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venerdì 6 novembre 2020

# - Aggiornamenti dall'Approvvigionatore Letterario (Novembre 2020)

Cari amici dell'Angolo dell'Approvvigionatore Letterario, bentornati. Spero che stiate tutti bene e che vi stiate riguardando, visto il volgere della situazione generale dal mese scorso fino ad oggi. Per tutti quanti, questa storia si sta facendo snervante e penso di non essere l'unico a desiderare un po' di tregua e a cercare ogni giorno nuovi motivi di svago. Però non dobbiamo abbatterci e deprimerci, perché se ci comporteremo bene e seguiremo le regole, allora avremmo meno probabilità di contrarre il Coronavirus e potremmo andare avanti con le nostre faccende quasi come se nulla fosse, nei limiti delle restrizioni che vi sono state imposte. Da parte mia, voglio continuare ad aggiornare Three-a-Penny e a fare il possibile per distrarvi, per quanto possibile; pertanto, come di consueto, oggi lascio da parte le recensioni e torno a comunicarvi le prossime uscite in fatto di romanzi gialli classici in Italia e all'estero. In questa specifica occasione, inoltre, ho incrementato il solito numero di presentazioni proprio per darvi un florilegio più ampio in cui scegliere, così da provare ad accontentare tutti i gusti (o quasi). Bene, andiamo a cominciare!

Copertina di "Il Grande Libro dei Racconti
di Sherlock Holmes" pubblicato da
Mondadori
Vediamo subito le pubblicazioni in lingua italiana. Allora, vorrei partire con un tomo enorme in senso fisico (è davvero corposo vista la quantità di materiale che contiene) e in senso metafisico, dal momento che raccoglie tantissimi racconti. Si tratta del nuovo volume della collana Oscar Draghi di Mondadori, una serie che tra altre ha già presentato l'omnibus dell'opera di Arthur Conan Doyle con protagonista Sherlock Holmes e alcuni tomi su Lovercraft. Anche questa volta, il personaggio che fa da punto cardine alla raccolta è l'investigatore di Baker Street, ma troviamo un elemento di novità nel fatto che, almeno per la maggior parte, le storie brevi in essa incluse sono state ideate da scrittori differenti da Doyle. In parole povere, "Il Grande Libro dei Racconti di Sherlock Holmes" (così si chiama il volume) contiene e presenta al lettore italiano numerosissimi apocrifi, ovvero scritti ideati da persone che sono vissute dopo l'autore "originale" e che vedono la riproposizione di un personaggio non ideato ex novo. In un certo senso, un po' come è accaduto con Lord Peter Wimsey nelle storie che Jill Paton Walsh ha creato dopo aver terminato il completamento di "Il Matrimonio Perfetto" già iniziato da Dorothy L. Sayers. Tra le altre, all'interno di questa raccolta troviamo "La Fiera del Campo" e "Watson impara il Metodo" dello stesso Doyle; "L'Amuleto Unico" di Vincent Starrett, del quale vi avevo consigliato "The Great Hotel Murder" in uscita per Penzler Publishing; "L'Avventura dei Due Collaboratori" e "Il Fu Sherlock Holmes" di James Matthew Barrie, inventore della figura di Peter Pan; "Holmes e la Maliarda" di A.B. Cox, vero nome di Anthony Berkeley; "Il Caso del Dottore" di Stephen King, Maestro del thriller contemporaneo; e "Lo Spirito Maligno del Lupo" di Anthony Boucher, del quale vi avevo presentato "The Case of the Baker Street Irregulars". Ma ci sono anche A.A. Milne, Kingsley Amis, P.G. Wodehouse; Neil Gaiman, Anthony Burgess, Poul Anderson, Colin Dexter, Julian Symons... Insomma, si tratta di un volume molto ben fatto, con copertina rigida, forse un po' ingombrante ma pazienza. E soprattutto, è stato curato nientemeno che da Otto Penzler, la figura che tira la fila dietro l'omonima casa editrice e si è fatto una reputazione proprio nella cura di raccolte come questa; non il primo arrivato. Quindi sappiate che, se decideste di comprarlo, ne varrebbe la pena.

Copertina di "Maschera Grigia"
pubblicato nei Classici del Giallo
Mondadori

In secondo luogo, anche questo mese è in uscita il consueto volume dei Classici del Giallo Mondadori; però stavolta si tratta di un inedito. E non è un romanzo giallo qualsiasi, ma la prima avventura di Miss Maud Silver, la zitella investigatrice nata dalla mente di Patricia Wentworth ed emula della più celebre Miss Jane Marple. In "Maschera Grigia", troviamo la simpatica signorina alle prese con uno strano enigma, dove la parte del co-protagonista viene affidata a Charles Moray. Costui è un giovane che da quattro anni si è allontanato da casa propria, in seguito a una delusione amorosa, e ora ha deciso di fare ritorno in patria per riprendere la sua vecchia vita e andare avanti. Tuttavia, quando arriva davanti alla sua abitazione, si accorge con stupore e sgomento che quest'ultima non è chiusa come si sarebbe aspettato di trovarla, ma occupata. Spiando dal buco della serratura, nella penombra di una delle stanze, Moray scorge alcuni individui che non riesce ad identificare, riuniti attorno a un uomo che nasconde la propria faccia dietro a una maschera grigia dall'aspetto inquietante. Questi stanno discutendo in gran segreto, e quando Charles si mette ad origliare scopre che stanno pianificando una congiura ai danno di qualcuno: un complotto che vede coinvolta una cospicua eredità, un testamento che deve essere impugnato e, addirittura, la pianificazione di un omicidio di una giovane donna. Già tutto questo è sconcertante di suo e mette Moray in una condizione di estremo malessere; ma la successiva scoperta si rivela ancora più scioccante, dal momento che tra i cospiratori scorge la bella Margaret, colei la quale gli ha spezzato il cuore e lo ha costretto a viaggiare per il mondo, al fine di dimenticarla. Come fare per sventare la congiura, arrestare questi subdoli individui e, tra le altre cose, convincere la ragazza ad abbandonare i propositi criminosi? Per fortuna c'è Miss Silver, la quale si dedicherà anima e corpo all'indagine e farà di tutto per aiutare Charles. "Maschera Grigia" si preannuncia una storia ricca di colpi di scena e con tutte le caratteristiche dei classici mysteries della Golden Age, per cui io non me lo lascerei sfuggire.

Copertina di "Sangue sul Monte
Bianco" pubblicato da Mulatero
Editore
Terza ed ultima anticipazione per i gialli in lingua italiana, sono felice di annunciarvi che nel mese di Novembre Mulatero pubblicherà il romanzo con protagonista Abercrombie Lewker che era slittato dai primi mesi dell'anno a una data da destinare: "Sangue sul Monte Bianco" di Glyn Carr. Ormai, se avete letto le mie recensioni sull'opera di questo autore, vi sarete fatti un'idea del tipo di libro sto per presentarvi. Ancora una volta, il nostro Filthy è alle prese con un mistero ambientato sulle sue adorate montagne: giunto a Chamonix, alle pendici del Monte Bianco, il capocomico e investigatore dilettante ha tutte le intenzioni di scalare il "tetto d'Europa" assieme alla moglie, lungo la classica via dei Grands Mulets. Lo stesso giorno della loro partenza, tuttavia, altre cordate partono dalle pendici della montagna e la comitiva intera si appresta a raggiungere la vetta nonostante il maltempo. E poco tempo dopo, come volevasi dimostrare, accade un incidente e uno degli alpinisti della cordata perde la vita in un incidente all'apparenza innocente. Lewker, da bravo dilettante, sospetta che ci sia qualcosa di poco chiaro dietro questa morte improvvisa, e decide di fare luce sulla vicenda; non fosse altro per scacciare i dubbi e tornare a godersi la sua salita con Georgina. Ben presto però la faccenda si complica e Filthy capisce di trovarsi di fronte a un assassino deciso a tutto pur di salvarsi dalla forca, dal momento che si verifica una secondo omicidio e il soggiorno della compagnia alla capanna Vallot, in alta quota, diventa sempre più disagevole. Lewker dovrà fare il possibile per proteggere se stesso e la moglie, mentre interroga e sonda il terreno degli altri sospettati, in questa ennesima prova di bravura di Glyn Carr che, se sarà anche solo simile a "Il Picco delle Streghe" o ad "Assassinio sul Cervino", merita di essere recuperata.

