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venerdì 12 febbraio 2021

61 - "Delitto al Concerto" ("When the Wind Blows", 1949) di Cyril Hare

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Penso che la musica, intesa in senso generale, sia una delle cose più straordinarie che ci siano al mondo. Essa ci permette di svagarci e divertirci, se un brano è particolarmente movimentato; di scatenarci, nel momento in cui abbiamo bisogno di qualcosa di forte che si faccia scaricare la tensione; di commuoverci, quando ci sentiamo di dover sfogare un'emozione che non trova via d'uscita dalla nostra testa; di consolarci, se abbiamo bisogno di sentirci dire che "va tutto bene" e che non siamo soli. Nel mio caso specifico, inoltre, la musica è stata uno dei mezzi attraverso cui ho fatto nuove amicizie. Penso soprattutto al Festival della Canzone Italiana di Sanremo, che ha unito e unisce gran parte del popolo social di Twitter: ecco, quest'ultimo è stato (ed è tutt'ora) uno degli argomenti-chiave nelle discussioni che intrattengo con i miei amici: ci dà di ché divertirci e sfogarci e lamentarci per mesi e mesi (soprattutto quest'anno che, con la pandemia ancora in corso, ancora non si sa bene come si svolgerà). E se Sanremo è sempre più un contenitore delle materie più disparate, dalla promozione di fiction alla presentazione di progetti culturali, dalle ospitate in occasione di imminenti spettacoli teatrali in uscita, al semplice momento di distensione nei confronti del ritmo serrato della gara, la vera protagonista dello show resta pur sempre la musica, che lo si voglia oppure no. Quella che piace a tutti, nel bene e nel male; che genera dibattito pacifico e litigate furiose, facendoci accapigliare e intrattenere. Penso ad esempio alla pagina Instagram "SanremoHistory" del mio amico Antonio (qui trovate il link), dove lui si diverte a giocare con le canzoni vincitrici del Festival, ma ogni tanto si ritrova a confrontarsi con persone decisamente poco pacate; ecco, come illustra questo esempio, la musica riesce a unire e a dividere. Ma essa non fa soltanto questo, dato che dà da mangiare a molte più persone di quante possiamo lontanamente immaginare. Come ci ricordano spesso i lavoratori del mondo dello spettacolo che organizzano concerti, allestiscono palchi, noleggino strumenti musicali, fanno parte di orchestre, si occupano di studiare e spiegare la materia (come fa Selene attraverso il suo canale YouTube a questo link, mentre studia per poter lavorare nel settore in futuro), ognuna di questa figura professionali riesce a sbancare il lunario proprio grazie alla musica. Essa è qualcosa di meraviglioso, che unisce l’arte pura al mercato economico, capace di esprimersi in toni ufficiali e altisonanti, ma anche attraverso forme meno pretenziose, come dimostrano i thread di Federico sul suo "Sanremo 70e1" appena conclusosi e il profilo Instagram di Levis, che mi auguro possa presto ospitare tante canzoni.

Sì, penso proprio che la musica sia qualcosa di straordinario; e non solo perché io stesso suono il pianoforte. Essa riempie le nostre vite ogni giorno, senza che magari ce ne accorgiamo; eppure è lì di fianco a noi, pronta ad essere d'aiuto quando ne abbiamo bisogno, e molto spesso diventa materia di discussione in innumerevoli declinazioni. Scrivendo su Three-a-Penny, in questa occasione vorrei sottolineare come essa occupi un ruolo di rilievo all'interno della classica crime story. Già in passato abbiamo visto come il suono abbia giocato in primo piano all'interno di un romanzo del mistero: penso, ad esempio, all'importanza delle nove campane della chiesa di Fenchurch St. Paul, in "Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers, le quali sono state importantissime nel farsi mezzo attraverso cui una certa entità si è manifestata davanti agli uomini e alle donne inermi del villaggio. Anche in un libro che purtroppo non è stato tradotto in italiano (e spero si rimedierà presto), "The Organ Speaks" di E.C.R. Lorac, la musica è al centro dell'attenzione, dal momento che un cadavere viene rinvenuto mentre siede allo strumento del titolo, e nella trama si fanno tanti riferimenti sul tema, al punto che la stessa Sayers lo giudicò "molto originale, molto ingegnoso e notevole per la scrittura atmosferica e lo sviluppo dei personaggi". Dal lato americano del giallo, la musica fa da sfondo alle vicende narrate in "Undici Calze di Seta" di Craig Rice, il quale vede il rinvenimento di un cadavere prima strangolato e poi nascosto all'interno di una custodia per contrabbasso; mentre in "Un Cadavere Senza Importanza" di Charles Daly King la questione si fa ancora più complessa, dal momento che la storia stessa viene divisa come se fosse una rapsodia, e nell'enigma sono inclusi uno strano pianoforte che potrebbe uccidere attraverso il suo stesso suono. Insomma, come potete vedere, la musica è una materia molto gettonata nel giallo classico e ha fornito numerosi spunti ai suoi autori. Anche nel romanzo che recensisco oggi (come probabilmente vi sarete aspettati, dopo questa introduzione), essa gioca un ruolo importante nella trama e nel suo enigma: "Delitto al Concerto" di Cyril Hare (Polillo Editore, 2005), infatti, presenta uno di quei complessi misteri, tipici della prima metà del Novecento, in cui l'appassionato giallista e musicista potrà cimentarsi con successo. Chi non mastica molto la musica classica potrebbe incontrare delle difficoltà nello scioglimento in autonomia del delitto, ma questo non significa che non riuscirà comunque a divertirsi e a godere delle vicende narrate e orchestrate (bisogna proprio dirlo) in maniera eccelsa dall'autore: provate a dargli una possibilità per rendervene conto.

Travel to the Theatre, Herbert Ashwin Budd,
1930, raffigurante una scena fuori da un teatro
La storia è ambientata prevalentemente nel mese di novembre, quando la Markshire Orchestral Society si ritrova ad organizzare i consueti quattro concerti che l'orchestra cittadina dovrà eseguire nel salone del municipio. Il comitato, composto dalle signore Charlotte Basset (violoncellista), Susan Porteous (violinista) e Jane Roberts, e dai signori Robert Dixon (segretario), Clayton Evans (direttore d'orchestra), Billy Ventry (organista) e Francis Pettigrew (tesoriere), ha preparato un piano ben preciso sotto la guida ferrea di Evans e si appresta a dare inizio alle prove della prima esibizione della stagione. In questa occasione, saranno suonati l'Alleluia Op. 7 n 3 di Händel, un brano che prevede alcuni momenti da solista per Ventry; il concerto per violino di Mendelssohn, con un importante assolo, e la sinfonia di Praga di Mozart; tutti brani che rientrano nelle capacità dell'orchestra mista di dilettanti e professionisti di cui essa è composta. L'unico inconveniente, che rischia di mandare all'aria ogni cosa, è l'inclusione della celebre Lucy Carless, la violinista che dovrà esibirsi in solitaria proprio nel pezzo di Mendelsshon, nel numero dei partecipanti: infatti, non solo la donna è conosciuta per il suo temperamento nervoso e capriccioso, ma è pure l'ex moglie di Dixon. Tuttavia, in un primo momento tutto pare andare liscio: Robert acconsente a tornare in contatto con Carless quanto basta per portare a termine il concerto, e il primo avvicinamento tra i due non suscita alcun problema. Addirittura, alla festa che il mondano Ventry organizza a casa sua la sera delle vigilia dell'esibizione, Dixon e Carless presentano senza rancore all'altro i rispettivi nuovi compagni di vita. Insomma, tutto va a gonfie vele, nonostante la famosa violinista conservi un certo snobismo verso i suoi temporanei compagni di lavoro. Poi all'improvviso, il pomeriggio prima della grande esibizione, Carless litiga furiosamente con uno dei clarinettisti ingaggiati da Dixon ed Evans per il concerto, e minaccia di abbandonare lo spettacolo se l'uomo non verrà allontanato. Un bel guaio, vista la carenza di elementi adatti a rimpiazzarlo e il poco tempo che separa l'orchestra dal debutto. Eppure, ancora una volta, i membri del comitato riescono a sventare il problema: Zbartorovski, il clarinettista polacco con cui Carless ha avuto l'alterco, viene rimpiazzato da tale Jenkinson e tutti sono soddisfatti.

Ogni cosa è andata a posto, quindi? Purtroppo no. In tutto questo, infatti, il tesoriere della Markshire Orchestral Society, Francis Pettigrew, non riesce a scuotersi di dosso la strana sensazione che qualcosa di terribile stia per accadere. Probabilmente è un'impressione influenzata dai numerosi intoppi a cui ha dovuto far fronte in prima persona, per conto del comitato: risolvere le beghe economiche, dare disponibilità per assistere a noiose prove, telefonare e contattare artisti presuntuosi e lunatici non lo ha certo messo in uno stato d'animo positivo. Forse anche il fatto di essere stato coinvolto in alcuni delitti, tempo addietro, lo ha segnato: magari vedere due esseri umani urlarsi addosso epiteti e volgarità in una lingua straniera potrebbe aver ridestato i suoi timori nell'imbattersi un un nuovo cadavere. Pettigrew si costringe ad accantonare i timori e, la sera della prima, si accomoda in galleria per assistere allo spettacolo, incrociando le dita. Tuttavia, sorgono ancora intoppi. Lucy Carless ha preteso di essere lasciata da sola nella sala degli artisti finché non arriverà il suo momento; si tratta di una questione di nervi, sembra. Inoltre, proprio mentre l'orchestra intona l'inno nazionale, lo sguardo di alcuni spettatori indugia sul posto inspiegabilmente vuoto dell'organista. Dov'è Ventry? Cosa gli è accaduto? Come mai non si sta preparando per il pezzo d'apertura col suo assolo? Evans, spazientito, si vede costretto a cambiare l'ordine dei brani e attacca con la sinfonia di Praga di Mozart, per poi fare una breve pausa e  andare incontro a Carless nei camerini. Peccato che la donna non arriverà mai in scena, dal momento che è stato strangolata nella poltrona in cui sedeva. Immediatamente il concerto viene interrotto e la polizia convocata sulla scena del delitto. L'ispettore Trimble, aiutato dal sergente Tate, si getta in caccia dell'assassino e pian piano si rende conto che quest'ultimo deve trovarsi per forza nel numero di partecipanti attivi al concerto, tra i membri del comitato oppure tra gli orchestrali. Però nessuno ha avuto movente e occasione per compiere il crimine, a parte un misterioso clarinettista che pare essersi volatilizzato nel nulla. Forse è costui il criminale responsabile? Toccherà a Francis Pettigrew dare un importante contributo alle indagini di Trimble e Tate, affinché l'assassino non resti impunito e vanga arrestato.

