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venerdì 12 febbraio 2021

61 - "Delitto al Concerto" ("When the Wind Blows", 1949) di Cyril Hare

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Penso che la musica, intesa in senso generale, sia una delle cose più straordinarie che ci siano al mondo. Essa ci permette di svagarci e divertirci, se un brano è particolarmente movimentato; di scatenarci, nel momento in cui abbiamo bisogno di qualcosa di forte che si faccia scaricare la tensione; di commuoverci, quando ci sentiamo di dover sfogare un'emozione che non trova via d'uscita dalla nostra testa; di consolarci, se abbiamo bisogno di sentirci dire che "va tutto bene" e che non siamo soli. Nel mio caso specifico, inoltre, la musica è stata uno dei mezzi attraverso cui ho fatto nuove amicizie. Penso soprattutto al Festival della Canzone Italiana di Sanremo, che ha unito e unisce gran parte del popolo social di Twitter: ecco, quest'ultimo è stato (ed è tutt'ora) uno degli argomenti-chiave nelle discussioni che intrattengo con i miei amici: ci dà di ché divertirci e sfogarci e lamentarci per mesi e mesi (soprattutto quest'anno che, con la pandemia ancora in corso, ancora non si sa bene come si svolgerà). E se Sanremo è sempre più un contenitore delle materie più disparate, dalla promozione di fiction alla presentazione di progetti culturali, dalle ospitate in occasione di imminenti spettacoli teatrali in uscita, al semplice momento di distensione nei confronti del ritmo serrato della gara, la vera protagonista dello show resta pur sempre la musica, che lo si voglia oppure no. Quella che piace a tutti, nel bene e nel male; che genera dibattito pacifico e litigate furiose, facendoci accapigliare e intrattenere. Penso ad esempio alla pagina Instagram "SanremoHistory" del mio amico Antonio (qui trovate il link), dove lui si diverte a giocare con le canzoni vincitrici del Festival, ma ogni tanto si ritrova a confrontarsi con persone decisamente poco pacate; ecco, come illustra questo esempio, la musica riesce a unire e a dividere. Ma essa non fa soltanto questo, dato che dà da mangiare a molte più persone di quante possiamo lontanamente immaginare. Come ci ricordano spesso i lavoratori del mondo dello spettacolo che organizzano concerti, allestiscono palchi, noleggino strumenti musicali, fanno parte di orchestre, si occupano di studiare e spiegare la materia (come fa Selene attraverso il suo canale YouTube a questo link, mentre studia per poter lavorare nel settore in futuro), ognuna di questa figura professionali riesce a sbancare il lunario proprio grazie alla musica. Essa è qualcosa di meraviglioso, che unisce l’arte pura al mercato economico, capace di esprimersi in toni ufficiali e altisonanti, ma anche attraverso forme meno pretenziose, come dimostrano i thread di Federico sul suo "Sanremo 70e1" appena conclusosi e il profilo Instagram di Levis, che mi auguro possa presto ospitare tante canzoni.

Sì, penso proprio che la musica sia qualcosa di straordinario; e non solo perché io stesso suono il pianoforte. Essa riempie le nostre vite ogni giorno, senza che magari ce ne accorgiamo; eppure è lì di fianco a noi, pronta ad essere d'aiuto quando ne abbiamo bisogno, e molto spesso diventa materia di discussione in innumerevoli declinazioni. Scrivendo su Three-a-Penny, in questa occasione vorrei sottolineare come essa occupi un ruolo di rilievo all'interno della classica crime story. Già in passato abbiamo visto come il suono abbia giocato in primo piano all'interno di un romanzo del mistero: penso, ad esempio, all'importanza delle nove campane della chiesa di Fenchurch St. Paul, in "Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers, le quali sono state importantissime nel farsi mezzo attraverso cui una certa entità si è manifestata davanti agli uomini e alle donne inermi del villaggio. Anche in un libro che purtroppo non è stato tradotto in italiano (e spero si rimedierà presto), "The Organ Speaks" di E.C.R. Lorac, la musica è al centro dell'attenzione, dal momento che un cadavere viene rinvenuto mentre siede allo strumento del titolo, e nella trama si fanno tanti riferimenti sul tema, al punto che la stessa Sayers lo giudicò "molto originale, molto ingegnoso e notevole per la scrittura atmosferica e lo sviluppo dei personaggi". Dal lato americano del giallo, la musica fa da sfondo alle vicende narrate in "Undici Calze di Seta" di Craig Rice, il quale vede il rinvenimento di un cadavere prima strangolato e poi nascosto all'interno di una custodia per contrabbasso; mentre in "Un Cadavere Senza Importanza" di Charles Daly King la questione si fa ancora più complessa, dal momento che la storia stessa viene divisa come se fosse una rapsodia, e nell'enigma sono inclusi uno strano pianoforte che potrebbe uccidere attraverso il suo stesso suono. Insomma, come potete vedere, la musica è una materia molto gettonata nel giallo classico e ha fornito numerosi spunti ai suoi autori. Anche nel romanzo che recensisco oggi (come probabilmente vi sarete aspettati, dopo questa introduzione), essa gioca un ruolo importante nella trama e nel suo enigma: "Delitto al Concerto" di Cyril Hare (Polillo Editore, 2005), infatti, presenta uno di quei complessi misteri, tipici della prima metà del Novecento, in cui l'appassionato giallista e musicista potrà cimentarsi con successo. Chi non mastica molto la musica classica potrebbe incontrare delle difficoltà nello scioglimento in autonomia del delitto, ma questo non significa che non riuscirà comunque a divertirsi e a godere delle vicende narrate e orchestrate (bisogna proprio dirlo) in maniera eccelsa dall'autore: provate a dargli una possibilità per rendervene conto.

Travel to the Theatre, Herbert Ashwin Budd,
1930, raffigurante una scena fuori da un teatro
La storia è ambientata prevalentemente nel mese di novembre, quando la Markshire Orchestral Society si ritrova ad organizzare i consueti quattro concerti che l'orchestra cittadina dovrà eseguire nel salone del municipio. Il comitato, composto dalle signore Charlotte Basset (violoncellista), Susan Porteous (violinista) e Jane Roberts, e dai signori Robert Dixon (segretario), Clayton Evans (direttore d'orchestra), Billy Ventry (organista) e Francis Pettigrew (tesoriere), ha preparato un piano ben preciso sotto la guida ferrea di Evans e si appresta a dare inizio alle prove della prima esibizione della stagione. In questa occasione, saranno suonati l'Alleluia Op. 7 n 3 di Händel, un brano che prevede alcuni momenti da solista per Ventry; il concerto per violino di Mendelssohn, con un importante assolo, e la sinfonia di Praga di Mozart; tutti brani che rientrano nelle capacità dell'orchestra mista di dilettanti e professionisti di cui essa è composta. L'unico inconveniente, che rischia di mandare all'aria ogni cosa, è l'inclusione della celebre Lucy Carless, la violinista che dovrà esibirsi in solitaria proprio nel pezzo di Mendelsshon, nel numero dei partecipanti: infatti, non solo la donna è conosciuta per il suo temperamento nervoso e capriccioso, ma è pure l'ex moglie di Dixon. Tuttavia, in un primo momento tutto pare andare liscio: Robert acconsente a tornare in contatto con Carless quanto basta per portare a termine il concerto, e il primo avvicinamento tra i due non suscita alcun problema. Addirittura, alla festa che il mondano Ventry organizza a casa sua la sera delle vigilia dell'esibizione, Dixon e Carless presentano senza rancore all'altro i rispettivi nuovi compagni di vita. Insomma, tutto va a gonfie vele, nonostante la famosa violinista conservi un certo snobismo verso i suoi temporanei compagni di lavoro. Poi all'improvviso, il pomeriggio prima della grande esibizione, Carless litiga furiosamente con uno dei clarinettisti ingaggiati da Dixon ed Evans per il concerto, e minaccia di abbandonare lo spettacolo se l'uomo non verrà allontanato. Un bel guaio, vista la carenza di elementi adatti a rimpiazzarlo e il poco tempo che separa l'orchestra dal debutto. Eppure, ancora una volta, i membri del comitato riescono a sventare il problema: Zbartorovski, il clarinettista polacco con cui Carless ha avuto l'alterco, viene rimpiazzato da tale Jenkinson e tutti sono soddisfatti.

Ogni cosa è andata a posto, quindi? Purtroppo no. In tutto questo, infatti, il tesoriere della Markshire Orchestral Society, Francis Pettigrew, non riesce a scuotersi di dosso la strana sensazione che qualcosa di terribile stia per accadere. Probabilmente è un'impressione influenzata dai numerosi intoppi a cui ha dovuto far fronte in prima persona, per conto del comitato: risolvere le beghe economiche, dare disponibilità per assistere a noiose prove, telefonare e contattare artisti presuntuosi e lunatici non lo ha certo messo in uno stato d'animo positivo. Forse anche il fatto di essere stato coinvolto in alcuni delitti, tempo addietro, lo ha segnato: magari vedere due esseri umani urlarsi addosso epiteti e volgarità in una lingua straniera potrebbe aver ridestato i suoi timori nell'imbattersi un un nuovo cadavere. Pettigrew si costringe ad accantonare i timori e, la sera della prima, si accomoda in galleria per assistere allo spettacolo, incrociando le dita. Tuttavia, sorgono ancora intoppi. Lucy Carless ha preteso di essere lasciata da sola nella sala degli artisti finché non arriverà il suo momento; si tratta di una questione di nervi, sembra. Inoltre, proprio mentre l'orchestra intona l'inno nazionale, lo sguardo di alcuni spettatori indugia sul posto inspiegabilmente vuoto dell'organista. Dov'è Ventry? Cosa gli è accaduto? Come mai non si sta preparando per il pezzo d'apertura col suo assolo? Evans, spazientito, si vede costretto a cambiare l'ordine dei brani e attacca con la sinfonia di Praga di Mozart, per poi fare una breve pausa e  andare incontro a Carless nei camerini. Peccato che la donna non arriverà mai in scena, dal momento che è stato strangolata nella poltrona in cui sedeva. Immediatamente il concerto viene interrotto e la polizia convocata sulla scena del delitto. L'ispettore Trimble, aiutato dal sergente Tate, si getta in caccia dell'assassino e pian piano si rende conto che quest'ultimo deve trovarsi per forza nel numero di partecipanti attivi al concerto, tra i membri del comitato oppure tra gli orchestrali. Però nessuno ha avuto movente e occasione per compiere il crimine, a parte un misterioso clarinettista che pare essersi volatilizzato nel nulla. Forse è costui il criminale responsabile? Toccherà a Francis Pettigrew dare un importante contributo alle indagini di Trimble e Tate, affinché l'assassino non resti impunito e vanga arrestato.

