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venerdì 14 agosto 2020

42 - "La Morte Cammina per Eastrepps" ("Death Walks in Eastrepps", 1931) di Francis Beeding

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore

All'interno della crime story in generale, classica o contemporanea che essa sia, il sottogenere del giallo sul serial killing (ovvero sull'uccisione indiscriminata di persone in rapida successione) è forse uno tra i più battuti dagli scrittori di genere. Soprattutto se applicato al thriller, come è accaduto negli ultimi tempi, esso viene declinato in innumerevoli forme, nonostante la qualità dell'enigma si sia via via sempre più concentrata sugli aspetti deviati della psicologia dell'assassino, tralasciando l'elemento del fair play e una costruzione di indizi a portata del lettore atta a permettergli di scoprire la verità per conto suo. In ogni caso, al pubblico di appassionati questa mancanza (tanto grave per i fan del romanzo del mistero tradizionale e i puristi del rompicapo) pare non preoccupare più di tanto, vista la mole di carta stampata che viene pubblicata al giorno d'oggi a riguardo; forse ciò sarà in parte dovuto alla mera fantasia degli autori, ma sono convinto che loro non sarebbero tanto prolifici se i lettori si fossero stufati di divorare le loro opere. Il giallo del serial killer, quindi, al giorno d'oggi gode di una grande popolarità che non smette di sorprendere e non accenna a diminuire; e ciò fa ancora più specie se si considera che questo tipo di romanzo ha origini ben più datate di quanto si possa pensare. Infatti, come riporta Martin Edwards nel suo "The Story of Classic Crime in 100 Books", la letteratura fittizia ha iniziato ad occuparsi delle uccisioni in massa e indiscriminate ben prima dell'avvento della Golden Age. Addirittura prima dei delitti di Whitechapel, nonostante siamo ormai abituati ad affiancare la figura di Jack lo Squartatore a quella del primo individuo che si sia prodigato nel compiere crimini efferati e azioni delittuose in sequenza, il serial killer era una creatura conosciuta; anche se non veniva certo definito in questo modo.

Sempre secondo l'ottima guida di Edwards (che vi consiglio di recuperare, assieme a "The Golden Age of Murder"), era infatti già celebre la serie di assassinii di Ratcliffe Highway, nel corso della quale vennero attaccate due famiglie separate e trovarono la morte ben sette persone; tanto che questa fornì l'ispirazione a Thomas de Quincey per il suo "L'Omicidio come una delle Belle Arti". Inoltre, apparteneva alla storia fin dalla metà del diciannovesimo secolo pure l'audace serie di delitti perpetrati da William Palmer, la quale venne citata in esempi di letteratura del mistero quali il racconto "La Banda Maculata" di Arthur Conan Doyle e "Bellona Club" di Dorothy L. Sayers, e fornì alcuni aspetti peculiari del caso in "Il Sospetto" di Francis Iles e "Murderer at Large" di Donald Henderson. Nonostante ciò, tuttavia, furono gli omicidi dello Squartatore a catturare l'attenzione della fiction letteraria, dal momento che posero per la prima volta la questione sul fatto se la psicologia dell'omicida fosse del tutto preda di istinti selvaggi, oppure fosse essa governata da un movente razionale che si sposasse in qualche modo con la brutalità delle uccisioni. Fu questo aspetto del caso che fornì l'ispirazione agli autori della Golden Age (e ad alcuni giallisti d'oltreoceano, come Ellery Queen e Patrick Quentin) per immaginare una declinazione dell'indagine su un pazzo adatta alle loro storie; e il risultato fu che effettivamente qualcosa poteva nascere da una simile riflessione, tanto che in molti riuscirono a dare vita a storie spettacolari, pur senza rovinare la sorpresa del lettore con l'indicazione di un un assassino palese. Tra gli altri, visto che siamo in tempo di vacanze, oggi voglio concentrarmi su "La Morte Cammina per Eastrepps" di Francis Beeding (Polillo Editore, 2005), un romanzo che tratta una storia di questo tipo ma non si limita a fare ciò. Oltre al terrore serpeggiante nella cittadina sul mare che si ritrova preda di un maniaco omicida, all'atmosfera di tensione e di sospetto che grava sui personaggi del caso e alla sensazione che tutti covino sentimenti poco lusinghieri, è la questione sulla pazzia e su come essa viene trattata dal prossimo ad occupare il fulcro delle vicende; oltre a una pungente critica alla giustizia che non riesce sempre a svolgere il compito che le viene assegnato, a causa dell'influenza del sentimento nel rigido scorrere dei propri ingranaggi.

Bathing Machines, Aldeburgh (Suffolk), Eric Ravilious, 1938,
il quale potrebbe raffigurare la spiaggia di Eastrepps in seguito
al fuggi fuggi generale suscitato dal Mostro

La trama si apre con una scena alla stazione di Fenchurch Street, a Londra. Il signor Robert Eldridge, direttore di una società londinese, siede in uno scompartimento da solo e sta recandosi in tutta segretezza fino ad Eastrepps, una cittadina sul Mare del Nord, dove conta di trascorrere la consueta serata del mercoledì con la sua amante, Margaret Withers. Finché la donna non riuscirà ad ottenere l'affidamento della figlioletta e il divorzio alle proprie condizioni (cosa che, se ella si è resa colpevole di adulterio, non è possibile nell'Inghilterra del tempo), i due innamorati devono mantenere tutti all'oscuro delle loro manovre per vedersi; pertanto, Eldridge ha elaborato un complicato piano che prevede la sua permanenza in città un solo giorno, invece che due, e la costruzione di un alibi fasullo che metta a tacere le chiacchiere dei compaesani di Margaret. Ormai sono sei mesi che la faccenda si protrae, e tutto pare andare per il meglio; una bella soddisfazione per l'uomo, il quale ha trascorso molti anni lontano dall'Europa a causa di una bancarotta fraudolenta, per la quale non ha mai scontato alcuna condanna e molti personaggi di Eastrepps hanno patito delusioni e ingenti perdite di denaro. Eppure, il rapporto tra Eldridge e Margaret è destinato a subire più di uno scossone: infatti il cugino della donna, Dick, ha scoperto la tresca tra i due e intende ricattarli, sia per racimolare facilmente più denaro possibile senza faticare, sia per riportare accanto a sé la donna di cui è innamorato da sempre.

