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venerdì 7 febbraio 2020

23 - "Dov'è Cicely?" ("Cicely Disappears", 1927) di A. Monmouth Platts/Anthony Berkeley

Copertina dell'edizione pubblicata nei
Classici del Giallo Mondadori n. 1429
Da pochi anni a questa parte, in Italia, il mercato della classica crime story ha subito un radicale cambiamento. Infatti, se fino alla fine del 2015 soltanto Mondadori (con le sue collane da edicola sulle ristampe del Giallo) e in parte Polillo (la quale ha ripreso le pubblicazioni dopo un periodo di pausa) si erano addentrate in questo campo perlopiù inesplorato dall'editoria del nostro Paese, da qualche tempo le pubblicazioni in tal senso si sono moltiplicate grazie alla nascita di nuove collane da libreria, dedicate al romanzo del mistero inglese della prima metà del Novecento. L'opera di Christopher St. John Sprigg, ad esempio, ha trovato il proprio posto in Lindau, assieme ad altri titoli meno impeccabili in fatto di enigma ma in gran parte inediti e sempre ben accetti; Mulatero prosegue la sua riproposta della serie di Abercrombie Lewker di Glyn Carr, e lo stesso si può dire di Le Assassine, le quali hanno in cantiere libri del mistero molto appetibili. Forse questo è un segno del fatto che, finalmente, la crime story della Golden Age ha iniziato ad assumere una connotazione differente da quella che l'ha vista etichettata come letteratura "medio-bassa"; relegata alle sole collane da edicola, dove ci eravamo abituati a veder ristampati i soliti titoli oppure romanzi più attinenti al genere hard-boiled. Bisogna ammettere, tuttavia, che anche in questo formato, a partire dal 2018, sono tornati alla ribalta alcuni inediti perlomeno interessanti per il collezionista di gialli tradizionali, soprattutto all'interno dei Classici del Giallo. Certo, spesso gli autori proposti non sono i Grandi Maestri del calibro di Dorothy L. Sayers (della quale manca la traduzione nostrana di "Gaudy Night"), Ngaio Marsh, J.J. Connington, John Rhode oppure Nicholas Blake; però penso che non ci si debba lamentare per questo. Dopotutto, si tratta pur sempre di nuove letture e, dal canto mio, nutro una grande passione per gli intrighi prettamente inglesi, ma densi di suspense, che ideò a suo tempo Ethel Lina White, o per le storie scientifiche e al limite dell'asettico di Richard Austin Freeman; per cui sono più che felice di trovare inedite storie di questi autori ogni anno.

A questo proposito, proprio in questo mese di febbraio, i Classici del Giallo hanno riservato una sorpresa ai suoi lettori, proponendo per la prima volta la traduzione di un libro attorno al quale aleggia una densa aura di mistero; quel "Cicely Disappears" che venne firmato da tale A. Monmouth Platts e che comparve (leggermente diverso) in una prima edizione a puntate nel marzo 1926, col titolo di "The Wintringham Mystery", per poi essere raccolto in volume l'anno seguente. Un romanzo giallo davvero particolare, visto che le sue ripubblicazioni e traduzioni estere si contano sulle dita di una mano: la prima (originale) nel 1927, quella giapponese di una quindicina di anni fa e quella di cui sto parlando, che recensirò per voi questa settimana. Si tratta, dunque, di una sorta di evento, che si può paragonare in piccola parte a quanto è accaduto con "Com'è Morto il Baronetto?" di H.H. Stanners; solo che in questo caso il romanzo, benché sotto pseudonimo, è stato scritto nientemeno che da Anthony Berkeley! Così, di punto in bianco, Mondadori ha momentaneamente ripreso il ruolo di editore di punta nel campo del mystery, consegnando ai lettori l'inedito "minore" di un grande del Giallo col titolo "Dov'è Cicely?" (Classici del Giallo Mondadori n. 1429, 2020); "minore" perché fu la prima incursione di Berkeley nel campo della classica crime story e, quindi, non all'altezza di altri suoi capolavori, ma non per questo meno divertente o del tutto estraneo al modello che l'autore ha instaurato nel corso della sua carriera, poiché esso presenta numerosi cenni biografici a personaggi e luoghi che ebbero un forte legame con lui e affronta temi che egli svilupperà negli anni seguenti.

Illustrazione su come si svolgeva una seduta spiritica simile
a quella messa in scena in "Dov'è Cicely?"
La storia inizia presentandoci il personaggio di Stephen Munro, un giovane appartenente all'aristocrazia inglese della prima metà del Novecento, il quale si ritrova a dover abbandonare gli agi a cui è abituato e ad affrontare la dura realtà: dopo aver esaurito i propri mezzi di sostentamento, infatti, egli è caduto in disgrazia e, pur di sopravvivere, è costretto a cercare un lavoro come tutte le persone che non hanno avuto la fortuna di nascere con un cospicuo patrimonio alle spalle. Non può nemmeno mantenere il proprio maggiordomo Bridger, poiché l'unica prospettiva che gli si presenta all'orizzonte è quella di diventare a sua volta un servitore a Wintringham Hall, la dimora della ricca lady Susan Carey; e un valletto non può permettersi alcun cameriere personale. Insomma, un futuro ricco di sorprese e decisamente imbarazzante si delinea nell'avvenire di Stephen, obbligato ad assecondare gli strani desideri degli ospiti della padrona di casa: quest'ultima si rivela una vera arpia, impossibile da accontentare; il suo amico Freddie Venables, nipote della signora Carey, lo tratta come se fosse un suo pari e non sembra avere intenzione di accettare la nuova condizione del novello cameriere, mettendolo in continue situazioni inopportune; il maggiordomo di Wintringham Hall, Martin, spera di riuscire ad inserirlo al meglio nel personale che dirige e si erge sgradevolmente ad esempio per Stephen, sebbene anche Bridger sia stato accolto da lady Susan. Inoltre, come se tutto questo non bastasse, la ragazza di cui il nostro sfortunato protagonista è innamorato, Pauline Mainwaring, si presenta a Wintringham Hall con un nuovo corteggiatore dall'aria bellicosa e pare ignorare i continui sguardi che Munro le indirizza. Eppure, pian piano, Stephen riesce a trovare un giusto compromesso e a sopportare la situazione che si trova costretto a vivere: l'altra nipote di lady Carey, Millicent, appare tranquilla e riservata e non crea alcun tipo di problema, e pian piano anche gli ospiti si abituano alla presenza di un valletto fuori dall'ordinario come lui. Un valletto che tiene gli occhi ben aperti e non si lascia sfuggire nulla: come quando intravede nell'espressione di Cicely Vernon, la protetta della sua padrona, un lampo di apprensione, mentre lei si appresta a lasciare la casa. Una stranezza che solletica la sua fantasia...

La sera stessa della partenza della signorina Vernon, tuttavia, l'attenzione di Stephen viene catturata dalla malsana idea di Freddie di mettere in scena una seduta spiritica. Tutti si annoiano, per cui cosa potrebbe sollevare meglio l'umore dei presenti? Tra vane lamentele e l'entusiasmo crescente, alla fine l'esperimento viene approntato proprio mentre Cicely ritorna precipitosamente a Wintringham Hall; sarà proprio la ragazza ad offrirsi per fare da medium per entrare in contatto con gli spiriti. Mentre le luci sono spente e il salotto è chiuso come una scatola da scarpe, tuttavia, il gioco si trasforma in cruda realtà e accade l'impensabile: Cicely scompare nel nulla, in mezzo a suoni lugubri, urla inumane ed effluvi di cloroformio, senza che nessuno riesca a capire come sia riuscita ad compiere una tale fuga impossibile. Che fine ha fatto la ragazza? E come mai lady Susan sostiene con tanta forza che si tratta solo di uno scherzo di pessimo gusto? Quando la scomparsa della giovane si farà ben più reale, sarà Stephen (accompagnato da una spalla più che mai gradita ed affettuosa) ad assumere i panni dell'investigatore dilettante e a prendere in mano le indagini sul mistero, tra passaggi segreti, ospiti subdoli, ricatti e furti; mentre la Morte si avvicina sempre più, per colpire all'improvviso e ritirarsi nella stessa ombra in cui (forse) si trova già la ragazza sparita.

Copertina dell'edizione originale di "Dov'è Cicely?" del 1927
Nell'introduzione alla recensione, ho sottolineato il fatto che la recente pubblicazione di "Dov'è Cicely?" rappresenta un evento non sono per i lettori italiani come il sottoscritto, ma in qualche modo pure per coloro i quali sono abituati a letture in lingue diverse dalla nostra. Questo titolo, infatti, è scomparso dagli scaffali delle librerie di quasi chiunque nel mondo, e solo alcuni fortunati possono affermare di possedere l'edizione originale del 1927. Si tratta, dunque, di un'eccezionale occasione per riscoprire uno dei romanzi più oscuri della storia della Golden Age del giallo all'inglese, e sono davvero contento che Mondadori abbia deciso di riproporlo. In realtà, per qualche tempo mi sono chiesto come mai sia dovuto passare così tanto prima di veder ristampato "Dov'è Cicely?": dopotutto, esso rientra tra le opere di uno dei maggiori scrittori di crime novels di tutti i tempi, colui il quale diede vita per primo a un prototipo del giallo psicologico come lo intendiamo noi oggi, grazie ai libri che firmò come Francis Iles; quindi perché si erano perse quasi del tutto le tracce di questo giallo? A fine lettura, tuttavia, penso di aver capito il motivo di questo ritardo e come mai questa prima prova letteraria di Berkeley non sia rimasta a lungo impressa nella memoria dei critici. Il fatto è che, pur raccontando una storia piacevolissima e tipicamente tradizionale, "Dov'è Cicely?" non spicca nella massa di altri romanzi gialli dell'epoca; non è qualcosa di imprescindibile, pur proponendo una variazione della camera chiusa tanto amata dagli appassionati di classica crime story. Infatti, se paragonato a capolavori geniali dello stesso autore, come "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" o a "L'Ultima Tappa", questo libro risulta inferiore, poiché presenta ancora troppi cliché e personaggi un po' stereotipati. Tutto questo, però, non vuol significare che le vicende narrate siano noiose e poco interessanti. Se da un lato la storia non possiede ancora le caratteristiche straordinarie che Berkeley avrebbe conferito in seguito alle sue creazioni, dall'altro essa risulta godibile e divertente, permettendoci inoltre di notare come queste ultime stessero iniziano a delinearsi, in una sorta di abbozzo o prova generale; e ciò è di grande interesse per poter capire quale fu il percorso intrapreso dall'autore per raggiungere le vette di perfezione che sarebbero venute in futuro.