Orchestra Pit, Jim Rodgers, raffigurante un direttore intento a
guidare la sua orchestra in un pezzo sinfonico
Dopo la delusione provata nel leggere "Congelato" di Anthony Weymouth, desideravo tornare a concentrarmi su qualcosa di intrigante che potesse ridarmi la gioia di gustare un giallo ben sviluppato, e l'idea di cimentarmi con un libro dove il nucleo principale del racconto fosse costituito dalla musica da concerto mi allettava molto; soprattutto come musicista di brani classici, ho pensato che avrei potuto apprezzare ancora di più l'intreccio. Così, ho deciso di prendere in mano "Delitto al Concerto" e vi posso assicurare che la scelta è stata azzeccata, visto che si è trattato di un romanzo stupendo. Infatti, come era accaduto per "Il Segreto delle Campane", anche in questo libro tutto quanto ruota attorno alla Quarta Arte, intesa per essere di facile accesso a qualunque lettore e pur senza tralasciare la trattazione di altri temi comunque importanti nella narrativa di Hare. Un mondo intero viene descritto in tanti piccoli dettagli che si possono leggere tra le righe: abbiamo il comportamento nevrotico e maniacale dei musicisti e di chi viene in contatto con loro ogni giorno, con liti frequenti e scontri che si verificano nelle occasioni grandi e piccole; la descrizione approfondita di numerose occasioni in cui un'orchestra oppure un comitato ad essa legato si riuniscono e, inevitabilmente, scatenano una serie di botta e risposta che spesso si rivelano essere fonte di frustrazioni ed ansie (cap. 6, pp. 89, 118-121, 213-216, 231-232). Nonostante non siano sempre direttamente funzionali alla trama e allo svolgimento del percorso che porterà alla cattura del colpevole, in più di un'occasione vengono tirati in ballo strumenti musicali di vario genere, brani con le loro peculiari caratteristiche, nomi di celebri compositori e concertisti come Håndel, Mendelssohn, Mozart, Beethoven. Molte volte, inoltre, viene messo in luce il lato artistico della musica, inteso come approccio ad essa da parte dei musicisti: abbiamo Evans che la intende come qualcosa che sta al di sopra di tutto il resto, persino delle indagini della polizia che "rischiano" di contaminare un mondo perfetto ed etereo impossibile da piegare ai dettami della pragmaticità; oppure la visione della signora Basset, la quale vede nella Quarta Arte un mezzo che sta tra l'aulico (dal momento che le permette di esprimere le proprie emozioni) e il pragmatico (sfrutta il suo talento per fare semplicemente colpo sul direttore d'orchestra).

Al di là di ciò, tuttavia, l'aspetto "musicale" del romanzo non si limita alla mera descrizione di un mondo "elevato" rispetto a tutto il resto; voglio dire, non descrive il tema soltanto prendendolo da un punto di vista artistico. Una parte di esso viene trattato secondo un piglio materialista, mostrando come e quanto sia complicato "far quadrare i conti", per dirla in soldoni: i problemi che sorgono quando bisogna pagare un suonatore esoso oppure scontroso; i passi che si devono intraprendere per avere a che fare con qualche musicista che si rifiuta di essere contattato da chiunque, al di fuori di un agente ancor meno disposto a scendere a compromessi; l'organizzazione pratica di un concerto, la quale prevede non soltanto una lunga serie di scontri e botta e risposta di accordi più o meno soddisfacenti, ma pure l'affitto di un luogo materiale dove l'orchestra si possa esibire, il pagamento di tasse inevitabili ed obbligatorie, le riunioni alle quali i membri devono partecipare che devono essere organizzate tenendo conto di tantissime variabili... Anche questo è un merito di "Delitto al Concerto": mostrare come non tutto si riconduca a un aspetto ideale, ma sia necessario scendere a compromessi e occuparsi pure del lato più prosaico dell'organizzazione musicale. E su questi due aspetti antitetici, Hare ha costruito il suo romanzo giallo, sfruttandoli per dare vita a una storia come dicevo straordinaria, in cui si intrecciano uno stile solido e stabile e numerosi temi, per dare vita a un enigma dove la musica non è soltanto un pretesto per infondere atmosfera alla trama, ma gioca un ruolo di primo piano nella soluzione dell'indagine. Al mondo della Quarta Arte, fatuo in molte delle sue caratteristiche, illusorio, poco tangibile, effimero, viene infatti affiancata una narrazione dove i fatti sono ciò che più contano, al di là delle mere idee che uno può farsi; dove le testimonianze hanno più valore delle ipotesi, le correnti sotterranee sono declinate a perseguire mete poco idealizzate e volte a un profitto di carattere tangibile (possedere qualcuno in senso carnale, piuttosto che sentimentale, oppure un guadagno in termini di denaro) e le prove utili per svelare la verità sono di carattere pragmatico, rifacendosi alla conoscenza di cavilli legali come è solito in Hare. La stessa musica, addirittura, viene utilizzata per suffragare la soluzione finale in termini materiali. Credo sia stata questa capacità di mettere assieme mondi distanti tra loro, pur senza dare vita a uno scontro irrisolvibile, la chiave del successo di "Delitto al Concerto". Oltre al fatto di accompagnare il lettore nel complesso mondo della musica da concerto.

Alfred Gordon Clarke, alias Cyril Hare,
nato nel 1900 e morto nel 58
Cyril Hare (pseudonimo di Alfred Gordon Clarke) riuscì in questa impresa grazie al fatto di essere lui stesso un grande appassionato di musica concertistica. Nato nel 1900 a Mickleham, studiò Storia al New College di Oxford prima di intraprendere la professione forense a Londra. In concomitanza con il matrimonio, tuttavia, decise di intraprendere l'ulteriore pratica letteraria per incrementare le magre entrate che gli procurava il suo lavoro ed assunse uno pseudonimo che univa il nome della sua abitazione (Cyril Mansions) con il proprio luogo di lavoro (sito a Hare Court). Come Cyril Hare iniziò a scrivere racconti per il "Punch", finché nel 1937 riuscì a pubblicare con discreto successo il suo primo giallo, "Tenant for Death", in cui le indagini vengono affidate a un ispettore di Scotland Yard piuttosto convenzionale, Mallet. Quest'ultimo ricompare nel titolo seguente, "Death is no Sportsman", ma fu dal 1939 che l'attività letteraria di Hare si fece più originale: con "Suicide Excepted", infatti, egli cominciò a sfruttare la propria esperienza nel mondo giudiziario e della legge inglese per rinforzare intreccio e ambientazione dei suoi libri, dando sempre meno risalto alla figura di Mallet. Nel frattempo, ricoprì per qualche tempo il ruolo di judge's marshal e accompagnò un giudice itinerante con mansioni segretariali nei primi anni della Seconda Guerra Mondiale; esperienza che gli sarebbe servita per dare vita al suo capolavoro, "Tragedy at Law", in cui fece la sua comparsa il suo investigatore per eccellenza: l'avvocato Francis Pettigrew, il quale avrebbe anticipato i "personaggi di carne e sangue" (come l'ha definito il critico Martin Edwards) degli scrittori futuri. Pettigrew, infatti, risulta un individuo molto meno impostato e formale del tipico detective della Golden Age, interessato il giusto al denaro e disilluso, moderno e giusto, per il quale il delitto non è un gioco.

Grande appassionato di storia, di musica classica, di legge (come Michael Gilbert, ad esempio) e provetto oratore, nonché affetto da una "congenita e incurabile indolenza" che limitò la sua attività letteraria, Hare scrisse cinque romanzi con Pettigrew protagonista, che sommati a una trentina di racconti e agli altri rimanenti contano dieci esemplari della miglior crime story di stampo giudiziario, prima di morire nel 1958. Tra questi ultimi, l'unico a non presentare un investigatore di serie fu "Un Delitto Inglese", il quale vide invece come deus ex machina l'insolita figura di uno storico ungherese, il professor Bottwink, e si può considerare il più "classico" dei gialli di Hare. Esso venne basato su "The Murder at Warbeck Hall", un radiodramma composto per la serie "Mystery Playhouse presents The Detection Club", scritto in un tentativo di raccogliere fondi per il Club e trasmesso dalla BBC assieme a:
  • The Murder in the Mews by Agatha Christie;
  • A Nice Cup of Tea by Anthony Gilbert;
  • Sweet Death by Christianna Brand;
  • Bubble, Bubble, Toil and Trouble by E. C. R. Lorac,
  • Where Do We Go From Here? by Dorothy L. Sayers.
Sempre Martin Edwards ha rivelato che, al momento della sua morte, Hare aveva iniziato a scrivere un nuovo romanzo con protagonista il dottor Bottwink; purtroppo però non riuscì a finirlo e non se ne farà mai nulla, poiché l'esiguo manoscritto rimasto incompiuto è talmente breve da rendere impossibile capire come si sarebbe sviluppata la trama. Ciò è un vero peccato, visto il calibro del primo libro di quella che si prospettava come una serie di qualità. In ogni caso, per fortuna, ci resta il resto della sua opera letteraria che non è seconda a nessuno, in campo giudiziario. Infatti, se Gilbert applicò le proprie competenze in campo notarile e di avvocatura, la Legge e la Giurisprudenza trovano in Hare il miglior espressionista. Lo stesso "Delitto al Concerto" mette in mostra questa cosa dal momento che, come era già accaduto in "Un Delitto Inglese", il movente del delitto si debba andare a ritrovare in un cavillo legale che risale nientemeno che al Parlamento di Enrico VIII! Questa attenzione per il mondo giuridico è stata la benedizione/maledizione di Hare: da un lato, gli ha permesso di attingere da una fonte pressoché esclusiva per ricercare elementi da sfruttare per far muovere i suoi assassini, ma dall'altro ha precluso il cosiddetto fair play nello scioglimento del mistero da parte del lettore, il quale ovviamente non conosce tutti i codicilli legali. In questo si può riscontrare l'unico difetto di "Delitto al Concerto"; per il resto, come dicevo, si è trattato di un libro pieno di aspetti narrativi e tematiche interessanti.