Ma non è finita qui; la sera in cui Eldridge si reca a Eastrepps in incognito, la signorina Mary Hewitt viene assassinata in un boschetto poco lontano dalla casa di Margaret. La scoperta del cadavere, il mattino seguente, getta la cittadina nel terrore e i poliziotti del posto, l'ispettore Protheroe e il sergente Ruddock, nel panico più totale, dal momento che fattacci del genere accadono piuttosto di rado da quelle parti. La poveretta non aveva nemici; quindi deve trattarsi di un assassinio dovuto a un pazzo, pensano i concittadini della vittima, a partire dalla gentile signora Dampier, che nelle sere d'estate siede sempre nel suo giardino. Così, ognuno fa la propria parte per dare una mano nelle indagini; persino il baronetto Alistair Rockingham, affetto da un fortissimo esaurimento nervoso, non vede il motivo per cui qualcuno dovrebbe sottrarsi al fare il proprio dovere; soprattutto se ciò gli permette di mettersi in bella mostra col gentil sesso. Peccato che la situazione degeneri ben presto: alla signorina Hewitt, succederanno una seconda vittima, e una terza, e una quarta, e una quinta; tutte legate tra loro dal fatto di essere state truffate da Robert Eldridge... Finché la situazione diventa insostenibile e la gente si rinchiude in casa, mentre i turisti accorsi ad Eastrepps fuggono a gambe levate e una ronda pattuglia le strade. Solo i giornalisti assediano ancora la cittadina, alla ricerca di un Mostro che pare imprendibile anche da Scotland Yard, impersonata dall'ispettore Wilkins. Riuscirà la polizia ad arrestare il colpevole, o consegnerà alla corte un innocente e lo farà impiccare per colpe che non ha commesso?

Pianta di Norwich Road, Eastrepps, dove si trova la casa in affitto del
baronetto Alistair Rockingham

C'è qualcosa di magnetico nelle storie con i serial killer; meglio ancora se contenute in romanzi appartenenti alla tradizione classica. Esse sono capaci di avvincere chi legge e permettono di entrare nella mente dell'assassino per scoprire perché senta l'impulso di uccidere la gente secondo uno schema preciso. "La Morte Cammina per Eastrepps" non è stato il primo giallo di questo tipo che ho letto; nel mio caso, prima sono venuti "I Delitti di Praed Street" di John Rhode e "La Morte è Impazzita" di Philip MacDonald. Eppure è stato il romanzo di Beeding a restarmi più impresso tra questi tre, a causa della questione principale che esso ha sviluppato. Infatti, se nel caso di Rhode l'elemento dominante della trama era dato dai metodi con cui gli omicidi venivano perpetrati (oltre che dalla presenza di un gettone d'osso sulle vittime, usato come marchio dell'assassino, primo esempio di questo tipo in assoluto nell'immaginario del crimine) e in quello di MacDonald, curiosamente dello stesso 1931 di "La Morte Cammina per Eastrepps" ma molto diverso nel risultato, si trattava di una partita personale del colpevole contro la polizia e l'ordine costituito, continuamente messi alla prova e sfidati per il gusto del rischio, oltre che ridicolizzati; nel romanzo di Beeding invece la faccenda viene trattata in modo differente, soffermandosi soprattutto su come un assassino seriale possa essere mosso da una pazzia fino a un certo punto lucida, insospettabile a prima vista, e capace di dare vita a un piano diabolico per incastrare gli innocenti. In questo ultimo caso, a cui appartiene non solo il romanzo che recensisco oggi, ma pure "Delitti di Seta" di Anthony Berkeley, "L'Enigma dell'Alfiere" di S.S. Van Dine, "Il Gatto dalle Molte Code" di Ellery Queen, "Presagio di Morte" di Patrick Quentin e il celeberrimo "Dieci Piccoli Indiani" di Agatha Christie, è la psicologia dell'individuo a farla da padrone nello sviluppo della trama; quell'affascinante e terrificante insieme di impulsi ed emozioni che si palesano nel colpevole solo di tanto in tanto, al momento delle uccisioni, per poi tornare a nascondersi dietro la maschera, in attesa della prossima vittima.

Vittima che, bisogna precisare, all'interno del romanzo giallo classico non viene (quasi) mai scelta a caso, senza un fine preciso. A parte in un caso, infatti, mi sono sempre imbattuto in indagini che poi hanno portato alla scoperta di un assassino il cui movente poteva trovare una logica spiegazione. Pertanto, gli autori della Golden Age del giallo riuscirono a trasportare storie di ordinaria e sconclusionata follia all'interno di schemi in cui le azioni dei loro colpevoli psicopatici potevano essere spiegate; e lo fecero attraverso due strade: semplicemente nascondendo la pazzia dei malvagi sotto un'apparenza di civiltà, oppure dando a questi ultimi un movente abbastanza razionale da mettere in primo piano l'intelligenza necessaria alla riuscita del piano, piuttosto che la confusione di una mente stravolta dal delirio. Qualcosa del genere trova una chiara applicazione in "La Morte Cammina per Eastrepps", dove la pura Follia trova un'applicazione insospettabile e letale non soltanto grazie al proprio operato, ma addirittura sfruttando la Giustizia che avrebbe il compito di limitarla e condannarla. Si tratta di un discorso molto complicato, ma che trovo affascinante nel risultato che scaturisce dal romanzo di Beeding. In esso, infatti, a prima vista parrebbe che l'operato del Mostro di Eastrepps sia dettato da un arbitrio senza senso, dove l'importante è trovare una vittima qualunque per soddisfare la propria sete di morte e sangue. Non sembrerebbe esistere alcun legame tra i morti, nonostante ci venga suggerito nel sottotesto che essi un tempo sono stati truffati da Robert Eldridge alias Selby; però noi abbiamo letto come questi si sia recato a casa di Margaret, mentre la povera signorina Hewitt è stata brutalmente uccisa nel boschetto di Coatt, e pertanto lo escludiamo dai sospettati. In sintesi, insomma, il colpevole dovrebbe agire secondo un movente inconsistente ai fini dell'indagine classica, la sua "serie infernale" (per citare un romanzo su questo genere di Christie) è basata su uno schema in cui regna il caos e il cui fine non trova alcuna spiegazione logica. Tuttavia, come in un romanzi giallo classico che si rispetti, nella realtà dei fatti le cose non rispecchiano le apparenze: scopriamo infatti che la serie dei delitti ha uno scopo ben preciso, nasconde una motivazione più diabolica e sottile di quanto immaginassimo in un primo momento.

