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venerdì 14 agosto 2020

42 - "La Morte Cammina per Eastrepps" ("Death Walks in Eastrepps", 1931) di Francis Beeding

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore

All'interno della crime story in generale, classica o contemporanea che essa sia, il sottogenere del giallo sul serial killing (ovvero sull'uccisione indiscriminata di persone in rapida successione) è forse uno tra i più battuti dagli scrittori di genere. Soprattutto se applicato al thriller, come è accaduto negli ultimi tempi, esso viene declinato in innumerevoli forme, nonostante la qualità dell'enigma si sia via via sempre più concentrata sugli aspetti deviati della psicologia dell'assassino, tralasciando l'elemento del fair play e una costruzione di indizi a portata del lettore atta a permettergli di scoprire la verità per conto suo. In ogni caso, al pubblico di appassionati questa mancanza (tanto grave per i fan del romanzo del mistero tradizionale e i puristi del rompicapo) pare non preoccupare più di tanto, vista la mole di carta stampata che viene pubblicata al giorno d'oggi a riguardo; forse ciò sarà in parte dovuto alla mera fantasia degli autori, ma sono convinto che loro non sarebbero tanto prolifici se i lettori si fossero stufati di divorare le loro opere. Il giallo del serial killer, quindi, al giorno d'oggi gode di una grande popolarità che non smette di sorprendere e non accenna a diminuire; e ciò fa ancora più specie se si considera che questo tipo di romanzo ha origini ben più datate di quanto si possa pensare. Infatti, come riporta Martin Edwards nel suo "The Story of Classic Crime in 100 Books", la letteratura fittizia ha iniziato ad occuparsi delle uccisioni in massa e indiscriminate ben prima dell'avvento della Golden Age. Addirittura prima dei delitti di Whitechapel, nonostante siamo ormai abituati ad affiancare la figura di Jack lo Squartatore a quella del primo individuo che si sia prodigato nel compiere crimini efferati e azioni delittuose in sequenza, il serial killer era una creatura conosciuta; anche se non veniva certo definito in questo modo.

Sempre secondo l'ottima guida di Edwards (che vi consiglio di recuperare, assieme a "The Golden Age of Murder"), era infatti già celebre la serie di assassinii di Ratcliffe Highway, nel corso della quale vennero attaccate due famiglie separate e trovarono la morte ben sette persone; tanto che questa fornì l'ispirazione a Thomas de Quincey per il suo "L'Omicidio come una delle Belle Arti". Inoltre, apparteneva alla storia fin dalla metà del diciannovesimo secolo pure l'audace serie di delitti perpetrati da William Palmer, la quale venne citata in esempi di letteratura del mistero quali il racconto "La Banda Maculata" di Arthur Conan Doyle e "Bellona Club" di Dorothy L. Sayers, e fornì alcuni aspetti peculiari del caso in "Il Sospetto" di Francis Iles e "Murderer at Large" di Donald Henderson. Nonostante ciò, tuttavia, furono gli omicidi dello Squartatore a catturare l'attenzione della fiction letteraria, dal momento che posero per la prima volta la questione sul fatto se la psicologia dell'omicida fosse del tutto preda di istinti selvaggi, oppure fosse essa governata da un movente razionale che si sposasse in qualche modo con la brutalità delle uccisioni. Fu questo aspetto del caso che fornì l'ispirazione agli autori della Golden Age (e ad alcuni giallisti d'oltreoceano, come Ellery Queen e Patrick Quentin) per immaginare una declinazione dell'indagine su un pazzo adatta alle loro storie; e il risultato fu che effettivamente qualcosa poteva nascere da una simile riflessione, tanto che in molti riuscirono a dare vita a storie spettacolari, pur senza rovinare la sorpresa del lettore con l'indicazione di un un assassino palese. Tra gli altri, visto che siamo in tempo di vacanze, oggi voglio concentrarmi su "La Morte Cammina per Eastrepps" di Francis Beeding (Polillo Editore, 2005), un romanzo che tratta una storia di questo tipo ma non si limita a fare ciò. Oltre al terrore serpeggiante nella cittadina sul mare che si ritrova preda di un maniaco omicida, all'atmosfera di tensione e di sospetto che grava sui personaggi del caso e alla sensazione che tutti covino sentimenti poco lusinghieri, è la questione sulla pazzia e su come essa viene trattata dal prossimo ad occupare il fulcro delle vicende; oltre a una pungente critica alla giustizia che non riesce sempre a svolgere il compito che le viene assegnato, a causa dell'influenza del sentimento nel rigido scorrere dei propri ingranaggi.

Bathing Machines, Aldeburgh (Suffolk), Eric Ravilious, 1938,
il quale potrebbe raffigurare la spiaggia di Eastrepps in seguito
al fuggi fuggi generale suscitato dal Mostro

La trama si apre con una scena alla stazione di Fenchurch Street, a Londra. Il signor Robert Eldridge, direttore di una società londinese, siede in uno scompartimento da solo e sta recandosi in tutta segretezza fino ad Eastrepps, una cittadina sul Mare del Nord, dove conta di trascorrere la consueta serata del mercoledì con la sua amante, Margaret Withers. Finché la donna non riuscirà ad ottenere l'affidamento della figlioletta e il divorzio alle proprie condizioni (cosa che, se ella si è resa colpevole di adulterio, non è possibile nell'Inghilterra del tempo), i due innamorati devono mantenere tutti all'oscuro delle loro manovre per vedersi; pertanto, Eldridge ha elaborato un complicato piano che prevede la sua permanenza in città un solo giorno, invece che due, e la costruzione di un alibi fasullo che metta a tacere le chiacchiere dei compaesani di Margaret. Ormai sono sei mesi che la faccenda si protrae, e tutto pare andare per il meglio; una bella soddisfazione per l'uomo, il quale ha trascorso molti anni lontano dall'Europa a causa di una bancarotta fraudolenta, per la quale non ha mai scontato alcuna condanna e molti personaggi di Eastrepps hanno patito delusioni e ingenti perdite di denaro. Eppure, il rapporto tra Eldridge e Margaret è destinato a subire più di uno scossone: infatti il cugino della donna, Dick, ha scoperto la tresca tra i due e intende ricattarli, sia per racimolare facilmente più denaro possibile senza faticare, sia per riportare accanto a sé la donna di cui è innamorato da sempre.

Ma non è finita qui; la sera in cui Eldridge si reca a Eastrepps in incognito, la signorina Mary Hewitt viene assassinata in un boschetto poco lontano dalla casa di Margaret. La scoperta del cadavere, il mattino seguente, getta la cittadina nel terrore e i poliziotti del posto, l'ispettore Protheroe e il sergente Ruddock, nel panico più totale, dal momento che fattacci del genere accadono piuttosto di rado da quelle parti. La poveretta non aveva nemici; quindi deve trattarsi di un assassinio dovuto a un pazzo, pensano i concittadini della vittima, a partire dalla gentile signora Dampier, che nelle sere d'estate siede sempre nel suo giardino. Così, ognuno fa la propria parte per dare una mano nelle indagini; persino il baronetto Alistair Rockingham, affetto da un fortissimo esaurimento nervoso, non vede il motivo per cui qualcuno dovrebbe sottrarsi al fare il proprio dovere; soprattutto se ciò gli permette di mettersi in bella mostra col gentil sesso. Peccato che la situazione degeneri ben presto: alla signorina Hewitt, succederanno una seconda vittima, e una terza, e una quarta, e una quinta; tutte legate tra loro dal fatto di essere state truffate da Robert Eldridge... Finché la situazione diventa insostenibile e la gente si rinchiude in casa, mentre i turisti accorsi ad Eastrepps fuggono a gambe levate e una ronda pattuglia le strade. Solo i giornalisti assediano ancora la cittadina, alla ricerca di un Mostro che pare imprendibile anche da Scotland Yard, impersonata dall'ispettore Wilkins. Riuscirà la polizia ad arrestare il colpevole, o consegnerà alla corte un innocente e lo farà impiccare per colpe che non ha commesso?

Pianta di Norwich Road, Eastrepps, dove si trova la casa in affitto del
baronetto Alistair Rockingham

C'è qualcosa di magnetico nelle storie con i serial killer; meglio ancora se contenute in romanzi appartenenti alla tradizione classica. Esse sono capaci di avvincere chi legge e permettono di entrare nella mente dell'assassino per scoprire perché senta l'impulso di uccidere la gente secondo uno schema preciso. "La Morte Cammina per Eastrepps" non è stato il primo giallo di questo tipo che ho letto; nel mio caso, prima sono venuti "I Delitti di Praed Street" di John Rhode e "La Morte è Impazzita" di Philip MacDonald. Eppure è stato il romanzo di Beeding a restarmi più impresso tra questi tre, a causa della questione principale che esso ha sviluppato. Infatti, se nel caso di Rhode l'elemento dominante della trama era dato dai metodi con cui gli omicidi venivano perpetrati (oltre che dalla presenza di un gettone d'osso sulle vittime, usato come marchio dell'assassino, primo esempio di questo tipo in assoluto nell'immaginario del crimine) e in quello di MacDonald, curiosamente dello stesso 1931 di "La Morte Cammina per Eastrepps" ma molto diverso nel risultato, si trattava di una partita personale del colpevole contro la polizia e l'ordine costituito, continuamente messi alla prova e sfidati per il gusto del rischio, oltre che ridicolizzati; nel romanzo di Beeding invece la faccenda viene trattata in modo differente, soffermandosi soprattutto su come un assassino seriale possa essere mosso da una pazzia fino a un certo punto lucida, insospettabile a prima vista, e capace di dare vita a un piano diabolico per incastrare gli innocenti. In questo ultimo caso, a cui appartiene non solo il romanzo che recensisco oggi, ma pure "Delitti di Seta" di Anthony Berkeley, "L'Enigma dell'Alfiere" di S.S. Van Dine, "Il Gatto dalle Molte Code" di Ellery Queen, "Presagio di Morte" di Patrick Quentin e il celeberrimo "Dieci Piccoli Indiani" di Agatha Christie, è la psicologia dell'individuo a farla da padrone nello sviluppo della trama; quell'affascinante e terrificante insieme di impulsi ed emozioni che si palesano nel colpevole solo di tanto in tanto, al momento delle uccisioni, per poi tornare a nascondersi dietro la maschera, in attesa della prossima vittima.

Vittima che, bisogna precisare, all'interno del romanzo giallo classico non viene (quasi) mai scelta a caso, senza un fine preciso. A parte in un caso, infatti, mi sono sempre imbattuto in indagini che poi hanno portato alla scoperta di un assassino il cui movente poteva trovare una logica spiegazione. Pertanto, gli autori della Golden Age del giallo riuscirono a trasportare storie di ordinaria e sconclusionata follia all'interno di schemi in cui le azioni dei loro colpevoli psicopatici potevano essere spiegate; e lo fecero attraverso due strade: semplicemente nascondendo la pazzia dei malvagi sotto un'apparenza di civiltà, oppure dando a questi ultimi un movente abbastanza razionale da mettere in primo piano l'intelligenza necessaria alla riuscita del piano, piuttosto che la confusione di una mente stravolta dal delirio. Qualcosa del genere trova una chiara applicazione in "La Morte Cammina per Eastrepps", dove la pura Follia trova un'applicazione insospettabile e letale non soltanto grazie al proprio operato, ma addirittura sfruttando la Giustizia che avrebbe il compito di limitarla e condannarla. Si tratta di un discorso molto complicato, ma che trovo affascinante nel risultato che scaturisce dal romanzo di Beeding. In esso, infatti, a prima vista parrebbe che l'operato del Mostro di Eastrepps sia dettato da un arbitrio senza senso, dove l'importante è trovare una vittima qualunque per soddisfare la propria sete di morte e sangue. Non sembrerebbe esistere alcun legame tra i morti, nonostante ci venga suggerito nel sottotesto che essi un tempo sono stati truffati da Robert Eldridge alias Selby; però noi abbiamo letto come questi si sia recato a casa di Margaret, mentre la povera signorina Hewitt è stata brutalmente uccisa nel boschetto di Coatt, e pertanto lo escludiamo dai sospettati. In sintesi, insomma, il colpevole dovrebbe agire secondo un movente inconsistente ai fini dell'indagine classica, la sua "serie infernale" (per citare un romanzo su questo genere di Christie) è basata su uno schema in cui regna il caos e il cui fine non trova alcuna spiegazione logica. Tuttavia, come in un romanzi giallo classico che si rispetti, nella realtà dei fatti le cose non rispecchiano le apparenze: scopriamo infatti che la serie dei delitti ha uno scopo ben preciso, nasconde una motivazione più diabolica e sottile di quanto immaginassimo in un primo momento.

