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venerdì 19 marzo 2021

65 - "La Casa dei Sette Cadaveri" ("Seven Dead", 1939) di J. Jefferson Farjeon

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Vi è mai capitato di provare un'infatuazione insensata e furibonda per qualcosa che avete letto? Oppure per una canzone che vi è capitato di ascoltare quasi per caso, ma vi è rimasta in testa peggio di un tormentone estivo, o ancora un film per il quale sareste disposti a pagare biglietti e biglietti del cinema, pur di vederlo e rivederlo più volte? Ammetto che una sensazione del genere non capita tutti i giorni; anche perché, se così fosse, non sarebbe più qualcosa di speciale che resta impressa nella nostra memoria oppure nel nostro cuore, a fissare un momento preciso della nostra vita e cambiandola. Tuttavia, io penso che bene o male ognuno di noi abbia sentito qualcosa di simile nel corso della propria esistenza. Per farla breve, penso sia proprio da un'emozione del genere che nascono le passioni che ci irretiscono e ci travolgono con la loro forza; pertanto sarebbe più che naturale provare e aver provato in passato questo tipo di emozione. Per cui, immagino avrete in mente cosa si prova quando si prende in mano un libro, si sente un motivo alla radio oppure si seleziona un film su una piattaforma streaming oppure ci si siede in una sala buia, in attesa della proiezione di una pellicola che in qualche modo ha stuzzicato la nostra curiosità, e ci si ritrova catturati da una forza magnetica che ci impedisce di ribellarci oppure ci fa sentire come se fossimo stati schiaffeggiati senza preavviso. Anche a me è successo, più di una volta, nonostante non si sia verificato magari con la stessa intensità. Ad esempio, per cogliere un aggancio con il recente Festival della Canzone Italiana in Sanremo, al primo ascolto della canzone "Amare" del gruppo La Rappresentante di Lista ho avvertito distintamente qualcosa che mi ha fatto dire: "eccoci, questa è la mia canzone di Sanremo 2021". Si tratta di un brano che (per come l'ho interpretato da dilettante) racconta come siamo fatti, con le nostre strabilianti imperfezioni e contraddizioni: spesso parliamo senza dire niente, piangiamo per dare sfogo alle nostre frustrazioni, alle nostre insicurezze e alle nostre paure, amiamo con tutti noi stessi senza risparmiarci mai, mai. In parole povere, tratteggia uno stato d'animo in cui ci ritroviamo; in cui io mi ritrovo. Penso sia stato ciò a fare risaltare "Amare" in mezzo al gruppo. Altre persone magari non sono rimaste colpite più di tanto da questa canzone; però è successo con brani differenti. Una mia amica semplicemente adora Mina, mentre un altro è fan di Claudio Baglioni: al di là del piacere che si può provare a sentire le loro voce, penso ci siano tante altre cose non dette dietro questo acceso interesse nei loro confronti.

Ovviamente anche parlando di film, ci sono pellicole che hanno saputo stregarmi in un modo che non mi sarei mai aspettato. Titoli come "La Strada" di Federico Fellini e altri facenti parte della filmografia di David Lynch, oltre a colpirmi nel profondo, hanno assunto un sapore particolare in seguito a un'esperienza di condivisione personale che mi tengo stretta e non dimenticherò mai; ma "Breakfast Club" di John Hughes e "St. Elmo's Fire" di Joel Schumacher sono forse gli esempi più limpidi per esprimere il concetto: essi narrano le incomprensioni che si instaurano tra ragazzi/e giovani e sul percorso di crescita che ognuno di essi intraprende, affiancato e stimolato dal/la coetaneo/a col quale magari pensa di non avere nulla a che spartire, ma in realtà è una sua immagine quasi speculare. Dal momento che io stesso faccio una fatica tremenda nel rapportarmi col prossimo, provo un viscerale attaccamento alle vicende che essi raccontano: descrivono quanto sia importante il dibattito e lo scontro tra persone affini, perché entrambe crescano (non cambino ma evolvano), e non credo ci sia niente di più importante di questo nella vita. Detto ciò, tuttavia, il mio campo preferito resta quello della lettura, ed è qui che ho avuto le sorprese più grandi in fatto di "infatuazioni". Mi è successo con la biografia di Agatha Christie, "La mia Vita", poiché essa narra gioie e dolori, vita e morte, fatica e svago, spensieratezza e abissi di depressione in cui tutti noi incappiamo negli anni, confortandoci e dandoci fiducia che le cose si aggiusteranno. Con un romanzo giallo che purtroppo si trova soltanto nei mercatini dell'usato, "Il Mondo dopo la Notte" di Charles Todd, dove la vividezza del racconto e delle vicende dei personaggi mi ha trasmesso emozioni talmente forti che sto aspettando il momento giusto per essere pronto a rileggerlo e recensirlo per voi, senza rischiare di finire di nuovo travolto. Con "Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers, perché è l'unico racconto dove per il momento ho percepito davvero una sorta di rappresentazione della realtà pur dentro la finzione. E infine col romanzo giallo che recensisco oggi per voi: "La Casa dei Sette Cadaveri" di J. Jefferson Farjeon (Polillo Editore, 2011). A prima vista, quest'ultimo non lascerebbe mai intendere quanto esso stesso sia speciale; e forse non lo è, viste le stroncature che in tanti hanno espresso nei suoi confronti. Eppure, per me ha costituito una delle prime letture a tema crime al di fuori dei "soliti" Christie-Doyle-Stout e narra una storia che incarna il perfetto connubio tra thriller e giallo tradizionale, necessario a mio avviso per dare vita al romanzo del mistero perfetto; forse ancora di più che nell'altro libro dell'autore che ho già recensito su Three-a-Penny: "Sotto la Neve". Per questi motivi lo considero una tra le opere a cui sono più legato sentimentalmente, che mi piace rileggere ogni tanto.

Seven Sisters, Cliffs, Essex, Olga Koval, raffigurante una
casa sulla scogliere simile a Haven House
Le vicende che il libro narra prendono avvio da un tentativo di furto, perpetrato dal ladruncolo Ted Lyte presso Haven House, una casa alla periferia del villaggio di Benwick, sulla scogliera dell'Essex. Lyte è stato molto sfortunato negli ultimi tempi: di solito, si limita ad alleggerire qualche passante distratto e a trafugare piccoli oggetti in modo quantomeno discreto; ma adesso la fame si fa sentire e la carenza di furtarelli lo ha spinto ad addentrarsi nell'edificio che appare come abbandonato. La ghiaia del vialetto, infatti, è solcata da alcuni ciuffi d'erba troppo cresciuti, non si sente volare un mosca a parte il cigolio del cancello aperto del giardino, e le imposte delle finestre sono quasi tutte chiuse, a parte una di quelle superiori che sembra fargli un sarcastico occhiolino e invitarlo a sfidare la sorte. Così Ted è entrato dal retro e, dopo essersi attardato nella dispensa per riempire lo stomaco, si accinge a salire ai piani superiori per sottrarre oggetti di valore da rivendere al mercato nero. Eppure, c'è qualcosa che lo inquieta. Forse il silenzio totale dentro la casa? Oppure si tratta di altro, sottile e subdolo? Sempre più spaventato, Lyte decide di limitarsi a portare via qualche pezzo d'argenteria, senza essere avido. Però c'è quella porta chiusa, all'altra estremità dell'atrio, che lo attira come una calamita... Cosa si nasconde dietro ad essa? Forse qualcosa di prezioso? Ted si avvicina e, dopo aver girato la chiave nella serratura, spalanca l'uscio e... alla cruda luce elettrica si parano davanti ai suoi occhi sgranati ben sette cadaveri, alcuni riversi al suolo ed altri stesi su poltrone e divani. Terrorizzato il ladruncolo fugge a gambe levate, lasciandosi dietro pure la refurtiva, ma poco dopo viene fermato da un giornalista freelance, Thomas Hazeldean, appena sbarcato dal suo yacht, che lo ha scorto scappare lontano da Haven House come se avesse il diavolo alle calcagna. Condotto il fuggiasco alla stazione di polizia, ben presto appare chiaro agli agenti e ad Hazeldean che nella casa deve essere accaduto qualcosa di orribile ed inspiegabile, per produrre così tanti corpi in un colpo solo.

In realtà, una spiegazione abbastanza plausibile dei fatti esiste: suicidio collettivo. Ma perché questi individui avrebbero dovuto compiere un tale gesto estremo; e chi sono in realtà, dal momento che deve esistere un qualche legame che li unisca poiché hanno trovato la morte più o meno nello stesso identico momento? I loro abiti fanno pensare che se la siano vista brutta e a Haven House abitano solo un vecchio, di nome John Fenner, e sua nipote Dora. Come mai i sette predestinati hanno scelto proprio quella casa per terminare la loro vita? L'ispettore Kendall prende in mano le redini della situazione e, coadiuvato dal sergente Wade che deve istruire al meglio, si mette a cercare qualche indizio per risolvere il mistero. Però questi ultimi sono molto scarsi: ci sono il quadro di una giovane ragazza (probabilmente Dora Fenner) trapassato da una pallottola; imposte alle finestre non solo serrate ma addirittura inchiodate; un vaso con sopra una vecchia palla da cricket, messo al posto di un orologio sulla mensola del caminetto del salotto; un biglietto con alcuni strani numeri scritti di getto e senza senso apparente. Tutto ciò sembra incomprensibile, come incomprensibile è la causa della morte delle vittime, sulle quali non viene trovata traccia di colluttazione oppure ferita. Inoltre, John Fenner e la ragazza sembrano essersi volatilizzati dalla faccia della terra. A questo punto Hazeldean, spronato da Kendall a non intralciare le indagini e ad essere d'aiuto, ha un'idea: sulla mensola del caminetto c'era pure una cartolina della città di Boulogne, in Francia. Può essere che zio e nipote si siano recati laggiù per qualche oscuro motivo? Nemmeno il tempo di pensarlo e il giovane giornalista ha già raggiunto i bastioni che circondano la città vecchia, la Haute-Ville. Laggiù, tra strani venditori di stoffe e pensioni rintanate all'ombra delle mura, si trova forse la soluzione del crimine di Haven House? Oppure la chiave giace in qualche altro posto, e mille miglia di distanza e immerso in un passato dal quale sta cercando prepotentemente di risalire? Tra fughe rocambolesche, incontri con personaggi eccentrici, scontri e tranelli tesi da amici e nemici, sarà Kendall a tessere le fila di una verità che affonda le radici in una spiacevole esperienza per i sette cadaveri che hanno trovato la morte a Haven House.