Certo, esiste pur sempre un fondo di sfida aperta con le forze dell'ordine costituito; ma non nel senso che uno potrebbe intendere fin dall'inizio. C'è un metodo terrificante nelle azioni dell'assassino, che contrasta con il concetto del serial killer a cui uno potrebbe essere abituato: non solo il movente trova una spiegazione simil-razionale al momento della spiegazione/confessione finale, tanto agghiacciante nella sua freddezza quanto comprensibile sotto alcuni aspetti, ma pure la scelta delle vittime mette in luce quanto possa essere lucida la pazzia, nonostante essa resti maligna e diabolica (pp. 58-63, 73-74, 114, 121-126, 129-133, 267-279). Ne consegue, dunque, che dalle pagine di "La Morte Cammina per Eastrepps" emerga una crudeltà impressionante, la quale si abbatte sugli innocenti e viene incarnata un po' da tutti i personaggi del caso. Badate, soltanto uno di essi esprime e in qualche modo orchestra la malvagità in modo totale, sebbene riesca a non farsi scoprire; però quello che ho colto dalla lettura è stato un generale senso di malessere. Anche individui che appaiono per poche pagine, come il colonnello Hewitt, la signora Dampier e Dick, si fanno portavoce di una società incattivita, gelosa e snob che si cura del proprio benessere e pare godere nel rigirare il coltello nella piaga. Ad esempio, le vittime del Mostro sono già state colpite dalla bancarotta dell'Anaconda Ltd. di Selby; eppure, proprio per questo, vengono pure uccise dopo più di dieci anni. Lo stesso Eldridge, tormentato dalla propria coscienza, ha intrapreso un percorso di miglioramento personale grazie a Margaret e (questa è una mia impressione) probabilmente avrebbe risarcito i suoi ex-azionisti una volta sposatosi; tuttavia, trova un'aperta ostilità da parte dei suoi concittadini, i quali decidono di condannarlo a morte non tanto per i sospetti di omicidio che gravano su di lui, quanto per i rigurgiti della vicenda della bancarotta fraudolenta, come se intendessero sostituirsi alla giustizia divina e colpirlo senza pietà. Lo stesso fatto che la testimonianza di Margaret in tribunale, decisa a salvarlo al costo di perdere l'affidamento della figlia, venga ribaltata sfruttando un'immagine di infedeltà coniugale distorta e puritana, mette in luce quanto possa essere traviato il cittadino incattivito e reso cieco. Pertanto, in questo romanzo viene messo in luce non solo quanto la Follia possa essere incanalata in un piano logico e schematico, ma anche come essa riesca a manipolare la mente di chi le sta intorno e il giudizio espresso dalla gente, attraverso l'esasperazione e la frustrazioni a cui uno può essere sottoposto. Le persone sono pedine funzionali al processo finale, sembra suggerire l'autore; innocenti pedinati, osservati, usati e mossi per raggiungere uno scopo terribile, ben preciso, e inquadrate in un progetto di strage grazie alle disgrazie che hanno patito. Sfruttando pure la Giustizia, se è il caso, e la polizia stessa per dare vita a un colpevole ideale; colpevole non tanto reale in quanto tale, ma piuttosto verosimile e apparente.

John Leslie Palmer, nato nel 1885 e morto nel 1944, e Hilary Aidan St.
George Saunders, nato nel 1898 e morto nel 1951, alias Francis Beeding

La psicologia e la capacità nel riuscire a pilotare il prossimo sono temi che vengono ripresi più volte all'interno della produzione crime di Francis Beeding. Probabilmente fu un interesse che accomunò la coppia che si nascondeva sotto questo pseudonimo; già, visto che furono John Leslie Palmer (1885-1944) e Hilary Aidan St. George Saunders (1898-1951) a costituire le due metà della ditta. Incontratisi a Ginevra alla Lega delle Nazioni, dove entrambi erano impiegati (Saunders vi arrivò dopo un periodo al Balliol College di Oxford e un'esperienza nelle Welsh Guards durante la guerra, mentre Palmer era a capo dell'organizzazione), i due divennero presto amici e decisero di intraprendere una collaborazione letteraria congiunta. Nella creazione di uno pseudonimo, entrambi fecero la loro parte: "Francis" era il nome con cui Palmer si sarebbe voluto chiamare, mentre "Beeding" era un villaggio del Sussex dove Saunders aveva un tempo posseduto una casa. Con questo nome diedero alle stampe numerose opere firmando, a partire dal 1925, diciassette spy stories con protagonista il colonnello Alastair Granby e quattordici romanzo gialli. La maggior parte dei libri contiene un numero all'interno del titolo ("The Six Proud Walkers", "The Four Armourers", "The Three Fishers"...), ma sono stati soprattutto i volumi privi di esso a passare alla storia del genere crime: "The Norwich Victims", il quale ha la peculiarità di essere corredato da vere e proprie fotografie dei personaggi principali; "La Morte Cammina per Eastrepps" e "Io ti Salverò", ambientato in un manicomio in Francia e dal quale Hitchcock trasse ispirazione per dare vita all'omonimo primo film sulla psicanalisi.

Con Palmer che creava personaggi e scriveva vivaci dialoghi, e Saunders che si curava delle parti descrittive, i due proseguirono per molti anni nel loro sodalizio, anche quando intrapresero carriere differenti: il primo si occupò per conto suo di opere teatrali, mentre il secondo, a partire dal 1938, divenne assistente bibliotecario alla Camera dei Comuni e durante il secondo conflitto mondiale lavorò presso il Ministero dell'Aeronautica, per poi tornare alla Camera dei Comuni. In ogni caso, i migliori romanzi gialli che scrissero furono quelli del primo periodo, "Io ti Salverò", "The Norwich Victims" e appunto "La Morte Cammina per Eastrepps". Quest'ultimo, in particolare, ha attirato le lodi di numerosi critici: Ellery Queen e Howard Haycraft lo definirono una pietra miliare e lo inserirono nella loro lista dei cento migliori romanzi del mistero, mentre il saggista Vincent Starrett lo giudicò nientemeno che uno dei dieci migliori gialli di sempre. Forse quest'ultima affermazione è un po' esagerata; ma resta il fatto che il libro rappresenta qualcosa di originale e innovativo per il tempo in cui venne scritto. Non soltanto per la rappresentazione della lucida Pazzia dell'assassino (a differenza di quella malata dell'invalida protagonista di "Murder Intended" e quella delirante di "Io ti Salverò", dove i malati del manicomio francese vengono indotti ad interpretare una sorta di culto satanico), ma anche per altri temi affrontati e uno stile capace di catturare l'attenzione come non mai. La cosa che mi ha colpito fin da subito di "La Morte Cammina per Eastrepps", infatti, è stata la grande attenzione conferita alle ambientazioni, essenziali ma evocative, che vengono tratteggiate nei momenti di assassinio (pp. 13-16, 22-23, 25, 31-32, 60-63, 67-68, 95, 99-102, 124-126, 137-138, 148-150, 164-169, 189-192, 258-259). Grazie ai continui cambi di punto di vista, invece di sentirci spaesati e confusi, riusciamo a farci un'idea delle vicende come se stessimo guardando una pellicola; osserviamo lo scorrere dei fotogrammi e ci sentiamo parte delle scene (non senza un pizzico di terrore, nel percorrere i viali deserti di Eastrepps oppure i campi coltivati immersi nella notte oscura). Il ritmo mantiene un alto grado di mistero e suspense senza diventare melodrammatico; e gli autori sono stati molto bravi in questo, poiché sono riusciti a trasmettere il senso di ansietà crescente e terrore dilagante man mano che le vicende si snodano (pp. 106-109, 118-119, 122, 142-143, 145-147, 164-169, 256-261). Ci sono tanti personaggi diversi: chi sarà il prossimo a morire? Questa è una domanda che finirà per tormentarvi, nonostante i caratteri che emergono dai protagonisti potrebbero non spingervi a dispiacervi troppo per loro (almeno, per alcuni è stato così). Come avevo già accennato, infatti, gli attori sulla scena sono delineati in modo da risultare sia vittime sia carnefici, in un dualismo equilibrato che non riesce a pendere mai da una parte precisa. Si tratta di una rappresentazione spesso tragica, dove gli individui sono preda di passioni ed emozioni inconfessabili, di segreti timori e recondite paure.