Copertina dell'edizione in lingua
originale, pubblicata da Faber
In questo libro, Hare ha unito la propria passione per la musica con la sua ampia conoscenza della legge (pp. 35-38, 255-257), inserendo alcune digressioni che esulano dallo svelamento finale (come quella alla corte d'Assise) ed altre che, invece, sono strettamente legate al caso. Oltre a ciò, tuttavia, l'autore non ha rinunciato a sfruttare e mettere in atto gli accorgimenti che hanno reso grande e duratura la propria narrativa: uno stile a dir poco solido, pianificato e compilato, quasi antico come quello di Richard Austin Freeman, ma senza le lunghe parentesi tratteggiate in tono lirico (non per niente viene citato "David Copperfield" alle pp. 43, 45, 201, 205-206); un'attenzione ai particolari e a brevi descrizioni stringenti per quanto riguarda le ambientazioni; e una caratterizzazione profonda dei personaggi, alternando la loro fisicità con gli aspetti emozionali. Come era accaduto in "Un Delitto Inglese", sono questi ultimi a dare gran parte della forza alla trama. Nell'altro romanzo avevamo uno scenario affascinante come quello della casa isolata dalla neve a Natale; qui, le descrizioni sono meno suggestive e numerose ma non per questo scadenti. Allo stesso modo, inoltre, in "Delitto al Concerto" la storia raccontata non si dilunga più di tanto nel raccontare quale sia lo sfondo delle vicende; certo, nella parte comprendente i primi cinque capitoli ritroviamo una sorta di carrellata sui personaggi, la quale ci fa capire meglio quale sia il rapporto che li lega tra loro e ci permette di entrare nel loro modo di essere, ma da lì in poi è l'indagine ad occupare il centro dell'attenzione. Sono l'ispettore Trimble e il sergente Tate (ai quali si aggiunge saltuariamente Pettigrew) ad essere protagonisti di quanto accade sulla scena, a dispetto del ruolo di investigatore dilettante del tesoriere della Markshire Orchestral Society. Il lavoro della polizia prende il sopravvento su quello di Pettigrew, mostrando quanto esso sia complesso non solo dal punto di vista pratico, con tanti testimoni da interrogare e indurre a svelare la verità, rilevamenti da fare sulla scena del delitto e orari sballati, ma pure da quello umano. Ciò che prova Trimble nei confronti dei sottoposti e delle persone con cui viene in contatto, una sorta di senso di inferiorità che si accentua quando egli si ritrova al cospetto del capo della polizia MacWilliam (pp. 137-138); la frustrazione di Tate nel dover sottostare a un poliziotto più giovane ed inesperto, oltre che addestrato per non essere affabile coi sottoposti; l'affetto sincero che lega MacWilliam a questo giovane investigatore e la spinta a metterlo di fronte alle difficoltà per farlo crescere: tutto ciò è stato espresso in "Delitto al Concerto", e l'ho trovato davvero illuminante e bello, perché ha dimostrato come la polizia non sia fatta di automi senza cuore (pp. 123-125, 182-187, 211-212, 240-244, cap. 11).

Cosa ancora migliore, Hare ha impresso una forte carica ironica alla sua storia e ai suoi personaggi: gli stessi Trimble, MacWilliam e Tate agiscono con atteggiamenti a volte divertenti (come nell'interrogatorio a casa Roberts), ma è soprattutto Pettigrew a mostrarsi goffo e umano (oltre che diversissimo dal segugio ansioso di mettersi alla caccia di un omicida), quando ad esempio deve contattare Jenkinson come sostituto clarinettista (pp. 65-70, 101-104, 187-192, cap. 13). Con questo, però, non bisogna dimenticare che "Delitto al Concerto" è pur sempre un giallo del dopoguerra; pertanto, sono presenti alcuni riferimenti al razionamento di cibo e oggetti come le calze per signore, oltre allo spettro del conflitto e del nazismo stagliato dalla triste vicenda dei Zbartorovski (pp. 195-196). Insomma, c'è un equilibrio su cui si gioca tutto quanto, influenzato dalle correnti sotterranee che legano i personaggi l'uno all'altro, in un misto di amore e odio, gelosia e vendetta, bramosia e disgusto, snobismo e altruismo (pp. 58-59 130-133, 224-228); nessuno viene risparmiato dal conflitto interiore, come poi accade nella vita reale. La signora Basset, ad esempio, è una snob sociale, che misura il valore del prossimo in base al lignaggio e di comporta di conseguenza, ma non si rende conto di rendersi lei stessa ridicola; il signor Dixon, così posato, organizzato e sicuro di sé, appare incapace di accorgersi del tradimento della moglie; Clayton Evans, da parte sua, divide la propria persona tra il disprezzo per chi non possiede una grande cultura musicale e il raggiungimento della gloria. Nondimeno, Lucy Carless possiede un temperamento nervoso e desideroso di riuscire, nel bel mezzo di un eterno conflitto; Ventry è un collezionista di strumenti musicali, ma questo non gli impedisce di essere pure edonista e donnaiolo. Tutti costoro incarnano lo stereotipo del musicista capriccioso e dal temperamento artistico, cosa che si rivelerà funzionale allo svelamento dell'enigma. Non solo trovando sfogo attraverso le azioni dei protagonisti, infatti, il mistero è stato costruito, ma attingendo direttamente alla musica nella sua essenza: non bisogna limitarsi ad applicare il solito metodo del sondare i sentimenti e i segreti nascosti nell'animo, ma possedere una minuziosa conoscenza della Quarta Arte (e della legislatura inglese) per scoprire in anticipo "chi-l'ha-fatto" e in quale modo. Questo è l'unico difetto di "Delitto al Concerto"; per il resto, esso presenta un tipico mistero della Golden Age del giallo britannico che non mancherà di intrattenere il lettore: composto come da scatole cinesi l'una dentro l'altra, pieno di riferimenti alla realtà (come dimostra la citazione al caso delle "Spose nel Bagno" attribuito al serial killer John Gordon Smith) e alla letteratura di Dickens, schematico nella sua suddivisione per punti, con quel misto di Fato e pianificazione che ha reso celebre nel tempo il mystery anglosassone. Super consigliato.

P.S. Una curiosità, per finire. "Delitto al Concerto" è stato dedicato a un certo Arnold Goldsbrough: ci fu mai costui? Ebbene, alcune ricerche sulla rete mi hanno portato a scoprire che si trattava nientemeno che dell'organista al matrimonio tra Hare e Mary Lawrence nel 1933, alla chiesa di St. Martin in the Fields. Sapendo che nella storia è presente la figura di Ventry e che tipo sia egli, non ho potuto pensare che l'autore abbia voluto giocargli uno scherzo. O almeno spero lo sia stato, vista la cattiva reputazione dell'organista fittizio.

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venerdì 13 marzo 2020

28 - "Morte al Telefono" ("Arrow Pointing Nowhere"/"Murder Listens In", 1944) di Elizabeth Daly

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
La settimana scorsa ci eravamo lasciati con la quarantena decretata soltanto per alcune regioni italiane; ebbene, da questa siamo tutti sulla stessa barca. Il Coronavirus, infatti, si è talmente esteso nel nostro Paese (e non solo, visto che si inizia a parlare di pandemia mondiale) da rendere necessaria l'istituzione di alcune regole categoriche per tutti, nessuno escluso, che prevedono il blocco totale di qualunque attività di gruppo e all'aperto. Si tratta di una situazione a dir poco drammatica, la quale limita le nostre attività quotidiane e ci costringe a un riposo forzato che, per alcuni, è davvero difficile da sopportare. Fortunatamente, esistono svaghi che ognuno di noi può praticare anche in casa; e tra questi c'è anche quello di poter continuare ad aggiornare il blog dal proprio salotto (connessione permettendo). Quindi, farò del mio meglio per proseguire nella lettura e recensione di romanzi gialli ogni settimana e fare la mia parte per svagare chi abbia la bontà e la voglia di darmi retta. E intendo fare ciò concentrando le mie scelte su alcuni libri che ben si adattano alla realtà odierna e al periodo storico che stiamo vivendo: libri nei quali contano molto la psicologia e la condizione della mente umana, portata al limite della pazzia e prigioniera di ossessioni sconvolgenti; oppure altri caratterizzati da un'ambientazione dove il mistero assume una connotazione "fisicamente costretta" e claustrofobica (comprendendo nel numero il "delitto della camera chiusa"), per farci empatizzare al meglio con i personaggi e le situazioni che essi andranno a vivere. Ovviamente continuerò a dare la precedenza al giallo di stampo britannico, che resta il mio preferito, ma intendo comunque fare qualche incursione anche in quello americano, le cui caratteristiche hanno forse incarnato al meglio il sentimento che proviamo noi tutt'oggi.

Il fattore principale delle storie di questo tipo, infatti, era costituito dalla grande atmosfera di suspense e angoscia che minacciava e quasi schiacciava i personaggi, tipica delle epopee delle women in jeopardy, (le “donne in pericolo” di Mary Roberts Rinehart e Mignon G. Eberhart), e dalla paranoia in cui essi venivano gettati; aspetto in seguito sviluppato da altri autori e, soprattutto, autrici quali Helen McCloy, Vera Caspary ed Elizabeth Daly. Questo tipo di narrativa espresse al meglio la realtà del loro tempo, così simile al nostro; ma allo stesso tempo venne influenzata dall'analisi in profondità della psiche dell'individuo, dallo straniamento e dalle sensazioni suscitate negli stessi personaggi e nel lettore, a discapito dell'azione tipica degli esponenti della scuola hard-boiled, più attenti al racconto dei fatti nudi e crudi della realtà di ogni giorno; e temi come quello della guerra, delle aspettative da parte del prossimo e delle sue ripercussioni e quello delle ossessioni nascoste o represse divennero terreno fertile su cui sviluppare trame intriganti e originali. I protagonisti sono spesso esponenti di famiglie aristocratiche ormai decadute oppure poveri diavoli sui quali la sfortuna si è accanita senza pietà; attori che non hanno avuto una parte da imparare e spesso sono costretti ad agire a braccio, sperando di azzeccare la battuta e di poter così vivere un po' più a lungo la propria vita grama e tratteggiata stoicamente, senza fronzoli. Il loro scopo diventa quello di non farsi notare, il loro mantra "vivi e lascia vivere" nell'ombra, in silenzio, mentre sviluppano complessi mentali dannosi che li riducono al silenzio e il loro umore vira verso la depressione.

