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venerdì 21 febbraio 2020

25 - "L'Omicidio è un Affare Serio" ("Malice Aforethought", 1931) di Francis Iles

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
L'idea di vivere in un paesino di campagna esercita da sempre un certo fascino nell'immaginario del cittadino medio, con il suo stare in mezzo alla natura, lontano dal caos e dalla frenesia della metropoli, a contatto con gente semplice e alla mano che ti riempie di attenzioni. Io stesso abito in una delle tipiche "contrade" che caratterizzano il territorio dell'Italia, dove tutti si conoscono, le persone che incontri per la strada sono sempre le stesse e il tempo passa lentamente, e devo ammettere che ci sono un sacco di lati positivi in questo modo di vivere. Tuttavia, anche se non lo sembra, a volte tutte queste caratteristiche possono assumere accezioni negative: l'isolamento nei mesi invernali si fa sentire e rende disagevole il contatto con la civiltà, ogni tanto la noia può diventare decisamente irritante e i vicini di casa, all'apparenza armati di buone intenzioni, si trasformano in gente invadente che desidera impicciarsi di affari che non li riguarda, per poi lasciarsi andare al gossip sfrenato e malevolo al riparo delle loro piccole tane, con la candida scusa di ammazzare il tempo. Anche con l'avanzare della modernità questi luoghi, spesso isolati, tendono (con implacabile testardaggine e grande stizza dei giovani) a conservare inalterato il loro cuore e a rifiutare ogni cenno di contaminazione: se da un lato fa piacere notare come il passato venga tenuto in gran considerazione, dall'altro è frustrante il fatto che tutto resti immutato, insieme al carattere comunitario che rende queste piccole collettività simili a famiglie allargate, dove tutti sanno e tutti si permettono di dire la propria; e come in ogni nucleo di individui, a causa di questa vicinanza ci sono tensioni sotterranee che scorrono in continuazione e nervi scoperti che, se toccati, portano di conseguenza a scontri e discussioni. Non tutto è rose e fiori, in queste circostanze, e qualcosa ne sapevano anche gli scrittori di romanzi gialli classici, i quali elessero come scenario tradizionale dei loro casi proprio i villaggi remoti della campagna inglese, piccoli agglomerati di cottage, giardini curati e chiese, in cui a venire ammazzato non era unicamente qualcosa di intangibile, ma spesso anche un essere umano in carne ed ossa.

Villaggi di campagna che, a parte per i cadaveri, sono affini alle "contrade" come quella in cui abito (è forse per questo motivo che il genere del "delitto-al-villaggio" mi sta tanto a cuore?). Ne è un esempio St. Mary Mead, il paese in cui vive Miss Jane Marple, l'arguta zitella creata dal genio di Agatha Christie: con le villette tutte uguali, il vicariato, le crinoline e i vezzosi abiti lunghi di pizzo grigio, esso si oppone alla tecnologia, ai suoi lunghi tentacoli e al "nuovo che avanza" rappresentato dal quartiere moderno di case in cemento e acciaio, mentre sullo sfondo i pettegolezzi dilagano volentieri a vivacizzare la vita monotona degli uomini e delle donne. Oppure King's Abbot, il paese in cui è ambientato "L'Assassinio di Roger Ackroyd" con protagonista Poirot, che viene acutamente dipinto come un covo di allegre e pungenti zitelle alle quali fa capo la signorina Sheppard, sorella del narratore. Una delle rappresentazioni più ciniche, brutali, satiriche e realistiche della comunità campagnola inglese (e, in un certo senso, delle nostre "contrade") venne tratteggiata anche da Anthony Berkeley, sotto lo pseudonimo di Francis Iles, in uno dei romanzi più famosi della storia della letteratura del mistero, il quale introdusse un nuovo modo per raccontare il disagio e la cattiveria della mente umana e operò una vera e propria rivoluzione all'interno del genere, indirizzando il percorso da seguire negli anni a venire per gli autori di gialli psicologici. Con esso, egli spinse agli estremi la concezione secondo cui il centro focalizzatore dell'azione doveva essere il colpevole, insieme alle sue emozioni e al suo cervello malato, e diede vita a una vicenda tanto entusiasmante quanto sgradevolmente sconcertante, dove la comunità del villaggio gioca un ruolo molto importante nello svolgersi della vicenda. Il titolo di questo libro innovativo è "L'Omicidio è un Affare Serio" (Polillo Editore, 2003), e oggi sarà il soggetto della mia recensione.