Copertina di "Murder in Midwinter"
pubblicato da Profile Books
Passiamo ora alle anticipazioni dei gialli in lingua inglese. Per primo, vi voglio consigliare un'altra raccolta di racconti, stavolta dedicata al periodo dell'anno che preferisco: il Natale. Per i tipi di Profile Books, già editori di "Murder at Christmas", uscirà il 05 novembre il volume "Murder in Midwinter: Ten Classic Crime Stories for Christmas", il quale raccoglierà come il suo compagno alcuni tra le più celebri storie brevi a tema festivo e criminoso. Gli autori inclusi sono come sempre tra i più grandi nomi del genere della classica crime story: abbiamo Dorothy L. Sayers, Cyril Hare, Anthony Berkeley, Ruth Rendell, Margery Allingham, Ellis Peters e tanti altri. Ognuno di loro ci allieterà con racconti in cui le giornate sono quelle brevi e gelide di mezzo inverno, dove la neve inizia a cadere timida fuori dalla finestra e imbianca e decora con i suoi naturali ghirigori i tetti delle case, i davanzali delle finestre e i comignoli, dai quali esce lento il fumo delle stufe. Questo volume si presta perfettamente per una lettura in poltrona o stesi sul divano, mentre ci raggomitoliamo sotto una coperta e sorseggiamo una bevanda calda. Le preoccupazioni e i disagi vengono messi temporaneamente da parte, e ci lasciamo immergere in un'atmosfera di calore e serenità: abbiamo proprio bisogno, di questi tempi, di tuffarci in storie dove il delitto irrompe nei festeggiamenti e nell'aura magica che attraversa e pervade il Natale, per intrattenerci. "Murder in Midwinter" è la lettura adatta al momento storico che stiamo vivendo: lasciatevi irretire e affascinare.

Copertina dell'edizione economica di
"Bodies From the Library 2" pubblicato
da Collins Crime Club

Poi, per il marchio Collins Crime Club, il 12 novembre uscirà la ristampa in edizione economica di una raccolta di racconti che ha suscitato grandi apprezzamenti all'estero; ovvero "Bodies from the Library 2: Lost Classic Stories by Masters of the Golden Age", il secondo volume della serie curata da Tony Medawar. Si tratta, anche stavolta, di una raccolta di quindici storie brevi, tutte di autori appartenenti alla crime story classica e in parte inedite (almeno al momento della pubblicazione dell'edizione a copertina rigida). Sono inclusi nomi come quello di Agatha Christie, Christianna Brand, E.C.R. Lorac, Cyril Hare, Ethel Lina White, S.S. Van Dine, Helen Simpson, Clayton Rawson, Peter Anthony e (udite udite!) un racconto nuovo di zecca per il lettore, a testa, di Dorothy L. Sayers ("The Locked Room" con Lord Peter Wimsey) ed Edmund Crispin. Inoltre, all'interno del volume si trovano pure una sceneggiatura radio di Margery Allingham, che vede coinvolta la figura di Jack lo Squartatore; una scritta da John Rhode, e una novella misconosciuta della ditta Q. Patrick. Insomma, si tratta di un'altra raccolta da non lasciarsi sfuggire, soprattutto perché in edizione economica e quindi meno dispendiosa di quanto potesse essere appena pubblicata.

Copertina di "The Egyptian Cross
Mystery" pubblicato da Penzler
Publishing

Penzler Publishing, invece, ripropone la ripubblicazione di "The Egyptian Cross Mystery" di Ellery Queen, una delle sue storie più celebri e affascinanti. Queen è sempre una garanzia, anche se i suoi primi romanzi non sono ancora del tutto riusciti rispetto ai capolavori che vennero in seguito. Quello che viene pubblicato in questa occasione è di sicuro un grande giallo. Esso narra una storia di violenza e follia e vede un'indagine focalizzata su una crocifissione (avete letto bene) avvenuta nientemeno che il giorno di Natale, nei pressi di un villaggio della provincia americana più profonda. La vittima è un maestro di scuola, il quale prima di essere inchiodato a un palo lungo una strada è stato decapitato e mozzato delle mani. Ovviamente, la macabra scoperta genera terrore e sgomento nel vicinato, ed attira l'attenzione di Ellery Queen, il quale decide di indagare sullo strano omicidio e di trasferirsi in pianta stabile proprio nel villaggio della West Virginia in cui sembra aggirarsi un pazzo assassino. Giunto sul posto, tuttavia, il giovane scrittore e investigatore dilettante non trova molti indizi sui cui ragionare e lavorare, per cui si limita a raccogliere quanto gli è possibile desumere dai fatti e torna sconfitto a New York. Peccato che, adesso, il maniaco abbia deciso di scegliere la propria vittima in tutt'altro luogo, e molto tempo dopo la fine delle festività un altro cadavere, mutilato allo stesso modo del primo, venga rinvenuto a Long Island. Per una curiosa coincidenza, inoltre, lo stesso culto nudista e adoratore del sole che già nel primo caso si era trovato nelle vicinanze del luogo del delitto, adesso si è spostato a New York. Ellery si domanda se per caso non ci sia un legame tra questi due fatti; eppure qualcosa sembra sfuggire alla sua mente attenta ed eludere i suoi tentativi di scoprire la verità. Bisognerà aspettare che molti altri cadaveri vadano ad aggiungersi alla schiera delle vittime, prima che Queen riesca a scoprire chi sia il colpevole, addentrandosi in un labirinto di follia inquietante e aggrovigliato come niente gli era mai capitato di incrociare finora. Ristampato in lingua originale dopo decenni e tradotto in italiano nel Giallo Mondadori col titolo di "Il Caso delle Croci Egizie", "The Egyptian Cross Mystery" è un romanzo straordinario che, secondo la critica, mette in luce come il gusto del tempo avesse ormai deciso di percorrere la via della scuola hard-boiled a discapito di quella più classica; e costituisce un esempio palese di quel gusto per il fair play per cui Queen è famoso in tutto il mondo. Nonostante sia la quinta indagine del giovane scrittore investigatore, si può leggere benissimo come primo approccio allo stile dell'autore: io vi consiglio di farlo.

Copertina di "Murder at Liberty Hall"
pubblicato da Moonstone Press
Infine, passiamo agli ultimi romanzi prima di un saggio che appare interessantissimo e molto intrigante. Si tratta dei primi gialli che Moonstone Press, conosciuta per le ristampe dell'opera di Dorothy Bowers e alcune prove narrative di Christopher St. John Sprigg, manda in stampa da diverso tempo, per cui si tratta di una grande occasione. Proprio a novembre, infatti, questo editore pubblicherà "Murder at Liberty Hall" di Alan Clutton-Brock e "The Undetective" di Bruce Graeme. Entrambi sono libri che stuzzicano il lettore appassionato di romanzi del mistero. Il primo vede protagonista lo scienziato James Hardwicke, il quale è stato invitato alla Scrope House School (un istituto dalla forte impronta progressista e co-educativa) per indagare su di uno strano caso di piromania all'interno del corpo studentesco. In tutta onestà, questo non ha l'aria di essere un Grande Caso a cui Hardwicke intende sottoporre il proprio talento, decisamente più adatto a qualche brutale omicidio dai caratteri straordinari; eppure egli viene convinto dalla sua amica Caroline, la quale desidera ottenere un lavoro nella scuola, a non ignorare questo invito e a mettere una buona parola sul suo conto. Dopotutto, siamo nel maggio del 1939 e i profughi tedeschi si riversano in Inghilterra per sfuggire ai massacri e alle altre terribili atrocità di cui si sta macchiando il regime fascista e hitleriano in Germania, e il preside della Scrope House School è davvero preoccupato per le possibili ritorsioni nei confronti del colpevole dell'incendio doloso, proprio un bambino rifugiato. In questo modo, Hardwicke decide di cedere alle lusinghe e inizia a sondare il terreno... quando all'improvviso si trova davanti a un omicidio, perpetrato attraverso dello sherry avvelenato nel corso di una festa di facoltà. C'è forse un collegamento tra gli episodi incendiari e questa morte violenta, visto che la vittima è la moglie dell'insegnante di inglese? Forse la donna è stata uccisa per sbaglio e il vero bersaglio è stato mancato? Se così fosse, c'è qualcuno che gira per l'istituto con una condanna a morte che gli pende sulla testa... E un assassino pronto a tutto pur di portare a termine il suo folle piano omicida. Starà a Hardwicke scoprire la verità.