Queste sono immagini molto pessimiste e sconfortanti, che a qualcuno possono apparire intollerabili nel momento storico in cui stiamo vivendo; eppure, io sono convinto che possano diventare catartiche e lenire almeno un po' la desolazione che a volte proviamo, facendoci capire che la situazione potrebbe andare peggio. Tra le letture di questo tipo che preferisco, ci sono sicuramente i libri di Margaret Millar, emblema di un fatalismo e una desolazione che restano irripetibili all'interno del genere della classica crime story, ma soprattutto quelli che scrisse la sopracitata Elizabeth Daly, tra i quali figura l'oggetto della recensione di oggi: "Morte al Telefono" (Polillo, 2006). Si tratta di un libro molto suggestivo, scritto con uno stile splendido e ambientato in uno scenario che pare sospeso nel tempo, in cui l'atmosfera della casa dei Fenway e la tensione psicologica sono influenzate dal conflitto militare in corso e da un diffuso senso di abbattimento e incertezza. I puristi dell'enigma potrebbero lamentare una maggiore concentrazione di indizi psicologici rispetto a quelli materiali, ma vi assicuro che comunque l'enigma si rivelerà di prim'ordine e caratterizzato da una malvagità rara e da un assassino che, nella sua lucida follia, vi darà i brividi.

Dipinto di John Aldridge, dal titolo "Winter Table", 1939, che
raffigura una scena che potrebbe essere vista dalle finestre del
Numero 24, la casa dei Fenway
Tutto ha inizio quando Henry Gamadge, l'investigatore dilettante e bibliofilo protagonista della storia, riceve la visita del signor Schenck, agente del Federal Bureau of Investigation e suo vecchio amico. Costui si è recato all'appartamento intorno alla Sessantesima Strada Est per recapitargli una curiosa missiva, una busta appallottolata trovata per caso dal postino di turno nei dintorni della proprietà della famiglia Fenway, la quale reca l'indirizzo di Gamadge e ha tutta l'aria di essere un'originale richiesta di aiuto. Al suo interno, infatti, si trova una piccola striscia di carta anonima, la quale invita il giovanotto a recarsi al Numero 24 per valutare alcune "interessanti curiosità librarie" non meglio specificate, raccomandando assoluta discrezione. Perché mai qualcuno dovrebbe contattarlo con un metodo tanto contorto, si chiede Gamadge, rischiando di non riuscirci affatto? Dal racconto di Schenck, infatti, traspare il fatto che quella non è stata la prima busta appallottolata, con tanto di indirizzo scritto in stampatello, a venir trovata. Inoltre, il postino avrebbe potuto ignorare quei pezzi di carta tutti stropicciati e non confidare mai ad anima viva i suoi dubbi sull'autenticità del messaggio. Intrigato dal fortunoso ritrovamento, dal fatto che le missive siano state gettate sul prato della casa dei Fenway, come se il mittente ci avesse ripensato, e dalla stranezza di tutta la faccenda, Gamadge decide di scoprire qualcosa di più su quella strana famiglia che pare non farsi mai vedere in giro. Una buona parola da parte dell'aristocratica zia della moglie Clara e l'aggancio fornito da un comune amico libraio permettono ben presto a Gamadge di essere invitato al Numero 24, dove in pochi riescono ad accedere, e di essere introdotto ai suoi curiosi abitanti e ai piccoli problemi che li affliggono; come la scomparsa di una veduta della vecchia Fenbrook (la casa in cui è nato il capofamiglia), sottratta da un libro appena una settimana prima. Ma cosa ha a che fare questa sparizione con i timori del suo misterioso cliente?

Poco dopo, Gamadge viene "contattato" di nuovo da quest'ultimo e inviato nella nuova Fenbrook, la casa di campagna dei Fenway, per compiere una sorta di sopralluogo, durante il quale la faccenda si ingarbuglia ancora di più. Ci sono troppe incognite: non solo chi sia il colpevole, ma anche quale mistero si nasconda al Numero 24 e chi sia la vittima del sopruso. L'uno o l'altra potrebbe essere il padrone di casa, Blake Fenway, riservato e sensibile al punto da voler ignorare le tensioni all'interno della famiglia; oppure sua figlia Caroline, dal temperamento bollente e il carattere cinico e disilluso. Oppure Belle, l'invalida cognata del proprietario della casa, o il figlio menomato mentale di lei, Alden. Chiudono il cerchio un anziano cugino di famiglia, Mott Fenway, e un terzetto di estranei che si è insediato in casa assieme a Mrs. Fenway, quando quest'ultima ha rovinosamente fatto ritorno in America dalla Vecchia Europa, mentre laggiù la guerra iniziava ad infuriare: il giovane Craddock, affetto da febbri intermittenti; l'anziana signorina Grove, dama di compagnia di Belle e sua vecchia amica d'infanzia, e sua nipote Hilda, per il momento isolata in campagna per riordinare l'immensa biblioteca della famiglia. Tornato in tutta fretta a New York, un preoccupato Gamadge si reca nuovamente al Numero 24 per ispezionare l'edificio con l'aiuto ufficioso di Mott Fenway e Caroline, ma si ritrova davanti a un delitto improvviso che infittisce il mistero ancora di più. Capirà allora di doversi sbrigare a risolvere la faccenda, prima che qualcun altro ci rimetta la vita, trovando la veduta scomparsa e smascherando un complotto diabolico.

Dipinto di Richard Savoie, dal titolo "Snowy Painting of
Quebec", che raffigura una tipica strada innevata del continente
americano nel corso del Novecento
Confrontandomi con alcuni amici e conoscenti, ho constatato che "Morte al Telefono" non è stato molto apprezzato. È un responso che mi stupisce solo in parte: da un lato, infatti, capisco le ragioni di quelli che si aspettavano un caso in qualche modo più "tradizionale", in cui fossero presenti indizi materiali e meno congetture e la vicenda venisse raccontata in modo più chiaro, senza intorbidire troppo l'aura attorno ai sospetti. D'altra parte però, come ho già spiegato ormai tante volte, sono convinto che un romanzo giallo non debba essere giudicato soltanto in base all'enigma che presenta al lettore e alla sua limpida complessità; e "Morte al Telefono" è un esempio lampante di ciò, poiché riesce a mettere in luce quanto, a volte, ciò che circonda il mistero sia importante tanto quanto quest'ultimo. Per quanto mi riguarda, una crime novel che si rispetti riesce ad andare oltre le apparenze, ci consegna un'immagine chiara della società del tempo in cui venne ideata e scritta, tratta spesso temi inconsueti per la cosiddetta "letteratura popolare", indaga l'animo umano e la psicologia dell'individuo. Si tratta dello stesso discorso che ho fatto recensendo "Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers, oppure "Sotto la Neve" di J. Jefferson Farjeon: anche in quei libri (soprattutto nel secondo) l'enigma non ha una consistenza adeguata a reggere le aspettative finali di chi legge. Eppure, i loro scenari ci restituiscono un'immagine veritiera di cosa significasse vivere negli anni in cui le vicende sono ambientate. Ci vengono descritti personaggi che possono essere andati persi con l'avanzamento tecnologico e l'evolversi delle classi sociali, ma restano imbrigliati nelle pagine e risparmiati dalle sabbie del tempo in modo simile ai reperti archeologici, simbolo di una realtà che è esistita davvero; ma soprattutto, ci viene mostrato quanto, in realtà, gli impulsi e i sentimenti dell'essere umano non siano affatto cambiati a distanza di anni ed anni.

È ciò a cui ho fatto riferimento nel primo post che ho pubblicato su Three-a-Penny: la capacità della crime story di essere sempre attuale e simile a una lente d'ingrandimento utile per analizzare ciò che ci circonda e noi stessi; soprattutto dal punto di vista psicologico. Forse leggere tanti gialli mi ha reso cinico, ma mi capita spesso di vedere nella realtà di tutti i giorni scene che potrebbero appartenere a un mystery di mezzo secolo fa: gente arrivista e senza scrupoli che approfitta di persone arrendevoli che preferiscono subire in silenzio, invece di ribellarsi; individui ossessionati da manie represse che emergono in superficie di tanto in tanto; ragazzi e ragazze disperati, che non riescono a trovare un proprio posto nel mondo e trascorrono il tempo cercando di dare un senso alla propria esistenza. Per fortuna, tutto questo è inframmezzato da tante altre cose positive, che lasciano spazio a più di una speranza, come la buona volontà, l'istinto e l'intenzione a non arrendersi mai; però, è innegabile che le "paturnie" (per usare un'espressione di Holly Golightly) e un certo senso di malinconia e fatalismo permangano nel nostro animo adesso come mezzo secolo fa. Ecco, è questo ciò che, dal mio punto di vista, rende apprezzabili tanto quanto le opere più "tradizionali" i gialli psicologici delle autrici americane della prima metà del Novecento, come Margaret Millar ed Elizabeth Daly: riuscire a scavare nel profondo per portare in superficie i demoni e le paure degli individui, che sono un po' anche le nostre, e trasformarle in uno strumento di catarsi proprio come è accaduto quando sono state pubblicate. E a ben guardare, ci sono metodi differenti per farlo. Millar, infatti, ha ideato storie dove le vicende si fanno sempre più nere e disperate, calate in atmosfere notturne e un po’ rarefatte, in cui la salvezza dei personaggi non è contemplata e il Destino, influenzato dal loro carattere e dalla perdita della ragione, diventa una figura imbattibile, un incubo ad occhi aperti che si abbatte condannandoli a un'eterna infelicità (incidendo così nella narrativa di Helen McCloy); Daly, al contrario, compie un'azione diversa. Prendendo ad esempio proprio "Morte al Telefono", possiamo vedere che tutto sommato, pur regnando un diffuso senso di sconforto misto a desolazione ed arrendevolezza, agli attori sulla scena non viene negata una seconda possibilità, un'occasione per risvegliarsi dal torpore in cui erano caduti e per tornare alla vita.