Old postcard of Boulogne-sur-Mer, raffigurante la Città
Vecchia dentro i bastioni
Nell'introduzione qui sopra, ho accennato al fatto che alcuni lettori abbiano espresso un giudizio negativo nei confronti di "La Casa dei Sette Cadaveri". Forse sarebbe stato meglio che avessi specificato come quasi tutti si sono lamentati di come la sua storia è stata tratteggiata, al pari dei responsi sulla sua opera in generale. Appartenendo alla Golden Age, infatti, la narrativa di Farjeon dovrebbe essere più convenzionale dal punto di vista della forma stilistica e meno da quello dei contenuti, a detta dei suoi detrattori; senza portare con sé quegli elementi stilistici che dovrebbero essere relegati al passato, in favore di altri più innovativi e quindi migliori. Sono tutte cose che ho già spiegato nella recensione di "Sotto la Neve", ma ve le riassumo qui in breve: alcuni hanno lamentato una gravissima carenza di fair play dal punto di vista dell'enigma, altri il fatto che le trame dei suoi romanzi del mistero non siano focalizzate ed equilibrate a dovere, dal momento che si perdono in digressioni inutili oppure lasciano presagire altissime premesse che poi, immancabilmente, vengono deluse. Altri ancora sono convinti che i personaggi siano scialbi, oppure che il ritmo dell'azione non riesca mai ad ingranare la seconda marcia. Insomma, se dovessimo basarci solo su questi giudizi, probabilmente Farjeon dovrebbe essere cancellato dalla faccia della terra a causa del suo scarso talento. "Simpatici", "carini", "decisamente meno impeccabili" di altri, "resta un autore dai buoni propositi difficilmente mantenuti": sono questi i responsi che ricorrono maggiormente, quando si cerca qualche opinione sull'opera di Farjeon e, quindi, pure su "La Casa dei Sette Cadaveri". Eppure, è proprio così che stanno le cose? Voglio dire, non sarà che forse l'appassionato lettore di crime novels tradizionali è un po' troppo esigente, abituato com'è a leggere spesso grandi capolavori? Il paragone, a mio modesto parere, potrebbe generare reazioni spropositate. Se ti trovi davanti a un mystery con un treno bloccato dalla neve, la mente corre subito ad "Assassinio sull'Orient-Express" di Agatha Christie; e come si fa a reggere e vincere una sfida con quest'ultimo? La cosa migliore, secondo me, sarebbe quella di godere della storia senza avere l'intenzione di fare alcun accostamento e poi, alla fine della lettura, giudicare se il libro in sé ci è piaciuto o meno. Se a quel punto il responso è negativo perché dettato dal gusto personale, lì è lecito fare una bocciatura; ma se c'è qualcosa da salvare, in tutto quanto, è giusto che a Cesare venga dato ciò che è di Cesare.

Pertanto, a mio giudizio, con l'opera di Farjeon bisognerebbe avere l'onestà intellettuale di accettare come certi aspetti dei suoi libri siano stati trattati molto bene e riconoscerlo. Certo, pur appartenendo alla Golden Age questi ultimi non sono esenti da difetti; però non riesco a comprendere come possa esistere questo accanimento contro di loro. Tanto più perché la critica del tempo e il pubblico in generale ha spesso apprezzato i suoi sforzi. Non solo H.R.F. Keating, ma anche Dorothy L. Sayers (conosciuta per essere spietata nei suoi giudizi pure con gli amici e i colleghi del Detection Club) ha espresso ammirazione nei suoi confronti per l'attenzione data agli ambienti, la leggerezza narrativa, la dolcezza nel saper modellare intrecci e personaggi; per non parlare poi di Curtis Evans. E se non fosse stato abile nel suo mestiere, perché l'autore avrebbe pubblicato quasi ottanta romanzi? Il suo editore non gli avrebbe permesso di farlo, se fossero stati troppo scadenti, e il pubblico li avrebbe rigettati se non fossero stati di suo gradimento. Inoltre, nel 2014 proprio la ripubblicazione di "Sotto la Neve" ha generato un piccolo caso editoriale in Inghilterra, dove tale volume si è posizionato in alto nella classifica dei bestseller. Sarà un caso, oppure la narrativa di Farjeon vale qualcosa? Pure altri titoli che sono seguiti a questo piccolo exploit si sono venduti bene (non solo all'estero, ma pure in Italia), quindi forse i giudizi negativi che si leggono in rete sono dettati da mero gusto personale. E se così fosse, allora non è giusto bollare l'opera di questo giallista come scadente. Io stesso mi sono impegnato a riabilitarlo, in qualche modo. Già con la recensione di "Sotto la Neve" ho provato a sottolineare quali siano i lati positivi (nonostante restino quelli negativi) di quello straordinario romanzo del mistero, e lo stesso farò con "La Casa dei Sette Cadaveri". Indubbiamente la trama non è un perfetto meccanismo ad orologeria, come in un giallo di John Dickson Carr, ma ciò non vuol significare che l'enigma sia tutto all'interno della classica crime story: l'ho detto cento volte, ma a mio sindacabilissimo parere esso è importante tanto quanto gli altri elementi della storia (personaggi, ambientazione, stile e atmosfera generale). Il bello sta nel lasciarsi irretire dalla narrazione del caso, non soltanto nel mistero duro e puro: c'è molto di più in un giallo di quanto si pensi a prima vista e "La Casa dei Sette Cadaveri" lo dimostra.
A View from the Heights, Walter Spies, 1934,
raffigurante un'isola tropicale simile a quella
del romanzo
Allo stesso modo di come era stato per "Sotto la Neve", credo che il punto forte del romanzo analizzato oggi sia la sua atmosfera, la quale lo rende molto strano e difficile da classificare all'interno di un ipotetico schedario del genere giallo. Esso infatti dà vita a vicende immerse in un'aura bizzarra, come evocate dentro un sogno i cui contorni si disperdono fino a scomparire. Non esiste un vero inizio, dal momento che il mistero affonda le proprie radici in un passato che allunga le dita nell'arco di anni e Ted Lyte si imbatte in cadaveri che sono sconosciuti allo stesso lettore (pp. 8-11, 25-27); però non esiste nemmeno una fine intesa nel senso più stretto del termine, se non viene considerato il brevissimo paragrafo con cui si conclude il libro (capp. 25-27). È come se noi assistessimo a un lungo racconto onirico, magari nato dalla mente di Lyte, di Hazeldean oppure di Kendall e fossimo spettatori passivi (pp. 29-31, 34, 37, 40, cap. 6, 73-74, 78-81, 87, 90-91, 95-96, 114, 123, 125-126, 141-142, 172, 186-187, 197-198, 205-206, 217); cosa tra l'altro sottolineata dal fatto che non ci vengono forniti indizi veri e propri su cui lavorare per riuscire a scoprire da noi la verità. Qui non abbiamo un enigma inteso come nel tradizionale senso che ad esso veniva attribuito, con tanto di struttura logica e svolgimento serrato, quanto una serie di vicende e azioni che saltano da un momento all'altro senza che venga rispettata una sequenza rigorosa: iniziamo con la scoperta dei corpi e dei primi rilevamenti, poi seguiamo Hazeldean salpare alla volta di Boulogne e laggiù ci perdiamo in un racconto dove cospirazioni e melodramma dominano la scena, per tornare a Benwick dall'ispettore e i suoi aiutanti intenti a mettere in pratica un genere di indagine simile a quella che ha reso famoso Freeman Wills Crofts, con tanto di tabelle orarie; per concludere con una tappa a Boulogne dove il giornalista e Kendall mettono insieme ciò che sanno e riescono a risolvere il mistero. Pertanto, "La Casa dei Sette Cadaveri" rappresenta ancora una volta come Farjeon interpretasse la crime story: ovvero, un miscuglio tra thriller e pura detection, dove la cosa importante non è tanto CHI abbia commesso il/i delitto/i, ma piuttosto COME e PER QUALE MOTIVO si sia reso necessario agire in tal modo. Personalmente credo che questo punto di vista sia intrigante: invece di limitarsi a nascondere al lettore il colpevole, l'autore lo spinge a domandarsi molto di più sui retroscena dell'omicidio, mettendo in risalto i moventi e quanto essi possano celare. In "Sotto la Neve" era accaduta la stessa identica cosa: il colpevole era stato pescato quasi a caso, ma ciò che aveva condotto all'atto di violenza aveva costituito il vero fulcro del racconto. Quindi, che dire a coloro i quali si sono lamentati dell'enigma? Che hanno ragione a considerarlo quantomeno insolito e particolare, ma non nell'affermare che esso sia indigesto: Farjeon intrattiene per tutto il tempo, pur rivelandoci l'assassino praticamente a metà libro, perché induce il lettore a non abbassare la guardia e a interrogarsi su cosa si nasconda dietro la morte di ben sette persone.

E come lo fa? In un modo che trovo sia sempre più la risposta giusta per ideare un crimine fittizio: cioè equilibrando quasi alla perfezione il tipo di indagine più classica con quella sensazionalistica, emozionale e istintiva caratteristica del thriller! Fa indagare i suoi due protagonisti (Kendall e Hazeldean) su fronti diversi, lontani l'uno dall'altro e con metodi che hanno poco in comune: il giornalista impulsivo e romantico, grazie al proprio spirito di osservazione e guidato da un colpo di testa suscitato dall'emozione che un quadro ha generato nel suo animo, raggiunge Boulogne dove lascia che siano la fiducia, la gentilezza, un modo di fare tanto cortese che non sfigurerebbe dentro un drammone vittoriano, a guidare le proprie azioni e a metterlo nei guai (Farjeon inserisce una vena avventurosa nei sui libri per dare ritmo al racconto); mentre l'ispettore gioca la propria partita a partire dalle armi che possiede oppure ha a disposizione (una mente analitica e un plotone di agenti ai propri ordini) per raccogliere prove indiziarie e seguire una pista sulla quale è sicuro di ottenere risultati, dal momento che riesce a toccare con mano ciò che disturba la sua ricostruzione degli eventi. Ai segni di pneumatici, ai fori di proiettile, alle palle da cricket e ai messaggi in punto di morte, Farjeon affianca impressioni, segnali premonitori, emozioni generate da corridoi bui e da paesaggi assolati. Io trovo assolutamente meraviglioso questo metodo; anche perché non bisogna trascurare che, in questo modo, l'autore tenta di accontentare un po' tutti i lettori, sia quelli che prediligono un'indagine analitica sia quelli che desiderano provare qualche brivido di terrore in più. Il fatto che riesca o meno ad equilibrare il tutto è dettato dal gusto personale e non voglio sindacare oltre. Resta il fatto, comunque, che chi si avvicina all'opera di Farjeon, a mio parere non deve aspettarsi indagini serrate, esami scientifici oppure interrogatori e rilevazioni specifiche sulla scena del crimine; quanto storie dove bisogna lasciarsi un po' trasportare al largo, in balia delle maree del tempo e dello spazio, senza pretendere di seguire una rotta prestabilita: qui sono l'avventura e l'intrigante atmosfera sognante, gli aspetti suggestivi ed ingentiliti dei personaggi e la leggerezza della narrazione di fondo, al limite dell'inconsistenza, ad occupare le vicende riguardanti la sorte dei sette cadaveri di Haven House. Farjeon scrive per i sognatori e i romantici come il sottoscritto, e forse è per questo che amo molto le sue storie. Bisogna cogliere il meglio da esse, pur senza dimenticare di sottolineare i difetti che di tanto in tanto emergono nel corso della lettura, ed evitare di dare giudizi troppo affrettati e negativi alla sua opera.

