese invalido fino al 1956, quando morì. Questo suo carattere difficile può far pensare che Milne fosse un vecchio antipatico, dal quale era meglio stare alla larga; eppure, Clarice Carr (la moglie del celebre giallista John Dickson) lo ricordò in un'occasione particolare, durante una delle cene al Detection Club (al quale Alan venne chiesto di unirsi grazie al suo celebre giallo e ad alcuni racconti sporadici sullo stesso genere): sconcertata, lo descrisse come "il tipo puramente inglese, bello da vedersi come una star cinematografica, magro e ben proporzionato, né piccolo né troppo alto, leggeri capelli marroni... Si portò in un angolo e si sedette laggiù, senza parlare o guardare nessuno". La spiegazione del suo comportamento, tuttavia, non è da imputarsi a snobismo o indole scostante, ma solamente a timidezza e reticenza (come affermarono John Rhode e Dorothy L. Sayers). Da parte mia, l'ho sempre immaginato come uno di quei vecchi gentiluomini d'altri tempi, duri ma capaci allo stesso tempo di essere affascinanti e di intrattenere con storie argute: in fin dei conti, aveva lavorato al "Punch" come Berkeley e non mi sarei aspettato una vena umoristica poco sviluppata. Quella stessa emerge da ogni sua opera letteraria: nei testi teatrali, in Winnie-the-Pooh e, ovviamente, anche in "Il Dramma di Corte Rossa", dove essa riesce ad amalgamare ogni elemento della trama e della struttura narrativa in modo egregio e leggero.

Pensate che, nella ristampa del suo romanzo giallo del 1926, inserì un'introduzione in cui spiegava come egli intendesse la crime story e cosa, a suo parere, essa dovesse essa mettere in scena. Stilò quindi una piccola scaletta di regole da seguire (come fecero Monsignor Knox, T.S. Eliot e S.S. Van Dine; il tutto con intento ironico, s'intende): spiegò che il romanzo doveva essere scritto in inglese corrente; che non doveva esserci al suo interno alcun interesse amoroso, soprattutto per l'investigatore, il quale doveva essere impegnato a risolvere il caso e non ad intrattenere allegre relazioni; che il detective e l'antagonista non dovevano avere conoscenze particolari ad avvantaggiarli nell'ideazione del delitto e nel raggiungere la sua soluzione; che la scienza non doveva essere impiegata troppo spesso per giustificare prove e indizi; che le conoscenze del lettore dovevano essere sempre messe sullo stesso piano di quelle della spalla di turno, senza nascondere alcun elemento fondamentale o a fare rivelazioni finali; infine, che ci dovesse essere uno "Watson" ad interpretare il ruolo del lettore all'interno del racconto. Questa lista deve essere presa in modo ironico, come dicevo; eppure, se ben guardiamo, ci accorgiamo che tutto ciò è stato inserito in "Il Dramma di Corte Rossa": oltre all'ambientazione tradizionale, quella di un mondo "alla Wodehouse" in cui l'estate è eterna, il tè e i tennis party si sprecano, la guerra non è mai esistita e solo ogni tanto appare qualche cadavere di sfuggita, un po' somigliante a quella di "La Pietra di Luna" di Wilkie Collins, in cui viene dipinta la società de tempo; oltre all'atmosfera rilassata e sognante, caratterizzata dal piacevole chiacchiericcio tra una governante e una cameriera, dalla calda giornata estiva nella quale si ode solo il brusio delle api e una falciatrice lontana, da simpatici ospiti scrocconi e sfaccendati (tra cui i proverbiali maggiori dell'esercito, anziane signorine e giovani delicate forse poco tridimensionali, vedi pp. 7-10, 13-15, 17-20, 23-25, 52-58, 63, 75-79) che a quel tempo erano parte del tessuto sociale e tranquillamente tollerati; oltre a tutto ciò, insomma, abbiamo una coppia di protagonisti che, parodiando il genere con la giusta alchimia e battute e riferimenti simpatici, decidono di giocare a Sherlock Holmes e Watson (pp. 87-88, 90, 95-97, 108, 113-118, 121-122, 127-128, 136, 139, 142-143, 147-152, 171-177, 188, 195-196, 201-202, 209, 212, 214, 218-219, 240, 244-245) all'interno di una storia piena di elementi fin troppo usati nel giallo: a partire dal titolo (che sembra proprio accennare al classico delitto della casa di campagna), troviamo poliziotti un po' ottusi ma abbastanza svegli da capire che la faccenda è più complicata di quanto sembri; passaggi segreti dietro gli scaffali pieni di libri, aule di tribunale colme di gente in attesa del verdetto del coroner, confessioni finali in forma di lettera, fantasmi finti.