Il racconto di questo sentimento, insito nel romanzo fin dall'inizio e simile a una convalescenza dopo un periodo di malattia, mi ha molto colpito e secondo me assomiglia a quello proprio di alcuni libri di Agatha Christie, dove l'esito delle indagini non esclude un finale lieto per i protagonisti (che sia questo il motivo dell'ammirazione di Agatha nei confronti della nostra Elizabeth?). Qui c'è ancora una speranza di guarigione, a differenza di quanto accade nell'atmosfera moribonda di Millar, e cure amorevoli possono compiere un miracolo per i bisognosi, affetti da fatalismo dovuto alla situazione critica della società. Noi lettori, assieme ai protagonisti, ci sentiamo cullati e sentiamo come alleviate le nostre paure; benché non ci venga risparmiata la visione del Male e della Pazzia mentre essi agiscono. Il conflitto, ad esempio, gioca un ruolo importante nella vicenda, scatenando gli eventi e descrivendo, nella finzione, le conseguenze che i soldati americani soffrirono sul serio a partire dagli anni '40: il senso di inadeguatezza, la frustrazione di non essere all'altezza, l'afflizione da PPT (Psicosi Post-Traumatica) si mescolano all'incapacità dei cittadini di far fronte alle conseguenze della guerra in corso (pp. 17, 24-27, 40, 42, 48, 80, 141, 185-186, 196-197) e alle ripercussioni della crisi del 1929, che aveva sferrato un duro colpo alla società statunitense, influenzando e mettendone in dubbio il futuro. Questo clima di tensione e nervosismo, inoltre, dà luogo alla nascita di un senso di timore che pervade ogni cosa, influenzando il rapporto tra le persone: in molti si aggrappano a piccoli gesti quotidiani per sfuggire all'angoscia, sviluppando una repulsione per lo scandalo che li spinge a fare di tutto per passare inosservati; anche additare il prossimo per futili motivi, pur di non trovarsi sotto le luci della ribalta. In questo frangente, dunque, è naturale che l'angoscia diventi sempre più insopportabile e si diffonda come un virus nell'aria, come un gas che si respira ogni giorno. Essa logora costantemente i rapporti sociali, attraverso sintomi fisici e psichici, ed avvelena gli equilibri tra le classi sociali, finché i timori di ognuno crescono a tal punto da trasformarsi in ossessioni vere e proprie. Tutti si rivolgono disperatamente a un passato che non può più tornare, pensano per sé, sempre alla ricerca di pace e solidità, incuranti del danno che possono arrecare agli altri ed attenti affinché nessuno sconvolga i fragili piani che hanno costruito; e ben presto questo atteggiamento spinge le menti spaventate delle persone ad iniziare una  sorta di “caccia alle streghe” e a partorire terribili ed inquietanti spettri, che infestano le conversazioni e spesso prendono forma di scandali o velate minacce, le quali molto spesso vengono ingigantite fino a premere sulle coscienze e ad alimentare pericolosi impulsi, paranoie e sconforto. Nemmeno i membri di una stessa famiglia furono risparmiati: allo stesso modo dei Fenway, tutti iniziano ad assumere posizioni contrastanti gli uni con gli altri, a immaginare le cose più orribili e a compiere azioni scellerate, al solo scopo di ottenere benefici personali, ma senza accorgersi di starsi costruendo da soli una prigione fatalistica dalla quale è difficile fuggire. In "Morte al Telefono" non ci viene risparmiato niente di tutto ciò, immerso in una fitta nube di sospetto che ingigantisce i fantasmi della mente; ad esso, però, Daly risponde con una storia opposta a quelle di Millar, nella quale i personaggi riescono ad affrontare le loro paure (e quelle dei lettori) mostrando la deriva della società e confortando la stabilità emotiva e psicologica di chi ne ha bisogno, con una preziosa speranza.

Elizabeth Daly, nata nel 1879 e morta nel 1967
L'attenzione alla psicologia è da sempre uno degli aspetti che caratterizzano il romanzo giallo, sia di stampo britannico sia di stampo americano; e soprattutto in quest'ultima declinazione esso ha trovato terreno fertile per svilupparsi e fiorire. Basta pensare alla narrativa delle women in jeopardy, oppure a quella delle "nuove leve" della metà del Novecento, incarnata da Charlotte Armstrong, Helen Reilly e le loro colleghe. Anche Elizabeth Daly intraprese la strada del giallo psicologico, benché declinato in una forma più tradizionale, quando decise di iniziare a scrivere romanzi gialli; e non c'è da stupirsene, visti gli altri suoi interessi. Nata nel 1879 a New York, in una famiglia tra le più in vista della società del tempo, fin dalla giovinezza respirò aria di cultura, poiché il padre e lo zio erano rispettivamente un giudice dell'Alta Corte e un commediografo di successo. Educata nelle scuole più prestigiose, dopo la laurea Elizabeth, a partire dal 1904, insegnò al Bryn Mawr College per tre anni, per poi dedicarsi alla sua passione più grande: il teatro. In questo ambito, dove la Vita viene messa in scena ogni giorno dell'anno, Daly si impegnò nella scrittura di testi, nella produzione e nella direzione, come regista, di moltissime opere scenografiche in veste amatoriale, imparando sempre più a comprendere le azioni degli individui e ciò che li muove per riuscire a trasportarli nei suoi copioni (tutto questo sarà poi inserito in "The Street Has Changed", un romanzo di costume nel quale un'attrice ritiratasi dalle scene rivive quarant'anni di teatro). Nei momenti di pausa, tuttavia, coltivò anche l'interesse per il mystery, che considerò sempre con rispetto e sul quale sosteneva: "Al suo meglio il romanzo poliziesco è un'alta forma di letteratura". Un po' come Dorothy L. Sayers, dall'altra parte dell'Oceano. Il suo autore preferito fu Wilkie Collins, il famosissimo ideatore del primo romanzo giallo classico come lo intendiamo oggi, "La Pietra di Luna", e ad esso si ispirò per provare a scrivere lei stessa alcune crime novels, in cui vengono tratteggiati spesso personaggi colti e complessi usando uno stile elegante e raffinato.

Solo nel 1940, dopo aver superato la cinquantina, riuscì però a coronare questo sogno e a pubblicare "Notte d'Angoscia", la prima avventura del suo segugio dilettante Henry Gamadge. Costui è un bibliofilo, un appassionato collezionista di libri rari e antichi e un'autentica autorità in materia, giovane, alto e con un viso dai tratti marcati ma gradevole, il quale vive con un gatto (Martin) e un assistente di nome Harold Bantz, il cui aiuto si rivela sempre prezioso. Gentile, educato e provvisto di un discreto patrimonio, Gamadge venne ripreso in tutti i sedici romanzi successivi di Daly, appartenenti al tradizionale giallo a enigma, dei quali una delle più appassionate ammiratrici fu nientemeno che Agatha Christie (forse perché le vicende che le due scrittrici narravano si assomigliavano un po', tra famiglie di parenti-serpenti, ambienti eleganti e una certa tendenza al mettere in luce l'ipocrisia della società in cui vivevano?). I più famosi sono "Murders in Volume 2", "Evidence of Things Seen", "Any Shape or Form", "Death and Letters" e "The Book of the Crime", l'ultimo ad apparire prima della sua morte (avvenuta nel 1967, dopo essere stata insignita di uno speciale premio Edgar), e ovviamente "Morte al Telefono". Quest'ultimo può forse essere considerato il suo capolavoro, poiché delinea un mistero che mescola al meglio furto, ricatto e omicidio fino a creare una fitta nube di sospetto, la quale grava ininterrottamente sopra i protagonisti. Proprio questa capacità di suscitare la curiosità del lettore e tratteggiare in profondità la psicologia degli attori sulla scena (pp. 9-11, 12-14, 43-44, 58-60, 78-79, 87-88, 92-96, 127-134, 147-154, 178-183, 187-193, 234-240), pur descrivendo le vicende in scenari di tutti i giorni, è uno dei caratteri fondamentali dello stile di Daly, assieme al fatto che nella sua opera si parli spesso di cultura (pp. 25, 36-39, 41-42, 46-49, 51-60, 64-70, 192, 198) e affini con uno stile elegante e raffinato. In ogni pagina del libro, aleggia una sorta di patina simile a neve, che ricopre tutto e restituisce una dimensione simile a un sogno, in cui il tempo pare essersi fermato sia per i personaggi, sia per l'ambientazione (pp. 35-36, 45-46, 61-62, 96-97, 134-139, 169-170, 175, 177-178, 181). Percorriamo strade deserte in tempo di guerra, dove in pochi si avventurano e le auto sono quasi scomparse a causa del razionamento del petrolio; entriamo in una libreria deserta, sui cui scaffali riposano tantissimi tomi in attesa di tempi migliori, i caminetti lavorano a tutto spiano e commessi sonnacchiosi leggono seduti in eleganti poltrone, illuminati da lampade dalla luce soffusa; osserviamo silenziose camere, salotti e biblioteche sontuose e ricoperte di pannelli di legno chiaro e finestre a ghigliottina. Ogni tanto, ci caliamo in contesti quotidiani (pp. 17-20, 21-22, 29-30, 42-44, 51-52, 54-57, 98-99, 155-157, 160-163, 168-169, 171-174, 186-187), mangiamo qualche pasticcino e sorseggiamo una tazza di tè in compagnia di giovani eleganti e taciturni, oppure di signore che sferruzzano tenendo i ferri sulle ginocchia, serene soltanto all'apparenza, mentre i gomitoli rotolano ai loro piedi senza sosta.

Se qualcuno deve parlare, lo fa sottovoce; come se nelle vicinanze ci fosse un infermo che riposa ed egli dovesse usare tutte le sue forze per rimettersi in sesto, e non a causa di correnti sotterranee che ruggiscono tumultuose contro fragili argini. Ognuno degli abitanti del Numero 24, infatti, chi attraverso il cinismo e chi attraverso la negazione della realtà, ha sollevato una difesa psicologica contro qualunque colpo debba ricevere e lo scalpore che ne deriva, così da non attirare l'attenzione dell'opinione pubblica assetata di scandali (pp. 14-16, 21, 23, 28-29, 40, 87, 94, 125, 143, 189, 209, 238-239). Il malcontento ritorna in superficie nei discorsi tra Gamadge e i Fenway: i membri della famiglia (al contrario di Clara, Harold e gli altri loro amici e conoscenti) sono insoddisfatti, nascondono ferite segrete, delusioni interiori che faticano a rimarginarsi e traumi pregressi (pp. 23, 26-27, 32-36, 42-43, 62-64, cap. 5, pp. 75-84, 93-94, 100-101, 105-108, 118-120, 126, 136, 143-145, 191-195), allo stesso modo di quei quei poveretti a cui è stato tolto tutto, gli sconfitti di cui erano piene le città statunitensi, nel periodo in cui questo romanzo è stato pubblicato, sul punto di cedere se non aiutati. Ancorati al passato, essi non riescono ad affrontare il presente e si rifugiano nel conforto di un tempo morto da anni ma che non si decidono a seppellire; e in questo modo interrompono le loro esistenze, gettandosi addosso lo sconforto e il fatalismo (p. 145) che sfociano nella paranoia e costruendo prigioni invisibili ed inespugnabili. Sono vivi, questi individui, ma complessati nella loro complessità psichica (pp. 25, 27, 31-33, 58-60, 81-83, 128, 143-144, 194-196, 203-205): desiderano essere rassicurati e ricevere attenzione, stanchi di andare avanti per inerzia, come Blake; vogliono disperatamente cambiare la situazione in cui si trovano, come Caroline e Mott. Sono consapevoli che serva uno scossone, uno spintone per svegliarli, ma non osano fare il primo passo per il rischio di una catastrofe, come Belle e la sua cerchia; finché diventa troppo tardi e gli equilibri cambiano, dando il via a una serie di eventi che porteranno più di una persona a compiere imprese terribili. Credo fermamente che la confessione finale (pp. 243-256) debba essere letta con attenzione, per comprendere appieno l'agghiacciante freddezza dell'assassino e la sua lucida follia. Si tratta del coronamento di un enigma strano, insolito, nel quale gli indizi assumono maggiore carattere psicologico rispetto a quello materiale, ma che non risulta inferiore a quello di altri grandi gialli classici. "Morte al Telefono", infatti, è un vero romanzo da brivido, poiché ci mostra come andare a fondo nella psiche dell'individuo e dipinge una società che assomiglia paurosamente alla nostra, bisognosa di conforto e fatta di persone ferite che, tuttavia, hanno la possibilità di riuscire a riscattarsi, se solo riescono a convincersene.

