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venerdì 14 maggio 2021

71 - "Il Gatto e il Topo" ("Cat and Mouse", 1950) di Christianna Brand

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Dopo un periodo dedicato a romanzi gialli molto tradizionali, ho sentito il bisogno di tornare a leggere qualcosa che si ricollegasse con il mondo della suspense e del thriller. Era da "La Bambola Assassina" che non affrontavo più questo tipo di crime novel, e mi mancava l'immergermi in un'atmosfera da brivido capace di suggestionare e di rendere elettrizzante la lettura. Pertanto, ho dato un'occhiata ai numerosissimi volumi di questo tipo che sono in attesa sui miei scaffali e mi sono domandato cosa potessi scegliere. D'altra parte, però, non mi andava molto l'idea di selezionare un'autrice oppure un autore americano: di solito, le vicende che raccontano nei loro libri sono fin troppo sensazionalistiche, poiché mettono in ombra il lato più enigmatico del mistero in favore di una trattazione a tinte forti della storia. Pertanto, ho escluso scrittrici come Rinehart ed Eberhart, assieme allo loro colleghe, per lasciarle in pausa in vista di un futuro forse non troppo lontano; e lo stesso dicasi per gli autori maschili, i quali hanno dimostrato di trattare spesso più il lato movimentato e violento del mistero, rispetto a quell'aura bizzarra che circonda gli avvenimenti dei gialli delle loro colleghe. L'unico che mi venisse in mente, che potesse andare bene per il tipo di romanzo del mistero che intendessi leggere, era Patrick Quentin. Se ricordate bene, quando ho presentato "Presagio di Morte", avevo sottolineato la ferocia e la crudezza con cui gli scrittori che si celavano sotto a tale pseudonimo avevano esposto i terribili fatti che accadevano nella vallata di Grindle. Ebbene, per essere onesti bisogna affermare che in altri casi ci sono andati più leggeri e hanno dato vita a opere in cui l'azione (pur sempre presente) è sottomessa alla riflessione. Penso ad esempio a "Troppe Lettere per Grace", nel quale una giovane studentessa di un tipico college americano trovasse la morte in seguito a una fitta corrispondenza con un ignoto spasimante: all'indagine del tenente Trant, Quentin ha accostato i ragionamenti e i pensieri di una compagna di scuola della vittima, la quale quasi accompagna l'azione del poliziotto con la sua voce interiore. Ecco, cercavo qualcosa del genere. Però Quentin è stato tradotto e pubblicato solo per il Giallo Mondadori, i cui volumi sono molto difficili da trovare se non nei mercatini dell'usato, con un pizzico di fortuna; per cui, ho declinato l'ipotesi.

Quello che mi serviva, mi sono detto, era qualcosa di simile a "Troppe Lettere per Grace", capace di stuzzicare l'attenzione e di poter essere disponibile per chiunque desiderasse approfondire la mia recensione con una lettura di prima mano. Così, mi sono rivolto ancora una volta ai fidati Bassotti Polillo e, scorrendo i titoli dell'elenco delle pubblicazioni, mi sono imbattuto in "Il Gatto e il Topo" di Christianna Brand (2010). Su questa autrice se ne sono dette di tutti i colori: il critico Martin Edwards, all'interno di "The Golden Age of Murder", l'ha descritta in modo un po' vago in relazione ad alcune osservazioni che lei in persona aveva fatto su un paio di colleghi e colleghe, osservando come fosse una signorina incline al pettegolezzo e non sempre così affabile come si potrebbe essere portati a considerarla a prima vista. Tra le altre cose, sembrava ce l'avesse con Anthony Gilbert e che fosse un tipetto intraprendente nel flirtare con John Dickson Carr (sposato con Clarice, ricordiamo) e con Anthony Berkeley, uno che non si faceva certo pregare per scambiare più di una parola con una signorina affascinante. D'altra parte, però, Brand viene considerata come l'ultima grande autrice del passato a scrivere romanzi gialli tradizionali, intesi proprio come enigmi da sciogliere per il semplice gusto di farlo e senza scomodare troppo la psicologia del criminale alla maniera moderna. I suoi libri, soprattutto quelli con protagonista l'ispettore Cockrill di Scotland Yard, hanno suscitato commenti entusiasti da parte di critici e lettori negli ultimi ottant'anni: addirittura Julian Symons, che non era certo un tizio solito ai complimenti, ha sempre professato una grande ammirazione nei suoi confronti. Per questi motivi, dunque, mi intrigava fare un tentativo con uno dei libri che Brand aveva scritto: per capire se alla fine fosse giustificato questo entusiasmo, e se tra le righe trasparissero una certa frivolezza e la sua passione per il gossip. Così ho deciso di leggere "Il Gatto e il Topo" e, ad essere sincero, non sono ben sicuro che mi sia piaciuto del tutto, per una serie di motivi che vi spiegherò. Ma intanto vediamo la trama.

Lake with Castle on a Hill, Joseph Wright of Derby, 1787,
raffigurante un castello simile a Penderyn
All'inizio la storia viene impostata come se fosse una sorta di romanzo giallo che getta uno sguardo nel vittorianesimo. Ci troviamo in una redazione giornalistica (più precisamente, quella della rivista femminile Girls Together) dove le signorine Miss La-Vostra-Amica e Miss Facciamoci-Belle stanno discutendo dell'ennesima missiva inviata alla prima da una certa Amista, la quale chiede continui consigli su faccende amorose che la riguardano. Proprio come in una storia "alla Jane Eyre", Amista è innamorata del suo tutore, tale Carlyon, il quale si degna a malapena di guardarla in faccia e di ricambiare con cortesia le attenzioni e l'affetto che la poverina gli riserva settimana dopo settimana. Nell'ultima lettera, tuttavia, pare che le preziose indicazioni di Miss La-Vostra-Amica (rigorosamente redatte grazie a un modulo prestampato) abbiano dato i frutti sperati: Amista è in procinto di convolare a nozze col suo Carlyon, il quale si è dichiarato e in barba alla sua povertà, alla sua estrazione sociale inferiore e alla differenza d'età, ha deciso di mollare le sue riserve per concedersi a lei. Questo genera un certo disappunto nelle due redattrici, le quali avrebbero preferito un finale più melodrammatico a quello scambio di smancerie e frivolezze; eppure, Miss La-Vostra-Amica non può fare a meno di essere tutto sommato contenta per come sono andate le cose. Anzi, avrebbe voglia di conoscere finalmente qualcuno che ha coronato il suo sogno d'amore in un modo tanto romantico. Così, approfittando di un periodo di vacanza e abbandonando il suo soprannome in favore del più prosaico Katinka Jones, si reca nel Galles (dove è originaria la sua famiglia e si trova la casa di Carlyon) e dopo una tappa presso uno zio arriva a Pentre Trist. Laggiù la ragazza fa il suo incontro con la fauna locale: alcuni contadini siedono al pub dove lei va a chiedere indicazioni su come raggiungere i novelli sposi, ma non sembrano prendere sul serio la sua richiesta d'informazioni. Certo, esiste un certo Carlyon che sta su a Penderyn, una specie di castello raggiungibile dopo aver attraversato in barca il fiume e un ripido sentiero; però Amista è sconosciuta a tutti quanti.

Indispettita, Katinka riesce a convincere la signora Evans (la quale porta il latte in giro per il villaggio e pure a Penderyn) a farsi accompagnare lassù, assieme a un giovanotto di nome Chucky che si fa passare per un poliziotto. La ragazza, oltre ad essere infastidita dalle attenzioni che le rivolge questo tizio di cui dubita sia un giornalista sotto mentite spoglie, è ben determinata a scoprire perché tutti la stiano prendendo in giro... Eppure, quando finalmente si trova davanti al portone d'ingresso ha come la sensazione che ci sia qualcosa che non va dalle parti di Penderyn. C'è troppo silenzio, e una volta entrata nell'edificio le sembra come di soffocare. Il successivo incontro con Carlyon non migliora certo le cose: innanzitutto, perché lui si dimostra molto freddo e antipatico nei suoi confronti, affermando che non esiste nessuna moglie e che la ragazza si stia inventando tutta la storia di sana pianta per un qualche suo fine segreto; ma anche perché Katinka cade vittima del suo fascino tenebroso e si innamora. Spaventata da tutte queste emozioni e dal turbamento che la casa ha suscitato nel suo cuore, la ragazza fugge lungo il sentiero e si sloga una caviglia: l'unica soluzione è che lei debba essere ospitata a Penderyn. Da questo punto iniziano i veri guai per Katinka. Prima viene ricoverata in una camera un po' isolata della casa, senza alcun conforto se non un letto freddo dove riposare e con la porta sbarrata durante la notte; poi ha come la sensazione che gli abitanti l'abbiano drogata con della morfina per poterla controllare e, nel dormiveglia, di ricevere la visita di un essere mostruoso, con il volto sfregiato e le articolazioni deturpate come se fosse stato vittima di un incidente spaventoso. E se al mattino le cose appaiono meno vivide e terrificanti, gli interrogativi si moltiplicano: dapprima Carlyon pare disposto a concederle un po' di comprensione e simpatia, poi torna a richiudersi in se stesso. E di Amista, la giovane sposa, non c'è alcuna traccia. Forse è lei la figura inquietante che nottetempo ha fatto visita alla sua camera da letto? Oppure il mistero è molto più fitto di quanto Katinka possa immaginare? E Chucky cosa c'entra in tutta la faccenda? In un turbinio di segreti, colpi di scena, fughe, litigi e rivelazioni, bisognerà aspettare l'ultimo capitolo per avere chiara la verità.

Arkwright's Cotton Mills by Night, Joseph Wright of Derby,
1782
Come avrete capito dalla trama, "Il Gatto e il Topo" non è il classico romanzo giallo a cui sono abituati i lettori di genere. Non ci troviamo di fronte a un libro in cui l'indagine viene condotta da un poliziotto oppure da un investigatore privato (dilettante o meno), quanto a un tipo di racconto che richiama il sottogenere delle women in jeopardy, quello che viene racchiuso nella perifrasi "Se-solo-avessi-saputo". Eppure, la faccenda non è così semplice come può apparire a prima vista. Non esiste una narrazione rivolta al passato, tipica dei gialli di Rinehart e delle sue seguaci americane, dove la protagonista si limita a ripercorrere con la mente i fatti terrificanti di cui ella è stata protagonista suo malgrado: in questo caso, la storia procede lungo una linea retta rivolta verso il futuro, punteggiata dai frequenti pensieri che passano per la testa di Katinka mentre lei assiste sempre più alla creazione di una specie di complotto ai suoi danni. Pertanto, c'è sì la componente della "ragazza in pericolo" che non viene creduta, che tutti pensano possegga un'immaginazione fin troppo sviluppata, che sostiene argomentazioni senza fondamento e scatenano l'ilarità, ma  la protagonista è in un certo senso più cosciente della situazione in cui si trova. Sa che qualcuno sta nascondendo uno scheletro nell'armadio (oppure direttamente dentro Penderyn, chissà?), sa che dovrà contare solo su se stessa per risolvere il mistero, sa di star correndo un grande pericolo a restare nei paraggi di Carlyon e degli altri abitanti della sua casa. In questo fatto, secondo me, "Il Gatto e il Topo" si differenzia maggiormente dai libri delle Regine del Brivido americane. Per il resto, troviamo molte similitudini tra i due tipi di mystery; a parte forse il fatto che Brand non rinunci comunque a sottolineare l'importanza dell'enigma all'interno dell'opera, nonostante l'impostazione da thriller che dà ad esso. Infatti, se nella prima parte la trama appare incentrata su una storia quasi vittoriana, con Katinka in procinto di trovarsi in balia di misteri angosciosi, circondata da personaggi e luoghi (come Penderyn) che la intimoriscono soffocandola oppure la irritano permettendole di dare sfogo alla propria vena caratteriale più emotiva (leggasi semi-isterica), d'altra parte dopo un grosso svelamento all'interno del racconto quest'ultimo pare rientrare nel solco del giallo psicologico, con una serie di sospetti e di dubbi che la stessa protagonista prenderà in considerazione con un pizzico di logica.