Copertina di "The Undetective"
pubblicato da Moonstone Press
"The Undetective", invece, narra la storia di Iain Carter, uno scrittore di romanzi gialli che si è recentemente sposato e sta lottando per affermarsi nel campo della narrativa fittizia, oltre a guadagnarsi da vivere dignitosamente con il proprio talento. Per sfruttare al meglio il proprio dono e mettere a frutto ogni possibilità, Carter decide di sfruttare la conoscenza del proprio cognato, un simpatico poliziotto e un po' indiscreto, per dare vita a una serie letteraria in sui prende un po' in giro la polizia e il cui protagonista sia un pomposo sovrintendente dal piglio dittatoriale. In ogni caso, non può lasciar trapelare la propria vera identità, se si appresta a ridicolizzare un'istituzione come Scotland Yard; per cui si ingegna e crea un'elaborato pseudonimo (John Ky Lowell) per celarsi agli occhi del mondo reale, il quale non possa essere ricondotto a lui in alcun modo. L'enorme successo che arride alla sua prima opera, intitolata proprio "The Undetective", pone Carter nella difficile situazione di dover compiere passi sempre più prudenti per proteggere il suo segreto dalla stampa, che desidera intervistarlo, ma pure dalla polizia per nulla felice di essere stata derisa e dal fisco, il quale pretende la sua parte di guadagno. I veri guai, tuttavia, arriveranno quando verrà scoperto il cadavere di un bookmaker locale, e il principale sospettato del delitto sarà proprio John Ky Lowell, il fantomatico e inesistente personaggio che l'autore ha creato per nascondersi. Pertanto, starà a Carter e al suo talento tirarsi fuori dai guai e scoprire chi ce l'abbia tanto con lui da incriminarlo per un delitto che non ha commesso. Ironico e divertente questo, tanto quanto l'altro è complesso, questi due romanzi hanno tutte le carte in regola per stupire e irretire il lettore. Se solo fossi in grado di leggere in inglese più fluentemente...! Pazienza, c'è sempre tempo per rimediare. Intanto, ve lo segnalo con calore; fosse solo per sostenere Moonstone e la sua opera.

Copertina di "Agatha Christie's Poirot"
pubblicato da Harper Collins

Ultima segnalazione per questo mese, il 12 novembre uscirà per Harper Collins un saggio in lingua inglese che ha tutte le carte in regola per diventare uno strumento imprescindibile per comprendere una delle figure più celebri nel campo della classica narrativa del mistero: il piccolo belga Hercule Poirot. Mark Aldridge, infatti, pubblicherà "Agatha Christie's Poirot: The Greatest Detective in the World", già presentato all'Agatha Christie Festival che si è svolto online nel mese di settembre, il quale si dilungherà su quello che considero il più famoso e grande investigatore dilettante dell'intero genere (anche più di Sherlock Holmes, dal quale ha attinto alcune eccentricità). A partire da "Poirot a Styles Court", la prima opera della scrittrice di Torquay pubblicata esattamente cento anni fa, fino alla versione cinematografica di "Poirot sul Nilo" che sarà nelle sale da proiezione nel prossimo mese di dicembre, l'autore ha fatto una full immersion per investigare la figura di Poirot e le sue innumerevoli declinazioni, sul grande e piccolo schermo, dal film "Assassinio sull'Orient-Express" di Sidney Lumet alla celeberrima serie tv che ha visto Sir David Suchet calarsi nei panni del geniale belga dalle piccole cellule grigie; e ha compiuto questo viaggio raccontando una storia che si dipana decennio dopo decennio, toccando quanto più possibile ha avuto a che fare con Poirot. Quest'ultimo ha avuto a che fare col pubblico per un secolo, e attraverso immagini, citazioni e estratti di documenti Aldridge si impegna a svelare tutti i segreti che si celano dietro l'elusiva figura del più grande detective di tutti i tempi, tratteggiando la sua evoluzione, da macchietta modellata sulla figura di Holmes, ad essere umano (quasi) in carne ed ossa, seguendo la sua storia bibliografica e le discussioni a cui egli stesso ha dato vita, parlando coi sospettati e gli assassini in cui si è imbattuto. Basato su una ricerca personale dell'autore, recensioni e la corrispondenza della stessa Agatha Christie, questo saggio farà la felicità di qualunque appassionato della figura dell'investigatore belga (per cui anche la mia) e offrirà nuove informazioni sul personaggio, dando vita a una storia che non smette di affascinare ancora oggi. Spero sarà presto tradotto in italiano, così potrò gustarmelo a fondo. Nel frattempo, c'è la versione in lingua inglese, per chi la mastica abbastanza bene.

Copertina di "The Lost Gallows" pubblicato
da British Library Crime Classics

Così, anche per questo mese vi ho presentato tutte le anticipazioni che potevo. Ovviamente, nel caso venissi a sapere qualcosa di nuovo, non esiterò ad aggiungerlo qui sotto. Nel frattempo, vi saluto e vi auguro di trovare la giusta tranquillità e serenità per dedicarvi a qualcosa che vi piaccia e per cui distrarvi. Arriveremo a vedere la luce in fondo al tunnel, ne sono convinto. Solo, bisognerà portare ancora un po' di pazienza. Alla prossima!

P.S. Dimenticavo di segnalare l'uscita in lingua originale di un romanzo giallo che ho recensito l'anno scorso: "L'Arte di Uccidere" di John Dickson Carr. Col titolo originale "The Lost Gallows", British Library Crime Classics lo ha reso di nuovo disponibile per i suoi lettori. Vi lascio qui il link alla mia recensione, con tanto di trama per chi fosse interessato. Di nuovo, a presto!

Link ai titoli consigliati su IBS:
"Sangue sul Monte Bianco" di Glyn Carr.

Link ai titoli consigliati su Libraccio:

Link ai titoli consigliati su Amazon:
"Maschera grigia" di Patricia Wentworth (solo ebook);
"Sangue sul Monte Bianco" di Glyn Carr;
"Bodies from the library 2" curato da Tony Medawar;
"The egyptian cross mystery" di Ellery Queen;
"Murder at Liberty Hall" di Alan Clutton-Brock;
"The undetective" di Bruce Graeme;
"The Lost Gallows" di John Dickson Carr.

venerdì 30 ottobre 2020

50 - "Il Picco delle Streghe" ("The Youth Hostel Murders", 1952) di Glyn Carr

Copertina dell'edizione pubblicata da
Mulatero Editore

Torna a farsi sentire la minaccia del Coronavirus in tutta Italia. Per domenica è prevista una conferenza del Presidente del Consiglio, e il mio pessimismo cronico (che per fortuna riesco a tenere a bada) mi suggerisce che non sarà certo un'occasione gioiosa. Detto ciò, però, non ho voglia di alimentare troppo le ansie e le preoccupazioni di me stesso e di voi lettori, che di sicuro vorrete leggere qualunque cosa tranne le mie riflessioni su un tema tanto triste. Già un paio di settimane fa mi sono dilungato a riguardo. Piuttosto, oggi voglio subito tornare ad allietarvi (come avevo anticipato nell'analisi di "La Casa Senza Porta" e già avevo fatto in marzo) con quella serie di recensioni che vi avevo promesso, così da suggerirvi alcuni titoli per svagare la mente ed evadere dalla situazione in cui ci troviamo tutti quanti. Il romanzo giallo classico, infatti, penso debba parte del suo successo al fatto di riuscire a trasportare chi legge lontano dalla realtà a volte triste in cui egli si trova immerso. La crime story, a mio modesto parere, è in grado di evocare un mondo suggestivo, che spazia dalla fine dell'Ottocento ai primi anni del Novecento, passando per i tumultuosi e imperfetti periodi in cui si verificarono quelle tragedie che portano il nome di Prima e Seconda Guerra Mondiale, e giungendo fino ai primi anni '60 (in qualche caso pure oltre, oserei dire). E lo fa attraverso le febbrili attività quotidiane di donne e uomini che ormai non ci sono più, ma sono rimasti vividi ai nostri occhi per mezzo di una sorta di incantesimo, permettendoci di calarci nei loro panni e di vivere per qualche tempo un'esistenza che ci è estranea, magari nel corso di un'indagine su un crimine efferato oppure un mistero da brivido. È questa una caratteristica peculiare del giallo, il quale riesce a ridare vita nuova al passato altrimenti noioso di libri di Storia; e sono più che convinto che esso, nel momento storico in cui ci troviamo, possa essere ciò di cui abbiamo più bisogno per allontanare la triste realtà in cui siamo stati catturati. Non solo per mio diletto e per tenermi occupato, ma proprio per questo continuo a recensire su Three-a-Penny: considero ciò come il modo migliore che possiedo per smorzare la tensione e dare il mio contributo al benessere di tutti, pur nel mio piccolo.