Orchestra Pit, Jim Rodgers, raffigurante un direttore intento a
guidare la sua orchestra in un pezzo sinfonico
Dopo la delusione provata nel leggere "Congelato" di Anthony Weymouth, desideravo tornare a concentrarmi su qualcosa di intrigante che potesse ridarmi la gioia di gustare un giallo ben sviluppato, e l'idea di cimentarmi con un libro dove il nucleo principale del racconto fosse costituito dalla musica da concerto mi allettava molto; soprattutto come musicista di brani classici, ho pensato che avrei potuto apprezzare ancora di più l'intreccio. Così, ho deciso di prendere in mano "Delitto al Concerto" e vi posso assicurare che la scelta è stata azzeccata, visto che si è trattato di un romanzo stupendo. Infatti, come era accaduto per "Il Segreto delle Campane", anche in questo libro tutto quanto ruota attorno alla Quarta Arte, intesa per essere di facile accesso a qualunque lettore e pur senza tralasciare la trattazione di altri temi comunque importanti nella narrativa di Hare. Un mondo intero viene descritto in tanti piccoli dettagli che si possono leggere tra le righe: abbiamo il comportamento nevrotico e maniacale dei musicisti e di chi viene in contatto con loro ogni giorno, con liti frequenti e scontri che si verificano nelle occasioni grandi e piccole; la descrizione approfondita di numerose occasioni in cui un'orchestra oppure un comitato ad essa legato si riuniscono e, inevitabilmente, scatenano una serie di botta e risposta che spesso si rivelano essere fonte di frustrazioni ed ansie (cap. 6, pp. 89, 118-121, 213-216, 231-232). Nonostante non siano sempre direttamente funzionali alla trama e allo svolgimento del percorso che porterà alla cattura del colpevole, in più di un'occasione vengono tirati in ballo strumenti musicali di vario genere, brani con le loro peculiari caratteristiche, nomi di celebri compositori e concertisti come Håndel, Mendelssohn, Mozart, Beethoven. Molte volte, inoltre, viene messo in luce il lato artistico della musica, inteso come approccio ad essa da parte dei musicisti: abbiamo Evans che la intende come qualcosa che sta al di sopra di tutto il resto, persino delle indagini della polizia che "rischiano" di contaminare un mondo perfetto ed etereo impossibile da piegare ai dettami della pragmaticità; oppure la visione della signora Basset, la quale vede nella Quarta Arte un mezzo che sta tra l'aulico (dal momento che le permette di esprimere le proprie emozioni) e il pragmatico (sfrutta il suo talento per fare semplicemente colpo sul direttore d'orchestra).

Al di là di ciò, tuttavia, l'aspetto "musicale" del romanzo non si limita alla mera descrizione di un mondo "elevato" rispetto a tutto il resto; voglio dire, non descrive il tema soltanto prendendolo da un punto di vista artistico. Una parte di esso viene trattato secondo un piglio materialista, mostrando come e quanto sia complicato "far quadrare i conti", per dirla in soldoni: i problemi che sorgono quando bisogna pagare un suonatore esoso oppure scontroso; i passi che si devono intraprendere per avere a che fare con qualche musicista che si rifiuta di essere contattato da chiunque, al di fuori di un agente ancor meno disposto a scendere a compromessi; l'organizzazione pratica di un concerto, la quale prevede non soltanto una lunga serie di scontri e botta e risposta di accordi più o meno soddisfacenti, ma pure l'affitto di un luogo materiale dove l'orchestra si possa esibire, il pagamento di tasse inevitabili ed obbligatorie, le riunioni alle quali i membri devono partecipare che devono essere organizzate tenendo conto di tantissime variabili... Anche questo è un merito di "Delitto al Concerto": mostrare come non tutto si riconduca a un aspetto ideale, ma sia necessario scendere a compromessi e occuparsi pure del lato più prosaico dell'organizzazione musicale. E su questi due aspetti antitetici, Hare ha costruito il suo romanzo giallo, sfruttandoli per dare vita a una storia come dicevo straordinaria, in cui si intrecciano uno stile solido e stabile e numerosi temi, per dare vita a un enigma dove la musica non è soltanto un pretesto per infondere atmosfera alla trama, ma gioca un ruolo di primo piano nella soluzione dell'indagine. Al mondo della Quarta Arte, fatuo in molte delle sue caratteristiche, illusorio, poco tangibile, effimero, viene infatti affiancata una narrazione dove i fatti sono ciò che più contano, al di là delle mere idee che uno può farsi; dove le testimonianze hanno più valore delle ipotesi, le correnti sotterranee sono declinate a perseguire mete poco idealizzate e volte a un profitto di carattere tangibile (possedere qualcuno in senso carnale, piuttosto che sentimentale, oppure un guadagno in termini di denaro) e le prove utili per svelare la verità sono di carattere pragmatico, rifacendosi alla conoscenza di cavilli legali come è solito in Hare. La stessa musica, addirittura, viene utilizzata per suffragare la soluzione finale in termini materiali. Credo sia stata questa capacità di mettere assieme mondi distanti tra loro, pur senza dare vita a uno scontro irrisolvibile, la chiave del successo di "Delitto al Concerto". Oltre al fatto di accompagnare il lettore nel complesso mondo della musica da concerto.

Alfred Gordon Clarke, alias Cyril Hare,
nato nel 1900 e morto nel 58
Cyril Hare (pseudonimo di Alfred Gordon Clarke) riuscì in questa impresa grazie al fatto di essere lui stesso un grande appassionato di musica concertistica. Nato nel 1900 a Mickleham, studiò Storia al New College di Oxford prima di intraprendere la professione forense a Londra. In concomitanza con il matrimonio, tuttavia, decise di intraprendere l'ulteriore pratica letteraria per incrementare le magre entrate che gli procurava il suo lavoro ed assunse uno pseudonimo che univa il nome della sua abitazione (Cyril Mansions) con il proprio luogo di lavoro (sito a Hare Court). Come Cyril Hare iniziò a scrivere racconti per il "Punch", finché nel 1937 riuscì a pubblicare con discreto successo il suo primo giallo, "Tenant for Death", in cui le indagini vengono affidate a un ispettore di Scotland Yard piuttosto convenzionale, Mallet. Quest'ultimo ricompare nel titolo seguente, "Death is no Sportsman", ma fu dal 1939 che l'attività letteraria di Hare si fece più originale: con "Suicide Excepted", infatti, egli cominciò a sfruttare la propria esperienza nel mondo giudiziario e della legge inglese per rinforzare intreccio e ambientazione dei suoi libri, dando sempre meno risalto alla figura di Mallet. Nel frattempo, ricoprì per qualche tempo il ruolo di judge's marshal e accompagnò un giudice itinerante con mansioni segretariali nei primi anni della Seconda Guerra Mondiale; esperienza che gli sarebbe servita per dare vita al suo capolavoro, "Tragedy at Law", in cui fece la sua comparsa il suo investigatore per eccellenza: l'avvocato Francis Pettigrew, il quale avrebbe anticipato i "personaggi di carne e sangue" (come l'ha definito il critico Martin Edwards) degli scrittori futuri. Pettigrew, infatti, risulta un individuo molto meno impostato e formale del tipico detective della Golden Age, interessato il giusto al denaro e disilluso, moderno e giusto, per il quale il delitto non è un gioco.

Grande appassionato di storia, di musica classica, di legge (come Michael Gilbert, ad esempio) e provetto oratore, nonché affetto da una "congenita e incurabile indolenza" che limitò la sua attività letteraria, Hare scrisse cinque romanzi con Pettigrew protagonista, che sommati a una trentina di racconti e agli altri rimanenti contano dieci esemplari della miglior crime story di stampo giudiziario, prima di morire nel 1958. Tra questi ultimi, l'unico a non presentare un investigatore di serie fu "Un Delitto Inglese", il quale vide invece come deus ex machina l'insolita figura di uno storico ungherese, il professor Bottwink, e si può considerare il più "classico" dei gialli di Hare. Esso venne basato su "The Murder at Warbeck Hall", un radiodramma composto per la serie "Mystery Playhouse presents The Detection Club", scritto in un tentativo di raccogliere fondi per il Club e trasmesso dalla BBC assieme a:
  • The Murder in the Mews by Agatha Christie;
  • A Nice Cup of Tea by Anthony Gilbert;
  • Sweet Death by Christianna Brand;
  • Bubble, Bubble, Toil and Trouble by E. C. R. Lorac,
  • Where Do We Go From Here? by Dorothy L. Sayers.
Sempre Martin Edwards ha rivelato che, al momento della sua morte, Hare aveva iniziato a scrivere un nuovo romanzo con protagonista il dottor Bottwink; purtroppo però non riuscì a finirlo e non se ne farà mai nulla, poiché l'esiguo manoscritto rimasto incompiuto è talmente breve da rendere impossibile capire come si sarebbe sviluppata la trama. Ciò è un vero peccato, visto il calibro del primo libro di quella che si prospettava come una serie di qualità. In ogni caso, per fortuna, ci resta il resto della sua opera letteraria che non è seconda a nessuno, in campo giudiziario. Infatti, se Gilbert applicò le proprie competenze in campo notarile e di avvocatura, la Legge e la Giurisprudenza trovano in Hare il miglior espressionista. Lo stesso "Delitto al Concerto" mette in mostra questa cosa dal momento che, come era già accaduto in "Un Delitto Inglese", il movente del delitto si debba andare a ritrovare in un cavillo legale che risale nientemeno che al Parlamento di Enrico VIII! Questa attenzione per il mondo giuridico è stata la benedizione/maledizione di Hare: da un lato, gli ha permesso di attingere da una fonte pressoché esclusiva per ricercare elementi da sfruttare per far muovere i suoi assassini, ma dall'altro ha precluso il cosiddetto fair play nello scioglimento del mistero da parte del lettore, il quale ovviamente non conosce tutti i codicilli legali. In questo si può riscontrare l'unico difetto di "Delitto al Concerto"; per il resto, come dicevo, si è trattato di un libro pieno di aspetti narrativi e tematiche interessanti.