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venerdì 22 novembre 2019

15 - "L'Occhio di Osiride" ("The Eye of Osiris", 1911) di Richard Austin Freeman

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore
L'ho spiegato anche nella presentazione di questo blog e nella recensione di "La Figlia del Tempo" di Josephine Tey, ma lo ripeto sempre volentieri: senza alcun dubbio, una delle ragioni che hanno contribuito a farmi diventare un appassionato della classica crime story (in particolare quella inglese) si può ritrovare nella capacità, insita in questo genere letterario, di saper evocare di volta in volta un mondo affascinante, come quello degli anni suggestivi e imperfetti tra la fine dell'età Vittoriana e la rinascita tumultuosa che seguì la fine della Seconda Guerra Mondiale, attraverso le piccole attività quotidiane di uomini e donne morti da tempo ma, in qualche modo, pur sempre "vivi" agli occhi dei suoi lettori. È questa una caratteristica peculiare della narrativa gialla, la quale spesso riesce a ridare vita al passato altrimenti noioso dei freddi resoconti nei libri di Storia e nei saggi stesi da asettici studiosi, interessati più ai Grandi Avvenimenti che alla Vita Quotidiana. La compilazione di un diario giornaliero, ad esempio, con quel gusto nel dare risalto al racconto delle vicende di ogni giorno; il complesso rapporto tra conoscenti e il corteggiamento dei gentiluomini nei confronti di garbate signorine, fatti di inchini formali e toni lirici; oppure il ritratto di una via piena di negozi e dei suoi abitanti, nati o stabilitasi proprio lì da tempi immemori, o la descrizione di antiche dimore distrutte dalle bombe o dal progresso: tutte queste abitudini e luoghi che ci parlano di un'epoca passata sono stati man mano cancellati (o quasi) dal passare degli anni, con la conseguenza che noi non potremmo più vederli rivivere davanti ai nostri occhi e rischierebbero di essere dimenticati, se non fosse stato per l'opera di alcuni giallisti, ignari biografi della società, i quali hanno destinato all'eternità un'eredità preziosissima di piccoli frammenti che, tutti insieme, tracciano un godibile ritratto delle usanze tradizionali, capaci di resistere fino ad oggi grazie al fatto di essere stati impressi nelle pagine dei loro romanzi. Oltre a soddisfare la mera curiosità ed arricchire le vicende fittizie, infatti, tutto ciò riveste una grande importanza nel mostrare l'evoluzione della società di un tempo e ci permette di apprendere fatti che altrimenti sarebbero andati perduti tra le pieghe della Storia; mica male, per una forma letteraria famosa per descrivere situazioni perlopiù fittizie.

La stessa P.D. James, scrittrice di crime novels classiche, ha osservato che si può "apprendere molto di più sui costumi sociali dell'epoca in cui un giallo è stato scritto, di quanto si possa fare dalla letteratura più pretenziosa". E anche se, in questo caso specifico, lei si riferisce al periodo della Golden Age, in cui il genere ha raggiunto l'apice in quanto ad inventiva e tratteggio dell'atmosfera sociale, secondo me la stessa cosa vale per gli anni immediatamente precedenti, quelli che vanno dalla fine dell'Ottocento agli inizi del Novecento: pure allora, infatti, vennero prodotte opere del mistero degne di essere ricordate per il loro piacevole racconto della quotidianità; certo, magari alcune non hanno resistito alla prova del tempo, a causa di uno stile che nel frattempo si è evoluto, ma altre conservano tutt'oggi un certo fascino che mescola enigmi in anticipo sui tempi e una narrazione perlomeno suggestiva, dando prova della solidità di un genere che resiste con successo da oltre 150 anni e in cui si sono cimentati, oltre ad alcuni storici, anche poeti, economisti e scienziati. In particolare, l'oggetto della recensione di quest'oggi, "L'Occhio di Osiride" di Richard Austin Freeman (Polillo Editore, 2014), è un esempio dell'opera complessiva di uno stimato e controverso dottore, vissuto a cavallo di XIX e XX secolo, la quale si può ascrivere tra tali libri datati ma ancora godibili: si tratta infatti di un romanzo stupefacente, datato 1911 ma che si legge perfettamente anche ai nostri giorni e presenta alcuni aspetti tanto innovativi da apparire molto più recente, in cui il primo investigatore scientifico della Storia (dopo l'eccezione Sherlock Holmes) indaga su un delitto misterioso, che mescola Antico Egitto, sentimento autentico e l'applicazione di un metodo che non sfigurerebbe nelle moderne sezioni della "scientifica", e persegue la propria meta senza tregua, confidando nel potere della chimica, della biologia, della legge e della Giustizia.

Dipinto raffigurante Nevill's Court, quartiere di Londra
distrutto in seguito ai bombardamenti della Seconda Guerra
Mondiale
La vicenda si apre con una scena all'ospedale St. Margaret di Londra, dove il protagonista e narratore della storia, il dottor Paul Berkeley, assiste a una conferenza dello stimato John Thorndyke, suo docente e investigatore dilettante. L'argomento della lezione appena terminata ha riguardato il come si possa stabilire con certezza il momento della scomparsa di una persona, e il professore ha deciso di presentare agli alunni interessati un esemplare caso atto ad illustrare le teorie che ha fin lì esposto: quello di John Bellingham, egittologo di fama mondiale, sparito in circostanze eccezionali dalla casa del cugino Hurst, in cui si era recato di ritorno da un viaggio sul continente. La cameriera lo aveva accolto e fatto accomodare nello studio del padrone, in attesa che quest'ultimo ritornasse da un appuntamento in città, per poi dedicarsi alle faccende domestiche lasciate in sospeso; tuttavia, quando Mr. Hurst era rincasato, si era scoperto che Bellingham si era volatilizzato senza alcun motivo, sgusciando da un cancello sul retro. Preoccupato dallo strano comportamento del cugino, Hurst aveva subito allertato l'avvocato di Bellingham, Mr. Jellicoe, ed insieme si erano diretti dal fratello dell'archeologo, Godfrey, per scoprire che in un momento imprecisato della serata il fuggiasco aveva fatto una tappa a casa di quest'ultimo, senza farsi riconoscere dal personale, seminando sul suo cammino uno scarabeo da cui non si separava mai e facendo perdere ancora una volta le proprie tracce. E se è vero che, al di là di allarmare i suoi parenti e Jellicoe, l'atteggiamento di John Bellingham non farebbe necessariamente pensare a una disgrazia, è altrettanto vero che dà adito a numerosi dubbi sui motivi che possano averlo spinto a mettere in atto una tale messinscena. Se stava bene, perché Bellingham avrebbe dovuto lasciar cadere a terra lo scarabeo e abbandonarlo, prima di sparire? Perché ha architettato una fuga tanto pirotecnica? Ma soprattutto, adesso è morto oppure si sta nascondendo?

Il problema ha suscitato l'interesse accademico di Thorndyke e ha acceso l'immaginazione di Berkeley il quale, appena due anni dopo la scomparsa e la fine dei suoi studi, incappa per puro caso proprio in Godfrey Bellingham, caduto in disgrazia in seguito alla sospensione del reddito concessogli dal fratello, e in sua figlia Ruth. Dalla sua posizione di medico condotto, ora Berkeley può accedere a confidenze personali e a documenti che tempo prima erano stati preclusi ai giornali; e un interesse decisamente sentimentale, legato all'impressione che un grave pericolo gravi sui suoi nuovi amici, gli suggerisce di interpellare proprio John Thorndyke, affinché lo possa aiutare a risolvere il caso. Tuttavia, alcuni presagi fanno intendere che possa essere accaduto qualcosa di grave all'egittologo e non è facile intraprendere un'indagine adeguata: le complicazioni, infatti, sembrano moltiplicarsi man mano che passano i giorni. Innanzitutto, niente conferma il momento esatto in cui Bellingham è scomparso: ha fatto visita prima al fratello oppure al cugino, visto che in realtà nessuno può confermare di averlo visto di persona dopo il suo ritorno in Inghilterra? In secondo luogo, la spinosa questione del testamento del (presunto) defunto, la cui stesura presenta condizioni alle quali pare impossibile adempiere, suscita ben più di un dilemma, coinvolgendo Jellicoe e Hurst tra i sospettati di una congiura cui forse hanno avuto una parte anche i Bellingham; senza contare il misterioso affare del rinvenimento di alcuni resti umani, sparpagliati in diversi laghetti e stagni nei dintorni della vecchia casa di Godfrey e Ruth. La vicenda si protrarrà tra un idillio al British Museum, gite in vecchi cimiteri e vicoli della Londra Edoardiana, processi e inchieste del coroner, mentre Thorndyke si interroga sulla soluzione del caso, tra un esperimento e l'altro; finché egli sarà ricompensato per l'attesa e, grazie a un passo falso del suo misterioso avversario, il quale si delinea sempre più sullo sfondo della scomparsa di Bellingham, riuscirà a far luce sulla misteriosa scomparsa dell'egittologo.