Joseph Jefferson Farjeon, nato nel 1883 e
morto nel 1955
Alla pari dei suoi gialli, Joseph Jefferson Farjeon fu un personaggio insolito per il suo tempo. Nato nel 1883 a Londra, in una famiglia in cui la cultura era di casa (suo padre Benjamin Leopold fu un importante romanziere, sua madre Maggie fu figlia di un noto attore dell'epoca, i fratelli Harry, Eleanor ed Herbert rispettivamente un compositore, un'autrice di libri per bambini e un critico teatrale), studiò in città fino al 1910, quando iniziò a lavorare per la Amalgamated Press, una casa editrice specializzata in riviste umoristiche. Per dieci anni mantenne l'impiego, finché non riuscì a pubblicare il suo primo libro, "The Master Criminal" del 1924. Uomo schivo e mite, "Joe" (come lo conoscevano gli amici) iniziò così la sua carriera di esponente di pregio della Golden Age del giallo anglosassone, benché declinata al thriller piuttosto che al tradizionale mystery deduttivo. Il suo marchio distintivo era l'originalità, tanto che non si fece frenare dalla prolificità (pubblicò circa ottanta volumi, a volte usando lo pseudonimo di Anthony Swift) e, in barba al cliché che vede la produzione forsennata di romanzi come sinonimo di mediocrità, riuscì addirittura a stabilire un ottimo rapporto con la critica (oltre agli autori sopra citati, venne elogiato anche dal drammaturgo americano Paul Wilstach e dallo studioso William Lyon Phelps). Vegetariano e pacifista (il suo "Death of a World" è un'appassionata protesta contro la corsa al riarmo dopo la Seconda Guerra Mondiale), Farjeon si distinse nella moltitudine di scribacchini di mysteries sensazionalistici per la scrittura ingentilita e legata al proprio background familiare. Infatti, oltre ad essere stato un appassionato fotografo e disegnatore di animali buffi (buffi perché li disegnava lui, beninteso), fu sempre molto interessato agli umili; interesse che ereditò da suo padre, al punto di diventare un empatico sostenitore della povera gente, la quale spesso ottiene una rivalsa all'interno dei suoi romanzi. Ad esempio, in alcuni di essi il protagonista è Ben, uno strano vagabondo che risolve casi misteriosi, alla maniera di un prosaico emulo del colto investigatore dilettante della tradizione classica, il quale vide evolvere la propria personalità e diventò uno dei più improbabili detective della sua era. Lo stesso Ben, per giunta, apparve nell'opera più ricordata di Farjeon: l'adattamento a sceneggiatura per Hitchcock della piece teatrale "Numero diciassette". Quest'ultima gli permise di ottenere grande popolarità su entrambe le sponde dell'Atlantico, oltre da aprirgli le porte della collana Collins Crime Club fino al 1955, quando Farjeon morì di cancro a Hove, nel Sussex.

Per allora, l'autore aveva dato alle stampe numerosi e diversi romanzi: tra i più famosi, ricordiamo "The Windmill Mystery" (1934), ambientato presso un sinistro mulino a vento e dedicato alla memoria della madre; "Holiday Express" (1935), che sfrutta il classico delitto in treno per esplorare la figura del giovane ragazzo protagonista; "Thirteen Guests" (1936), in cui avviene un delitto in una casa di campagna durante una tipica festa; "End of an Author" o "Death in the Inkwell" (1938), per il quale Farjeon trasse spunto dalla sua stessa esperienza, in modo da tracciare un complesso caso in cui uno scrittore di thriller e la sua segretaria corrono pericoli di ogni sorta; "The Judge Sums" (1942), in cui l'autore si cimenta nel giallo giudiziario mescolandolo a un caso reale; e "Gli Omicidi della Z", dove ci sono sì più omicidi, ma sullo stile della catena da serial killer; oltre ai già citati romanzi su Ben (come "Ben on the Job" del 1952) e "Death of a World". Ognuno di questi libri si distingue per stile, ambientazione e personaggi; e "La Casa dei Sette Cadaveri" non fa eccezione. Sfido chiunque a dire che non sia stato un piacere seguire le vicende raccontate capitolo dopo capitolo, partendo dall'inizio sorprendente fino all'altrettanto straordinario finale, calate in un'atmosfera resa magnificamente e dove la tensione non viene mai a mancare. Le premesse non vengono deluse, se si parte con l'idea di affrontare un racconto dove l'enigma ha una struttura poco dettata dal mero raziocinio: poesia e romanticismo dominano sui fatti tratteggiati, dove spesso e volentieri ci vengono presentate scene un po' desolate ma affascinanti. La corsa attraverso il giardino di Haven House mentre squilla l'avvisatore acustico del telefono, l'introduzione illegale di Ted Lyte nella casa con tutto il carico emotivo che essa comporta, l'arrivo di Hazeldean a Boulogne e l'intenso incontro con Dora Fenner, i continui flashback con cui l'autore permette a Kendall di ricostruire ciò che è accaduto in passato; ogni cosa è stata creata per caricare di sentimento la lettura e generare qualche tipo di emozione, che sia piacevole oppure no. Tutto è come cosparso di un leggerissimo velo di polvere, quasi Farjeon avesse avuto intenzione di evocare incantevoli scene appartenenti a un tempo trapassato già nel 1939 usando il proprio stile: la vita alla pensione di Madame Paula riecheggia ricordi del romanzo vittoriano, come pure l'interazione piena di affetto e galanteria tra Hazeldean e Dora Fenner.

Copertina dell'edizione inglese pubblicata
dalla British Library Crime Classics
È come se i fatti fossero stati cristallizzati nell'ambra, in una 
nostalgica "sospensione temporale" che permette di calarci in un contesto antiquato (con tanto di storia d'amore d'altri tempi, pp. 57, 65-67, 131-134, 143-144, 215-219) per assistere a vicende di straordinaria quotidianità od ordinaria eccezionalità, pur restando nel nostro presente. Ci muoviamo assieme ai personaggi in ambientazioni rese in modo dettagliato e vivido, quali case sulle scogliere, baie in cui attraccano barche, cittadine sulla costa e antiche cittadelle come la Haute-Ville di Boulogne (mi viene sempre voglia di partire e visitarla sul serio), con bastioni assolati e immersi nel verde degli alberi che scuotono le loro chiome al vento, isole tropicali inospitali e popolate di pinguini (pp. 8-12, 24-25, 30, 37, 40, 45, 55-56, 59-64, 72-74, 104-106, 123, 158, 170-171, 191-192, 199, 217, 219-220). E lo facciamo sempre dentro un racconto piacevole, nel quale si alternano l'aura di tranquillità con quella del pericolo e di sensazionali scoperte, in cui non manca il brio di ironici personaggi immersi in situazioni avventurose (pp. 15-16, 23, 36, 47, 71, 74-75, 86-87, 160-161, 165, 167-170). L'intreccio è di sicuro complesso ed ingegnoso, ma non risulta particolarmente sgradevole perché inserito in un contesto dal ritmo sostenuto, lento al punto giusto per poter assaporare e comprendere fino in fondo ogni cosa, mentre gli indizi vengono rivelati poco a poco. In fondo, la narrativa di Farjeon (come in questo "La Casa dei Sette Cadaveri") è simile a quella di una favola venata da un pizzico di mistero, nella quale si possono trovare gaglioffi e antagonisti che mettono in pericolo gli eroi, oggetti che nascondono un passato burrascoso e addirittura spettri evocati dalla mente umana. Tuttavia, basate bene: questo non significa che l'autore abbia sfruttato soltanto il lato emozionale del genere giallo, ma ha messo insieme tradizione e psicologia senza calcare troppo la mano sul melodramma; si è limitato alle cinquanta pagine della digressione di Hazeldean a Boulogne per farlo, mentre per il resto si è affidato all'indagine più pragmatica di Kendall. Al cuore dello stile dell'autore c'è il confronto della solidità con l'impalpabile e il fantastico, in cui avventure divertenti si affiancano ad oscure minacce che emergono dal passato. Questi è un fattore che gioca un ruolo non indifferente all'interno della storia: esso si affaccia tra le righe ad ogni piè sospinto, inesorabile, impossibile da sradicare, eterno e inscindibile dalla tradizione. Ed influenza l'essenza dei personaggi, i quali agiscono proprio come se fossero guidati dalle scoperte che fanno su quanto avvenuto in precedenza. Anche loro, proprio come tutto il resto, appaiono un po' sfuocati, con contorni poco nitidi, ma credo che sia una cosa voluta dall'autore per sottolineare questa aura di irrealtà.