Copertina dell'edizione in lingua
originale, pubblicata da Faber
In questo libro, Hare ha unito la propria passione per la musica con la sua ampia conoscenza della legge (pp. 35-38, 255-257), inserendo alcune digressioni che esulano dallo svelamento finale (come quella alla corte d'Assise) ed altre che, invece, sono strettamente legate al caso. Oltre a ciò, tuttavia, l'autore non ha rinunciato a sfruttare e mettere in atto gli accorgimenti che hanno reso grande e duratura la propria narrativa: uno stile a dir poco solido, pianificato e compilato, quasi antico come quello di Richard Austin Freeman, ma senza le lunghe parentesi tratteggiate in tono lirico (non per niente viene citato "David Copperfield" alle pp. 43, 45, 201, 205-206); un'attenzione ai particolari e a brevi descrizioni stringenti per quanto riguarda le ambientazioni; e una caratterizzazione profonda dei personaggi, alternando la loro fisicità con gli aspetti emozionali. Come era accaduto in "Un Delitto Inglese", sono questi ultimi a dare gran parte della forza alla trama. Nell'altro romanzo avevamo uno scenario affascinante come quello della casa isolata dalla neve a Natale; qui, le descrizioni sono meno suggestive e numerose ma non per questo scadenti. Allo stesso modo, inoltre, in "Delitto al Concerto" la storia raccontata non si dilunga più di tanto nel raccontare quale sia lo sfondo delle vicende; certo, nella parte comprendente i primi cinque capitoli ritroviamo una sorta di carrellata sui personaggi, la quale ci fa capire meglio quale sia il rapporto che li lega tra loro e ci permette di entrare nel loro modo di essere, ma da lì in poi è l'indagine ad occupare il centro dell'attenzione. Sono l'ispettore Trimble e il sergente Tate (ai quali si aggiunge saltuariamente Pettigrew) ad essere protagonisti di quanto accade sulla scena, a dispetto del ruolo di investigatore dilettante del tesoriere della Markshire Orchestral Society. Il lavoro della polizia prende il sopravvento su quello di Pettigrew, mostrando quanto esso sia complesso non solo dal punto di vista pratico, con tanti testimoni da interrogare e indurre a svelare la verità, rilevamenti da fare sulla scena del delitto e orari sballati, ma pure da quello umano. Ciò che prova Trimble nei confronti dei sottoposti e delle persone con cui viene in contatto, una sorta di senso di inferiorità che si accentua quando egli si ritrova al cospetto del capo della polizia MacWilliam (pp. 137-138); la frustrazione di Tate nel dover sottostare a un poliziotto più giovane ed inesperto, oltre che addestrato per non essere affabile coi sottoposti; l'affetto sincero che lega MacWilliam a questo giovane investigatore e la spinta a metterlo di fronte alle difficoltà per farlo crescere: tutto ciò è stato espresso in "Delitto al Concerto", e l'ho trovato davvero illuminante e bello, perché ha dimostrato come la polizia non sia fatta di automi senza cuore (pp. 123-125, 182-187, 211-212, 240-244, cap. 11).

Cosa ancora migliore, Hare ha impresso una forte carica ironica alla sua storia e ai suoi personaggi: gli stessi Trimble, MacWilliam e Tate agiscono con atteggiamenti a volte divertenti (come nell'interrogatorio a casa Roberts), ma è soprattutto Pettigrew a mostrarsi goffo e umano (oltre che diversissimo dal segugio ansioso di mettersi alla caccia di un omicida), quando ad esempio deve contattare Jenkinson come sostituto clarinettista (pp. 65-70, 101-104, 187-192, cap. 13). Con questo, però, non bisogna dimenticare che "Delitto al Concerto" è pur sempre un giallo del dopoguerra; pertanto, sono presenti alcuni riferimenti al razionamento di cibo e oggetti come le calze per signore, oltre allo spettro del conflitto e del nazismo stagliato dalla triste vicenda dei Zbartorovski (pp. 195-196). Insomma, c'è un equilibrio su cui si gioca tutto quanto, influenzato dalle correnti sotterranee che legano i personaggi l'uno all'altro, in un misto di amore e odio, gelosia e vendetta, bramosia e disgusto, snobismo e altruismo (pp. 58-59 130-133, 224-228); nessuno viene risparmiato dal conflitto interiore, come poi accade nella vita reale. La signora Basset, ad esempio, è una snob sociale, che misura il valore del prossimo in base al lignaggio e di comporta di conseguenza, ma non si rende conto di rendersi lei stessa ridicola; il signor Dixon, così posato, organizzato e sicuro di sé, appare incapace di accorgersi del tradimento della moglie; Clayton Evans, da parte sua, divide la propria persona tra il disprezzo per chi non possiede una grande cultura musicale e il raggiungimento della gloria. Nondimeno, Lucy Carless possiede un temperamento nervoso e desideroso di riuscire, nel bel mezzo di un eterno conflitto; Ventry è un collezionista di strumenti musicali, ma questo non gli impedisce di essere pure edonista e donnaiolo. Tutti costoro incarnano lo stereotipo del musicista capriccioso e dal temperamento artistico, cosa che si rivelerà funzionale allo svelamento dell'enigma. Non solo trovando sfogo attraverso le azioni dei protagonisti, infatti, il mistero è stato costruito, ma attingendo direttamente alla musica nella sua essenza: non bisogna limitarsi ad applicare il solito metodo del sondare i sentimenti e i segreti nascosti nell'animo, ma possedere una minuziosa conoscenza della Quarta Arte (e della legislatura inglese) per scoprire in anticipo "chi-l'ha-fatto" e in quale modo. Questo è l'unico difetto di "Delitto al Concerto"; per il resto, esso presenta un tipico mistero della Golden Age del giallo britannico che non mancherà di intrattenere il lettore: composto come da scatole cinesi l'una dentro l'altra, pieno di riferimenti alla realtà (come dimostra la citazione al caso delle "Spose nel Bagno" attribuito al serial killer John Gordon Smith) e alla letteratura di Dickens, schematico nella sua suddivisione per punti, con quel misto di Fato e pianificazione che ha reso celebre nel tempo il mystery anglosassone. Super consigliato.

P.S. Una curiosità, per finire. "Delitto al Concerto" è stato dedicato a un certo Arnold Goldsbrough: ci fu mai costui? Ebbene, alcune ricerche sulla rete mi hanno portato a scoprire che si trattava nientemeno che dell'organista al matrimonio tra Hare e Mary Lawrence nel 1933, alla chiesa di St. Martin in the Fields. Sapendo che nella storia è presente la figura di Ventry e che tipo sia egli, non ho potuto pensare che l'autore abbia voluto giocargli uno scherzo. O almeno spero lo sia stato, vista la cattiva reputazione dell'organista fittizio.

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venerdì 10 luglio 2020

38 - "C'è un Cadavere dall'Avvocato" ("Smallbone Deceased", 1950) di Michael Gilbert

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore

Per me, il mondo della legislatura e della burocrazia è (e probabilmente rimarrà) un mondo ignoto e nebuloso. Pur avendo una mente logica, non sono mai riuscito a cogliere tutte le sfaccettature che caratterizzano la Legge e ad apprezzare il piacere nell'individuare cavilli e memorizzare frasi fatte, come alcuni invece fanno. Ad esempio, qualche anno fa ho provato a preparare un concorso per bibliotecario, per il gusto di tentare una strada diversa e mettere a frutto i numerosi anni in cui ho fatto volontariato in un ente pubblico: ebbene, dopo un mese di sforzi e mal di testa, ho deciso di rinunciare all'impresa, di fronte alla mia evidente incapacità di assimilare concetti espressi in un linguaggio astruso e assurdamente complicato. Finché si è trattato di concentrarsi su concetti che potevano essere espressi in altre parole, tutto è andato bene; è stato quando le definizioni hanno assunto un tono pomposo e al limite dell'indecifrabile che le cose si sono complicate. Forse il rifiuto di memorizzare non era dovuto solo al modo in cui erano state presentate le nozioni (immagino che tutto ciò sia un retaggio della tradizione, la quale vedeva il linguaggio giudiziario come qualcosa di riservato a pochi eletti, e quindi giustificato nel suo essere "elevato" fino all'esasperazione); forse si trattava di una predisposizione naturale che qualcuno nutre nella propria natura e modo di essere, oppure c'entrava il fatto che la mia esperienza come volontario di biblioteca non fosse stata del tutto caratterizzata da aspetti positivi, diminuendo così il mio interesse in ciò che studiavo.

In ogni caso, per quanto mi riguarda, questo sistema per tramandare i concetti appare ancora oggi tutt'altro che comodo e appetibile, per cui credo proprio che i dubbi piaceri della legislatura resteranno lontane ombre sul mio percorso di vita; eccezion fatta, ovviamente, nel momento in cui si tratta di imbattersi in essi durante la lettura di un romanzo giallo. Perché se c'è qualcosa che, contro ogni previsione, è riuscita ad avvicinarmi all'arcano sapere della solenne compilazione di atti notarili e della redazione di testamenti, e a provocare in me un genuino interesse, è stata proprio la crime story classica. Come abbiamo visto, all'interno di questo genere letterario, spesso vengono affrontati argomenti che non ci si aspetterebbe mai di trovare: dall'innovativo tratteggio del ruolo della donna, in tempi ancora relativamente oscuri (vedasi "L'Inquilino del Piano di Sopra" di Harriet Rutland), a temi considerati tabù ancora oggi, come l'omosessualità e l'amore platonico; dalla descrizione minuziosa della vita di città e campagna, tra scandali piccoli e grandi che potrebbero verificarsi ai nostri giorni ("Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers è un ottimo esempio), al resoconto puntiglioso di eventi storici come in "La Figlia del Tempo" di Josephine Tey, il mystery ci permette di immergerci in contesti disparati ma attinenti alla realtà, di "vivere" i ruoli dei personaggi come se fossimo loro stessi, in un linguaggio accessibile a tutti e trasmettendoci così una sorta di conoscenza diretta di quanto andiamo a leggere. Quando si tratta di giustizia, poi, il tradizionale romanzo giallo offre un vasto campionario di situazioni, e il mondo della legislatura e della Legge inglese occupa da sempre un posto molto importante all'interno del genere.