In fin dei conti, "Il Gatto e il Topo" è un romanzo del mistero che si riallaccia alla corrente inaugurata da Francis Iles con "L'Omicidio è un Affare Serio" e che, contemporaneamente a Brand, stava godendo di un periodo d'oro grazie all'opera di Julian Symons, scrittore e critico di genere celebre tanto per la maestria nell'ideare omicidi diabolici e contorti quanto per la parzialità dei propri giudizi nei confronti dell'opera dei colleghi. Non per nulla, proprio il romanzo recensito oggi è stato da lui inserito in una lista dei 100 migliori gialli di tutti i tempi. Ma io mi domando: è davvero così? A mio modesto parere, è stato un po' esagerato. E il motivo è da ritrovarsi proprio in quella sua prima parte così atipica della storia. Va bene l'impiego di luoghi e personaggi tipicamente inglesi e conformi alla società del tempo: la casa tenebrosa, segreti striscianti lungo i suoi corridoi bui, camerieri ambigui che mescolano bugia e verità, una ragazza in pericolo che non viene creduta e uno spasimante tormentato; tutto ciò fa parte del giallo, poiché ad esempio in "Qualcuno ti Osserva" essi vengono impiegati al meglio. Però, c'è un'obiezione da fare. Mettere insieme queste cose col giallo psicologico "puro" può a volte generare una netta rottura tra i due sottogeneri, dal momento che l'enigma della seconda parte prende in qualche modo le distanze da quello della prima. Non conta quasi più la necessità di dare enfasi all'emozione, fulcro della trama fino a quel momento; adesso bisogna dedicarsi all'indagine logica. Ecco, io ho trovato un po' straniante questo accostamento e il relativo stacco tra le due parti, anche perché non permette di suscitare chissà quali sospetti tra i personaggi. La particolarità di questo conturbante mystery è giocata sull'atmosfera fuggevole, sull'ambiguità dei personaggi e sul fatto che ogni cosa venga gradualmente e ripetutamente rovesciata. Non era necessario dilungarsi così a lungo nella creazione di un'aura fin troppo emotiva e gotica per introdurre le vicende. Dunque, per riassumere, a mio parere "Il Gatto e il Topo" non è tanto uno tra i massimi capolavori del giallo anglosassone, quanto una prova notevole dell'abilità di Brand nel saper capovolgere qualsiasi situazione spiazzando il lettore.

Mary Christianna Milne, alias Christianna Brand,
nata nel 1907 e morta nel 1988
Come dicevo sopra, la figura di Mary Christianna Milne (alias Christianna Brand) è avvolta da una duplice aura che tende ad esaltare numerosi suoi pregi e ad evidenziare altrettanto bene alcuni difetti del suo carattere. Nata in Malesia nel 1907, fin da bambina aveva iniziato a viaggiare fino in India al seguito dei genitori, per poi approdare nel Somerset per completare i propri studi. Ora dello scoccare dei suoi diciassette anni, tuttavia, la famiglia si era impoverita e Brand era stata costretta ad abbandonare i libri in favore di un'occupazione che le desse di ché vivere. Fu governante, ballerina, modella, segretaria, insegnante di danza, standista, decoratrice d'interni e commessa; e proprio mentre svolgeva tale lavoro iniziò a coltivare l'idea di scrivere un libro. La leggenda narra che ogni giorno lei avesse a che fare con una collega antipatica che le rendeva la vita impossibile, e pertanto avesse iniziato a fantasticare su come farle fare una fine tragica per trovare un po' di sollievo. L'idea sedimentò nella sua mente ancora per diverso tempo, tanto che fece in tempo a sposarsi con il giovane chirurgo Roland S. Lewis, finché nel 1941 diede alle stampe "La Morte ha i Tacchi Alti", dove appunto viene uccisa una giovane commessa. Nello stesso anno, inoltre, pubblicò pure "Cockrill Perde la Testa" nel quale fece il suo esordio l'ispettore omonimo, della polizia del Kent, il quale deve indagare sulla scoperta di un cadavere decapitato. Modellato sulla figura del suocero, basso, con un naso aquilino, perspicace e con un carattere burbero, Cockrill fu protagonista di altri cinque romanzi pubblicati tra il 1944 e il 1955, tra i quali va ricordato assolutamente "Delitto in Bianco". Benché ingegnoso per il modo in cui viene perpetrato il crimine (un delitto su di un tavolo operatorio, alla presenza di ben sette testimoni), questo è forse il titolo che più accusa il passare del tempo a causa dei dialoghi un po' datati tra i medici e gli infermieri di un ospedale militare durante la Seconda Guerra Mondiale. In ogni caso, esso resta un capolavoro. Per il resto, tra gli altri sforzi di Brand in campo mystery, segnalo "Il Giardino delle Rose" con protagonista sempre lo stesso ispettore Chucky di "Il Gatto e il Topo". Per il resto, dopo il 1955 e fino alla morte sopraggiunta nel 1988, l'autrice decise di abbandonare il giallo e di dedicarsi a racconti e opere di genere differente; ad esempio scrisse la trilogia con protagonista Tata Matilda, celebre serie per ragazzi da cui sono stati tratti alcuni film con protagonista Emma Thompson.

Ma quello che interessa a noi riguarda la sua esperienza come giallista, per cui soffermiamoci sulla sua narrativa in questo senso. In "Il Gatto e il Topo", come pure nell'altro suo grande romanzo del mistero "Uno della Famiglia", ritroviamo tutte le caratteristiche che resero famosa Brand. Ad esempio, l'ingegnosità della trama: pur con i dovuti difetti di cui ho già ampiamente parlato sopra, non si può certo dire che la storia di Amista e Katinka sia banale oppure semplice. Ci troviamo di fronte a un caleidoscopio di fatti, sorprese, colpi di scena che si susseguono senza sosta, senza mai lasciare al lettore un momento di respiro; ogni cosa viene capovolta quando meno ci si aspetta, una certezza cade per lasciare il posto a un dubbio che poi, divenuto quasi sicurezza, a sua volta cede il passo a una consapevolezza (ma è poi così?). In questo risiede gran parte del fascino di "Il Gatto e il Topo", come pure nell'abilità dell'autrice di nascondere gli indizi con criterio; cioè mettendoli sotto il naso di chi legge ma senza evidenziarli. Immergendo le vicende in un'atmosfera surreale, angosciosa, tenebrosa e inquietante, Brand esalta non solo ciò che accade ma dà vita a una sorta di cortina di fumo da gettare sugli occhi, la quale impedisce che ciò che è davvero importante balzi alla vista. Riesce a sviare il lettore come pochi altri, pur lasciandogli credere di aver capito tutto. Infatti, appena Katinka arriva a Penderyn facciamo la conoscenza di Carlyon e il suo atteggiamento ambiguo ci fa pensare subito: "Colpevole". Subito dopo, però, ce lo dipinge come un uomo solitario e sensibile; impossibile che sia un criminale. O forse sì, dal momento che tratta Katinka con freddezza e antipatia? E lo stesso si può dire per qualsiasi personaggi del libro: la signora Love con il suo aspetto artificioso e le sue maniere pratiche, ma pur sempre cortese e gentile; l'ispettore Chucky, tanto desideroso di infastidire Katinka con le sue facezie quanto di proteggerla e allontanarla da quella casa in cui sta succedendo qualcosa di orribile; la signorina Evans del Latte che ha un'aria tanto indifesa, con i suoi scaffali pieni di romanzi d'amore e l'impiego al villaggio, ma non ha mai visto Amista... ed Amista deve esistere, poiché le lettere alla redazione di Girls Together non si sono certo inviate da sole; Dai Jones, coriaceo come un nano del mito e protettivo nei confronti di Carlyon. L'assassino è qui, tra tutti questi attori di un dramma che viene pian piano alla luce, tra passi in avanti e passi indietro, scoperte significative e indizi falsi.

Pensate che la trama è ispirata a una storia vera, se bisogna credere a Brand (e non è detto sia così affidabile, se è vera la faccenda del pettegolezzo che era solita coltivare): infatti lettere simili a quelle di Amista sarebbero state inviate a una certa zia dell'autrice, Mary, che agiva come redattrice per conto di una rivista per signore. Ma non si tratta soltanto di questo. Possiamo ritrovare cenni al romanzo vittoriano, tra "Jane Eyre" di Charlotte Bronte e "Rebecca la prima moglie" di Daphne Du Maurier (Penderyn assomiglia a Thornfield Hall e a Manderley, mentre Carlyon potrebbe assumere il ruolo di Mr. Rchester e di Maxim de Winter, l'apparente frivolezza dello stile, il dramma che si staglia sullo sfondo, la minaccia evocata dalla continua similitudine tra gatti e topi); a "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" di Anthony Berkeley, con i continui guizzi di trama che ti fanno dire: "Ecco, è questa la soluzione del caso", per poi farti subito rimangiare le parole perché è sbucato un nuovo fatto che non si accorda con la teoria appena esposta; in un certo senso pure a "La Signora Scompare" di Ethel Lina White, poiché ritroviamo la figura della ragazza che sostiene il verificarsi di un crimine ma nessuno le crede. L'autrice di "Il Gatto e il Topo" mette insieme tutto ciò ma non lo fa semplicemente scopiazzando, poiché inserisce comunque una certa ironia a smorzare i toni melodrammatici (esemplari sono le discussioni tra Katina e Miss Facciamoci-Belle, da cui traspare l'esperienza di Brand nella vita di redazione, e Katinka e Chucky) e declina in modo originale molti cliché fino a dare vita a un racconto il cui pregio sta nel continuo gioco tra autrice e lettore: sfruttando virtuosismi stilistici, la capacità di sollevare un velo simile alla pioggia che cade incessante su ogni cosa, la caratterizzazione magistrale dei personaggi che cambiano maschera a seconda di un raggio di luce oppure di una parola di troppo, Brand capovolge ogni indizio, ogni azione mostrandola di volta in volta secondo un punto di vista nuovo. Certo, i personaggi sono comunque pochi e la prima parte della storia forse è un po' troppo esaltata dal punto di vista sentimentale; ma questo non toglie che il libro resti una prova notevole all'interno dell'opera di Brand, la quale venne e viene tutt'oggi elogiata. Ci sarà pure un motivo se ciò si verifica, no? Una spiegazione la può dare proprio "Il Gatto e il Topo", che vi consiglio di leggere per farvi un'idea di quanto un giallista possa tentare di creare qualcosa di assolutamente originale, non senza fare qualche piccolo passo falso.