Insomma, non siamo ancora ai livelli di "L'Omicidio è un Affare Serio", dove l'autore decise di anticipare i tempi e cambiare le regole della tradizionale partita tra lettore e autore di gialli; ma alcune idee sull'enigma e sulla personalità e mentalità dei personaggi cominciarono già a prendere forma, dando vita a una forte contrasto interno alle vicende raccontate il quale, oltretutto, rappresenta al meglio chi fosse Anthony Berkeley Cox. Dovete sapere, infatti, che egli, nato nel 1893 come la sua controparte femminile Dorothy L. Sayers, fu un personaggio talmente complesso che probabilmente nessuno riuscirà mai a comprenderlo appieno (in ogni caso, per avere una visione chiara e dettagliata di questa somiglianza, vi consiglio di leggere "The Golden Age of Murder" di Martin Edwards, in cui l'autore viene attentamente messo sotto il microscopio). Problematico, affetto da un fortissimo complesso di inferiorità nei confronti delle donne (probabilmente dovuto al fatto di essere sempre stato considerato, dalla madre autoritaria, più "tardo" rispetto al fratello Stephen e alla sorella Cynthia), inguaribile donnaiolo, misantropo e affettuoso di volta in volta, ma allo stesso tempo geniale innovatore della crime story britannica, Berkeley fu un individuo capace di spiazzare gli interlocutori con i suoi repentini cambi di umore e idee. Probabilmente fu la guerra a dare il colpo di grazia al suo fragile equilibrio mentale: ritornato dai campi di battaglia, la sua salute fisica e psichica si aggravò e mise in luce quanto il conflitto l'avesse indebolita, tanto quanto l'intelligenza e la creatività erano invece solide. Aveva trascorso un'infanzia segnata dall'infelicità, tra fratelli considerati molto più dotati di lui e genitori non propriamente affettuosi, e la somma dei suoi traumi finì per generare in lui un atteggiamento schizofrenico, che si abbatteva sul prossimo di continuo, soprattutto quando si trattava di esseri femminili, e che egli stesso tentò di esorcizzare attraverso la scrittura. Rinchiuso nelle sue proprietà di Monmouth House e The Platts (proprio ad esse si ispirò per inventare lo pseudonimo usato per firmare "Dov'è Cicely?"), trascorreva le proprie giornate a riflettere sulla propria esistenza travagliata e a riversare nei romanzi le frustrazioni, generando un'aura di mistero attorno a sé e alimentando la propria insoddisfazione. Si prendeva gioco della giustizia, considerandola fallace e inutile per dirimere le questioni vitali degli uomini; intrecciava relazioni e flirt illudendosi di aver trovato l'anima gemella e finendo sempre per rendersi conto di essersi sbagliato; si lamentava del Governo e degli addetti statali dopo un'infelice esperienza lavorativa in un ufficio governativo: riuscì a fare tutto questo mentre ideava misteri strabilianti, dando nuova linfa al giallo all'inglese, tratteggiando con tono cinico i personaggi e le loro debolezze e mettendo in ridicolo le convinzioni più radicate della sua epoca. "I giorni del vecchio enigma poliziesco, basato interamente sulla trama e senza connotazione dei personaggi e concessioni allo stile e allo humor, sono, se non contati, in ogni caso nelle mani del pubblico" sostenne nella prefazione di "Gioco Mortale", il suo secondo romanzo, aggiungendo che "il romanzo giallo si sta sviluppando in un genere narrativo con un interesse più accentuato sul crimine, che tiene avvinto il lettore facendo leva non tanto sugli elementi matematici quanto su quelli psicologici". Tale convinzione, pertanto, non poté che indurlo a compiere l'ennesima pazzia: per il gusto di cambiare le solite regole noiose, infatti, arrivò a rovesciare completamente i canoni del giallo all'inglese, inducendo gli assassini a diventare le vittime, gli assassinati crudeli aguzzini, giudici dall'aria paterna figure lugubri e molto altro. Tuttavia, il suo gusto per il mistero finì ancora una volta per toccare l'esagerazione, tanto da indurlo a non rivelare mai niente di sé senza sotterfugi: non concedette interviste né autografi gratuiti e si divertì a confondere anche gli amici fornendo opinioni che cozzavano spesso tra loro, godendo nel mantenere uno stretto riserbo sulla sua vita privata al punto che solo di recente alcuni fatti della sua vita sono venuti alla luce.

In ogni caso, l'utilizzo della narrativa del mistero come mezzo per andare incontro e mettere freno alle proprie manie non dovette andare del tutto a buon fine, visto che il suo atteggiamento non mutò in meglio; anzi, con il passare degli anni purtroppo peggiorò e la sua mente divenne sempre più instabile, tanto che Julian Symons raccontò di averlo incontrato in un paio di occasioni e, in entrambe, si verificarono strane circostanze: una volta, un chiodo arrugginito sbucò dal suo piatto di minestra (lo aveva lasciato cadere qualcuno per sbaglio o lo aveva infilato lì lui stesso?) e l'altra interruppe addirittura la conversazione, mettendosi una maschera sulla faccia, gonfiando una pallina di gomma e facendo profondi respiri. Ma, in fondo, Anthony Berkeley non era quel mostro che fin qui può esservi parso: era un compagno che, per quanto un po' inquietante, si dimostrò insolito e sorprendente. Brillante romanziere, capace di creare atmosfere ricche di sfumature misteriose e trame complesse, oltre ad innovare il romanzo giallo con le sue trame in anticipo sui tempi, riuscì a rivoluzionare anche la concezione del detective tradizionale con l'introduzione, in "Uno Sparo in Biblioteca", di Roger Sheringham, un individuo scontroso, maleducato, fallace e abbastanza sconveniente il quale, prima di arrivare alla soluzione, finisce per sospettare di quasi tutti. Berkeley era uno che avrebbe potuto vantare e strombazzare una personalità fuori dal comune, però decise di non farlo. Amava indossare i panni di personaggi curiosi, spesso misogini e burberi, come se fosse sempre sul palcoscenico; a volte litigava con foga con alcuni membri del Detection Club, che contribuì a fondare fin dai primi giorni (una volta mi sarebbe piaciuto assistere a un suo incontro con Dorothy L. Sayers), ma in molti affermarono con convinzione che sotto sotto amava incoraggiare i giovani scrittori e, cosa da non dimenticare, possedeva una percezione della realtà fuori dal comune. La stessa identità di Francis Iles, con cui firmò "L'Omicidio è un Affare Serio", "Il Sospetto" (da cui Hitchcock trasse un film che, per quanto ben fatto, non riesce a rendere l'idea della grandezza del libro da cui è stato tratto) e "As For the Woman" rimase un incognita che venne svelata solo dopo la sua morte; una maschera che amava portare più di ogni altra, poiché era nata dal ricordo di un vecchio antenato, un contrabbandiere che veniva considerato una pecora nera dalla famiglia. Proprio il tipo che lui avrebbe preso in simpatia fin da subito e al quale avrebbe accordato la disponibilità per combinare qualche astuto ed eclatante scherzo.

Anthony Berkeley Cox, nato nel 1893
e morto nel 1971
Tenuto conto di questa descrizione contrastante della personalità di Berkeley, non c'è alcun dubbio che essa sia riflettuta in pieno già a partire da questo suo primo romanzo. Come vi ho detto, infatti, "Dov'è Cicely?" presenta alcune idee abbozzate sulla concezione del romanzo del mistero, sui temi trattati e sulle figure dei protagonisti secondo la concezione dell'autore, le quali avrebbero poi costituito una sorta di marchio, insieme al seminare cenni biografici a personaggi e luoghi che ebbero un forte legame con la sua persona. Ad esempio, per i propri personaggi Berkeley prese ispirazione da persone con cui entrò in qualche modo in contatto: Cullompton, Kentisbeare e il ricco ma violento Julius Hammerstein ricordano individui che possono essere accostati a figure reali (primo tra tutti Hammerstein, il quale lavora come agente immobiliare allo stesso modo di Paul Dashwood, marito della famosa E.M. Delafield e "rivale" dello stesso Berkeley per la conquista del suo cuore). Anche per la figura di Stephen Munro può esistere un legame con un essere umano in carne ed ossa: egli, infatti, si chiama come il fratello dell'autore, sposato alla giovane Hilary della quale quest'ultimo si era invaghito; sebbene in fatto di caratteristiche fisiche e psicologiche sia più vicino allo stesso Berkeley, poiché è un giovane che si apprezza per la sua ironia un po' cinica, per il modo di fare schietto ma simpatico, per l'impossibilità di essere trovato davvero antipatico nonostante alcune uscite teatrali e per il temperamento irriverente. Tra i cenni biografici, inoltre, si può includere il riferimento allo sculacciare (uno dei cavalli di battaglia più curiosi dello scrittore, p. 136) e la scelta dello pseudonimo adottato per firmare il romanzo, visto che egli scelse i nomi delle sue due proprietà di campagna per comporlo.