Forse, il motivo di questo successo è dato dal fatto che sono tantissimi gli autori provenienti da questo emisfero a me quasi sconosciuto, che si sono dedicati sia alla professione forense sia alla narrativa fittizia: oltre al famoso Erle Stanley Gardner, ideatore delle avventure dell'avvocato americano Perry Mason, ci sono il britannico Cyril Hare, con i suoi romanzi basati su questioni concernenti aspetti poco conosciuti della Legge inglese, come "Un Delitto Inglese", e in tempi più recenti il critico Martin Edwards, il quale ha iniziato conducendo una doppia carriera di avvocato e scrittore, per poi abbandonare la prima in favore della seconda. Costoro sono senza dubbio grandi esperti di legislatura e burocrazia, avendo conseguito studi approfonditi ed esperienze sul campo, e sanno per certo quello di cui parlano; per cui, quando ci apprestiamo a leggere qualche libro scritto da questi autori, mettiamo insieme la capacità del giallo classico di catapultarci con semplicità nelle situazioni che esso descrive e le conoscenze che ci trasmette chi lo scrive. Credo sia questo il motivo per cui, anche se mi imbatto in una questione legale complessa dentro una storia del mistero, riesco comunque a provare interesse riguardo a questioni che, se affrontate al di fuori della finzione, mi annoierebbero. Uno degli esempi più chiari di questa "magia" messa in atto dal classico romanzo giallo è costituita da un libro scritto da un altro celebre esponente di questi scrittori "dalla doppia vita": il britannico Michael Gilbert, infatti, nel 1947 diede vita a "C'è un Cadavere dall'Avvocato" (Polillo Editore, 2004), una storia deliziosa che racconta alla perfezione come dovesse essere la vita all'interno di uno studio legale della City di Londra, mettendo in mostra l'attività di un avvocato attraverso l'uso di termini specifici pur senza stufare chi legge. In mezzo alla frenetica redazione di atti e testamenti, infatti, troviamo un vivace ritratto di quella caotica quotidianità che caratterizza ogni ufficio che si rispetti, tra gossip e gelosie professionali; con l'aggiunta di un mistero astuto, che soddisfa allo stesso tempo l'appassionato di crime e l'occasionale lettore.

Piccadilly in Rain by Frederic Marlett Bell-Smith
(1846-1923), raffigurante uno degli scenari di "C'è un Cadavere
dall'Avvocato"
La storia inizia descrivendo una pomposa cena in un prestigioso ristorante di Londra, durante la quale sono stati riuniti i soci e i dipendenti del celebre studio legale Horniman, Birley & Craine e dei suoi satelliti minori. Accanto alle personalità più dimesse delle sedi di periferia e fuori città, spiccano quelle delle persone che quotidianamente si trovano a contatto con i capi dello studio; eppure, da alcune settimane si percepisce un grande vuoto nelle file della compagnia. Il fondatore storico della firma, Abel Horniman, è deceduto per cause naturali mentre si trovava alla sua scrivania di Lincoln's Inn, e la serata indetta per rinsaldare i contatti tra i dipendenti viene sfruttata come pretesto per celebrare il defunto egregio, con tanto di discorsi soporiferi e commenti sarcastici sotto i baffi. Seduto al suo posto, il giovane Henry Bohun ascolta gli uni e gli altri con pari interesse, poiché è appena arrivato ed è intenzionato a farsi un'idea più chiara possibile del campo in cui si è immerso. Con un passato da ricercatore statistico, si è dedicato agli studi di giurisprudenza e adesso è riuscito ad ottenere una sorta di apprendistato da Horniman, Birley & Craine, dove intende iniziare a costruirsi una carriera di tutto rispetto... sempre che ciò gli venga permesso. Fin dalle presentazioni con gli altri partecipanti alla festa, infatti, percepisce una sorta di scala sociale; niente di troppo snob, sia chiaro, però il fatto di essere l'ultimo arrivato si fa un po' sentire. Ovviamente Bohun ha già incontrato Birley (un vecchiaccio acido e ipocondriaco) e Craine (un tizio lascivo che si diverte a flirtare con le giovani segretarie) quando è stato assunto. Gli altri colleghi non sono da meno, in quanto a stranezze: il più affabile sembra essere John Cove, il braccio destro di Craine, un giovanotto tutto sarcasmo e cinismo che si impegna più a intrattenere brevi relazioni con le ragazze dello studio che a lavorare, e considera la sua esperienza come dipendente di una noia mortale; Eric Duxford, da parte sua, appare flemmatico e fin troppo sfuggente, dal momento che si vocifera si assenti spesso dal lavoro da un momento all'altro. Il nuovo socio della ditta, Bob Horniman, si presenta come un ragazzo nervoso e più che deciso ad appoggiarsi alla solida signorina Cornel, la segretaria del suo defunto padre, una donnetta pratica ed efficiente che mette in ombra il suo operato. Chiudono il gruppo le altre segretarie (la signorina Chittering, dedita al benessere dell'irritabile Birley; la signorina Bellbas, che tenta di sfuggire alle grinfie di Craine e Cove; e la signorina Mildmay, avvenente famme fatale dall'animo focoso alle dipendenze di Duxford) e un paio di uscieri/archivisti i cui uffici si trovano nei sotterranei dello studio.

"Una strana fauna" pensa Bohun, mentre torna a casa; "proprio quel tipo di ricettacolo in cui si mescolano odi e gelosie e possono scoppiare bombe da un momento all'altro". Infatti, già dal mattino seguente, in ufficio tira un'aria tesa: Bob Horniman viene redarguito da Birley riguardo un ritardo sulle verifiche di un fondo affidato al defunto Abel. Come mai nessuno si è preoccupato di rintracciare l'altro fiduciario del Fondo Ichabod Stokes, a cui è stato affidato mezzo milione di sterline? Eppure il signor Smallbone, un piccoletto viscido con la cattiva abitudine di scovare scandali all'interno della vita degli altri e renderli pubblici, nonostante si renda spesso irrintracciabile quando serve, si presenta puntuale a movimentare la vita da Horniman, Birley & Craine. Mentre vengono mobilitati mari e monti alla sua ricerca, si decide di dare un'occhiata agli incartamenti del fondo... con la conseguenza di inciampare nel suo cadavere, chiuso ermeticamente nella scatola destinata ai documenti relativi a Ichabod Stokes. Come egli possa essere finito lì dentro è un mistero; tanto più che il contenitore in cui è stato rinvenuto il cadavere si trovava nell'ufficio appartenente al defunto Abel Horniman, integerrimo esempio di avvocato sul quale non sembra essersi mai posato alcun sospetto di natura criminale. La faccenda, quindi, risulta molto imbarazzante per la gente che lavora da Birley, Horniman e Craine; sia perché un'ombra di dubbio viene a gettarsi sul buon nome dell'azienda, ma anche perché sembra proprio che nessuno al di fuori del defunto possa aver perpetrato il delitto, e calunniare un morto non è mai una bella cosa da fare. Tuttavia, ben presto le indagini dell'ispettore Hazlerigg (coadiuvato dall'aiuto ufficioso di Bohun) iniziano a suscitare nuovi sospetti... In un lento crescendo di tensione, inframmezzato da un altro delitto e dagli scontri-incontri tra i dipendenti dello studio legale, la faccenda si complicherà ancora di più, tra somme che non tornano e frivoli discorsi su borsette di coccodrillo e presagi funesti delle stelle; finché la verità non verrà alla luce e il colpevole si ritroverà a pagare una salata parcella.

Copertina dell'edizione inglese pubblicata
dalla British Library Crime Classics

È sempre un piacere immenso, quando capita di imbattersi in un classico romanzo giallo come "C'è un Cadavere dall'Avvocato". Questo tipo di mystery è il mio preferito in assoluto, poiché riesce a trasmettere al lettore una quantità di suggestioni e di aspetti della vita di inizio e metà Novecento, in modo vivace e ironico, che ben poca altra letteratura è stata in grado di tramandare. Una volta, P.D. James disse: "Puoi apprendere molto di più circa i costumi sociali dell'epoca in cui un giallo è stato scritto, di quanto tu possa fare dalla narrativa più pretenziosa". Non potrei essere più d'accordo con questo giudizio. A mio parere, infatti, il romanzo del mistero riesce a consegnarci un ritratto dettagliato e veritiero della società, degli usi e costumi, della vita e delle concezioni che si erano affermate (o lo stavano facendo) nel momento in cui esso si sviluppò in quella che viene definita come la sua "Golden Age", pur senza dare l'impressione di voler istruire e forzare il lettore ad apprendere. Questo è un discorso che è valso soprattutto quando ho presentato "Sotto la Neve" di J. Jefferson Farjeon, "Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers oppure "L'Occhio di Osiride" di Richard Austin Freeman; ma potrebbe essere applicato pure all'insospettabile "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" di Annie Haynes, libro molto più ridimensionato degli altri tre titoli. Ognuno di essi racconta qualcosa e lo fa a modo suo: uno si sofferma sull'atmosfera misteriosa e rarefatta che aleggiava nelle case signorili di una volta, un altro sulla descrizione della vita nella campagna inglese tra gioie e dolori, un altro ancora sul rapporto tra due individui, immersi nella società vittoriana di una Londra che è scomparsa ma sopravvive nel ricordo tramandato. Nel suo piccolo, pure il libro di Haynes tratteggia una società stratificata in livelli sociali, popolata di individui aristocratici, arrampicatori che partono dal basso per raggiungere potere e gloria, e umili popolani che si accontentano della propria mediocrità. Tuttavia, fino a questo punto mi era capitato di imbattermi soltanto in questi "mondi" che, pur rappresentando un metro di giudizio attinente alla realtà del loro tempo, restano in qualche modo relegati a un passato che è irrimediabilmente antiquato (ad eccezione, forse, del romanzo di Sayers, poiché esistono ancora oggi realtà contadine come quella dei Fens).

Questa caratteristica peculiare della narrativa del mistero nel riportare in vita ciò che è trascorso attraverso piccoli gesti quotidiani, come la compilazione di un diario giornaliero, oppure con la rappresentazione del complesso rapporto tra conoscenti, fatto di inchini formali, parlandoci di un'epoca ormai cancellata dal passare del tempo, non si era mai spinta oltre. Giallisti quali lo stesso Freeman, ma anche Hare per restare in tema legislativo/notarile, si erano limitati a preservare questa eredità preziosissima e a farcela rivivere davanti ai nostri occhi, evitando che andasse dimenticata; il ché non è poco, sia chiaro. Nel romanzo di Gilbert, però, ho notato un aspetto davvero straordinario della storia che lui ci ha raccontato: ovvero, la capacità degli eventi (delittuosi e non) di poter essere trasportati e “vissuto” ai giorni nostri con ancor più naturalezza del solito. Mi spiego meglio. Molti di voi avranno qualche esperienza di come si lavora in un ufficio, pubblico o privato che esso sia. Conoscerete di sicuro il clima che di solito si respira in certi ambienti: le difficoltà a fare in modo che tutti vadano d'accordo, le gelosie professionali e i sottili sotterfugi attraverso i quali ognuno fa il proprio gioco e tenta di avvantaggiarsi sui colleghi, le pugnalate alle spalle e i pettegolezzi che vengono diffusi per screditare il prossimo, e molto altro ancora dovrebbero esservi in qualche modo familiari (se così non fosse, beati voi!). Ecco, la vicenda tratteggiata in "C'è un Cadavere dall'Avvocato" ricalca in pieno l'atmosfera di competizione e di doppiogiochismo che si respirerebbe in qualsiasi ente che più o meno chiunque di noi ha sentito sulla propria pelle (pp. 21, 25-30, 37-38, 48-56, 86-90, 113-120, 124-127, 134-150, 157-163, 176-178, 189-191, 202-203, 279-284). Ed è stata scritta nel 1950, più di mezzo secolo fa! Capirete quindi cosa intendo quando dico che, a mio modesto parere, il romanzo giallo classico riesce più di qualunque altra cosa nell'impresa titanica di trasportare ai giorni nostri quei microclimi che appartengono al passato.