Lo stesso Gillingham incarna lo stereotipo del giovane ricco che, alla pari di Lord Peter Wimsey, decidere di dedicarsi all'indagine da dilettante per passare il tempo e rendersi utile, grazie alla capacità di registrare tutto e conservarlo nel subconscio; mentre Bill è il giovane sfaccendato "alla Bertie Wooster" tanto presente nei classici mysteries, un po' ingenuo e vanesio ma fedele. Insieme costituiscono le due facce dell'indagine: quella che si diverte ad indagare, per puro spasso, e quella consapevole della tragedia avvenuta, più seria quando fa ragionamenti nella sua testa (pp. 36-39, 56-60, 66-70, 80-81, 89-91, 96-97, 99-102, 104-105, 111-112, 122-123, 132-134, 137-138, 140-141, 143-144, 167-170, 183-184, 191-193, 197-203, 242-244). Lo stile garbato e simpatico, pieno di piccole osservazioni dell’autore (pp. 18, 24-27, 41-42, 52-54, 67-68, 73-77, 95-96, 109-110, 119-121, 147-151, 157-159, 179-182, 186-188, 217, 222) con cui viene tratteggiata tutta la storia, infine, restituisce al lettore un giallo sempre giocato sul filo del divertissement, dove le sue leggerezza e allegria (non c'è praticamente mai un momento di tensione o di reale pericolo per i due protagonisti) non appaiono mai fuori posto. "Il Dramma di Corte Rossa" è un giallo che è invecchiato, sì, ma con grazia. Ed è per questo che, a mio parere, pur nella sua ingenuità viene citato e ricordato con affetto a tutt'oggi (a differenza di altre opere più complesse e ingegnose, ma pesanti e invecchiate male); nonostante il suo enigma poco complesso, carente soprattutto nella parte dell'inchiesta (cap. 19) e nella soluzione finale, il cui confronto coi grandissimi del genere è del tutto impietoso. Penso che, in fondo, lo scopo di Milne non fosse quello di ideare una soluzione plausibile che reggesse a un attento esame, ma che il vero piacere della lettura fosse da ritrovare nell'ingegnosità della sua costruzione e nel rapporto tra i personaggi. Insomma, per concludere: il fatto che questo sia uno dei primi esempi di giallo deduttivo non deve indurci a pensare che esso sia noioso o addirittura scadente. Anzi, secondo me è da considerare ancor più straordinario proprio perché, nonostante questi difetti, "Il Dramma di Corte Rossa" ha saputo mantenere bene la propria fama per tutti questi anni, come un giallo d'epoca arguto che è invecchiato con grazia. Niente male, pur essendo un po' prevedibile sotto alcuni aspetti.