Certo, essendo pochi non è difficile indovinare il colpevole; però li ho trovati perlopiù vividi e simpatici: Hazeldean è il ritratto del giovanotto un po' testa calda che si innamora per un colpo di fulmine e fa di tutto per raggiungere i suoi scopi, che siano di carattere sentimentale oppure no (pp. 46-47); il dottor John Ferrer possiede l'aspetto del professore un po' stralunato e nervoso, così come Madame Paula e la sua servitù incarnano lo stereotipo che il romanzo vittoriano ci ha consegnato. Interessanti sono stati i ritratti (purtroppo in breve) delle sette vittime, alcune delle quali avrebbero meritato un po' più di risalto all'interno di un romanzo... se solo non fossero state ammazzate (da notare Jane, l'unica donna del gruppo, che veste come un uomo e non vuole condividere la sua vita privata con gli altri. Forse un segno di velata omosessualità? Se così fosse, sarebbe importante visto l'anno di uscita del libro). Anche Kendall e Wade, con i loro battibecchi e l'interazione reciproca piena di riferimenti alla crime fiction (pp. 38, 167), sono riusciti ad emergere dal gruppo, assieme ad Hazeldean: uno è logico e astuto, l'altro un po' sempliciotto ma capace di cogliere le falle nei ragionamenti del suo superiore e di suggerire nuove piste da seguire. Chi mi ha colpito di più, tuttavia, è stata Dora Fenner. Tratteggiata come una ragazza un po' anonima e forse troppo scostante, non darebbe l'idea di avere chissà quali caratteristiche particolari, vero? E invece lascia emergere una forte insicurezza che le dona spessore (pp. 72-93, 204-205). Spesso dice "sono una sciocca", si scusa con Hazeldean a più riprese, fa confusione e si rimprovera da sola, non sopporta litigare col prossime e si sente sempre in colpa, anche quando è dalla parte della ragione: in questo atteggiamento ho rivisto molto di me stesso e per questo l'ho sentita vicina al mio stato d'essere. Non sottovalutatela. E non sottovalutate "La Casa dei Sette Cadaveri" in generale, nonostante i pregiudizi che potete nutrire nei suoi confronti. Come dicevo, se riuscite a non caricarvi troppo di aspettative sul fair play del mistero, questa sarà una lettura gradevole che non dimenticherete presto. Farjeon è uno scrittore straordinario, capace di irretire e di ammaliare come il Pifferaio di Hamelin, giocando con la fantasia e intrecciandola con meraviglia e immaginazione per dare vita a indagini insolite e diverse da quelle della tradizione.

N.B. Ho notato che questo romanzo viene dato come "inedito" ma non è così. Il preciso Pietro De Palma ha sottolineato, nella sua recensione al titolo, come Aldo Martello Editore lo abbia pubblicato sotto il titoli di "La palla da cricket" negli anni '50, nei Gialli del Veliero.


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venerdì 10 luglio 2020

38 - "C'è un Cadavere dall'Avvocato" ("Smallbone Deceased", 1950) di Michael Gilbert

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore

Per me, il mondo della legislatura e della burocrazia è (e probabilmente rimarrà) un mondo ignoto e nebuloso. Pur avendo una mente logica, non sono mai riuscito a cogliere tutte le sfaccettature che caratterizzano la Legge e ad apprezzare il piacere nell'individuare cavilli e memorizzare frasi fatte, come alcuni invece fanno. Ad esempio, qualche anno fa ho provato a preparare un concorso per bibliotecario, per il gusto di tentare una strada diversa e mettere a frutto i numerosi anni in cui ho fatto volontariato in un ente pubblico: ebbene, dopo un mese di sforzi e mal di testa, ho deciso di rinunciare all'impresa, di fronte alla mia evidente incapacità di assimilare concetti espressi in un linguaggio astruso e assurdamente complicato. Finché si è trattato di concentrarsi su concetti che potevano essere espressi in altre parole, tutto è andato bene; è stato quando le definizioni hanno assunto un tono pomposo e al limite dell'indecifrabile che le cose si sono complicate. Forse il rifiuto di memorizzare non era dovuto solo al modo in cui erano state presentate le nozioni (immagino che tutto ciò sia un retaggio della tradizione, la quale vedeva il linguaggio giudiziario come qualcosa di riservato a pochi eletti, e quindi giustificato nel suo essere "elevato" fino all'esasperazione); forse si trattava di una predisposizione naturale che qualcuno nutre nella propria natura e modo di essere, oppure c'entrava il fatto che la mia esperienza come volontario di biblioteca non fosse stata del tutto caratterizzata da aspetti positivi, diminuendo così il mio interesse in ciò che studiavo.

In ogni caso, per quanto mi riguarda, questo sistema per tramandare i concetti appare ancora oggi tutt'altro che comodo e appetibile, per cui credo proprio che i dubbi piaceri della legislatura resteranno lontane ombre sul mio percorso di vita; eccezion fatta, ovviamente, nel momento in cui si tratta di imbattersi in essi durante la lettura di un romanzo giallo. Perché se c'è qualcosa che, contro ogni previsione, è riuscita ad avvicinarmi all'arcano sapere della solenne compilazione di atti notarili e della redazione di testamenti, e a provocare in me un genuino interesse, è stata proprio la crime story classica. Come abbiamo visto, all'interno di questo genere letterario, spesso vengono affrontati argomenti che non ci si aspetterebbe mai di trovare: dall'innovativo tratteggio del ruolo della donna, in tempi ancora relativamente oscuri (vedasi "L'Inquilino del Piano di Sopra" di Harriet Rutland), a temi considerati tabù ancora oggi, come l'omosessualità e l'amore platonico; dalla descrizione minuziosa della vita di città e campagna, tra scandali piccoli e grandi che potrebbero verificarsi ai nostri giorni ("Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers è un ottimo esempio), al resoconto puntiglioso di eventi storici come in "La Figlia del Tempo" di Josephine Tey, il mystery ci permette di immergerci in contesti disparati ma attinenti alla realtà, di "vivere" i ruoli dei personaggi come se fossimo loro stessi, in un linguaggio accessibile a tutti e trasmettendoci così una sorta di conoscenza diretta di quanto andiamo a leggere. Quando si tratta di giustizia, poi, il tradizionale romanzo giallo offre un vasto campionario di situazioni, e il mondo della legislatura e della Legge inglese occupa da sempre un posto molto importante all'interno del genere.

Forse, il motivo di questo successo è dato dal fatto che sono tantissimi gli autori provenienti da questo emisfero a me quasi sconosciuto, che si sono dedicati sia alla professione forense sia alla narrativa fittizia: oltre al famoso Erle Stanley Gardner, ideatore delle avventure dell'avvocato americano Perry Mason, ci sono il britannico Cyril Hare, con i suoi romanzi basati su questioni concernenti aspetti poco conosciuti della Legge inglese, come "Un Delitto Inglese", e in tempi più recenti il critico Martin Edwards, il quale ha iniziato conducendo una doppia carriera di avvocato e scrittore, per poi abbandonare la prima in favore della seconda. Costoro sono senza dubbio grandi esperti di legislatura e burocrazia, avendo conseguito studi approfonditi ed esperienze sul campo, e sanno per certo quello di cui parlano; per cui, quando ci apprestiamo a leggere qualche libro scritto da questi autori, mettiamo insieme la capacità del giallo classico di catapultarci con semplicità nelle situazioni che esso descrive e le conoscenze che ci trasmette chi lo scrive. Credo sia questo il motivo per cui, anche se mi imbatto in una questione legale complessa dentro una storia del mistero, riesco comunque a provare interesse riguardo a questioni che, se affrontate al di fuori della finzione, mi annoierebbero. Uno degli esempi più chiari di questa "magia" messa in atto dal classico romanzo giallo è costituita da un libro scritto da un altro celebre esponente di questi scrittori "dalla doppia vita": il britannico Michael Gilbert, infatti, nel 1947 diede vita a "C'è un Cadavere dall'Avvocato" (Polillo Editore, 2004), una storia deliziosa che racconta alla perfezione come dovesse essere la vita all'interno di uno studio legale della City di Londra, mettendo in mostra l'attività di un avvocato attraverso l'uso di termini specifici pur senza stufare chi legge. In mezzo alla frenetica redazione di atti e testamenti, infatti, troviamo un vivace ritratto di quella caotica quotidianità che caratterizza ogni ufficio che si rispetti, tra gossip e gelosie professionali; con l'aggiunta di un mistero astuto, che soddisfa allo stesso tempo l'appassionato di crime e l'occasionale lettore.

Piccadilly in Rain by Frederic Marlett Bell-Smith
(1846-1923), raffigurante uno degli scenari di "C'è un Cadavere
dall'Avvocato"
La storia inizia descrivendo una pomposa cena in un prestigioso ristorante di Londra, durante la quale sono stati riuniti i soci e i dipendenti del celebre studio legale Horniman, Birley & Craine e dei suoi satelliti minori. Accanto alle personalità più dimesse delle sedi di periferia e fuori città, spiccano quelle delle persone che quotidianamente si trovano a contatto con i capi dello studio; eppure, da alcune settimane si percepisce un grande vuoto nelle file della compagnia. Il fondatore storico della firma, Abel Horniman, è deceduto per cause naturali mentre si trovava alla sua scrivania di Lincoln's Inn, e la serata indetta per rinsaldare i contatti tra i dipendenti viene sfruttata come pretesto per celebrare il defunto egregio, con tanto di discorsi soporiferi e commenti sarcastici sotto i baffi. Seduto al suo posto, il giovane Henry Bohun ascolta gli uni e gli altri con pari interesse, poiché è appena arrivato ed è intenzionato a farsi un'idea più chiara possibile del campo in cui si è immerso. Con un passato da ricercatore statistico, si è dedicato agli studi di giurisprudenza e adesso è riuscito ad ottenere una sorta di apprendistato da Horniman, Birley & Craine, dove intende iniziare a costruirsi una carriera di tutto rispetto... sempre che ciò gli venga permesso. Fin dalle presentazioni con gli altri partecipanti alla festa, infatti, percepisce una sorta di scala sociale; niente di troppo snob, sia chiaro, però il fatto di essere l'ultimo arrivato si fa un po' sentire. Ovviamente Bohun ha già incontrato Birley (un vecchiaccio acido e ipocondriaco) e Craine (un tizio lascivo che si diverte a flirtare con le giovani segretarie) quando è stato assunto. Gli altri colleghi non sono da meno, in quanto a stranezze: il più affabile sembra essere John Cove, il braccio destro di Craine, un giovanotto tutto sarcasmo e cinismo che si impegna più a intrattenere brevi relazioni con le ragazze dello studio che a lavorare, e considera la sua esperienza come dipendente di una noia mortale; Eric Duxford, da parte sua, appare flemmatico e fin troppo sfuggente, dal momento che si vocifera si assenti spesso dal lavoro da un momento all'altro. Il nuovo socio della ditta, Bob Horniman, si presenta come un ragazzo nervoso e più che deciso ad appoggiarsi alla solida signorina Cornel, la segretaria del suo defunto padre, una donnetta pratica ed efficiente che mette in ombra il suo operato. Chiudono il gruppo le altre segretarie (la signorina Chittering, dedita al benessere dell'irritabile Birley; la signorina Bellbas, che tenta di sfuggire alle grinfie di Craine e Cove; e la signorina Mildmay, avvenente famme fatale dall'animo focoso alle dipendenze di Duxford) e un paio di uscieri/archivisti i cui uffici si trovano nei sotterranei dello studio.