Non si tratta di episodi accaduti nella realtà, altrimenti saremmo testimoni di innumerevoli delitti quasi perfetti e sarebbe un po' scoraggiante; però la finzione diventa uno strumento che trasferisce nel nostro presente qualcosa che è a tutti gli effetti reale, dal momento che noi ci identifichiamo nei personaggi e nelle situazioni che essi popolano e animano. Eppure, nel suo libro più di altri, Gilbert riesce a compiere il miracolo di rendere eterne le vicissitudini che si verificano attorno alla scoperta del cadavere di Smallbone; non soltanto, quindi, a tratteggiare un mondo reale che avremmo potuto "vivere" nel passato, se solo ci fossimo trovati in uno studio legale di Lincoln's Inn del 1950, ma addirittura uno che potremmo toccare con mano al giorno d'oggi, qualora decidessimo di servirci dell'opera di un pari di Horniman, Birley & Craine. In "Lord Peter e L'Altro", Sayers si è impegnata a tratteggiare l'immagine di un'agenzia pubblicitaria come Benson's con altrettanta cura di quella impiegata dal nostro esperto legale in "C'è un Cadavere dall'Avvocato"; eppure, nonostante tutta la sua abilità e competenza, non è riuscita a slegare questo luogo dal periodo storico in cui ha ambientato il suo libro. Gilbert, dal canto suo, ha invece reso immortale la creazione di Abel Horniman con un racconto tale da poter essere interpretato in qualunque epoca seguente alla sua pubblicazione. Forse ciò è dovuto al fatto che il tema principale su cui si snodano gli eventi, la legislatura e la redazione di atti, non sia cambiato più di tanto da un secolo a questa parte. Chi lo sa? In ogni caso, con "C'è un Cadavere dall'Avvocato" ci troviamo davanti a una storia che risulta sempre attuale, grazie alle strategie che il suo autore ha messo in atto.

Infatti, non solo abbiamo una descrizione della vita all'interno di uno studio legale, e la rappresentazione dei rapporti che si vengono a creare quando numerose personalità si ritrovano a condividere spazi chiusi in comunità, ma anche l'inserimento di scene di vita vivaci e ironiche, che magari non hanno alcun legame con la legge ma riescono comunque a dipingere al meglio quale debba essere l'atmosfera generale, e un fine tratteggio della psicologia di ogni individuo, delineata in modo da far risaltare ogni attore sulla scena e dargli vita propria. Paradossalmente (e questo può essere un punto a sfavore per qualcuno), in un primo momento il mistero sembra passare in secondo piano, rispetto allo sviluppo della vita da Horniman, Birley & Craine e alla dettagliata descrizione dell'operato della società. Tuttavia, io sono convinto che il caso debba gran parte del suo successo proprio all'attenzione che l'autore ha messo nel mostrare come fosse tribolata l'attività di un avvocato; l'indagine acquista ancora più spessore grazie alla trattazione veritiera e interessante dell'opera dei soci.

Michael Gilbert, nato nel
1912 e morto nel 2006

D'altro canto, non ci saremmo potuti aspettare niente di meno da un autore capace e versatile come Michael Gilbert. Nato nel 1912 a Londra, egli è stato uno dei massimi esponenti del giallo all'inglese e, come se questo non bastasse, pure un rinomato avvocato, capace di distinguersi sia in un campo che nell'altro. La legge e la letteratura furono nel suo destino fin da bambino, poiché era figlio di due scrittori e nipote di Sir Maurice Gwyer, presidente dell'Alta Corte di Giustizia in India, il quale fu la sua personale fonte d'ispirazione. Studiò giurisprudenza fino al conseguimento della laurea, nel 1937, e un anno dopo decise di mettere mano a un romanzo per tentare la carriera di autore; ma lo scoppio della guerra gli impedì di portarlo a termine e lo costrinse a mettere da parte i sogni, a favore di un posto come artigliere per l'esercito inglese. Tuttavia, ancora un volta il destino mise il suo zampino nel percorso del giovane Michael: mentre si trovava internato in un campo di prigionia italiano, egli si imbatté per caso in una copia di "Tragedy at Law" di Cyril Hare, un famoso mystery dove la parte da padrone la faceva proprio la giustizia e l'applicazione della legge, e ne rimase molto colpito. Una volta tornato in patria, infatti, ripensò a quella lettura fatta in Italia e, mentre svolgeva il proprio praticantato come avvocato, mise mano al suo romanzo incompiuto e lo portò a termine per il 1947, quando entrò a far parte dello studio Trower, Still & Feeling, col titolo "Close Quarters". In questo libro fece la sua comparsa l'ispettore Hazlerigg, il personaggio che accompagnò Gilbert per altre cinque avventure, e con esso iniziò la propria prosperosa carriera narrativa, la quale riuscì a conciliare con quella di avvocato scrivendo quasi sempre sul treno che lo portava dalla sua casa nel Kent fino all'ufficio di Londra. Come è naturale, nei suoi gialli una parte consistente della trama ruota attorno all'applicazione e allo svolgimento del ruolo dell'avvocatura: un esempio è dato dalla vicenda di "C'è un Cadavere dall'Avvocato", dove oltre ad Hazlerigg compare anche la figura dell'avvocato insonne Henry Bohun, poi ripreso in alcuni racconti, ma si possono citare pure quelle di "Death has Deep Roots" ("Il Caso Lamartine", "The Crack in the Teacup" e "The Queen Against Karl Mullen". Tuttavia, altrettanto degno di nota resta il resto della sua produzione mystery, che rivela una straordinaria versatilità: "Death in Captivity" racconta di un ingegnoso omicidio avvenuto in un campo di prigionia italiano; "The Etruscan Net" è basato sul contrabbando di oggetti d'arte; "The Night of the Twelfth" ruota attorno al classico delitto nella scuola, con una vena legata alla violenza nel mondo dell'infanzia. Senza dimenticare le numerose raccolte di racconti, come "Game without Rules", giudicata da Ellery Queen come la migliore in assoluto a tema spy dopo "Ashenden l'inglese" di Somerset Maugham, e la coppia dedicata al sergente anglo-spagnolo Patrick Petrella, in gran parte pubblicati pure sulla celebre "Ellery Queen Mystery Magazine".

Insomma, Michael Gilbert è stato uno tra i più capaci autori di romanzi gialli di sempre; si dedicò a lungo pure alla scrittura per il teatro, la televisione, la radio, e mentre si impegnava nel suo ruolo di avvocato (che gli consentì di rappresentare figure importanti come il Partito Conservatore, il governo del Bahrein e Raymond Chandler), vinceva premi su premi, dal Grand Master a Diamond Dagger. Se ne è andato nel 2006, dopo una vita lunga e piena di romanzi diversissimi tra loro. Tuttavia, "C'è un Cadavere dall'Avvocato" resta quello che viene ad oggi considerato come il suo capolavoro, inserito nelle liste delle migliori opere di genere da parte di H.R.F. Keating e Julian Symons. Il punto più forte della sua storia, come ho detto sopra, credo sia la capacità di riuscire a raccontare una vicenda capace di restare eterna nonostante gli anni che passano: potremmo immaginare che essa sia ambientata negli anni '50 del secolo scorso, oppure fare un balzo avanti di vent'anni, o ancora di trenta e accorgerci che, tutto sommato, la magia non si perde. Nella mia concezione, il compito di un avvocato o di un notaio è strettamente legato alla legislazione che, nella maggior parte dei casi, cambia di rado nel corso di un lustro; quindi il tratteggio dell'operato dei dipendenti e dei soci di Horniman, Birley & Craine, con l'assurdità tipica di un ente burocratico (costituito dal Sistema di Catalogazione Horniman) e la frenesia dettata dalla disperazione nello scovare una scappatoia, appare attinente alla realtà dei fatti del giorno d'oggi, pur tenendo conto del fatto che strumenti come stampanti, fax e fotocopiatrici sono entrate a far parte della routine da ufficio. Immagino proprio il socio di turno, occupato allo stesso modo di Bohun o di Craine, mentre deve impegnarsi a sbrogliare una questione legale, ricorrendo a qualche cavillo o al proprio ingegno e a una quantità indescrivibile di termini specifici, oppure nell'atto di scacciare la noia con un bel flirt con la segretaria, la quale probabilmente si farà sentire duramente.

