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venerdì 14 maggio 2021

71 - "Il Gatto e il Topo" ("Cat and Mouse", 1950) di Christianna Brand

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Dopo un periodo dedicato a romanzi gialli molto tradizionali, ho sentito il bisogno di tornare a leggere qualcosa che si ricollegasse con il mondo della suspense e del thriller. Era da "La Bambola Assassina" che non affrontavo più questo tipo di crime novel, e mi mancava l'immergermi in un'atmosfera da brivido capace di suggestionare e di rendere elettrizzante la lettura. Pertanto, ho dato un'occhiata ai numerosissimi volumi di questo tipo che sono in attesa sui miei scaffali e mi sono domandato cosa potessi scegliere. D'altra parte, però, non mi andava molto l'idea di selezionare un'autrice oppure un autore americano: di solito, le vicende che raccontano nei loro libri sono fin troppo sensazionalistiche, poiché mettono in ombra il lato più enigmatico del mistero in favore di una trattazione a tinte forti della storia. Pertanto, ho escluso scrittrici come Rinehart ed Eberhart, assieme allo loro colleghe, per lasciarle in pausa in vista di un futuro forse non troppo lontano; e lo stesso dicasi per gli autori maschili, i quali hanno dimostrato di trattare spesso più il lato movimentato e violento del mistero, rispetto a quell'aura bizzarra che circonda gli avvenimenti dei gialli delle loro colleghe. L'unico che mi venisse in mente, che potesse andare bene per il tipo di romanzo del mistero che intendessi leggere, era Patrick Quentin. Se ricordate bene, quando ho presentato "Presagio di Morte", avevo sottolineato la ferocia e la crudezza con cui gli scrittori che si celavano sotto a tale pseudonimo avevano esposto i terribili fatti che accadevano nella vallata di Grindle. Ebbene, per essere onesti bisogna affermare che in altri casi ci sono andati più leggeri e hanno dato vita a opere in cui l'azione (pur sempre presente) è sottomessa alla riflessione. Penso ad esempio a "Troppe Lettere per Grace", nel quale una giovane studentessa di un tipico college americano trovasse la morte in seguito a una fitta corrispondenza con un ignoto spasimante: all'indagine del tenente Trant, Quentin ha accostato i ragionamenti e i pensieri di una compagna di scuola della vittima, la quale quasi accompagna l'azione del poliziotto con la sua voce interiore. Ecco, cercavo qualcosa del genere. Però Quentin è stato tradotto e pubblicato solo per il Giallo Mondadori, i cui volumi sono molto difficili da trovare se non nei mercatini dell'usato, con un pizzico di fortuna; per cui, ho declinato l'ipotesi.

Quello che mi serviva, mi sono detto, era qualcosa di simile a "Troppe Lettere per Grace", capace di stuzzicare l'attenzione e di poter essere disponibile per chiunque desiderasse approfondire la mia recensione con una lettura di prima mano. Così, mi sono rivolto ancora una volta ai fidati Bassotti Polillo e, scorrendo i titoli dell'elenco delle pubblicazioni, mi sono imbattuto in "Il Gatto e il Topo" di Christianna Brand (2010). Su questa autrice se ne sono dette di tutti i colori: il critico Martin Edwards, all'interno di "The Golden Age of Murder", l'ha descritta in modo un po' vago in relazione ad alcune osservazioni che lei in persona aveva fatto su un paio di colleghi e colleghe, osservando come fosse una signorina incline al pettegolezzo e non sempre così affabile come si potrebbe essere portati a considerarla a prima vista. Tra le altre cose, sembrava ce l'avesse con Anthony Gilbert e che fosse un tipetto intraprendente nel flirtare con John Dickson Carr (sposato con Clarice, ricordiamo) e con Anthony Berkeley, uno che non si faceva certo pregare per scambiare più di una parola con una signorina affascinante. D'altra parte, però, Brand viene considerata come l'ultima grande autrice del passato a scrivere romanzi gialli tradizionali, intesi proprio come enigmi da sciogliere per il semplice gusto di farlo e senza scomodare troppo la psicologia del criminale alla maniera moderna. I suoi libri, soprattutto quelli con protagonista l'ispettore Cockrill di Scotland Yard, hanno suscitato commenti entusiasti da parte di critici e lettori negli ultimi ottant'anni: addirittura Julian Symons, che non era certo un tizio solito ai complimenti, ha sempre professato una grande ammirazione nei suoi confronti. Per questi motivi, dunque, mi intrigava fare un tentativo con uno dei libri che Brand aveva scritto: per capire se alla fine fosse giustificato questo entusiasmo, e se tra le righe trasparissero una certa frivolezza e la sua passione per il gossip. Così ho deciso di leggere "Il Gatto e il Topo" e, ad essere sincero, non sono ben sicuro che mi sia piaciuto del tutto, per una serie di motivi che vi spiegherò. Ma intanto vediamo la trama.

Lake with Castle on a Hill, Joseph Wright of Derby, 1787,
raffigurante un castello simile a Penderyn
All'inizio la storia viene impostata come se fosse una sorta di romanzo giallo che getta uno sguardo nel vittorianesimo. Ci troviamo in una redazione giornalistica (più precisamente, quella della rivista femminile Girls Together) dove le signorine Miss La-Vostra-Amica e Miss Facciamoci-Belle stanno discutendo dell'ennesima missiva inviata alla prima da una certa Amista, la quale chiede continui consigli su faccende amorose che la riguardano. Proprio come in una storia "alla Jane Eyre", Amista è innamorata del suo tutore, tale Carlyon, il quale si degna a malapena di guardarla in faccia e di ricambiare con cortesia le attenzioni e l'affetto che la poverina gli riserva settimana dopo settimana. Nell'ultima lettera, tuttavia, pare che le preziose indicazioni di Miss La-Vostra-Amica (rigorosamente redatte grazie a un modulo prestampato) abbiano dato i frutti sperati: Amista è in procinto di convolare a nozze col suo Carlyon, il quale si è dichiarato e in barba alla sua povertà, alla sua estrazione sociale inferiore e alla differenza d'età, ha deciso di mollare le sue riserve per concedersi a lei. Questo genera un certo disappunto nelle due redattrici, le quali avrebbero preferito un finale più melodrammatico a quello scambio di smancerie e frivolezze; eppure, Miss La-Vostra-Amica non può fare a meno di essere tutto sommato contenta per come sono andate le cose. Anzi, avrebbe voglia di conoscere finalmente qualcuno che ha coronato il suo sogno d'amore in un modo tanto romantico. Così, approfittando di un periodo di vacanza e abbandonando il suo soprannome in favore del più prosaico Katinka Jones, si reca nel Galles (dove è originaria la sua famiglia e si trova la casa di Carlyon) e dopo una tappa presso uno zio arriva a Pentre Trist. Laggiù la ragazza fa il suo incontro con la fauna locale: alcuni contadini siedono al pub dove lei va a chiedere indicazioni su come raggiungere i novelli sposi, ma non sembrano prendere sul serio la sua richiesta d'informazioni. Certo, esiste un certo Carlyon che sta su a Penderyn, una specie di castello raggiungibile dopo aver attraversato in barca il fiume e un ripido sentiero; però Amista è sconosciuta a tutti quanti.