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venerdì 7 maggio 2021

# - Aggiornamenti dall'Approvvigionatore Letterario (Maggio 2021)

Cari amici e lettori dell'Angolo dell'Approvvigionatore Letterario, bentornati (oppure benvenuti, se è la vostra prima volta su Three-a-Penny). In questo complesso 2021 non sembra affatto, ma i mesi si accavallano senza tregua e siamo già giunti a maggio, con l'approssimarsi all'estate e, forse, a una stagione più mite che ci permetta di svagarci di più. Infatti, già dalla fine di aprile le restrizioni dovute alla pandemia sono state allentate e abbiamo avuto la fortuna di poter uscire di casa con meno timore, nonostante gli indici di contagio restino sempre a livello di allerta e non si debba abbassare la guardia. In ogni caso, speriamo sia l'inizio di un periodo di relativa calma per i nostri nervi affaticati, che ci permetta di tirare il fiato in attesa della fine di questa situazione sgradevole che stiamo vivendo ormai da tanto tempo. E intanto, mentre osserviamo come evolverà la situazione in Italia e all'estero, ancora una volta vi presento le uscite librarie mensili nel segno del giallo, così che possiate svagarvi un po' e magari scoprire qualche autore che prima non conoscevate ed appassionarvi. In questo appuntamento in particolare ci sono alcuni titoli molto interessanti, che potrete accaparrarvi magari in vista di una capatina in spiaggia: infatti, cosa c'è di meglio che leggere un giallo sotto l'ombrellone? Per cui, andiamo a vedere cosa vi propongo.

Copertina di "Complotto all'Ambasciata"
pubblicato dal Giallo Mondadori
Per primi, diamo un'occhiata ai consueti volumetti da edicola del Giallo Mondadori. Nella Serie Regolare, troviamo nientemeno che un inedito di una grandissima autrice della Golden Age della classica crime story, la quale conta al proprio attivo numerosi capolavori del genere: Ngaio Marsh, con "Complotto all'Ambasciata". Devo fare una precisazione, tuttavia, parlando di questo romanzo: badate che esso è stato scritto nel 1974, ben lontano dall'epoca d'oro dei mystery giocati su un perfetto fair play e ambientati in un mondo tanto imperfetto quanto ricco di suggestioni sociali. Pertanto, da parte mia non mi aspetterò chissà quale giallo tradizionale, quanto un libro del mistero contaminato dalla spy-story (che in quegli anni, complice l'ascesa di Le Carré ai vertici delle classifiche internazionali) e da un racconto incentrato su temi che furoreggiavano nella metà degli anni Settanta. E infatti, a guardare la trama, sembrerebbe proprio una storia del genere. Abbiamo un presidente africano, Bartholomew Opala, in visita a Londra per questioni diplomatiche tra l'Inghilterra e il suo paese natio, il Ng'ombwana. Poiché egli è stato compagno di scuola del sovrintendente di Scotland Yard Roderick Alleyn, a quest'ultimo viene  affidato il compito di proteggerlo mentre si trova sul suolo inglese... Peccato che si tratti di un compito abbastanza gravoso e impegnativo, poiché Opala conta un lunga lista di nemici giurati i quali sarebbero più che felici di toglierlo di mezzo, e lui stesso sia un individuo allergico a misure di sicurezza troppo invasive. Come fare per tenerlo al sicuro?, si domanda Alleyn. Magari prendere qualche precauzione in più potrebbe essere un'idea. Però ben presto accade una disgrazia: nonostante tutto, nel corso di un ricevimento all'ambasciata di Ng'ombwana un uomo viene trafitto da una lancia cerimoniale e rimane ucciso. Opala è illeso, ma fino a quando durerà la situazione? Perché Alleyn è convinto che un pericolo insidioso si nasconda nell'ombra e stia tramando un nuovo piano diabolico... Come vedete, "Complotto all'ambasciata" presenta maggiormente le caratteristiche di un giallo recente, con temi sociali e un enigma che si interseca al clima opprimente dei tumultuosi anni Settanta. Detto ciò, tuttavia, sono sicuro che esso sia scritto con il magistrale stile di Marsh e che non sia una lettura da ignorare; per cui, vi consiglio di procurarvene una copia prima di restare senza.

Copertina di "Uno Studio in Nero"
pubblicato dal Giallo Mondadori
Nei Classici del Giallo, invece, torna ancora un volta l'inossidabile Ellery Queen con un titolo che occupa un posto di rilievo all'interno della sua opera: "Uno Studio in Nero". Queste parole vi ricordano forse qualcosa? Ebbene, se così fosse, sappiate che il vostro intuito non vi ha tradito: si tratta di un palese riferimento all'opera di esordio come giallista di quell'Arthur Conan Doyle che, nel 1887, diede vita all'investigatore dilettante più celebre della Storia: Sherlock Holmes. All'inizio della storia, Ellery si trova nel suo appartamento e, tanto per cambiare, si annoia: in vista non ci sono casi interessanti da risolvere, non ha voglia di uscire per le strade e i negozi di New York ma l'immobilità lo infastidisce. Così, quando si presenta alla sua porta un amico che gli consegna un pacco dicendo che, al suo interno, si trova nientemeno che un taccuino originale del dottor John Watson (spalla del segugio di Baker Street), Queen si getta subito alla scoperta del contenuto del libretto. Vergate sulle pagine, spiccano le parole che raccontano di un caso segreto condotto da Holmes... nientemeno che sulle tracce del celeberrimo Jack lo Squartatore. Già questo di per sé sarebbe un motivo davvero degno per immergersi nello studio dell'indagine di Sherlock; se poi l'investigatore ha insinuato che l'assassino sia stato in origine una donna, le rivelazioni diventano decisamente scottanti. Ma la faccenda è davvero da intendersi in questi termini? E lo scritto è originale oppure si tratta di un falso ben architettato? Starà ad Ellery scoprire la verità calandosi in un mistero che lo trasporterà in piena epoca vittoriana, a caccia del serial killer più diabolico, squilibrato e assetato di sangue della Storia. Uno dei primi "apocrifi" sherlockiani (ovvero una storia dove viene fatto rivivere per mano di un autore un personaggio di terzi), "Uno Studio in Nero" narra un caso emozionante e ben architettato, il quale non mancherà di lasciarvi a bocca aperta e a trasmettere più di un brivido di terrore.

Copertina di "L'Assassino Bussa alla Porta"
pubblicato da Polillo Editore
Passiamo ora a Polillo Editore presso Rusconi, il quale ha dato alle stampe altri volumi che si erano man mano accumulati in scaletta a causa della pandemia. E lo ha fatto proponendo agli appassionati di genere "L'Assassino Bussa alla Porta" di Harriet Rutland e "I Morti non Vedono" di Max Afford. Per quanto riguarda il primo, la sua autrice non è una novità per i lettori di Three-a-Penny: se ben ricordate, infatti, diverso tempo fa avevo recensito per voi il suo "L'Inquilino del Piano di Sopra", un romanzo giallo psicologico davvero tenebroso, ambientato nel triste periodo della Seconda Guerra Mondiale in cui l'Inghilterra è stata come isolata dal resto del mondo a combattere Hitler, con la popolazione costretta a ogni sorta di sacrificio e con i nervi a pezzi in attesa del prossimo bombardamento. Ebbene, il consenso che deve aver trovato quel libro (compreso quello del sottoscritto) pare abbia spinto l'editore ad investire ancora su Rutland, e il risultato è stata la pubblicazione di "L'Assassino Bussa alla Porta". Di cosa tratta? La storia è ambientata a Prestleignton Hydro, uno stabilimento idroterapico molto simile a quello della cittadina in cui viveva la stessa scrittrice (si narra abbia cambiato solo il nome per non incorrere in problemi con i clienti e il personale della struttura), il quale ospita anziani e malati che tra una cura e l'altra assaporano il piacere di sparlare di scandali più o meno piccanti riguardanti i più giovani nei dintorni. Un pettegolezzo di qui, un pettegolezzo di lì; cosa può mai andare storto? Ebbene, in breve le voci diventano tanto pressanti per qualcuno da spingere all'omicidio... Anzi, all'omicidio plurimo, dato che tutti i giovanotti e le signorine iniziano a venire eliminati in modo alquanto sistematico e indiscriminato. Ma è davvero così casuale la scelta dell'assassino? Secondo i vegliardi, la mano dietro a questi crimini efferati può essere fermata se si impegnano a scoprire a chi essa appartenga. Così iniziano ad indagare con discrezione. Però spetterà all'enigmatico Mr. Winkley dare loro una mano per risolvere il mistero. Mystery satirico e impregnato di black humor, "L'Assassino Bussa alla Porta" diverte e intrattiene grazie alla maestria di Rutland nel tratteggiare le situazioni più disparate. Forse non sarà incisivo come l'altro suo romanzo, ma io sono curioso di leggerlo per bene.

Copertina di "I Morti non Vedono"
pubblicato da Polillo Editore
In secondo luogo, Polillo ha pubblicato "I Morti non Vedono" di Max Afford. Ancora una volta, dopo Ngaio Marsh, questo mese troviamo un autore proveniente dall'emisfero australe all'interno dell'Angolo dell'Approvvigionatore Letterario: infatti, Afford era originario dell'Australia e laggiù visse un'esistenza piena di impegni, che lo portò ad essere giornalista, ovviamente scrittore e scrittore di pezzi per la radio. Proprio a questo campo si ispirò per scrivere il romanzo che è stato tradotto in italiano. La trama è divisa in due parti: nella prima, l'ispettore Read e l'investigatore Jeffery Blackburn fanno visita a uno studio radiofonico londinese che sta per essere inaugurato. All'improvviso, tuttavia, mentre stanno assistendo a una commedia una delle giovani signorine addette alle postazioni vocali muore misteriosamente all'interno di uno stanzino oscuro e chiuso a chiave. Durante la registrazione non può essere entrato nessuno, quindi chi è il colpevole? Deve essere qualcuno dell'entourage della radio, poiché solo quelle persone sapevano come muoversi dentro l'edificio senza dare nell'occhio. Da questo punto parte la seconda parte del libro, dove troviamo l'indagine della polizia e di Blackburn per trovare ed arrestare il colpevole, tra droga, messaggi segreti, veleni e storie d'amore con alti e bassi. E altri due delitti efferati. Dalle recensioni che ho letto in rete, sembra proprio che questo sia un classico giallo degli anni '30: abbiamo alcuni decessi sospetti e inesplicabili, un investigatore che affianca la polizia nel trovare la soluzione del mistero, una serie ci colpi di scena che spiazzano il lettore... Eppure, nei conti fatti, sembra che la spiegazione finale non sia del tutto degna dell'enigma che l'ha preceduta. Da parte mia, voglio proprio leggere questo romanzo per capire se le cose stanno così oppure si tratti di una lettura più che meritevole della nostra attenzione. Vi consiglio di fare lo stesso.

Copertina di "Sherlock Holmes e il
Segreto del Monte Bianco" pubblicato
da Mulatero Editore
Infine, per le letture in lingua italiana, vi segnalo un paio di titoli in arrivo per i tipi di Mulatero Editore. Essi, dopo aver portato in Italia parte dell'opera di Glyn Carr e il suo Abercrombie Lewker (e stiano continuando a proporre nuovi titoli), hanno aggiunto alcuni gialli esterni a quest'ultima saga che possiamo classificare come apocrifi dedicati a Sherlock Holmes, simili a "Uno Studio in Nero" poco sopra menzionato, ma ambientati in montagna. In "Sherlock Holmes e il Segreto del Monte Bianco", di Pierre Charmoz e Jean-Louis Lejonc, troviamo l'investigatore di Baker Street in trasferta a Chamonix, presso un invecchiato Edward Whymper, il quale nutre per l'altro un affetto quasi da zio acquisito. Il motivo per cui ha desiderato avere al proprio fianco il segugio non è però legato agli affetti: egli desidera che quello lo aiuti a trovare un documento che possa segnare la nascita dell'alpinismo. Si tratta del manoscritto di Jacques Paccard, nel quale egli ha raccontato la propria versione della storia ascesa al Monte Bianco nel 1786. Riuscirà Holmes a rinvenire quello che stuoli di studiosi hanno cercato per tanti anni ma non sono mai stati capaci di recuperare? Dovrà stare molto in guardia, visto che una strana donna dagli occhi verdi e alcuni agenti prussiani lo stanno tenendo d'occhio... In "Sherlock Holmes e il Tesoro delle Dolomiti" di Riccardo Decarli e Fabrizio Torchio, invece, l'investigatore si trova a Londra in piena estate, quando assieme al dottor Watson viene coinvolto nello strano caso del furto degli zaini di due alpinisti. Un fatto tanto banale non potrà generare grandi ripercussioni, vero? E invece la pista da seguire per recuperare il maltolto porterà la coppia Holmes-Watson fino a fatti accaduti in India, tra il British Museum e indipendentisti oppositori dell'Impero asburgico, fino alle Alpi italiane. Sarà in Trentino, dopo mille peripezie, che i due riusciranno a scoprire qualche indizio utile per la soluzione; ma la verità p ancora lontana... Non si tratta di gialli puri come per i romanzi di Glyn Carr finora tradotti, ma sono pur sempre libri che posso andare bene per un pubblico meno esigente dell'appassionato lettore esperto, per cui ve li ho comunque presentati.