Certo, esiste pur sempre un fondo di sfida aperta con le forze dell'ordine costituito; ma non nel senso che uno potrebbe intendere fin dall'inizio. C'è un metodo terrificante nelle azioni dell'assassino, che contrasta con il concetto del serial killer a cui uno potrebbe essere abituato: non solo il movente trova una spiegazione simil-razionale al momento della spiegazione/confessione finale, tanto agghiacciante nella sua freddezza quanto comprensibile sotto alcuni aspetti, ma pure la scelta delle vittime mette in luce quanto possa essere lucida la pazzia, nonostante essa resti maligna e diabolica (pp. 58-63, 73-74, 114, 121-126, 129-133, 267-279). Ne consegue, dunque, che dalle pagine di "La Morte Cammina per Eastrepps" emerga una crudeltà impressionante, la quale si abbatte sugli innocenti e viene incarnata un po' da tutti i personaggi del caso. Badate, soltanto uno di essi esprime e in qualche modo orchestra la malvagità in modo totale, sebbene riesca a non farsi scoprire; però quello che ho colto dalla lettura è stato un generale senso di malessere. Anche individui che appaiono per poche pagine, come il colonnello Hewitt, la signora Dampier e Dick, si fanno portavoce di una società incattivita, gelosa e snob che si cura del proprio benessere e pare godere nel rigirare il coltello nella piaga. Ad esempio, le vittime del Mostro sono già state colpite dalla bancarotta dell'Anaconda Ltd. di Selby; eppure, proprio per questo, vengono pure uccise dopo più di dieci anni. Lo stesso Eldridge, tormentato dalla propria coscienza, ha intrapreso un percorso di miglioramento personale grazie a Margaret e (questa è una mia impressione) probabilmente avrebbe risarcito i suoi ex-azionisti una volta sposatosi; tuttavia, trova un'aperta ostilità da parte dei suoi concittadini, i quali decidono di condannarlo a morte non tanto per i sospetti di omicidio che gravano su di lui, quanto per i rigurgiti della vicenda della bancarotta fraudolenta, come se intendessero sostituirsi alla giustizia divina e colpirlo senza pietà. Lo stesso fatto che la testimonianza di Margaret in tribunale, decisa a salvarlo al costo di perdere l'affidamento della figlia, venga ribaltata sfruttando un'immagine di infedeltà coniugale distorta e puritana, mette in luce quanto possa essere traviato il cittadino incattivito e reso cieco. Pertanto, in questo romanzo viene messo in luce non solo quanto la Follia possa essere incanalata in un piano logico e schematico, ma anche come essa riesca a manipolare la mente di chi le sta intorno e il giudizio espresso dalla gente, attraverso l'esasperazione e la frustrazioni a cui uno può essere sottoposto. Le persone sono pedine funzionali al processo finale, sembra suggerire l'autore; innocenti pedinati, osservati, usati e mossi per raggiungere uno scopo terribile, ben preciso, e inquadrate in un progetto di strage grazie alle disgrazie che hanno patito. Sfruttando pure la Giustizia, se è il caso, e la polizia stessa per dare vita a un colpevole ideale; colpevole non tanto reale in quanto tale, ma piuttosto verosimile e apparente.

John Leslie Palmer, nato nel 1885 e morto nel 1944, e Hilary Aidan St.
George Saunders, nato nel 1898 e morto nel 1951, alias Francis Beeding

La psicologia e la capacità nel riuscire a pilotare il prossimo sono temi che vengono ripresi più volte all'interno della produzione crime di Francis Beeding. Probabilmente fu un interesse che accomunò la coppia che si nascondeva sotto questo pseudonimo; già, visto che furono John Leslie Palmer (1885-1944) e Hilary Aidan St. George Saunders (1898-1951) a costituire le due metà della ditta. Incontratisi a Ginevra alla Lega delle Nazioni, dove entrambi erano impiegati (Saunders vi arrivò dopo un periodo al Balliol College di Oxford e un'esperienza nelle Welsh Guards durante la guerra, mentre Palmer era a capo dell'organizzazione), i due divennero presto amici e decisero di intraprendere una collaborazione letteraria congiunta. Nella creazione di uno pseudonimo, entrambi fecero la loro parte: "Francis" era il nome con cui Palmer si sarebbe voluto chiamare, mentre "Beeding" era un villaggio del Sussex dove Saunders aveva un tempo posseduto una casa. Con questo nome diedero alle stampe numerose opere firmando, a partire dal 1925, diciassette spy stories con protagonista il colonnello Alastair Granby e quattordici romanzo gialli. La maggior parte dei libri contiene un numero all'interno del titolo ("The Six Proud Walkers", "The Four Armourers", "The Three Fishers"...), ma sono stati soprattutto i volumi privi di esso a passare alla storia del genere crime: "The Norwich Victims", il quale ha la peculiarità di essere corredato da vere e proprie fotografie dei personaggi principali; "La Morte Cammina per Eastrepps" e "Io ti Salverò", ambientato in un manicomio in Francia e dal quale Hitchcock trasse ispirazione per dare vita all'omonimo primo film sulla psicanalisi.

Con Palmer che creava personaggi e scriveva vivaci dialoghi, e Saunders che si curava delle parti descrittive, i due proseguirono per molti anni nel loro sodalizio, anche quando intrapresero carriere differenti: il primo si occupò per conto suo di opere teatrali, mentre il secondo, a partire dal 1938, divenne assistente bibliotecario alla Camera dei Comuni e durante il secondo conflitto mondiale lavorò presso il Ministero dell'Aeronautica, per poi tornare alla Camera dei Comuni. In ogni caso, i migliori romanzi gialli che scrissero furono quelli del primo periodo, "Io ti Salverò", "The Norwich Victims" e appunto "La Morte Cammina per Eastrepps". Quest'ultimo, in particolare, ha attirato le lodi di numerosi critici: Ellery Queen e Howard Haycraft lo definirono una pietra miliare e lo inserirono nella loro lista dei cento migliori romanzi del mistero, mentre il saggista Vincent Starrett lo giudicò nientemeno che uno dei dieci migliori gialli di sempre. Forse quest'ultima affermazione è un po' esagerata; ma resta il fatto che il libro rappresenta qualcosa di originale e innovativo per il tempo in cui venne scritto. Non soltanto per la rappresentazione della lucida Pazzia dell'assassino (a differenza di quella malata dell'invalida protagonista di "Murder Intended" e quella delirante di "Io ti Salverò", dove i malati del manicomio francese vengono indotti ad interpretare una sorta di culto satanico), ma anche per altri temi affrontati e uno stile capace di catturare l'attenzione come non mai. La cosa che mi ha colpito fin da subito di "La Morte Cammina per Eastrepps", infatti, è stata la grande attenzione conferita alle ambientazioni, essenziali ma evocative, che vengono tratteggiate nei momenti di assassinio (pp. 13-16, 22-23, 25, 31-32, 60-63, 67-68, 95, 99-102, 124-126, 137-138, 148-150, 164-169, 189-192, 258-259). Grazie ai continui cambi di punto di vista, invece di sentirci spaesati e confusi, riusciamo a farci un'idea delle vicende come se stessimo guardando una pellicola; osserviamo lo scorrere dei fotogrammi e ci sentiamo parte delle scene (non senza un pizzico di terrore, nel percorrere i viali deserti di Eastrepps oppure i campi coltivati immersi nella notte oscura). Il ritmo mantiene un alto grado di mistero e suspense senza diventare melodrammatico; e gli autori sono stati molto bravi in questo, poiché sono riusciti a trasmettere il senso di ansietà crescente e terrore dilagante man mano che le vicende si snodano (pp. 106-109, 118-119, 122, 142-143, 145-147, 164-169, 256-261). Ci sono tanti personaggi diversi: chi sarà il prossimo a morire? Questa è una domanda che finirà per tormentarvi, nonostante i caratteri che emergono dai protagonisti potrebbero non spingervi a dispiacervi troppo per loro (almeno, per alcuni è stato così). Come avevo già accennato, infatti, gli attori sulla scena sono delineati in modo da risultare sia vittime sia carnefici, in un dualismo equilibrato che non riesce a pendere mai da una parte precisa. Si tratta di una rappresentazione spesso tragica, dove gli individui sono preda di passioni ed emozioni inconfessabili, di segreti timori e recondite paure.

Robert Eldridge è spaventato, innamorato, astuto, spietato (pp. 103-106); Mary Hewitt idealista, povera e invidiosa (pp. 18-19, 22); la signora Dampier ricca, cortese e snob (pp. 31-32, 108-109); Ferris competente, fin troppo curioso; Ruddock ambizioso e capace (pp. 117-120, 136, 174-175); Protheroe collerico, incapace e instancabile (pp. 64-67, 79); Dick innamorato e geloso (pp. 245-250); Margaret prudente e fedele (da notare un certo femminismo ante litteram). Ognuno di loro è "orgoglioso della propria chiusura mentale" (pp. 87, 127, 133, 136, 205, 215-219, 231-236, 242-243) e troverà una sorte molto amara, alla fine del racconto; specchio della società frustrata e malata di cui fa parte. Perché, se c'è qualcosa che viene messo in luce oltre alla Pazzia, è proprio il fatto che non esista una Giustizia in questo mondo. L'enigma riflette appieno questo assioma: è tanto innovativo, con il suo movente agghiacciante (dove può arrivare l'orgoglio dell'uomo!), quanto divisivo, nella sua soluzione accusata di aver spezzato più una regola del Decalogo di Knox. Da parte mia, credo ancora in un giusto giudizio da parte degli organi preposti al compito; eppure sono consapevole del fatto che non sempre si riesca ad agire e fare del bene. Ne è un esempio tutta la parte ambientata nel tribunale, con il processo al presunto Mostro (pp. 47-49, 159-162, 166-168, 185-239, 205-223): in quel caso, infatti, nonostante di fatto l'imputato si sia reso colpevole di azioni riprovevoli, esso viene messo alla gogna per qualcosa che risulta essere una vendetta esacerbata dal tempo. In una corte contano i fatti, questo è ciò che viene ripetuto per gran parte dell'istruttoria; ebbene, più di una volta entriamo nella testa degli spettatori e troviamo giudizi affrettati, già stabiliti prima di aver ascoltato tutte le prove e aver preso visione degli indizi. Addirittura, pure durante la consulta della giuria leggiamo commenti dettati da rancori personali e influenzati da una visione impura. Il risultato di tutto ciò, pertanto, non può che essere un madornale errore, o un convinto metodo per trasformare la Giustizia in uno strumento a proprio uso e consumo. Si realizza così lo scopo criminale del Mostro di Eastrepps, con la complicità di un responso feroce da parte di esseri umani ridotti alla stregua delle bestie, che rispondono con una fucilata a un morso. È questa la visione dell'opinione pubblica che scaturisce da "La Morte Cammina per Eastrepps" e contribuisce a rendere questo romanzo ancora attuale: estremamente negativa e cattiva, influenzata dal pregiudizio e da mille pensieri che si sovrappongono l'uno all'altro. Beeding qui trascende il semplice romanzo d'evasione, e con la sua storia straordinaria in tutti i sensi (visto che racchiude più generi insieme) fa una potente critica sociale al sistema e alla sua espressione più inflessibile: la pena di morte. Perché in questo ha fallito miseramente il suo scopo (in modo simile a quanto accaduto in "Signori della Corte" di Edgar Lustgarten), dopo aver rischiato in un'altra occasione di compiere lo stesso sbaglio. Infatti, anche con l'accusa al baronetto Alistair Rockingham, affetto suo malgrado da un esaurimento nervoso, la Giustizia e il suo strumento, la polizia (pp. 96-98, 117-121, 152-160, 170-173, 176-184), si erano avvicinati in modo pericoloso a un verdetto di colpevolezza che avrebbe costretto il giovane ad essere rinchiuso a vita in un manicomio. Bisogna ammettere che, al momento in cui il romanzo fu scritto, la follia veniva vista come una malattia molto più grave di quanto accada al giorno d'oggi; non c'era pietà per i poveretti affetti da turbe mentali e se si poteva li si usava come capri espiatori. Però resta il fatto che la leggerezza con cui vengono stabilite la colpevolezza di un imputato e la successiva condanna fanno specie: sembra quasi che chi deve decidere lo faccia svogliatamente, senza curarsi del ruolo che ricopre (pp. 205, 220).