Indispettita, Katinka riesce a convincere la signora Evans (la quale porta il latte in giro per il villaggio e pure a Penderyn) a farsi accompagnare lassù, assieme a un giovanotto di nome Chucky che si fa passare per un poliziotto. La ragazza, oltre ad essere infastidita dalle attenzioni che le rivolge questo tizio di cui dubita sia un giornalista sotto mentite spoglie, è ben determinata a scoprire perché tutti la stiano prendendo in giro... Eppure, quando finalmente si trova davanti al portone d'ingresso ha come la sensazione che ci sia qualcosa che non va dalle parti di Penderyn. C'è troppo silenzio, e una volta entrata nell'edificio le sembra come di soffocare. Il successivo incontro con Carlyon non migliora certo le cose: innanzitutto, perché lui si dimostra molto freddo e antipatico nei suoi confronti, affermando che non esiste nessuna moglie e che la ragazza si stia inventando tutta la storia di sana pianta per un qualche suo fine segreto; ma anche perché Katinka cade vittima del suo fascino tenebroso e si innamora. Spaventata da tutte queste emozioni e dal turbamento che la casa ha suscitato nel suo cuore, la ragazza fugge lungo il sentiero e si sloga una caviglia: l'unica soluzione è che lei debba essere ospitata a Penderyn. Da questo punto iniziano i veri guai per Katinka. Prima viene ricoverata in una camera un po' isolata della casa, senza alcun conforto se non un letto freddo dove riposare e con la porta sbarrata durante la notte; poi ha come la sensazione che gli abitanti l'abbiano drogata con della morfina per poterla controllare e, nel dormiveglia, di ricevere la visita di un essere mostruoso, con il volto sfregiato e le articolazioni deturpate come se fosse stato vittima di un incidente spaventoso. E se al mattino le cose appaiono meno vivide e terrificanti, gli interrogativi si moltiplicano: dapprima Carlyon pare disposto a concederle un po' di comprensione e simpatia, poi torna a richiudersi in se stesso. E di Amista, la giovane sposa, non c'è alcuna traccia. Forse è lei la figura inquietante che nottetempo ha fatto visita alla sua camera da letto? Oppure il mistero è molto più fitto di quanto Katinka possa immaginare? E Chucky cosa c'entra in tutta la faccenda? In un turbinio di segreti, colpi di scena, fughe, litigi e rivelazioni, bisognerà aspettare l'ultimo capitolo per avere chiara la verità.

Arkwright's Cotton Mills by Night, Joseph Wright of Derby,
1782
Come avrete capito dalla trama, "Il Gatto e il Topo" non è il classico romanzo giallo a cui sono abituati i lettori di genere. Non ci troviamo di fronte a un libro in cui l'indagine viene condotta da un poliziotto oppure da un investigatore privato (dilettante o meno), quanto a un tipo di racconto che richiama il sottogenere delle women in jeopardy, quello che viene racchiuso nella perifrasi "Se-solo-avessi-saputo". Eppure, la faccenda non è così semplice come può apparire a prima vista. Non esiste una narrazione rivolta al passato, tipica dei gialli di Rinehart e delle sue seguaci americane, dove la protagonista si limita a ripercorrere con la mente i fatti terrificanti di cui ella è stata protagonista suo malgrado: in questo caso, la storia procede lungo una linea retta rivolta verso il futuro, punteggiata dai frequenti pensieri che passano per la testa di Katinka mentre lei assiste sempre più alla creazione di una specie di complotto ai suoi danni. Pertanto, c'è sì la componente della "ragazza in pericolo" che non viene creduta, che tutti pensano possegga un'immaginazione fin troppo sviluppata, che sostiene argomentazioni senza fondamento e scatenano l'ilarità, ma  la protagonista è in un certo senso più cosciente della situazione in cui si trova. Sa che qualcuno sta nascondendo uno scheletro nell'armadio (oppure direttamente dentro Penderyn, chissà?), sa che dovrà contare solo su se stessa per risolvere il mistero, sa di star correndo un grande pericolo a restare nei paraggi di Carlyon e degli altri abitanti della sua casa. In questo fatto, secondo me, "Il Gatto e il Topo" si differenzia maggiormente dai libri delle Regine del Brivido americane. Per il resto, troviamo molte similitudini tra i due tipi di mystery; a parte forse il fatto che Brand non rinunci comunque a sottolineare l'importanza dell'enigma all'interno dell'opera, nonostante l'impostazione da thriller che dà ad esso. Infatti, se nella prima parte la trama appare incentrata su una storia quasi vittoriana, con Katinka in procinto di trovarsi in balia di misteri angosciosi, circondata da personaggi e luoghi (come Penderyn) che la intimoriscono soffocandola oppure la irritano permettendole di dare sfogo alla propria vena caratteriale più emotiva (leggasi semi-isterica), d'altra parte dopo un grosso svelamento all'interno del racconto quest'ultimo pare rientrare nel solco del giallo psicologico, con una serie di sospetti e di dubbi che la stessa protagonista prenderà in considerazione con un pizzico di logica.