Pure in fatto di temi ricorrenti nella narrativa di Berkeley ci possiamo sbizzarrire. Primo tra tutti, il voler mettere in ridicolo gli atteggiamenti dei personaggi: grazie al proprio tipico umorismo inglese, irriverente e cinico, l'autore si diverte a girare il coltello nelle debolezze degli attori sulla scena, portando alla luce segreti e nefandezze di tutto questo gruppo di individui ben poco simpatici, ognuno caratterizzato da doppiogiochismo oppure da interessi personali da portare avanti senza curarsi delle conseguenze sugli altri. Ma non solo; Berkeley fa anche in modo di portare Stephen (nobile decaduto a servitore) di nuovo alla pari con gli ospiti "ufficiali" di Wintringham Hall, dopo avergli permesso di seminare sconcerto tra il personale: in questo modo, sembra prendersi gioco dei valori del suo tempo e, restituendo la dignità a Munro, di quella giustizia secondo cui egli sarebbe dovuto essere licenziato ed allontanato dalla casa, e non reinserito nella società più elevata. A questo proposito, il sentimento critico si riflette pure nel ritratto che viene fatto della giustizia. Berkeley fu sempre ossessionato dal fatto che il sistema giuridico inglese non fosse all'altezza delle aspettative e, di conseguenza, riuscisse solo a condannare le vittime e a salvare i colpevoli; ebbene, anche in questo caso (soprattutto nella spiegazione finale e nella scoperta del colpevole) si nota come l'autore avesse già iniziato a sviluppare questo tema, benché non raggiungendo ancora i livelli di sconcerto generati in romanzi successivi come "L'Ultima Tappa". Inoltre, l'irriverenza tocca la seduta spiritica: Berkeley calca la mano sugli effetti misteriosi, generati nel corso del rituale, per prendere in giro chiunque creda a queste séance fasulle; non lo fa semplicemente per dare enfasi alle descrizioni e generare tensione e pathos, ma intende dipingere il tutto come qualcosa di scherzoso e bonario, un intrattenimento per trascorrere qualche ora oziosa e che non bisogna prendere sul serio (un po' come avrebbe fatto in seguito Christopher St. John Sprigg col suo "Sei Oggetti Misteriosi", anche se in quel caso egli avrebbe sollevato la questione politica dell'ingannare la gente ingenua e sulla pericolosità del plagiare e menti). In fin dei conti, la seduta spiritica resta uno stratagemma per mettere in mostra la vacuità della società e non diventa fonte di inquietudine; al contrario, sono gli atteggiamenti delle persone che si rivelano pericolosi e deleteri. Ultimo tra gli elementi che saranno sviluppati da Berkeley, ma non meno importante, è infine la fallacia dell'investigatore. Con la creazione di Roger Sheringham, l'autore ideò per primo la figura del detective che può permettersi di sbagliare nel giungere a una conclusione, e lo fece agire in questo modo in numerosi tra i suoi casi. Anche in "Dov'è Cicely?" ritroviamo questa formula in modo abbozzato, poiché Stephen cambia idea di capitolo in capitolo su chi sia il colpevole, e dobbiamo aspettare proprio la fine prima che decida a chi imputare le colpe.

È questo l'ennesimo segno del segreto divertimento di Berkeley nel tormentare giocosamente e prendere in giro il prossimo. Insomma, tutto ciò dimostra come "Dov'è Cicely?" non sia affatto un romanzo da buttare. Peccato solo che la storia tenda verso l'avventuroso, tanto che i capitoli dedicati alla truffa ai danni del padre di Pauline esulano un po' troppo dal mistero della scomparsa di Cicely, ed essa rechi al suo interno ancora stereotipi e cliché della narrativa di inizio Novecento per potersi dire un capolavoro. Ad esempio, alcune figure assomigliano a burattini che difettano di personalità (Bridger assume gli atteggiamenti di Betteredge, il maggiordomo di "La Pietra di Luna", oppure del famoso Jeeves di Wodehouse, del quale Berkeley sentiva forse ancora l'influsso, poiché aveva già scritto una parodia) oppure non riescono ad affrancarsi dai loro modelli, come l'anziana lady Susan, l'ambiguo maggiordomo Martin, la debole signorina Carey e lo stupido aristocratico Kentisbeare. Il trucco del passaggio segreto, esplorato a notte fonda, rimanda di nuovo alla tradizione del romanzo vittoriano, assieme alla figura dell'individuo sospettato perché è stato in prigione. La storia d'amore tra Stephen e Paula è un po' stucchevole, sebbene numerosi guizzi ironici la alleggeriscano e si notino alcuni elementi di maggiore libertà negli usi e costumi. Il problema maggiore, tuttavia, è posto dalla quantità ingente di sfaccettature che vengono date all'enigma: furto, sequestro, ricatto, truffa sono mescolati tutti assieme (forse) per ampliare la platea di lettori, ma soprattutto per confondere le acque, al punto che forse risultano troppi da sviluppare al meglio; con il risultato che, sebbene il mistero sia senza dubbio intrigante, la trama risulti tirata troppo per le lunghe e la soluzione della sparizione di Cicely diventi un po' ingenua e superficiale. Per non parlare del finale tirato e un po' banale alla "e vissero sempre felici e contenti". Tutto questo, insomma, influisce sulla resa finale e ci consegna un romanzo giallo ancora fuori fuoco, rispetto a quelli che Berkeley avrebbe creato in seguito, il quale tuttavia può contare su uno stile elegante e leggero, tipico dei gialli "alla Agatha Christie" che si leggono per il gusto di passare qualche ora a rilassarsi o come storie di evasione. Sapete che (probabilmente) proprio Agatha rientrò tra i pochi lettori che riuscirono a fornire una soluzione soddisfacente al mistero di "Dov'è Cicely?", quando il Daily Mirror istituì un concorso sulla versione a puntate del 1926? Tra i vincitori, infatti, spuntò un certo Archibald Christie. Se proprio volete trovare un motivo forte per leggere questa classicissima crime story, potete immaginare di vestire i suoi panni per qualche ora. Oppure tenere a mente che, in ogni caso, questo romanzo è eccezionale non solo per la sua rarità su scala mondiale, ma anche per l'importanza del suo autore all'interno del genere.

Link all'edizione italiana su Amazon (ebook)

venerdì 22 novembre 2019

15 - "L'Occhio di Osiride" ("The Eye of Osiris", 1911) di Richard Austin Freeman

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore
L'ho spiegato anche nella presentazione di questo blog e nella recensione di "La Figlia del Tempo" di Josephine Tey, ma lo ripeto sempre volentieri: senza alcun dubbio, una delle ragioni che hanno contribuito a farmi diventare un appassionato della classica crime story (in particolare quella inglese) si può ritrovare nella capacità, insita in questo genere letterario, di saper evocare di volta in volta un mondo affascinante, come quello degli anni suggestivi e imperfetti tra la fine dell'età Vittoriana e la rinascita tumultuosa che seguì la fine della Seconda Guerra Mondiale, attraverso le piccole attività quotidiane di uomini e donne morti da tempo ma, in qualche modo, pur sempre "vivi" agli occhi dei suoi lettori. È questa una caratteristica peculiare della narrativa gialla, la quale spesso riesce a ridare vita al passato altrimenti noioso dei freddi resoconti nei libri di Storia e nei saggi stesi da asettici studiosi, interessati più ai Grandi Avvenimenti che alla Vita Quotidiana. La compilazione di un diario giornaliero, ad esempio, con quel gusto nel dare risalto al racconto delle vicende di ogni giorno; il complesso rapporto tra conoscenti e il corteggiamento dei gentiluomini nei confronti di garbate signorine, fatti di inchini formali e toni lirici; oppure il ritratto di una via piena di negozi e dei suoi abitanti, nati o stabilitasi proprio lì da tempi immemori, o la descrizione di antiche dimore distrutte dalle bombe o dal progresso: tutte queste abitudini e luoghi che ci parlano di un'epoca passata sono stati man mano cancellati (o quasi) dal passare degli anni, con la conseguenza che noi non potremmo più vederli rivivere davanti ai nostri occhi e rischierebbero di essere dimenticati, se non fosse stato per l'opera di alcuni giallisti, ignari biografi della società, i quali hanno destinato all'eternità un'eredità preziosissima di piccoli frammenti che, tutti insieme, tracciano un godibile ritratto delle usanze tradizionali, capaci di resistere fino ad oggi grazie al fatto di essere stati impressi nelle pagine dei loro romanzi. Oltre a soddisfare la mera curiosità ed arricchire le vicende fittizie, infatti, tutto ciò riveste una grande importanza nel mostrare l'evoluzione della società di un tempo e ci permette di apprendere fatti che altrimenti sarebbero andati perduti tra le pieghe della Storia; mica male, per una forma letteraria famosa per descrivere situazioni perlopiù fittizie.

La stessa P.D. James, scrittrice di crime novels classiche, ha osservato che si può "apprendere molto di più sui costumi sociali dell'epoca in cui un giallo è stato scritto, di quanto si possa fare dalla letteratura più pretenziosa". E anche se, in questo caso specifico, lei si riferisce al periodo della Golden Age, in cui il genere ha raggiunto l'apice in quanto ad inventiva e tratteggio dell'atmosfera sociale, secondo me la stessa cosa vale per gli anni immediatamente precedenti, quelli che vanno dalla fine dell'Ottocento agli inizi del Novecento: pure allora, infatti, vennero prodotte opere del mistero degne di essere ricordate per il loro piacevole racconto della quotidianità; certo, magari alcune non hanno resistito alla prova del tempo, a causa di uno stile che nel frattempo si è evoluto, ma altre conservano tutt'oggi un certo fascino che mescola enigmi in anticipo sui tempi e una narrazione perlomeno suggestiva, dando prova della solidità di un genere che resiste con successo da oltre 150 anni e in cui si sono cimentati, oltre ad alcuni storici, anche poeti, economisti e scienziati. In particolare, l'oggetto della recensione di quest'oggi, "L'Occhio di Osiride" di Richard Austin Freeman (Polillo Editore, 2014), è un esempio dell'opera complessiva di uno stimato e controverso dottore, vissuto a cavallo di XIX e XX secolo, la quale si può ascrivere tra tali libri datati ma ancora godibili: si tratta infatti di un romanzo stupefacente, datato 1911 ma che si legge perfettamente anche ai nostri giorni e presenta alcuni aspetti tanto innovativi da apparire molto più recente, in cui il primo investigatore scientifico della Storia (dopo l'eccezione Sherlock Holmes) indaga su un delitto misterioso, che mescola Antico Egitto, sentimento autentico e l'applicazione di un metodo che non sfigurerebbe nelle moderne sezioni della "scientifica", e persegue la propria meta senza tregua, confidando nel potere della chimica, della biologia, della legge e della Giustizia.