Robert Eldridge è spaventato, innamorato, astuto, spietato (pp. 103-106); Mary Hewitt idealista, povera e invidiosa (pp. 18-19, 22); la signora Dampier ricca, cortese e snob (pp. 31-32, 108-109); Ferris competente, fin troppo curioso; Ruddock ambizioso e capace (pp. 117-120, 136, 174-175); Protheroe collerico, incapace e instancabile (pp. 64-67, 79); Dick innamorato e geloso (pp. 245-250); Margaret prudente e fedele (da notare un certo femminismo ante litteram). Ognuno di loro è "orgoglioso della propria chiusura mentale" (pp. 87, 127, 133, 136, 205, 215-219, 231-236, 242-243) e troverà una sorte molto amara, alla fine del racconto; specchio della società frustrata e malata di cui fa parte. Perché, se c'è qualcosa che viene messo in luce oltre alla Pazzia, è proprio il fatto che non esista una Giustizia in questo mondo. L'enigma riflette appieno questo assioma: è tanto innovativo, con il suo movente agghiacciante (dove può arrivare l'orgoglio dell'uomo!), quanto divisivo, nella sua soluzione accusata di aver spezzato più una regola del Decalogo di Knox. Da parte mia, credo ancora in un giusto giudizio da parte degli organi preposti al compito; eppure sono consapevole del fatto che non sempre si riesca ad agire e fare del bene. Ne è un esempio tutta la parte ambientata nel tribunale, con il processo al presunto Mostro (pp. 47-49, 159-162, 166-168, 185-239, 205-223): in quel caso, infatti, nonostante di fatto l'imputato si sia reso colpevole di azioni riprovevoli, esso viene messo alla gogna per qualcosa che risulta essere una vendetta esacerbata dal tempo. In una corte contano i fatti, questo è ciò che viene ripetuto per gran parte dell'istruttoria; ebbene, più di una volta entriamo nella testa degli spettatori e troviamo giudizi affrettati, già stabiliti prima di aver ascoltato tutte le prove e aver preso visione degli indizi. Addirittura, pure durante la consulta della giuria leggiamo commenti dettati da rancori personali e influenzati da una visione impura. Il risultato di tutto ciò, pertanto, non può che essere un madornale errore, o un convinto metodo per trasformare la Giustizia in uno strumento a proprio uso e consumo. Si realizza così lo scopo criminale del Mostro di Eastrepps, con la complicità di un responso feroce da parte di esseri umani ridotti alla stregua delle bestie, che rispondono con una fucilata a un morso. È questa la visione dell'opinione pubblica che scaturisce da "La Morte Cammina per Eastrepps" e contribuisce a rendere questo romanzo ancora attuale: estremamente negativa e cattiva, influenzata dal pregiudizio e da mille pensieri che si sovrappongono l'uno all'altro. Beeding qui trascende il semplice romanzo d'evasione, e con la sua storia straordinaria in tutti i sensi (visto che racchiude più generi insieme) fa una potente critica sociale al sistema e alla sua espressione più inflessibile: la pena di morte. Perché in questo ha fallito miseramente il suo scopo (in modo simile a quanto accaduto in "Signori della Corte" di Edgar Lustgarten), dopo aver rischiato in un'altra occasione di compiere lo stesso sbaglio. Infatti, anche con l'accusa al baronetto Alistair Rockingham, affetto suo malgrado da un esaurimento nervoso, la Giustizia e il suo strumento, la polizia (pp. 96-98, 117-121, 152-160, 170-173, 176-184), si erano avvicinati in modo pericoloso a un verdetto di colpevolezza che avrebbe costretto il giovane ad essere rinchiuso a vita in un manicomio. Bisogna ammettere che, al momento in cui il romanzo fu scritto, la follia veniva vista come una malattia molto più grave di quanto accada al giorno d'oggi; non c'era pietà per i poveretti affetti da turbe mentali e se si poteva li si usava come capri espiatori. Però resta il fatto che la leggerezza con cui vengono stabilite la colpevolezza di un imputato e la successiva condanna fanno specie: sembra quasi che chi deve decidere lo faccia svogliatamente, senza curarsi del ruolo che ricopre (pp. 205, 220).

Ciò è spaventoso, se uno ci pensa con attenzione. Potremmo essere tutti Robert Eldridge, colpevoli perfetti a discapito delle azioni compiute. Potremmo essere accusati di qualunque cosa dalla polizia, e magari vederci condannare in un processo solo perché non andiamo a genio alla giuria o al giudice incaricato di istruire i dodici rappresentanti del popolo. Nemmeno lo testimonianze utili potrebbero servire, perché capovolte a nostro svantaggio. Se ci imbattiamo in un giudizio privo di consistenza giuridica, perché amorale e prevenuto, Dio ci salvi. Questo sembra dire Beeding, in una buona imitazione dell'oscura vena di Francis Iles, col suo finale oscuro: in "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati", infatti, Berkeley/Iles osservò come sia facile costruire un castello di accuse contro un innocente, se uno ne ha le capacità e soprattutto la determinazione. Mi ha dato molto su cui riflettere, "La Morte Cammina per Eastrepps", e penso che non mi toglierò dalla testa tanto facilmente la sua triste storia.


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venerdì 17 aprile 2020

30 - "Qualcuno ti Osserva/La Scala a Chiocciola" ("Some Must Watch", 1933) di Ethel Lina White