Fotografia raffigurante il sarcofago della
mummia di Artemidoro
Richard Austin Freeman non è propriamente da considerarsi un autore della Golden Age del romanzo giallo inglese; nel senso che ha iniziato a scrivere nell'epoca precedente a quella di altri grandi e più famosi esponenti del genere, come Agatha Christie o Dorothy L. Sayers. Ad esempio, le avventure con protagonista Romney Pringle, le quali costituiscono il suo primo sforzo letterario, risalgono al 1902, mentre l'esordio del professor Thorndyke al 1907, poco meno di 15 anni prima di quello di Poirot. Questo fatto potrebbe indurre a credere che l'opera di Freeman sia purtroppo datata e molto meno interessante di quella dei suoi colleghi più giovani; eppure, niente potrebbe essere tanto sbagliato, e per averne conferma basta leggere "L'Occhio di Osiride". Quest'ultimo appartiene a un filone di mysteries che mi piace definire "antiquati", ma non per sottolineare in senso negativo il loro essere superati e antichi; piuttosto, per indicare come essi siano stati capaci di sfruttare il passato così da accrescere il proprio valore intrinseco nel futuro. Considerateli come se fossero scrivanie d'epoca accostate a tavoli dal design moderno: magari non reggono il confronto con alcuni capolavori venuti in seguito, soprattutto in fatto di complessità di enigma oppure di emancipazione dei personaggi; però non si può negare il fatto che i gialli di Freeman, allo stesso modo di quelli scritti (per fare un esempio) da J. Jefferson Farjeon, riescano ad esercitare un'attrazione irresistibile nei lettori nostalgici e costituiscano dei piacevoli esempi di period novel, ovvero quel tipo di romanzo in cui viene ritratto lo stile di vita di un definito arco di tempo, con i suoi pregi e i suoi difetti. Si tratta di opere suggestive, le quali sanno raccontare vicende avvolte da una sorta di alone onirico, che vediamo come attraverso la nebbia del tempo, ed intrattenere il proprio pubblico con una semplicità soltanto apparente: in realtà, infatti, in "L'Occhio di Osiride" ma non solo, ci troviamo di fronte a complessi mosaici fatti di piccole tessere dettagliate, tenute insieme da un collante costituito da stile, ambientazione e caratterizzazione dei personaggi "alla Dickens"; tutti quanti solidi contro il passare del tempo (anche se soggetti alle mode) e, nonostante la pesantezza che ogni tanto lasciano trasparire, mescolati all'indubbia attrattiva del mistero.

Nel caso specifico del romanzo di Freeman, quattro sono gli elementi che risaltano al suo interno e gli hanno permesso di sopravvivere alla prova del tempo: una scrittura ironica seppur specialistica, magari un po' nostalgica ma mai banale, attenta e a suo modo coinvolgente; un enigma capace di soddisfare anche i lettori più esigenti, imperniato su un metodo d'indagine scientifico ma non per questo poco appassionante; un sapiente uso delle descrizioni degli ambienti che fanno da sfondo alle vicende raccontate, capaci di proiettare chi legge direttamente dentro le pagine; una grande attenzione al rapporto tra i personaggi, costruito di interazioni che si inseriscono molto bene tra i momenti più "seri" dell'indagine e che permette di spezzare un racconto altrimenti troppo schematico e serioso. La critica che il più delle volte viene rivolta a Freeman (e al suo Thorndyke), infatti, è quella di adottare un atteggiamento a dir poco gelido e molto tecnico; certamente comprensibile, se si presta attenzione alla semplice esposizione del mistero, ma bisognerebbe sottolineare anche il fatto che un simile giudizio è alquanto riduttivo e arbitrario, se si tiene conto pure del contenuto effettivo e di quanto fa da contorno ai casi di cui uno è inventore e l'altro protagonista. Il buon professore sarà anche il più scientifico degli investigatori e il primo medico legale mai apparso sulla scena della narrativa del mistero, ma che dire  dell'empatia di cui dà prova in alcune occasioni? E tornando a Freeman, cosa dire delle città che ha ritratto come dipinti in movimento, dei dialoghi brillanti, dei temi toccati e dei complessi rapporti tra innamorati che letteralmente pullulano nelle sue crime novels?

Sono soprattutto questi i motivi che spingono ancora adesso alla lettura di questi straordinari romanzi. Lo stesso Raymond Chandler, durissimo nei confronti del giallo classico, elogiò apertamente il loro autore, definendolo “un magnifico artista” che “non ha eguali”. Al fine di convincervi della bontà del mio pensiero, ora prenderò in esame ognuno di questi elementi caratteristici di "L'Occhio di Osiride", partendo dai contenuti che mescolano scienza forense, pratica legale, romanticismo ed egittologia. Spesso, nei mysteries contemporanei, mi sono reso conto di come la "sostanza" sia debole e fiacca, poiché mancante di una base stabile e salda per quanto riguarda il fattore stilistico e contenutistico; nel caso di questo libro, invece, mi è sembrato che l'autore sapesse molto bene di che cosa stava parlando e avesse tutte le intenzioni di renderlo noto ai suoi lettori: lo dimostrano non solo i continui riferimenti alla pratica legale (pp. 161-198, ovvero i capitoli sull'inchiesta e sul processo di morte presunta, ma anche pp. 80-91, 122-123 e cap. 9, quest'ultimo sul modo di ragionare di un avvocato fin troppo zelante) e alla medicina (pp. 59-60, 128-131, 134, 138, 150-160, 165-169, 284-288), i quali possono essere ascritti alle critiche di cui sopra pur presentando per la prima volta una grande autorità in merito allo sviluppo di nuove tecniche da applicare alle indagini, tanto da influenzare autori come Dorothy L. Sayers, J.J Connington e John Rhode, ma anche le digressioni sul rapporto tra i personaggi principali, ironiche in modo da alleggerire la pesantezza di uno stile dalle descrizioni troppo dettagliate (come alle pp. 29, 32 2 55), oppure quelle sull'Egittologia, questa scienza strana che si occupa di imbalsamazioni e conservazione di cadaveri (cap 8, p. 221, 228-229) la quale non viene qui sfruttata solo per creare suggestioni più o meno a buon mercato, ma impiegata in modo intelligente attraverso intere pagine dedicate all'antico Egitto, alla sua religiosità, a nozioni interessanti; tanto che, alla fine della lettura, possiamo dire di sapere qualcosa di più sull'argomento.

Papiro egizio
Senza dimenticare le passeggiate e le visite che vedono protagonisti Berkeley e Ruth Bellingham (sulla loro relazione mi soffermerò più avanti): proprio queste, infatti, legano meglio tra loro ambientazione e scrittura, grazie alla caratteristica di poter essere eventualmente ripercorse anche nella realtà. Le "visioni" evocate dall'autore giocano un ruolo di prima importanza nel creare la giusta atmosfera in cui si svolgono le vicende che egli racconta: solide come sono al limite della pedanteria, risultano caratterizzate da una precisione minuziosa, che rende molto "familiare" e intimo il racconto. Con un tono un po' nostalgico, in cui sembra già affacciarsi lo spettro della Grande Guerra e di un Destino fatale (non bisogna dimenticare che "L'Occhio di Osiride risale al 1911, tre anni prima dello scoppio del primo conflitto mondiale), ci viene presentata la Londra dell'Età Edoardiana, quella che va dal 1901 (anno di morte della regina Vittoria) al 1914. Immaginate: a quel tempo, nella società si andava diffondendo l’onda positivista e la scienza acquisiva sempre più importanza; la gente nutriva ancora una grande fiducia nel futuro, anche se era diffusa la povertà (come si evince dai numerosi cenni sparsi nel libro, a pp. 25, 39, 47, 125, o dall'impiego misero di Ruth Bellingham come "approvvigionatrice letteraria" alle pp. 46-49) e tutti si sforzavano a dare il meglio di sé, dal semplice medico condotto o operaio al professore. Difficile non ritrovare questi caratteri negli allegri quadretti di luoghi come Fetter Lane o Nevill's Court (quest'ultima antica zona di Londra venne distrutta nei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, quindi la sua descrizione assume ancor più importanza) alle pp. 15-16, 57, 245-246. Tutto ciò ci aiuta a visualizzare con la mente le ambientazioni, permettendoci di entrare nella biblioteca o nelle sale del British Museum (pp. 67-70, 94-100) o di percorrere King's Bench Walk (p. 237), Cosmo Place (pp. 74-75), Heathcote Street (pp. 206-211), Gough Street e Wine Office Court (pp. 205-206), oppure sederci in piccole locande di campagna (p. 161).

Oltre alle semplici descrizioni, inoltre, questi luoghi sono spesso dotati della loro fauna caratteristica, fatta di cittadini diversissimi, contadini e locandieri che danno un tocco in più alle descrizioni, gente semplice ritratta mentre compie il proprio rituale quotidiano, il quale ci restituisce usi e costumi dei cittadini del tempo e ci permette di immedesimarci in loro. La suggestione che si ricava dall'insieme di questi due aspetti (contenuti e ambientazione) si somma poi alla scrittura, la quale possiede quella solida costruzione che gli autori nati in pieno Ottocento possono vantare come una propria caratteristica: solenne, quasi pesante in quanto a dettagli, eppure proprio con una marcia in più grazie a questi ultimi, che contribuiscono a renderla piena di sfaccettature e a darle profondità. Le digressioni, che sembrerebbero appesantire il tutto, in realtà sono affascinanti, arricchiscono la trama e ci accompagnano nelle varie situazioni; in modo simile a quelle usate da Sayers e Michael Gilbert in "Il Segreto delle Campane" e "C'è un Cadavere dall'Avvocato", l'autore inserisce una serie di osservazioni che esulano dalla risoluzione dell'enigma (una su tutte, gli splendidi paragrafi sulla mummia di Artemidoro alle pp. 95-100, e la descrizione del metodo di imbalsamazione alle pp. 298-201), pur tuttavia senza far perdere il filo della narrazione al lettore. Certamente, non a tutti può interessare lo svolgimento di un processo o una lezione sugli Egizi o sul distoma epatico; chi presta più attenzione all'enigma e meno ad ambientazione troverà tutto quanto pesante e inutile; da parte mia però trovo che ciò restituisca un pezzetto del momento in cui il romanzo fu scritto, permettendo una maggior identificazione nei personaggi e nei luoghi descritti, senza contare che si ricava la sensazione di leggere qualcosa per cui valga la pena e che non sia superficiale. Oltre ai romanzi già citati, "L'Occhio di Osiride" mi ha ricordato un po' anche "La Pietra di Luna" di Wilkie Collins, con le sue divagazioni che per alcuni distraggono ma per altri sono un motivo in più per continuare la lettura: non si sa mai cosa può essere introdotto nella pagina seguente, magari sarai sorpreso dal racconto di cose che oggi non esistono più, e io lo considero un valore aggiunto. Uno stile tanto articolato, insomma, mette in luce il grande talento degli autori della scuola vittoriana (tra cui inserisco anche Freeman) nel saper creare un piccolo universo a parte; d’altro canto, però, l'appartenere alla generazione più anziana di scrittori di crime novels non fu solo fonte di vantaggi.