Dipinto raffigurante Nevill's Court, quartiere di Londra
distrutto in seguito ai bombardamenti della Seconda Guerra
Mondiale
La vicenda si apre con una scena all'ospedale St. Margaret di Londra, dove il protagonista e narratore della storia, il dottor Paul Berkeley, assiste a una conferenza dello stimato John Thorndyke, suo docente e investigatore dilettante. L'argomento della lezione appena terminata ha riguardato il come si possa stabilire con certezza il momento della scomparsa di una persona, e il professore ha deciso di presentare agli alunni interessati un esemplare caso atto ad illustrare le teorie che ha fin lì esposto: quello di John Bellingham, egittologo di fama mondiale, sparito in circostanze eccezionali dalla casa del cugino Hurst, in cui si era recato di ritorno da un viaggio sul continente. La cameriera lo aveva accolto e fatto accomodare nello studio del padrone, in attesa che quest'ultimo ritornasse da un appuntamento in città, per poi dedicarsi alle faccende domestiche lasciate in sospeso; tuttavia, quando Mr. Hurst era rincasato, si era scoperto che Bellingham si era volatilizzato senza alcun motivo, sgusciando da un cancello sul retro. Preoccupato dallo strano comportamento del cugino, Hurst aveva subito allertato l'avvocato di Bellingham, Mr. Jellicoe, ed insieme si erano diretti dal fratello dell'archeologo, Godfrey, per scoprire che in un momento imprecisato della serata il fuggiasco aveva fatto una tappa a casa di quest'ultimo, senza farsi riconoscere dal personale, seminando sul suo cammino uno scarabeo da cui non si separava mai e facendo perdere ancora una volta le proprie tracce. E se è vero che, al di là di allarmare i suoi parenti e Jellicoe, l'atteggiamento di John Bellingham non farebbe necessariamente pensare a una disgrazia, è altrettanto vero che dà adito a numerosi dubbi sui motivi che possano averlo spinto a mettere in atto una tale messinscena. Se stava bene, perché Bellingham avrebbe dovuto lasciar cadere a terra lo scarabeo e abbandonarlo, prima di sparire? Perché ha architettato una fuga tanto pirotecnica? Ma soprattutto, adesso è morto oppure si sta nascondendo?

Il problema ha suscitato l'interesse accademico di Thorndyke e ha acceso l'immaginazione di Berkeley il quale, appena due anni dopo la scomparsa e la fine dei suoi studi, incappa per puro caso proprio in Godfrey Bellingham, caduto in disgrazia in seguito alla sospensione del reddito concessogli dal fratello, e in sua figlia Ruth. Dalla sua posizione di medico condotto, ora Berkeley può accedere a confidenze personali e a documenti che tempo prima erano stati preclusi ai giornali; e un interesse decisamente sentimentale, legato all'impressione che un grave pericolo gravi sui suoi nuovi amici, gli suggerisce di interpellare proprio John Thorndyke, affinché lo possa aiutare a risolvere il caso. Tuttavia, alcuni presagi fanno intendere che possa essere accaduto qualcosa di grave all'egittologo e non è facile intraprendere un'indagine adeguata: le complicazioni, infatti, sembrano moltiplicarsi man mano che passano i giorni. Innanzitutto, niente conferma il momento esatto in cui Bellingham è scomparso: ha fatto visita prima al fratello oppure al cugino, visto che in realtà nessuno può confermare di averlo visto di persona dopo il suo ritorno in Inghilterra? In secondo luogo, la spinosa questione del testamento del (presunto) defunto, la cui stesura presenta condizioni alle quali pare impossibile adempiere, suscita ben più di un dilemma, coinvolgendo Jellicoe e Hurst tra i sospettati di una congiura cui forse hanno avuto una parte anche i Bellingham; senza contare il misterioso affare del rinvenimento di alcuni resti umani, sparpagliati in diversi laghetti e stagni nei dintorni della vecchia casa di Godfrey e Ruth. La vicenda si protrarrà tra un idillio al British Museum, gite in vecchi cimiteri e vicoli della Londra Edoardiana, processi e inchieste del coroner, mentre Thorndyke si interroga sulla soluzione del caso, tra un esperimento e l'altro; finché egli sarà ricompensato per l'attesa e, grazie a un passo falso del suo misterioso avversario, il quale si delinea sempre più sullo sfondo della scomparsa di Bellingham, riuscirà a far luce sulla misteriosa scomparsa dell'egittologo.

Fotografia raffigurante il sarcofago della
mummia di Artemidoro
Richard Austin Freeman non è propriamente da considerarsi un autore della Golden Age del romanzo giallo inglese; nel senso che ha iniziato a scrivere nell'epoca precedente a quella di altri grandi e più famosi esponenti del genere, come Agatha Christie o Dorothy L. Sayers. Ad esempio, le avventure con protagonista Romney Pringle, le quali costituiscono il suo primo sforzo letterario, risalgono al 1902, mentre l'esordio del professor Thorndyke al 1907, poco meno di 15 anni prima di quello di Poirot. Questo fatto potrebbe indurre a credere che l'opera di Freeman sia purtroppo datata e molto meno interessante di quella dei suoi colleghi più giovani; eppure, niente potrebbe essere tanto sbagliato, e per averne conferma basta leggere "L'Occhio di Osiride". Quest'ultimo appartiene a un filone di mysteries che mi piace definire "antiquati", ma non per sottolineare in senso negativo il loro essere superati e antichi; piuttosto, per indicare come essi siano stati capaci di sfruttare il passato così da accrescere il proprio valore intrinseco nel futuro. Considerateli come se fossero scrivanie d'epoca accostate a tavoli dal design moderno: magari non reggono il confronto con alcuni capolavori venuti in seguito, soprattutto in fatto di complessità di enigma oppure di emancipazione dei personaggi; però non si può negare il fatto che i gialli di Freeman, allo stesso modo di quelli scritti (per fare un esempio) da J. Jefferson Farjeon, riescano ad esercitare un'attrazione irresistibile nei lettori nostalgici e costituiscano dei piacevoli esempi di period novel, ovvero quel tipo di romanzo in cui viene ritratto lo stile di vita di un definito arco di tempo, con i suoi pregi e i suoi difetti. Si tratta di opere suggestive, le quali sanno raccontare vicende avvolte da una sorta di alone onirico, che vediamo come attraverso la nebbia del tempo, ed intrattenere il proprio pubblico con una semplicità soltanto apparente: in realtà, infatti, in "L'Occhio di Osiride" ma non solo, ci troviamo di fronte a complessi mosaici fatti di piccole tessere dettagliate, tenute insieme da un collante costituito da stile, ambientazione e caratterizzazione dei personaggi "alla Dickens"; tutti quanti solidi contro il passare del tempo (anche se soggetti alle mode) e, nonostante la pesantezza che ogni tanto lasciano trasparire, mescolati all'indubbia attrattiva del mistero.

Nel caso specifico del romanzo di Freeman, quattro sono gli elementi che risaltano al suo interno e gli hanno permesso di sopravvivere alla prova del tempo: una scrittura ironica seppur specialistica, magari un po' nostalgica ma mai banale, attenta e a suo modo coinvolgente; un enigma capace di soddisfare anche i lettori più esigenti, imperniato su un metodo d'indagine scientifico ma non per questo poco appassionante; un sapiente uso delle descrizioni degli ambienti che fanno da sfondo alle vicende raccontate, capaci di proiettare chi legge direttamente dentro le pagine; una grande attenzione al rapporto tra i personaggi, costruito di interazioni che si inseriscono molto bene tra i momenti più "seri" dell'indagine e che permette di spezzare un racconto altrimenti troppo schematico e serioso. La critica che il più delle volte viene rivolta a Freeman (e al suo Thorndyke), infatti, è quella di adottare un atteggiamento a dir poco gelido e molto tecnico; certamente comprensibile, se si presta attenzione alla semplice esposizione del mistero, ma bisognerebbe sottolineare anche il fatto che un simile giudizio è alquanto riduttivo e arbitrario, se si tiene conto pure del contenuto effettivo e di quanto fa da contorno ai casi di cui uno è inventore e l'altro protagonista. Il buon professore sarà anche il più scientifico degli investigatori e il primo medico legale mai apparso sulla scena della narrativa del mistero, ma che dire  dell'empatia di cui dà prova in alcune occasioni? E tornando a Freeman, cosa dire delle città che ha ritratto come dipinti in movimento, dei dialoghi brillanti, dei temi toccati e dei complessi rapporti tra innamorati che letteralmente pullulano nelle sue crime novels?