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Nell'arco dell'ultimo mese e mezzo, con l'incursione in alcuni titoli selezionati della classica crime story, abbiamo visto come esistano tanti tipi di romanzo giallo in riferimento all'isolamento che l'essere umano si auto-impone oppure subisce dal prossimo; soprattutto se inteso dal punto di vista della sua mente. I personaggi di "Morte al Telefono" oppure di "Una Torre per il Profeta", infatti, hanno illustrato al meglio come l'individuo finisce per imprigionare e chiudere la propria personalità al resto del mondo, cadendo in preda alla pazzia e alla paranoia (sentimenti in parte condivisi e riflessi dalla condizione in cui noi stessi ci troviamo, in questo periodo di frustrante semi-isolamento che stiamo vivendo, da quando è scoppiata la pandemia di Coronavirus). Essi sono stati espressione dell'incerta realtà del tempo vissuta dal mondo di metà Novecento, segnata dalla profonda analisi della psiche della persona, dallo straniamento e dalle sue sensazioni e ossessioni nascoste, della quale il mystery fu l'interprete e la chiave di lettura che con più risultati riuscì a comprendere e diffondere la richiesta d'aiuto (in quel momento come al giorno d'oggi, poiché la frustrazione gioca un ruolo importante nella vita della gente). Eppure, benché questo tipo di narrativa del mistero, giocato sulla maggiore importanza data alla psicologia rispetto all'azione e propria non solo della scuola hard-boiled (col racconto dei fatti nudi e crudi della realtà di ogni giorno), ma pure del giallo all'inglese (fatto perlopiù di rilevamenti di indizi materiali sulla scena del crimine) sia molto popolare tra i lettori appassionati di questo genere letterario, non bisogna dimenticare che questa sensazione di prigionia ed isolamento dell'uomo può essere interpretata anche in un modo un po' diverso, dal quale si sono sviluppate trame altrettanto intriganti e originali. Sto parlando del caso in cui i personaggi si ritrovano ad essere confinati in luoghi chiusi o lontani dalla civiltà in senso "materiale", all'interno di castelli o avite dimore arroccate su picchi inaccessibili. Forse non sembra, ma pure così ci troviamo di fronte a una sorta di quarantena dalla società, a volte addirittura più pericolosa di quella attinente alla sola psicologia che ho sintetizzato sopra. In quest'ultimo caso, infatti, oltre ad essere costretto a combattere contro lo stesso nemico invisibile dei tipici romanzi psicologici della metà del Novecento (il proprio Carattere che è Destino), l'eroe o l'eroina si ritrova a giocare una partita rischiosa a causa dell'ambiente circostante ostile, il quale accentua la sensazione di claustrofobia già esacerbata dalla precedente condizione "mentale". La "giustizia parallela" a quella del resto del mondo (incarnata molto spesso dal padrone di casa) instaura un regime non meno temibile di quello esercitato dal Fato avverso, e la gerarchia sociale della casa il più delle volte non privilegia l'importanza dell'individuo agli occhi del grado che egli possiede, ma piuttosto è il ruolo incarnato da esso all'interno del gruppo a definire la sua posizione di vantaggio o svantaggio.

Quindi, il pericolo diventa doppio a causa della sensazione di angoscia suscitata dall'unione di disagio psicologico e fisico, e ciò aumenta la tensione complessiva all'interno di queste storie di famiglie o gruppi di persone costretti a vivere in luoghi ristretti e a contatto l'uno con l'altro, mentre le correnti sotterranee dei loro sentimenti e delle loro gelosie si scatenano e danno vita a intrecci di grande effetto, sullo sfondo di un'ambientazione suggestiva e d'atmosfera che infonde un tocco in più di fascino alla faccenda. Personalmente, a me piace molto questo tipo di romanzo giallo. Possiedo quello che si potrebbe definire "un animo melodrammatico", quindi non posso evitare di apprezzare i misteri claustrofobici, pieni di individui teatrali, impulsivi, vicini eppure lontani, e capaci di trasmettere un fortissimo senso di inquietudine e di suspense; benché sia consapevole che non a tutti essi vanno a genio. Così, cogliendo l'occasione di inserire una variante del "delitto della prigionia" per la mia rassegna ai tempi dell'isolamento da Coronavirus, non ho potuto esimermi dallo scegliere per la recensione di oggi la crime novel appartenente a questa categoria che preferisco in assoluto: "Qualcuno ti Osserva" di Ethel Lina White (Polillo Editore, 2017). Pubblicato anche col titolo di "La Scala a Chiocciola" (Mondadori), esso è un libro pieno di oscurità (in senso letterale e non), dove la tensione si taglia con il coltello, la suspense non scende mai sotto alti livelli e le emozioni e i sentimenti occupano uno spazio ingente della trama. Il suo stile elegante e d'impatto, capace di raffigurare al meglio i contrasti che possono nascere alla presenza del Male, suscita spettri gotici all'interno di un enigma giocato sui colpi di scena e sul continuo stimolo della sensazione di terrore; e sebbene quest'ultimo sia forse poco attinente al fair play, le vicende riescono comunque a regalare tutti i brividi che il lettore di gialli desidera.

Corn Stooks and Farmsteads of Hill Farm, Capel-yffin (Wales),
Eric Ravilious, 1935, raffigurante il tipico paesaggio selvaggio
del Galles, simile a quello della tenuta di Summit
L'intera storia si svolge nei dintorni e all'interno della tenuta di Summit, un'isolata dimora in stile vittoriano sita al confine tra Galles ed Inghilterra. Laggiù vive un ristretto gruppo di persone, composto dalla famiglia Warren, da un paio di domestici di vecchia data e dalla giovane Helen Capel, la protagonista del romanzo. Quest'ultima è una ragazza alla pari, una di quelle giovani che spesso vengono impiegate nelle case signorili per svolgere piccoli lavoretti oppure per badare ai bambini, così da fare esperienza e imparare un mestiere utile per il futuro. Minuscola, con un sacco di capelli rossi e una spiccata immaginazione che le permette di svagarsi, nonostante abbia un impiego piuttosto monotono, Helen è soddisfatta della propria posizione: le è permesso mangiare allo stesso tavolo dei suoi datori di lavoro, viene pagata con un salario dignitoso (soprattutto se si tiene conto della difficile situazione che l'Inghilterra vive in seguito alla guerra, quando tanti uomini e donne non se la passano bene) e un pomeriggio alla settimana può andare a passeggiare nei dintorni della tenuta, in mezzo alla natura selvatica del posto, immaginando di vivere avventure straordinarie. Tuttavia, da qualche tempo una minaccia offusca i suoi momenti di libertà: infatti, un maniaco omicida ha già ucciso ben quattro ragazze, avvicinandosi sempre più a Summit e incutendo timore non solo in lei ma pure negli altri abitanti di Summit, apparentemente più che decisi a tenerla al sicuro. In ogni caso, Helen è convinta che tragedie come l'essere strangolata non potrebbero mai accadere a una ragazza insignificante come lei; e anche quando rientra dalla consueta passeggiata e scorge un'ombra nascosta dietro a un albero, non dà peso alla cosa e liquida la faccenda come l'ennesimo frutto della sua immaginazione. Perché l'assassino dovrebbe prendere di mira proprio lei, che non si allontana quasi mai dal suo luogo di lavoro? Sarebbe una fatica inutile sforzarsi di attirarla in trappola o fuori da una fortezza impenetrabile come Summit; tanto più che lei ha dalla sua parte più di un amico.

Il professor Sebastian Warren e sua sorella Blanche (i padroni di casa), benché scienziati alteri e privi di calore umano, hanno tutte le ragioni per non lasciarsi sfuggire i suoi preziosi servigi; il triangolo amoroso composto dallo studente Stephen Rice, da Newton (il figlio del professore) e dalla sua focosa moglie Simone, non si cura di Helen in condizioni normali, figurarsi complottare per eliminarla; il signor Oates e la sua signora, rispettivamente autista e cuoca della casa, dimostrano un affetto nei suoi confronti fin troppo evidente, per dare adito a gelosie segrete. Forse soltanto la fumantina Lady Warren, l'anziana matriarca della famiglia, con la sua indole istintiva e sarcastica e la reputazione di aver assassinato il marito, potrebbe costituire una minaccia per Helen (tanto più che la ragazza nutre un'irresistibile curiosità nei suoi confronti e intende fare di tutto per conoscerla). Eppure, quando scoppia un improvviso temporale e Summit (dopo il ritorno di Oates in compagnia della nuova infermiera) si ritrova isolata dal resto del mondo, in balia delle passioni ed emozioni che si stanno scatenando nel gruppo che ospita, Helen inizia a sospettare che nelle ore della notte qualcosa andrà storto. In breve tempo, infatti, tutti i componenti del gruppo iniziano a comportarsi in modo strano e a scontrarsi tra loro, mentre nei bui corridoi della casa si sentono passi furtivi e scricchiolii inquietanti; soprattutto lungo la stretta scala a chiocciola che collega il seminterrato e la cucina con i piani più alti di Summit. Possibile che qualcuno si sia introdotto in casa prima che iniziasse a piovere e si sia nascosto da qualche parte, in attesa di sferrare l'attacco mortale nei confronti di Helen? La ragazza se ne convince sempre più, fino a diventare consapevole che il pericolo si trova proprio accanto a lei, nascosto negli anfratti oscuri della notte: non è affatto al sicuro, e dovrà combattere contro l'occhio che la sta osservando insistentemente per poter sperare di rivedere il giorno.