Ciò è spaventoso, se uno ci pensa con attenzione. Potremmo essere tutti Robert Eldridge, colpevoli perfetti a discapito delle azioni compiute. Potremmo essere accusati di qualunque cosa dalla polizia, e magari vederci condannare in un processo solo perché non andiamo a genio alla giuria o al giudice incaricato di istruire i dodici rappresentanti del popolo. Nemmeno lo testimonianze utili potrebbero servire, perché capovolte a nostro svantaggio. Se ci imbattiamo in un giudizio privo di consistenza giuridica, perché amorale e prevenuto, Dio ci salvi. Questo sembra dire Beeding, in una buona imitazione dell'oscura vena di Francis Iles, col suo finale oscuro: in "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati", infatti, Berkeley/Iles osservò come sia facile costruire un castello di accuse contro un innocente, se uno ne ha le capacità e soprattutto la determinazione. Mi ha dato molto su cui riflettere, "La Morte Cammina per Eastrepps", e penso che non mi toglierò dalla testa tanto facilmente la sua triste storia.


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venerdì 10 luglio 2020

38 - "C'è un Cadavere dall'Avvocato" ("Smallbone Deceased", 1950) di Michael Gilbert

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore

Per me, il mondo della legislatura e della burocrazia è (e probabilmente rimarrà) un mondo ignoto e nebuloso. Pur avendo una mente logica, non sono mai riuscito a cogliere tutte le sfaccettature che caratterizzano la Legge e ad apprezzare il piacere nell'individuare cavilli e memorizzare frasi fatte, come alcuni invece fanno. Ad esempio, qualche anno fa ho provato a preparare un concorso per bibliotecario, per il gusto di tentare una strada diversa e mettere a frutto i numerosi anni in cui ho fatto volontariato in un ente pubblico: ebbene, dopo un mese di sforzi e mal di testa, ho deciso di rinunciare all'impresa, di fronte alla mia evidente incapacità di assimilare concetti espressi in un linguaggio astruso e assurdamente complicato. Finché si è trattato di concentrarsi su concetti che potevano essere espressi in altre parole, tutto è andato bene; è stato quando le definizioni hanno assunto un tono pomposo e al limite dell'indecifrabile che le cose si sono complicate. Forse il rifiuto di memorizzare non era dovuto solo al modo in cui erano state presentate le nozioni (immagino che tutto ciò sia un retaggio della tradizione, la quale vedeva il linguaggio giudiziario come qualcosa di riservato a pochi eletti, e quindi giustificato nel suo essere "elevato" fino all'esasperazione); forse si trattava di una predisposizione naturale che qualcuno nutre nella propria natura e modo di essere, oppure c'entrava il fatto che la mia esperienza come volontario di biblioteca non fosse stata del tutto caratterizzata da aspetti positivi, diminuendo così il mio interesse in ciò che studiavo.

In ogni caso, per quanto mi riguarda, questo sistema per tramandare i concetti appare ancora oggi tutt'altro che comodo e appetibile, per cui credo proprio che i dubbi piaceri della legislatura resteranno lontane ombre sul mio percorso di vita; eccezion fatta, ovviamente, nel momento in cui si tratta di imbattersi in essi durante la lettura di un romanzo giallo. Perché se c'è qualcosa che, contro ogni previsione, è riuscita ad avvicinarmi all'arcano sapere della solenne compilazione di atti notarili e della redazione di testamenti, e a provocare in me un genuino interesse, è stata proprio la crime story classica. Come abbiamo visto, all'interno di questo genere letterario, spesso vengono affrontati argomenti che non ci si aspetterebbe mai di trovare: dall'innovativo tratteggio del ruolo della donna, in tempi ancora relativamente oscuri (vedasi "L'Inquilino del Piano di Sopra" di Harriet Rutland), a temi considerati tabù ancora oggi, come l'omosessualità e l'amore platonico; dalla descrizione minuziosa della vita di città e campagna, tra scandali piccoli e grandi che potrebbero verificarsi ai nostri giorni ("Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers è un ottimo esempio), al resoconto puntiglioso di eventi storici come in "La Figlia del Tempo" di Josephine Tey, il mystery ci permette di immergerci in contesti disparati ma attinenti alla realtà, di "vivere" i ruoli dei personaggi come se fossimo loro stessi, in un linguaggio accessibile a tutti e trasmettendoci così una sorta di conoscenza diretta di quanto andiamo a leggere. Quando si tratta di giustizia, poi, il tradizionale romanzo giallo offre un vasto campionario di situazioni, e il mondo della legislatura e della Legge inglese occupa da sempre un posto molto importante all'interno del genere.

Forse, il motivo di questo successo è dato dal fatto che sono tantissimi gli autori provenienti da questo emisfero a me quasi sconosciuto, che si sono dedicati sia alla professione forense sia alla narrativa fittizia: oltre al famoso Erle Stanley Gardner, ideatore delle avventure dell'avvocato americano Perry Mason, ci sono il britannico Cyril Hare, con i suoi romanzi basati su questioni concernenti aspetti poco conosciuti della Legge inglese, come "Un Delitto Inglese", e in tempi più recenti il critico Martin Edwards, il quale ha iniziato conducendo una doppia carriera di avvocato e scrittore, per poi abbandonare la prima in favore della seconda. Costoro sono senza dubbio grandi esperti di legislatura e burocrazia, avendo conseguito studi approfonditi ed esperienze sul campo, e sanno per certo quello di cui parlano; per cui, quando ci apprestiamo a leggere qualche libro scritto da questi autori, mettiamo insieme la capacità del giallo classico di catapultarci con semplicità nelle situazioni che esso descrive e le conoscenze che ci trasmette chi lo scrive. Credo sia questo il motivo per cui, anche se mi imbatto in una questione legale complessa dentro una storia del mistero, riesco comunque a provare interesse riguardo a questioni che, se affrontate al di fuori della finzione, mi annoierebbero. Uno degli esempi più chiari di questa "magia" messa in atto dal classico romanzo giallo è costituita da un libro scritto da un altro celebre esponente di questi scrittori "dalla doppia vita": il britannico Michael Gilbert, infatti, nel 1947 diede vita a "C'è un Cadavere dall'Avvocato" (Polillo Editore, 2004), una storia deliziosa che racconta alla perfezione come dovesse essere la vita all'interno di uno studio legale della City di Londra, mettendo in mostra l'attività di un avvocato attraverso l'uso di termini specifici pur senza stufare chi legge. In mezzo alla frenetica redazione di atti e testamenti, infatti, troviamo un vivace ritratto di quella caotica quotidianità che caratterizza ogni ufficio che si rispetti, tra gossip e gelosie professionali; con l'aggiunta di un mistero astuto, che soddisfa allo stesso tempo l'appassionato di crime e l'occasionale lettore.

Piccadilly in Rain by Frederic Marlett Bell-Smith
(1846-1923), raffigurante uno degli scenari di "C'è un Cadavere
dall'Avvocato"
La storia inizia descrivendo una pomposa cena in un prestigioso ristorante di Londra, durante la quale sono stati riuniti i soci e i dipendenti del celebre studio legale Horniman, Birley & Craine e dei suoi satelliti minori. Accanto alle personalità più dimesse delle sedi di periferia e fuori città, spiccano quelle delle persone che quotidianamente si trovano a contatto con i capi dello studio; eppure, da alcune settimane si percepisce un grande vuoto nelle file della compagnia. Il fondatore storico della firma, Abel Horniman, è deceduto per cause naturali mentre si trovava alla sua scrivania di Lincoln's Inn, e la serata indetta per rinsaldare i contatti tra i dipendenti viene sfruttata come pretesto per celebrare il defunto egregio, con tanto di discorsi soporiferi e commenti sarcastici sotto i baffi. Seduto al suo posto, il giovane Henry Bohun ascolta gli uni e gli altri con pari interesse, poiché è appena arrivato ed è intenzionato a farsi un'idea più chiara possibile del campo in cui si è immerso. Con un passato da ricercatore statistico, si è dedicato agli studi di giurisprudenza e adesso è riuscito ad ottenere una sorta di apprendistato da Horniman, Birley & Craine, dove intende iniziare a costruirsi una carriera di tutto rispetto... sempre che ciò gli venga permesso. Fin dalle presentazioni con gli altri partecipanti alla festa, infatti, percepisce una sorta di scala sociale; niente di troppo snob, sia chiaro, però il fatto di essere l'ultimo arrivato si fa un po' sentire. Ovviamente Bohun ha già incontrato Birley (un vecchiaccio acido e ipocondriaco) e Craine (un tizio lascivo che si diverte a flirtare con le giovani segretarie) quando è stato assunto. Gli altri colleghi non sono da meno, in quanto a stranezze: il più affabile sembra essere John Cove, il braccio destro di Craine, un giovanotto tutto sarcasmo e cinismo che si impegna più a intrattenere brevi relazioni con le ragazze dello studio che a lavorare, e considera la sua esperienza come dipendente di una noia mortale; Eric Duxford, da parte sua, appare flemmatico e fin troppo sfuggente, dal momento che si vocifera si assenti spesso dal lavoro da un momento all'altro. Il nuovo socio della ditta, Bob Horniman, si presenta come un ragazzo nervoso e più che deciso ad appoggiarsi alla solida signorina Cornel, la segretaria del suo defunto padre, una donnetta pratica ed efficiente che mette in ombra il suo operato. Chiudono il gruppo le altre segretarie (la signorina Chittering, dedita al benessere dell'irritabile Birley; la signorina Bellbas, che tenta di sfuggire alle grinfie di Craine e Cove; e la signorina Mildmay, avvenente famme fatale dall'animo focoso alle dipendenze di Duxford) e un paio di uscieri/archivisti i cui uffici si trovano nei sotterranei dello studio.

"Una strana fauna" pensa Bohun, mentre torna a casa; "proprio quel tipo di ricettacolo in cui si mescolano odi e gelosie e possono scoppiare bombe da un momento all'altro". Infatti, già dal mattino seguente, in ufficio tira un'aria tesa: Bob Horniman viene redarguito da Birley riguardo un ritardo sulle verifiche di un fondo affidato al defunto Abel. Come mai nessuno si è preoccupato di rintracciare l'altro fiduciario del Fondo Ichabod Stokes, a cui è stato affidato mezzo milione di sterline? Eppure il signor Smallbone, un piccoletto viscido con la cattiva abitudine di scovare scandali all'interno della vita degli altri e renderli pubblici, nonostante si renda spesso irrintracciabile quando serve, si presenta puntuale a movimentare la vita da Horniman, Birley & Craine. Mentre vengono mobilitati mari e monti alla sua ricerca, si decide di dare un'occhiata agli incartamenti del fondo... con la conseguenza di inciampare nel suo cadavere, chiuso ermeticamente nella scatola destinata ai documenti relativi a Ichabod Stokes. Come egli possa essere finito lì dentro è un mistero; tanto più che il contenitore in cui è stato rinvenuto il cadavere si trovava nell'ufficio appartenente al defunto Abel Horniman, integerrimo esempio di avvocato sul quale non sembra essersi mai posato alcun sospetto di natura criminale. La faccenda, quindi, risulta molto imbarazzante per la gente che lavora da Birley, Horniman e Craine; sia perché un'ombra di dubbio viene a gettarsi sul buon nome dell'azienda, ma anche perché sembra proprio che nessuno al di fuori del defunto possa aver perpetrato il delitto, e calunniare un morto non è mai una bella cosa da fare. Tuttavia, ben presto le indagini dell'ispettore Hazlerigg (coadiuvato dall'aiuto ufficioso di Bohun) iniziano a suscitare nuovi sospetti... In un lento crescendo di tensione, inframmezzato da un altro delitto e dagli scontri-incontri tra i dipendenti dello studio legale, la faccenda si complicherà ancora di più, tra somme che non tornano e frivoli discorsi su borsette di coccodrillo e presagi funesti delle stelle; finché la verità non verrà alla luce e il colpevole si ritroverà a pagare una salata parcella.