Come dicevo, quindi, oggi torno a concentrare le mie forze sul giallo che riesce a distrarre e svagare meglio: cioè quello che ci trasporta lontano nello spazio e nel tempo, in luoghi selvatici e senza alcuna limitazione. E quale scelta migliore poteva essere, dopo le atmosfere inquietanti e psicologiche di "La Casa Senza Porta" di Daly, se non l'ultimo romanzo di Glyn Carr che mi resta da leggere, con il suo illimitato senso delle distanze geografiche e della mancanza di isolamento? Questo autore, infatti, si è specializzato nell'ideare storie che prendono ispirazione dal classico mystery di tradizione britannica e filone narrativo che rese celebre John Dickson Carr: quello del mistero della camera chiusa e del delitti impossibile. Tuttavia, ha compiuto una sostanziale virata dal tipo più classico, dal momento che ha portato l'ambientazione a livelli più estremi, dove i confini non sono più costituiti da solidi muri, ma da ripide pareti di roccia il cui limite superiore è il cielo azzurro delle quote più elevate. Per il resto, si è attenuto ai canoni del genere; però quella speciale caratteristica di usare la montagna come luogo del delitto lo ha reso speciale, e legato ai misteri ben studiati ha dato vita a un piccolo miracolo del crime. Miracolo che, tra l'altro, l'editore Mulatero si appresta a rendere sempre più concreto per i lettori italiani: infatti, dopo che Rue Morgue ha abbandonato la ripubblicazione dell'opera in lingua originale, in seguito a numerose vicissitudini, proprio nel nostro Paese è partita questa iniziativa che prevede l'intero corpus letterario su Abercrombie Lewker in procinto di essere reso disponibile. Un compito che vede il riconoscimento degli appassionati di giallo e il mio personale; soprattutto, perché l'editore si è reso disponibile a darmi (finora) diversi volumi da recensire, e io lo faccio sempre con piacere perché si tratta di storie molto interessanti e divertenti. Pertanto, dopo "Morte Dietro la Cresta", "Assassinio sul Cervino" e "Un Cadavere al Campo Due", oggi è il turno di "Il Picco delle Streghe" (Mulatero Editore, 2019), in attesa del prossimo in procinto di uscire nel mese di novembre. Ambientato nel Cumberland, in un villaggio in cui splende il sole ma le atmosfere non sono mai scaldate a fondo, in questa storia troviamo un gruppo di escursionisti riuniti in un ostello della gioventù, sullo stile del circolo di sospettati che ha reso famosa in tutto il mondo Agatha Christie, nelle cui vicinanze si verificano strani eventi. Come di consueto, l'alpinismo e l'escursionismo giocano un ruolo importante all'interno di un mistero in cui la psicologia dell'assassino e dei personaggi viene sviscerata, con una corrente di invidie e segreti nascosti; però in questo particolare titolo, oltre ai tipici caratteri più classici della tradizionale partita tra lettore e scrittore e al rispetto del fair play, vi è un elemento molto intrigante che ha dato una marcia in più agli eventi e si accorda perfettamente con l'arrivo imminente di Halloween: la presenza di stregoneria e forze (all'apparenza?) oscure che agitano e acuiscono la tensione.

Cumberland Mountains, T.C. Steele, 1899, raffigurante un
tipico paesaggio delle ambientazioni che costituiscono lo
sfondo alle vicende di "Il Picco delle Streghe"

Tutto inizia con una perfetta scenetta famigliare, che vede il capocomico e investigatore dilettante Abercrombie Lewker e la sua dolce metà, Georgina, fare una pausa in un prato alle pendici dei monti del Cumberland. Con la loro auto, stanno andando a Birkerdale, uno di quei villaggi al confine della civiltà in cui si può ancora percepire l'atmosfera della vera campagna inglese e aleggia un'aura di velato bigottismo e superstizione, dove li attende una vacanza e il meritato riposo in seguito alla consueta stagione teatrale che ha visto entrambi molto occupati. Con la scusa di far ammirare alla moglie lo splendido paesaggio che si può scorgere nel passare la cima della collina che li separa dal minuscolo gruppetto di case, Lewker fa in modo di giungere a Birkerdale giusto in tempo per fare una tappa al pub locale, l'Herdwick Arms, in attesa dell'orario perfetto per ricongiungersi con un vecchio amico di Georgina, nientemeno che il celebre collezionista ed esperto di quadri Sir Walter Haythornthwaite, nella sua casa poco oltre il villaggio chiamata Riding Mount. Nel locale, mentre sorseggiano una bevanda, il capocomico e sua moglie scoprono tuttavia che nel villaggio c'è una strana diceria, alimentata da un pastore di nome Ben Truby, secondo la quale i monti a sud sarebbero infestati da entità maligne, le "Vecchie" che dimorano sul Picco delle Streghe. Lewker e Georgina, da cittadini del mondo e di una metropoli come Londra, non si lasciano impressionare dai racconti macabri che Truby propina loro, nonostante il gestore del pub insista nel voler minimizzare ogni caso; eppure, quando Vera Crump e Ted Somerset, una coppia di escursionisti, irrompe nel locale con la richiesta di organizzare una squadra di ricerca per una loro compagna di viaggio, una ragazza di nome Gay Johnson, i due non possono fare a meno di temere che sia accaduta qualche disgrazia. La giovane, infatti, è scomparsa da quasi due giorni, dopo aver annunciato la propria intenzione di scalare una parete pericolosa che si getta sul fiume Riggin Spout, in seguito a una lite furibonda col suo fidanzato Leonard Bligh. Già un altro escursionista e arrampicatore, appena qualche mese prima, aveva fatto una brutta fine in questo modo. Così, allertati alcuni uomini e istruito Truby e Roughten, il gestore dell'Herdwick Arms, Lewker si fa accompagnare dalla moglie e dai due giovani fino alla fattoria in cui sarebbe dovuto soggiornare, e si incammina di buon passo con Vera Crump e Somerset alla volta della Riggin Spout.