Immagine tratta dal film "La Scala a Chiocciola"
diretto da Robert Siodmak, 1946
Come ho già avuto occasione di rivelare, il romanzo giallo che preferisco in assoluto è "Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers. Non credo ci sia niente di tanto umano e terribile e spensierato e complesso come la storia che esso racconta, benché questo non significhi che non apprezzi grandemente anche altri indiscussi capolavori della classica crime story. Tuttavia, se mi venisse chiesto quale libro del mistero rappresenta al meglio la mia idea di "storia criminale" (intesa come quella che vorrei aver scritto io, se soltanto fossi capace di farlo), ebbene io sceglierei proprio "Qualcuno ti Osserva". Fin da bambino, infatti, sono sempre stato affascinato dall'idea dell'eroe chiuso in una casa misteriosa, mentre fuori imperversa la tempesta e un pericolo senza nome si staglia su tutto l'insieme. Lui guarda da una finestra la pioggia che cade, i lampi che strappano il cielo nero e il tuono che brontola in lontananza, rimbombando sopra di lui; è al sicuro, ma non si sa mai cosa può accadere in una notte del genere. Da qui lasciavo a briglia sciolta la mia immaginazione, simile a quella di Helen, mentre aggiungevo un dettaglio dopo l'altro alle vicende: magari qualcuno bussava al portone (amico o nemico?), oppure dalla cima delle scale si sentiva un rumore che nessuno poteva aver prodotto (non c'era anima viva lassù). Sono andato avanti per anni a trastullarmi con questo concetto non molto originale, adesso me ne rendo conto, ma che non riusciva mai ad andarsene definitivamente dalla mia testa; finché, quando già avevo iniziato a leggere romanzi gialli da diverso tempo, mi sono imbattuto in questo romanzo di Ethel Lina White. La prima volta che l'ho iniziato, non riuscivo a credere che esso raccontasse proprio di un mistero così simile a quello che era nato nella mia mente eccitabile di bambino: la casa isolata, la tempesta che si abbatteva su di essa e impediva ai suoi abitanti e alle poche persone del circondario di entrare in contatto tra loro, la presenza di rumori sinistri lungo i corridoi bui; tutto questo veniva sfruttato per dare vita al "caso perfetto", quello che si basava sulle mie fantasie. Inutile dire che questo fatto mi ha reso felicissimo e mi ha indotto ad innamorarmi subito di questo libro più volte giudicato come imperfetto, ma che per me riesce a mettere in scena una vicenda straordinaria, dominata da uno spiccato tono teatrale e piena zeppa di contrasti.

Questa convivenza di elementi che entrano in conflitto tra loro è forse la caratteristica più prepotente dell'opera letteraria di White: a partire dalla commistione di thriller e giallo tradizionale, infatti, in essa ritroviamo una narrazione duplice nei confronti di molti tra i suoi aspetti. Come era avvenuto in "Svanita nel Nulla", infatti, pure in "Qualcuno ti Osserva" l'autrice si impegna a costruire una vicenda in cui vengano unite la suspense caratteristica dei libri delle women in jeopardy e un tipo di indagine improntata sul classico giallo della Golden Age inglese (benché con risultati più grezzi di quelli ottenuti da Christie e colleghi). Mentre il brivido resta la sua cifra distintiva, di volta in volta ciò le ha permesso di cimentarsi nel "mistero-da-villaggio-di-campagna" (con "Fear Stalks the Village"), in quello universitario (con "The Third Eye") oppure in una variante del giallo con serial killer proprio con "Qualcuno ti Osserva", senza per questo rinunciare ad elementi gotici quali infermiere, scene notturne e luoghi solitari, i quali ne hanno fatto un'insolita discepola della scuola della Rinehart. È riuscita a creare una sorta di "equilibrio" in cui i contenuti e gli elementi strutturali dei suoi romanzi gialli si sostengono (quasi) alla perfezione gli uni con gli altri, come se il suo modo di raccontare si potesse paragonare a un castello di carte, in cui ogni aspetto possiede la caratteristica di essere all'incirca complementare all'altro. Prendiamo, ad esempio, le ambientazioni in cui il lettore si trova immerso in "Qualcuno ti Osserva": non solo il parco di Summit (pp. 7-8, 10-14), con la sua magnificenza in quanto a numero di piante e grandezza, ma anche la casa stessa (pp. 25-26, 30-32, 47-48, 61, 66, 84, 198), labirintica e lussuosa, serba in sé uno scontro interiore perfetto, poiché alla luce del giorno entrambi appaiono sotto una veste amichevole e, alla notte, assumono i contorni di luoghi infestati, selvatici e ostili. Le camere (compresa quella della quarta vittima del maniaco), da stanze intime e confortanti, dove trascorrere del tempo libero in pace, si tramutano in posti dove ci si trova da soli a combattere, in balia del pericolo e dell'ansia montata dalla solitudine. Il giardino, dove di solito ci si reca per prendere una salutare boccata d'aria e scaldarsi sotto qualche raggio di sole, diventa il campo di caccia di spietati assassini, intrico arboreo che offre al predatore innumerevoli nascondigli, dove gli alberi si muovono ed aggrediscono gli ignari passanti. Addirittura la cucina, focolare domestico che costituisce il cuore pulsante della casa e della famiglia, assume contorni inquietanti se le togliamo la stufa accesa, la massaia intenta a tagliare le verdure per la cena, le chiacchiere quotidiane.