"Tennis and Englishness" di Eric Ravilious, un dipinto che illustra il tipico
tennis party a cui era solita partecipare la gente dei villaggi di campagna
inglesi
Il romanzo si apre con la descrizione di un tennis party, tipico evento della società provinciale nella prima parte del Novecento, a cui partecipano tutte le persone più in vista del villaggio di Wyvern's Cross: ci sono il vicario Torr, assieme alla moglie e ai due figli; le signorine Peavy e Wapsworthy, zitelle; il romanziere Peter Davy e signora; i fratelli Hartford e Ivy Ridgeway; l'avvocato Chatford; il giovane Dennis Bourne, in vacanza dalla scuola; la viziata Gwynyfry Rattery e l'ereditiera Madeline Cranmere, oltre ai signori Bickleigh che ospitano l'evento nella propria abitazione. Come capiamo ben presto, l'interesse principale dei convitati alla festa non è quello di giocare a tennis, ma di passare al setaccio le vite dei principali peccatori del circondario e giudicare in modo sprezzante la condotta di costoro, senza accorgersi che questo comportamento rivela, tra le righe, quanto loro stessi siano corrotti e ipocritamente falsi. C'è chi cela dietro a una facciata caritatevole la propria natura puritana e bigotta, chi si diverte a fare osservazioni sulle relazioni degli altri e sopprime una forte insoddisfazione sentimentale, chi ostenta un finto perbenismo in pubblico e adotta una ferocia disdicevole al riparo da orecchi indiscreti. E c'è anche chi nasconde una natura oscura e maniacale sotto un carattere mite e dimesso. In particolare il cortese dottor Bickleigh, infatti, soffre di uno spiccato complesso di inferiorità, accentuato dal carattere dominante della moglie Julia e mescolato a un'inarrestabile ansia dovuta a numerosi fattori (l'essere nato in una famiglia modesta, il non aver frequentato le scuole "giuste", l'aver sposato una donna di rango aristocratico), e per compensare questo suo sentirsi inadeguato non trova di meglio che vivere continue avventure amorose con chiunque gli capiti a tiro. Tuttavia è un uomo amato dai vicini, molto più della consorte, e di conseguenza si considera una specie di dongiovanni i cui piccoli peccati possono essere perdonati: un uomo ai cui piedi non possono che cadere tutte le giovani fanciulle del circondario, il quale può permettersi di accontentare qualunque sua passione amorosa; tanto più che da anni sta cercando la donna giusta per lui; e poco importa che ogni volta sostenga di averla trovata: tutto ciò non ha la minima importanza, per lui, nemmeno l'intrattenere più di un rapporto nello stesso tempo.

Non c'è da stupirsi, quindi, che decida di meritare un trattamento migliore quando, dopo un secco rifiuto da parte della sua ultima spasimante, la moglie lo umilia di fronte a tutto il gruppo riunito in occasione del tennis party. La conoscenza della bella Madeline Cranmere, appena trasferitasi a Wyvern's Cross, lo spinge a riflettere seriamente sul suo infelice matrimonio, ad immaginare ogni notte come potrebbe essere la sua vita senza l'odiata consorte, e alla fine la prospettiva di diventare ricco lo convince che bisogna fare qualcosa per cambiare la sua infelice situazione attuale. Dapprima si prepara il terreno per poter chiedere in sposa la giovane ereditiera, poi tenta ingenuamente di convincere la moglie a concedergli il divorzio: se ella accetterà, tanto meglio; altrimenti si vedrà costretto ad eliminarla, sebbene a malincuore. In seguito a numerose vicissitudini, il dottor Bickleigh adotterà un attento comportamento e studierà un piano a prova di bomba (dopotutto, l'omicidio è un affare serio, no?) per assicurarsi un futuro radioso assieme alla sua anima gemella; e poco importa se ciò prevederà di fingere, mentire, tentare di assassinare qualche scomodo testimone o ostacolo e gettare alle ortiche la propria etica professionale e reputazione: la soddisfazione personale dovrà essere al primo posto, per un uomo che ha già incassato troppi duri colpi dalla vita e vuole essere finalmente felice e, soprattutto, libero. 