Copertina dell'edizione inglese pubblicata
dalla British Library Crime Classics

È sempre un piacere immenso, quando capita di imbattersi in un classico romanzo giallo come "C'è un Cadavere dall'Avvocato". Questo tipo di mystery è il mio preferito in assoluto, poiché riesce a trasmettere al lettore una quantità di suggestioni e di aspetti della vita di inizio e metà Novecento, in modo vivace e ironico, che ben poca altra letteratura è stata in grado di tramandare. Una volta, P.D. James disse: "Puoi apprendere molto di più circa i costumi sociali dell'epoca in cui un giallo è stato scritto, di quanto tu possa fare dalla narrativa più pretenziosa". Non potrei essere più d'accordo con questo giudizio. A mio parere, infatti, il romanzo del mistero riesce a consegnarci un ritratto dettagliato e veritiero della società, degli usi e costumi, della vita e delle concezioni che si erano affermate (o lo stavano facendo) nel momento in cui esso si sviluppò in quella che viene definita come la sua "Golden Age", pur senza dare l'impressione di voler istruire e forzare il lettore ad apprendere. Questo è un discorso che è valso soprattutto quando ho presentato "Sotto la Neve" di J. Jefferson Farjeon, "Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers oppure "L'Occhio di Osiride" di Richard Austin Freeman; ma potrebbe essere applicato pure all'insospettabile "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" di Annie Haynes, libro molto più ridimensionato degli altri tre titoli. Ognuno di essi racconta qualcosa e lo fa a modo suo: uno si sofferma sull'atmosfera misteriosa e rarefatta che aleggiava nelle case signorili di una volta, un altro sulla descrizione della vita nella campagna inglese tra gioie e dolori, un altro ancora sul rapporto tra due individui, immersi nella società vittoriana di una Londra che è scomparsa ma sopravvive nel ricordo tramandato. Nel suo piccolo, pure il libro di Haynes tratteggia una società stratificata in livelli sociali, popolata di individui aristocratici, arrampicatori che partono dal basso per raggiungere potere e gloria, e umili popolani che si accontentano della propria mediocrità. Tuttavia, fino a questo punto mi era capitato di imbattermi soltanto in questi "mondi" che, pur rappresentando un metro di giudizio attinente alla realtà del loro tempo, restano in qualche modo relegati a un passato che è irrimediabilmente antiquato (ad eccezione, forse, del romanzo di Sayers, poiché esistono ancora oggi realtà contadine come quella dei Fens).

Questa caratteristica peculiare della narrativa del mistero nel riportare in vita ciò che è trascorso attraverso piccoli gesti quotidiani, come la compilazione di un diario giornaliero, oppure con la rappresentazione del complesso rapporto tra conoscenti, fatto di inchini formali, parlandoci di un'epoca ormai cancellata dal passare del tempo, non si era mai spinta oltre. Giallisti quali lo stesso Freeman, ma anche Hare per restare in tema legislativo/notarile, si erano limitati a preservare questa eredità preziosissima e a farcela rivivere davanti ai nostri occhi, evitando che andasse dimenticata; il ché non è poco, sia chiaro. Nel romanzo di Gilbert, però, ho notato un aspetto davvero straordinario della storia che lui ci ha raccontato: ovvero, la capacità degli eventi (delittuosi e non) di poter essere trasportati e “vissuto” ai giorni nostri con ancor più naturalezza del solito. Mi spiego meglio. Molti di voi avranno qualche esperienza di come si lavora in un ufficio, pubblico o privato che esso sia. Conoscerete di sicuro il clima che di solito si respira in certi ambienti: le difficoltà a fare in modo che tutti vadano d'accordo, le gelosie professionali e i sottili sotterfugi attraverso i quali ognuno fa il proprio gioco e tenta di avvantaggiarsi sui colleghi, le pugnalate alle spalle e i pettegolezzi che vengono diffusi per screditare il prossimo, e molto altro ancora dovrebbero esservi in qualche modo familiari (se così non fosse, beati voi!). Ecco, la vicenda tratteggiata in "C'è un Cadavere dall'Avvocato" ricalca in pieno l'atmosfera di competizione e di doppiogiochismo che si respirerebbe in qualsiasi ente che più o meno chiunque di noi ha sentito sulla propria pelle (pp. 21, 25-30, 37-38, 48-56, 86-90, 113-120, 124-127, 134-150, 157-163, 176-178, 189-191, 202-203, 279-284). Ed è stata scritta nel 1950, più di mezzo secolo fa! Capirete quindi cosa intendo quando dico che, a mio modesto parere, il romanzo giallo classico riesce più di qualunque altra cosa nell'impresa titanica di trasportare ai giorni nostri quei microclimi che appartengono al passato.

Non si tratta di episodi accaduti nella realtà, altrimenti saremmo testimoni di innumerevoli delitti quasi perfetti e sarebbe un po' scoraggiante; però la finzione diventa uno strumento che trasferisce nel nostro presente qualcosa che è a tutti gli effetti reale, dal momento che noi ci identifichiamo nei personaggi e nelle situazioni che essi popolano e animano. Eppure, nel suo libro più di altri, Gilbert riesce a compiere il miracolo di rendere eterne le vicissitudini che si verificano attorno alla scoperta del cadavere di Smallbone; non soltanto, quindi, a tratteggiare un mondo reale che avremmo potuto "vivere" nel passato, se solo ci fossimo trovati in uno studio legale di Lincoln's Inn del 1950, ma addirittura uno che potremmo toccare con mano al giorno d'oggi, qualora decidessimo di servirci dell'opera di un pari di Horniman, Birley & Craine. In "Lord Peter e L'Altro", Sayers si è impegnata a tratteggiare l'immagine di un'agenzia pubblicitaria come Benson's con altrettanta cura di quella impiegata dal nostro esperto legale in "C'è un Cadavere dall'Avvocato"; eppure, nonostante tutta la sua abilità e competenza, non è riuscita a slegare questo luogo dal periodo storico in cui ha ambientato il suo libro. Gilbert, dal canto suo, ha invece reso immortale la creazione di Abel Horniman con un racconto tale da poter essere interpretato in qualunque epoca seguente alla sua pubblicazione. Forse ciò è dovuto al fatto che il tema principale su cui si snodano gli eventi, la legislatura e la redazione di atti, non sia cambiato più di tanto da un secolo a questa parte. Chi lo sa? In ogni caso, con "C'è un Cadavere dall'Avvocato" ci troviamo davanti a una storia che risulta sempre attuale, grazie alle strategie che il suo autore ha messo in atto.

Infatti, non solo abbiamo una descrizione della vita all'interno di uno studio legale, e la rappresentazione dei rapporti che si vengono a creare quando numerose personalità si ritrovano a condividere spazi chiusi in comunità, ma anche l'inserimento di scene di vita vivaci e ironiche, che magari non hanno alcun legame con la legge ma riescono comunque a dipingere al meglio quale debba essere l'atmosfera generale, e un fine tratteggio della psicologia di ogni individuo, delineata in modo da far risaltare ogni attore sulla scena e dargli vita propria. Paradossalmente (e questo può essere un punto a sfavore per qualcuno), in un primo momento il mistero sembra passare in secondo piano, rispetto allo sviluppo della vita da Horniman, Birley & Craine e alla dettagliata descrizione dell'operato della società. Tuttavia, io sono convinto che il caso debba gran parte del suo successo proprio all'attenzione che l'autore ha messo nel mostrare come fosse tribolata l'attività di un avvocato; l'indagine acquista ancora più spessore grazie alla trattazione veritiera e interessante dell'opera dei soci.

Michael Gilbert, nato nel
1912 e morto nel 2006

D'altro canto, non ci saremmo potuti aspettare niente di meno da un autore capace e versatile come Michael Gilbert. Nato nel 1912 a Londra, egli è stato uno dei massimi esponenti del giallo all'inglese e, come se questo non bastasse, pure un rinomato avvocato, capace di distinguersi sia in un campo che nell'altro. La legge e la letteratura furono nel suo destino fin da bambino, poiché era figlio di due scrittori e nipote di Sir Maurice Gwyer, presidente dell'Alta Corte di Giustizia in India, il quale fu la sua personale fonte d'ispirazione. Studiò giurisprudenza fino al conseguimento della laurea, nel 1937, e un anno dopo decise di mettere mano a un romanzo per tentare la carriera di autore; ma lo scoppio della guerra gli impedì di portarlo a termine e lo costrinse a mettere da parte i sogni, a favore di un posto come artigliere per l'esercito inglese. Tuttavia, ancora un volta il destino mise il suo zampino nel percorso del giovane Michael: mentre si trovava internato in un campo di prigionia italiano, egli si imbatté per caso in una copia di "Tragedy at Law" di Cyril Hare, un famoso mystery dove la parte da padrone la faceva proprio la giustizia e l'applicazione della legge, e ne rimase molto colpito. Una volta tornato in patria, infatti, ripensò a quella lettura fatta in Italia e, mentre svolgeva il proprio praticantato come avvocato, mise mano al suo romanzo incompiuto e lo portò a termine per il 1947, quando entrò a far parte dello studio Trower, Still & Feeling, col titolo "Close Quarters". In questo libro fece la sua comparsa l'ispettore Hazlerigg, il personaggio che accompagnò Gilbert per altre cinque avventure, e con esso iniziò la propria prosperosa carriera narrativa, la quale riuscì a conciliare con quella di avvocato scrivendo quasi sempre sul treno che lo portava dalla sua casa nel Kent fino all'ufficio di Londra. Come è naturale, nei suoi gialli una parte consistente della trama ruota attorno all'applicazione e allo svolgimento del ruolo dell'avvocatura: un esempio è dato dalla vicenda di "C'è un Cadavere dall'Avvocato", dove oltre ad Hazlerigg compare anche la figura dell'avvocato insonne Henry Bohun, poi ripreso in alcuni racconti, ma si possono citare pure quelle di "Death has Deep Roots" ("Il Caso Lamartine", "The Crack in the Teacup" e "The Queen Against Karl Mullen". Tuttavia, altrettanto degno di nota resta il resto della sua produzione mystery, che rivela una straordinaria versatilità: "Death in Captivity" racconta di un ingegnoso omicidio avvenuto in un campo di prigionia italiano; "The Etruscan Net" è basato sul contrabbando di oggetti d'arte; "The Night of the Twelfth" ruota attorno al classico delitto nella scuola, con una vena legata alla violenza nel mondo dell'infanzia. Senza dimenticare le numerose raccolte di racconti, come "Game without Rules", giudicata da Ellery Queen come la migliore in assoluto a tema spy dopo "Ashenden l'inglese" di Somerset Maugham, e la coppia dedicata al sergente anglo-spagnolo Patrick Petrella, in gran parte pubblicati pure sulla celebre "Ellery Queen Mystery Magazine".