Giunti in prossimità di una cascata lungo il corso del fiume, i tre fanno la terribile scoperta. Gay Johnson giace ormai cadavere da tempo proprio dentro la pozza d'acqua in cui il Riggin Spout si getta, sotto alla parete del Black Crag. Si tratta di una tragedia considerevole, dal momento che getterà nello sconforto i due giovani e i loro compagni che sono rimasti all'ostello della gioventù in cui stavano tutti alloggiando, nella piana di Cauldmoor che sovrasta la valle di Birkerdale e si trova a pochi passi dal Picco delle Streghe. Però, mentre il cadavere viene portato a valle grazie a una barella approntata da Truby e sollevata dai suoi compagni, Lewker non riesce a fare a meno di notare come siano strane le ferite visibili sul corpo di Gay Johnson. A quanto pare, solo dietro la nuca il cranio è stato sfondato, come se la ragazza avesse battuto la testa su un sasso e fosse morta sul colpo; mentre nel resto del corpo si vede qualche graffio appena, impossibili da conciliare con una caduta rovinosa da una parete roccioso come quella del Black Crag. Così, Lewker immagina che dietro al decesso di Gay si celi qualche segreto che si deve portare alla luce e che può dare vita a un'indagine per omicidio. Oltretutto, lo stesso Ted Somerset dà l'impressione di sapere qualcosa che potrebbe incriminare i suoi compagni di viaggio, e gli accertamenti del medico legale indicano come un'inchiesta dovrebbe studiare la questione a fondo. Pertanto, fingendosi un appassionato di ostelli e abbandonando l'idea di una vacanza meritata, il capocomico svesta ancora una volta i panni del comune cittadino per indossare quelli del Geniale Dilettante, che già in precedenza ha avuto l'onore e l'onere di portare. E una volta giunto a Cauldmoor, Lewker si imbatte in una serie di personaggi che farebbero invidia a un palcoscenico e a un'opera teatrale di Shakesperare: oltre alla fumantina Vera Crump e al suo sottomesso Somerset, infatti, ci sono Janet e Hamish Macrae, fratello e sorella diversi come il sole dalla notte e specializzati rispettivamente in spettacolo (e bugie) e ingegneria; Leonard Bligh, scontroso come solo gli artisti sanno essere; un gallese dall'aria ambigua di nome Bodfan Jones; e il gestore pro tempore della baita, un viscido individuo chiamato Paul Meirion che nutre un'ossessiva mania per la stregoneria e le arti occulte. Forse uno di questi personaggi ha avuto qualcosa a che fare con la morte di Gay Johnson? All'apparenza, tutti quanti avrebbero avuto un movente per cui eliminare la ragazza, oppure l'opportunità per farlo; ma gli alibi si incastrano quasi alla perfezione ed è difficile capire quale sia la verità che si cela dietro il decesso di Gay. Abercrombie Lawker dovrà impegnarsi a fondo per scoprire dove si trova l'inganno, esplorando in prima persona gli scenari mozzafiato e gli abissi di follia in cui può cadere la mente umana; nonché sfidando forze oscure che paiono spuntare dalle ombre della pietra delle montagne che circondano Birkerdale.

Schizzo della valle di Birkerdale, disegnato da Abercrombie
Lewker
Arrivato al quarto volume della serie, penso che "Il Picco delle Streghe" sia il migliore romanzo di Glyn Carr, tra i suoi che ho letto. Qui, infatti, si sono riuniti tutti i caratteri che avevano giocato un ruolo di primo piano all'interno degli altri e l'autore ha perfezionato i loro difetti, pur continuando a dare la precedenza ad alcuni aspetti stilistici e tematici rispetto al mero enigma. Ad esempio, Carr ha ancora una volta concentrato il punto di forza del libro sulle descrizioni delle ambientazioni, che rimandano in qualche modo alla Zermatt di "Assassinio sul Cervino" ma declinandole attraverso una chiave più selvaggia e indomabile: in questo caso, infatti, non troviamo alberghi e nuclei abitativi sfarzosi, ma un villaggio di campagna il quale si avvicina all'idea che potrebbe emergere da un contesto "alla Agatha Christie", con abitanti meno costruiti e tutto sommato semplici. In tal modo, torniamo agli scenari indomabili e ancestrali di "Un Cadavere al Campo Due", ma non abbiamo quella soffocante preponderanza a ridurre ai minimi termini il mistero, fino a farlo quasi scomparire. Il contorno delle vicende si fa parte integrante delle stesse e riporta alla mente quelle di "Morte Dietro la Cresta", familiari all'autore e in qualche modo anche al lettore che, come me, vive alle pendici delle cime rocciose. È un piacere calarci in suggestivi paesaggi aspri e montuosi, che danno originalità agli omicidi inventati da Carr, ed immergersi in luoghi solenni e un po' spaventosi, coi loro pericoli nascosti dietro gli angoli e nelle fessure in ombra tra le crepe sulla pietra (pp. 17, 19, 21-23, 34-39, 41-43, 45-46, 55-56, 74-75, 77, 82-85, 92-96, 117-124, 132-133, 135, 139, 166-167, 176, 178-181, 189, 191-197, 200-201...). In essi, l'uomo si riscopre ad essere una misera parte del creato, cosa di cui l'appassionato alpinista ed escursionista è ben consapevole, e quello che dovrebbe essere solo un abbellimento alle vicende si trasforma nel punto focale della narrazione. L'ambientazione, infatti, è forse l'elemento più debole tra quelli che costituiscono un romanzo giallo, dal momento che necessita di essere affiancato da un altro elemento per poter esprimere al meglio il proprio potenziale; eppure qui lo scenario diventa qualcosa di più, tanto viene curato nelle descrizioni, al punto da tramutare all'occorrenza una storia fittizia in una sorta di guida turistica in cui vengono rispettate le caratteristiche reali dei luoghi tratteggiati (nei romanzi di Glyn Carr ogni paesaggio, proprio come Birkerdale e i monti ai quali si trova ai piedi, corrisponde al vero). Saliamo e scendiamo dal villaggio alla piana di Cauldmoor, percorrendo il sentiero che passa vicino alla Riggin Spout; ci abbarbichiamo sul Black Crag al seguito di Hamish Macrae e di Lewker; sediamo con il capocomico sulle rocce mentre osserva la valle di Birkerdale dal Picco delle Streghe; trascorriamo la serata all'interno dell'ostello della gioventù con i sospettati. Questa attinenza al vero permette di comprendere meglio i movimenti dei personaggi e contribuisce a calare chi legge all'interno della storia, oltre a tenerlo incollato alle pagine come per mezzo di un sortilegio miracoloso (come se le Vecchie ci avessero incantato), che non permette di stancarsi e di trovare noiose queste digressioni e rende giustificabili gli eventuali piccoli difetti della trama.

In questo romanzo in particolare, inoltre, l'importanza data al paesaggio va di pari passo con lo sviluppo dell'enigma e dà vita a un equilibrio perfetto in cui entrambi questi elementi coesistono. Se nei titoli precedenti spesso lo scenario dava l'impressione di quasi invadere lo spazio destinato al mistero, tanto era necessario trasportare tra le righe i dettagli dei luoghi e soffermarsi sui dettagli più piccoli per contestualizzare il tutto, finendo per pregiudicare la riuscita complessiva del romanzo, in "Il Picco delle Streghe" c'è meno urgenza nel rendere vividi i movimenti dei personaggi e dare spessore a ciò che li circonda, pur senza venir meno alla resa di autenticità di questi stessi. Ad esempio, c'è comunque la descrizione di un paio di ascese su parete e di un escursione di Lewker, ma queste sono confinate con sapienza come per dare una pausa a chi legge, per alleggerire una narrazione che sarebbe risultata troppo densa e complessa da affrontare tutta d'un fiato. Di conseguenza, è il mistero sulle morti di Peel e Gay Johnson ad occupare il centro dell'attenzione, con tutto quello che ne deriva, tra inchieste investigative più o meno ufficiali e approfondimento di temi affascinanti legati ad esso. La stregoneria accentua la tensione, soprattutto nelle scene notturne, e dà enfasi all'enigma, suggerendo a chi legge ipotesi al limite del concreto: attraverso i racconti grotteschi e macabri di Truby, essa cala dall'alto come i corvi di cui si servivano i negromanti e gli adepti dei culti spiritici per evocare le Vecchie, e influenza la logica e l'indagine della polizia e di Lewker (pp. 27-29, 34, 48-49, 79-82, 88-89, 94, 115, 137, 140-142, 161-163, 171-172, 175, 177-178, 203, 212-213). Mentre proseguiamo nella storia, ci domandiamo se per caso le morti violente non siano state davvero provocate da qualche spirito maligno, e iniziamo a sospettare che una profonda vena di follia si celi dove il sole non riesce a battere e l'acume degli inquirenti fatica a scavare. Tutto ciò, ovviamente, genera curiosità; ma non solo, dal momento che può costituire un motivo in più perché il pubblico si avvicini a "Il Picco delle Streghe": ho sempre avuto l'impressione, infatti, che questa ferma convinzione di Carr di soffermarsi sull'alpinismo e su una narrazione incentrata su di esso, potesse scoraggiare quelle persone che non sono interessate all'argomento. Con la scusa delle forze oscure e il loro indubbio fascino, invece, l'autore riesce a invogliare chi altrimenti avrebbe tentennato. Come se non bastasse, poi, questo tema si sposa magnificamente con altri elementi del romanzo. La stessa ambientazione, che contrasta nel suo apparire quasi paradisiaca (i prati verdi, le giornate soleggiate, i laghi cristallini, i monti solidi e maestosi) con l'atmosfera di follia che regna sovrana e pervade i più piccoli particolari, come una semplice passeggiata o una salita in solitaria; oppure il coesistere tra momenti drammatici oppure paurosi, suscitati da conseguenze delle azioni dei presunti demoni, con scenette allegre e chiaramente ironiche in cui Lewker oppure altri personaggi si scontrano e si azzuffano a parole. Insomma, nonostante la presenza di alcuni stereotipi (ma ormai penso proprio che saranno una costante a cui bisogna abituarsi e non mi pesano più di tanto), "Il Picco delle Streghe" si è dimostrato essere quanto di più vicino ho letto ai romanzi degli autori più blasonati della Golden Age, da parte di un outsider che, nel suo piccolo, ha saputo dare vita a una serie molto divertente, che appassiona e intrattiene con leggerezza.