Copertina di "Death in the Grand Manor"
pubblicato da Dean Street Press
Passiamo ora alle opere in lingua inglese. Innanzitutto, bisogna sottolineare come Dean Street Press abbia dato alle stampe una nuova serie di mysteries all'interno della sua produzione. Questa volta è toccato ad Anne Morice, una scrittrice che finora non avevo mai sentito nominare. Nata nel Kent nel 1916 col nome di Felicity Shaw, Morice lavorò per un certo tempo nell'ufficio della GPO Film Unit, una casa di produzione celebre al tempo. Lì incontrò il documentarista Alexander Shaw, che sposò e le diede tre figli. Nel corso degli anni la famiglia si spostò in lungo e in largo, mentre Morice intraprendeva la carriera di scrittrice; la quale, tuttavia, in un primo momento non diede i frutti sperati. Infatti, nonostante avesse scritto due romanzi ben accolti negli anni '50, Felicity non dovette essere soddisfatta e decise di fermare la produzione per circa vent'anni, quando tornò sulla scena con un serie di romanzi gialli di successo su una ragazza di nome Tessa Crichton, la quale investiga sulla falsariga della neozelandese Miss Phryne Fisher di Kerry Greenwood. I suoi sono romanzi gialli molto leggeri, dove contano molto le descrizioni della buona società del tempo, i rapporti tra i personaggi, lo stile sbarazzino e una vena misteriosa che si mescola spesso ad altri temi che si discostano un po' dal delitto. Finora Dean Street Press ha dato alle stampe: 
  • "Death in the Grand Manor"
  • "Murder in Married Life"
  • "Death of a Gay Dog"
  • "Murder on French Leave"
  • "Death and the Dutiful Daughter"
  • "Death of a Heavenly Twin"
  • "Killing with Kindness"
  • "Nursery Tea and Poison"
  • "Death of a Wedding Guest"
  • "Murder in Mimicry"
Se cercate qualche lettura un po' più leggera, sono sicuro che questa serie possa fare al caso vostro.

Copertina di "The Chianti Flask"
pubblicato dalla British Library Crime
Classics
Passiamo poi al consueto volume della British Library Crime Classics, curata da Martin Edwards e fonte continua di titoli interessantissimi. Per questo mese di maggio ci viene presentato "The Chianti Flask" di Marie Belloc Lowndes, autrice conosciuta in Italia soprattutto per "Il Pensionante", storia fittizia ispirata alla vicenda di Jack Lo Squartatore, e per "Luna di Miele da Incubo" pubblicato da Le Assassine. In questo caso, l'indagine ruota attorno alla figura di Laura Dousland, una giovane donna che è stata accusata di aver avvelenato l'anziano marito Fordish. Nell'aula del tribunale dove si svolge il processo inizia il racconto, mentre lei si difende dalle accuse e il servo italiano della coppia, Angelo Terugi, a sua volta sospettato del delitto, sostiene dall'alto del podio dell'interrogato la sua colpevolezza. Tutto quanto è focalizzato su una fiaschetta di Chianti che quasi certamente ha contenuto il vino avvelenato che ha ammazzato Fordish; ma il punto è: chi glielo ha somministrato? E che fine ha fatto questo oggetto tanto accusatorio e definitivo? Nessuno finora è riuscito a rintracciarlo. La giuria si trova costretta ad emettere un giudizio influenzato da questa grave mancanza, ma non crediate che i colpi di scena siano finiti qui. Questo è soltanto l'inizio del romanzo di Belloc Lowndes, nel quale vengono affrontati molti temi importanti come lo studio psicologico degli effetti deleteri dell'omicidio, con le conseguenze sulla persona accusata e su coloro i quali le sono vicini, nel bene e nel male. Forse Laura è davvero colpevole... Soltanto alla fine, nelle ultime pagine, si scoprirà la verità sul delitto di Fordish Dousland. Per scoprire qual è, dovete procurarvi una copia di "The Chianti Flask".

Copertina di "The Wall" pubblicato
da Penzler Publishing
Per ultimo, torniamo in America e diamo un'occhiata a "The Wall" di Mary Roberts Rinehart, dato alle stampe da Penzler Publishing. Tradotto in italiano come "I Muri Parlano", è uno dei romanzi gialli dell'autrice senza personaggio fisso, dove ella ha ancora una volta esplorato il lato "da brivido" del racconto del mistero, sottolineando la suspense in favore dell'enigma puro. Come di consueto, l'ambientazione e scenario in cui vengono calati i fatti è una villa aristocratica, Sunset House, abitata da Marcia Lloyd e suo fratello Arthur fin dall'infanzia, poiché in essa hanno trascorso ogni estate della loro vita esplorando i grandiosi saloni e i terreni che scivolavano fino alla riva del mare. Ogni cosa sembra circondata da una sorta di aura idilliaca: niente di male può accadere a Sunset House, dove il vecchio nonno ha risieduto per lunghi anni in un clima pacifico e tranquillo. Eppure, all'improvviso, l'ex moglie di Arthur, Juliette, si presenta alla porta illuminata dai raggi del tramonto per avanzare delle pretese e chiedere un contributo economico al giovanotto, il quale non è in grado di soddisfare le sue esigenze (oppure non ha intenzione di farlo). Da lì in poi iniziano i guai: allontanatasi, Juliette scompare nel nulla per qualche tempo... finché il suo cadavere non viene rinvenuto. La polizia, convocata sul posto, si trova davanti a una casa silenziosa e oscura, che sembra serbare terribili segreti al suo interno e non intende permettere che degli estranei la violino: cosa mai si celerà nelle ombre che dagli angoli delle camere si allungano col calare delle tenebre? Però Marcia, dal canto suo, intende fare il possibile per dissipare il mistero e si allea con lo sceriffo locale, Russell Shand, per trovare l'assassino della cognata prima che le cose possano peggiorare. In una lotta contro il tempo, infatti, sanno benissimo che qualcosa di diabolico si annida nei paraggi; qualcosa che deve essere fermato ad ogni costo. Carico di tensione, di mistero e di suggestioni, "The Wall" si preannuncia una lettura carica di emozione che farà correre più di un brivido lungo la schiena dei lettori.

Bene, anche per questo mese ho concluso la mia carrellata di consigli per voi lettori di Three-a-Penny. Se ci saranno ulteriori aggiornamenti importanti da fare, li inserirò qui sotto. Nel frattempo, vi auguro buone letture nel segno del giallo. A presto!

Link ai titoli consigliati su IBS
"L'assassino bussa alla porta" di Harriet Rutland;
"I morti non vedono" di Max Afford;
"Sherlock Holmes e il Segreto del Monte Bianco" di Pierre Charmoz e Jean-Louis Lejonc;
"Sherlock Holmes e il Tesoro delle Dolomiti" di Riccardo Decarli e Fabrizio Torchio.

Link ai titoli consigliati su Libraccio
"L'assassino bussa alla porta" di Harriet Rutland;
"I morti non vedono" di Max Afford;
"Sherlock Holmes e il Segreto del Monte Bianco" di Pierre Charmoz e Jean-Louis Lejonc;
"Sherlock Holmes e il Tesoro delle Dolomiti" di Riccardo Decarli e Fabrizio Torchio.

Link ai titoli consigliati su Amazon
"Complotto all'ambasciata" di Ngaio Marsh (solo ebook);
"Uno studio in nero" di Ellery Queen (solo ebook);
"L'assassino bussa alla porta" di Harriet Rutland;
"I morti non vedono" di Max Afford;
"Sherlock Holmes e il Segreto del Monte Bianco" di Pierre Charmoz e Jean-Louis Lejonc;
"Sherlock Holmes e il Tesoro delle Dolomiti" di Riccardo Decarli e Fabrizio Torchio;
"Death in the Grand Manor" di Anne Morice;
"Murder in Married Life" di Anne Morice;
"Death of a Gay Dog" di Anne Morice;
"Murder on French Leave" di Anne Morice;
"Death and the Dutiful Daughter" di Anne Morice;
"Death of a Heavenly Twin" di Anne Morice;
"Killing with Kindness" di Anne Morice;
"Nursery Tea and Poison" di Anne Morice;
"Death of a Wedding Guest" di Anne Morice;
"Murder in Mimicry" di Anne Morice;
"The Chianti flask" di Marie Belloc Lowndes;
"The Wall" di Mary Roberts Rinehart.

venerdì 30 aprile 2021

70 - "Delitto in una Camera Chiusa" ("The Sealed Room Murder", 1934) di Michael Crombie

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Per iniziare questa recensione, vorrei spendere qualche parola di ringraziamento in favore dell'Editore Polillo in Rusconi. Infatti, all'interno della sua collana "I Bassotti", negli ultimi mesi esso ha rapidamente dato alle stampe numerosi volumi, permettendo a noi appassionati lettori di classica crime story di poter divorare alcune opere di genere inedite in lingua italiana. Da dicembre, sono stati pubblicati "Il Rompicapo" di Lee Thayer, "La Scatola Mortale" di Basil Godfrey Quin, "Delitti al College" di Clifford Orr e "Delitto in una Camera Chiusa" di Michael Crombie, oltre alla riedizione della seconda opera di Anthony Abbot, "Il Crimine del Secolo". Mica male, per un editore che (pur dovendo restare fermo a causa di diverse vicissitudini dovute a cause interne ed esterne) si sta imponendo sempre più come il baluardo a cui fanno riferimento i lettori di romanzi gialli in Italia. Escludendo le collane da edicola del Giallo Mondadori, con la Serie Regolare e i Classici in primis, che nel corso del tempo hanno un po' mollato il colpo e si sono stabilizzate in standard a volte mediocri (però noto un miglioramento in atto, quindi sono fiducioso che le cose possano raddrizzarsi), proprio Polillo per primo ha compiuto l'azzardo di perseguire la strada della pubblicazione di romanzi del mistero della tradizione angloamericana; per cui, mi sento in dovere di attribuire una sorta di merito alla lungimiranza del suo patron e dei suoi collaboratori, i quali si sono lanciati in una sfida che al giorno d'oggi fa ben sperare nella prosperità della crime story classica. Perché poi, cosa importantissima, nella maggior parte dei casi ciò che viene dato alle stampe da Polillo è materiale inedito, quindi testi che vanno a nutrire la schiera di titoli a disposizione per chiunque sia interessato senza proporre doppioni; è questo un aspetto importante della faccenda. E poco importa se qualche volta ciò che viene tradotto e proposto non è del tutto all'altezza delle aspettative: si tratta comunque di romanzi o raccolte di racconti che fa piacere veder disponibili, perché contribuiscono ad ampliare la scelta a seconda dei diversi gusti di ognuno di noi.