Insomma, Michael Gilbert è stato uno tra i più capaci autori di romanzi gialli di sempre; si dedicò a lungo pure alla scrittura per il teatro, la televisione, la radio, e mentre si impegnava nel suo ruolo di avvocato (che gli consentì di rappresentare figure importanti come il Partito Conservatore, il governo del Bahrein e Raymond Chandler), vinceva premi su premi, dal Grand Master a Diamond Dagger. Se ne è andato nel 2006, dopo una vita lunga e piena di romanzi diversissimi tra loro. Tuttavia, "C'è un Cadavere dall'Avvocato" resta quello che viene ad oggi considerato come il suo capolavoro, inserito nelle liste delle migliori opere di genere da parte di H.R.F. Keating e Julian Symons. Il punto più forte della sua storia, come ho detto sopra, credo sia la capacità di riuscire a raccontare una vicenda capace di restare eterna nonostante gli anni che passano: potremmo immaginare che essa sia ambientata negli anni '50 del secolo scorso, oppure fare un balzo avanti di vent'anni, o ancora di trenta e accorgerci che, tutto sommato, la magia non si perde. Nella mia concezione, il compito di un avvocato o di un notaio è strettamente legato alla legislazione che, nella maggior parte dei casi, cambia di rado nel corso di un lustro; quindi il tratteggio dell'operato dei dipendenti e dei soci di Horniman, Birley & Craine, con l'assurdità tipica di un ente burocratico (costituito dal Sistema di Catalogazione Horniman) e la frenesia dettata dalla disperazione nello scovare una scappatoia, appare attinente alla realtà dei fatti del giorno d'oggi, pur tenendo conto del fatto che strumenti come stampanti, fax e fotocopiatrici sono entrate a far parte della routine da ufficio. Immagino proprio il socio di turno, occupato allo stesso modo di Bohun o di Craine, mentre deve impegnarsi a sbrogliare una questione legale, ricorrendo a qualche cavillo o al proprio ingegno e a una quantità indescrivibile di termini specifici, oppure nell'atto di scacciare la noia con un bel flirt con la segretaria, la quale probabilmente si farà sentire duramente.

"C'è un Cadavere dall'Avvocato", inoltre, non si limita al racconto veritiero dell'attività professionale degli affiliati allo studio, dimostrando una straordinaria capacità da insider dell'autore di dipingere un mondo ostico come quello dei fondi fiduciari e delle altre faccende burocratiche/legislative, con linguaggio sì complesso e specifico eppure comprensibile dal principiante (pp. 8, 10-12, 14, 16-19, 22-24, 31-34, 45-47, 56, 79, 81-84, 110-113, 123, 131-132, 146, 177-178, 193, 195, 198-202, 213-218, 221-223, 227-237); ma si addentra in una deliziosa e minuziosa descrizione di come dovesse essere la vita quotidiana (anch'essa attinente alla realtà) di un gruppo di lavoro occupato nella City, magari estranea alle questioni notarili. Penso, ad esempio, alle chiacchiere frivole e divertenti e ai battibecchi tra le segretarie, impegnate a scacciare la noia nel corso delle lunghe ore passate a battere a macchina e ad attendere l'ennesima chiamata per stenografare lettere: esse vengono tratteggiate in un modo che non può lasciarci indifferenti e suscita la nostra simpatia, soprattutto nei confronti delle signorine Chittering (angariata dal bilioso Birley, il cui passatempo pare quello di angustiare e tormentare chiunque gli si trovi a tiro) e Bellbas (impegnata ad analizzare l'oroscopo del giorno per mettersi in guardia dalle catastrofi). Oppure mi viene in mente la gelosia professionale tra John Cove ed Eric Duxford, dipinti con un carattere simile ma incapaci di simpatizzare l'uno per l'altro; nella mia personale esperienza, ho visto coi miei occhi qualcosa del genere e vi posso assicurare che niente potrebbe essere più vero di un simile resoconto tra scontri di personalità (per altri esempi, vedasi pp. 41-44, 67-74, 84-86, 91-93, 104-110, 127-130, 133, 164-166, 172-174, 179-186, 196-198, 209-212, 219-221, 223-226, 245-247, 258-264, 267-269, 278-279). Pur essendo un romanzo giallo solido e ben strutturato, mi spingerei ad affermare che il romanzo di Gilbert si potrebbe leggere soltanto per tutte queste piccole digressioni extra-enigma, le quali ci permettono di compiere un approfondito excursus tra episodi ironici e dialoghi talmente vacui da essere perfetti nel mondo della Legge. È questo che lo rende uno tra i più raffinati e astuti romanzi gialli ambientati in ambito legale: la capacità di dipanare la trama in mezzo a qualcosa di miracolosamente tangibile e reale, in bilico tra farsa e serietà. Non per niente, il critico Martin Edwards lo considera IL migliore in questo senso, alla pari con "Tragedy at Law" di Cyril Hare (per un sentito giudizio sull'autore, vi rimando a questo post del blog di Martin). Tuttavia, per alcuni può annoiare il troppo soffermarsi su temi pesanti. Questo influisce sul giudizio finale del romanzo? Affatto, poiché oltre alla riuscita descrizione della realtà di cui sopra "C'è un Cadavere dall'Avvocato" presenta tutto ciò che un appassionato del romanzo del mistero può chiedere; anzi, troviamo pure qualcosa in più. Abbiamo una resa delle ambientazioni magistrale, con il tratteggio di scenari chiaro e affascinante e un'atmosfera che richiama luoghi solidi e reali alla nostra mente, divisi tra allegria e tensione (per es. pp. 67-70, 166-169, 171); uno stile ironico, al limite del sarcasmo, il quale gioca sul dualismo tra l'astrusità del gergo burocratico e la frivolezza delle chiacchiere da gossip, e dà vita a un riuscitissimo matrimonio tra divertimento e serietà soprattutto nei dialoghi impeccabili all'insegna di uno humor accattivante; una rappresentazione dei personaggi azzeccata e, sebbene un po' caotica in un primo momento, approfondita così da permetterci di figurarceli ognuno con la propria spiccata personalità.

Anche questo tipo di descrizione, dove vengono alla luce particolari del carattere che nulla hanno a che fare col caso, contribuiscono a rendere veri e vivaci gli attori sulla scena e a sottolineare il senso di attinenza alla realtà che circonda il capolavoro di Gilbert (basti pensare alle manie di Birley, oppure al fin troppo reale maschilismo di alcuni tra i dipendenti maschi nei confronti delle sottomesse segretarie). In particolare, ovviamente, spiccano Hazlerigg e Bohun, caratterizzati il primo da un'empatia un po' insolita nel "classico" poliziotto da giallo classico e il secondo da una particolare malattia che gli impedisce di dormire per lungo tempo; ma sono soprattutto altri due i personaggi che lasciano il segno nel corso delle vicende. John Cove, da parte sua, si impegna a sottrarre la scena al nostra investigatore dilettante, compiendo azioni al limite della legalità, e a sferzare con i suoi commenti cinici le ipocrisie dei suoi colleghi; il sergente Plumptree, invece, costituisce il modello di agente dedito al proprio compito con la consapevolezza di essere un "pesce piccolo" ma, allo stesso tempo, la convinzione di poter fare la differenza tra il trionfo e la sconfitta della giustizia (e così sarà, infatti). Inoltre, l'attenzione data al lavoro della polizia (pp. 59-67, 101-104, 172, 179-188, 205-209, 212-213, 218-219, 238-242, 249-251) introduce un altro carattere peculiare del romanzo di Gilbert, poiché questo approccio dà vita a una vicenda in cui l'azione è divisa tra l'indagine di Hazlerigg, in forma di police procedural, e quella intrapresa da Bohun nella figura del tipico investigatore dilettante, più vicina alla tradizione. Ci troviamo di fronte a un tentativo di modernizzare un tipo di racconto che, nel 1950, stava iniziando a perdere mordente; e bisogna ammettere che l'autore ha fatto un buon lavoro, tra inserimento di elementi classici come la piantina della scena del delitto e un'attenzione all'innovativa trattazione psicologica della personalità dell'assassino, la quale dà vita a un mistero astuto che soddisfa sia l'appassionato sia il lettore occasionale. Il soffermarsi sulla descrizione veritiera dell'attività della polizia, comunque, si scontra con una certa tendenza a inserire alcuni momenti in cui viene parodiato il genere giallo (pp. 65, 93-97, 100-101, 108, 178-179); anche questo dovrebbe essere indice di cosa Gilbert intendesse costruire con il suo libro: ovvero, una storia che raccontasse qualcosa di attinente alla realtà, magari facendo leva su quegli aspetti che spesso tendono a diminuirne l'importanza e capovolgendoli così da trasformarli in punti di forza. Insomma, "C'è un Cadavere dall'Avvocato" è un romanzo stupendo, che si impegna a tracciare una vicenda che abbia un forte legame con la realtà dei fatti (il tema della Legge e quello della burocrazia, la vita caotica di un tipico ufficio londinese, il compito gravoso e serio della Giustizia incarnata dagli agenti di Scotland Yard, lo scoppiettante carattere dei personaggi) con un certo tono ironico e divertente e il gioco coi meccanismi del genere. Ogni volta che lo rileggo mi viene voglia di studiare diritto privato; poi mi ricordo che tutto ciò non fa per me, ma intanto l'intenzione torna. Anche questa è una delle magie che è riesce a compiere Michael Gilbert.


Link a C'è un cadavere dall'avvocato su Libraccio;

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venerdì 15 novembre 2019

14 - "Notti di Halloween" ("Death on Allhallowe'en", 1970) di Leo Bruce

Copertina dell'edizione pubblicata
nel Giallo Mondadori n. 2806
Se dovessi stilare un'ipotetica classifica delle feste a cui non potrei mai rinunciare, di sicuro ai primi due posti si troverebbero quella di Natale e quella di Halloween. La prima, infatti, con i suoi addobbi, i buoni propositi e le città imbiancate dalla neve, riesce a infondermi pace e serenità come nessun'altra; la seconda, invece, grazie alle maschere e a quella sua caratteristica atmosfera da brivido, porta per qualche tempo il sovrannaturale all'interno della vita di tutti i giorni, facendomi provare una piacevole eccitazione. Inoltre, come se ciò non bastasse, in entrambi i casi si tratta di occasioni che si adattano perfettamente a fornire uno sfondo ideale alle vicende di un romanzo giallo; cosa che, da appassionato lettore di classiche crime novels, me le fa apprezzare ancora di più. E pensare che, dal punto di vista letterario, tra queste due festività corre ben più di una differenza, soprattutto nel modo in cui esse fanno colpo sul pubblico: Natale lo fa attraverso l'incontro-scontro tra elementi confortanti, quali stanze accoglienti, fuochi accesi e banchetti sontuosi, e il disagio provocato da incredibili furti o omicidi efferati; Halloween, invece, assecondando la natura diabolica e le gesta terribili di esseri all'apparenza magici, risvegliati in occasione dei Festeggiamenti dei Morti e più che adeguati all'aura di mistero tratteggiata in questo tipo di libri. Insomma, una sfrutta maggiormente il lato "confortevole" del periodo che viene appena prima della fine dell'anno, e l'altra quello sinistro e caratteristico della festa nella notte tra il 31 Ottobre e il 1° Novembre.

A leggere questa affermazione, non sembrerebbe esserci dubbio su quale tipo di mystery riscuota più successo, tenuto conto delle caratteristiche fondamentali della letteratura del mistero; e invece, come ci si aspetterebbe dai migliori esempi di crime story, ancora una volta veniamo spiazzati: in quanto a popolarità, infatti, il "Christmas Murder Mystery" ottiene un risultato di gran lunga superiore a quello del tipo suo compagno. Forse ciò è dato dal fatto che, spesso, quest'ultimo scade nel racconto dell'orrore, accentuando gli aspetti terrorizzanti a discapito di quelli attinenti all'indagine vera e propria, sebbene esistano casi in cui essi si equilibrano, come in "Poirot e la Strage degli Innocenti" di Agatha Christie. In ogni caso, per quanto mi riguarda, questi due tipi di romanzo giallo conservano lo stesso fascino; tanto più che, anche quest'anno, con l'avvicinarsi della festa di Ognissanti, ho deciso di fare alcune letture a tema; un po' come avverrà in occasione del Natale. Tuttavia, non ho compiuto la scelta prevedibile di rileggere proprio il libro della Christie che ho sopra menzionato, ma ho optato per qualcosa di insolito come "Notti di Halloween" di Leo Bruce (Giallo Mondadori n. 2806, 2002). Infatti, anche questo autore, molto famoso in passato e oggi quasi del tutto dimenticato, si è cimentato in una prova letteraria dedicata al periodo più spettrale dell'anno; forse non del tutto riuscita, soprattutto in fatto di enigma, ma comunque adatta da fare in questo periodo e, soprattutto, affrontata in modo da calare il lettore in una faccenda suggestiva e affascinante, con tanto di personaggi ambigui, ambientazioni spettrali e, ovviamente, l'immancabile stile ricco di humor inglese.