Per concludere con una riflessione sull'enigma, infatti, Freeman si ritrovò ad usare in gran parte dei suoi gialli (compreso questo) lo schema ripetitivo del "giovane dottore innamorato di una paziente povera o bisognosa di comprensione, in un caso legato alla sua professione", riconoscendolo lui stesso a p. 126, magari focalizzando i sospetti su un gruppo talmente ristretto da rendere ingenua la scoperta del colpevole e peccando quindi di poca originalità in questo senso; bisogna comunque non essere troppo duri con lui e dargli atto che il mistero del romanzo risale all'alba della crime story e presenta notevoli innovazioni scientifiche che, al tempo della sua scrittura, dovettero sembrare degne di orizzonti fantastici (pp. 134, 138, ma soprattutto pp. 250-260 sugli esperimenti al British Museum e pp. 298-301 sulle tecniche di imbalsamazione). Sotto certi aspetti, mi spingerei addirittura ad affermare che questo romanzo si può considerare una sorta di prototipo anticipatore dei gialli che vennero in seguito, nel quale passato e futuro convivono in armonia. Come i suoi successori, infatti, Freeman si diede da fare per creare trame con una forte identità, sviluppò nuovi metodi delittuosi e spesso ideò i suoi delitti fittizi ispirandosi a delitti reali (nel caso di "L'Occhio di Osiride" cita apertamente il caso di George Parkman e John Webster, avvenuto a Boston, che ha portato all'impiccagione di un individuo colpevole grazie alle identificazioni effettuate sulle ceneri di un cadavere); ma era ancora deciso a dare più importanza alle modalità di uccisione, il punto forte dei casi di Thorndyke, sempre perfettamente logico e ispirato a criteri scientifici, a discapito delle sottigliezze psicologiche della Golden Age. Anche per questo motivo alcuni non apprezzano appieno l'opera di Freeman; in ogni caso, nonostante ciò, da parte mia mi sento più che disposto a perdonargli qualche piccola imperfezione.

Richard (Austin) Freeman, nato nel 1862 e
morto nel 1943
Considerando la mole di romanzi e racconti che Richard Austin Freeman pubblicò nella sua lunga vita, sorprende sempre molto venire a sapere che la sua passione per la scrittura ebbe inizio non dalla semplice vocazione, quanto piuttosto da un forte senso di disperazione. L'autore, infatti, nato a Londra nel 1862 e con un passato di medico otorinolaringoiatra, dopo un'esperienza nel servizio coloniale e il matrimonio con Annie Elizabeth Edwards si ritrovò di punto in bianco a dover affrontare una lunga malattia contratta nel continente nero, con la conseguenza di dover rimpatriare al più presto e trovare una nuova occupazione, che si adattasse ai suoi disturbi frequenti e gli permettesse di sopravvivere. La svolta arrivò con un impiego presso la prigione di Holloway, dalla quale trasse cognizioni di procedura penale e psicologia criminale, ma soprattutto con la decisione in extremis (in seguito all'abbandono definitivo della professione) di darsi alla scrittura. Dopo aver raccontato la sua esperienza africana in un volume di genere diverso, nel 1902 esordì nella narrativa gialla con una serie di avventure con protagonista una sorta di furfante gentiluomo, artista della truffa e maestro del travestimento di nome Romney Pringle, scritte in collaborazione con un amico medico. Il genere dovette riuscirgli a genio, poiché appena cinque anni dopo iniziò a sfornare gialli su gialli con protagonista John Evelyn Thorndyke, il primo investigatore scientifico della storia dopo Sherlock Holmes, entrando prepotentemente nella storia della crime novel. Con il suo esordio dal titolo "L'Impronta Scarlatta", infatti, fondò il cosiddetto "giallo scientifico", in cui contano soprattutto le prove ricavate dalle analisi di laboratorio e da ricerche sulle prove materiali, senza affidarsi allo studio della psicologia. Thorndyke, uomo di grande avvenenza (al contrario dei "mostri di bruttezza" partoriti dalla mente dei colleghi del suo inventore), istruito in una quantità incredibile di materie e sempre padrone di sé permetterà a Freeman di dominare per quasi venticinque anni la scena del giallo classico, apparendo in ben 21 romanzi e 42 racconti, tra i quali vanno citati "Arsenico", "Il Testimone Muto", "L'Affare D'Arblay" insieme ai brevi "Il Caso Oscar Brodski" e "The Singing Bone"; quest'ultimo per un motivo ben preciso. Con questa storia breve, infatti, il medico prestato alla letteratura diede il proprio secondo contributo alla storia del mystery classico creando l'inverted story; ovvero, quella tecnica secondo cui il colpevole del crimine-omicidio è già noto al lettore e il gusto del racconto non sta tanto nella scoperta di "chi-l'ha-fatto", quanto del "come-è-stato-fatto" (un po' alla maniera del Tenente Colombo). Già questo mette in luce quanto fosse importante per Freeman lo studio del metodo utilizzato dal colpevole per perpetrare il suo delitto: addirittura, egli si impegnò a sviluppare e testare numerose tecniche criminali.

Grande esperto di procedure legali e di true crime (oltre ad inserire casi reali nei suoi gialli, analizzò a fondo il mistero di Croydon), innovativo finché mori nel 1943, promotore dell'autorità della chimica e della biologia applicate alle indagini, oltre che sostenitore dell'eugenetica (al contrario di moltissimi colleghi giallisti), Richard Austin Freeman è stato un grande giallista, resta uno dei pochi autori di polizieschi dell’epoca Edoardiana ad essere letto ai giorni nostri, assieme a G.K. Chesterton ed E. C. Bentley e, cosa ancor più rara, un'esponente del giallo degli albori come di quello della Golden Age. Oltre a quelli di Chandler, inoltre, riuscì ad ottenere anche gli elogi di George Orwell, il quale considerava la crime story della Golden Age come troppo moderna, al contrario di quella più formale e "antiquata" da lui rappresentata: "Ricordi la nostra passione per R. Austin Freeman? Io non l'ho mai davvero dimenticata, e penso che dovrei leggere tutti i suoi libri eccetto alcuni dei suoi ultimi" osservò quest'ultimo in una lettera a un'amica nel 1949, senza contare le numerose citazioni alle opere del suo idolo che fece in altri saggi. Per quanto mi riguarda, Golden Age e giallo degli inizi non fa differenza, se si tratta di opere di valore come questo "L'Occhio di Osiride": un eccezionale romanzo, da recuperare solo nell'edizione dei “Grandi del mistero”, nel "Classico del giallo n. 759" e nell'edizione Polillo, e una pietra miliare del poliziesco, importante e bellissimo per i numerosi motivi di cui vi ho parlato sopra. Certo, forse un po' datato nel comportamento dei suoi personaggi, i quali si inchinano ai nemici e agli amici con una frequenza a dir poco allarmante (pp. 23, 283) e evitano di ostentare pubblicamente i propri sentimenti da buoni vittoriani; eppure tutto ciò ha anche un'aria vagamente retrò, come di qualcosa di garbatamente educato che ricorda come si comportavano le vecchie zie quando erano giovani e i tempi erano diversi e bisognava mantenere un certo contegno altrimenti si faceva brutta figura e si arrossiva per l'imbarazzo. Il rapporto tra i personaggi (unico punto su quale dovevo ancora soffermarmi) presenta l'ultimo gioiello della corona costituito da "L'Occhio di Osiride": pur essendo un po' come dei manichini fatti muovere secondo uno schema ingessato, essi posseggono un'anima ben più viva di quella delle mere marionette. Hanno una personalità solida, sono ben caratterizzati, e ciò indica come Freeman non fosse l'individuo gelido che il lettore medio pensa di conoscere. "Saremmo dei cattivi biologi, e dei medici ancora peggiori se sottovalutassimo l'importanza di quella che è la funzione principale della natura [...] l'importanza vitale del sesso" e del sentimentalismo, spiegò per bocca di Thorndyke a p. 234 per poi mettere in pratica le sue parole.

L'ironia tra l'investigatore e Jervis umanizza personaggi che altrimenti apparirebbero freddi (pp. 29, 32, 55), le dispute tra Berkeley e miss Oman ci restituiscono allegri ritratti della quotidianità (pp. 63-64, 105-108), nel cap. 9 ci viene descritto Jellicoe in tutta la sua riservatezza; ma sono Berkeley e Ruth Bellingham su tutti, nello svilupparsi della loro storia d'amore, mentre vivono le passioni dei giovani innamorati in modo più riservato rispetto ai moderni, proprio a causa del comportamento di cui ho parlato prima, ma comunque in modo vivace, a rapire il cuore del lettore. La loro grande, vera e sentita storia d’amore (a partire dal loro incontro e proseguendo nell'idillio alle pp. 36, 49-50, 54, 95-100, 220-225, 228-230, 234, 263-265, 267, 283, 307), non invadente rispetto all'intreccio, si amalgama a dare un tocco in più al racconto. Non è come in altri romanzi, in cui la love story spesso finisce per ridondare rispetto alla trama o per risultare melensa: in questo caso tutto si combina alla perfezione. Martin Edwards, nel suo "The Golden Age of Murder", ha osservato che lo stesso Freeman fu un accanito dongiovanni: che il buon dottore abbia inserito qualche riferimento alla storia con Alice Bishop, la quale viene indicata come una sua possibile amante? Chissà. Certo è che, per un periodo, i due riuscirono addirittura a vivere insieme, sotto lo stesso tetto, nonostante la presenza di Elizabeth e del marito legittimo di Alice; quindi, si trattò ben più di una scappatella e l'autore avrebbe potuto considerarla una grande storia d'amore come quella di Berkeley e Ruth. Anche in questo Freeman fu un innovatore, in un certo senso. E se "l'interesse amoroso", abbellito dell'affascinante e stupenda figura della mummia di Artemidoro (la quale si può vedere ancora oggi al British Museum) può non essere apprezzato da tutti, come accadde con Sayers, è però innegabile che esso contribuisca a dare una marcia in più, grazie ai toni sognanti e romantici al limite dello stucchevole e alle sue rinunce in nome dell'amore e gli struggimenti, a un giallo che tiene testa ad opere ben più moderne e si può tranquillamente classificare come un capolavoro senza tempo, sospeso nel sogno di un mondo passato che guardava al futuro con speranza e fiducia.

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