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venerdì 15 maggio 2020

32 - "Morte a Vele Spiegate" ("Death Under Sail", 1932) di C.P. Snow

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore
A partire dalla settimana scorsa (e così sarà per tre volte in tutto, poiché per l'ultimo venerdì del mese ho intenzione di pubblicare la recensione di un romanzo estraneo al sottogenere del "delitto sotto il sole", ma non per questo poco bello), abbiamo visto come il classico romanzo giallo della Golden Age si possa declinare secondo una cornice diversa da quella a cui uno potrebbe subito pensare, il più delle volte caratterizzata da scenari gotici e suggestivi come castelli nella tempesta o isolate magioni avvolte dalla notte più oscura; ovvero quella esotico-vacanziera, la quale costituisce il filo conduttore delle recensioni del mese di maggio su Three-a-Penny. Con l'avvicinarsi della bella stagione, infatti, ho intenzione di lasciare per qualche tempo la classica crime story caratterizzata dalle ambientazioni di cui sopra, per passare a letture che ci permettano di fantasticare sui soleggiati momenti di relax e tranquillità che ci aspettano in futuro (o almeno, speriamo che sia così); magari immaginando di essere in riva al mare o di compiere attività all'aperto, in luoghi esotici dove i protagonisti delle storie vivono le loro avventure. Anche in questi frangenti, l'omicidio non è una presenza estranea; anzi, si può dire che il desiderio di lasciarsi alle spalle tutte le preoccupazioni e, allo stesso tempo, l'esacerbare gelosie e ossessioni nascoste siano ancora più sentiti e forti, quando ci troviamo a volerci rilassare senza essere disturbati. Per questo motivo, ho deciso di concentrarmi per qualche tempo su alcuni titoli adatti a descrivere queste manifestazioni del temperamento degli individui, tratteggiate in contorni placidi solo all'apparenza e caratterizzati da una calma fasulla. Infatti, nemmeno il dolce cullare delle navi da crociera, il suono monotono e rappacificante del treno che corre sulle rotaie, il ronzio sonnolento dei motori degli aerei di linea riescono a lenire la frustrazione dell'essere umano e a raffreddare gli animi che si scaldano sotto i raggi del sole.

Proprio i mezzi di comunicazione e locomozione sono il più delle volte protagonisti di mysteries ambientati in questi scenari vacanzieri, sia in stagioni più rigide come l'inverno (come non ricordare "L'Assassinio sull'Orient-Express" di Agatha Christie?) sia in altre più calde. In "Un Pomeriggio da Ammazzare" di Shelley Smith, ad esempio, abbiamo visto che è l'aeroplano privato del signor Jones a condurlo nella casa di Alva Hine, dalla quale partirà tutta la vicenda. In "Poirot sul Nilo" di Christie, il battello Karnak su cui viaggia l'investigatore belga, mentre è in ferie, costituisce la scena del delitto, l'elemento caratterizzante della vicenda, quello che dà una connotazione precisa al mistero. Negli innumerevoli gialli di Freeman Wills Crofts, sfegatato appassionato del giallo su rotaie, è spesso il treno a diventare elemento imprescindibile della trama. Ma non solo gli autori di gialli classici inglesi si sono sperticati nell'ideare omicidi a bordo di innumerevoli mezzi a motore: Rufus King, narratore impareggiabile degli anni '30-'40 del mystery analitico americano, ha costruito un'intera carriera sulle uccisioni avvenute a bordo di navi, yacht, imbarcazioni da diporto e simili; Charles Daly King, altro grande scrittore della crime novel classica, ha dato prova più volte di prediligere il sottogenere del "delitto a bordo" grazie ai suoi "Delitto in Cielo", "La Morte Viaggia in Treno" e "In Alto Mare". Spesso questi veicoli ci portano in luoghi esotici come isole e paesi stranieri (il deserto iraniano di "Un Pomeriggio da Ammazzare", l'Egitto di "Poirot sul Nilo", gli atolli paradisiaci del centro America in un altro giallo di questo tipo come "Charlie Chan e la Casa Senza Chiavi"), permettendoci di evadere dalla monotonia quotidiana; altre volte, invece, essi ci accompagnano dietro l'angolo di casa, senza che ci sia bisogno di andare dall'altra parte del mondo per la riuscita di un buon romanzo del mistero; come nella minuscola Burgh Island dell'Inghilterra meridionale, nella quale è ambientato "Dieci Piccoli Indiani" di Christie.

A quest'ultimo tipo di location si può aggiungere quella costituita dai Broads, quell'intrico di laghi poco profondi e larghi fiumi che si dirama per gran parte dell'Inghilterra orientale, tratteggiata nel romanzo che intendo recensire oggi: "Morte a Vele Spiegate" di C.P. Snow (Polillo Editore, 2002). In questa storia, pur non giocando un ruolo importantissimo all'interno della storia, l'ambientazione viene evocata in modo da conferire un'originale sfondo per le oscure vicende narrate, tratteggiate con tono distaccato a partire dal delitto avvenuto a bordo di un piccolo yacht per poi passare allo scatenarsi degli istinti dei sospettati, costretti a convivere in un isolato cottage, e alle complesse elucubrazioni dell'investigatore dilettante di turno, impersonato da un impiegato amministrativo con l'animo del filosofo-scienziato, in modo da dare vita a un esemplare giallo classico.