La notte di Halloween, con la sua distesa di zucche intagliate
contro gli spiriti dei morti che tornano dall'Aldilà
Tutto prende avvio quando l'insegnante detective Carolus Deene riceve la visita di John Stainer, un vecchio amico e sacerdote di un villaggio nella penisola di Guys, in Inghilterra. La parrocchia in questione, Clibburn, è famosa (tra i pochi che la conoscono) per essere un luogo inospitale, dominato da acquitrini e un clima perlopiù nebbioso e piovoso; per il suo stile di vita caratterizzato da una certa tendenza ad ancorarsi al passato; nonché per essere popolata da un gran numero di persone superstiziose, i cosiddetti "Uomini di Guys", i quali vivono in una sorta di limbo tra il mondo naturale e quello soprannaturale, in costante preoccupazione del volubile carattere del Maligno. Proprio a questo proposito Stainer si è recato a chiedere soccorso a Deene: da qualche tempo, infatti, il Diavolo pare essere sceso sul piede di guerra contro gli spaventati abitanti del villaggio e aver lasciato il suo zampino in alcune imprese strane ed inquietanti: una croce da altare, ad esempio, è stata trovata appesa al contrario; una delle abitanti, Alice Murrain, grazie alla sua fama di strega e veggente ha iniziato a predire sventure contro chiunque, terrorizzando il circondario; uno studioso di magia nera, Xavier Matchlow, si è insediato in una casa del villaggio e si racconta abbia dato vita a numerosi riti satanici. A parte la faccenda del crocifisso capovolto, tuttavia, Deene non sembra preoccupato più di tanto dal racconto del sacerdote: probabilmente, si tratta di messinscene, atte a rendere interessante la vita monotona nella penisola di Guys. Anche Stainer si dichiarerebbe d'accordo con lui; se non fosse che i presagi di sventura non sono finiti qui.

Appena un anno prima, infatti, il piccolo Cyril Gunning è morto in circostanze perlomeno inusuali: in seguito alla sua sparizione durante la notte di Halloween, era stato ritrovato dal padre nei pressi di un antico sito archeologico locale, il Beacon, sporco di sangue e spaventato a morte. Una volta portato a casa e interpellato il medico, si era scoperto che il bambino si era buscato una terribile polmonite, con tanto di delirio dovuto a febbri molto dolorose, e a nulla era valsa l'opera della scienza: il mattino dopo, Cyril era spirato nel suo letto. Una faccenda spiacevole, conviene Deene; eppure non capisce come tutto ciò abbia a che fare con i timori del suo amico sacerdote. È presto detto: Stainer afferma di essere convinto che i genitori del piccolo intendessero farlo esorcizzare, in seguito alla sua esperienza al Beacon. Mentre stava sparlando, infatti, Cyril si era dilungato in bestemmie incredibili e in un racconto sconclusionato, il quale faceva intendere che lui avesse assistito niente meno che a una messa nera. Impensierito dalla sgradevole faccenda e dalla teoria di Stainer, secondo cui forze maligne si stiano sempre più concentrando sulla sua comunità di fedeli, Deene inizia a temere che qualcos'altro di tragico stia per succedere a Clibburn; tanto che la nuova luce gettata sui precedenti presagi funesti lo convince a recarsi a Guys, per verificare di persona se le impressioni del suo amico siano vere o no. E quando, proprio la sera del suo arrivo, uno degli abitanti verrà preso a fucilate davanti alla canonica, l'insegnante capirà che forse c'è qualcosa di vero nell'atmosfera terrorizzante, incarnata da un'ignoto individuo, che aleggia per il villaggio. La peculiare fauna della penisola di Guys, tuttavia, dà vita a un largo numero di sospetti su chi possa essere lo spietato assassino: oltre ad Alice Murrain e Xavier Matchlow, infatti, sono fin troppi gli "strambi" che vivono a Clibburn, dai fratelli Sloman allo scrittore Connor Horseman, dai coniugi Lark ai Garries allo sfuggente Poley. Tra sospetti più o meno fondati, falsi telegrammi e maledizioni velate, l'aura spettrale si farà sempre più accentuata fino all'arrivo di Halloween, quando si verificherà un delitto impossibile; toccherà a Deene far luce sul caso, ammettendo che forse, dopo tutto, da quelle parti il Diavolo ha davvero camminato in terra negli ultimi anni.

"Abbazia nel Querceto" di Caspar David Friedrich,
che raffigura rovine simili a quelle del Beacon
Devo ammettere che, tutto sommato, mi sarei aspettato qualcosa di più da "Notti di Halloween". Con questo non intendo dire che esso sia da bocciare in toto, assolutamente; soltanto, nel corso della lettura ho percepito una sorta di imprecisione continua, come se il caso non riuscisse a procedere liscio, allo stesso modo dei suoi simili. A mio parere, il problema principale di questo romanzo si riscontra proprio nello svolgimento dell'enigma: è come se l'autore si fosse sforzato a creare un'atmosfera del terrore impeccabile, per poi rendere vano tutto il lavoro con un cold case troppo dilungato e un delitto impossibile concluso, al contrario, in tutta fretta. Ad esempio, la faccenda di Cyril ci viene descritta in appena due occasioni (nel racconto iniziale di Stainer, al cap. 1, e nella testimonianza dei genitori alle pp. 60-69) ma sebbene venga senza dubbio trattata in modo esaustivo, ho avuto l'impressione che Bruce l'abbia sfruttata quasi troppo, rispetto a quella riferita al delitto nella sala da ballo. Sfortunatamente, infatti, il risultato finale si rivela molto sbilanciato: pur occupando più o meno la stessa quantità di pagine, infatti, la parte riferita al presunto rito satanico sembra non trovare mai una lunghezza adeguata, dando l'impressione di non sapere dove andare a parare e di prendere ben più di 2/3 del racconto; mentre quella dell'omicidio impossibile, intrapresa da p. 115 circa, pare trattata senza la giusta attenzione.

A peggiorare la situazione, inoltre, va aggiunto il fatto che il lettore risulta impossibilitato nel poter risolvere entrambi i casi, poiché (quasi) non esiste fair-play all'interno di questo romanzo. Deene scopre gli indizi sfruttando un metodo che ricorda molto quello di Sherlock Holmes, in cui l'investigatore capisce tutto grazie alle deduzioni e alla propria analisi specifica delle prove, tenendo conto di fattori noti soltanto a lui o indirizzabili in più direzioni, senza che siano determinanti in un senso particolare (la sospetta telefonata di Matchlow in seguito alla sua visita, alle pp. 92-94, è applicabile ad ogni abitante di Clibburn e la decisione di Deene di attribuirla a un personaggio particolare risulta un po' campata in aria e arbitraria, al fine di far quadrare i conti, oppure l'indizio del nastro nella cassetta di sicurezza, ascoltato ma non riportato parola per parola, nasconde indizi centrali per capire "chi-l'ha-fatto"). Questi elementi non vengono del tutto messi in mano a chi legge, affinché si possa scoprire le carte vincenti, e la mancanza di prove concrete (a parte il flebile cenno a un comportamento sospetto in seguito al delitto di Halloween, come sottolinea lo stesso Deene nella spiegazione dell'ultimo capitolo) o la presentazione delle stesse troppo tardi o in modo troppo vago per potere essere sfruttate suscitano un po' di delusione nel lettore più attento il quale, già amareggiato da una vicenda poco equilibrata, non si sente del tutto soddisfatto dalla conclusione della vicenda.

Rupert Croft-Cooke, alias Leo Bruce, nato
nel 1903 e morto nel 1979
In ogni caso, se la solidità dell'enigma si può considerare il punto debole e principale difetto di "Notti di Halloween", bisogna sottolineare che, per il resto, questo romanzo resta un'opera molto piacevole, pur tarda poiché datata 1970, tra quelle scritte da Rupert Croft-Cooke (vero nome di Leo Bruce). Nato in Inghilterra nel 1903, ma trasferitosi ben presto in Argentina e in seguito un po' dappertutto in giro per il mondo, egli fu antiquario di libri, lettore e critico, oltre che grande viaggiatore. Ben presto, però, decise di passare "dall'altra parte della barricata", diventando in prima persona uno scrittore di romanzi gialli: nel 1936, infatti, pubblicò la sua prima crime novel, "Un Caso per Tre Detective", la quale costituì una prova del tutto fuori dal comune per la sua ironica presa in giro di detective dilettanti come Lord Peter Wimsey e Hercule Poirot, e che si segnalò per essere il debutto del placido Sergente Beef, il quale risolverà il caso in barba alle critiche dei suoi più rinomati colleghi e del suo biografo ufficiale e "spalla", Lionel Townsend. Questo personaggio restò in carica fino al 1952, mentre l'autore trascorreva gli anni della Seconda Guerra Mondiale in India, per conto dell'Intelligence, e ogni tanto si dedicava alla scrittura di testi di tutt'altro genere, che lui riteneva più importanti ma, come spesso accade, risultano meno famosi dei suoi gialli. L'anno seguente, però, Bruce venne processato per omosessualità e condannato a trascorrere sei mesi in prigione: la cosa lo indusse, nel 1954, a lasciare definitivamente l'Inghilterra e a trasferirsi in Marocco, dove riprese a scrivere gialli ma con un protagonista diverso, il Carolus Deene di questo "Notti di Halloween" e di altri ventitré romanzi, più simile al suo autore in quanto ricco insegnante di storia e appassionato di libri antichi, nonché vicino alla classica figura dell'investigatore tradizionale. Bruce continuò a scrivere fino al 1979, quando morì, con risultati altalenanti: H.R.F Keating lo giudicò "immancabilmente eccellente", mentre Steinbrunner e Penzler nemmeno lo inclusero nella loro "Encyclopedia of Mystery and Detection". Nonostante ciò, comunque, egli viene considerato un innovatore da Martin Edwards, il quale ha paragonato la sua opera, in quanto ad inventiva, a quella di Anthony Berkeley (più precisamente, il suo "Un Caso per Tre Detective" quale degno successore di "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati", e "Case with Four Clowns" di "Assassinio in Cantina"); nonché un esponente di spicco della cosiddetta "Golden Age" del mystery classico, grazie alla pungente ironia che contraddistingue il suo stile e a un grande talento nel tratteggio della trama.