Herbert Rowse Armstrong, conosciuto
come l'Avvelenatore di Hay-on-Wye
e prototipo per il personaggio del
dottor Bickleigh
Se Richard Austin Freeman, con "The Singing Bone", inventò l'inverted story (ovvero il racconto dell'indagine al contrario, con un colpevole noto fin dall'inizio e i suoi frenetici tentativi di scampare alla giustizia come oggetto della trama) e in seguito Freeman Wills Crofts applicò questa forma narrativa dando maggior risalto all'alibi dell'assassino in "Il Volo delle 12.30 da Croydon", con "L'Omicidio è un Affare Serio" Berkeley capì che ormai i tempi erano maturi per cambiare le regole della tradizionale partita tra lettore e autore. Già con "Gioco Mortale", il romanzo firmato con il suo vero nome che precede questo sconcertante libro, aveva iniziato ad elaborare un tipo di storia diverso dal solito, in cui era più importante la figura dell'assassino rispetto al rigore della presentazione di indizi ed alibi. "I giorni del vecchio enigma poliziesco, basato interamente sulla trama e senza connotazione dei personaggi e concessioni allo stile e allo humor, sono, se non contati, in ogni caso nelle mani del pubblico" sostenne nella prefazione di quel volume, aggiungendo che "il romanzo giallo si sta sviluppando in un genere narrativo con un interesse più accentuato sul crimine, che tiene avvinto il lettore facendo leva non tanto sugli elementi matematici quanto su quelli psicologici". Attraverso un tono cinico, brutale e satirico, Berkeley decise quindi di capovolgere tutte le regole non scritte (riguardo ambientazione, personaggi, punti di vista ed enigma) e di impostare la vicenda come se essa venisse vista dagli occhi dell'antagonista, dipingendolo come una vittima che decide di liberarsi dalla minaccia costituita da un'altra persona e tratteggiando i suoi sentimenti contrastanti e chiaramente malati per dare al lettore un'idea precisa della psiche dell'omicida; e in questo caso la vicenda diventa ancor più strabiliante se si pensa che essa venne delineata a partire da un caso reale di avvelenamenti multipli, il quale vide come protagonista Herbert Rowse Armstrong, l'unico avvocato nella storia dell'Inghilterra ad essere salito sul patibolo per omicidio. Berkeley, come pure la Sayers ed altri suoi colleghi, fu un fervente appassionato di casi autentici, meglio con protagonisti belle donne e distinti uomini della borghesia inglese, per cui non stupisce che abbia voluto sfruttare una storia tanto diabolica quanto stupefacente come quella di un signore di mezza età, il quale invitava in continuazione un socio scomodo e sua moglie a prendere una tazza di tè avvelenato, senza curarsi del fatto che entrambe le sue vittime erano consapevoli del rischio e si affannavano freneticamente a trovare scuse per rifiutare di farsi mandare all'altro mondo.

Una serie di eventi, questa, che senza difficoltà avrebbe divertito un tipo sardonico come Anthony Berkeley Cox e che, paradossalmente, poteva essere adattata anche alla sua figura. Tra il famigerato dottor Bickleigh e il suo creatore, infatti, ci sono molte affinità significative. Per avere una visione chiara e dettagliata di questa somiglianza, vi consiglio di leggere "The Golden Age of Murder" di Martin Edwards, in cui l'autore viene attentamente messo sotto il microscopio; in questo caso. vi basti sapere che entrambi avevano 37 anni al momento della pubblicazione del romanzo, soffrivano di un complesso di inferiorità nei confronti delle donne (quello di Berkeley probabilmente era dovuto al fatto di essere sempre stato considerato, dalla madre autoritaria, più "tardo" rispetto al fratello Stephen e alla sorella Cynthia), erano degli inguaribili donnaioli, avevano un nome che suonava simile l'uno all'altro, erano capaci di spiazzare gli interlocutori con repentini cambi di umore, vivevano nel Devon, possedevano una particolare concezione della vita matrimoniale (Berkeley dedicò "L'Omicidio è un Affare Serio" alla moglie Peggy, onore alquanto sinistro visto come evolve la vicenda al suo interno), erano entrambi molto fantasiosi e, ovviamente, condividevano l'interesse per i delitti e il crimine. Niente male, per un opera che non intendeva essere apertamente autobiografica. Berkeley, infatti, mantenne sempre uno stretto riserbo sulla sua vita privata, e sono di recente alcuni fatti della sua vita sono venuti alla luce. Forse usò la narrativa del mistero come un mezzo per andare incontro alle proprie manie e, in qualche modo, mettervi un freno? In ogni caso, l'esperimento non dovette andare del tutto a buon fine, visto che il suo atteggiamento non mutò in meglio; anzi, con il passare degli anni purtroppo peggiorò e la sua mente divenne sempre più instabile, tanto che Julian Symons raccontò di averlo incontrato in un paio di occasioni e, in entrambe, si verificarono strane circostanze: una volta, un chiodo arrugginito sbucò dal suo piatto di minestra (lo aveva lasciato cadere qualcuno per sbaglio o lo aveva infilato lì lui stesso?) e l'altra interruppe addirittura la conversazione, mettendosi una maschera sulla faccia, gonfiando una pallina di gomma e facendo profondi respiri.