Anchor and Boats (Rye Harbour, East Sussex), Eric Ravilious,
1938
Come dicevo, fin dall'inizio ci troviamo nei Broads, in una fresca serata di inizio settembre. Ian Capel, distinto gentiluomo dotato di ironia e di più anni di quanti desideri ammettere, sta camminando da ore ed ore lungo viottoli fangosi e sotto una pioggerella fine e insistente, col fine di raggiungere la barca del suo amico Roger Mills, un famoso oncologo di Londra che lo ha invitato a trascorrere qualche tempo a bordo in compagnia di alcuni giovanotti e signorine. Benché stanco e irritato dalle indicazioni imprecise che Roger gli ha dato, è contento del suo imminente ritrovarsi tra persone più giovani di lui: sta per ricongiungersi alla deliziosa compagnia che solo un paio di anni prima si era recata in Italia per un soggiorno. Ci saranno Philip, il giovane sfaccendato che tutti loro amano proprio a causa della sua pigra indolenza; il pratico e tagliente William, promettente stella della medicina che potrebbe scalzare Roger dal suo piedistallo; ovviamente Roger, sempre più volgare, grasso e rumoroso; Christopher, uno dei ragazzi più poveri ed intelligenti che egli abbia mai conosciuto, oltre ad essere un ottimo compagno di ventura; ma soprattutto la dolce Avice, la sua preferita, la ragazza per cui nutre più di un'amicizia ma che (ne è consapevole) non potrà mai sperare di conquistare. È il pensiero di raggiungere quest'ultima che lo spinge a continuare ad avanzare, insieme alla prospettiva di riposare al caldo; e poco dopo il suo desiderio si avvera: Ian raggiunge l'attracco di The Siren, lo yacht di Roger, e scopre che al gruppo si è aggiunta una certa Tonia Gilmour, la nuova fiamma di Philip, una ragazza esuberante e attraente dai capelli rossi.

Le risate e i brindisi per il nuovo lavoro di Christopher, benché attenuati dalla conferma del fidanzamento del giovane con Avice, riscaldano le ossa del vecchio gentiluomo, il quale non riesce a capacitarsi di quanto sia fortunato a poter stare assieme a quelle sei simpatiche persone, e il sonno arriva a fatica quando viene il momento di dormire. Il mattino seguente, tuttavia, una sorpresa per niente piacevole attende gli occupanti dello yacht: Roger, infatti, viene ucciso mentre si trova al timone della barca. Lo sconcerto assale i membri della compagnia, i quali tentano di risolvere la faccenda a modo loro prima di rivolgersi alla polizia, ma quando appare chiaro che il fattaccio non si riesce a sciogliere né può restare impunito, Ian inizia a domandarsi chi possa essere il colpevole di quello sporco assassinio. Appare chiaro fin da subito, infatti, che nessuno avrebbe potuto salire a bordo e far fuori il capitano, per poi scomparire nuovamente; quindi, il colpevole deve essere uno tra William, Tonia, Philip, Christopher e Avice. Quest'ultima, essendo cugina della vittima, sembrerebbe la persona più probabile da sospettare e Ian non può sopportare di vederla struggersi, o peggio, impiccata; così, approfittando di un passaggio sul dinghy guidato da Christopher e William, diretti ad informare le forze dell'ordine dell'accaduto, il gentiluomo si reca al più vicino telefono e convoca un suo vecchio amico, tale Finbow, il quale si trova in licenza da Hong Kong, per incaricarlo di scoprire la verità sulla morte di Roger. Finbow, da parte sua, si dimostra molto interessato alla faccenda: essendo un tipo che si diverte ad osservare come agisce la natura umana di volta in volta, potrebbe analizzare le reazioni di ognuno dei sospettati e interpretare le prove sulla scena del delitto come se si trattasse delle viscere degli antichi aruspici; quindi egli accetta di buon grado e, dopo essersi conquistato la fiducia del borioso sergente Birrell incaricato delle indagini, inizia a riflettere sul comportamento di ognuno dei sospettati, i quali nel frattempo sono stati costretti a vivere in un isolato cottage. Pian piano, grazie ai suoi metodi inusuali, Finbow inizia ad escludere una persona dopo l'altra dalla sua lista mentale, chi in base a prove materiali come capelli e tempi d'azione, chi a causa del peculiare carattere; mentre i nervi di tutti iniziano a cedere, compresi quelli del suo amico Ian. Riuscirà Finbow a inchiodare l'assassino di Roger? Ma soprattutto, sarà stato proprio un male che un tipo ambiguo come il dottor Mills sia stato eliminato?