Queste caratteristiche si possono ritrovare anche in "Notti di Halloween": infatti, al di là del fatto soggettivo dell'uso di bambini come vittime (come si è visto in "Presagio di Morte" di Patrick Quentin), qui in modo meno atroce ma pur sempre poco confortevole e troppo "moderno" per alcuni, sono da sottolineare i fulminei momenti di ironia nera che spezzano la tensione, le descrizioni originali dei personaggi delle tristi vicende di Clibburn, l'ambientazione e, soprattutto, l'atmosfera affascinante e spettrale che il suo autore riesce ad evocare con impareggiabile maestria. A partire da quest'ultimo aspetto, vorrei sottolineare l'aura claustrofobica del villaggio di Clibburn, descritta in modo efficace soprattutto attraverso l'uso di nottate piovose, di continui riferimenti allo straniero e ai forestieri malvisti (pp. 9, 19, 67-68, 187-188, 192-195, 208; tema di grande attualità) e di abitanti superstiziosi al limite dell'ossessione. La stregoneria domina in tutto il romanzo (capp. 1, 5, 7, oltre a pp. 169-170), con avvenimenti ad essa legati molto ben descritti, e la psicologia dei protagonisti ne risulta influenzata: Alice Murrain (pp. 172-180) offre un esempio lampante, ma anche gli altri, come i Matchlow, gli Horseman, i Lark e i Garries, con le loro caratteristiche fisiche particolari quali una gamba di legno o una sedia a rotelle, non sono da meno nell'alimentare la psicosi maledetta che si agita nella penisola di Guys. Vengono delineati ancor meglio del solito, forse proprio perché immersi in un'atmosfera tanto lugubre, assieme a un'ambientazione sufficientemente affascinante la quale, tuttavia, avrebbe forse guadagnato qualcosa grazie a un'incursione di Deene al Beacon, con tanto di descrizione spettrale delle rovine e dell'altare dove si dice vengano sacrificati agnelli e altri piccoli animali; per non parlare del Pozzo senza Fondo, centrale nella soluzione finale ma mai mostrato, che avrebbe forse fornito qualche indizio in più, così da facilitare il compito di comprensione del lettore e arricchire l'indagine. Comunque, tutto ciò viene amalgamato a uno stile ironico e pungente, dal tono spesso cupo e cinico (non dobbiamo dimenticare che "Notti di Halloween" risale al periodo post-prigionia dell'autore) ma a volte pure spassionatamente leggero (vedasi la ridicola abitudine della signora Lark di abbreviare alcune parole), che da vita a una vicenda caratterizzata da una forte inquietudine, ma perfetta per un appassionato di giallo classico, alla ricerca di una storia leggera con cui trascorrere la notte di Halloween. Un buon libro, insomma, segnato da un enigma un po' debole ma, per questo, poco impegnativo. Buon Halloween!

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venerdì 30 agosto 2019

7 - "L'Arte di Uccidere" ("The Lost Gallows", 1931) di John Dickson Carr

Copertina dell'edizione pubblicata
nei Classici del Giallo Mondadori
n. 937
Il 10 settembre l'editore inglese British Library pubblicherà, all'interno della collana "Crime Classics" curata da Martin Edwards, una nuova edizione di "It Walks By Night" (ovvero "Il Mostro del Plenilunio"), la prima crime novel di John Dickson Carr risalente al 1930. Si tratta di un piccolo grande evento, poiché in Inghilterra questo romanzo è scomparso dagli scaffali da almeno vent'anni (per non parlare di quelli italiani, dove esistono solo vecchie traduzioni tagliate e difficili da rintracciare) e la questione riguardante la cessione dei diritti non è delle più facili. Proprio a causa di tali complicazioni, penso che sarà molto difficile mettere in pratica un'iniziativa simile in Italia: quindi, da parte mia, ho già provveduto a ordinare una copia della Crime Classics; un po' perché non può mancare nella biblioteca di un appassionato di giallo classico, ma anche per il fatto che, insieme al romanzo in oggetto, in appendice verrà pubblicato un raro racconto dal titolo "The Shadow of the Goat", con protagonista lo stesso Henri Bencolin che investiga in "Il Mostro del Plenilunio". Quest'ultimo è l'uomo di punta della polizia parigina, viene spesso coinvolto in indagini su crimini insoliti e spettacolari e può essere considerato il prototipo dei personaggi più famosi di Carr, Gideon Fell e Henry Merrivale: è alto, robusto, con un pizzetto a doppia punta e un paio di baffetti, che gli conferiscono un'aria Mefistofelica e un carattere più sadico di quello dei suoi successori, ma anche la stessa intelligenza e astuzia. Bencolin è stato utilizzato per cinque volte come investigatore, tra il 1930 e il 1937, e in attesa della ripubblicazione del suo esordio ho deciso di leggere e recensire la sua seconda avventura, "L'Arte di Uccidere" (Classici del Giallo Mondadori n. 937, 2002). Si tratta di un classico caso impossibile che vede una sfida lanciata da un assassino alla polizia, in cui sono presenti una strada che non esiste, una forca nascosta in piena Londra, inseguimenti di auto che si guidano da sole e antiche leggende egizie; per non parlare della solita ristretta cerchia di sospetti e della presenza costante del brivido e di scenari notturni o nebbiosi, che incombono oppressivi su un vecchio club dalla fama sinistra. Tutti questi elementi vi sembrano esagerati e inconciliabili tra loro? Eppure, vi posso assicurare che anche stavolta Carr è riuscito a colpire nel segno, grazie a un'atmosfera suggestiva e caleidoscopica, che spiazza il lettore e lo avvince senza lasciargli scampo, e una soluzione imprevedibile ma del tutto sensata, in cui tutti i tasselli vanno al loro posto.

Fotografia di una Londra notturna negli
Anni '30, come può essere in "L'Arte
di Uccidere"
La storia si apre al Brimstone Club, un antico edificio di Londra che in passato è stato testimone di alcuni eventi spiacevoli, quali il duplice suicidio di una coppia di amanti e le innumerevoli scorribande licenziose del suo fondatore libertino. Nel freddo salone dell'enorme stabile, Henri Bencolin e il suo amico Jeff Marle (narratore del caso attuale e di quello precedente), assieme all'ex vicecommissario di Scotland Yard Sir John Landervorne, stanno ingannando il tempo prima di andare a teatro e, nel mentre, chiacchierano sul delitto e le forme che esso può assumere in base alla mentalità di chi lo perpetra; dopotutto, la giornata nebbiosa e l'aria deprimente e luttuosa che aleggia per i freddi corridoi e le stanze buie del Club sembrano proprio suggerire simili argomenti. A turno, ognuno di loro fa qualche osservazione su alcuni omicidi commessi sul continente; finché Bencolin non accenna a uno strano caso accaduto alcuni anni prima in Francia, dove un cadavere era stato rinvenuto completamente vestito da antico Faraone e il suo presunto assassino si era impiccato nella propria cella, prima di essersi proclamato innocente davanti alla corte. Marle e Sir John si mostrano molto interessati all'argomento, soprattutto l'ex vicecommissario: infatti, solo qualche sera prima, un suo amico (di nome Dallings) gli ha raccontato di aver visto l'ombra di Jack Ketch assicurare il cappio di un capestro lungo una strada di Londra. Landervorne si è ricordato di tali circostanze poiché il caso francese e ciò che è accaduto in Inghilterra recano alcune curiose somiglianze; tuttavia è propenso a considerare la faccenda del suo amico come il frutto di una mente impressionabile, tanto più che Dallings era ubriaco e l'appuntamento con una giovane signora lo aveva talmente scombussolato, da non riuscire più a capire dove si trovava.

A questo punto, però, è la volta di Bencolin di chiedere altre informazioni sulla strana apparizione: nella Londra del XX secolo non capita tutti i giorni di imbattersi in una forca, e il fatto che l'egiziano Nezam El Moulk, uno dei testimoni del caso francese, alloggi proprio al Brimstone Club solletica la sua curiosità e il suo senso del pericolo. Infatti, l'uomo di punta della polizia francese teme che possa verificarsi qualche evento spiacevole; e quando verrà rinvenuto un patibolo in miniatura proprio al Club, Bencolin capirà che qualcosa di sconvolgente si sta preparando a piombargli tra capo e collo. La successiva scomparsa impossibile di El Moulk, verificatasi nella sua auto in corsa e guidata da un autista cadavere, e il succedersi di altre strane circostanze (tra cui l'annuncio che il poveretto è stato impiccato proprio da Jack Ketch lungo Via della Rovina, una strada che nelle capitale non esiste) lo convincono di trovarsi di fronte a un caso del tutto fuori dal comune; tanto più che i testimoni e gli amici dell'egiziano (un segretario subdolo, una femme fatale sull'orlo di una crisi di nervi, un medico appassionato di delitti storici, un giovanotto coinvolto nel caso francese e un piccolo inserviente del Club) sembrano avere ben più di un movente per aver messo in atto un delitto del genere, ma sono privi delle qualità necessarie a portare a termine un piano tanto elaborato. A questo punto Bencolin decide di buttarsi nell'indagine, affiancato da Marle e Sir John; ma dovrà passare un bel po' di tempo prima che riesca a trovare il bandolo della matassa e a smascherare Jack Ketch, mentre altre persone muoiono sulla strada che porta alla Rovina e la salita verso la meta si fa sempre più pericolosa.

Copertina dell'edizione paperback di
"L'Arte di Uccidere"
"L'Arte di Uccidere" è stato il secondo libro che Carr ha scritto nel corso della sua lunga carriera, per cui mostra ancora un po' di inesperienza rispetto a quelli pubblicati in seguito, con protagonisti Fell e Merrivale. Intendiamoci: questo non vuol assolutamente significare che sia scadente oppure di molto inferiore agli standard cui il Maestro ci ha abituato; solo, gli elementi stilistici e narrativi che avrebbero fatto il successo dell'autore non sono del tutto sviluppati, a partire dalla resa dell'atmosfera, la quale risente ancora delle storie che il giovane Carr aveva assimilato fin da quando era piccolo. In più di un'occasione, infatti, egli ha confessato di essersi appassionato alla lettura grazie alle lunghe ore trascorse nella biblioteca del padre, avvocato penalista e membro del Congresso in America, a divorare i romanzi di cappa e spada scritti da Dumas, insieme alle avventure narrate da Stevenson e (ovviamente) da Poe; per poi passare ad Arthur Conan Doyle e soprattutto a G.K. Chesterton, il quale divenne una vera e propria ossessione per lui. Non c'è da stupirsi, quindi, se leggendo la serie di Bencolin ci sembra di ritrovare lo stesso clima denso e gravoso in cui agirono i Tre Moschettieri, Padre Brown o Sherlock Holmes, mescolato al gusto per il grottesco e l'horror che fu la caratteristica principale delle storie del Maestro del Terrore americano. Si trattò di una semplice, diretta conseguenza dell'influenza che i classici ebbero sulla sua fantasia. Se in seguito Carr riuscirà ad alleggerire i toni usati per la descrizione delle atmosfere, in queste prime prove narrative sfrutta spesso situazioni in cui la presenza della notte oscura e minacciosa viene accostata in modo addirittura eccessivo al soprannaturale, come nei libri di Fantômas, dove si percepisce quasi a livello fisico la pesantezza del pericolo che incombe sui personaggi, schiacciati dal lusso di ambienti decadenti e da quell'aura marcescente e orrorifica che ha caratterizzato le vicende di sangue e a lume di candela del romanzo ottocentesco, insieme ai suoi amori tormentati. La Londra nebbiosa, ad esempio, la fa da padrone in "L'Arte di Uccidere": è insidiosamente misteriosa, da brivido, genera mostri e turba il lettore con la sua parvenza da ossessivo sogno ad occhi aperti; lungo le sue strade, il dottor Pilgrim e il giovane Dallings hanno scorto l'ombra di una forca, i fantasmi bussano alle porte delle case, le persone vengono inghiottite nel nulla e vie invisibili possono apparire e scomparire con immensa naturalezza. Anche il Brimstone Club, paragonabile a un personaggio in carne ed ossa, appare come un relitto del passato, un luogo in cui il Male ha alloggiato e dove è ancora possibile esercitare attività tragiche come l'omicidio; edificio angoscioso e tetro come un castello medievale o le segrete della Bastiglia in cui Filippo Marchiali, gemello di Luigi XIV, è stato rinchiuso in "Il Visconte di Bragelonne" (vedasi p. 19-22). In queste occasioni, Carr accentua molto il carattere drammatico della narrazione, indugiando su stanze gelide come la Morte e tenebre pervase dall'orrore e da una tensione palpabile (elementi che, in seguito, verranno perfezionati nelle descrizioni di "Le Tre Bare" e "L'Automa"); e lo fa grazie al suo modo inconfondibile di dipingere le situazioni come se fossero stati d'animo, che non ci lascia mai indifferenti.