In fin dei conti, "Il Gatto e il Topo" è un romanzo del mistero che si riallaccia alla corrente inaugurata da Francis Iles con "L'Omicidio è un Affare Serio" e che, contemporaneamente a Brand, stava godendo di un periodo d'oro grazie all'opera di Julian Symons, scrittore e critico di genere celebre tanto per la maestria nell'ideare omicidi diabolici e contorti quanto per la parzialità dei propri giudizi nei confronti dell'opera dei colleghi. Non per nulla, proprio il romanzo recensito oggi è stato da lui inserito in una lista dei 100 migliori gialli di tutti i tempi. Ma io mi domando: è davvero così? A mio modesto parere, è stato un po' esagerato. E il motivo è da ritrovarsi proprio in quella sua prima parte così atipica della storia. Va bene l'impiego di luoghi e personaggi tipicamente inglesi e conformi alla società del tempo: la casa tenebrosa, segreti striscianti lungo i suoi corridoi bui, camerieri ambigui che mescolano bugia e verità, una ragazza in pericolo che non viene creduta e uno spasimante tormentato; tutto ciò fa parte del giallo, poiché ad esempio in "Qualcuno ti Osserva" essi vengono impiegati al meglio. Però, c'è un'obiezione da fare. Mettere insieme queste cose col giallo psicologico "puro" può a volte generare una netta rottura tra i due sottogeneri, dal momento che l'enigma della seconda parte prende in qualche modo le distanze da quello della prima. Non conta quasi più la necessità di dare enfasi all'emozione, fulcro della trama fino a quel momento; adesso bisogna dedicarsi all'indagine logica. Ecco, io ho trovato un po' straniante questo accostamento e il relativo stacco tra le due parti, anche perché non permette di suscitare chissà quali sospetti tra i personaggi. La particolarità di questo conturbante mystery è giocata sull'atmosfera fuggevole, sull'ambiguità dei personaggi e sul fatto che ogni cosa venga gradualmente e ripetutamente rovesciata. Non era necessario dilungarsi così a lungo nella creazione di un'aura fin troppo emotiva e gotica per introdurre le vicende. Dunque, per riassumere, a mio parere "Il Gatto e il Topo" non è tanto uno tra i massimi capolavori del giallo anglosassone, quanto una prova notevole dell'abilità di Brand nel saper capovolgere qualsiasi situazione spiazzando il lettore.

Mary Christianna Milne, alias Christianna Brand,
nata nel 1907 e morta nel 1988
Come dicevo sopra, la figura di Mary Christianna Milne (alias Christianna Brand) è avvolta da una duplice aura che tende ad esaltare numerosi suoi pregi e ad evidenziare altrettanto bene alcuni difetti del suo carattere. Nata in Malesia nel 1907, fin da bambina aveva iniziato a viaggiare fino in India al seguito dei genitori, per poi approdare nel Somerset per completare i propri studi. Ora dello scoccare dei suoi diciassette anni, tuttavia, la famiglia si era impoverita e Brand era stata costretta ad abbandonare i libri in favore di un'occupazione che le desse di ché vivere. Fu governante, ballerina, modella, segretaria, insegnante di danza, standista, decoratrice d'interni e commessa; e proprio mentre svolgeva tale lavoro iniziò a coltivare l'idea di scrivere un libro. La leggenda narra che ogni giorno lei avesse a che fare con una collega antipatica che le rendeva la vita impossibile, e pertanto avesse iniziato a fantasticare su come farle fare una fine tragica per trovare un po' di sollievo. L'idea sedimentò nella sua mente ancora per diverso tempo, tanto che fece in tempo a sposarsi con il giovane chirurgo Roland S. Lewis, finché nel 1941 diede alle stampe "La Morte ha i Tacchi Alti", dove appunto viene uccisa una giovane commessa. Nello stesso anno, inoltre, pubblicò pure "Cockrill Perde la Testa" nel quale fece il suo esordio l'ispettore omonimo, della polizia del Kent, il quale deve indagare sulla scoperta di un cadavere decapitato. Modellato sulla figura del suocero, basso, con un naso aquilino, perspicace e con un carattere burbero, Cockrill fu protagonista di altri cinque romanzi pubblicati tra il 1944 e il 1955, tra i quali va ricordato assolutamente "Delitto in Bianco". Benché ingegnoso per il modo in cui viene perpetrato il crimine (un delitto su di un tavolo operatorio, alla presenza di ben sette testimoni), questo è forse il titolo che più accusa il passare del tempo a causa dei dialoghi un po' datati tra i medici e gli infermieri di un ospedale militare durante la Seconda Guerra Mondiale. In ogni caso, esso resta un capolavoro. Per il resto, tra gli altri sforzi di Brand in campo mystery, segnalo "Il Giardino delle Rose" con protagonista sempre lo stesso ispettore Chucky di "Il Gatto e il Topo". Per il resto, dopo il 1955 e fino alla morte sopraggiunta nel 1988, l'autrice decise di abbandonare il giallo e di dedicarsi a racconti e opere di genere differente; ad esempio scrisse la trilogia con protagonista Tata Matilda, celebre serie per ragazzi da cui sono stati tratti alcuni film con protagonista Emma Thompson.

Ma quello che interessa a noi riguarda la sua esperienza come giallista, per cui soffermiamoci sulla sua narrativa in questo senso. In "Il Gatto e il Topo", come pure nell'altro suo grande romanzo del mistero "Uno della Famiglia", ritroviamo tutte le caratteristiche che resero famosa Brand. Ad esempio, l'ingegnosità della trama: pur con i dovuti difetti di cui ho già ampiamente parlato sopra, non si può certo dire che la storia di Amista e Katinka sia banale oppure semplice. Ci troviamo di fronte a un caleidoscopio di fatti, sorprese, colpi di scena che si susseguono senza sosta, senza mai lasciare al lettore un momento di respiro; ogni cosa viene capovolta quando meno ci si aspetta, una certezza cade per lasciare il posto a un dubbio che poi, divenuto quasi sicurezza, a sua volta cede il passo a una consapevolezza (ma è poi così?). In questo risiede gran parte del fascino di "Il Gatto e il Topo", come pure nell'abilità dell'autrice di nascondere gli indizi con criterio; cioè mettendoli sotto il naso di chi legge ma senza evidenziarli. Immergendo le vicende in un'atmosfera surreale, angosciosa, tenebrosa e inquietante, Brand esalta non solo ciò che accade ma dà vita a una sorta di cortina di fumo da gettare sugli occhi, la quale impedisce che ciò che è davvero importante balzi alla vista. Riesce a sviare il lettore come pochi altri, pur lasciandogli credere di aver capito tutto. Infatti, appena Katinka arriva a Penderyn facciamo la conoscenza di Carlyon e il suo atteggiamento ambiguo ci fa pensare subito: "Colpevole". Subito dopo, però, ce lo dipinge come un uomo solitario e sensibile; impossibile che sia un criminale. O forse sì, dal momento che tratta Katinka con freddezza e antipatia? E lo stesso si può dire per qualsiasi personaggi del libro: la signora Love con il suo aspetto artificioso e le sue maniere pratiche, ma pur sempre cortese e gentile; l'ispettore Chucky, tanto desideroso di infastidire Katinka con le sue facezie quanto di proteggerla e allontanarla da quella casa in cui sta succedendo qualcosa di orribile; la signorina Evans del Latte che ha un'aria tanto indifesa, con i suoi scaffali pieni di romanzi d'amore e l'impiego al villaggio, ma non ha mai visto Amista... ed Amista deve esistere, poiché le lettere alla redazione di Girls Together non si sono certo inviate da sole; Dai Jones, coriaceo come un nano del mito e protettivo nei confronti di Carlyon. L'assassino è qui, tra tutti questi attori di un dramma che viene pian piano alla luce, tra passi in avanti e passi indietro, scoperte significative e indizi falsi.