"Una strana fauna" pensa Bohun, mentre torna a casa; "proprio quel tipo di ricettacolo in cui si mescolano odi e gelosie e possono scoppiare bombe da un momento all'altro". Infatti, già dal mattino seguente, in ufficio tira un'aria tesa: Bob Horniman viene redarguito da Birley riguardo un ritardo sulle verifiche di un fondo affidato al defunto Abel. Come mai nessuno si è preoccupato di rintracciare l'altro fiduciario del Fondo Ichabod Stokes, a cui è stato affidato mezzo milione di sterline? Eppure il signor Smallbone, un piccoletto viscido con la cattiva abitudine di scovare scandali all'interno della vita degli altri e renderli pubblici, nonostante si renda spesso irrintracciabile quando serve, si presenta puntuale a movimentare la vita da Horniman, Birley & Craine. Mentre vengono mobilitati mari e monti alla sua ricerca, si decide di dare un'occhiata agli incartamenti del fondo... con la conseguenza di inciampare nel suo cadavere, chiuso ermeticamente nella scatola destinata ai documenti relativi a Ichabod Stokes. Come egli possa essere finito lì dentro è un mistero; tanto più che il contenitore in cui è stato rinvenuto il cadavere si trovava nell'ufficio appartenente al defunto Abel Horniman, integerrimo esempio di avvocato sul quale non sembra essersi mai posato alcun sospetto di natura criminale. La faccenda, quindi, risulta molto imbarazzante per la gente che lavora da Birley, Horniman e Craine; sia perché un'ombra di dubbio viene a gettarsi sul buon nome dell'azienda, ma anche perché sembra proprio che nessuno al di fuori del defunto possa aver perpetrato il delitto, e calunniare un morto non è mai una bella cosa da fare. Tuttavia, ben presto le indagini dell'ispettore Hazlerigg (coadiuvato dall'aiuto ufficioso di Bohun) iniziano a suscitare nuovi sospetti... In un lento crescendo di tensione, inframmezzato da un altro delitto e dagli scontri-incontri tra i dipendenti dello studio legale, la faccenda si complicherà ancora di più, tra somme che non tornano e frivoli discorsi su borsette di coccodrillo e presagi funesti delle stelle; finché la verità non verrà alla luce e il colpevole si ritroverà a pagare una salata parcella.

Copertina dell'edizione inglese pubblicata
dalla British Library Crime Classics

È sempre un piacere immenso, quando capita di imbattersi in un classico romanzo giallo come "C'è un Cadavere dall'Avvocato". Questo tipo di mystery è il mio preferito in assoluto, poiché riesce a trasmettere al lettore una quantità di suggestioni e di aspetti della vita di inizio e metà Novecento, in modo vivace e ironico, che ben poca altra letteratura è stata in grado di tramandare. Una volta, P.D. James disse: "Puoi apprendere molto di più circa i costumi sociali dell'epoca in cui un giallo è stato scritto, di quanto tu possa fare dalla narrativa più pretenziosa". Non potrei essere più d'accordo con questo giudizio. A mio parere, infatti, il romanzo del mistero riesce a consegnarci un ritratto dettagliato e veritiero della società, degli usi e costumi, della vita e delle concezioni che si erano affermate (o lo stavano facendo) nel momento in cui esso si sviluppò in quella che viene definita come la sua "Golden Age", pur senza dare l'impressione di voler istruire e forzare il lettore ad apprendere. Questo è un discorso che è valso soprattutto quando ho presentato "Sotto la Neve" di J. Jefferson Farjeon, "Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers oppure "L'Occhio di Osiride" di Richard Austin Freeman; ma potrebbe essere applicato pure all'insospettabile "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" di Annie Haynes, libro molto più ridimensionato degli altri tre titoli. Ognuno di essi racconta qualcosa e lo fa a modo suo: uno si sofferma sull'atmosfera misteriosa e rarefatta che aleggiava nelle case signorili di una volta, un altro sulla descrizione della vita nella campagna inglese tra gioie e dolori, un altro ancora sul rapporto tra due individui, immersi nella società vittoriana di una Londra che è scomparsa ma sopravvive nel ricordo tramandato. Nel suo piccolo, pure il libro di Haynes tratteggia una società stratificata in livelli sociali, popolata di individui aristocratici, arrampicatori che partono dal basso per raggiungere potere e gloria, e umili popolani che si accontentano della propria mediocrità. Tuttavia, fino a questo punto mi era capitato di imbattermi soltanto in questi "mondi" che, pur rappresentando un metro di giudizio attinente alla realtà del loro tempo, restano in qualche modo relegati a un passato che è irrimediabilmente antiquato (ad eccezione, forse, del romanzo di Sayers, poiché esistono ancora oggi realtà contadine come quella dei Fens).

Questa caratteristica peculiare della narrativa del mistero nel riportare in vita ciò che è trascorso attraverso piccoli gesti quotidiani, come la compilazione di un diario giornaliero, oppure con la rappresentazione del complesso rapporto tra conoscenti, fatto di inchini formali, parlandoci di un'epoca ormai cancellata dal passare del tempo, non si era mai spinta oltre. Giallisti quali lo stesso Freeman, ma anche Hare per restare in tema legislativo/notarile, si erano limitati a preservare questa eredità preziosissima e a farcela rivivere davanti ai nostri occhi, evitando che andasse dimenticata; il ché non è poco, sia chiaro. Nel romanzo di Gilbert, però, ho notato un aspetto davvero straordinario della storia che lui ci ha raccontato: ovvero, la capacità degli eventi (delittuosi e non) di poter essere trasportati e “vissuto” ai giorni nostri con ancor più naturalezza del solito. Mi spiego meglio. Molti di voi avranno qualche esperienza di come si lavora in un ufficio, pubblico o privato che esso sia. Conoscerete di sicuro il clima che di solito si respira in certi ambienti: le difficoltà a fare in modo che tutti vadano d'accordo, le gelosie professionali e i sottili sotterfugi attraverso i quali ognuno fa il proprio gioco e tenta di avvantaggiarsi sui colleghi, le pugnalate alle spalle e i pettegolezzi che vengono diffusi per screditare il prossimo, e molto altro ancora dovrebbero esservi in qualche modo familiari (se così non fosse, beati voi!). Ecco, la vicenda tratteggiata in "C'è un Cadavere dall'Avvocato" ricalca in pieno l'atmosfera di competizione e di doppiogiochismo che si respirerebbe in qualsiasi ente che più o meno chiunque di noi ha sentito sulla propria pelle (pp. 21, 25-30, 37-38, 48-56, 86-90, 113-120, 124-127, 134-150, 157-163, 176-178, 189-191, 202-203, 279-284). Ed è stata scritta nel 1950, più di mezzo secolo fa! Capirete quindi cosa intendo quando dico che, a mio modesto parere, il romanzo giallo classico riesce più di qualunque altra cosa nell'impresa titanica di trasportare ai giorni nostri quei microclimi che appartengono al passato.

Non si tratta di episodi accaduti nella realtà, altrimenti saremmo testimoni di innumerevoli delitti quasi perfetti e sarebbe un po' scoraggiante; però la finzione diventa uno strumento che trasferisce nel nostro presente qualcosa che è a tutti gli effetti reale, dal momento che noi ci identifichiamo nei personaggi e nelle situazioni che essi popolano e animano. Eppure, nel suo libro più di altri, Gilbert riesce a compiere il miracolo di rendere eterne le vicissitudini che si verificano attorno alla scoperta del cadavere di Smallbone; non soltanto, quindi, a tratteggiare un mondo reale che avremmo potuto "vivere" nel passato, se solo ci fossimo trovati in uno studio legale di Lincoln's Inn del 1950, ma addirittura uno che potremmo toccare con mano al giorno d'oggi, qualora decidessimo di servirci dell'opera di un pari di Horniman, Birley & Craine. In "Lord Peter e L'Altro", Sayers si è impegnata a tratteggiare l'immagine di un'agenzia pubblicitaria come Benson's con altrettanta cura di quella impiegata dal nostro esperto legale in "C'è un Cadavere dall'Avvocato"; eppure, nonostante tutta la sua abilità e competenza, non è riuscita a slegare questo luogo dal periodo storico in cui ha ambientato il suo libro. Gilbert, dal canto suo, ha invece reso immortale la creazione di Abel Horniman con un racconto tale da poter essere interpretato in qualunque epoca seguente alla sua pubblicazione. Forse ciò è dovuto al fatto che il tema principale su cui si snodano gli eventi, la legislatura e la redazione di atti, non sia cambiato più di tanto da un secolo a questa parte. Chi lo sa? In ogni caso, con "C'è un Cadavere dall'Avvocato" ci troviamo davanti a una storia che risulta sempre attuale, grazie alle strategie che il suo autore ha messo in atto.

Infatti, non solo abbiamo una descrizione della vita all'interno di uno studio legale, e la rappresentazione dei rapporti che si vengono a creare quando numerose personalità si ritrovano a condividere spazi chiusi in comunità, ma anche l'inserimento di scene di vita vivaci e ironiche, che magari non hanno alcun legame con la legge ma riescono comunque a dipingere al meglio quale debba essere l'atmosfera generale, e un fine tratteggio della psicologia di ogni individuo, delineata in modo da far risaltare ogni attore sulla scena e dargli vita propria. Paradossalmente (e questo può essere un punto a sfavore per qualcuno), in un primo momento il mistero sembra passare in secondo piano, rispetto allo sviluppo della vita da Horniman, Birley & Craine e alla dettagliata descrizione dell'operato della società. Tuttavia, io sono convinto che il caso debba gran parte del suo successo proprio all'attenzione che l'autore ha messo nel mostrare come fosse tribolata l'attività di un avvocato; l'indagine acquista ancora più spessore grazie alla trattazione veritiera e interessante dell'opera dei soci.