"C'è un Cadavere dall'Avvocato", inoltre, non si limita al racconto veritiero dell'attività professionale degli affiliati allo studio, dimostrando una straordinaria capacità da insider dell'autore di dipingere un mondo ostico come quello dei fondi fiduciari e delle altre faccende burocratiche/legislative, con linguaggio sì complesso e specifico eppure comprensibile dal principiante (pp. 8, 10-12, 14, 16-19, 22-24, 31-34, 45-47, 56, 79, 81-84, 110-113, 123, 131-132, 146, 177-178, 193, 195, 198-202, 213-218, 221-223, 227-237); ma si addentra in una deliziosa e minuziosa descrizione di come dovesse essere la vita quotidiana (anch'essa attinente alla realtà) di un gruppo di lavoro occupato nella City, magari estranea alle questioni notarili. Penso, ad esempio, alle chiacchiere frivole e divertenti e ai battibecchi tra le segretarie, impegnate a scacciare la noia nel corso delle lunghe ore passate a battere a macchina e ad attendere l'ennesima chiamata per stenografare lettere: esse vengono tratteggiate in un modo che non può lasciarci indifferenti e suscita la nostra simpatia, soprattutto nei confronti delle signorine Chittering (angariata dal bilioso Birley, il cui passatempo pare quello di angustiare e tormentare chiunque gli si trovi a tiro) e Bellbas (impegnata ad analizzare l'oroscopo del giorno per mettersi in guardia dalle catastrofi). Oppure mi viene in mente la gelosia professionale tra John Cove ed Eric Duxford, dipinti con un carattere simile ma incapaci di simpatizzare l'uno per l'altro; nella mia personale esperienza, ho visto coi miei occhi qualcosa del genere e vi posso assicurare che niente potrebbe essere più vero di un simile resoconto tra scontri di personalità (per altri esempi, vedasi pp. 41-44, 67-74, 84-86, 91-93, 104-110, 127-130, 133, 164-166, 172-174, 179-186, 196-198, 209-212, 219-221, 223-226, 245-247, 258-264, 267-269, 278-279). Pur essendo un romanzo giallo solido e ben strutturato, mi spingerei ad affermare che il romanzo di Gilbert si potrebbe leggere soltanto per tutte queste piccole digressioni extra-enigma, le quali ci permettono di compiere un approfondito excursus tra episodi ironici e dialoghi talmente vacui da essere perfetti nel mondo della Legge. È questo che lo rende uno tra i più raffinati e astuti romanzi gialli ambientati in ambito legale: la capacità di dipanare la trama in mezzo a qualcosa di miracolosamente tangibile e reale, in bilico tra farsa e serietà. Non per niente, il critico Martin Edwards lo considera IL migliore in questo senso, alla pari con "Tragedy at Law" di Cyril Hare (per un sentito giudizio sull'autore, vi rimando a questo post del blog di Martin). Tuttavia, per alcuni può annoiare il troppo soffermarsi su temi pesanti. Questo influisce sul giudizio finale del romanzo? Affatto, poiché oltre alla riuscita descrizione della realtà di cui sopra "C'è un Cadavere dall'Avvocato" presenta tutto ciò che un appassionato del romanzo del mistero può chiedere; anzi, troviamo pure qualcosa in più. Abbiamo una resa delle ambientazioni magistrale, con il tratteggio di scenari chiaro e affascinante e un'atmosfera che richiama luoghi solidi e reali alla nostra mente, divisi tra allegria e tensione (per es. pp. 67-70, 166-169, 171); uno stile ironico, al limite del sarcasmo, il quale gioca sul dualismo tra l'astrusità del gergo burocratico e la frivolezza delle chiacchiere da gossip, e dà vita a un riuscitissimo matrimonio tra divertimento e serietà soprattutto nei dialoghi impeccabili all'insegna di uno humor accattivante; una rappresentazione dei personaggi azzeccata e, sebbene un po' caotica in un primo momento, approfondita così da permetterci di figurarceli ognuno con la propria spiccata personalità.

Anche questo tipo di descrizione, dove vengono alla luce particolari del carattere che nulla hanno a che fare col caso, contribuiscono a rendere veri e vivaci gli attori sulla scena e a sottolineare il senso di attinenza alla realtà che circonda il capolavoro di Gilbert (basti pensare alle manie di Birley, oppure al fin troppo reale maschilismo di alcuni tra i dipendenti maschi nei confronti delle sottomesse segretarie). In particolare, ovviamente, spiccano Hazlerigg e Bohun, caratterizzati il primo da un'empatia un po' insolita nel "classico" poliziotto da giallo classico e il secondo da una particolare malattia che gli impedisce di dormire per lungo tempo; ma sono soprattutto altri due i personaggi che lasciano il segno nel corso delle vicende. John Cove, da parte sua, si impegna a sottrarre la scena al nostra investigatore dilettante, compiendo azioni al limite della legalità, e a sferzare con i suoi commenti cinici le ipocrisie dei suoi colleghi; il sergente Plumptree, invece, costituisce il modello di agente dedito al proprio compito con la consapevolezza di essere un "pesce piccolo" ma, allo stesso tempo, la convinzione di poter fare la differenza tra il trionfo e la sconfitta della giustizia (e così sarà, infatti). Inoltre, l'attenzione data al lavoro della polizia (pp. 59-67, 101-104, 172, 179-188, 205-209, 212-213, 218-219, 238-242, 249-251) introduce un altro carattere peculiare del romanzo di Gilbert, poiché questo approccio dà vita a una vicenda in cui l'azione è divisa tra l'indagine di Hazlerigg, in forma di police procedural, e quella intrapresa da Bohun nella figura del tipico investigatore dilettante, più vicina alla tradizione. Ci troviamo di fronte a un tentativo di modernizzare un tipo di racconto che, nel 1950, stava iniziando a perdere mordente; e bisogna ammettere che l'autore ha fatto un buon lavoro, tra inserimento di elementi classici come la piantina della scena del delitto e un'attenzione all'innovativa trattazione psicologica della personalità dell'assassino, la quale dà vita a un mistero astuto che soddisfa sia l'appassionato sia il lettore occasionale. Il soffermarsi sulla descrizione veritiera dell'attività della polizia, comunque, si scontra con una certa tendenza a inserire alcuni momenti in cui viene parodiato il genere giallo (pp. 65, 93-97, 100-101, 108, 178-179); anche questo dovrebbe essere indice di cosa Gilbert intendesse costruire con il suo libro: ovvero, una storia che raccontasse qualcosa di attinente alla realtà, magari facendo leva su quegli aspetti che spesso tendono a diminuirne l'importanza e capovolgendoli così da trasformarli in punti di forza. Insomma, "C'è un Cadavere dall'Avvocato" è un romanzo stupendo, che si impegna a tracciare una vicenda che abbia un forte legame con la realtà dei fatti (il tema della Legge e quello della burocrazia, la vita caotica di un tipico ufficio londinese, il compito gravoso e serio della Giustizia incarnata dagli agenti di Scotland Yard, lo scoppiettante carattere dei personaggi) con un certo tono ironico e divertente e il gioco coi meccanismi del genere. Ogni volta che lo rileggo mi viene voglia di studiare diritto privato; poi mi ricordo che tutto ciò non fa per me, ma intanto l'intenzione torna. Anche questa è una delle magie che è riesce a compiere Michael Gilbert.


Link a C'è un cadavere dall'avvocato su Libraccio;

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venerdì 6 dicembre 2019

16 - “Un Delitto Inglese” (“An English Murder", 1951) di Cyril Hare

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Sellerio Editore
Se c'è qualcosa di cui la Gran Bretagna va fiera, questa è la sua Tradizione più o meno antica nel tempo. Non solo dal punto di vista sociale e politico, considerando il fatto di possedere la democrazia più longeva del mondo (anche se negli ultimi anni sta affrontando non poche difficoltà a causa della Brexit), affiancata alla monarchia più famosa della Storia; ma pure in ambiti artistici come quello cinematografico: non per niente, uno dei suoi celebri esponenti fu nientemeno che Alfred Hitchcock, conosciuto soprattutto per le sue opere americane ma pure regista di film realizzati nella Vecchia Europa, imitato e assurto al riverente titolo di Maestro del Brivido. A ragione, si potrebbe dire che l'Inghilterra abbia costruito la propria fortuna sulla capacità di esaltare e sfruttare il suo eterno passato come se fosse ancora parte del presente (cosa che, purtroppo, non si riesce a fare adeguatamente in Italia, dove la materia prima è tanto più copiosa che in qualunque altro Paese quanto bistrattata): ha conferito ai modi di fare e intendere un dato argomento e agli usi e costumi del suo popolo un'immutabilità perenne e un'importanza caratteristica, tale da renderli inconfondibili da quelli del resto dell'Europa e da tramutarli in una "merce" da esportare all'estero, così da instaurare un prototipo (forse anacronistico?) che contribuisce ad accrescere e celebrare la grandezza del Paese, inducendo noi "stranieri" a guardare sempre più spesso al modello inglese come a un punto di riferimento, a farcì influenzare da esso e a tentare di imitarlo, addirittura facendo nostre alcune usanze meramente "folkloristiche" della sua storia, pur di sentirci più vicini alla Gran Bretagna. In tal senso, un esempio che sorge immediato alla mente è quello riguardante il Natale. Le abitudini anglosassoni, risalenti a secoli fa, prevedono una preparazione e una conseguente celebrazione di tale festa così da fondere gli antichi riti druidici con quelli cristiani, in una maniera che nel tempo è stata più o meno adottata anche altrove: ci sono le carole beneauguranti da cantare insieme agli amici di porta in porta, scambiandosi ramoscelli sempreverdi; la scrittura delle letterine per Babbo Natale e delle cartoline di auguri per i parenti; la decorazione dei negozi con addobbi natalizi a partire dal mese di novembre; per non parlare, poi, del complesso procedimento che porterà all'apertura del Calendario dell'Avvento, alla decorazione dell'albero in casa (suddiviso in fasi temporali) e all'apertura dei regali, in seguito alla Messa della Vigilia e di quella del giorno di Natale.

In realtà, ci sarebbero molti altri gesti legati alle feste natalizie (alcuni prettamente british, altri che pian piano abbiamo adottato anche noi), ma elencandoli tutti rischierei di dilungarmi troppo e di annoiare; quello che mi interessa sottolineare, è come il popolo inglese tenga in grandissima importanza tutto ciò che è legato al suo passato, sia tanto fiero di esso da desiderare e riuscire ad esportarlo, come se fosse qualcosa di scontato, e sia difficilmente disposto a cambiarlo in favore di usanze moderne (anche nel momento in cui sarebbe meglio farlo). Questo concetto, tra altre cose, è illustrato al meglio in uno dei più classici romanzi gialli della tradizione natalizia britannica: "Un Delitto Inglese" di Cyril Hare (Sellerio Editore, 2017), pubblicato anche nei Classici del Giallo Mondadori col titolo "Delitto di Natale". La Tradizione, insieme alla sua celebrazione, è infatti il tema principale attorno a cui ruota questo delizioso esempio di crime story legata al "Christmas Murder Mystery", in cui coesistono tutti i più tipici elementi caratterizzanti il sottogenere: una bufera di neve, il maggiordomo austero che non si scompone per nessuna ragione, la casa isolata in cui avviene un omicidio tra familiari e amici, sospetti in abbondanza e un assassino che si aggira tra i saloni silenziosi. Eppure, non è tutto qui: la sola presenza di questi caratteri rischierebbe di dare vita a una storia uguale a tante altre, senza identità definita, come accade sempre più spesso negli ultimi anni. Serve qualcosa in più per conferire originalità alle vicende raccontate, che le distingua dalla massa; e Hare, da buon avvocato, ha sfruttato la propria conoscenza della legge inglese per trattare anche temi politici e sociali, in modo da dare più enfasi alla Tradizione e, allo stesso tempo, gettare uno sguardo su come essa possa influenzare il futuro, aggiungendo originalità alle situazioni che ha tratteggiato.