Infatti, se in primo luogo sono le ambientazioni a costituire il punto forte (e debole allo stesso tempo) di questi primi gialli, non bisogna dimenticare anche lo stile solenne con cui le tratteggia. Una volta Dorothy L. Sayers disse: "John Dickson Carr ci trasporta dal piccolo, artificiale mondo del comune intreccio poliziesco nell'oscurità minacciosa che sta al di fuoriÈ in grado di creare un'atmosfera con un aggettivo e di rendere un'immagine da una cancellata di ferro, un tavolo impolverato, una lampada a gas che spunta dalla nebbia. Può metterci in apprensione con un'illusione o deliziarci con un'allegra assurdità. Ogni frase ci dà un brivido di convinto piacere"; ebbene, vi sfido ad essere in disaccordo con lei, soprattutto dopo aver letto "L'Arte di Uccidere". Prendendo spunto ancora una volta dai romanzi avventurosi del secolo precedente, infatti, egli unisce una narrazione animata e pittoresca, che colloca la sua opera tra le più vive e leggibili di tutta la crime story, a un tono sarcastico, mellifluo e teatrale, molto fosco ma pur sempre eccellente, che non fallisce nell'ornare i suoi incubi fittizi. Questa unione di tecnica a tinte forti e atmosfera eccessiva restituisce l'idea che Carr, come egli stesso sottolineò, intendesse scrivere crime novels particolari, ispirati alle opere di cappa e spada che aveva letto anni addietro ma in cui non intendeva rinunciare all'elemento della detection, i quali costituiscono il prototipo dei suoi libri successivi, in cui questi aspetti sono pur sempre presenti, anche se meno invasivi, e come tali andrebbero considerati. Si tratta di romanzi imperfetti che, come ho sottolineato, dimostrano senza dubbio l'inesperienza e le influenze letterarie di Carr, pur restando sempre affascinanti. Personalmente, da fan del mistero con la giusta dose di suspense (come avrete capito dalla recensione di "Svanita nel Nulla"), ho apprezzato molto il drammatico risultato finale, anche se mi rendo conto di come esso possa apparire forzato e sovrabbondante: alcuni, infatti, accusano la serie di Bencolin di essere fin troppo teatrale ed esagerata nei toni, e di indugiare tanto in essi da impedire al lettore di godersi la storia e di prendere fiato, insieme al fatto che l'enigma non è stato curato alla perfezione. L'identità di Jack Ketch, sostengono, è facilmente individuabile, e i "problemi impossibili" dell'apparizione misteriosa degli oggetti nell'appartamento di El Moulk e dell'auto che si guida da sola non vengono considerati come tali, col risultato di intaccare l'aura di magia caratteristica delle storie in cui una spiegazione razionale non sembra esistere. Ebbene, non voglio negare che i difetti ci siano; tuttavia, sono convinto che si tratti di piccolezze, le quali si possono perdonare al Carr alle prime armi. Dopotutto, una certa solennità ben si addice alla serie con Bencolin, dove la vendetta risulta spesso il movente dell'assassino e l'onore gioca un ruolo di primo piano; mentre l'enigma, pur di livello inferiore rispetto a quello di altri capolavori, dimostra un'inventiva indiscutibile e buone intenzioni, oltre al fatto che, pur in modo abbozzato, mette già in luce l'intenzione dell'autore di voler creare giochi di prestigio "alla Maskelyne", in cui conta più il metodo della psicologia.

John Dickson Carr, nato nel 1906 e morto nel 1977
L'ingegnosità delle trame e il fascino per "l'impossibile che diventa realtà", oltre che per i trucchi di prestigiatori come quello sopra citato, sono sempre state caratteristiche innate di John Dickson Carr (o Carter Dickson, per usare lo pseudonimo con cui firmò i romanzi con Henry Merrivale), alla pari del concetto di voler "giocare una partita" col suo pubblico ad armi pari. La pretesa del rispetto del fair-play e la scommessa che poneva in ognuno dei suoi numerosi libri (come quella a p. 44 di "L'Arte di Uccidere", tra Bencolin-Carr e Landervorne-lettore) farebbero pensare che egli fosse nato in Inghilterra, la patria del giallo deduttivo; invece, la città che gli diede i natali fu l'americana Uniontown, in Pennsylvania. Laggiù, mentre suo padre aveva felicemente intrapreso la carriera di avvocato e pregustava una futura associazione col figlio, Carr iniziò invece il lungo percorso che lo avrebbe portato a diventare uno dei giallisti più famosi di tutti i tempi: dapprima, dimostrando una memoria formidabile con la recitazione di monologhi tratti da "Amleto", pagine di D'Artagnan, Sherlock Holmes e "Il Mago di Oz"; e poi attraverso la scrittura di racconti, pubblicati sul giornale scolastico dello Haverford College, dove esordì la figura del giudice istruttore Henri Bencolin di Parigi. Nel 1928, lo scarso rendimento scolastico spinse i suoi genitori a compiere la scelta estrema di allontanarlo dagli Stati Uniti in favore della Francia, dove avrebbe dovuto studiare alla Sorbonne. Il posto, tuttavia, non si addiceva a un giovane dalle idee conservatorie come lui e la vita da bohémien trovò una ferma opposizione da parte sua; eppure, l'ambiente si mostrò favorevole per dare il tocco finale al romanzo che stava scrivendo. Fu così che nacque "Il Mostro del Plenilunio", la versione ampliata e rivista di un lungo racconto che Carr aveva scritto ai tempi della scuola americana, "Grand Guignol", proprio con Bencolin quale personaggio principale. Il modesto successo che arrise al suo protagonista, rispetto ai successivi Fell e Merrivale, per qualche tempo costrinse Carr a tornare in America dai genitori; finché, nel 1930, durante una crociera, incontrò Clarice Cleaves, una ragazza di Bristol che poco dopo sarebbe diventata sua moglie. È curioso come proprio "Il Mostro del Plenilunio" sia stato il tramite attraverso cui Carr e Clarice iniziarono a scambiarsi le prime confidenze: in "The Golden Age of Murder", infatti, Martin Edwards ha spiegato che, in seguito al loro primo incontro nella sala del parrucchiere di bordo, i due futuri sposi trascorsero una serata a ballare e chiacchierare del più e del meno, finché Carr non accennò al fatto che aveva scritto una detective novel e chiese a Clarice se le avrebbe fatto piacere leggerla. In realtà, la ragazza non nutriva un particolare interesse in indagini e assassini fittizi; eppure, non ebbe cuore di deludere le evidenti aspettative del suo nuovo amico ed accettò di dargli un responso su quel libro. In quel modo, tra i due scoccò la scintilla ed entro un paio d'anni si trasferirono definitivamente in Inghilterra, dove la novella signora Carr intendeva far nascere le sue figlie. Anche suo marito (che nel frattempo aveva deciso di abbandonare Bencolin in favore di altri due personaggi molto simili tra loro, il dottor Gideon Fell e l'avvocato Henry Merrivale) fu entusiasta della scelta: dopotutto, era la patria dei suoi idoli d'infanzia, Chesterton e Doyle (del quale in seguito fu co-autore della biografia ufficiale), e sembrava che laggiù fosse il posto ideale per scrivere gialli sullo stile tradizionale; senza contare il fatto che la Storia dell'Europa cui poteva attingere avrebbe fornito molto materiale per il tipo di libri che intendeva scrivere.

Un'altra caratteristica dell'opera di Carr, infatti, è quella di affondare le proprie radici in miti e leggende molto antiche: ne sono un esempio le numerose citazioni che possiamo trovare all'interno di romanzi come "Il Terrore che Mormora", la cui trama ruota sul vampirismo, oppure dello stesso "L'Arte di Uccidere". Qui sono i culti segreti, le maledizioni e la religione degli antichi Egizi, assieme ai più recenti racconti sul boia di Londra, Jack Ketch, ad occupare la trama e a fornire la base per i misteri del libro, insieme ai riferimenti generali a streghe e folletti (da notare la citazione alla "Canzone di Tom O'Bedlam", dove viene menzionato un hungry goblin che tornerà nel titolo originale di "Il Mistero di Muriel", l'ultimo suo romanzo pubblicato nel 1972, pochi anni prima della morte). Si tratta di argomenti che, proprio grazie alla loro aura di velato soprannaturale, si prestano ad essere interpretati e sfruttati in modo da fornire al lettore una base relativamente reale per un delitto immaginario, e che permisero a Carr di dare sfogo a un'insaziabile sete di ricerca storica. Questa passione emerge dalla lettura di alcuni romanzi giallo-storici, come "La Sposa di Newgate", "Il Diavolo Vestito di Velluto" e "La Corte delle Streghe" (uno dei suoi capolavori) e viene spesso incarnata dai personaggi dei suoi gialli, come ad esempio il dottor Pilgrim in "L'Arte di Uccidere" (vedasi p. 139 e p. 145). Tuttavia, fu il Delitto l'argomento a cui Carr si sentì più legato; tanto che i suoi detectives soffrirono di una vera e propria ossessione nei confronti della Storia del Crimine: Bencolin, Merrivale e Fell, infatti, di volta in volta si fecero portavoce dei pensieri dell'autore, attraverso semplici citazioni (pure di casi reali, come avviene in "Occhiali Neri") ma anche con l'utilizzo di piccole "conferenze" sull'omicidio e la sua applicazione nei romanzi del mistero. Senza contare il breve scambio di battute sulla mentalità dell'assassino alle pagine 10-12, in "L'Arte di Uccidere" se ne può leggere una prova nel dialogo che Marle e Bencolin mettono in scena alle pagine 91-95: in questa occasione, i due discutono sui meriti della crime story e sui metodi utilizzati dagli autori nel trattare l'enigma; e se Marle, da buon Watson di turno, sembra propenso a considerare la realtà delle cose più eccitante della finzione, il suo compagno si dichiara fermamente contrario. È la fantasia a dare forma al mondo reale, sostiene Bencolin, per cui lo scrittore non deve sforzarsi di tradurre con troppo rigore la realtà che lo circonda in materiale per i suoi libri, ma limitarsi a narrare una storia che, per quanto possa apparire a volte improbabile e con personaggi simili ai burattini del teatro citati a p. 143, procuri divertimento al lettore.

Un assunto che dimostra al meglio quale fosse la concezione di Carr riguardo il romanzo giallo: costruire vicende credibili in cui, tuttavia, non mancasse quel pizzico di irrealtà che li contraddistingue da mere cronache. Non per caso egli fu il primo americano ad essere ammesso nel Detection Club, grazie al sostegno di Dorothy L. Sayers e Anthony Berkeley; dopotutto, sono evidenti la comunione di interessi per il true crime e intenti a cui egli stesso e gli autori della Golden Age miravano. Nei suoi gialli, infatti, si possono ritrovare diversi elementi che rimandano alla crime story di quel periodo: a parte l'ambientazione, i personaggi vedono un evolvere della propria situazione, di libro in libro, e possiedono caratteristiche particolari che li contraddistinguono dalla massa (gli investigatori sono bruschi e imponenti, onniscienti e sanguigni; gli antagonisti subdoli e intelligentissimi; i comprimari come El Moulk sono interessati ad argomenti insoliti o provengono da luoghi esotici, da cui traggono la loro mentalità particolare; spesso sono presenti eroine femminili in pericolo) e gli enigmi sono costruiti con una tecnica che li rende spettacolari, fuori dal comune; un po' alla maniera di quelli di Ellery Queen, come ha sottolineato Howard Haycraft. Si tratta di favole soprannaturali dalle soluzioni apparentemente incredibili, a volte tanto complesse da non permettere al lettore di riuscire a risolvere il mistero prima che l'autore ce lo sveli, in cui il finale lascia spiazzati e sorpresi; come in questo "L'Arte di Uccidere", dove il lato satanico di Bencolin emerge in tutta la sua forza e il pubblico viene lasciato col fiato sospeso fino allo scioglimento del tutto logico del caso. Un'opera divertente e tutto sommato convincente, a mio parere, da leggere in una di quelle sere dove il buio avanza fuori dalle finestre e immaginiamo la brughiera immersa in un limbo temporale, e la nebbia preme contro i muri a nascondere le ombre.

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