Pensate che la trama è ispirata a una storia vera, se bisogna credere a Brand (e non è detto sia così affidabile, se è vera la faccenda del pettegolezzo che era solita coltivare): infatti lettere simili a quelle di Amista sarebbero state inviate a una certa zia dell'autrice, Mary, che agiva come redattrice per conto di una rivista per signore. Ma non si tratta soltanto di questo. Possiamo ritrovare cenni al romanzo vittoriano, tra "Jane Eyre" di Charlotte Bronte e "Rebecca la prima moglie" di Daphne Du Maurier (Penderyn assomiglia a Thornfield Hall e a Manderley, mentre Carlyon potrebbe assumere il ruolo di Mr. Rchester e di Maxim de Winter, l'apparente frivolezza dello stile, il dramma che si staglia sullo sfondo, la minaccia evocata dalla continua similitudine tra gatti e topi); a "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" di Anthony Berkeley, con i continui guizzi di trama che ti fanno dire: "Ecco, è questa la soluzione del caso", per poi farti subito rimangiare le parole perché è sbucato un nuovo fatto che non si accorda con la teoria appena esposta; in un certo senso pure a "La Signora Scompare" di Ethel Lina White, poiché ritroviamo la figura della ragazza che sostiene il verificarsi di un crimine ma nessuno le crede. L'autrice di "Il Gatto e il Topo" mette insieme tutto ciò ma non lo fa semplicemente scopiazzando, poiché inserisce comunque una certa ironia a smorzare i toni melodrammatici (esemplari sono le discussioni tra Katina e Miss Facciamoci-Belle, da cui traspare l'esperienza di Brand nella vita di redazione, e Katinka e Chucky) e declina in modo originale molti cliché fino a dare vita a un racconto il cui pregio sta nel continuo gioco tra autrice e lettore: sfruttando virtuosismi stilistici, la capacità di sollevare un velo simile alla pioggia che cade incessante su ogni cosa, la caratterizzazione magistrale dei personaggi che cambiano maschera a seconda di un raggio di luce oppure di una parola di troppo, Brand capovolge ogni indizio, ogni azione mostrandola di volta in volta secondo un punto di vista nuovo. Certo, i personaggi sono comunque pochi e la prima parte della storia forse è un po' troppo esaltata dal punto di vista sentimentale; ma questo non toglie che il libro resti una prova notevole all'interno dell'opera di Brand, la quale venne e viene tutt'oggi elogiata. Ci sarà pure un motivo se ciò si verifica, no? Una spiegazione la può dare proprio "Il Gatto e il Topo", che vi consiglio di leggere per farvi un'idea di quanto un giallista possa tentare di creare qualcosa di assolutamente originale, non senza fare qualche piccolo passo falso.

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venerdì 17 aprile 2020

30 - "Qualcuno ti Osserva/La Scala a Chiocciola" ("Some Must Watch", 1933) di Ethel Lina White

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Nell'arco dell'ultimo mese e mezzo, con l'incursione in alcuni titoli selezionati della classica crime story, abbiamo visto come esistano tanti tipi di romanzo giallo in riferimento all'isolamento che l'essere umano si auto-impone oppure subisce dal prossimo; soprattutto se inteso dal punto di vista della sua mente. I personaggi di "Morte al Telefono" oppure di "Una Torre per il Profeta", infatti, hanno illustrato al meglio come l'individuo finisce per imprigionare e chiudere la propria personalità al resto del mondo, cadendo in preda alla pazzia e alla paranoia (sentimenti in parte condivisi e riflessi dalla condizione in cui noi stessi ci troviamo, in questo periodo di frustrante semi-isolamento che stiamo vivendo, da quando è scoppiata la pandemia di Coronavirus). Essi sono stati espressione dell'incerta realtà del tempo vissuta dal mondo di metà Novecento, segnata dalla profonda analisi della psiche della persona, dallo straniamento e dalle sue sensazioni e ossessioni nascoste, della quale il mystery fu l'interprete e la chiave di lettura che con più risultati riuscì a comprendere e diffondere la richiesta d'aiuto (in quel momento come al giorno d'oggi, poiché la frustrazione gioca un ruolo importante nella vita della gente). Eppure, benché questo tipo di narrativa del mistero, giocato sulla maggiore importanza data alla psicologia rispetto all'azione e propria non solo della scuola hard-boiled (col racconto dei fatti nudi e crudi della realtà di ogni giorno), ma pure del giallo all'inglese (fatto perlopiù di rilevamenti di indizi materiali sulla scena del crimine) sia molto popolare tra i lettori appassionati di questo genere letterario, non bisogna dimenticare che questa sensazione di prigionia ed isolamento dell'uomo può essere interpretata anche in un modo un po' diverso, dal quale si sono sviluppate trame altrettanto intriganti e originali. Sto parlando del caso in cui i personaggi si ritrovano ad essere confinati in luoghi chiusi o lontani dalla civiltà in senso "materiale", all'interno di castelli o avite dimore arroccate su picchi inaccessibili. Forse non sembra, ma pure così ci troviamo di fronte a una sorta di quarantena dalla società, a volte addirittura più pericolosa di quella attinente alla sola psicologia che ho sintetizzato sopra. In quest'ultimo caso, infatti, oltre ad essere costretto a combattere contro lo stesso nemico invisibile dei tipici romanzi psicologici della metà del Novecento (il proprio Carattere che è Destino), l'eroe o l'eroina si ritrova a giocare una partita rischiosa a causa dell'ambiente circostante ostile, il quale accentua la sensazione di claustrofobia già esacerbata dalla precedente condizione "mentale". La "giustizia parallela" a quella del resto del mondo (incarnata molto spesso dal padrone di casa) instaura un regime non meno temibile di quello esercitato dal Fato avverso, e la gerarchia sociale della casa il più delle volte non privilegia l'importanza dell'individuo agli occhi del grado che egli possiede, ma piuttosto è il ruolo incarnato da esso all'interno del gruppo a definire la sua posizione di vantaggio o svantaggio.