Michael Gilbert, nato nel
1912 e morto nel 2006

D'altro canto, non ci saremmo potuti aspettare niente di meno da un autore capace e versatile come Michael Gilbert. Nato nel 1912 a Londra, egli è stato uno dei massimi esponenti del giallo all'inglese e, come se questo non bastasse, pure un rinomato avvocato, capace di distinguersi sia in un campo che nell'altro. La legge e la letteratura furono nel suo destino fin da bambino, poiché era figlio di due scrittori e nipote di Sir Maurice Gwyer, presidente dell'Alta Corte di Giustizia in India, il quale fu la sua personale fonte d'ispirazione. Studiò giurisprudenza fino al conseguimento della laurea, nel 1937, e un anno dopo decise di mettere mano a un romanzo per tentare la carriera di autore; ma lo scoppio della guerra gli impedì di portarlo a termine e lo costrinse a mettere da parte i sogni, a favore di un posto come artigliere per l'esercito inglese. Tuttavia, ancora un volta il destino mise il suo zampino nel percorso del giovane Michael: mentre si trovava internato in un campo di prigionia italiano, egli si imbatté per caso in una copia di "Tragedy at Law" di Cyril Hare, un famoso mystery dove la parte da padrone la faceva proprio la giustizia e l'applicazione della legge, e ne rimase molto colpito. Una volta tornato in patria, infatti, ripensò a quella lettura fatta in Italia e, mentre svolgeva il proprio praticantato come avvocato, mise mano al suo romanzo incompiuto e lo portò a termine per il 1947, quando entrò a far parte dello studio Trower, Still & Feeling, col titolo "Close Quarters". In questo libro fece la sua comparsa l'ispettore Hazlerigg, il personaggio che accompagnò Gilbert per altre cinque avventure, e con esso iniziò la propria prosperosa carriera narrativa, la quale riuscì a conciliare con quella di avvocato scrivendo quasi sempre sul treno che lo portava dalla sua casa nel Kent fino all'ufficio di Londra. Come è naturale, nei suoi gialli una parte consistente della trama ruota attorno all'applicazione e allo svolgimento del ruolo dell'avvocatura: un esempio è dato dalla vicenda di "C'è un Cadavere dall'Avvocato", dove oltre ad Hazlerigg compare anche la figura dell'avvocato insonne Henry Bohun, poi ripreso in alcuni racconti, ma si possono citare pure quelle di "Death has Deep Roots" ("Il Caso Lamartine", "The Crack in the Teacup" e "The Queen Against Karl Mullen". Tuttavia, altrettanto degno di nota resta il resto della sua produzione mystery, che rivela una straordinaria versatilità: "Death in Captivity" racconta di un ingegnoso omicidio avvenuto in un campo di prigionia italiano; "The Etruscan Net" è basato sul contrabbando di oggetti d'arte; "The Night of the Twelfth" ruota attorno al classico delitto nella scuola, con una vena legata alla violenza nel mondo dell'infanzia. Senza dimenticare le numerose raccolte di racconti, come "Game without Rules", giudicata da Ellery Queen come la migliore in assoluto a tema spy dopo "Ashenden l'inglese" di Somerset Maugham, e la coppia dedicata al sergente anglo-spagnolo Patrick Petrella, in gran parte pubblicati pure sulla celebre "Ellery Queen Mystery Magazine".

Insomma, Michael Gilbert è stato uno tra i più capaci autori di romanzi gialli di sempre; si dedicò a lungo pure alla scrittura per il teatro, la televisione, la radio, e mentre si impegnava nel suo ruolo di avvocato (che gli consentì di rappresentare figure importanti come il Partito Conservatore, il governo del Bahrein e Raymond Chandler), vinceva premi su premi, dal Grand Master a Diamond Dagger. Se ne è andato nel 2006, dopo una vita lunga e piena di romanzi diversissimi tra loro. Tuttavia, "C'è un Cadavere dall'Avvocato" resta quello che viene ad oggi considerato come il suo capolavoro, inserito nelle liste delle migliori opere di genere da parte di H.R.F. Keating e Julian Symons. Il punto più forte della sua storia, come ho detto sopra, credo sia la capacità di riuscire a raccontare una vicenda capace di restare eterna nonostante gli anni che passano: potremmo immaginare che essa sia ambientata negli anni '50 del secolo scorso, oppure fare un balzo avanti di vent'anni, o ancora di trenta e accorgerci che, tutto sommato, la magia non si perde. Nella mia concezione, il compito di un avvocato o di un notaio è strettamente legato alla legislazione che, nella maggior parte dei casi, cambia di rado nel corso di un lustro; quindi il tratteggio dell'operato dei dipendenti e dei soci di Horniman, Birley & Craine, con l'assurdità tipica di un ente burocratico (costituito dal Sistema di Catalogazione Horniman) e la frenesia dettata dalla disperazione nello scovare una scappatoia, appare attinente alla realtà dei fatti del giorno d'oggi, pur tenendo conto del fatto che strumenti come stampanti, fax e fotocopiatrici sono entrate a far parte della routine da ufficio. Immagino proprio il socio di turno, occupato allo stesso modo di Bohun o di Craine, mentre deve impegnarsi a sbrogliare una questione legale, ricorrendo a qualche cavillo o al proprio ingegno e a una quantità indescrivibile di termini specifici, oppure nell'atto di scacciare la noia con un bel flirt con la segretaria, la quale probabilmente si farà sentire duramente.

"C'è un Cadavere dall'Avvocato", inoltre, non si limita al racconto veritiero dell'attività professionale degli affiliati allo studio, dimostrando una straordinaria capacità da insider dell'autore di dipingere un mondo ostico come quello dei fondi fiduciari e delle altre faccende burocratiche/legislative, con linguaggio sì complesso e specifico eppure comprensibile dal principiante (pp. 8, 10-12, 14, 16-19, 22-24, 31-34, 45-47, 56, 79, 81-84, 110-113, 123, 131-132, 146, 177-178, 193, 195, 198-202, 213-218, 221-223, 227-237); ma si addentra in una deliziosa e minuziosa descrizione di come dovesse essere la vita quotidiana (anch'essa attinente alla realtà) di un gruppo di lavoro occupato nella City, magari estranea alle questioni notarili. Penso, ad esempio, alle chiacchiere frivole e divertenti e ai battibecchi tra le segretarie, impegnate a scacciare la noia nel corso delle lunghe ore passate a battere a macchina e ad attendere l'ennesima chiamata per stenografare lettere: esse vengono tratteggiate in un modo che non può lasciarci indifferenti e suscita la nostra simpatia, soprattutto nei confronti delle signorine Chittering (angariata dal bilioso Birley, il cui passatempo pare quello di angustiare e tormentare chiunque gli si trovi a tiro) e Bellbas (impegnata ad analizzare l'oroscopo del giorno per mettersi in guardia dalle catastrofi). Oppure mi viene in mente la gelosia professionale tra John Cove ed Eric Duxford, dipinti con un carattere simile ma incapaci di simpatizzare l'uno per l'altro; nella mia personale esperienza, ho visto coi miei occhi qualcosa del genere e vi posso assicurare che niente potrebbe essere più vero di un simile resoconto tra scontri di personalità (per altri esempi, vedasi pp. 41-44, 67-74, 84-86, 91-93, 104-110, 127-130, 133, 164-166, 172-174, 179-186, 196-198, 209-212, 219-221, 223-226, 245-247, 258-264, 267-269, 278-279). Pur essendo un romanzo giallo solido e ben strutturato, mi spingerei ad affermare che il romanzo di Gilbert si potrebbe leggere soltanto per tutte queste piccole digressioni extra-enigma, le quali ci permettono di compiere un approfondito excursus tra episodi ironici e dialoghi talmente vacui da essere perfetti nel mondo della Legge. È questo che lo rende uno tra i più raffinati e astuti romanzi gialli ambientati in ambito legale: la capacità di dipanare la trama in mezzo a qualcosa di miracolosamente tangibile e reale, in bilico tra farsa e serietà. Non per niente, il critico Martin Edwards lo considera IL migliore in questo senso, alla pari con "Tragedy at Law" di Cyril Hare (per un sentito giudizio sull'autore, vi rimando a questo post del blog di Martin). Tuttavia, per alcuni può annoiare il troppo soffermarsi su temi pesanti. Questo influisce sul giudizio finale del romanzo? Affatto, poiché oltre alla riuscita descrizione della realtà di cui sopra "C'è un Cadavere dall'Avvocato" presenta tutto ciò che un appassionato del romanzo del mistero può chiedere; anzi, troviamo pure qualcosa in più. Abbiamo una resa delle ambientazioni magistrale, con il tratteggio di scenari chiaro e affascinante e un'atmosfera che richiama luoghi solidi e reali alla nostra mente, divisi tra allegria e tensione (per es. pp. 67-70, 166-169, 171); uno stile ironico, al limite del sarcasmo, il quale gioca sul dualismo tra l'astrusità del gergo burocratico e la frivolezza delle chiacchiere da gossip, e dà vita a un riuscitissimo matrimonio tra divertimento e serietà soprattutto nei dialoghi impeccabili all'insegna di uno humor accattivante; una rappresentazione dei personaggi azzeccata e, sebbene un po' caotica in un primo momento, approfondita così da permetterci di figurarceli ognuno con la propria spiccata personalità.

Anche questo tipo di descrizione, dove vengono alla luce particolari del carattere che nulla hanno a che fare col caso, contribuiscono a rendere veri e vivaci gli attori sulla scena e a sottolineare il senso di attinenza alla realtà che circonda il capolavoro di Gilbert (basti pensare alle manie di Birley, oppure al fin troppo reale maschilismo di alcuni tra i dipendenti maschi nei confronti delle sottomesse segretarie). In particolare, ovviamente, spiccano Hazlerigg e Bohun, caratterizzati il primo da un'empatia un po' insolita nel "classico" poliziotto da giallo classico e il secondo da una particolare malattia che gli impedisce di dormire per lungo tempo; ma sono soprattutto altri due i personaggi che lasciano il segno nel corso delle vicende. John Cove, da parte sua, si impegna a sottrarre la scena al nostra investigatore dilettante, compiendo azioni al limite della legalità, e a sferzare con i suoi commenti cinici le ipocrisie dei suoi colleghi; il sergente Plumptree, invece, costituisce il modello di agente dedito al proprio compito con la consapevolezza di essere un "pesce piccolo" ma, allo stesso tempo, la convinzione di poter fare la differenza tra il trionfo e la sconfitta della giustizia (e così sarà, infatti). Inoltre, l'attenzione data al lavoro della polizia (pp. 59-67, 101-104, 172, 179-188, 205-209, 212-213, 218-219, 238-242, 249-251) introduce un altro carattere peculiare del romanzo di Gilbert, poiché questo approccio dà vita a una vicenda in cui l'azione è divisa tra l'indagine di Hazlerigg, in forma di police procedural, e quella intrapresa da Bohun nella figura del tipico investigatore dilettante, più vicina alla tradizione. Ci troviamo di fronte a un tentativo di modernizzare un tipo di racconto che, nel 1950, stava iniziando a perdere mordente; e bisogna ammettere che l'autore ha fatto un buon lavoro, tra inserimento di elementi classici come la piantina della scena del delitto e un'attenzione all'innovativa trattazione psicologica della personalità dell'assassino, la quale dà vita a un mistero astuto che soddisfa sia l'appassionato sia il lettore occasionale. Il soffermarsi sulla descrizione veritiera dell'attività della polizia, comunque, si scontra con una certa tendenza a inserire alcuni momenti in cui viene parodiato il genere giallo (pp. 65, 93-97, 100-101, 108, 178-179); anche questo dovrebbe essere indice di cosa Gilbert intendesse costruire con il suo libro: ovvero, una storia che raccontasse qualcosa di attinente alla realtà, magari facendo leva su quegli aspetti che spesso tendono a diminuirne l'importanza e capovolgendoli così da trasformarli in punti di forza. Insomma, "C'è un Cadavere dall'Avvocato" è un romanzo stupendo, che si impegna a tracciare una vicenda che abbia un forte legame con la realtà dei fatti (il tema della Legge e quello della burocrazia, la vita caotica di un tipico ufficio londinese, il compito gravoso e serio della Giustizia incarnata dagli agenti di Scotland Yard, lo scoppiettante carattere dei personaggi) con un certo tono ironico e divertente e il gioco coi meccanismi del genere. Ogni volta che lo rileggo mi viene voglia di studiare diritto privato; poi mi ricordo che tutto ciò non fa per me, ma intanto l'intenzione torna. Anche questa è una delle magie che è riesce a compiere Michael Gilbert.