Sono soprattutto questi i motivi che spingono ancora adesso alla lettura di questi straordinari romanzi. Lo stesso Raymond Chandler, durissimo nei confronti del giallo classico, elogiò apertamente il loro autore, definendolo “un magnifico artista” che “non ha eguali”. Al fine di convincervi della bontà del mio pensiero, ora prenderò in esame ognuno di questi elementi caratteristici di "L'Occhio di Osiride", partendo dai contenuti che mescolano scienza forense, pratica legale, romanticismo ed egittologia. Spesso, nei mysteries contemporanei, mi sono reso conto di come la "sostanza" sia debole e fiacca, poiché mancante di una base stabile e salda per quanto riguarda il fattore stilistico e contenutistico; nel caso di questo libro, invece, mi è sembrato che l'autore sapesse molto bene di che cosa stava parlando e avesse tutte le intenzioni di renderlo noto ai suoi lettori: lo dimostrano non solo i continui riferimenti alla pratica legale (pp. 161-198, ovvero i capitoli sull'inchiesta e sul processo di morte presunta, ma anche pp. 80-91, 122-123 e cap. 9, quest'ultimo sul modo di ragionare di un avvocato fin troppo zelante) e alla medicina (pp. 59-60, 128-131, 134, 138, 150-160, 165-169, 284-288), i quali possono essere ascritti alle critiche di cui sopra pur presentando per la prima volta una grande autorità in merito allo sviluppo di nuove tecniche da applicare alle indagini, tanto da influenzare autori come Dorothy L. Sayers, J.J Connington e John Rhode, ma anche le digressioni sul rapporto tra i personaggi principali, ironiche in modo da alleggerire la pesantezza di uno stile dalle descrizioni troppo dettagliate (come alle pp. 29, 32 2 55), oppure quelle sull'Egittologia, questa scienza strana che si occupa di imbalsamazioni e conservazione di cadaveri (cap 8, p. 221, 228-229) la quale non viene qui sfruttata solo per creare suggestioni più o meno a buon mercato, ma impiegata in modo intelligente attraverso intere pagine dedicate all'antico Egitto, alla sua religiosità, a nozioni interessanti; tanto che, alla fine della lettura, possiamo dire di sapere qualcosa di più sull'argomento.

Papiro egizio
Senza dimenticare le passeggiate e le visite che vedono protagonisti Berkeley e Ruth Bellingham (sulla loro relazione mi soffermerò più avanti): proprio queste, infatti, legano meglio tra loro ambientazione e scrittura, grazie alla caratteristica di poter essere eventualmente ripercorse anche nella realtà. Le "visioni" evocate dall'autore giocano un ruolo di prima importanza nel creare la giusta atmosfera in cui si svolgono le vicende che egli racconta: solide come sono al limite della pedanteria, risultano caratterizzate da una precisione minuziosa, che rende molto "familiare" e intimo il racconto. Con un tono un po' nostalgico, in cui sembra già affacciarsi lo spettro della Grande Guerra e di un Destino fatale (non bisogna dimenticare che "L'Occhio di Osiride risale al 1911, tre anni prima dello scoppio del primo conflitto mondiale), ci viene presentata la Londra dell'Età Edoardiana, quella che va dal 1901 (anno di morte della regina Vittoria) al 1914. Immaginate: a quel tempo, nella società si andava diffondendo l’onda positivista e la scienza acquisiva sempre più importanza; la gente nutriva ancora una grande fiducia nel futuro, anche se era diffusa la povertà (come si evince dai numerosi cenni sparsi nel libro, a pp. 25, 39, 47, 125, o dall'impiego misero di Ruth Bellingham come "approvvigionatrice letteraria" alle pp. 46-49) e tutti si sforzavano a dare il meglio di sé, dal semplice medico condotto o operaio al professore. Difficile non ritrovare questi caratteri negli allegri quadretti di luoghi come Fetter Lane o Nevill's Court (quest'ultima antica zona di Londra venne distrutta nei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, quindi la sua descrizione assume ancor più importanza) alle pp. 15-16, 57, 245-246. Tutto ciò ci aiuta a visualizzare con la mente le ambientazioni, permettendoci di entrare nella biblioteca o nelle sale del British Museum (pp. 67-70, 94-100) o di percorrere King's Bench Walk (p. 237), Cosmo Place (pp. 74-75), Heathcote Street (pp. 206-211), Gough Street e Wine Office Court (pp. 205-206), oppure sederci in piccole locande di campagna (p. 161).

Oltre alle semplici descrizioni, inoltre, questi luoghi sono spesso dotati della loro fauna caratteristica, fatta di cittadini diversissimi, contadini e locandieri che danno un tocco in più alle descrizioni, gente semplice ritratta mentre compie il proprio rituale quotidiano, il quale ci restituisce usi e costumi dei cittadini del tempo e ci permette di immedesimarci in loro. La suggestione che si ricava dall'insieme di questi due aspetti (contenuti e ambientazione) si somma poi alla scrittura, la quale possiede quella solida costruzione che gli autori nati in pieno Ottocento possono vantare come una propria caratteristica: solenne, quasi pesante in quanto a dettagli, eppure proprio con una marcia in più grazie a questi ultimi, che contribuiscono a renderla piena di sfaccettature e a darle profondità. Le digressioni, che sembrerebbero appesantire il tutto, in realtà sono affascinanti, arricchiscono la trama e ci accompagnano nelle varie situazioni; in modo simile a quelle usate da Sayers e Michael Gilbert in "Il Segreto delle Campane" e "C'è un Cadavere dall'Avvocato", l'autore inserisce una serie di osservazioni che esulano dalla risoluzione dell'enigma (una su tutte, gli splendidi paragrafi sulla mummia di Artemidoro alle pp. 95-100, e la descrizione del metodo di imbalsamazione alle pp. 298-201), pur tuttavia senza far perdere il filo della narrazione al lettore. Certamente, non a tutti può interessare lo svolgimento di un processo o una lezione sugli Egizi o sul distoma epatico; chi presta più attenzione all'enigma e meno ad ambientazione troverà tutto quanto pesante e inutile; da parte mia però trovo che ciò restituisca un pezzetto del momento in cui il romanzo fu scritto, permettendo una maggior identificazione nei personaggi e nei luoghi descritti, senza contare che si ricava la sensazione di leggere qualcosa per cui valga la pena e che non sia superficiale. Oltre ai romanzi già citati, "L'Occhio di Osiride" mi ha ricordato un po' anche "La Pietra di Luna" di Wilkie Collins, con le sue divagazioni che per alcuni distraggono ma per altri sono un motivo in più per continuare la lettura: non si sa mai cosa può essere introdotto nella pagina seguente, magari sarai sorpreso dal racconto di cose che oggi non esistono più, e io lo considero un valore aggiunto. Uno stile tanto articolato, insomma, mette in luce il grande talento degli autori della scuola vittoriana (tra cui inserisco anche Freeman) nel saper creare un piccolo universo a parte; d’altro canto, però, l'appartenere alla generazione più anziana di scrittori di crime novels non fu solo fonte di vantaggi.

Per concludere con una riflessione sull'enigma, infatti, Freeman si ritrovò ad usare in gran parte dei suoi gialli (compreso questo) lo schema ripetitivo del "giovane dottore innamorato di una paziente povera o bisognosa di comprensione, in un caso legato alla sua professione", riconoscendolo lui stesso a p. 126, magari focalizzando i sospetti su un gruppo talmente ristretto da rendere ingenua la scoperta del colpevole e peccando quindi di poca originalità in questo senso; bisogna comunque non essere troppo duri con lui e dargli atto che il mistero del romanzo risale all'alba della crime story e presenta notevoli innovazioni scientifiche che, al tempo della sua scrittura, dovettero sembrare degne di orizzonti fantastici (pp. 134, 138, ma soprattutto pp. 250-260 sugli esperimenti al British Museum e pp. 298-301 sulle tecniche di imbalsamazione). Sotto certi aspetti, mi spingerei addirittura ad affermare che questo romanzo si può considerare una sorta di prototipo anticipatore dei gialli che vennero in seguito, nel quale passato e futuro convivono in armonia. Come i suoi successori, infatti, Freeman si diede da fare per creare trame con una forte identità, sviluppò nuovi metodi delittuosi e spesso ideò i suoi delitti fittizi ispirandosi a delitti reali (nel caso di "L'Occhio di Osiride" cita apertamente il caso di George Parkman e John Webster, avvenuto a Boston, che ha portato all'impiccagione di un individuo colpevole grazie alle identificazioni effettuate sulle ceneri di un cadavere); ma era ancora deciso a dare più importanza alle modalità di uccisione, il punto forte dei casi di Thorndyke, sempre perfettamente logico e ispirato a criteri scientifici, a discapito delle sottigliezze psicologiche della Golden Age. Anche per questo motivo alcuni non apprezzano appieno l'opera di Freeman; in ogni caso, nonostante ciò, da parte mia mi sento più che disposto a perdonargli qualche piccola imperfezione.