Quindi, il pericolo diventa doppio a causa della sensazione di angoscia suscitata dall'unione di disagio psicologico e fisico, e ciò aumenta la tensione complessiva all'interno di queste storie di famiglie o gruppi di persone costretti a vivere in luoghi ristretti e a contatto l'uno con l'altro, mentre le correnti sotterranee dei loro sentimenti e delle loro gelosie si scatenano e danno vita a intrecci di grande effetto, sullo sfondo di un'ambientazione suggestiva e d'atmosfera che infonde un tocco in più di fascino alla faccenda. Personalmente, a me piace molto questo tipo di romanzo giallo. Possiedo quello che si potrebbe definire "un animo melodrammatico", quindi non posso evitare di apprezzare i misteri claustrofobici, pieni di individui teatrali, impulsivi, vicini eppure lontani, e capaci di trasmettere un fortissimo senso di inquietudine e di suspense; benché sia consapevole che non a tutti essi vanno a genio. Così, cogliendo l'occasione di inserire una variante del "delitto della prigionia" per la mia rassegna ai tempi dell'isolamento da Coronavirus, non ho potuto esimermi dallo scegliere per la recensione di oggi la crime novel appartenente a questa categoria che preferisco in assoluto: "Qualcuno ti Osserva" di Ethel Lina White (Polillo Editore, 2017). Pubblicato anche col titolo di "La Scala a Chiocciola" (Mondadori), esso è un libro pieno di oscurità (in senso letterale e non), dove la tensione si taglia con il coltello, la suspense non scende mai sotto alti livelli e le emozioni e i sentimenti occupano uno spazio ingente della trama. Il suo stile elegante e d'impatto, capace di raffigurare al meglio i contrasti che possono nascere alla presenza del Male, suscita spettri gotici all'interno di un enigma giocato sui colpi di scena e sul continuo stimolo della sensazione di terrore; e sebbene quest'ultimo sia forse poco attinente al fair play, le vicende riescono comunque a regalare tutti i brividi che il lettore di gialli desidera.

Corn Stooks and Farmsteads of Hill Farm, Capel-yffin (Wales),
Eric Ravilious, 1935, raffigurante il tipico paesaggio selvaggio
del Galles, simile a quello della tenuta di Summit
L'intera storia si svolge nei dintorni e all'interno della tenuta di Summit, un'isolata dimora in stile vittoriano sita al confine tra Galles ed Inghilterra. Laggiù vive un ristretto gruppo di persone, composto dalla famiglia Warren, da un paio di domestici di vecchia data e dalla giovane Helen Capel, la protagonista del romanzo. Quest'ultima è una ragazza alla pari, una di quelle giovani che spesso vengono impiegate nelle case signorili per svolgere piccoli lavoretti oppure per badare ai bambini, così da fare esperienza e imparare un mestiere utile per il futuro. Minuscola, con un sacco di capelli rossi e una spiccata immaginazione che le permette di svagarsi, nonostante abbia un impiego piuttosto monotono, Helen è soddisfatta della propria posizione: le è permesso mangiare allo stesso tavolo dei suoi datori di lavoro, viene pagata con un salario dignitoso (soprattutto se si tiene conto della difficile situazione che l'Inghilterra vive in seguito alla guerra, quando tanti uomini e donne non se la passano bene) e un pomeriggio alla settimana può andare a passeggiare nei dintorni della tenuta, in mezzo alla natura selvatica del posto, immaginando di vivere avventure straordinarie. Tuttavia, da qualche tempo una minaccia offusca i suoi momenti di libertà: infatti, un maniaco omicida ha già ucciso ben quattro ragazze, avvicinandosi sempre più a Summit e incutendo timore non solo in lei ma pure negli altri abitanti di Summit, apparentemente più che decisi a tenerla al sicuro. In ogni caso, Helen è convinta che tragedie come l'essere strangolata non potrebbero mai accadere a una ragazza insignificante come lei; e anche quando rientra dalla consueta passeggiata e scorge un'ombra nascosta dietro a un albero, non dà peso alla cosa e liquida la faccenda come l'ennesimo frutto della sua immaginazione. Perché l'assassino dovrebbe prendere di mira proprio lei, che non si allontana quasi mai dal suo luogo di lavoro? Sarebbe una fatica inutile sforzarsi di attirarla in trappola o fuori da una fortezza impenetrabile come Summit; tanto più che lei ha dalla sua parte più di un amico.

Il professor Sebastian Warren e sua sorella Blanche (i padroni di casa), benché scienziati alteri e privi di calore umano, hanno tutte le ragioni per non lasciarsi sfuggire i suoi preziosi servigi; il triangolo amoroso composto dallo studente Stephen Rice, da Newton (il figlio del professore) e dalla sua focosa moglie Simone, non si cura di Helen in condizioni normali, figurarsi complottare per eliminarla; il signor Oates e la sua signora, rispettivamente autista e cuoca della casa, dimostrano un affetto nei suoi confronti fin troppo evidente, per dare adito a gelosie segrete. Forse soltanto la fumantina Lady Warren, l'anziana matriarca della famiglia, con la sua indole istintiva e sarcastica e la reputazione di aver assassinato il marito, potrebbe costituire una minaccia per Helen (tanto più che la ragazza nutre un'irresistibile curiosità nei suoi confronti e intende fare di tutto per conoscerla). Eppure, quando scoppia un improvviso temporale e Summit (dopo il ritorno di Oates in compagnia della nuova infermiera) si ritrova isolata dal resto del mondo, in balia delle passioni ed emozioni che si stanno scatenando nel gruppo che ospita, Helen inizia a sospettare che nelle ore della notte qualcosa andrà storto. In breve tempo, infatti, tutti i componenti del gruppo iniziano a comportarsi in modo strano e a scontrarsi tra loro, mentre nei bui corridoi della casa si sentono passi furtivi e scricchiolii inquietanti; soprattutto lungo la stretta scala a chiocciola che collega il seminterrato e la cucina con i piani più alti di Summit. Possibile che qualcuno si sia introdotto in casa prima che iniziasse a piovere e si sia nascosto da qualche parte, in attesa di sferrare l'attacco mortale nei confronti di Helen? La ragazza se ne convince sempre più, fino a diventare consapevole che il pericolo si trova proprio accanto a lei, nascosto negli anfratti oscuri della notte: non è affatto al sicuro, e dovrà combattere contro l'occhio che la sta osservando insistentemente per poter sperare di rivedere il giorno.