Pianta della suddivisione di The Siren, lo yacht di Roger
Dalla trama, avrete capito come "Morte a Vele Spiegate" abbia tutti gli ingredienti per essere uno di quei romanzi gialli classici che gli appassionati amano. Un amico che conosco ormai da molti anni, grande fan del mystery più classico e analitico possibile, in una sua recensione ha dato un voto molto alto a questo libro, dilungandosi su quanto esso sia "decisamente classico" in tutti i suoi elementi: ambientazione ridotta a pochi scenari (soprattutto lo yacht e il cottage) come nel numero dei sospettati; sviluppo del caso tra omicidio, indagine parallela tra inquirenti ufficiali e ufficiosi e svelamento della verità di uno e dell'altro con conseguente celebrazione dell'acume del segugio occasionale; e tratteggio dei personaggi, tra cui Ian Capel nel ruolo di una riuscitissima spalla "alla Watson" (pp. 10, 14, 29, 42-43...); senza dimenticare la presenza di piantine utili alla comprensione dei movimenti di tutti i personaggi, indispensabili in un romanzo del mistero che si rispetti. Dopotutto, siamo nel momento storico in cui fiorirono i maggiori esponenti del giallo della Golden Age come Sayers, Christie, Iles e tanti altri, e nel quale, come nella struttura narrativa più tipica che si possa immaginare nel genere del giallo tradizionale, qualcuno viene ucciso, un investigatore dilettante ma dotato di acuto ingegno deduttivo si applica alla risoluzione dell'elaborato caso e, evitando false piste e inserendosi tra sospettati più o meno eccentrici con domande innocue solo all'apparenza, riesce a scoprire i segreti nascosti di tutti quanti e a svelare "chi-lo-ha-fatto" in un lungo monologo finale e drammatico. Eppure, devo ammettere che il mio giudizio finale su "Morte a Vele Spiegate" non riesce ad essere entusiasta quanto quanto quello che ho riportato qui sopra; il che è un vero peccato.

I motivi di questa mia parziale delusione sono differenti, anche se presi uno alla volta forse non influiscono più di tanto nella resa totale della storia. Innanzitutto, dunque, c'è il problema dello stile, che io ho trovato molto confuso e difficile da seguire (pp. 42-43, 59-62, 70-71, 88, 97, 118, 122, 124, 147, 153, 161, 167, 184, 199-200). Se da una parte mi ha ricordato quello caratteristico di Richard Austin Freeman, in cui le digressioni si sprecano e ogni occasione sembra buona per l'autore per infilare una riflessione personale sull'argomento trattato, dall'altro non mi ha restituito la stessa sensazione un po' ironica e suggestiva che avevo provato quando, ad esempio, mi sono tuffato in "L'Occhio di Osiride". Voglio dire, la spiegazione di Snow allo stadio da cricket (cap. 9) sul motivo per cui William si è presentato davanti al cadavere di Roger senza camicia, sul ponte la mattina del delitto, e la conseguente differenza tracciata tra studenti di prestigiosi college e alunni di istituti statali (le insolite "capre" e "pecore") è stato un pezzo di bravura nel "far passare il tempo", come l'ha definito lo stesso Finbow, e un intermezzo che non mi ha infastidito; così come la breve parentesi all'ospedale di Liverpool Street, dove abbiamo conosciuto di sfuggita il dottor Boothby e il giovane Parfitt. Però, per il resto della storia di "Morte a Vele Spiegate", ho come avuto l'impressione che il tono usato sia nel racconto del mistero della morte di Roger, sia nell'enunciazione delle teorie e dei momenti di tensione, sia stato molto (forse troppo) formale e presuntuoso. La freddezza di Finbow è come passata attraverso le pagine fino a raggiungermi, allontanandomi da quella sorta di impersonificazione che metto in atto mentre leggo e che mi permette di immergermi nelle vicende in prima persona. In sintesi, non sono riuscito a sentire il caso come al solito e ho percepito una sorta di parete tra me e il racconto di Snow, provando per la prima volta un distacco netto, forse dovuto al tono "da scienziato" dell'autore.