Richard (Austin) Freeman, nato nel 1862 e
morto nel 1943
Considerando la mole di romanzi e racconti che Richard Austin Freeman pubblicò nella sua lunga vita, sorprende sempre molto venire a sapere che la sua passione per la scrittura ebbe inizio non dalla semplice vocazione, quanto piuttosto da un forte senso di disperazione. L'autore, infatti, nato a Londra nel 1862 e con un passato di medico otorinolaringoiatra, dopo un'esperienza nel servizio coloniale e il matrimonio con Annie Elizabeth Edwards si ritrovò di punto in bianco a dover affrontare una lunga malattia contratta nel continente nero, con la conseguenza di dover rimpatriare al più presto e trovare una nuova occupazione, che si adattasse ai suoi disturbi frequenti e gli permettesse di sopravvivere. La svolta arrivò con un impiego presso la prigione di Holloway, dalla quale trasse cognizioni di procedura penale e psicologia criminale, ma soprattutto con la decisione in extremis (in seguito all'abbandono definitivo della professione) di darsi alla scrittura. Dopo aver raccontato la sua esperienza africana in un volume di genere diverso, nel 1902 esordì nella narrativa gialla con una serie di avventure con protagonista una sorta di furfante gentiluomo, artista della truffa e maestro del travestimento di nome Romney Pringle, scritte in collaborazione con un amico medico. Il genere dovette riuscirgli a genio, poiché appena cinque anni dopo iniziò a sfornare gialli su gialli con protagonista John Evelyn Thorndyke, il primo investigatore scientifico della storia dopo Sherlock Holmes, entrando prepotentemente nella storia della crime novel. Con il suo esordio dal titolo "L'Impronta Scarlatta", infatti, fondò il cosiddetto "giallo scientifico", in cui contano soprattutto le prove ricavate dalle analisi di laboratorio e da ricerche sulle prove materiali, senza affidarsi allo studio della psicologia. Thorndyke, uomo di grande avvenenza (al contrario dei "mostri di bruttezza" partoriti dalla mente dei colleghi del suo inventore), istruito in una quantità incredibile di materie e sempre padrone di sé permetterà a Freeman di dominare per quasi venticinque anni la scena del giallo classico, apparendo in ben 21 romanzi e 42 racconti, tra i quali vanno citati "Arsenico", "Il Testimone Muto", "L'Affare D'Arblay" insieme ai brevi "Il Caso Oscar Brodski" e "The Singing Bone"; quest'ultimo per un motivo ben preciso. Con questa storia breve, infatti, il medico prestato alla letteratura diede il proprio secondo contributo alla storia del mystery classico creando l'inverted story; ovvero, quella tecnica secondo cui il colpevole del crimine-omicidio è già noto al lettore e il gusto del racconto non sta tanto nella scoperta di "chi-l'ha-fatto", quanto del "come-è-stato-fatto" (un po' alla maniera del Tenente Colombo). Già questo mette in luce quanto fosse importante per Freeman lo studio del metodo utilizzato dal colpevole per perpetrare il suo delitto: addirittura, egli si impegnò a sviluppare e testare numerose tecniche criminali.

Grande esperto di procedure legali e di true crime (oltre ad inserire casi reali nei suoi gialli, analizzò a fondo il mistero di Croydon), innovativo finché mori nel 1943, promotore dell'autorità della chimica e della biologia applicate alle indagini, oltre che sostenitore dell'eugenetica (al contrario di moltissimi colleghi giallisti), Richard Austin Freeman è stato un grande giallista, resta uno dei pochi autori di polizieschi dell’epoca Edoardiana ad essere letto ai giorni nostri, assieme a G.K. Chesterton ed E. C. Bentley e, cosa ancor più rara, un'esponente del giallo degli albori come di quello della Golden Age. Oltre a quelli di Chandler, inoltre, riuscì ad ottenere anche gli elogi di George Orwell, il quale considerava la crime story della Golden Age come troppo moderna, al contrario di quella più formale e "antiquata" da lui rappresentata: "Ricordi la nostra passione per R. Austin Freeman? Io non l'ho mai davvero dimenticata, e penso che dovrei leggere tutti i suoi libri eccetto alcuni dei suoi ultimi" osservò quest'ultimo in una lettera a un'amica nel 1949, senza contare le numerose citazioni alle opere del suo idolo che fece in altri saggi. Per quanto mi riguarda, Golden Age e giallo degli inizi non fa differenza, se si tratta di opere di valore come questo "L'Occhio di Osiride": un eccezionale romanzo, da recuperare solo nell'edizione dei “Grandi del mistero”, nel "Classico del giallo n. 759" e nell'edizione Polillo, e una pietra miliare del poliziesco, importante e bellissimo per i numerosi motivi di cui vi ho parlato sopra. Certo, forse un po' datato nel comportamento dei suoi personaggi, i quali si inchinano ai nemici e agli amici con una frequenza a dir poco allarmante (pp. 23, 283) e evitano di ostentare pubblicamente i propri sentimenti da buoni vittoriani; eppure tutto ciò ha anche un'aria vagamente retrò, come di qualcosa di garbatamente educato che ricorda come si comportavano le vecchie zie quando erano giovani e i tempi erano diversi e bisognava mantenere un certo contegno altrimenti si faceva brutta figura e si arrossiva per l'imbarazzo. Il rapporto tra i personaggi (unico punto su quale dovevo ancora soffermarmi) presenta l'ultimo gioiello della corona costituito da "L'Occhio di Osiride": pur essendo un po' come dei manichini fatti muovere secondo uno schema ingessato, essi posseggono un'anima ben più viva di quella delle mere marionette. Hanno una personalità solida, sono ben caratterizzati, e ciò indica come Freeman non fosse l'individuo gelido che il lettore medio pensa di conoscere. "Saremmo dei cattivi biologi, e dei medici ancora peggiori se sottovalutassimo l'importanza di quella che è la funzione principale della natura [...] l'importanza vitale del sesso" e del sentimentalismo, spiegò per bocca di Thorndyke a p. 234 per poi mettere in pratica le sue parole.

L'ironia tra l'investigatore e Jervis umanizza personaggi che altrimenti apparirebbero freddi (pp. 29, 32, 55), le dispute tra Berkeley e miss Oman ci restituiscono allegri ritratti della quotidianità (pp. 63-64, 105-108), nel cap. 9 ci viene descritto Jellicoe in tutta la sua riservatezza; ma sono Berkeley e Ruth Bellingham su tutti, nello svilupparsi della loro storia d'amore, mentre vivono le passioni dei giovani innamorati in modo più riservato rispetto ai moderni, proprio a causa del comportamento di cui ho parlato prima, ma comunque in modo vivace, a rapire il cuore del lettore. La loro grande, vera e sentita storia d’amore (a partire dal loro incontro e proseguendo nell'idillio alle pp. 36, 49-50, 54, 95-100, 220-225, 228-230, 234, 263-265, 267, 283, 307), non invadente rispetto all'intreccio, si amalgama a dare un tocco in più al racconto. Non è come in altri romanzi, in cui la love story spesso finisce per ridondare rispetto alla trama o per risultare melensa: in questo caso tutto si combina alla perfezione. Martin Edwards, nel suo "The Golden Age of Murder", ha osservato che lo stesso Freeman fu un accanito dongiovanni: che il buon dottore abbia inserito qualche riferimento alla storia con Alice Bishop, la quale viene indicata come una sua possibile amante? Chissà. Certo è che, per un periodo, i due riuscirono addirittura a vivere insieme, sotto lo stesso tetto, nonostante la presenza di Elizabeth e del marito legittimo di Alice; quindi, si trattò ben più di una scappatella e l'autore avrebbe potuto considerarla una grande storia d'amore come quella di Berkeley e Ruth. Anche in questo Freeman fu un innovatore, in un certo senso. E se "l'interesse amoroso", abbellito dell'affascinante e stupenda figura della mummia di Artemidoro (la quale si può vedere ancora oggi al British Museum) può non essere apprezzato da tutti, come accadde con Sayers, è però innegabile che esso contribuisca a dare una marcia in più, grazie ai toni sognanti e romantici al limite dello stucchevole e alle sue rinunce in nome dell'amore e gli struggimenti, a un giallo che tiene testa ad opere ben più moderne e si può tranquillamente classificare come un capolavoro senza tempo, sospeso nel sogno di un mondo passato che guardava al futuro con speranza e fiducia.

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venerdì 30 agosto 2019

7 - "L'Arte di Uccidere" ("The Lost Gallows", 1931) di John Dickson Carr

Copertina dell'edizione pubblicata
nei Classici del Giallo Mondadori
n. 937
Il 10 settembre l'editore inglese British Library pubblicherà, all'interno della collana "Crime Classics" curata da Martin Edwards, una nuova edizione di "It Walks By Night" (ovvero "Il Mostro del Plenilunio"), la prima crime novel di John Dickson Carr risalente al 1930. Si tratta di un piccolo grande evento, poiché in Inghilterra questo romanzo è scomparso dagli scaffali da almeno vent'anni (per non parlare di quelli italiani, dove esistono solo vecchie traduzioni tagliate e difficili da rintracciare) e la questione riguardante la cessione dei diritti non è delle più facili. Proprio a causa di tali complicazioni, penso che sarà molto difficile mettere in pratica un'iniziativa simile in Italia: quindi, da parte mia, ho già provveduto a ordinare una copia della Crime Classics; un po' perché non può mancare nella biblioteca di un appassionato di giallo classico, ma anche per il fatto che, insieme al romanzo in oggetto, in appendice verrà pubblicato un raro racconto dal titolo "The Shadow of the Goat", con protagonista lo stesso Henri Bencolin che investiga in "Il Mostro del Plenilunio". Quest'ultimo è l'uomo di punta della polizia parigina, viene spesso coinvolto in indagini su crimini insoliti e spettacolari e può essere considerato il prototipo dei personaggi più famosi di Carr, Gideon Fell e Henry Merrivale: è alto, robusto, con un pizzetto a doppia punta e un paio di baffetti, che gli conferiscono un'aria Mefistofelica e un carattere più sadico di quello dei suoi successori, ma anche la stessa intelligenza e astuzia. Bencolin è stato utilizzato per cinque volte come investigatore, tra il 1930 e il 1937, e in attesa della ripubblicazione del suo esordio ho deciso di leggere e recensire la sua seconda avventura, "L'Arte di Uccidere" (Classici del Giallo Mondadori n. 937, 2002). Si tratta di un classico caso impossibile che vede una sfida lanciata da un assassino alla polizia, in cui sono presenti una strada che non esiste, una forca nascosta in piena Londra, inseguimenti di auto che si guidano da sole e antiche leggende egizie; per non parlare della solita ristretta cerchia di sospetti e della presenza costante del brivido e di scenari notturni o nebbiosi, che incombono oppressivi su un vecchio club dalla fama sinistra. Tutti questi elementi vi sembrano esagerati e inconciliabili tra loro? Eppure, vi posso assicurare che anche stavolta Carr è riuscito a colpire nel segno, grazie a un'atmosfera suggestiva e caleidoscopica, che spiazza il lettore e lo avvince senza lasciargli scampo, e una soluzione imprevedibile ma del tutto sensata, in cui tutti i tasselli vanno al loro posto.