Immagine tratta dal film "La Scala a Chiocciola"
diretto da Robert Siodmak, 1946
Come ho già avuto occasione di rivelare, il romanzo giallo che preferisco in assoluto è "Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers. Non credo ci sia niente di tanto umano e terribile e spensierato e complesso come la storia che esso racconta, benché questo non significhi che non apprezzi grandemente anche altri indiscussi capolavori della classica crime story. Tuttavia, se mi venisse chiesto quale libro del mistero rappresenta al meglio la mia idea di "storia criminale" (intesa come quella che vorrei aver scritto io, se soltanto fossi capace di farlo), ebbene io sceglierei proprio "Qualcuno ti Osserva". Fin da bambino, infatti, sono sempre stato affascinato dall'idea dell'eroe chiuso in una casa misteriosa, mentre fuori imperversa la tempesta e un pericolo senza nome si staglia su tutto l'insieme. Lui guarda da una finestra la pioggia che cade, i lampi che strappano il cielo nero e il tuono che brontola in lontananza, rimbombando sopra di lui; è al sicuro, ma non si sa mai cosa può accadere in una notte del genere. Da qui lasciavo a briglia sciolta la mia immaginazione, simile a quella di Helen, mentre aggiungevo un dettaglio dopo l'altro alle vicende: magari qualcuno bussava al portone (amico o nemico?), oppure dalla cima delle scale si sentiva un rumore che nessuno poteva aver prodotto (non c'era anima viva lassù). Sono andato avanti per anni a trastullarmi con questo concetto non molto originale, adesso me ne rendo conto, ma che non riusciva mai ad andarsene definitivamente dalla mia testa; finché, quando già avevo iniziato a leggere romanzi gialli da diverso tempo, mi sono imbattuto in questo romanzo di Ethel Lina White. La prima volta che l'ho iniziato, non riuscivo a credere che esso raccontasse proprio di un mistero così simile a quello che era nato nella mia mente eccitabile di bambino: la casa isolata, la tempesta che si abbatteva su di essa e impediva ai suoi abitanti e alle poche persone del circondario di entrare in contatto tra loro, la presenza di rumori sinistri lungo i corridoi bui; tutto questo veniva sfruttato per dare vita al "caso perfetto", quello che si basava sulle mie fantasie. Inutile dire che questo fatto mi ha reso felicissimo e mi ha indotto ad innamorarmi subito di questo libro più volte giudicato come imperfetto, ma che per me riesce a mettere in scena una vicenda straordinaria, dominata da uno spiccato tono teatrale e piena zeppa di contrasti.

Questa convivenza di elementi che entrano in conflitto tra loro è forse la caratteristica più prepotente dell'opera letteraria di White: a partire dalla commistione di thriller e giallo tradizionale, infatti, in essa ritroviamo una narrazione duplice nei confronti di molti tra i suoi aspetti. Come era avvenuto in "Svanita nel Nulla", infatti, pure in "Qualcuno ti Osserva" l'autrice si impegna a costruire una vicenda in cui vengano unite la suspense caratteristica dei libri delle women in jeopardy e un tipo di indagine improntata sul classico giallo della Golden Age inglese (benché con risultati più grezzi di quelli ottenuti da Christie e colleghi). Mentre il brivido resta la sua cifra distintiva, di volta in volta ciò le ha permesso di cimentarsi nel "mistero-da-villaggio-di-campagna" (con "Fear Stalks the Village"), in quello universitario (con "The Third Eye") oppure in una variante del giallo con serial killer proprio con "Qualcuno ti Osserva", senza per questo rinunciare ad elementi gotici quali infermiere, scene notturne e luoghi solitari, i quali ne hanno fatto un'insolita discepola della scuola della Rinehart. È riuscita a creare una sorta di "equilibrio" in cui i contenuti e gli elementi strutturali dei suoi romanzi gialli si sostengono (quasi) alla perfezione gli uni con gli altri, come se il suo modo di raccontare si potesse paragonare a un castello di carte, in cui ogni aspetto possiede la caratteristica di essere all'incirca complementare all'altro. Prendiamo, ad esempio, le ambientazioni in cui il lettore si trova immerso in "Qualcuno ti Osserva": non solo il parco di Summit (pp. 7-8, 10-14), con la sua magnificenza in quanto a numero di piante e grandezza, ma anche la casa stessa (pp. 25-26, 30-32, 47-48, 61, 66, 84, 198), labirintica e lussuosa, serba in sé uno scontro interiore perfetto, poiché alla luce del giorno entrambi appaiono sotto una veste amichevole e, alla notte, assumono i contorni di luoghi infestati, selvatici e ostili. Le camere (compresa quella della quarta vittima del maniaco), da stanze intime e confortanti, dove trascorrere del tempo libero in pace, si tramutano in posti dove ci si trova da soli a combattere, in balia del pericolo e dell'ansia montata dalla solitudine. Il giardino, dove di solito ci si reca per prendere una salutare boccata d'aria e scaldarsi sotto qualche raggio di sole, diventa il campo di caccia di spietati assassini, intrico arboreo che offre al predatore innumerevoli nascondigli, dove gli alberi si muovono ed aggrediscono gli ignari passanti. Addirittura la cucina, focolare domestico che costituisce il cuore pulsante della casa e della famiglia, assume contorni inquietanti se le togliamo la stufa accesa, la massaia intenta a tagliare le verdure per la cena, le chiacchiere quotidiane.

Questo conflitto equilibrato tra luce e buio, inoltre, viene sottolineato anche dallo scontro tra l'esterno di Summit, tormentato dalla bufera e simbolo del mondo terrorizzante abitato da spettri e da mostri partoriti dalla pazzia, e l'interno illuminato (sempre meno, mentre il pericolo si fa più pressante) dalle lampadine, pieno di voci amichevoli e individui vivi, capaci di darsi man forte in caso di necessità. Se mai dovesse trovarsi in difficoltà, Helen è sicura che ci sarebbe sempre qualcuno disposto a proteggerla (la faccenda viene ribadita più volte all'interno della storia); tuttavia, come scopriamo man mano che andiamo avanti a leggere, la realtà si rivelerà ben diversa, dal momento che ognuno dei personaggi dimentica la promessa fatta, in favore del proprio tornaconto personale, dando vita all'ennesimo conflitto complementare del romanzo. Ognuno di questi individui complessi, teatrali, lunatici e soggetti a una vasta gamma di emozioni (pp. 7-8, 17, 20-22, 33, 47, cap. 5, 60-61, 74-75, 89-90, 131, 147-149, 152, 155-157, 171-172, 189, 200-201, 206, 212, 219, 226, 254), spesso contrastanti tra loro e definibili per cliché (la vecchia inquietante, l'infermiera equivoca, la cuoca amabile), mostra una faccia all'apparenza amichevole ed equilibrata, privo di difetti e ossessioni; ma ben presto il lettore si accorge che le cose non stanno come sembrano e che i veri volti dei protagonisti sono differenti da come appaiono. Alcuni di loro risulteranno degni di pietà, altri di disappunto, altri ancora di benevolenza; perché ancora una volta ciò che appare stride contro ciò che è celato agli occhi, e i buoni si riveleranno egoisti e cinici, mentre i cattivi potranno forse sperare in una redenzione finale.