Questo conflitto equilibrato tra luce e buio, inoltre, viene sottolineato anche dallo scontro tra l'esterno di Summit, tormentato dalla bufera e simbolo del mondo terrorizzante abitato da spettri e da mostri partoriti dalla pazzia, e l'interno illuminato (sempre meno, mentre il pericolo si fa più pressante) dalle lampadine, pieno di voci amichevoli e individui vivi, capaci di darsi man forte in caso di necessità. Se mai dovesse trovarsi in difficoltà, Helen è sicura che ci sarebbe sempre qualcuno disposto a proteggerla (la faccenda viene ribadita più volte all'interno della storia); tuttavia, come scopriamo man mano che andiamo avanti a leggere, la realtà si rivelerà ben diversa, dal momento che ognuno dei personaggi dimentica la promessa fatta, in favore del proprio tornaconto personale, dando vita all'ennesimo conflitto complementare del romanzo. Ognuno di questi individui complessi, teatrali, lunatici e soggetti a una vasta gamma di emozioni (pp. 7-8, 17, 20-22, 33, 47, cap. 5, 60-61, 74-75, 89-90, 131, 147-149, 152, 155-157, 171-172, 189, 200-201, 206, 212, 219, 226, 254), spesso contrastanti tra loro e definibili per cliché (la vecchia inquietante, l'infermiera equivoca, la cuoca amabile), mostra una faccia all'apparenza amichevole ed equilibrata, privo di difetti e ossessioni; ma ben presto il lettore si accorge che le cose non stanno come sembrano e che i veri volti dei protagonisti sono differenti da come appaiono. Alcuni di loro risulteranno degni di pietà, altri di disappunto, altri ancora di benevolenza; perché ancora una volta ciò che appare stride contro ciò che è celato agli occhi, e i buoni si riveleranno egoisti e cinici, mentre i cattivi potranno forse sperare in una redenzione finale.

L'apparenza e la sostanza sono i concetti base su cui si fonda la crime story in generale; anche in "Qualcuno ti Osserva", ciò che sembra e ciò che è, i tentativi di nascondere la propria natura e le maschere che le persone indossano appaiono importantissimi, benché essi non riescano del tutto a celare i loro impulsi. Infatti, le passioni (capp. 8, 16, pp. 18, 93, 95, 107, 211) e l'amore in primis dominano all'interno di questo romanzo in un perfetto gioco di ruoli: la frustrazione del triangolo Simone-Newton.Stephen, la delusione e gelosia dell'infermiera Barker, l'idillio tra Helen e il dottor Parry muovono in sincrono alcune delle pedine sulla scacchiera dell'assassino; assieme ai vizi e alle paure innate dell'onesta Mrs. Oates, dei signori Warren e dell'anziana Lady bloccata nella camera azzurra. A questo proposito, sono convinto che non sia un caso che la stanza della matriarca sia stata chiamata così: se ci facciamo caso, è proprio lassù, in quel luogo pieno di terrore e pericolo (capp. 29-31) che stride con l'immagine suscitata dal suo nome, che si risolverà definitivamente il caso, mentre fuori dalla finestra imperversa inesorabile la tempesta. Come vedete, i contrasti sono sempre al centro della scena, perfettamente orchestrati per costruire il mistero: nelle ambientazioni, nei personaggi, nel meteo, nei sentimenti e, addirittura, nell'enigma (cap. 13), dove l'impianto strutturale appare simile a quello del giallo tradizionale declinato nel sottogenere del "delitto del serial killer", ma allo stesso tempo immerso nelle atmosfere tipiche del romanzo americano delle women in jeopardy. L'aura tormentata, enfatizzata dall'uso della luce, della natura e dell'immagine delle finestre aperte sulla notte e il vento, che pervade la lettura dall'inizio alla fine (pp. 33-35, 42, 57, 63-64, 110-112, 144, 176-178, 203-210, 213, 221), funziona alla grande per far montare la tensione, fino alla conclusone concitata e frenetica, ed evoca scenari appartenenti al mondo vittoriano, alle camere in cui si mosse Jane Eyre, descrivendo enormi saloni lussuosi e pareti drappeggiate e illuminate da lampade fioche, care alle storie in cui conta più il fattore psicologico rispetto alla logica e al rigore scientifico. Una pesante solennità, farcita di citazioni cinematografiche e letterarie (come non pensare agli alberi che avanzano e al Macbeth, leggendo le pp. 83-84?) e a volte inframmezzata da piacevoli intermezzi ironici (soprattutto quando è presente sul palcoscenico Mrs. Oates o ci viene presentato il capitano Bean), conferisce una certa irrealtà ai fatti raccontati; White ha provato ad equilibrare ancora una volta il pragmatismo del giallo all'inglese con la suggestione, ma stavolta non ci è riuscita in pieno: i fantasmi, infatti, non vengono mai scacciati del tutto, sebbene questo non abbia impedito a "Qualcuno ti Osserva" di diventare la materia perfetta per un film divenuto celeberrimo, "La Scala a Chiocciola" di Robert Siodmak, in cui (qui sì!) la detection e la suspense convivono all'unisono, sopperendo all'unico difetto del romanzo.

Per chiudere questa riflessione, mi soffermo su un altro paio di aspetti che rispecchiano l'equilibrio su cui giocano, al punto giusto, i conflitti dentro "Qualcuno ti Osserva". Innanzitutto, lo stile è molto simile a quello ambiguo impiegato dalle Regine del Brivido, con numerosi momenti a effetto e finali di capitoli in cui il lettore si trova a trattenere il fiato; pur risentendo della tradizione solida e caratteristica del romanzo vittoriano, dove il dettaglio e l'aderenza alla realtà erano molto spiccati. In secondo luogo, però, voglio sottolineare soprattutto come la duplicità di ambientazione, azioni dei personaggi e quanto altro, sia perfettamente rispecchiata anche nei temi trattati. Quello della disoccupazione e dell'impiego delle donne come manodopera al posto degli uomini, costretti a rinunciare a lavorare a causa del gentil sesso, si rivela dannoso per Helen, invece di essere un'opportunità per lei (pp. 7-8, 13, 20, 71-72, 250); quello del travestitismo (tematica scottante ancora ai giorni nostri, punto focale pure del racconto "The Unlocked Window"), costituisce un paradosso simile a un caleidoscopio, tanto esso prima suscita e poi placa i nostri sospetti sull'infermiera Barker (è un essere infelice oppure un'aguzzina?); quello del dualismo scienza contro fede (cap. 11, pp. 155-157) e della battaglia tra il punto di vista spirituale di Helen, attaccata al suo crocifisso in legno e convinta di essere protetta dalla Provvidenza, e quello materiale della famiglia Warren, cinica e disillusa. Entrambe queste convinzioni portano avanti una tesi suffragata da prove, e non stupisce come ancora una volta il conflitto tra esse non si risolva con una vittoria netta: se da una parte, infatti, le convinzioni del nucleo famigliare vedono una realizzazione nel piano dell'assassino, convinto di riuscire a manipolare i propri simili grazie agli impulsi biologici e chimici cui essi sono soggetti (pp. 103, 108, 161-162, 173-174, 184, 231, 248-250), dall'altra quegli stessi impulsi finiscono per decretare la sua sconfitta. Una perenne lotta, ecco cosa mette in scena "Qualcuno ti Osserva" e in generale l'opera di Ethel Lina White; forse un po' troppo forzata per riuscire a resistere alla prova del tempo, ma sicuramente utile per permetterle di variare e sperimentare, pur restando ancorata ad aspetti comuni nelle sue trame.