Personalmente, tra questi ultimi romanzi gialli che Polillo ha pubblicato ho apprezzato di più "Delitti al College", nonostante esso presenti alcune ingenuità dovute al fatto che sia l'esordio di Clifford Orr e sia pur sempre un mystery di matrice americana. L'enigma è stato di stampo molto classico, con padre e figlio intenti ad indagare, e l'atmosfera di terrore che aleggiava sulla Dartmouth University ha suscitato la giusta dose di brividi. Meno, invece, mi è piaciuto "Il Rompicapo" proprio a causa del suo essere fin troppo incentrato nel puro mistero del cadavere in mezzo alla neve, a discapito di altri aspetti essenziali in un giallo che si rispetti, come caratterizzazione dei personaggi e stile narrativo di Thayer. "Il Crimine del Secolo" di Abbot mi ha convinto nella parte legata al police procedural, tenuto conto della precisione con cui essa è stata delineata, e nella trattazione di un enigma ispirato al caso di true crime che vide coinvolti Hall e Mills. Di "La Scatola Mortale" di Quin e del romanzo che oggi recensisco per concludere questa rassegna, "Delitto in una Camera Chiusa" di Michael Crombie (Polillo Editore, 2021), ho invece apprezzato il lato più avventuroso della trama, poiché è stato quello che mi ha intrattenuto di più e che in un certo senso ha prevalso su tutto il resto. Questi ultimi esempi, infatti, non sono riuscito a considerarli del tutto come romanzi del mistero, quanto piuttosto libri "alla Edgar Wallace", dove sono le peripezie corse dai personaggi a stare sotto le luci dei riflettori, invece delle morti sospette di alcuni individui. Oltretutto, il mistero costruito da Crombie è del tipo inverted, per cui al lettore viene già rivelato il nome dell'assassino e il bello nella lettura sta nello scoprire come il colpevole venga incastrato dall'opera dei poliziotti e degli investigatori dilettanti che lo perseguono. Forse per questo motivo piazzerei "Delitto in una Camera Chiusa" un gradino sotto rispetto al giallo di Quin. Badate, la storia fila e non manca il divertimento; soltanto ci sono alcuni piccoli difetti che non mi hanno del tutto convinto nel corso dello scorrere delle pagine. Ma andiamo con ordine.

Barrow Hill, Malcolm Midwood Milne, 1939, raffigurante una
scena simile a The Maidens
La trama prende avvio con l'imminente attracco di una nave da crociera presso il porto di Southampton. A bordo di quest'ultima si trovano due giovanotti, Alan Napier che sta facendo ritorno in patria dopo un periodo trascorso in Oriente per fare carriera nel campo bancario, e il giornalista Larry Milner che invece ha passato gli ultimi tre mesi in America ad occuparsi di un caso spinoso per conto del giornale in cui lavora. I due hanno fatto amicizia durante il viaggio e sono entrati abbastanza in confidenza perché Napier potesse confidare all'amico il suo imminente ricongiungimento con un vecchio compagno di scuola, Eric Winter: sono passati molti anni dall'ultima volta che si sono visti di persona, e Alan nutre grandi speranze nell'incontro che si prospetta all'orizzonte. Oltretutto, Winter ha promesso di presentargli la sorella Patricia, una ragazza che lui ha visto soltanto in foto ma della quale si è ormai infatuato. In attesa di sbarcare, Napier e Milner si recano a fare colazione quando all'improvviso i lieti scambi tra i due vengono interrotti dall'arrivo di una lettera spedita proprio dalla signorina Winter. Le notizie che porta sono terribili: Eric è morto da una settimana per delle complicazioni dovute a febbre tifoide e la ragazza sospetta non si tratti di una casualità, ma di un deliberato omicidio architettato dallo zio Godfrey. Sconvolto dallo shock, Alan Napier sbarca non appena possibile per cercare delle risposte alle domande che si affollano nella sua testa... ed incappa proprio nell'avvocato Godfrey Winter, il quale minimizza il fatto che Patricia non sia venuta ad accoglierlo (come aveva promesso nella lettera) e lo invita a rimandare la sua visita a The Maidens in occasioni più liete. Alan non riesce a convincersi che l'uomo non lo stia prendendo in giro: forse sono state le parole della donna che ama ad influenzarlo, ma egli ha come l'impressione che l'altro si sia voluto sbarazzare di lui... E infatti, non appena Napier sale sul treno per Londra accompagnato da Milner, l'avvocato torna nella casa in cui alloggia assieme alla nipote e il lettore scopre come la sua coscienza sia tutt'altro che pulita. Winter è un giocatore incallito alle corse dei cavalli, conduce uno stile di vita che richiede molto denaro e ormai ha esaurito i fondi da investire; per cui è naturale che abbia ucciso il nipote per ereditare la sua fortuna. Patricia, tuttavia, ha le idee ben chiare sullo zio e si è già impegnata a diffondere i pettegolezzi più insinuanti e ad inviare una lettera nientemeno che a Scotland Yard, per spingere l'opinione pubblica a fare qualcosa per fermarlo.

Sfortunatamente per lei, Godfrey è un avversario temibile. Da buon avvocato, egli ha pianificato il suo crimine in modo da non lasciare tracce che possano essere ricondotte alla sua persona e ha studiato un modo inattaccabile per far cessare le voci che girano sul suo conto: accusare la nipote di essere matta ed eventualmente internarla da qualche parte per renderla inoffensiva. Patricia stessa si rende conto di quanto la sua vita sia in pericolo quando, dopo un'accesa lite con lo zio, si mette al volante della propria auto per raggiungere Londra e finisce fuori strada per la rottura dell'asse dello sterzo, opportunamente limata fin quasi a tagliarla da qualcuno che vuole metterla a tacere. Intanto Alan Napier non si dà pace: Milner è preoccupato per lui e decide di raccogliere qualche informazione ufficiosa da un poliziotto che conosce, l'ispettore Evans di Scotland Yard, il quale rassicura i giovanotti sull'integrità del verdetto sulla morte di Eric Winter. Però poi i tre leggono la notizia dell'incidente quasi mortale di Patricia. Strano, non è vero, che una ragazza così giovane e sveglia, a bordo di un auto nuova, sia uscita di strada in quel modo? Milner inizia a dubitare dell'innocenza di Godfrey Winter e sfrutta le conoscenze a propria disposizione al giornale e nei luoghi che frequenta di solito per fare qualche indagine discreta; e l'incontro con l'avvocato (il quale quasi lo sequestra in un impeto di irrazionale timore) lo convince della colpevolezza di quest'ultimo. Ma come provarlo? Forse, se tornasse a The Maidens potrebbe raccogliere qualche indiscrezione dalla gente del villaggio e trovare le risposte che cercano lui e Napier. Ma per prima cosa bisogna fare in modo che Patricia non sia più nelle mani di Winter; così  Alan si reca in tutta segretezza alla villa in cui ella è rinchiusa e, con un colpo da maestro, riesce ad introdursi nella casa e a sottrarre l'amata dalle grinfie del tutore legale. Ma le avventure e i pericoli non sono finiti qui... Milner, affiancato da Napier e Patricia, dovrà faticare a lungo prima di incastrare Winter; e più di una persona dovrà morire per mano dell'avvocato, nel suo irriducibile tentativo di salvarsi dal giudizio capitale.

Farmhouse Bedroom, Eric Ravilious, 1939, raffigurante un
interno simile alla camera dell'infermiera Hopkins
Come dicevo sopra, "Delitto in una Camera Chiusa" può essere considerato più un romanzo d'avventura con sfumature misteriose che il contrario, come sarebbe più probabile che fosse. Con questo non intendo stroncarlo: il livello è superiore a quello di "Congelato" di Anthony Weymouth, dove mi sentivo di respingere ogni cosa, dallo stile antiquato al mistero debole ai personaggi poco caratterizzati oppure sgradevoli. Almeno stavolta mi sono divertito nel leggere. Però non possiamo certamente considerarlo come un giallo a tutti gli effetti. Se le peripezie corse dai protagonisti vengono descritte seguendo una vena che si concentra più sull'azione pura e si tralascia il fattore enigma, al punto che ci interessa di più scoprire in quali pericoli incorrerà Milner rispetto alle mosse che egli metterà in pratica per sconfiggere il suo avversario, capirete che c'è un bel problema di fondo. Lo sbaglio compiuto da Crombie, a mio parere, è stato quello di voler fare troppe cose insieme. Da come era partito, l'assetto della trama lasciava intendere uno svolgimento sulla falsariga di "L'Insospettabile" di Charlotte Armstrong, con un presunto assassino che ben presto si rivela tale e i suoi tentativi calcolati di screditare i suoi accusatori, con una protagonista femminile minacciata dal colpevole. Credo che se le cose avessero continuato in questo senso, magari approfondendo l'aspetto psicologico del criminale, dei sospettati complici, dell'investigatore e dei suoi amici, con tanto di riflessioni e cambi di punto di vista a seconda del personaggio che compiva tali ragionamenti, "Delitto in una Camera Chiusa" si sarebbe rivelato un eccellente tentativo di introdurre in Inghilterra quel giallo di suspense che in America aveva trovato un terreno molto fertile su cui crescere e svilupparsi (come avrebbe poi dimostrato proprio il romanzo di Armstrong una dozzina d'anni dopo). Invece, di punto in bianco, l'indagine viene affidata al giornalista Milner il quale intraprende un metodo che si riconduce a quello di un suo egregio collega, quello Spargo protagonista di "Delitto a Middle Temple" che entusiasmò addirittura il presidente degli Stati Uniti e diede enorme fama a J.S. Fletcher. Cosa ancora più triste, Milner inizia a compiere azioni che lo mettono in aperta competizione con Godfrey Winter e gli impediscono quindi di approfittare dell'effetto sorpresa che magari avrebbe serbato ancora qualche dubbio sull'autentica colpevolezza dell'avvocato.

Da parte mia, ai fini dell'aspetto puramente enigmatico del romanzo, mi è molto dispiaciuto che la storia abbia preso questa deriva, poiché ha banalizzato tutto ciò che è venuto in seguito. L'indagine si è basata su una sorta di svelamento graduale degli indizi che avrebbero portato alla cattura e all'accusa di Winter senza dare modo al lettore di scoprirli (l'asse dell'auto trafugato dalla scena del delitto, ad esempio, viene consegnato nelle mani di Milner quasi con noncuranza, senza che ci sia stato dietro un importante lavoro di deduzione da parte sua). Pertanto, viene a cadere quel rispetto del fair play che mi sarei aspettato da un autore scozzese come Crombie; se "Delitto in una Camera Chiusa" fosse stato scritto da un autore americano, almeno non avrei avuto chissà quali aspettative. Per fortuna, questa deriva avventurosa della trama non ha tolto il piacere nello scoprire attraverso quanti pericoli il terzetto Patricia-Alan-Larry sono dovuti passare: la fuga rocambolesca da The Maidens, gli agguati e i ricatti, le visite notturne in camere sporche e gli scontri verbali-mentali tra protagonista e antagonista hanno svolto bene il loro compito,permettendomi di non annoiarmi mai fino all'ultima pagina. Però resto della mia idea iniziale, per quanto riguarda la riuscita del romanzo. Se l'autore avesse calcato meno la mano su cliché e su aspetti della trama che si riconducono al thriller sensazionalistico dei primi anni del Novecento (come complotti, ricatti da quattro soldi, travestimenti, fughe forsennate, scontri corpo a corpo), "Delitto in una Camera Chiusa" sarebbe riuscito meglio. E di sicuro proprio l'omicidio che dà il titolo al libro non si sarebbe trovato relegato agli ultimi tre capitoli, fatto e disfatto in fretta e furia! Per dare risalto all'importanza del sospetto gravante su Winter, Crombie ha tralasciato la materia fulcro del proprio romanzo. Per concludere questo discorso, tuttavia, spezzo una lancia a favore dell'autore per il fatto di aver usato un caso di true crime per prendere spunto per l'omicidio di Eric Winter: infatti, è esistito veramente un tale William Darling Shepherd che, a Chicago, ha ammazzato il giovane nipote William McClintock usando la febbre tifoide come scusa. Molto ingegnoso da parte di Crombie, ma non abbastanza per più di una modesta riuscita del suo libro.