L'apparenza e la sostanza sono i concetti base su cui si fonda la crime story in generale; anche in "Qualcuno ti Osserva", ciò che sembra e ciò che è, i tentativi di nascondere la propria natura e le maschere che le persone indossano appaiono importantissimi, benché essi non riescano del tutto a celare i loro impulsi. Infatti, le passioni (capp. 8, 16, pp. 18, 93, 95, 107, 211) e l'amore in primis dominano all'interno di questo romanzo in un perfetto gioco di ruoli: la frustrazione del triangolo Simone-Newton.Stephen, la delusione e gelosia dell'infermiera Barker, l'idillio tra Helen e il dottor Parry muovono in sincrono alcune delle pedine sulla scacchiera dell'assassino; assieme ai vizi e alle paure innate dell'onesta Mrs. Oates, dei signori Warren e dell'anziana Lady bloccata nella camera azzurra. A questo proposito, sono convinto che non sia un caso che la stanza della matriarca sia stata chiamata così: se ci facciamo caso, è proprio lassù, in quel luogo pieno di terrore e pericolo (capp. 29-31) che stride con l'immagine suscitata dal suo nome, che si risolverà definitivamente il caso, mentre fuori dalla finestra imperversa inesorabile la tempesta. Come vedete, i contrasti sono sempre al centro della scena, perfettamente orchestrati per costruire il mistero: nelle ambientazioni, nei personaggi, nel meteo, nei sentimenti e, addirittura, nell'enigma (cap. 13), dove l'impianto strutturale appare simile a quello del giallo tradizionale declinato nel sottogenere del "delitto del serial killer", ma allo stesso tempo immerso nelle atmosfere tipiche del romanzo americano delle women in jeopardy. L'aura tormentata, enfatizzata dall'uso della luce, della natura e dell'immagine delle finestre aperte sulla notte e il vento, che pervade la lettura dall'inizio alla fine (pp. 33-35, 42, 57, 63-64, 110-112, 144, 176-178, 203-210, 213, 221), funziona alla grande per far montare la tensione, fino alla conclusone concitata e frenetica, ed evoca scenari appartenenti al mondo vittoriano, alle camere in cui si mosse Jane Eyre, descrivendo enormi saloni lussuosi e pareti drappeggiate e illuminate da lampade fioche, care alle storie in cui conta più il fattore psicologico rispetto alla logica e al rigore scientifico. Una pesante solennità, farcita di citazioni cinematografiche e letterarie (come non pensare agli alberi che avanzano e al Macbeth, leggendo le pp. 83-84?) e a volte inframmezzata da piacevoli intermezzi ironici (soprattutto quando è presente sul palcoscenico Mrs. Oates o ci viene presentato il capitano Bean), conferisce una certa irrealtà ai fatti raccontati; White ha provato ad equilibrare ancora una volta il pragmatismo del giallo all'inglese con la suggestione, ma stavolta non ci è riuscita in pieno: i fantasmi, infatti, non vengono mai scacciati del tutto, sebbene questo non abbia impedito a "Qualcuno ti Osserva" di diventare la materia perfetta per un film divenuto celeberrimo, "La Scala a Chiocciola" di Robert Siodmak, in cui (qui sì!) la detection e la suspense convivono all'unisono, sopperendo all'unico difetto del romanzo.

Per chiudere questa riflessione, mi soffermo su un altro paio di aspetti che rispecchiano l'equilibrio su cui giocano, al punto giusto, i conflitti dentro "Qualcuno ti Osserva". Innanzitutto, lo stile è molto simile a quello ambiguo impiegato dalle Regine del Brivido, con numerosi momenti a effetto e finali di capitoli in cui il lettore si trova a trattenere il fiato; pur risentendo della tradizione solida e caratteristica del romanzo vittoriano, dove il dettaglio e l'aderenza alla realtà erano molto spiccati. In secondo luogo, però, voglio sottolineare soprattutto come la duplicità di ambientazione, azioni dei personaggi e quanto altro, sia perfettamente rispecchiata anche nei temi trattati. Quello della disoccupazione e dell'impiego delle donne come manodopera al posto degli uomini, costretti a rinunciare a lavorare a causa del gentil sesso, si rivela dannoso per Helen, invece di essere un'opportunità per lei (pp. 7-8, 13, 20, 71-72, 250); quello del travestitismo (tematica scottante ancora ai giorni nostri, punto focale pure del racconto "The Unlocked Window"), costituisce un paradosso simile a un caleidoscopio, tanto esso prima suscita e poi placa i nostri sospetti sull'infermiera Barker (è un essere infelice oppure un'aguzzina?); quello del dualismo scienza contro fede (cap. 11, pp. 155-157) e della battaglia tra il punto di vista spirituale di Helen, attaccata al suo crocifisso in legno e convinta di essere protetta dalla Provvidenza, e quello materiale della famiglia Warren, cinica e disillusa. Entrambe queste convinzioni portano avanti una tesi suffragata da prove, e non stupisce come ancora una volta il conflitto tra esse non si risolva con una vittoria netta: se da una parte, infatti, le convinzioni del nucleo famigliare vedono una realizzazione nel piano dell'assassino, convinto di riuscire a manipolare i propri simili grazie agli impulsi biologici e chimici cui essi sono soggetti (pp. 103, 108, 161-162, 173-174, 184, 231, 248-250), dall'altra quegli stessi impulsi finiscono per decretare la sua sconfitta. Una perenne lotta, ecco cosa mette in scena "Qualcuno ti Osserva" e in generale l'opera di Ethel Lina White; forse un po' troppo forzata per riuscire a resistere alla prova del tempo, ma sicuramente utile per permetterle di variare e sperimentare, pur restando ancorata ad aspetti comuni nelle sue trame.