Ethel Lina White, nata nel 1876 e
morta nel 1944
Pur avendo goduto di un certo successo mentre era in vita, al giorno d'oggi non sappiamo granché sul conto di Ethel Lina White. Come ha osservato Mauro Boncompagni in un'introduzione a uno Speciale del Giallo Mondadori, su di lei esistono solo alcune menzioni sparse qua e là, citazioni stringate e un saggio molto breve in "20th Century Crime and Mystery Writers" (poi tolto dalle edizioni successive a quella del 1980). Per qualche tempo, addirittura, si è stati indecisi sulla sua vera data di nascita, la quale venne poi stabilita dal critico Jack Adrian all'anno 1876. Non stupisce, quindi, che tanti particolari sulla sua esistenza siano rimasti avvolti dal mistero. Di certo, White nacque ad Abergavenny, una cittadina antichissima del Galles meridionale, figlia di un inventore e della sua seconda moglie; visse prima in una casa a Frogmore Street (dove in seguito venne posta un targa commemorativa) e in seguito a Londra, e lavorò in città per qualche tempo al Ministero delle Pensioni; impiego che lasciò solo negli anni Venti, per dedicarsi completamente alla scrittura fino alla morte, avvenuta nel 1944. L'unico altro particolare sicuro sulla vita di Ethel Lina White, oltre ai romanzi di genere giallo e non che scrisse, è dato dal suo testamento: redatto in modo da lasciare alla sorella nubile (unica parente di cui si abbia conoscenza) tutto quanto possedeva, esso specificava una condizione davvero insolita affinché ella potesse acquisire i suoi averi; ovvero, che chiamasse un medico e gli ordinasse di trafiggere con un punteruolo il cuore della sua salma, per accertarsi che non ci fossero più tracce di vitalità. Una circostanza un po' macabra e agghiacciante, simile a quelle descritte nei suoi libri (a partire da "La Vittima è Presente") i quali, come abbiamo visto, pur forniti di elementi da detective novel si possono iscrivere al genere suspense e delle women in jeopardy.

Da essi possiamo ricavare altre informazioni sulla sua personalità; soprattutto se analizziamo i personaggi femminili, che risultano essere sempre molto ben sviluppati e di maggior peso rispetto alla controparte maschile del gruppo (cap. 1, pp. 92, 95, 130). Lady Warren è una donna impetuosa, inquietante ma franca, la quale domina dall'alto della sua stanza i piccoli uomini che si scontrano tra loro; Simone la tipica famme fatale viziata e capricciosa, ma dotata di determinazione e di una passione travolgente; Mrs. Oates è invece la matrona amorevole, la domestica perfetta che incarna l'ideale della cuoca di ogni romanzo, con l'ironica schiettezza e i piccoli vizi rappresentativi; la Barker un'individuo geloso, freddo e competente come ci si aspetterebbe da ogni infermiera diplomata. Helen Capel, infine, può essere considerata un alter ego dell'autrice, con la sua grande capacità inventiva (non solo dal punto di vista dell'immaginazione, ma anche da quello pratico) e una latente dedizione al dramma che ne avrebbe fatto un'ottima scrittrice; è spesso raffigurata come energica, pur in costante pericolo (ancora la duplicità cui accennavo sopra); è una persona che si impegna per guadagnarsi da vivere, che si oppone agli ostacoli che incontra e agli individui che tentano di metterla in difficoltà facendo affidamento sulle proprie risorse, in modo simile alla maestra di "The Third Eye", alla giornalista di "Delitto al Museo delle Cere", alla governante di "La Signora Scompare" e alla Viola di "Svanita nel Nulla". La stessa White probabilmente dovette far fronte alla necessità di sopravvivere con le sue sole forze: il censimento inglese del 1921 mostrava come le donne fossero un milione e tre quarti più degli uomini dopo la Grande Guerra, e questo fatto impediva loro di pensare a un futuro fatto di sicurezza finanziaria e matrimonio; quindi esse erano costrette a diventare infermiere o segretarie pur di sopravvivere. Ecco, anche Helen (come la stessa Ethel Lina) si trovò in una situazione simile, costretta a svolgere un'occupazione tediosa o precaria, a cui andavano aggiunti gli effetti nefasti della Depressione e, a volte, il dovere di sostenere congiunti di ogni tipo.

Questa simpatia che White nutrì verso i suoi personaggi femminili (spesso innamorati, ma non tratteggiati in modo troppo sdolcinato o con rapporti sentimentali invadenti) la rese una scrittrice apprezzata e avanti sui tempi, tanto più che così si dimostrava molto tollerante verso i costumi dell'epoca, i quali vedevano la figura della donna ancora come marginale all'interno della società e la figura dell'investigatore come un essere umano privo di particolari emozioni (ne sono un esempio "È Scomparso un Caro Ometto", storia di un uomo che finge la propria morte per truffare l'assicurazione, e "The Elephant Never Forgets", una sorta di spy story ambientata in Unione Sovietica). Lo sviluppo della relazione tra eroina e innamorato risulta tra gli elementi più ricorrenti nella sua opera, insieme al taglio cinematografico che ella seppe dare ad ognuno dei suoi libri. Non a caso, da "La Signora Scompare" e "Qualcuno ti Osserva" sono stati realizzati due film di successo, diretti rispettivamente che da Alfred Hitchcock (con titolo omonimo) e da Robert Siodmak (col titolo "La Scala a Chiocciola"); mentre dal suo "La Casa dell'Oscurità" fu scritta una co-sceneggiatura da Raymond Chandler e dal racconto "An Unlocked Window" furono tratte le basi per uno dei più memorabili episodi della serie "L'Ora di Hitchcock". Proprio quest'ultimo, grazie alla presenza di due infermiere, una finestra che non viene chiusa per la notte e una gran dose di brivido, può essere considerato come un tipico esempio della concezione di crime story che aveva questa insolita scrittrice, per la quale nutro una grande ammirazione ed affetto. Soprattutto con "Qualcuno ti Osserva", a mio parere White è riuscita a costruire una trama intrigante, farcita di colpi di scena dosati e di una tensione ipnotica. L'ambientazione è il punto più intrigante del romanzo, con la natura che sembra possedere vita propria e un'atmosfera da brividi. Anche se non ci troviamo di fronte a un vero giallo deduttivo, poiché i pochi indizi presentati non vengono poi sviluppati in modo da poter arrivare da soli alla soluzione, questa resta un'opera davvero notevole, che merita di essere conosciuta e di avere grande fortuna. Christine Poulson ha osservato che "se c'è qualcosa che Ethel Lina White conosceva, quello è la suspense"; io non posso che essere d'accordo con le sue parole, e sono convinto che la sua decisione di mettere insieme il tradizionale giallo all'inglese con la corrente delle women in jeopardy le abbia assicurato un posto di tutto rispetto all'interno della narrativa di genere. Forse le sue storie non sono perfetti meccanismi ad orologeria, ma di sicuro regalano il giusto brivido a chi voglia lasciarsi suggestionare, magari durante una notte di tempesta trascorsa alla luce fioca della lampada da lettura.

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