Frank Showell Styles (alias Glyn Carr)
nato nel 1908 e morto nel 2005
L'ironia fu forse la caratteristica principale nella scrittura di Frank Showell Styles, vero nome di Glyn Carr. Nato a Birmingham nel 1908, dopo la scuola egli lavorò in banca per una decina d'anni, finché decise di mollare questo impiego che non lo soddisfaceva. Partì quindi per un lungo viaggio in giro per l'Europa, che dovette tuttavia interrompere allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Arruolatosi nella Royal Navy come artigliere, durante il conflitto riuscì a salire di grado fino a giungere a quello di comandante. Tornata la pace, Styles decise di rinunciare a tornare a lavorare nel mondo della finanza e si trasferì in Galles, dove trascorse il tempo ad arrampicare (fu da sempre la sua passione più grande), a dedicarsi al teatro e a progettare la sua nuova carriera di scrittore. Nel 1947, infatti, diede alle stampe il suo primo romanzo, "Traitor's Mountain", una spy story che mescolava il genere a quello umoristico, e il successo di quest'ultimo lo spinse a dare il via a una serie più convenzionale, sotto pseudonimo e con protagonista un divertente capocomico un po' sovrappeso e dalla citazione facile che si ritrova ad indagare su casi misteriosi ambientati in alta montagna. In realtà, già durante una scalata del Milestone Buttress gli balzò in mente come "fosse facile progettare un omicidio perfetto in quel luogo"; pertanto decise di "ideare un sistema [adatto] e costruirci attorno una trama adeguata". In questo modo, come Glyn Carr firmò "Morte Dietro la Cresta" (primo di quindici gialli classici, tra cui vanno ricordati "Assassinio sul Cervino" e "C'è un Cadavere al Campo Due") e Abercrombie Lewker fece il proprio ingresso nella letteratura del mistero, dopo tre romanzi più avventurosi.

La serie fu accolta favorevolmente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, soprattutto per la capacità dell'autore di descrivere con doverosa attenzione le scene di arrampicata e i luoghi in cui esse si svolgevano. Dopo "Fat Man Agony" (1969), Styles concluse le avventure di Lewker per dare il via a un'altra serie, il cui protagonista divenne un ufficiale della marina britannica al tempo delle guerre napoleoniche; nel frattempo, tuttavia, continuò a scalare e a fare escursioni, oltre a scrivere una quantità enorme di guide, manuali e racconti sulla montagna (in totale furono circa 160), finché non morì nel 2005. I romanzi di Abercrombie Lewker (in parte ripubblicati dalla Rue Morgue Press, secondo la quale pare esista un romanzo inedito andato perduto), come dicevo, sono libri dove regna l'ironia e gli stereotipi tendono ad abbondare, soprattutto nella delineazione dei personaggi (pp. 23-29, 31-34, 36-38, 40-41, 46-48, 56-58, 77-82, 86-89, 91-92...). Eppure, in "Il Picco delle Streghe" ho notato come questi ultimi siano risultati meno "prevedibili" di quanto fosse finora successo nelle altre storie: il ruolo assegnato a Paul Meirion, ad esempio, è sì in parte modellato su quei trasparenti gestori di locande che si vedono a dozzine in giro, ma allo stesso tempo viene delineato come un appassionato di stregoneria e un semi-praticante negromante; cosa che non può far altro che dargli personalità e originalità. Bodfan Jones è un sorta di bardo gallese, un individuo che gioca moltissimo sulle sue peculiarità e che suscita la curiosità del lettore. Certo, Vera Crump e i suoi amici, con le loro storie d'amore così prevedibili, sono tratteggiati con meno spessore; però Ted Somerset dimostra di possedere uno spirito d'osservazione che si addice poco al classico Watson, e si rivela essere un ragazzo che spicca nella massa. Lo stesso Ben Truby, nonostante sia un comune pastore, grazie all'aura sinistra che lo circonda si staglia sulla scena e cattura l'attenzione; addirittura più di Sir Walter, il quale alterna ruoli in prima fila con altri sullo sfondo. Si tratta di personaggi che hanno un'anima, pur non essendo delineati abbastanza da uguagliare altri loro colleghi più illustri, la quale li rende imprevedibili, sospetti e molte volte simpatici.

In ogni caso, però, è Abercrombie Lewker, protagonista istrionico e padrone del palcoscenico fuori e dentro la finzione, a dominare ed emergere tra le righe: grazie alla sua originalità, al suo essere brillante e dotato di senso dell'umorismo, acuto e creativo, egli rappresenta un perfetto Geniale Detective da operetta (pp. 17-20, 31-33, 39, 42-43, 49-50, 53, 67-69, 73-74, 203-204). Carr teneva in alta considerazione la cultura e l'arte in generale (non per niente, in "Il Picco delle Streghe" occupano un ruolo importante un libro di incantesimi e alcuni acquerelli, come la collezione di Sir Walter); pertanto, anche il suo investigatore è un appassionato cultore della letteratura e del teatro, tanto da citare continuamente Shakespeare (pp. 18, 20-22, 28, 30, 36, 40, 49-51, 55, 57-59...). Pomposo e carismatico, ma capace di provare pietà, egli è consapevole del proprio personaggio e agisce come se si trovasse in una delle tragedie che è abituato a portare sulle scene dei teatri più importanti d'Inghilterra. Si lancia nell'indagine con il piglio del dilettante, ma riesce a comprendere quando la situazione si sta facendo seria e vorrebbe abbandonare il suo ruolo; però non può, e si costringe ad analizzare tutte le ipotesi per inchiodare il colpevole. Insomma, si comporta come ci si aspetterebbe da un segugio da romanzo giallo, e di conseguenza il suo autore lo fa agire seguendo i passi che un tale personaggio dovrebbe compiere, spesso prendendo in giro le rigide regole del genere e gli assurdi cliché inventati dagli altri scrittori (pp. 65, 68-69, 71-74, 106-107, 111, 141, 142, 187-188, 197, 203, 223, 240). Ma non solo; Lewker riesce ad incarnare uno stereotipo e a rifuggire da esso allo stesso tempo: infatti, se da un lato possiede il tipico carattere eccentrico del dilettante e abbraccia i metodi d'indagine più tradizionali, dall'altro ama intrattenersi con attività straordinarie rispetto ai soliti svaghi dei segugi del giallo: condivide con il suo autore la passione per la vita di montagna e per ciò che si può fare quando ci si trova all'aria aperta, ai piedi di una catena alpina. La vita dell'escursionista ci viene presentata in un modo tutt'altro che freddo e descrittivo, ma piuttosto da un punto di vita attivo sul quale viene modellata la trama (pp. 27, 33-34, 37-39, 41-43, 67, 84-85, 88, 90-91, 108-109, 114, 117-124, 149, 156-157, 180, 226-230, 233). Il delitto diventa qualcosa che possiamo proiettare in un contesto in cui vengono inserite nozioni dettagliate, pur senza estraniare queste ultime, tra aneddoti sull'arrampicata, buone norme da seguire quando si scala una vetta oppure di intraprende un'escursione, piccoli dettagli sulla vita di montagna, accorgimenti e abitudini che gli alpinisti devono adottare e buone norme da seguire quando si decide di scalare una parete rocciosa. A tutto ciò, infine, si aggiunge uno stile ironico e un enigma che, come dicevo, penso sia il migliore tra quelli ideati da Carr, nei suoi libri che ho letto. La costruzione del mistero, l'aggiunta dell'elemento di impossibilità e del tema delle forze oscure, l'alternanza tra momenti di azione e altri di riflessione, danno vita a un caso variegato in cui non ci si annoia mai e che possiede una certa solidità, rispettando oltretutto il fair play. Per concludere e tirare le somme, con "Il Picco delle Streghe" Glyn Carr fa centro e ci consegna un mystery di tutto rispetto, che non ha nulla da rimproverarsi e si dimostra una lettura affascinante e capace di intrattenere. Inoltre, grazie al fatto di riuscire ad evocare tanto bene la campagna del Cumberland, questo libro è perfettamente adatto come lettura nel periodo storico in cui viviamo: se non possiamo allontanarci più di tanto da casa, ci pensa Glyn Carr a farci fare un viaggio con la mente. Alla prossima, e buon Halloween a chi sta leggendo!