Fotografia di una Londra notturna negli
Anni '30, come può essere in "L'Arte
di Uccidere"
La storia si apre al Brimstone Club, un antico edificio di Londra che in passato è stato testimone di alcuni eventi spiacevoli, quali il duplice suicidio di una coppia di amanti e le innumerevoli scorribande licenziose del suo fondatore libertino. Nel freddo salone dell'enorme stabile, Henri Bencolin e il suo amico Jeff Marle (narratore del caso attuale e di quello precedente), assieme all'ex vicecommissario di Scotland Yard Sir John Landervorne, stanno ingannando il tempo prima di andare a teatro e, nel mentre, chiacchierano sul delitto e le forme che esso può assumere in base alla mentalità di chi lo perpetra; dopotutto, la giornata nebbiosa e l'aria deprimente e luttuosa che aleggia per i freddi corridoi e le stanze buie del Club sembrano proprio suggerire simili argomenti. A turno, ognuno di loro fa qualche osservazione su alcuni omicidi commessi sul continente; finché Bencolin non accenna a uno strano caso accaduto alcuni anni prima in Francia, dove un cadavere era stato rinvenuto completamente vestito da antico Faraone e il suo presunto assassino si era impiccato nella propria cella, prima di essersi proclamato innocente davanti alla corte. Marle e Sir John si mostrano molto interessati all'argomento, soprattutto l'ex vicecommissario: infatti, solo qualche sera prima, un suo amico (di nome Dallings) gli ha raccontato di aver visto l'ombra di Jack Ketch assicurare il cappio di un capestro lungo una strada di Londra. Landervorne si è ricordato di tali circostanze poiché il caso francese e ciò che è accaduto in Inghilterra recano alcune curiose somiglianze; tuttavia è propenso a considerare la faccenda del suo amico come il frutto di una mente impressionabile, tanto più che Dallings era ubriaco e l'appuntamento con una giovane signora lo aveva talmente scombussolato, da non riuscire più a capire dove si trovava.

A questo punto, però, è la volta di Bencolin di chiedere altre informazioni sulla strana apparizione: nella Londra del XX secolo non capita tutti i giorni di imbattersi in una forca, e il fatto che l'egiziano Nezam El Moulk, uno dei testimoni del caso francese, alloggi proprio al Brimstone Club solletica la sua curiosità e il suo senso del pericolo. Infatti, l'uomo di punta della polizia francese teme che possa verificarsi qualche evento spiacevole; e quando verrà rinvenuto un patibolo in miniatura proprio al Club, Bencolin capirà che qualcosa di sconvolgente si sta preparando a piombargli tra capo e collo. La successiva scomparsa impossibile di El Moulk, verificatasi nella sua auto in corsa e guidata da un autista cadavere, e il succedersi di altre strane circostanze (tra cui l'annuncio che il poveretto è stato impiccato proprio da Jack Ketch lungo Via della Rovina, una strada che nelle capitale non esiste) lo convincono di trovarsi di fronte a un caso del tutto fuori dal comune; tanto più che i testimoni e gli amici dell'egiziano (un segretario subdolo, una femme fatale sull'orlo di una crisi di nervi, un medico appassionato di delitti storici, un giovanotto coinvolto nel caso francese e un piccolo inserviente del Club) sembrano avere ben più di un movente per aver messo in atto un delitto del genere, ma sono privi delle qualità necessarie a portare a termine un piano tanto elaborato. A questo punto Bencolin decide di buttarsi nell'indagine, affiancato da Marle e Sir John; ma dovrà passare un bel po' di tempo prima che riesca a trovare il bandolo della matassa e a smascherare Jack Ketch, mentre altre persone muoiono sulla strada che porta alla Rovina e la salita verso la meta si fa sempre più pericolosa.

Copertina dell'edizione paperback di
"L'Arte di Uccidere"
"L'Arte di Uccidere" è stato il secondo libro che Carr ha scritto nel corso della sua lunga carriera, per cui mostra ancora un po' di inesperienza rispetto a quelli pubblicati in seguito, con protagonisti Fell e Merrivale. Intendiamoci: questo non vuol assolutamente significare che sia scadente oppure di molto inferiore agli standard cui il Maestro ci ha abituato; solo, gli elementi stilistici e narrativi che avrebbero fatto il successo dell'autore non sono del tutto sviluppati, a partire dalla resa dell'atmosfera, la quale risente ancora delle storie che il giovane Carr aveva assimilato fin da quando era piccolo. In più di un'occasione, infatti, egli ha confessato di essersi appassionato alla lettura grazie alle lunghe ore trascorse nella biblioteca del padre, avvocato penalista e membro del Congresso in America, a divorare i romanzi di cappa e spada scritti da Dumas, insieme alle avventure narrate da Stevenson e (ovviamente) da Poe; per poi passare ad Arthur Conan Doyle e soprattutto a G.K. Chesterton, il quale divenne una vera e propria ossessione per lui. Non c'è da stupirsi, quindi, se leggendo la serie di Bencolin ci sembra di ritrovare lo stesso clima denso e gravoso in cui agirono i Tre Moschettieri, Padre Brown o Sherlock Holmes, mescolato al gusto per il grottesco e l'horror che fu la caratteristica principale delle storie del Maestro del Terrore americano. Si trattò di una semplice, diretta conseguenza dell'influenza che i classici ebbero sulla sua fantasia. Se in seguito Carr riuscirà ad alleggerire i toni usati per la descrizione delle atmosfere, in queste prime prove narrative sfrutta spesso situazioni in cui la presenza della notte oscura e minacciosa viene accostata in modo addirittura eccessivo al soprannaturale, come nei libri di Fantômas, dove si percepisce quasi a livello fisico la pesantezza del pericolo che incombe sui personaggi, schiacciati dal lusso di ambienti decadenti e da quell'aura marcescente e orrorifica che ha caratterizzato le vicende di sangue e a lume di candela del romanzo ottocentesco, insieme ai suoi amori tormentati. La Londra nebbiosa, ad esempio, la fa da padrone in "L'Arte di Uccidere": è insidiosamente misteriosa, da brivido, genera mostri e turba il lettore con la sua parvenza da ossessivo sogno ad occhi aperti; lungo le sue strade, il dottor Pilgrim e il giovane Dallings hanno scorto l'ombra di una forca, i fantasmi bussano alle porte delle case, le persone vengono inghiottite nel nulla e vie invisibili possono apparire e scomparire con immensa naturalezza. Anche il Brimstone Club, paragonabile a un personaggio in carne ed ossa, appare come un relitto del passato, un luogo in cui il Male ha alloggiato e dove è ancora possibile esercitare attività tragiche come l'omicidio; edificio angoscioso e tetro come un castello medievale o le segrete della Bastiglia in cui Filippo Marchiali, gemello di Luigi XIV, è stato rinchiuso in "Il Visconte di Bragelonne" (vedasi p. 19-22). In queste occasioni, Carr accentua molto il carattere drammatico della narrazione, indugiando su stanze gelide come la Morte e tenebre pervase dall'orrore e da una tensione palpabile (elementi che, in seguito, verranno perfezionati nelle descrizioni di "Le Tre Bare" e "L'Automa"); e lo fa grazie al suo modo inconfondibile di dipingere le situazioni come se fossero stati d'animo, che non ci lascia mai indifferenti.

Infatti, se in primo luogo sono le ambientazioni a costituire il punto forte (e debole allo stesso tempo) di questi primi gialli, non bisogna dimenticare anche lo stile solenne con cui le tratteggia. Una volta Dorothy L. Sayers disse: "John Dickson Carr ci trasporta dal piccolo, artificiale mondo del comune intreccio poliziesco nell'oscurità minacciosa che sta al di fuoriÈ in grado di creare un'atmosfera con un aggettivo e di rendere un'immagine da una cancellata di ferro, un tavolo impolverato, una lampada a gas che spunta dalla nebbia. Può metterci in apprensione con un'illusione o deliziarci con un'allegra assurdità. Ogni frase ci dà un brivido di convinto piacere"; ebbene, vi sfido ad essere in disaccordo con lei, soprattutto dopo aver letto "L'Arte di Uccidere". Prendendo spunto ancora una volta dai romanzi avventurosi del secolo precedente, infatti, egli unisce una narrazione animata e pittoresca, che colloca la sua opera tra le più vive e leggibili di tutta la crime story, a un tono sarcastico, mellifluo e teatrale, molto fosco ma pur sempre eccellente, che non fallisce nell'ornare i suoi incubi fittizi. Questa unione di tecnica a tinte forti e atmosfera eccessiva restituisce l'idea che Carr, come egli stesso sottolineò, intendesse scrivere crime novels particolari, ispirati alle opere di cappa e spada che aveva letto anni addietro ma in cui non intendeva rinunciare all'elemento della detection, i quali costituiscono il prototipo dei suoi libri successivi, in cui questi aspetti sono pur sempre presenti, anche se meno invasivi, e come tali andrebbero considerati. Si tratta di romanzi imperfetti che, come ho sottolineato, dimostrano senza dubbio l'inesperienza e le influenze letterarie di Carr, pur restando sempre affascinanti. Personalmente, da fan del mistero con la giusta dose di suspense (come avrete capito dalla recensione di "Svanita nel Nulla"), ho apprezzato molto il drammatico risultato finale, anche se mi rendo conto di come esso possa apparire forzato e sovrabbondante: alcuni, infatti, accusano la serie di Bencolin di essere fin troppo teatrale ed esagerata nei toni, e di indugiare tanto in essi da impedire al lettore di godersi la storia e di prendere fiato, insieme al fatto che l'enigma non è stato curato alla perfezione. L'identità di Jack Ketch, sostengono, è facilmente individuabile, e i "problemi impossibili" dell'apparizione misteriosa degli oggetti nell'appartamento di El Moulk e dell'auto che si guida da sola non vengono considerati come tali, col risultato di intaccare l'aura di magia caratteristica delle storie in cui una spiegazione razionale non sembra esistere. Ebbene, non voglio negare che i difetti ci siano; tuttavia, sono convinto che si tratti di piccolezze, le quali si possono perdonare al Carr alle prime armi. Dopotutto, una certa solennità ben si addice alla serie con Bencolin, dove la vendetta risulta spesso il movente dell'assassino e l'onore gioca un ruolo di primo piano; mentre l'enigma, pur di livello inferiore rispetto a quello di altri capolavori, dimostra un'inventiva indiscutibile e buone intenzioni, oltre al fatto che, pur in modo abbozzato, mette già in luce l'intenzione dell'autore di voler creare giochi di prestigio "alla Maskelyne", in cui conta più il metodo della psicologia.