In secondo luogo, di conseguenza, ho avuto un problema con i personaggi: data questa incongruenza insormontabile tra me e il consueto coinvolgimento nella storia, non sono riuscito nemmeno a considerare i personaggi come esseri viventi in tutto e per tutto. Con questo, intendo dire che per me la maggior parte dei sospettati (Philip, Christopher e Tonia in primis, ma pure William e Avice in misura minore) non sono riusciti a staccarsi dalle pagine e a prendere vita davanti ai miei occhi, restando figure a due dimensioni che si muovono come burattini, per cause estranee alle emozioni paradossalmente più si avanzava nelle vicende e la tensione nervosa saliva. Per contro, quasi a voler ribaltare il risultato sperato da Snow, ho percepito con maggiore chiarezza il sergente Birrell e la signora Tufts, personaggi di importanza minore in "Morte a Vele Spiegate" rispetto agli altri, grazie al loro ridicolo pudore vittoriano e all'essere futili macchiette che risaltavano sulla piattezza della resa del sentimento umano. Infine, lo stesso enigma mi ha lasciato qualche perplessità. Infatti, se da un lato sono soddisfatto dal fatto che la soluzione finale sia stata suffragata da indizi materiali e accettabili da una giuria in tribunale, dall'altro non sono riuscito ad accettare del tutto il voler mettere insieme, da parte dell'autore, l'indagine prettamente preposta alle elucubrazioni "materialistiche" e quella governata dai ragionamenti sui caratteri e sulle emozioni dei personaggi. Mi è sembrato come se Snow avesse voluto dimostrare che il successo in un'indagine per omicidio debba essere sostenuto da una giusta dose di indizi pratici e di elementi psicologici, per poter sperare di cavare il proverbiale ragno dal buco; e se questo ragionamento può anche essere accettato, lui ha costruito un caso basato su aspetti troppo vaghi per essere considerati sufficientemente solidi da reggere le critiche, e dotato di troppo pochi elementi originali per essere ricordato nettamente in mezzo agli altri. Troppo viene lasciato al caso, e con troppa facilità i sospettati vengono eliminati dalla lista dei probabili colpevoli (tanto che spesso rientrano in corsa!), generando una soluzione troppo intellettualizzata; il che, assieme alle due critiche che ho discusso poco sopra, non mi permettono di promuovere del tutto questo libro.