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venerdì 23 ottobre 2020

# - Grazie Jill Paton Walsh (1937-2020)

Jill Paton Walsh, nata nel 1937 e morta nel 2020

Con grande rammarico, la settimana scorsa sono venuto a sapere che la scrittrice inglese Jill Paton Walsh è venuta a mancare. Da quanto ho appreso dai numerosi messaggi di cordoglio che sono stati pubblicati sulla rete negli ultimi giorni, era ormai molto anziana nonostante svolgesse ancora il ruolo di Presidente della Dorothy L. Sayers Society. Seona Ford, membro di questa stessa associazione, ha ribadito come lei fosse "una scrittrice altamente qualificata", oltre ad essere una sostenitrice degli sforzi congiunti coi suoi colleghi e un'entusiasta partecipe alla convention annuale all'Università dell'East Anglia. Martin Edwards, in un post molto commovente, ha ribadito la varietà che l'opera di Paton Walsh ha abbracciato nel corso della sua lunga vita, partendo da libri per bambini fino a giungere alla pubblicazione (in proprio) di "Quel che sanno gli angeli", il quale venne nominato addirittura per il Booker Prize. Tuttavia, ciò per cui Walsh sarà sempre ricordata dagli appassionati di classica crime story è il fatto che, già avanti con l'età, le venne chiesto di completare nientemeno che il manoscritto di "Thrones, Dominations", l'ultima avventura di Lord Peter Wimsey che Dorothy L. Sayers aveva accantonato tra il 1936 e il 1938, in favore della preparazione della commedia tratta da "Un'Indagine Romantica: Lord Peter in Viaggio di Nozze" e della composizione di opere religiose e dalla traduzione della Divina Commedia. Probabilmente Sayers avrebbe in seguito completato la sua nuova opera del mistero, ma purtroppo venne a mancare all'improvviso, pochi giorni prima di Natale nel 1957, quando la stessa traduzione dell'opera di Dante era ancora in corso. Così, ciò che restava del testo è stato accantonato per molti anni; finché la proposta di riprenderlo è stata fatta a Walsh. In ogni caso, continuare "Thrones, Dominations" sarebbe stata un'impresa rischiosa e quasi impossibile da portare a termine: infatti, la pratica di mettere mano a una serie creata da una persona diversa dal suo autore originario non incontra spesso il favore dei lettori, dal momento che immancabilmente il fascino del racconto di uno scrittore si verrà a mutare attraverso lo stile personale di quello nuovo. Io stesso sono molto restio ad accettare questo stratagemma per vendere qualche copia in più, sfruttando il nome di un grande della letteratura, e quasi sempre risultante in una delusione profonda.

La mia copia di "Il Matrimonio Perfetto", che
custodirò con ancora più cura


Eppure, una copia di "Il Matrimonio Perfetto" (traduzione italiana di "Thrones, Dominations") me la sono procurata, e l'ho fatto molto tempo fa. Innanzitutto, perché sono un grande fan di Sayers e voglio prolungare la lettura dei suoi libri per più tempo possibile (anche per questo centellino i suoi gialli); ma anche perché sono curioso di vedere quale è stato il risultato finale di tale connubio. Lo stesso Edwards, nel post che citavo sopra, l'ha definito come la miglior prova di questo tipo, sottolineando come sia stato difficile seguire le orme di Sayers, rispettare le sue linee guida e, allo stesso tempo, dare vita a una storia che rispettasse le premesse e aggiungesse qualcosa di nuovo alla storia di Lord Peter. Walsh, da grande ammiratrice della sua collega (si era innamorata della narrativa di Sayers attraverso "Gaudy Night", letto durate l'adolescenza, e grazie ad esso aveva deciso di frequentare Oxford), è riuscita a compiere un lavoro di gran lunga soddisfacente, secondo quanto racconta Edwards; tanto che alla fine lei non si è limitata a completare il manoscritto, ma ha dato vita ad altre tre storie con protagonista il baronetto Wimsey. Inoltre, significherà pur qualcosa se, anche grazie al suo lavoro sul manoscritto e il personaggio di Sayers, le è stato proposto di entrare nel prestigioso Detection Club, per il quale si è spesa a lungo; arrivando addirittura a consegnare un pezzo nuovo di zecca in occasione della stesura di "Howdunit", pubblicato proprio quest'anno come opera collettiva dell'associazione di giallisti. Insomma, Jill Paton Walsh ha avuto una vita piena e lunga, nella quale ha fatto molto più di quanto mai potessimo desiderare: ovvero, ridare vita a un personaggio al quale, personalmente, sono molto affezionato. Pertanto, nel mio piccolo voglio ringraziarla per la sua Arte. E prometto che farò di tutto per trovare una copia dell'unico altro suo romanzo con protagonista Lord Peter pubblicato in Italia, "Morte Presunta". Che la terra le sia lieve.

Raymond West

venerdì 16 ottobre 2020

49 - "La Casa Senza Porta" ("The House Without the Door", 1942) di Elizabeth Daly

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore

Con l'inoltrarsi nelle stagioni più fredde dell'anno, arrivano puntuali le piogge e le giornate più cupe dal punto di vista meteorologico. Ad alcuni tutto ciò mette molta tristezza addosso, ma per fortuna a me non fa un particolare effetto negativo. Anzi, a dirla tutta, penso di preferire questo clima che dà sollievo ai miei occhi affaticati, a quello troppo afoso e luminoso dei mesi tra marzo ed agosto. Tuttavia, bisogna dire che in quest'anno tutto fuorché ordinario, con una pandemia che ci è piombata addosso e non accenna a smorzarsi più di tanto, questa insofferenza per il brutto tempo si è acuita. Nelle ultime settimane, forse complice proprio il graduale allontanamento della stagione calda, abbiamo visto come il numero dei contagiati e dei ricoverati (che da tempo si era mantenuto su livelli abbastanza sopportabili e gestibili in Italia) stia crescendo e non accenni ad arrestarsi. Pertanto, comprendo benissimo come molti possano sentirsi ancor più preoccupati per la situazione generale della nostra salute, con l'arrivo di un clima che, per natura, va sempre più ad aggravare le circostanze che favoriscono la diffusione della malattia, e ci costringe pian piano ad abbandonare quegli svaghi che, con l'estate, ci eravamo concessi e avevano aiutato a non soffermarsi troppo sul COVID. Io stesso, pur ribadendo il mio affetto per l'autunno e l'inverno, mi rendo conto di quanto pericolosa possa diventare la faccenda. Questa settimana, ad esempio, si è diffusa la notizia che una scuola a meno di dieci chilometri da casa mia ha dovuto sospendere qualunque attività per i troppi contagiati, tra alunni e insegnanti; e per fortuna io vivo in un posto isolato rispetto ai grandi centri cittadini e alle metropoli! Insomma, la situazione non promette proprio benissimo, nonostante il nostro Paese non debba far fronte a un quadro generale difficile da sopportare come quello dei nostri vicini. Però non dobbiamo perdere la testa: se usiamo le precauzioni che ormai abbiamo imparato a ripetere come un mantra (mascherine, gel igienizzante e distanziamento), ci possiamo considerare relativamente al sicuro. Piuttosto, proviamo a fare del nostro meglio per distrarci, anche senza uscire di casa per quanto ci è possibile: guardiamo un film, cuciniamo oppure leggiamo un buon libro. Vi assicuro che l'atmosfera di questo periodo ben si addice a qualunque attività di questo genere.