John Dickson Carr, nato nel 1906 e morto nel 1977
L'ingegnosità delle trame e il fascino per "l'impossibile che diventa realtà", oltre che per i trucchi di prestigiatori come quello sopra citato, sono sempre state caratteristiche innate di John Dickson Carr (o Carter Dickson, per usare lo pseudonimo con cui firmò i romanzi con Henry Merrivale), alla pari del concetto di voler "giocare una partita" col suo pubblico ad armi pari. La pretesa del rispetto del fair-play e la scommessa che poneva in ognuno dei suoi numerosi libri (come quella a p. 44 di "L'Arte di Uccidere", tra Bencolin-Carr e Landervorne-lettore) farebbero pensare che egli fosse nato in Inghilterra, la patria del giallo deduttivo; invece, la città che gli diede i natali fu l'americana Uniontown, in Pennsylvania. Laggiù, mentre suo padre aveva felicemente intrapreso la carriera di avvocato e pregustava una futura associazione col figlio, Carr iniziò invece il lungo percorso che lo avrebbe portato a diventare uno dei giallisti più famosi di tutti i tempi: dapprima, dimostrando una memoria formidabile con la recitazione di monologhi tratti da "Amleto", pagine di D'Artagnan, Sherlock Holmes e "Il Mago di Oz"; e poi attraverso la scrittura di racconti, pubblicati sul giornale scolastico dello Haverford College, dove esordì la figura del giudice istruttore Henri Bencolin di Parigi. Nel 1928, lo scarso rendimento scolastico spinse i suoi genitori a compiere la scelta estrema di allontanarlo dagli Stati Uniti in favore della Francia, dove avrebbe dovuto studiare alla Sorbonne. Il posto, tuttavia, non si addiceva a un giovane dalle idee conservatorie come lui e la vita da bohémien trovò una ferma opposizione da parte sua; eppure, l'ambiente si mostrò favorevole per dare il tocco finale al romanzo che stava scrivendo. Fu così che nacque "Il Mostro del Plenilunio", la versione ampliata e rivista di un lungo racconto che Carr aveva scritto ai tempi della scuola americana, "Grand Guignol", proprio con Bencolin quale personaggio principale. Il modesto successo che arrise al suo protagonista, rispetto ai successivi Fell e Merrivale, per qualche tempo costrinse Carr a tornare in America dai genitori; finché, nel 1930, durante una crociera, incontrò Clarice Cleaves, una ragazza di Bristol che poco dopo sarebbe diventata sua moglie. È curioso come proprio "Il Mostro del Plenilunio" sia stato il tramite attraverso cui Carr e Clarice iniziarono a scambiarsi le prime confidenze: in "The Golden Age of Murder", infatti, Martin Edwards ha spiegato che, in seguito al loro primo incontro nella sala del parrucchiere di bordo, i due futuri sposi trascorsero una serata a ballare e chiacchierare del più e del meno, finché Carr non accennò al fatto che aveva scritto una detective novel e chiese a Clarice se le avrebbe fatto piacere leggerla. In realtà, la ragazza non nutriva un particolare interesse in indagini e assassini fittizi; eppure, non ebbe cuore di deludere le evidenti aspettative del suo nuovo amico ed accettò di dargli un responso su quel libro. In quel modo, tra i due scoccò la scintilla ed entro un paio d'anni si trasferirono definitivamente in Inghilterra, dove la novella signora Carr intendeva far nascere le sue figlie. Anche suo marito (che nel frattempo aveva deciso di abbandonare Bencolin in favore di altri due personaggi molto simili tra loro, il dottor Gideon Fell e l'avvocato Henry Merrivale) fu entusiasta della scelta: dopotutto, era la patria dei suoi idoli d'infanzia, Chesterton e Doyle (del quale in seguito fu co-autore della biografia ufficiale), e sembrava che laggiù fosse il posto ideale per scrivere gialli sullo stile tradizionale; senza contare il fatto che la Storia dell'Europa cui poteva attingere avrebbe fornito molto materiale per il tipo di libri che intendeva scrivere.

Un'altra caratteristica dell'opera di Carr, infatti, è quella di affondare le proprie radici in miti e leggende molto antiche: ne sono un esempio le numerose citazioni che possiamo trovare all'interno di romanzi come "Il Terrore che Mormora", la cui trama ruota sul vampirismo, oppure dello stesso "L'Arte di Uccidere". Qui sono i culti segreti, le maledizioni e la religione degli antichi Egizi, assieme ai più recenti racconti sul boia di Londra, Jack Ketch, ad occupare la trama e a fornire la base per i misteri del libro, insieme ai riferimenti generali a streghe e folletti (da notare la citazione alla "Canzone di Tom O'Bedlam", dove viene menzionato un hungry goblin che tornerà nel titolo originale di "Il Mistero di Muriel", l'ultimo suo romanzo pubblicato nel 1972, pochi anni prima della morte). Si tratta di argomenti che, proprio grazie alla loro aura di velato soprannaturale, si prestano ad essere interpretati e sfruttati in modo da fornire al lettore una base relativamente reale per un delitto immaginario, e che permisero a Carr di dare sfogo a un'insaziabile sete di ricerca storica. Questa passione emerge dalla lettura di alcuni romanzi giallo-storici, come "La Sposa di Newgate", "Il Diavolo Vestito di Velluto" e "La Corte delle Streghe" (uno dei suoi capolavori) e viene spesso incarnata dai personaggi dei suoi gialli, come ad esempio il dottor Pilgrim in "L'Arte di Uccidere" (vedasi p. 139 e p. 145). Tuttavia, fu il Delitto l'argomento a cui Carr si sentì più legato; tanto che i suoi detectives soffrirono di una vera e propria ossessione nei confronti della Storia del Crimine: Bencolin, Merrivale e Fell, infatti, di volta in volta si fecero portavoce dei pensieri dell'autore, attraverso semplici citazioni (pure di casi reali, come avviene in "Occhiali Neri") ma anche con l'utilizzo di piccole "conferenze" sull'omicidio e la sua applicazione nei romanzi del mistero. Senza contare il breve scambio di battute sulla mentalità dell'assassino alle pagine 10-12, in "L'Arte di Uccidere" se ne può leggere una prova nel dialogo che Marle e Bencolin mettono in scena alle pagine 91-95: in questa occasione, i due discutono sui meriti della crime story e sui metodi utilizzati dagli autori nel trattare l'enigma; e se Marle, da buon Watson di turno, sembra propenso a considerare la realtà delle cose più eccitante della finzione, il suo compagno si dichiara fermamente contrario. È la fantasia a dare forma al mondo reale, sostiene Bencolin, per cui lo scrittore non deve sforzarsi di tradurre con troppo rigore la realtà che lo circonda in materiale per i suoi libri, ma limitarsi a narrare una storia che, per quanto possa apparire a volte improbabile e con personaggi simili ai burattini del teatro citati a p. 143, procuri divertimento al lettore.

Un assunto che dimostra al meglio quale fosse la concezione di Carr riguardo il romanzo giallo: costruire vicende credibili in cui, tuttavia, non mancasse quel pizzico di irrealtà che li contraddistingue da mere cronache. Non per caso egli fu il primo americano ad essere ammesso nel Detection Club, grazie al sostegno di Dorothy L. Sayers e Anthony Berkeley; dopotutto, sono evidenti la comunione di interessi per il true crime e intenti a cui egli stesso e gli autori della Golden Age miravano. Nei suoi gialli, infatti, si possono ritrovare diversi elementi che rimandano alla crime story di quel periodo: a parte l'ambientazione, i personaggi vedono un evolvere della propria situazione, di libro in libro, e possiedono caratteristiche particolari che li contraddistinguono dalla massa (gli investigatori sono bruschi e imponenti, onniscienti e sanguigni; gli antagonisti subdoli e intelligentissimi; i comprimari come El Moulk sono interessati ad argomenti insoliti o provengono da luoghi esotici, da cui traggono la loro mentalità particolare; spesso sono presenti eroine femminili in pericolo) e gli enigmi sono costruiti con una tecnica che li rende spettacolari, fuori dal comune; un po' alla maniera di quelli di Ellery Queen, come ha sottolineato Howard Haycraft. Si tratta di favole soprannaturali dalle soluzioni apparentemente incredibili, a volte tanto complesse da non permettere al lettore di riuscire a risolvere il mistero prima che l'autore ce lo sveli, in cui il finale lascia spiazzati e sorpresi; come in questo "L'Arte di Uccidere", dove il lato satanico di Bencolin emerge in tutta la sua forza e il pubblico viene lasciato col fiato sospeso fino allo scioglimento del tutto logico del caso. Un'opera divertente e tutto sommato convincente, a mio parere, da leggere in una di quelle sere dove il buio avanza fuori dalle finestre e immaginiamo la brughiera immersa in un limbo temporale, e la nebbia preme contro i muri a nascondere le ombre.

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