Immagine del tipico Natale inglese
La storia inizia presentandoci il dottor Wenceslaus Bottwink, mentre quest'ultimo si trova nell'archivio di Warbeck Hall, una grande casa signorile immersa nella campagna inglese di proprietà della famiglia omonima, intento a svolgere alcune ricerche riguardo la storia politica dell'Inghilterra del XVIII secolo. Come apprendiamo ben presto, il professore è un appassionato studioso delle leggi britanniche, oltre che un rifugiato politico, abituato dalla Storia a mettersi in disparte e a farsi notare il meno possibile, il quale sta approfittando con estremo tatto della gentilezza di Lord Warbeck per completare le trascrizioni di alcuni documenti di proprietà della famiglia che gli potranno essere utili in futuro, incurante del freddo che lo attanaglia e dell'avvicinarsi del Natale. Solo il maggiordomo Briggs, altera figura silenziosa, lo avvicina quotidianamente per offrirgli una tazza di tè: gli altri domestici sono stati assunti per lavorare in giornata e passano tutto il tempo a mantenere in vita il poco che resta ancora in piedi dell'antica casa, mentre Lord Warbeck disputa una battaglia con la morte che gli impedisce di muoversi in libertà e si appresta a tramutarsi in una triste sconfitta. Pur essendo uno straniero poco abituato alle tradizioni dell'Inghilterra, Bottwink è consapevole del fatto che un ospite non è desiderabile per le imminenti feste, visti i numerosi problemi che affliggono il vecchio Lord; eppure, nonostante ciò, il padrone di casa sembra intenzionato a far finta che tutto stia andando bene e ad organizzare un ultimo Natale a Warbeck Hall: ha invitato i parenti e gli amici che gli restano per concludere il bellezza l'anno, e non ha alcuna intenzione di allontanare nemmeno l'esule professore.

Al party saranno presenti nientemeno che il Cancelliere dello Scacchiere dell'attuale Governo, Sir Julius Warbeck; il figlio di Lord Warbeck, un esaltato fascistoide senza il becco di un quattrino di nome Robert; lady Camilla Prendergast, nipote del vecchio; infine, la signora Carstairs, legata alla famiglia da una lunga amicizia e moglie del braccio destro del Cancelliere. Si prospetta un soggiorno perlomeno allegro per gli abitanti di Warbeck Hall; se non fosse che tutti, chi più e chi meno, nascondono un segreto nel proprio cuore e sono in rapporti tesi con almeno un altro componente della comitiva. Lady Camilla, ad esempio, vuole interrogare Robert sul loro burrascoso rapporto, decisa più che mai ad estorcergli la verità; la signora Carstairs nutre un profondo disappunto verso sir Julius, poiché è convinta che suo marito potrebbe fare un lavoro migliore se ricoprisse la sua carica; il Cancelliere, dal canto suo, sopporta malvolentieri la presenza di una guardia del corpo e teme che la sua figura istituzionale possa essere messa in ombra dalle ambiziose mire della Carstairs. Quello più scontento di tutti, però, è Robert: costretto a convivere con due avversari politici, un vecchio amore, un padre malato e un ebreo, non vede l'ora di andarsene. Senza contare quell'altro problema... E Briggs, che sotto l'apparente pacatezza deve fronteggiare una sfida importantissima, non solo per il suo avvenire ma soprattutto per quello di sua figlia? Fin da subito, perciò, i rapporti tra gli ospiti si guastano e si accendono liti per un nonnulla, facendo presagire sviluppi funesti in vista del 25 dicembre; sarà però la notte della Vigilia a veder entrare in scena il primo cadavere, mentre la neve cade fuori dalla finestra e le comunicazioni con l'esterno si interrompono. Bloccati dalla tempesta e prede di un misterioso assassino, gli abitanti superstiti di Warbeck Hall dovranno fare affidamento sull'acume della guardia del corpo di sir Julius, l'agente Rogers, e sul più insospettabile degli investigatori dilettanti per scoprire la soluzione di un omicidio prettamente "inglese", più che originale e legato a doppio filo con il glorioso passato della Gran Bretagna.

William Pitt il Giovane, figura centrale nella politica inglese
della fine del Settecento e delle vicende raccontate in "Un
Delitto Inglese"
Oltre a quanto abbiamo visto poco sopra, anche la classica crime story rappresenta un tipo di "prodotto locale" che costituisce un vanto per l’Inghilterra ed è stato possibile esportare al di fuori del Paese. Alcune sue caratteristiche (la zitella-detective, l'omicidio nel villaggio di campagna, il cadavere in biblioteca...), assieme alla figura dell'investigatore dilettante, acuto e originale, divenuto una figura familiare da associare allo svelamento del colpevole nel proverbiale salotto, e all'assassinio privo di violenza gratuita, sono entrate a far parte dell'immaginario collettivo e sono ormai conosciute in tutto il mondo proprio per il loro essere "tipicamente anglosassoni". In passato, il popolo inglese si è impegnato a consacrare questo modello letterario, nato per necessità in periodo di guerra ed evolutosi in strumento per sondare l'animo umano, al grado di tradizione perpetua a tutti gli effetti. Da semplice pretesto di svago, i suoi autori hanno compreso il desiderio dei lettori e, al fine di scolpirlo nel tempo, hanno reso il mystery portavoce di un passato glorioso, il quale è stato man mano modificato da importanti cambiamenti sociali e politici ma mai dimenticato, adottando di volta in volta forme nuove per rappresentare al meglio questi ultimi; nonché per stabilire una certa superiorità della Gran Bretagna rispetto al resto d'Europa, quando il romanzo giallo classico ha iniziato a diffondersi all'estero. Tra gli altri, il periodo natalizio, occasione di confronto tra generazioni differenti e miscuglio di usanze allegre e più cupe emozioni sotterranee, spesso legate ad innovative strategie di indagine psicologica, si è prestato magnificamente allo scopo e, di conseguenza, ha fornito agli scrittori di gialli il pretesto per creare l'usanza del "Christmas Murder Mystery" tutt'oggi in voga; intrecciato sì alla Tradizione dal punto di vista della forma, ma anche espressione del cambiamento dei tempi da quello dei contenuti. Infatti, sono stati soprattutto questi ultimi, i temi toccati nel corso delle indagini in queste straordinarie opere letterarie, a mettere in luce il contrasto esistente tra usanze passate e moderne, in cui le une dominano sulle altre in modo alternato, e a decretare il grandissimo successo di questo sottogenere.

Prendiamo "Un Delitto Inglese": il suo autore non si dilunga sulle specifiche abitudini del Natale, questo è vero; però, pur essendo stato scritto nel 1951, questo romanzo riesce a immergere il lettore nel mondo incantato della campagna inglese immersa nella neve, mettendo in mostra un tipo di società che sembra scaturito da un libro di storia sociale, nella quale contano i fasti e il rispetto del passato. Come un prototipo del "Giallo di Natale", il romanzo esalta ed eterna la Tradizione, presentando uno sfondo costituito dall'immancabile casa di campagna, claustrofobica e isolata da una bufera (pp. 11, 21-23, 34-35, 37, 39, 42-43 ecc.); un gruppo di personaggi variegati, parenti-serpenti legati da qualche tipo di rapporto e costretti a convivere tutti assieme in un luogo chiuso (ognuno con un proprio punto di vista e una personalità spiccata, come si evince dai quadretti del cap. 2); una narrazione caratterizzata da uno stile perversamente gradevole che mescola ironia nera e un tocco di gioia innocente (per esempio alle pp. 64-66); un enigma caratterizzato da una complessa corrente sotterranea di sentimenti contrastanti, in cui l'esplosivo contrasto tra amore e odio sfocia nell'omicidio pianificato con attenzione e senza inutili spargimenti di sangue (pp. 48-54, 53-55); un auto-nominato investigatore il più delle volte dilettante, il quale fa domande discrete e allenta la tensione con una buona dose di humor. Tutto ciò viene costruito con attenzione nel corso della narrazione, proprio secondo l'usanza della Golden Age secondo cui non esiste violenza gratuita e il movente è molto complesso da individuare, e ci catapulta nell'Inghilterra del passato. I personaggi, nel loro tratteggio, assomigliano alle figure che potremmo trovare nelle storie più classiche della tradizione, quelle conosciute dappertutto: il maggiordomo flemmatico (pp. 10-17, 32-35), il Lord attaccato al passato in cui egli contava ancora qualcosa (pp. 31-35), il ministro egocentrico che mette se stesso davanti al resto (pp. 18-23), la giovane ragazza innamorata dello scapestrato giovanotto in cerca di guai (pp. 23-26, 28-30, 63-66, 92, 127, 145-147), l'esimio professore straniero dall'aria sospetta (pp. 9-17), la tipica matrona "suffragetta" che si dà da fare per sostenere il marito (ma sotto sotto anche i propri interessi, pp. 26-28); tutti costoro appaiono familiari al lettore proprio perché prelevati dalla tradizionale società inglese, assieme ai loro nomi (avete notato che gli aristocratici hanno nomi insoliti, la servitù nomi comuni e il professore uno difficilmente pronunciabile?).