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venerdì 10 gennaio 2020

20 - "Un Piccolo Omicidio di Natale" ("Another Little Christmas Murder", 1947) di Lorna Nicholl Morgan

Copertina dell'edizione pubblicata
dalle Edizioni Lindau
Dopo l'enigma in "Quando l'Amore Uccide", i personaggi in "Natale con Delitto" e lo stile in "Sotto la Neve", eccoci giunti all'ultimo tra i punti che caratterizzano il "Christmas Murder Mystery": ovvero, l'ambientazione. Di tutti e quattro, questo è forse quello più debole, poiché necessita di essere affiancato ad almeno un altro elemento della narrativa gialla per poter esprimere al meglio il proprio potenziale. Infatti, non basta certo inventare una storia calata in uno scenario da sogno, come un'isola dei Caraibi o una casa isolata dalla neve nella campagna inglese, per evocare qualcosa di indimenticabile oppure originale e immergere chi legge all'interno della vicenda: pur costruendo suggestive rappresentazioni di luoghi immaginari, magari in parte prese in prestito da altri scrittori e sfruttate come punto di partenza per le loro trame, ciò non toglie che, se il resto non funziona perché i personaggi sono scialbi oppure si muovono in modo disordinato dentro un mistero insulso o narrato con uno stile troppo grezzo, allora sarà servita a ben poco un'attenta descrizione degli ambienti in cui la storia si svolge. Ultimamente, ad esempio, mi è capitato di leggere un thriller moderno, che è stato spacciato come "nella migliore tradizione del giallo alla Agatha Christie". All'apparenza, tutto faceva presagire che si trattasse di una lettura affascinante e di spessore; ma quando sono arrivato alla fine del libro, ho dovuto constatare che le premesse non erano state affatto mantenute, tanto da farmi rinunciare a scrivere una recensione. E non pensate che, tra i romanzi contemporanei, non ci sia ben più di qualche romanzo del mistero che merita l'attenzione degli appassionati di giallo classico! In questo caso specifico, però, il thriller è stato costruito più sul risalto che avrebbe dato il suo scenario e sulla psicologia, che sugli indizi messi a disposizione del lettore (come accade nella maggior parte delle volte); e su personaggi calati in una narrazione fatua e dalla coscienza fin troppo contorta, tanto da farli sembrare fantasmi inconsistenti invece di persone reali. L'unico elemento che si salvava era proprio l'ambientazione invernale di uno chalet di montagna, circondato dalla foresta innevata e silenziosa: ecco, quello sì che richiamava la tradizione di Agatha Christie, con luoghi affascinanti e misteriosi, ma non è certo stato abbastanza per compensare una storia dallo stile tanto moscio.

Il risultato restituito al lettore, quindi, a mio parere è stato quello di aver dato fin troppa importanza ai luoghi in cui si è svolta a vicenda, senza mettere loro accanto qualcosa d'altro a rinforzo e tralasciando il perfezionamento dell'indagine. Eppure sarebbe stato sufficiente un racconto più solido oppure un mistero maggiormente classico, mescolato ad essa, per rimediare a scivoloni grossolani e per dare vita a un mystery intrigante e, allo stesso tempo, di grande effetto scenico; come "Sotto la Neve" di Farjeon, dove il racconto e l'ambientazione riescono in parte a sopperire alla fragilità dell'enigma in fatto di fair play, oppure i thriller ideati da Ethel Lina White, in cui spesso il dualismo tra tradizione (nelle descrizioni dei luoghi) e modernità (nella trattazione del mistero) riesce a dare vita a storie in cui il lettore non può fare a meno di immergersi completamente. Un discorso simile a quello fatto per il thriller che ho preso ad esempio si potrebbe fare anche per il romanzo che recensisco oggi, nel quale lo scenario in cui si muovono i personaggi occupa una parte forse troppo larga della storia. All'interno di "Un Piccolo Omicidio di Natale" di Lorna Nicholl Morgan (Lindau, 2019), infatti, benché i luoghi appaiano vividi tanto quanto le persone che li popolano, con le loro stanze gelide e ostili e i lunghi corridoi minacciosi e oscuri che ricordano la tradizione delle Regine del Brivido americane oppure la stessa White, essi sembrano sostituirsi ai protagonisti e diventare loro stessi il cardine di una narrazione, di conseguenza, meno centrata e caratterizzata da toni melodrammatici davvero accentuati. In questo modo, purtroppo, soffermandosi su elementi di importanza secondaria, si perde un po' il vero fulcro di ogni romanzo giallo che si rispetti (l'enigma e il suo impatto sui personaggi); anche se, devo ammetterlo, "Un Piccolo Omicidio di Natale" ha riservato anche qualche sorpresa in positivo, riguardo alcuni temi e aspetti della trama.

Una grande casa isolata e immersa nella neve, simile a
Wintry Wold
La storia inizia presentandoci Dylis Hughes, un'entusiasta agente di commercio che sta viaggiando per lavoro in giro per uno Yorkshire abbondantemente innevato. Benché la sua auto non sia del tutto in sesto e le previsioni meteo abbiano annunciato un'imminente bufera di neve, infatti, la ragazza intende svolgere il proprio compito e raggiungere la vicina cittadina di Raggden, così da pubblicizzare i prodotti della ditta di cui è orgogliosamente socia e concludere qualche vendita vantaggiosa. Tuttavia, proprio mentre sta tentando di orientarsi nel bel mezzo del paesaggio candido e gelido, ecco che la temuta tempesta si abbatte sulla piccola auto e sulla sua passeggera, costringendole a bloccarsi sul ciglio dell'Harry's Hole (un pericoloso precipizio) e impedendo loro di arrivare a destinazione. Dylis ha imparato a non lasciarsi abbattere dalle avversità e, sebbene impensierita, si prepara a trascorrere la notte all'interno della sua automobile; quando l'arrivo tempestivo e fortunoso di un giovane di nome Inigo Brown sembra volgere la sorte in suo favore. Quest'ultimo, infatti, sta dirigendosi verso la villa dello zio, un ricco possidente delle vicinanze che vedrà per la prima volta nella sua vita, e si offre di condurre con sé la ragazza; tanto più che il vecchio signor Brown si è raccomandato con lui di portare a Wintry Wold anche un amico. Laggiù potrà attendere che il tempo si rassereni e le consenta di andare a cercare un carro attrezzi per l'auto impantanata, e nel frattempo trascorrere del tempo con lui e i suoi parenti.

Benché dubbiosa, Dylis decide di accettare l'offerta di Inigo e i due, a bordo della potente automobile di quest'ultimo, raggiungono Wintry Wold. L'enorme edificio, immerso nella luce del crepuscolo calante e del bianco manto della neve, appare simile a un animale addormentato, ma all'erta e pronto a difendersi dalle offensive dei visitatori indesiderati; un po' come la donna che viene ad aprire loro la porta, la quale asserisce di essere la moglie del padrone di casa, Theresa Brown. Allo stesso modo dei domestici (due individui dall'aspetto poco professionale e ancor meno rassicurante) e le altre persone presenti alla villa (un ubriacone di nome Carpenter e un paio di autisti rimasti in panne col loro camion), anche lei dà una strana impressione in Inigo e Dylis: tutti sembrano sul chi vive, per motivi diversi, ma soprattutto Theresa, la quale pare più che intenzionata ad impedire ai due giovani di incontrare il vecchio signor Brown, il quale è costretto a letto da una misteriosa malattia. In breve tempo, altri viaggiatori (un entusiasta salutista, Mr. Howe, e il suo segretario Mr. Raddle, il giornalista Charlie Best e uno strano signore dall'aria distinta di nome Ashley) si aggiungono ai rifugiati di Wintry Wold per scampare alla bufera di neve che imperversa sulla campagna inglese; finché, mentre l'affabilità di Theresa stride sempre più con un curioso atteggiamento scostante e misterioso, la morte verrà a visitare la casa. E se il decesso sembra non riservare alcuna stranezza, tuttavia la scomparsa di alcuni residenti e rumori misteriosi fuori dalla sua porta e lungo gli oscuri corridoi, mescolati al suo naturale atteggiamento risoluto, porteranno Dylis ad intraprendere un'indagine personale e a tentare di capire cosa si cela davvero dietro le facce ipocrite e gli strani comportamenti degli abitanti di Wintry Wold, prima che si verifichi un "piccolo omicidio" in occasione dell'imminente Natale.