Copertina della prima edizione originale
di "Delitto in una Camera Chiusa"
Michael Crombie, pseudonimo usato dal giallista James Ronald per firmare sette romanzi del mistero, è un altro autore del quale si possiedono pochissime informazioni. Nonostante la sua prolificità, infatti, egli rimane una figura avvolta da una relativa oscurità, poiché fu sì famoso in patria per aver scritto una quarantina di gialli, ma per il resto si conosce poco o nulla su di lui. Nacque a Glasgow, in Scozia, nel 1905, ed esordì nella letteratura di genere nel 1932 con "Counsel of Defence". Fin da quell'anno Crombie si diede molto da fare, arrivando a volte a scrivere ben quattro libri all'anno fino al 1938 quando si trasferì in Connecticut e rallentò notevolmente il ritmo di pubblicazione delle proprie opere. La sua passione più grande, condivisa da un gran numero di colleghi, era quella per il delitto della camera chiusa e su questo sottogenere egli di impegnò per dare vita a storie ambientate nel mondo della piccola borghesia. Protagonista dei romanzi che firmò col suo vero nome è il giornalista Julian Mendoza del "London Morning World", il quale esordì nel 1934 in "Death Croons the Blues" e apparve in seguito in "Cross Marks the Spot" (1933), nel quale egli indaga su un omicidio avvenuto in un appartamento occupato dalla sola vittima; "Murder in the Family" (1936) dove una signora viene strangolata alla presenza della nipote che sta leggendo un libro; "Promessa Mantenuta" (1942), in cui un signore rinchiuso in manicomio pare deciso a gustare una dolce vendetta contro i soci che lo hanno internato a suo dire senza necessità. Il più celebre, tuttavia, resta "This Way Out" del 1940, il quale venne trasposto su pellicola da Robert Siodmak nel film "Quinto: non ammazzare!" interpretato da Charles Laughton ed Ella Raines. Come Michael Crombie, invece, pubblicò solo alcune opere tre il 1934 e il 1941 che al giorno d'oggi sono rarissime e vendute a prezzi esorbitanti, dove il protagonista è l'altro giornalista Larry Milner, il quale si differenzia da Mendoza soltanto per poche caratteristiche fisiche. Oltre al fatto che Crombie tornò in patria nel 1955 e che da quel momento fino alla sua morte, avvenuta nel 1972, non pubblicò più nulla, le uniche altre informazioni che possediamo sul suo conto vengono da voci e chiacchiere. J.F. Norris del blog Pretty Sinister Books (che vi invito a consultare, dal momento che ha recensito "Delitto in una Camera Chiusa" in modo diametralmente opposto al mio) ha infatti riportato come un suo amico, il libraio Jamie Sturgeon, gli abbia confidato che Ronald sia stato costretto a tornare a Glasgow in seguito a una faccenda poco chiara di debiti verso lo Stato di New York, e che forse egli abbia adottato un giovane in modo non ufficiale.

Questo è quanto sappiano su Michael Crombie/James Ronald. Che altro si può aggiungere? Basandomi su "Delitto in una Camera Chiusa", ho avuto l'impressione che egli fosse un conservatore, nel senso che non andasse molto alla ricerca di innovazioni originali, sia nei temi sia negli aspetti formali, da inserire nei suoi libri. Proprio quello recensito oggi presenta una serie di luoghi comuni a molti romanzi dei primi del Novecento, dove l'onore, la cavalleria, il melodramma e tutte queste faccende andavano per la maggiore. Alla maniera dell'opera di Wilkie Collins, esistono complotti per danneggiare la reputazione di personaggi che non possono ribellarsi e devono combattere per averla vinta su inquietanti individui pronti a tutto pur di sopraffarli; l'azione predomina sul mistero al punto da occupare un ruolo fin troppo di primo piano, indebolendo la forza di "Delitto in una Camera Chiusa" e relegandolo a mera storia d'avventura con piccole sfumature di genere crime. Nemmeno l'ambientazione spicca più di tanto, essendo confinata a brevi descrizioni che appaiono scarne e frettolose. Lo stile è buono, pur non restando impresso nel lettore; per capirci, nello stesso anno in cui Crombie diede alle stampe questo libro, Dorothy L. Sayers pubblicava "Il Segreto delle Campane": il periodo è lo stesso, ma i risultati sono assolutamente e impietosamente differenti. Pure i personaggi non convincono del tutto: non sono antipatici come quelli di "Congelato", però a mio parere non prendono vita del tutto, restano come imbrigliati in stereotipi e in uno sfondo simile a carta moschicida. Ancora una volta, l'azione e il melodramma li caratterizzano, tralasciando lo studio della psicologia che li avrebbe resi migliori e più di impatto. Patricia assomiglia prima a un'isterica e in seguito quasi scompare dal racconto; Alan Napier fa la stessa fine, incarnando però prima l'ideale stereotipato dell'eroe che accorre in soccorso dell'amata peraltro mai incontrata dal vivo. Godfrey Winter assomiglia a quegli antagonisti diabolici ma incapaci di affrancarsi dal tipo "freddo-che-ride-sinistro-dominando-tutti". Milner soltanto riesce ad essere descritto a tutto tondo, essendo l'investigatore protagonista, ma ancora una volta l'autore cade in luoghi comuni e non riesce a conferirgli alcuna originalità. Per quanto riguarda gli altri attori sulla scena, sono figure incapaci di spiccare abbastanza per ottenere ruoli importanti, nonostante alcune figure (come quella del ragazzino che aiuta Milner nelle indagini a The Maidens) risultino simpatiche. Insomma, "Delitto in una Camera Chiusa" è una lettura che non lascia grandi segni, pur intrattenendo chi legge adeguatamente: si tratta di un libro che si inserisce meglio in quel filone che vede al suo interno pure "Il Mistero del Diario" di Milward Kennedy e A.G. Macdonell, nel quale sono le avventure corse dai protagonisti ad occupare soprattutto la trama e il carattere mystery viene declinato in base ad esse, non al contrario come sarebbe meglio che fosse. Pazienza. Consiglio questo giallo di Crombie a chi desidera trascorrere qualche ora in quieta tranquillità, senza serbare grandi aspettative sull'evoluzione dell'indagine che, a mio parere, non bisognerebbe neppure considerare come "delitto della camera chiusa" poiché relega questo aspetto alla parte finale del racconto.


Link a Delitto in una camera chiusa su Libraccio

Link all'edizione italiana su Amazon:

venerdì 23 aprile 2021

69 - "Il Mostro del Plenilunio" ("It Walks by Night", 1930) di John Dickson Carr

Copertina dell'edizione in lingua originale
pubblicata dalla British Library Crime
Classics
Se siete assidui frequentatori ed attenti lettori di Three-a-Penny, ricorderete come circa un paio di anni fa (quanto corre veloce il tempo!) mi ero deciso a recensire "L'Arte di Uccidere" di John Dickson Carr, il secondo romanzo giallo scritto dal Maestro del delitto della camera chiusa, con protagonista l'uomo di punta della polizia parigina Henri Bencolin. In quell'occasione, per introdurre il discorso sull'opera, mi ero soffermato sul fatto che l'editore inglese British Library, all'interno della collana "Crime Classics" curata dal critico Martin Edwards, avesse in programma di ripubblicare in lingua originale l'opera prima di questo scrittore, quel "It Walks by Night" che tanti problemi di cessione dei diritti e copyright aveva dato impedendo così una sua ricomparsa sugli scaffali da libreria per moltissimo tempo. Ebbene, alla fine la faccenda è andata in porto: il titolo è stato reso disponibile e questo piccolo grande miracolo ha permesso a chiunque padroneggi abbastanza l'inglese di gustare di nuovo l'oscuro fascino e l'ambigua bellezza di questo esordio che tanto già rivelava sulla narrativa di Carr. Con l'aggiunta in appendice, tra l'altro, di un racconto in cui indaga sempre Bencolin, dal titolo "The Shadow of the Goat". In Italia, purtroppo, le cose non sono andate altrettanto bene: se da una parte esiste una traduzione risalente agli anni '50 del secolo scorso, essa risulta ormai "fuori moda" in quanto alla terminologia usata e piena di tagli al testo originale, oltre a presentare un errore eclatante e madornale che influisce sulla scoperta del colpevole. E la cosa più grave è che pare non sia in cantiere alcuna ritraduzione o svecchiamento di quella già presente nelle edizioni italiane (soltanto tre, tra l'altro difficili da rintracciare se non nei mercatini dell'usato e nelle piattaforme web di compro-vendo libri). Personalmente, credo sia un fatto serio che un'opera tanto celebrata, famosa e avvincente quale "It Walks by Night" non sia stata ancora resa disponibile per il lettore italiano di classica crime story; eppure, finché non si deciderà di investire su di una nuova traduzione, le cose non cambieranno oppure lo faranno difficilmente: la soluzione più attuabile che mi viene in mente, sarebbe quella di fare un confronto tra il testo originale in lingua inglese e la traduzione anni '50 in italiano, per completare quest'ultima con le parti mancanti.

Siccome da tempo desideravo rimettermi in pratica nella traduzione, dopo gli sforzi perseguiti su "The Golden Age of Murder", io stesso ho deciso di tentare un'operazione del genere. Tempo fa mi sono procurato una copia del volume in lingua inglese; e poiché avevo già in mio possesso il volumetto dei Classici del Giallo Mondadori tradotto, in una settimana mi sono impegnato a fondo per selezionare i paragrafi che sono stati tagliati ed ignorati dalla precedente traduttrice... col risultato che, alla fine, ho rimesso mano all'intera lunghezza del romanzo e lo ho trasposto in italiano da cima a fondo. Infatti, ben presto mi sono accorto di quanto fosse povero il testo dell'edizione riportata al numero 196 dei Classici del Giallo, privo com'era di molte parti narrative che sono a tutti gli effetti spezzoni integranti la narrativa di Carr. Il risultato finale, a mio parere, si è discostato moltissimo da quello della prima trasposizione nella nostra lingua: se l'atmosfera da incubo tanto caratteristica della letteratura del Maestro del delitto della camera chiusa era stata quasi del tutto cancellata e ridotta, adesso essa trasudava dalle pagine in una sorta di abisso profondo, un buco nero che inghiotte quanto incappa nella sua strada. Ribadisco ancora una volta il concetto che gli appassionati di giallo in Italia si meritino una traduzione decente di questo esordio a dir poco impressionante, dove sembra di camminare attraverso una specie di sogno ad occhi aperti, in cui si intrecciano eventi mostruosi come decapitazioni, bagni di sangue, sorprese sgradevoli al chiaro di luna, scene impressionanti alla luce fioca delle candele, assieme a idilliaci incontri in camere arredate secondo lo stile vittoriano e intime discussioni sotto pioppi e altri alberi scossi dal vento e irradiati dal sole primaverile. Nel frattempo, io mi impegno a presentarvi questo romanzo seguendo il testo originale: non sia mai che qualcuno si renda conto della grandiosità dell'enigma che esso racchiude, oppure della maestosa solennità delle descrizioni che l'autore fa nel corso del racconto, e decida di dare il giusto riconoscimento a quello che in italiano viene chiamato "Il Mostro del Plenilunio" (Classici del Giallo Mondadori n. 196, 1975).