L'ambientazione non potrebbe essere più classica, con tanto di solido contesto storico-sociale a sostenere i momenti descrittivi della trama (in alcuni momenti assomiglia a quello dei romanzi tardo-vittoriani, come "L'Occhio di Osiride"). Lo stile stesso, in cui si alternano descrizioni che all'apparenza esulano dalla trama e dialoghi ironici tra gli attori in scena, sembra risalire ad anni precedenti a quello che vide la scrittura di "Un Delitto Inglese" (come nella digressione sulla pesca e l'amore alle pp. 82-83). Insomma; pur essendo della metà degli Anni '50 del Novecento, questo libro intelligente mette in mostra un mondo che possiamo definire suggestivo benché antico, superato, in cui la politica è ferma agli albori della politica fascista e nazista, in cui lo straniero viene visto come il Male e la società è basata su un sistema feudale alla fine della propria esistenza, minacciato dalle tasse sempre più gravi e da un sistema di classe al termine dei propri giorni e dominato dalle tradizioni familiari. L'atmosfera che si respira è quella di una belle epoque agonizzante: gli individui sono concentrati a soddisfare i propri desideri egoistici (vedasi Sir Julius), ad illudersi che tutto stia ancora andando bene e che non si stia profilando all'orizzonte l'alba di una nuova era, in cui per forza di cose verranno catapultati (Lord Warbeck e, in un certo senso, anche Robert); in questo Hare si è dimostrato ineccepibile ed abilissimo nell'inserire numerosi dettagli che conferiscono a tutto ciò un'immagine complessiva vivida, in cui sospetto e ambizione si mescolano al clima da brivido di Warbeck Hall. Tuttavia, se questa "forma" ci restituisce una sorta di esaltazione della Tradizione e un romanzo in cui il passato occupa ancora un posto di primo piano all'interno della storia, d'altra parte non si può fare a meno di notare che anche un preoccupato sguardo al futuro e all'implacabile cambiamento si affaccia ogni tanto tra le righe, grazie alla trattazione di alcuni temi fondamentali; come se esistesse la consapevolezza del fatto che il passato sia superato e bisogni guardare al futuro. Ad esempio, dietro il tono ironico dei dialoghi, si cela il decadimento dell'aristocrazia contrapposto dell'ascesa dei borghesi, indicato sia dal confronto tra il vecchio Lord Warbeck e suo figlio Robert (il dialogo tra i due alle pp. 37-43 ne costituisce un ridicolo esempio), sia dalla situazione di isolamento della casa durante la bufera di neve. I personaggi appaiono più spaventati di ogni altra cosa dal dover tornare tra il resto del mondo e affrontare il Nuovo Ordine che li aspetta là fuori (pp. 156-159); si sentono inadeguati, fuori posto, come Lord Warbeck mentre osserva i propri terreni, all'inizio del cap. 3. "Svegliandosi dal suo sonno leggero di ammalato, [...] vide dalla finestra il prato, il giardino, il parco [...]. Ogni traccia di abbandono e di trascuratezza dei tempi recenti era scomparsa. Il viale correva liscio [...], la siepe presentava una superficie piatta e uniforme [...]. Un'illusione, naturalmente. Due giorni di disgelo avrebbero mostrato nuovamente i dossi, i vuoti e e erbacce - avrebbero mostrato [...] le grondaie rotte in almeno mezza dozzina di punti di quella vecchia casa" pensa costui, riflettendo sulla propria precaria situazione economica e sui tempi che corrono veloci verso un futuro in cui lui non ha posto; senza dimenticare i continui riferimenti alla nostalgia di un po' tutti i personaggi, i quali desidererebbero tornare indietro a un momento in cui tutto era sinonimo di felicità e serenità (ad esempio, alle pp. 21-23, 78, 93-95).

Da questa profonda riflessione ne scaturisce un'altra sul cambiamento storico e politico, la quale si snoda per tutto il romanzo e delinea il complesso rapporto tra le classi, ognuna ritratta da un diverso punto di vista. L'indebolimento del vecchio ordine, legato a un arrugginito sistema costituzionale, e una certa ridicola ansia nel voler mantenere tutto come un tempo (compreso il complesso e arrugginito sistema giuridico inglese), all'alba di una nuova era, mettono in mostra come ormai gli abitanti di Warbeck Hall vivano in un disperato anacronismo, inadeguati nei confronti dei rapporti tra gli individui (spesso ci sono riferimenti al rango sociale), incapaci di guardare avanti e costretti a una non-vita volta all'indietro, in cui le lamentele si fanno sempre più numerose ma suonano ormai vuote ("un traditore della sua classe, un traditore del suo paese" viene definito Julius da Robert a p. 40). Più di una volta il professor Bottwink, dalla sua posizione privilegiata di straniero, percepisce questo conflitto interiore (ai suoi occhi, tutti sembrano "ancora sotto il potere della mano morta del passato"), ma allo stesso tempo egli appare incapace di uscire dal ruolo di "sinistro figuro" che gli è stato affibbiato; il quale mette in mostra quanto il conservatorismo inglese di quel tempo potesse essere nocivo, se non addirittura razzista (vedasi il pensiero di Sir Julius, quando Bottwink paragona la pesca e l'amore: "lo guardò con evidente sorpresa. Quel buffo e piccolo straniero poteva essere quasi umano, allora"). In ogni caso, per fortuna, c'è una nota lieta in tutto ciò: alla fine Bottwink riesce ad affrancarsi quasi del tutto dal suo status e a diventare l'investigatore dilettante del romanzo, una delle figure più inglesi di sempre. Non solo: se si presta attenzione, ci si rende conto che, una volta superata la morte del secondo personaggio, viene come tracciata una linea divisoria tra antico e moderno, oltre la quale le tradizioni iniziano a non venire più rispettate del tutto, le apparenze futili cadono assieme alle maschere dei personaggi, e ognuno affronta i propri demoni (pp. 162, 163, 166, 185-190, 192-198, 209, 217, 219, 232) come a voler dire: "Lasciamoci alle spalle ciò che è stato e che non tornerà; ricordiamoci di quanto è accaduto, ma affrontiamo il presente guardando avanti". A mio parere, il cardine della narrazione resta proprio questo insolito miscuglio di elogio e, allo stesso tempo, critica del passato: dall'antiquato e ritratto con un certo trasporto sistema giuridico che Hare mette in mostra gradualmente nel corso della trama, alla condizione precaria dell'antica aristocrazia illustre, alla Storia classista però gloriosa del popolo inglese; tutto quanto viene da un lato dimesso per poi essere in qualche modo elogiato dall'altro, senza celebrazione gratuita, in quanto parte di un'eredità che appartiene ad ogni individuo in Inghilterra e non può essere rinnegata. Anche questo fa parte della Tradizione cui accennavo sopra, della quale gli inglesi vanno tanto fieri: non è pensabile smettere di perpetuarla, anche se ormai arretrata.

Alfred Gordon Clarke (alias Cyril
Hare), nato nel 1900 e morto nel 1958
Lo stesso Cyril Hare (pseudonimo di Alfred Gordon Clarke) fu una figura tanto controversa quanto i temi trattati in "Un Delitto Inglese". Nato nel 1900 a Mickleham, studiò Storia al New College di Oxford prima di intraprendere la professione forense a Londra. In concomitanza con il matrimonio, tuttavia, decise di intraprendere l'ulteriore pratica letteraria per incrementare le magre entrate che gli procurava il suo lavoro ed assunse uno pseudonimo che univa il nome della sua abitazione (Cyril Mansions) con il proprio luogo di lavoro (sito a Hare Court). Come Cyril Hare iniziò a scrivere racconti per il "Punch", finché nel 1937 riuscì a pubblicare con discreto successo il suo primo giallo, "Tenant for Death", in cui le indagini vengono affidate a un ispettore di Scotland Yard piuttosto convenzionale, Mallet. Quest'ultimo ricompare nel titolo seguente, "Death is no Sportsman", ma fu dal 1939 che l'attività letteraria di Hare si fece più originale: con "Suicide Excepted", infatti, egli cominciò a sfruttare la propria esperienza nel mondo giudiziario e della legge inglese per rinforzare intreccio e ambientazione dei suoi libri, dando sempre meno risalto alla figura di Mallet. Nel frattempo, ricoprì per qualche tempo il ruolo di judge's marshal e accompagnò un giudice itinerante con mansioni segretariali nei primi anni della Seconda Guerra Mondiale; esperienza che gli sarebbe servita per dare vita al suo capolavoro, "Tragedy at Law", in cui fece la sua comparsa il suo investigatore per eccellenza: l'avvocato Francis Pettigrew, il quale avrebbe anticipato i "personaggi di carne e sangue" (come l'ha definito Martin Edwards) degli scrittori futuri. Pettigrew, infatti, risulta un individuo molto meno impostato e formale del tipico detective della Golden Age, interessato il giusto al denaro e disilluso, moderno e giusto, per il quale il delitto non è un gioco.

Grande appassionato di storia, di musica classica, di legge (come Michael Gilbert, ad esempio) e provetto oratore, nonché affetto da una "congenita e incurabile indolenza" che limitò la sua attività letteraria, Hare scrisse cinque romanzi con Pettigrew protagonista, che sommati a una trentina di racconti e agli altri rimanenti contano dieci esemplari della miglior crime story di stampo giudiziario, prima di morire nel 1958. Tra questi ultimi, l'unico a non presentare un investigatore di serie fu proprio "Un Delitto Inglese", il quale vide invece come deus ex machina l'insolita figura di uno storico ungherese, il professor Bottwink, e si può considerare il più "classico" dei gialli di Hare. Esso venne basato su "The Murder at Warbeck Hall", un radiodramma composto per la serie "Mystery Playhouse presents The Detection Club", scritto in un tentativo di raccogliere fondi per il Club e trasmesso dalla BBC assieme a:
  • The Murder in the Mews by Agatha Christie;
  • A Nice Cup of Tea by Anthony Gilbert;
  • Sweet Death by Christianna Brand;
  • Bubble, Bubble, Toil and Trouble by E. C. R. Lorac,
  • Where Do We Go From Here? by Dorothy L. Sayers.
Sempre Martin Edwards ha rivelato che, al momento della sua morte, Hare aveva iniziato a scrivere un nuovo romanzo con protagonista il dottor Bottwink; purtroppo però non riuscì a finirlo e non se ne farà mai nulla, poiché l'esiguo manoscritto rimasto incompiuto è talmente breve da rendere impossibile capire come si sarebbe sviluppata la trama. Ciò è un vero peccato, visto il calibro del primo libro di quella che si prospettava come una serie di qualità.

Certamente, la trama di "Un Delitto Inglese" ruota attorno a un complesso cavillo legale, oscuro ai più in Inghilterra e del tutto sconosciuto a chi come me vive in in altro Paese, che rende impossibile sciogliere l'enigma del movente prima dello svelamento finale; per non parlare dell'uso ingegnoso di insolite figure politiche come quella del Cancelliere dello Scacchiere e di passaggi storici difficili da comprendere. Eppure, la resa dell'ambientazione e dell'atmosfera nel suo insieme, grazie allo stile e a personaggi vividi, conferiscono a questo libro una marcia in più, che compensa in parte l'impossibilità di scoprire il motivo del gesto dell'assassino (il colpevole, in realtà, non è così imprevisto). Ben più di una semplice storia si cela tra le righe di "Un Delitto Inglese": c'è interesse nel tratteggiare i processi di indagine; c'è una certa pietà nei confronti di tutti gli attori sulla scena (compreso il colpevole); c'è voglia di dare originalità alla trama (l'uso stesso del professor Bottwink come investigatore è indice di ciò), di spiegare qualcosa che va oltre il racconto, in modo simile a quello adottato da Dorothy L. Sayers in "Il Segreto delle Campane", e di dimostrare che spesso serve qualcuno che viene da fuori per rendersi conto di come sta la situazione; c'è una forte denuncia verso il classismo becero e il nazismo. Ma soprattutto, in questo romanzo viene sottolineata l'importanza della Tradizione; anche se superata, quest'ultima resta uno strumento irrinunciabile che conserva un ruolo di primo piano per comprendere il futuro. È indispensabile guardare avanti, sembra suggerire l'autore, ma tralasciare del tutto ciò che abbiamo abbandonato dietro di noi può portare a risultati spiacevoli (anche a lasciare insoluti diversi omicidi, a quanto pare).

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