Charles Percy Snow, nato nel 1905 e morto nel
1980

Bisogna ammettere che, tuttavia, se la riuscita di "Morte a Vele Spiegate" è risultata solo in parte (spiegherò quali sono gli elementi da salvare e che rendono questo romanzo giallo comunque degno di essere letto quale storia d'evasione, non giungete a conclusioni troppo affrettate!), forse uno dei motivi di ciò è stato il fatto che esso è stato il primo libro in assoluto che Charles Percy Snow (questo il nome esteso dell'autore) scrisse, e quindi risentisse della sua inesperienza. Nato al Leicester nel 1905, egli si trovava a studiare chimica e fisica all'università di Cambridge quando, nel 1932, decise di esordire come scrittore proprio con un romanzo giallo, l'unico della sua carriera per moltissimi anni. In una nota a un'edizione successiva, più precisamente, Snow osservò che questo libro "non era propriamente la mia opera prima dal momento che, a ventun anni, avevo scritto un romanzo su dei giovani in un'università della provincia inglese"; tuttavia, quel lavoro non fu mai dato alle stampe, con posteriore gioia dell'autore, e quindi "Morte a Vele Spiegate" si può considerare come la sua prima opera ufficiale. In occasione della ristampa che ho menzionato sopra, l'autore si disse più che contento del successo avuto dal suo libro: quest'ultimo doveva costituire la pietra tombale sul suo percorso come scienziato in favore di una florida carriera come narratore, poiché quello era sempre stato il suo desiderio. Eppure, benché avesse iniziato con uno di quei gialli "artificiosi e stilizzati secondo la maniera dell'epoca" forse per provare a mettersi alla prova ed esso fosse stato accolto molto bene, Snow si rese conto ben presto che stava per essere attirato nella stessa trappola della scienza da cui stava tentando di scappare, se avesse continuato su quella strada. Così, sebbene avesse desiderato dedicarsi al giallo declinato al roman policier più realistico "alla Simenon", a malincuore decise di non mettere più mano a un altro mystery ("divertenti da scrivere, ma richiedono quasi lo stesso tempo di un romanzo propriamente detto" osservò, e lui era già troppo impegnato per dedicare troppo tempo alla creazione di enigmi), prediligendo l'ideazione di altre opere di narrativa come "La Ricerca" del 1934 e il fortunato ciclo sulla vita inglese dal titolo "Estranei e Fratelli" (in cui coniò la frase "corridoi del potere"), al centro delle quali era sempre il conflitto tra etica, potere e scienza. Sposatosi nel 1950 con la scrittrice Pamela Hansford Johnson, C.P. Snow conquistò la notorietà nel 1959 col saggio "Le Due Culture", basato sulla frattura fra scienza moderna e valori umanistici, e alternò fino alla fine dei suoi giorni l'attività letteraria con quella di ricercatore scientifico, riuscendo addirittura a ricoprire la carica di sottosegretario al ministero della tecnologia dal 1964 al 1966; riuscendo appena un anno prima della morte, avvenuta nel 1980, a pubblicare un nuovo giallo dal titolo "Una Mano di Vernice". Questo (assieme al fatto che nel suo esordio citò Sayers e Van Dine) dimostra come fosse ancora legato all'idea di diventare un giallista a tempo pieno, se solo avesse potuto.

In fin dei conti, penso che sia stato un peccato che non si sia più concentrato sulla crime story se no quando fu troppo tardi; nonostante i difetti evidenti, "Morte a Vele Spiegate" dimostra come Snow avesse una certa inventiva. Magari avrebbe potuto migliorare su alcuni aspetti scadenti dell'opera in questione e regalarci qualcosa di memorabile. In ogni caso, come vi dicevo, non considerate del tutto dimenticabile il suo esordio nella narrativa. È innegabile che in esso ci siano molte cose che non funzionino; però, secondo alcuni aspetti della storia, penso che più di una persona potrà dirsi entusiasta del risultato che ne ha ricavato l'autore. In fin dei conti, l'amico che ha apprezzato questo romanzo del mistero è una delle persone più esigenti che conosca in fatto di giallo classico. Inoltre, per quanto mi riguarda, ho apprezzato moltissimo il tratteggio dell'atmosfera e dell'ambientazione, un po' rarefatte ed essenziali ma di sicuro più vivide delle personalità dei personaggi e originali. Mi ha divertito il continuo botta-e-risposta tra Finbow e Ian, platealmente ricalcati nelle figure di Sherlock Holmes e del dottor Watson (da notare alle pp. 50-58, 63-67, 72-86, 105-106, 116-117, 165-166, 170-172, 175 e 237 come l'investigatore dilettante abbia le sue manie del rito del tè e del cricket tanto quanto il Segugio di Baker Street adorava suonare il violino e iniettarsi la droga, mentre il povero narratore annaspa di fronte all'intelletto superiore del suo amico e maestro allo stesso modo della "spalla" di Holmes). Nella sua freddezza e quasi totale apaticità, tuttavia, Finbow rivela anche alcune caratteristiche che lo differenziano dal suo modello: tende a condividere con Ian i suoi pensieri e a metterlo a parte dei sospetti; forse troppo, per mantenere la giusta tensione fino allo svelamento finale. Ho avuto l'impressione che l'autore volesse come trasportare Sherlock Holmes nell'epoca del giallo della Golden Age, costringendolo ad adattarsi ai nuovi metodi che si erano sviluppati tra il 1888 (nascita del personaggio di Doyle) e gli anni Trenta del Novecento. Peccato che egli non riesca mai a dare davvero vita al suo protagonista, assieme agli altri personaggi, sia a fatti che a parole, facendoli restare come gusci abitati per qualche tempo e poi abbandonati e che parlano non come effettivamente succede nella vita reale, ma dicendo ciò che pensa l'autore. Philip, Tonia, Avice, Christopher, William, Ian, Roger e lo stesso Finbow, per non parlare di Birrell e della signora Tufts, incarnano stereotipi che non riescono mai del tutto a staccarsi dal modello a cui sono ispirati: appaiono come attori che interpretano una parte sul palcoscenico, figure appartenenti alla Jazz Age o che riflettono la formazione dell'autore e le sue opinioni sociologiche, senza riuscire a dare vita al loro ruolo.