Caffè Greco, Renato Guttuso, 1976, simile al locale
Fenelli in cui si svolge parte della trama
Ad accentuare questo carattere gotico e impressionante, la storia inizia con la descrizione di un mostro mitologico; quel lupo mannaro che popola le fiabe dei bambini e le storie del folklore degli adulti soprattutto nel centro Europa. Il giovane Jeff Marle si è visto recapitare un volume con all'interno questo testo da Henri Bencolin, l'uomo di punta della polizia parigina e suo intimo amico, poco prima che loro due si rechino al Club Fenelli per occuparsi di una faccenda che riguarda il proprietario del libro. Infatti, Bencolin ha chiesto al professor Grafenstein, un luminare delle malattie psichiatriche di Zurigo, di raggiungere lui e Marle in un'alcova del salone principale del locale per discutere di Alexandre Laurent, un giovanotto all'apparenza sano di mente ma che qualche tempo prima ha tentato di ammazzare la novella sposa con un rasoio, in una sorta di quieto raptus. Laurent è un appassionato lettore di storie del terrore e di miti raccapriccianti, oltre che di poeti maledetti e altre amenità; e Bencolin è a disagio nel dover constatare che, dopo un periodo di prigionia in un ospedale psichiatrico, Laurent sia riuscito a fuggire. Cosa più grave ancora, l'ex signora Laurent, madame Louise, si è lasciata alle spalle la traumatica esperienza col precedente marito (o almeno ha fatto il possibile per dimenticare) e nel frattempo si è risposata con un aristocratico atletico ma un po' ingenuo, il Duca di Saligny. Quindi, è chiaro come Laurent possa diventare un pericoloso avversario per la coppietta. In realtà, egli ha già inviato un messaggio minatorio a Louise e ha fatto una fugace apparizione nel bagno della casa di alcuni amici dei due, i coniugi Kilard, per poi scomparire nel nulla. Inoltre, poco dopo essere fuggito dal manicomio, Laurent si è recato da un chirurgo plastico della malavita, si è fatto cambiare i connotati del volto e, per concludere al meglio l'opera, ha ammazzato il medico che poteva smascherarlo. Tutta questa storia viene riferita da Bancolin a Grafenstein, e il primo si domanda se non sia il caso di farsi affiancare dal luminare per risolvere lo spinoso problema dell'ossessione di Laurent; magari il dottore potrebbe dargli una parere pure su Saligny e madame Louise, i quali si trovano proprio da Fenelli.

E infatti, poco dopo, la donna si avvicina al loro tavolo. Si tratta di una bellezza un po' oscura, affascinante, magnetica ma, allo stesso tempo, offuscata da un velo di malinconia mista a tristezza e a un sospetto abuso di sostanze stupefacenti. Sedutasi, mostra segni di irrequietezza: teme che Laurent abbia seguito lei e Saligny per far loro pagare l'essersi sposati, e chiede protezione a Bencolin, il quale osserva pigramente il salone in cui si trovano. All'improvviso, proprio all'altro capo della stanza, il gruppetto scorge la schiena di un uomo che attraversa l'uscio che collega il salon alla sala da gioco: "eccolo là, il Duca" osserva annoiata Louise. Poi la porta si richiude alle sue spalle, precludendolo alla vista. Passano pochi minuti, durante i quali Marle si interroga sul destino impietoso che si è accanito sulla signora che siede al suo fianco e sulla pazzia di Laurent; poi un inserviente si avvicina alla porta attraversata da Saligny con un vassoio e, proprio sulla soglia, lo fa cadere a terra. Lo spettacolo che si presenta agli occhi del poveretto, del signor Fenelli e del gruppo nell'alcova (accorso senza dare nell'occhio) è terrificante e orrendo: il Duca di Saligny giace a terra come inginocchiato, in una pozza di sangue fuoriuscita dal moncherino della sua testa decapitata e sistemata con cura ad osservare, con occhi sgranati e vuoti, i tardivi soccorritori. Bencolin prende immediatamente in mano la situazione, convoca i suoi agenti sparsi sul piano nelle varie stanze e si assicura che nessuno possa interferire con le indagini che si appresta a compiere. Il primo ad arrivare è Francois, l'uomo migliore che il prefetto tiene alle sue dipendenze, il quale è stato piazzato all'altro capo della camera, davanti all'unica altra porta che conduce nella sala da gioco. "Ebbene?" domanda Bencolin, "è passato qualcuno da quella parte?". La risposta dell'agente è sconcertante: "No, signore". Come può essersi quindi volatilizzato l'assassino di Saligny? I tempi e gli alibi dei sospettati (tra cui figurano le conoscenze della vittima: Fenelli, madame Salingy, un tizio dall'aria aristocratica di nome Edouard Vautrelle, la coppia dei Kilard che si è allontanata sul presto dal locale, un giovanotto americano chiamato Sid Golton che ha tutta l'aria di essere ubriaco, una misteriosa ragazza che giace in un letto al piano di sopra) coincidono e sembrano completarsi l'uno con l'altro: allora, chi ha ucciso Saligny? Starà a Bencolin dimostrare come un delitto impossibile abbia potuto verificarsi ed incastrare l'assassino... ma non dopo che qualcun altro abbia presenziato al suo appuntamento con la Morte.

Piantina del secondo piano del locale Fenelli
Per essere un esordio, "Il Mostro del Plenilunio" di John Dickson Carr non è affatto male. Al suo interno ci sono alcune ingenuità, quello è sicuro; però mi sento di affermare con una certa sicurezza che se tutti gli autori di romanzi gialli, e non solo, fossero in grado di produrre come opera prima un libro di questo calibro, saremmo tutti molto fortunati. Perché, in sostanza, già da qui si possono riscontrare il talento acerbo e le tante caratteristiche che costituiranno in futuro la straordinaria narrativa del Maestro del delitto della camera chiusa; magari ancora abbozzati, ma comunque presenti e rintracciabili se si aguzzano gli occhi e il cervello. D'altronde, non è questo il primo sforzo letterario di Carr: in precedenza, egli aveva pubblicato qualche racconto sul "The Haverfordian", un giornale universitario, con protagonista proprio Henri Bencolin; per cui è comprensibile come "Il Mostro del Plenilunio" appaia in una forma quasi perfetta, derivando da "Grand Guignol" apparso su questa rivista nella primavera del 1929. Pertanto, ci troviamo di fronte a un mystery capace di stregare il lettore e di trasportarlo come dentro un'incubo, nonostante una certa tendenza al melodramma che un po' spezza il senso di realtà delle vicende narrate. Chiamato in un primo momento "With Blood Defiled", esso getta le proprie fondamenta su quell'aspetto che ha dato e darà sempre a Carr fama imperitura: il suscitare un'atmosfera gotica, tenebrosa, nella quale il lettore si dibatte come catturato e imbrigliato nella ragnatela di un enorme insetto. Quello che circonda i personaggi richiama il macabro in un eccesso di descrizioni fiume, vivide e oscure allo stesso tempo, attraverso l'uso di immagini suggestive come salotti immersi nella penombra, candele che ardono sopra tavole imbandite, chiari di luna contro edifici immersi nella penombra o al chiaro di luna, figure inquietanti che emergono dalle ombre negli angoli delle camere e delle strade, oppure bussano con dita frementi alle finestre per attirare le persone sprovvedute nelle loro grinfie tanto più umane di quanto si possa credere. Ogni cosa si staglia contro lo sfondo, quasi brillando di luce propria e imprimendosi nella mente del lettore che si lascia coinvolgere nel racconto e percepisce i fatti narrati molto più realmente di quanto non siano in realtà. Già, perché se da un lato Carr utilizza questa tecnica per dare risalto alle vicende, agli indizi e a ciò che avviene nel corso dei due giorni di indagine di Bencolin, dall'altro introduce uno spiccato senso di irrealtà in quanto narra. Non siamo ancora ai livelli di "Le Tre Bare" oppure "Il Terrore che Mormora"; in "Il Mostro del Plenilunio" le suggestioni vengono calcate e sottolineate a forza, proprio per inesperienza e timore di non riuscire a imprimere la giusta dose di dramma ai fatti.

Carr infila qualsiasi cosa gli passi per la mente, quando pensa al romanzo giallo dei primi anni del Novecento che ha furoreggiato in America (il suo paese natio) e a quello vittoriano proveniente dalle letture di gioventù nella biblioteca del padre (non solo Poe, Chesterton e Leroux, ma pure Dumas e i classici francesi del secolo precedete): un esempio è l'uso della spada come arma del delitto, quale ricordo dei duelli dei Tre Moschettieri e dei romanzi di cappa e spada; oppure le tormentate storie d'amore che vedono intrecciarsi i protagonisti. Inoltre, è presente una sorta di mistico Fato che agisce sopra ad ogni cosa, in una chiara citazione ai racconti in cui Padre Brown agisce ed egli si ritrova a riflettere su cosa siano il Bene e il Male. Ma oltre a questo, troviamo pure un gusto per la suspense davvero esasperato, che quasi non permette a chi legge di tirare il fiato e pare trascinare e strattonare il lettore a forza lungo le pagine che si sfogliano. Non avranno mai pace, sembra sogghignare Carr: poiché incarniamo il personaggio di Marle, spesso attonito di fronte agli eventi che si susseguono in rapida successione, prima si troviamo di fronte a un dialogo dai significati oscuri, poi veniamo presentati a una donna affascinante che ci racconta una storia incredibile su un fantasma che lascia cadere una cazzuola in un bagno, poi ancora rinveniamo un cadavere dalla testa mozzata che nessuno può aver decapitato. Dipingere e spiegare l'impossibile e l'assurdo è lo scopo dell'autore; spiazzare chi legge facendo leva sulle armi migliori su cui un giallista può contare, senza curarsi di apparire ridondante ed eccessivo. Per quanto mi riguarda, si è trattato di una mossa a doppio taglio: il mio gusto per il melodrammatico è stato ampiamente ripagato da questo modo di agire "sopra le righe", ma bisogna mettere in conto che il proverbio dice "il troppo stroppia". Pertanto, "Il Mostro del Plenilunio" si presenta sì come un esordio fantastico (inteso in più declinazioni) e che fa una sicura presa sul lettore, ma allo stesso tempo rischia di eccedere nel trattare le vicende con la misura giusta a cui ci si dovrebbe attenere. Un capolavoro imperfetto, ecco come si potrebbe considerare questo giallo di Carr.