Ethel Lina White, nata nel 1876 e
morta nel 1944
Pur avendo goduto di un certo successo mentre era in vita, al giorno d'oggi non sappiamo granché sul conto di Ethel Lina White. Come ha osservato Mauro Boncompagni in un'introduzione a uno Speciale del Giallo Mondadori, su di lei esistono solo alcune menzioni sparse qua e là, citazioni stringate e un saggio molto breve in "20th Century Crime and Mystery Writers" (poi tolto dalle edizioni successive a quella del 1980). Per qualche tempo, addirittura, si è stati indecisi sulla sua vera data di nascita, la quale venne poi stabilita dal critico Jack Adrian all'anno 1876. Non stupisce, quindi, che tanti particolari sulla sua esistenza siano rimasti avvolti dal mistero. Di certo, White nacque ad Abergavenny, una cittadina antichissima del Galles meridionale, figlia di un inventore e della sua seconda moglie; visse prima in una casa a Frogmore Street (dove in seguito venne posta un targa commemorativa) e in seguito a Londra, e lavorò in città per qualche tempo al Ministero delle Pensioni; impiego che lasciò solo negli anni Venti, per dedicarsi completamente alla scrittura fino alla morte, avvenuta nel 1944. L'unico altro particolare sicuro sulla vita di Ethel Lina White, oltre ai romanzi di genere giallo e non che scrisse, è dato dal suo testamento: redatto in modo da lasciare alla sorella nubile (unica parente di cui si abbia conoscenza) tutto quanto possedeva, esso specificava una condizione davvero insolita affinché ella potesse acquisire i suoi averi; ovvero, che chiamasse un medico e gli ordinasse di trafiggere con un punteruolo il cuore della sua salma, per accertarsi che non ci fossero più tracce di vitalità. Una circostanza un po' macabra e agghiacciante, simile a quelle descritte nei suoi libri (a partire da "La Vittima è Presente") i quali, come abbiamo visto, pur forniti di elementi da detective novel si possono iscrivere al genere suspense e delle women in jeopardy.

Da essi possiamo ricavare altre informazioni sulla sua personalità; soprattutto se analizziamo i personaggi femminili, che risultano essere sempre molto ben sviluppati e di maggior peso rispetto alla controparte maschile del gruppo (cap. 1, pp. 92, 95, 130). Lady Warren è una donna impetuosa, inquietante ma franca, la quale domina dall'alto della sua stanza i piccoli uomini che si scontrano tra loro; Simone la tipica famme fatale viziata e capricciosa, ma dotata di determinazione e di una passione travolgente; Mrs. Oates è invece la matrona amorevole, la domestica perfetta che incarna l'ideale della cuoca di ogni romanzo, con l'ironica schiettezza e i piccoli vizi rappresentativi; la Barker un'individuo geloso, freddo e competente come ci si aspetterebbe da ogni infermiera diplomata. Helen Capel, infine, può essere considerata un alter ego dell'autrice, con la sua grande capacità inventiva (non solo dal punto di vista dell'immaginazione, ma anche da quello pratico) e una latente dedizione al dramma che ne avrebbe fatto un'ottima scrittrice; è spesso raffigurata come energica, pur in costante pericolo (ancora la duplicità cui accennavo sopra); è una persona che si impegna per guadagnarsi da vivere, che si oppone agli ostacoli che incontra e agli individui che tentano di metterla in difficoltà facendo affidamento sulle proprie risorse, in modo simile alla maestra di "The Third Eye", alla giornalista di "Delitto al Museo delle Cere", alla governante di "La Signora Scompare" e alla Viola di "Svanita nel Nulla". La stessa White probabilmente dovette far fronte alla necessità di sopravvivere con le sue sole forze: il censimento inglese del 1921 mostrava come le donne fossero un milione e tre quarti più degli uomini dopo la Grande Guerra, e questo fatto impediva loro di pensare a un futuro fatto di sicurezza finanziaria e matrimonio; quindi esse erano costrette a diventare infermiere o segretarie pur di sopravvivere. Ecco, anche Helen (come la stessa Ethel Lina) si trovò in una situazione simile, costretta a svolgere un'occupazione tediosa o precaria, a cui andavano aggiunti gli effetti nefasti della Depressione e, a volte, il dovere di sostenere congiunti di ogni tipo.

Questa simpatia che White nutrì verso i suoi personaggi femminili (spesso innamorati, ma non tratteggiati in modo troppo sdolcinato o con rapporti sentimentali invadenti) la rese una scrittrice apprezzata e avanti sui tempi, tanto più che così si dimostrava molto tollerante verso i costumi dell'epoca, i quali vedevano la figura della donna ancora come marginale all'interno della società e la figura dell'investigatore come un essere umano privo di particolari emozioni (ne sono un esempio "È Scomparso un Caro Ometto", storia di un uomo che finge la propria morte per truffare l'assicurazione, e "The Elephant Never Forgets", una sorta di spy story ambientata in Unione Sovietica). Lo sviluppo della relazione tra eroina e innamorato risulta tra gli elementi più ricorrenti nella sua opera, insieme al taglio cinematografico che ella seppe dare ad ognuno dei suoi libri. Non a caso, da "La Signora Scompare" e "Qualcuno ti Osserva" sono stati realizzati due film di successo, diretti rispettivamente che da Alfred Hitchcock (con titolo omonimo) e da Robert Siodmak (col titolo "La Scala a Chiocciola"); mentre dal suo "La Casa dell'Oscurità" fu scritta una co-sceneggiatura da Raymond Chandler e dal racconto "An Unlocked Window" furono tratte le basi per uno dei più memorabili episodi della serie "L'Ora di Hitchcock". Proprio quest'ultimo, grazie alla presenza di due infermiere, una finestra che non viene chiusa per la notte e una gran dose di brivido, può essere considerato come un tipico esempio della concezione di crime story che aveva questa insolita scrittrice, per la quale nutro una grande ammirazione ed affetto. Soprattutto con "Qualcuno ti Osserva", a mio parere White è riuscita a costruire una trama intrigante, farcita di colpi di scena dosati e di una tensione ipnotica. L'ambientazione è il punto più intrigante del romanzo, con la natura che sembra possedere vita propria e un'atmosfera da brividi. Anche se non ci troviamo di fronte a un vero giallo deduttivo, poiché i pochi indizi presentati non vengono poi sviluppati in modo da poter arrivare da soli alla soluzione, questa resta un'opera davvero notevole, che merita di essere conosciuta e di avere grande fortuna. Christine Poulson ha osservato che "se c'è qualcosa che Ethel Lina White conosceva, quello è la suspense"; io non posso che essere d'accordo con le sue parole, e sono convinto che la sua decisione di mettere insieme il tradizionale giallo all'inglese con la corrente delle women in jeopardy le abbia assicurato un posto di tutto rispetto all'interno della narrativa di genere. Forse le sue storie non sono perfetti meccanismi ad orologeria, ma di sicuro regalano il giusto brivido a chi voglia lasciarsi suggestionare, magari durante una notte di tempesta trascorsa alla luce fioca della lampada da lettura.

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