Una scala misteriosa...
"Un Piccolo Omicidio di Natale" appartiene a quella folta schiera di romanzi gialli classici che, in Inghilterra, hanno potuto rivedere la luce in seguito a un lungo periodo di trascuratezza, grazie al successo arriso alla ripubblicazione di "Sotto la Neve" di J. Jefferson Farjeon. Dopo la straordinaria scalata di questo titolo alla top ten dei bestsellers nel 2014, infatti, molti editori hanno seguito l'esempio della British Library Crime Classics e, in occasione delle feste natalizie, producono ogni anno almeno un rinomato (dagli appassionati) titolo a tema; un po' come accadeva con il "Christie di Natale", quando Agatha era ancora viva. In Italia, per qualche tempo, lo ha fatto Polillo, e adesso questa consuetudine è stata raccolta da Lindau, il quale ha dato rispettivamente alle stampe "Natale con Delitto" di Mavis Doriel Hay, "Morte nella Neve" di Farjeon (ritraduzione del titolo qui sopra) e proprio il romanzo che recensisco oggi. Tuttavia l'autrice di quest'ultimo, Lorna Nicholl Morgan, rientra nel novero degli scrittori di mysteries tradizionali che non hanno saputo costruirsi una certa fama neppure tra gli appassionati: a differenza di Farjeon, il quale fu molto apprezzato mentre era in vita, lei non ha lasciato segni inconfondibili del suo passaggio all'interno del genere, in modo simile a H.H. Stanners (il cui "Com'è Morto il Baronetto?" ha rivisto la luce soltanto nel nostro Paese, appena un anno fa). E se, nel caso di Stanners, io non sono riuscito a capire perché il suo libro non sia stato riscoperto prima, dopo aver letto "Un Piccolo Omicidio di Natale" credo di poter immaginare le cause per cui l'opera di Morgan non abbia resistito adeguatamente alla prova del tempo.

Pubblicato per la prima volta nel 1947 come "Another Little Murder", questo giallo mi ha infatti dato l'impressione di essere un po' troppo fuori fuoco, per diversi motivi: primo tra tutti, la decisione di aggiungere al titolo la parola "Christmas/Natale" alle rispettive edizioni inglese ed italiana. Se è vero che l'atmosfera generale del libro rimanda al periodo delle feste di fine anno, con tanto di neve in abbondanza e misteri da svelare in gelidi scenari da cartolina natalizia, è pur vero che manca del tutto la presenza di alberi decorati, gaudenti propositi nell'organizzare cene allegre e quei giochi o scenette teatrali che spesso si accompagnano a questa occasione. Capisco che intitolare questo romanzo "Un Piccolo Omicidio Invernale" avrebbe forse fatto meno presa sui lettori; però non trovo nemmeno giusto imbrogliare chi lo compra. In ogni caso, comunque, personalmente questa critica reca meno importanza rispetto ad altre (sapevo già che il Natale non era argomento principale di questo giallo, quindi non ho avuto alcuna sorpresa in questo senso). Tutt'altro discorso, però, riguarda il suo contenuto. Infatti, se per alcuni elementi esso si avvicina a quello di "Sotto la Neve", con un enigma e un racconto in cui contano più le emozioni della complessità e dell'accuratezza dell'indagine, rispetto al tipo del giallo natalizio imperniato sul puro mistero (come "Il Natale di Poirot" oppure "Natale con Delitto"), d'altra parte ho avuto la sensazione che il soggetto di "Un Piccolo Omicidio di Natale" non si possa nemmeno accostare del tutto a quello del libro di Farjeon. Mi spiego meglio.

Quest'ultimo, secondo me, è stato impostato in modo strettamente "inglese", con suggestioni di intimità legate al periodo vittoriano, e ha fatto dell'evocazione di un clima da fiaba il proprio punto focale; mentre il mystery di Morgan assomiglia più al genere di romanzo del mistero che è stato portato alla ribalta dalle Regine del Brivido americane; nella maggior parte dei casi molto buono, per carità, ma pur sempre segnato da accentuali elementi di suspense a discapito del caso. L'impressione finale che ho percepito dalla lettura di "Un Piccolo Omicidio di Natale", dunque, è stata di mettere insieme, in modo un po' goffo e impreciso, caratteri del giallo tradizionale con molti altri di impronta americana; col risultato di creare una sorta di thriller ingentilito, contraddistinto da uno spiccato senso del melodramma e da una protagonista femminile molto risoluta (a differenza della classica woman in jeopardy), in cui si vuole far coesistere un dualismo "alla White" ma senza riuscirci. A differenza dell'uso che se ne fa nella narrazione di White, infatti, in questo libro gli elementi del giallo di suspense sono molto più accentuati e l'effetto che se ne ricava è quello di dare vita a un racconto che si potrebbe definire "freddo" e affilato; nel quale l'atmosfera non è più quella "calda", familiare e intima di salotti confortevoli e il clima tutto sommato disteso, suggestivo e privo di bruschi sbalzi, ma piuttosto ostile verso i personaggi e fin troppo algido, in cui il brivido non manca in tutti i sensi. Personalmente preferisco il taglio adottato da Farjeon a quello di Morgan, ma probabilmente chi va matto per il mystery da brivido trarrà soddisfazione da questo libro.

Copertina della recente edizione
pubblicata da Sphere, in Inghilterra
Perciò, dato questo lungo discorso in gran parte negativo, leggere "Un Piccolo Omicidio di Natale" si è rivelato una totale perdita di tempo? Affatto. Tenuto conto delle imprecisioni innegabili dell'enigma e della sua storia un po' banale, infatti, non si può certo nascondere il fatto che questo romanzo abbia riservato anche qualche sorpresa in positivo. Non fatevi ingannare dal fatto che esso sia stato ripubblicato per la prima volta solo dopo sessant'anni o che in pochi conoscessero la sua autrice: ciò non è dovuto del tutto alla sua inesperienza o alla povertà intrinseca della sua opera, ma pure dal fatto che di lei non si conosce quasi nulla. Come era stato per H.H. Stanners, infatti, di Lorna Nicholl Morgan si sa soltanto che fu una scrittrice di gialli degli anni '40 e che pubblicò, nell'arco di quattro anni, altrettanti volumi: "Murder in Devils' Hollow" (1944); "Talking of Murder" (1945), in cui il membro di un esclusivo club muore alla vigilia di Capodanno; "The Death Box" (1946), dove la vicenda è incentrata su di un corpo rinvenuto all'interno di una scatola e sulla scomparsa di una giovane signora; e "Un Piccolo Omicidio di Natale" (1947). Un vero peccato che le notizie sul suo conto siano tutte qui. Ma siccome non mi va di liquidare troppo in fretta l'elusiva figura di questa scrittrice, dopo i suoi sforzi per imporsi al mondo, vorrei intraprendere una sorta di indagine, alla maniera di quella fatta per Stanners, e provare a ricavare dalle informazioni contenute nel suo libro (l'unico da me letto finora) qualche elemento della sua personalità.

Per iniziare, prenderei in esame i personaggi, ritratti con una certa dose di asetticità ma dotati di un netto carattere e tratteggiati con attenzione, oltre ad essere molto vari. Tra tutti, mi hanno colpito soprattutto Ashley (col suo particolare metodo di "indagine", pp. 112-115, 177, 181), Howe e Raddle, a causa delle loro sciocche manie salutiste, e ovviamente Dylis. Ognuno di loro potrebbe lasciar trapelare un pezzetto della loro creatrice e dare l'idea di come fosse: discreta, forse interessata alle malattie e i loro rimedi salutisti, ma soprattutto forte, determinata, intelligente ed entusiasta come la protagonista (pp. 7-12, 18, 66, 99, 132, 145, 156, 176-177, 180), dotata di un forte ottimismo e dalla personalità spiccata, la quale viene esaltata nel trio di caratteri centrale nel romanzo, costituito assieme a quelli di Inigo e Theresa. Con quest'ultima viene messo in scena un forte contrasto: una è fatua, capricciosa, un po' inconsistente; l'altra, invece, è indipendente, coraggiosa (a volte fin troppo) e curiosa. Inoltre Dylis ha intrapreso una carriera (quella del commesso viaggiatore) che spesso viene ricollegata agli uomini, dando prova della sua voglia di osare e di mettersi in gioco per sovvertire i ruoli (devo ammettere, insomma, che in questa scelta ho visto un po' di femminismo, da parte di Morgan). Ma non solo; oltre alla sua passione per le cure e le diete naturali (pp. 45-47, 49-54, 56, 74-75, 94-96, 115, 128-129, 158, 186-189, 263-266), insolita all'interno della letteratura del mistero della Golden Age (anche se bisogna ricordarsi del detective salutista di Victor Whitechurch, Thorpe Hazell), l'autrice si è distinta in questo romanzo per aver inserito un tema scottante per il tempo: ovvero, quello della pornografia! Si tratta di un elemento curioso, che dimostra come lei intendesse mettersi alla prova grazie ai suoi libri e avesse deciso di sfruttare la rigidità delle leggi britanniche a riguardo, per costruire il proprio mistero. Mistero che, per qualche vago cenno, assomiglia a quello di "Trappola per Topi", dove un gruppo di estranei si ritrova bloccato in un luogo chiuso e deve convivere con il timore di essere ucciso nel sonno da uno degli altri viaggiatori. Stavolta, però, il caso viene lasciato andare senza grande attenzione ai particolari e risulta banale; probabilmente nemmeno Morgan credeva fino in fondo alla storia che stava scrivendo, la quale appare come un qualcosa di già visto, desolata e senza quel mordente caratteristico dei capolavori del giallo. Tuttavia, la resa dell'atmosfera (pp. 28-30, 34, 36-42, 47-50, 52-59, 96-98, 108-110, 120-125, 131-136, 142-143, ma non solo), con sinistri passi lungo i corridoi, i rumori scricchiolanti della casa e le presenze spettrali, genera un piacevole senso di brivido lungo la schiena, che monta mano a mano mentre passa il tempo; fino al momento in cui il sospetto diventa insopportabile e la tensione si spezza (cap. 13).

Una cosa, dunque, è certa: Morgan sapeva scrivere in modo da catturare i sensi del lettore e suscitare suggestione, grazie a uno stile ricco di humor (esempio pp. 105-107), dove il divertimento si mescola a un potente tono melodrammatico e sinistro (in questo è molto simile a quello di Farjeon in "Sotto la Neve"), e a un senso dell'ambientazione che rende perfettamente l'aura minacciosa dell'antica dimora in cui Dylis e gli altri viaggiatori sono capitati e il pericolo costituito dalla bufera di neve (simile a quello corso dall'Inghilterra e dall'Europa tra la fine del 1946 e il 1947, pp. 8-12, 21-22, 32-33, 41, 61, 63-67, 79-80, 129, 243). In conclusione, dunque, "Un Piccolo Omicidio di Natale" è risultato un po' più debole rispetto ad altri letti durante queste feste di Natale; però non mi ha deluso. Mi aspettavo una storia giocata sul fascino e la suggestione da brivido, benché con un enigma più articolato, ed è ciò che, tutto sommato, ho trovato: una lettura simpatica e per certi versi sorprendente, da riservare per i momenti in cui si è al caldo, sotto le coperte. Sono curioso di leggere altro di Lorna Nicholl Morgan, per vedere se il giudizio complessivo sull'opera può migliorare; chissà che non ci si riesca in futuro.

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