John Dickson Carr, nato nel 1906 e morto
nel 1977
L'ingegnosità delle trame e il fascino per "l'impossibile che diventa realtà", oltre che per i trucchi di prestigiatori come quello sopra citato, sono sempre state caratteristiche innate di John Dickson Carr (o Carter Dickson, per usare lo pseudonimo con cui firmò i romanzi con Henry Merrivale), alla pari del concetto di voler "giocare una partita" col suo pubblico ad armi pari. La pretesa del rispetto del fair-play e la scommessa che poneva in ognuno dei suoi numerosi libri (come quella costituita dallo speciale sigillo che è stato messo nella prima edizione di "Il Mostro del Plenilunio", col quale sfidava i lettori a batterlo in astuzia) farebbero pensare che egli fosse nato in Inghilterra, la patria del giallo deduttivo; invece, la città che gli diede i natali fu l'americana 
Uniontown, in Pennsylvania. Laggiù, mentre suo padre aveva felicemente intrapreso la carriera di avvocato e pregustava una futura associazione col figlio, Carr iniziò invece il lungo percorso che lo avrebbe portato a diventare uno dei giallisti più famosi di tutti i tempi: dapprima, dimostrando una memoria formidabile con la recitazione di monologhi tratti da "Amleto", pagine di D'Artagnan, Sherlock Holmes e "Il Mago di Oz"; e poi attraverso la scrittura di racconti, pubblicati sul giornale scolastico dello Haverford College, dove esordì la figura del giudice istruttore Henri Bencolin di Parigi. Nel 1928, lo scarso rendimento scolastico spinse i suoi genitori a compiere la scelta estrema di allontanarlo dagli Stati Uniti in favore della Francia, dove avrebbe dovuto studiare alla Sorbonne. Il posto, tuttavia, non si addiceva a un giovane dalle idee conservatorie come lui e la vita da bohémien trovò una ferma opposizione da parte sua; eppure, l'ambiente si mostrò favorevole per dare il tocco finale al romanzo che stava scrivendo. Fu così che nacque "Il Mostro del Plenilunio", la versione ampliata e rivista di un lungo racconto che Carr aveva scritto ai tempi della scuola americana, "Grand Guignol", proprio con Bencolin quale personaggio principale. Il modesto successo che arrise al suo protagonista, rispetto ai successivi Fell e Merrivale, per qualche tempo costrinse Carr a tornare in America dai genitori; finché, nel 1930, durante una crociera, incontrò Clarice Cleaves, una ragazza di Bristol che poco dopo sarebbe diventata sua moglie. È curioso come proprio "Il Mostro del Plenilunio" sia stato il tramite attraverso cui Carr e Clarice iniziarono a scambiarsi le prime confidenze: in "The Golden Age of Murder", infatti, Martin Edwards ha spiegato che, in seguito al loro primo incontro nella sala del parrucchiere di bordo, i due futuri sposi trascorsero una serata a ballare e chiacchierare del più e del meno, finché Carr non accennò al fatto che aveva scritto una detective novel e chiese a Clarice se le avrebbe fatto piacere leggerla. In realtà, la ragazza non nutriva un particolare interesse in indagini e assassini fittizi; eppure, non ebbe cuore di deludere le evidenti aspettative del suo nuovo amico ed accettò di dargli un responso su quel libro. In quel modo, tra i due scoccò la scintilla ed entro un paio d'anni si trasferirono definitivamente in Inghilterra, dove la novella signora Carr intendeva far nascere le sue figlie. Anche suo marito (che nel frattempo aveva deciso di abbandonare Bencolin in favore di altri due personaggi molto simili tra loro, il dottor Gideon Fell e l'avvocato Henry Merrivale) fu entusiasta della scelta: dopotutto, era la patria dei suoi idoli d'infanzia, Chesterton e Doyle (del quale in seguito fu co-autore della biografia ufficiale), e sembrava che laggiù fosse il posto ideale per scrivere gialli sullo stile tradizionale; senza contare il fatto che la Storia dell'Europa cui poteva attingere avrebbe fornito molto materiale per il tipo di libri che intendeva scrivere.

Un'altra caratteristica dell'opera di Carr, infatti, è quella di affondare le proprie radici in miti e leggende molto antiche: ne sono un esempio le numerose citazioni che possiamo trovare all'interno di romanzi come "Il Terrore che Mormora", la cui trama ruota sul vampirismo, oppure dello stesso "Il Mostro del Plenilunio". Qui sono i lupi mannari, le bestie assetate di sangue e capaci di trasformarsi in uomini e donne pur mantenendo la loro anima selvaggia, ad occupare la trama e a fornire la base per i misteri del libro. Si tratta di argomenti che, proprio grazie alla loro aura di velato soprannaturale, si prestano ad essere interpretati e sfruttati in modo da fornire al lettore una base relativamente reale per un delitto immaginario, e che permisero a Carr di dare sfogo a un'insaziabile sete di ricerca storica. Questa passione emerge dalla lettura di alcuni romanzi giallo-storici, come "La Sposa di Newgate", "Il Diavolo Vestito di Velluto" e "La Corte delle Streghe" (uno dei suoi capolavori) e viene spesso incarnata dai personaggi dei suoi gialli. Tuttavia, fu il Delitto l'argomento a cui Carr si sentì più legato; tanto che i suoi detective soffrirono di una vera e propria ossessione nei confronti della Storia del Crimine: Bencolin, Merrivale e Fell, infatti, di volta in volta si fecero portavoce dei pensieri dell'autore, attraverso semplici citazioni (pure di casi reali, come avviene in "Occhiali Neri") ma anche con l'utilizzo di piccole "conferenze" sull'omicidio e la sua applicazione nei romanzi del mistero. Senza contare il breve scambio di battute sulla mentalità dell'assassino alle prime pagine di "Il Mostro del Plenilunio" se ne può leggere una prova nel dialogo che Marle, Bencolin e Grafenstein mettono in scena alle pagine 138-139: in questa occasione, i tre discutono su quanto sia importante per un investigatore la conoscenza del proprio mestiere basata sulla scienza, e se i poliziotti in America non utilizzino metodi poco intelligenti per scoprire la verità nelle loro indagini. Inoltre Marle, da buon Watson di turno, sembra propenso a considerare la realtà delle cose più eccitante della finzione, il suo compagno però si dichiara fermamente contrario. È la fantasia a dare forma al mondo reale, sostiene Bencolin, per cui lo scrittore non deve sforzarsi di tradurre con troppo rigore la realtà che lo circonda in materiale per i suoi libri, ma limitarsi a narrare una storia che, per quanto possa apparire a volte improbabile e con personaggi simili ai burattini del teatro, procuri divertimento al lettore.

Seconda edizione italiana di "Il
Mostro del Plenilunio" purtroppo
tagliata e fallata
Un assunto che dimostra al meglio quale fosse la concezione di Carr riguardo il romanzo giallo: costruire vicende credibili in cui, tuttavia, non mancasse quel pizzico di irrealtà che li contraddistingue da mere cronache. Non per caso egli fu il primo americano ad essere ammesso nel Detection Club, grazie al sostegno di Dorothy L. Sayers e Anthony Berkeley; dopotutto, sono evidenti la comunione di interessi per il true crime e intenti a cui egli stesso e gli autori della Golden Age miravano. Nei suoi gialli, infatti, si possono ritrovare diversi elementi che rimandano alla crime story di quel periodo, contrassegnati da un palese uso del contrasto. Sopra abbiamo visto come l'atmosfera sia macabra e inquietante; ebbene, ciò viene dato dall'accostamento di momenti ironici (come durante i battibecchi tra Marle e Sharon Grey) con altri dove invece dominano il terrore. Luce e buio occupano un ruolo importantissimo in questa sorta di gioco: traducendo, mi sono reso conto che Carr ha dato risalto al brillio, alla lucentezza, allo splendore, al luccichio di tantissimi oggetti e parti del corpo dei suoi personaggi, come le spalle delle signore, le fiammelle tremolanti delle candele, le lampadine elettriche che scacciano le ombre, gli occhi che secondo la tradizione rivelano l'anima di una persona. Di volta in volta, tutto ciò cambia a seconda di un movimento, di un soffio di vento, di un balzo improvviso; simbolicamente, l'autore ci suggerisce come non ci dobbiamo fidare di nessuno dei sospettati, poiché nascondono lati del loro carattere che non sempre è piacevole scoprire. Pure i colori, tra i quali domina il rosso in contrasto all'oro, vengono sottolineati da Carr per dare risalto alle vicende e assumono carattere allegorico: il primo è ovviamente quello del sangue, ma pure della passione e dell'odio cieco; il secondo quello che si associa tanto all'avidità quanto alla nobiltà (vera o falsa che sia); c'è poi il verde scuro con l'argento delle pareti del terzo piano di Fenelli, dove si verificano le nefandezze più scellerate, il quale assume qualità paludose. In terzo luogo, contrastano tra loro l'apparente impossibilità dei delitti commessi in "Il Mostro del Plenilunio": all'inizio i fatti ci vengono dipinti come se fossero favole, miti e leggende da considerare in astratto, ma poi i delitti diventano qualcosa di fin troppo tangibile, da indagare attraverso l'uso della scienza e della logica. Non per niente, a mo' di indizio viene inserita nella trama una copia del libro dell'assurdo per eccellenza, "Alice nel Paese delle Meraviglie".

Quindi pure l'enigma gioca su tutta una serie di scontri metaforici, poiché mette insieme logica e pazzia, scienza e suspense, freddezza e passione, calcolo e audace improvvisazione, attingendo sotto alcuni aspetti a una nota tragedia di William Shakespeare. Proprio per questo, però, questo romanzo non dovrebbe essere considerare troppo riuscito: infatti, se da una parte riesce a portare a casa un mistero con una spiegazione plausibile e possibile ai fini delle leggi della fisica, in quanto a probabilità di riuscita suscita più di una perplessità (perché quando quel personaggio ha fatto quella cosa, l'altro non si è insospettito? Come ha fatto quello a non vedere quella cosa accadere? Ecc...). Inoltre, l'enigma deve una certa parte della sua costruzione all'attingere da parte di Carr all'opera di alcuni suoi colleghi: la parte scientifica da Richard Austin Freeman, la tabella oraria da Freeman Wills Crofts, l'ambientazione suggestiva e orrorifica da Edgar Allan Poe e alcuni aspetti della caratterizzazione dei personaggi da Gaston Leroux. Proprio su questi ultimi ritroviamo per l'ennesima volta un contrasto che sottintende significativamente il tema del doppio: ognuno dei protagonisti, compresi Marle e Bencolin, presentano una natura che non si riesce mai a focalizzare del tutto. L'investigatore ci viene dipinto come una sorta di individuo satanico, con i capelli che assomigliano alle corna di un satiro e un inquietante ghigno che spesso compare sulle sue labbra, eppure è un personaggio capace di dimostrare una certa empatia verso chi se la merita; Marle divide la propria natura tra l'irruenza e la quiete, tra la stupidità del tipico Watson e l'essere in grado di ragionare con lucidità; Saligny e Laurent rappresentano le facce diametralmente opposte di una stessa medaglia agli occhi di Louise, la quale divide la propria anima tra disperazione e determinazione; Edouard Vautrelle si atteggia a gran signore, ma forse nasconde un passato da misero soldato; Sharon Grey desidera disperatamente emanciparsi dalla condizione di prostituta ma continua a prestarsi a relazioni equivoche; Sid Golton adotta un comportamento ambiguo con madame Saligny, pur presentando un volto all'apparenza gioviale.

Infine, voglio sottolineare come "Il Mostro del Plenilunio" sia un romanzo giallo più crudo di quanto ci si potrebbe aspettare. Non solo ci sono grandi spargimenti di sangue, decapitazioni, mani insanguinate oppure gelide che toccano con le loro dita molli e corpi decomposti, ma pure personaggi ritratti semi-svestiti, psicopatici e folli contro i quali bisogna combattere. La moralità esiste e non esiste al tempo stesso, poiché crimini di tutti i tipi commessi dai personaggi meno sospettabili vengono a galla nel corso della narrazione. Non è un giallo edulcorato, dove anziane signorine prendono il tè e discutono del delitto; qui Carr ci fa piombare in un terrificante incubo dove lo stesso concetto di giustizia non incarna un ideale condiviso pienamente. Bencolin persegue nel proprio compito di investigatore più nel ruolo di giudice che in quello di poliziotto, alla ricerca di un riscatto dal fallimento nel proteggere Saligny; non è la cattura della preda a spronarlo. L'ambiguità morale di colpevoli e vittime, con la distinzione tra Bene e Male, corona un romanzo giallo che, pur non essendo un libro che tocca la perfezione, di sicuro si piazza tra i capolavori del genere e merita di essere conosciuto da tutti gli appassionati. Magari pure quelli italiani, con una traduzione adeguata.

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