Eppure, mi ha in parte divertito lo scandalizzarsi di Birrell e della signora Tufts di fronte all'infrangersi dei loro rigidi principi morali e vittoriani. Ho provato, insomma, una sorta di repulsione-attrazione per gran parte della lettura, tanto che alla fine ho scoperto di essere stato un po' soddisfatto; per questo vi invito a dare una possibilità a "Morte a Vele Spiegate". Lo stesso stile e approccio scientifico all'indagine (pp. 14-15, 19-20, 35-37, 40-42, 50-52, 54-56, 72-86, 128-130, 133-135, 137-140, 231-234, 258-259), arido e impersonale nei lunghi dialoghi tra Finbow e Ian, è riuscito ad evocare una certa poesia nel mettere a confronto materialismo e sentimento (pp. 89-90, 92-94, 97-98, 101-102, 106-110, 113-117, 125-129, 131-132, 135-140, 148-149, 154-155, 160-163, 172-173, 176-178, 181-189, 191-193, 201-204, 216-217, 227-231, 234-235, 237-239, 254-257, 259-267): benché con effetti poco soddisfacenti sulla carta, in esso Snow ha provato a fare quello che gli altri suoi colleghi riuscirono a mettere in pratica con maggior estro nei loro gialli; cioè, accostare indizi tangibili con sensazioni psicologiche. Conflitto, quest'ultimo, incarnato anche dal duello tra dilettante e ufficiale incaricato del caso: Finbow osserva il crimine da un punto di vista soprattutto filosofico, escludendo i sospetti grazie alla conoscenza della natura umana tanto cara a Poirot; Birrell, invece, dal canto suo cerva fatti e prove tangibili, arrivando al punto di immergersi in un fiume per trovarli. Questo episodio, inoltre, fa parte di una serie che mette in luce come Snow intendesse in qualche modo imitare la sfida tra il detective "alla Wimsey" e il poliziotto un po' stupido del giallo tradizionale: Birrell ha studiato e imparato a memoria tutto quanto si potesse leggere sul crimine, apparendo come una macchietta sempre sul punto di ripetere concetti astratti e poco utili nella realtà, mentre Finbow applica la sua conoscenza del mondo reale così da interpretare ogni piccolo dettaglio dell'indagine, osservando intorno a sé e intrattenendo ignari sospettati affinché facciano rivelazioni importanti; dimostrando in questo modo come Snow avesse appreso la lezione di Berkeley/Iles sull'importanza del comportamento umano. Sfortunatamente, questo tipo di psicologia non viene sviluppato al meglio dall'autore e il risultato diventa troppo stereotipato, come se il romanzo fosse più un esercizio di ginnastica mentale che una storia viva e avvincente. In ogni caso, non c'è dubbio che "Morte a Vele Spiegate" riesca ad essere un pezzo d'epoca, un modo curioso per entrare in un mondo come quello dell'Inghilterra degli anni '30, quando ancora la società era stratificata, e una lettura piacevole ed esemplare, sebbene non trascendentale e incapace di conquistare del tutto il lettore.

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