Ma, in fondo, Anthony Berkeley era un compagno che, per quanto un po' inquietante, era di sicuro insolito e sorprendente. Brillante romanziere, oltre ad innovare il romanzo giallo con le sue trame in anticipo sui tempi riuscì a rivoluzionare anche la concezione del detective tradizionale con l'introduzione, in "Uno Sparo in Biblioteca", di Roger Sheringham, un individuo scontroso, maleducato, fallace e abbastanza sconveniente il quale, prima di arrivare alla soluzione, finisce per sospettare di quasi tutti. Berkeley era uno che avrebbe potuto vantare e strombazzare una personalità fuori dal comune, però decise di non farlo. Amava indossare i panni di personaggi curiosi, spesso misogini e burberi, come se fosse sempre sul palcoscenico; a volte litigava con foga con alcuni membri del Detection Club, che contribuì a fondare fin dai primi giorni (una volta mi sarebbe piaciuto assistere a un suo incontro con Dorothy L. Sayers), ma in molti affermarono con convinzione che sotto sotto amava incoraggiare i giovani scrittori e, cosa da non dimenticare, possedeva una percezione della realtà fuori dal comune. La stessa identità di Francis Iles, con cui firmò "L'Omicidio è un Affare Serio", "Il Sospetto" (da cui Hitchcock trasse un film che, per quanto ben fatto, non riesce a rendere l'idea della grandezza del libro da cui è stato tratto) e "As For the Woman" rimase un incognita che venne svelata solo dopo la sua morte; una maschera che amava portare più di ogni altra, poiché era nata dal ricordo di un vecchio antenato, un contrabbandiere che veniva considerato una pecora nera dalla famiglia. Proprio il tipo che lui avrebbe preso in simpatia fin da subito e al quale avrebbe accordato la disponibilità per combinare qualche astuto ed eclatante scherzo. 

Caricatura dell'autore, Francis Iles alias Anthony
Berkeley Cox, nato nel 1893 e morto nel 1971
Tornando a "L'Omicidio è un Affare Serio", esso rivela numerosi aspetti della concezione pessimistica del mondo che Berkeley/Iles aveva e sulla sua idea di crime story. Ad esempio, i personaggi sono tutti antipatici, indice rivelatore dell'anima (apparentemente) misantropa dell'autore, il quale una volta dichiarò che non esisteva al mondo qualcuno che lui non odiasse cordialmente. Gli uomini sono esseri insignificanti, che la maggior parte delle volte vengono ingannati e bistrattati dalle donne, e queste ultime sono ancora peggio: tratteggiate sempre come maliarde ingannatrici, capaci di mettere nel sacco il povero malcapitato per il semplice gusto di farlo, vengono di conseguenza trattate con maschilismo e spesso malmenate malamente. Sono esseri superiori agli uomini, diversi come il giorno dalla notte, capaci di farli sentire sempre a disagio e fuori posto, che si fanno seguire per poi attaccare una volta raggiunte, simili a sirene. E dove volete che venga ritratto un simile gruppo di individui sgradevoli, se non un un villaggio di campagna dove tutto e tutti generano odio, il pettegolezzo è più velenoso dell'arsenico nel tè e le chiacchiere ciniche possono portare un uomo sul patibolo? In confronto a St. Mary Mead, qui siamo all'inferno; niente conforto nelle casette con giardino, niente pizzi ad ingentilire gli arredamenti e le vite degli uomini e delle donne, niente aiuto dal vicino in un momento di difficoltà: solo maldicenze e delusioni.

Lo stile stesso della scrittura è teso, scarno, crudo e brutale, senza filtri nel raccontare le percosse a una giovane ragazza, i rapporti nella grotta e le avances spudorate; mentre le bugie di Bickleigh, sempre più astruse man mano che la vicenda prosegue, suonano tanto astute nella sua mente quanto contorte sulla carta stampata e dipingono un enigma di prim'ordine, lucido e e penetrante come pochi altri. La trasformazione del mite dottore insignificante, sottomesso alla moglie cattiva e bisbetica, in un superuomo capace di architettare un delitto che dovrebbe essere perfetto è quasi ipnotica: ci sentiamo attratti da questa figura in evoluzione, un po' dispiaciuti per lui e impauriti allo stesso tempo da quanto possa escogitare nella sua follia omicida. È il cinismo, con l'ironia pesante, che la fa da padrone in questo magistrale esempio di come la natura umana possa degenerare, se sottoposta a troppa pressione. Il finale ha una nota beffarda che racchiude la concezione definitiva di Berkeley sulla realtà che ci circonda: la giustizia è destinata a fallire, in un mondo dove ciò che è giusto e ciò che è sbagliato si possono confondere e mistificare tanto facilmente. Tutto ciò, in sintesi, consacra quello che The English Review definì come il romanzo "possibilmente più scioccante mai scritto. Esso è psicologicamente e straordinariamente buono; è l'opera di un narratore nato; è ironico e spiritoso oltre che tragico". Probabilmente non tutti sono d'accordo come questa lode, e qualcosa mi dice che nei piccoli villaggi inglesi del tempo non dev'essere piaciuta la descrizione della vita comunitaria di Wyvern's Cross. Dopotutto, però, perché ostinarsi a credere che laggiù sia tutto rose e fiori, quando le nostre amate crime novels ci raccontano da quasi un secolo come stanno davvero le cose?

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