Io, ad esempio, sto approfittando del nuovo momento di prudenza e ridimensionata allerta per pianificare le letture dei prossimi mesi. Ovviamente mi concentrerò come sempre sul giallo classico e su quei libri che già in marzo, allo scoppio della pandemia, mi erano sembrati i più adatti alla realtà quotidiana che stiamo vivendo, nei quali contano la condizione della mente umana, portata al limite della pazzia e prigioniera di ossessioni sconvolgenti, e la psicologia nelle sue multiple manifestazioni. Detto ciò, conto di inserire qualche lettura a tema natalizio quando inizieremo ad avvicinarci al periodo delle feste; ma intanto mi concentrerò su altro. Quello che mi ripropongo di fare per almeno un paio di settimane, è di pescare qualche titolo caratterizzato da un'ambientazione dove il mistero assume una connotazione "fisicamente costretta" e claustrofobica (tipo "delitto della camera chiusa"), oppure di soffermarmi su mysteries che sappiano farci empatizzare al meglio con i personaggi e le situazioni che essi andranno a vivere. Con questo non voglio dire che la mia scelta cadrà solo sul giallo di stampo britannico: nonostante esso resti il mio preferito, quello a cui voglio dare la precedenza, intendo comunque fare qualche incursione anche in quello americano, le cui caratteristiche forse incarnano al meglio i nostri quotidiani sentimenti e condizione mentale. Infatti, la grande atmosfera di angoscia che minacciava e schiacciava i personaggi dei romanzi sullo stile delle women in jeopardy, le “donne in pericolo” di Mary Roberts Rinehart e Mignon G. Eberhart, e la paranoia in cui essi venivano gettati (aspetto in seguito sviluppato da autrici quali Helen McCloy ed Elizabeth Daly) trovano  molte affinità con la società di oggi e, assieme al soprannaturale in procinto di Halloween, non guasteranno. Questo tipo di narrativa espresse al meglio la realtà del suo tempo, così simile al nostro; ma allo stesso modo venne influenzata dall'analisi in profondità della psiche dell'individuo, dallo straniamento e dalle sensazioni suscitate negli stessi personaggi e nel lettore. Le paranoie inconsce e le ossessioni assunsero connotazioni tangibili, e il significato di bene e male venne trattato in innumerevoli declinazioni, spesso senza fare distinzioni nette; mentre temi come quello delle aspettative da parte del prossimo e della sensibilità ferita da tragedie personali, divennero terreno fertile su cui sviluppare trame intriganti e originali in cui le manie proliferavano. I protagonisti, spesso esponenti di famiglie aristocratiche decadute a nuclei familiari borghesi oppure poveri diavoli sui quali la sfortuna si è accanita, sono attori che agiscono a braccio dal momento che non hanno avuto una parte da imparare, sperando di azzeccare la battuta giusta e di poter così vivere un po' più a lungo la loro vita grama, senza fronzoli. Il loro scopo è quello di non farsi notare e vivere nell'ombra, in silenzio, mentre sviluppano complessi mentali dannosi che li riducono al silenzio e il loro umore vira verso la depressione e fissazioni malsane.

Mi rendo conto che tutto ciò possa apparire quanto meno sconfortante, ma credo anche che possa diventare catartico e lenire almeno un po' la desolazione che ogni tanto proviamo, facendoci capire che la situazione potrebbe andare peggio. Se non si sta attenti, infatti, noi stessi possiamo diventare i nostri peggiori nemici, e costringerci a compiere azioni e assumere atteggiamenti che ci danneggiano. È questo il caso della protagonista di "La Casa Senza Porta" (Polillo Editore, 2017) di Elizabeth Daly. I romanzi gialli di quest'autrice sono tra le letture di questo tipo che preferisco, assieme a quelli scritti da Margaret Millar, in cui il fatalismo e la desolazione si accaniscono contro l'essere umano, e quelli di Helen McCloy, della quale vorrei recensire qualcosa di nuovo a breve (ma prima devo controllare che le edizioni in mio possesso siano integrali, per fare un buon lavoro). Nel libro di cui parlerò oggi, il tema centrale attorno a cui si sviluppa il mistero e che viene sviscerato è quello della condanna, la "casa senza porta" del titolo. Quando una persona può dirsi del tutto libera dai sospetti e in grado di tornare a vivere la propria esistenza davanti al mondo intero? La protagonista è stata assolta dall'accusa di aver ucciso il marito, ma allo stesso tempo è stata costretta a nascondersi agli occhi della società perché la gente non è mai stata convinta del tutto della sua innocenza. Questa situazione ha generato numerosi traumi nella vita della donna e un clima di irrealtà e di sospensione temporale caratteristico dei romanzi di Daly, dando vita a una storia suggestiva, scritta splendidamente, ambientata in uno scenario in cui l'atmosfera di abbattimento e incertezza e la tensione psicologica si rafforzano l'una con l'altra. Come era stato per "Morte al Telefono", i puristi dell'enigma potrebbero lamentare una scarsa attinenza al fair play da parte dell'autrice; eppure vi assicuro che il bello dei gialli di Daly non sta tanto nella costruzione dell'enigma (comunque spesso di fattura più che ottima), quanto nel malessere incarnato dai loro protagonisti e dai disagi psicologici che essi incarnano.

L station, New York, 1951 circa, in una foto di Evelyn Hofer,
raffigurante uno scorcio della metropoli simile alle Third
Avenue in cui vive Mrs Vina Gregson
La vicenda si apre in un gelido pomeriggio di novembre, a New York. In un quartiere ottocentesco sulla Third Avenue, il bibliofilo e investigatore dilettante Henry Gamadge osserva la facciata di un enorme edificio, assieme a un agente immobiliare di nome Colby. Quest'ultimo, tuttavia, non sta tentando di vendergli un appartamento a buon prezzo; ciò che vuole, in realtà, è molto più impegnativo. In una delle stanze ammobiliate a 45 dollari al mese, infatti, vive una donna che intrattiene alcuni raporti sociali con Colby, la quale si fa chiamare Mrs Greer; una signora raffinata, elegante e che non vuole assolutamente attirare l'attenzione su di sé. Un comportamento abbastanza curioso, questo; al punto che a fare le sue veci al di fuori delle quattro mura domestiche è una sorta di governante-confidente di nome Minnie Stoner. Cosa mai avrà tutto questo a che fare con Gamadge? Ogni cosa si spiega quando lui e Colby vengono introdotti alla presenza di Mrs Greer: in realtà ella è la tristemente celebre Vina Gregson, accusata tre anni prima di aver ammazzato il marito con la morfina e rilasciata in seguito a un processo da ordalia. Proprio in seguito alla cattiva pubblicità che ha suscitato sulla sua figura, Mrs Gregson ha deciso di scomparire dallo sguardo della società e del mondo intero, per leccarsi le ferite e vivere quanto le resta in tranquillità. Eppure una nuova minaccia si staglia all'orizzonte per la donna: negli ultimi tempi, è stata oggetti di ben quattro incidenti sospetti: è caduta dalle scale della cantina della sua casa di campagna, ha subìto un'intossicazione alimentare forse causata da un veleno, è scampata a un'esplosione causata dalla fuoriuscita di gas dal forno del suo appartamento, e ha rischiato di avvelenarsi con una torta alterata dall'arsenico bianco.

Spaventata, Mrs Gregson si è rivolta a Colby per ottenere aiuto e consigli su come comportarsi, e a sua volta l'agente immobiliare ha chiesto a Gamadge di dire la propria a riguardo. L'investigatore si informa sulla storia della donna, e scopre che i tentativi di ammazzarla molto probabilmente sono legati al caso mai risolto della morte di Mr Gregson; per cui decide di incontrare chiunque avesse avuto un ruolo di rilievo al processo e raccogliere qualche informazione in più. Nel frattempo, Mrs Gregson dovrà scomparire del tutto stavolta; ovvero, nascondersi anche da Mrs Stoner e dagli amici più intimi, come lo stesso Colby. Gamadge organizza quindi ogni cosa affinché la donna si trasferisca in una casa di cura, un edificio isolato dal resto del mondo e gestito da una coppia di sue amiche, dove sarà al sicuro da chiunque intenda farle del male; e alle calcagna, a sua insaputa, le mette il suo assistente, Harold Bantz. Da parte sua, lui si mette in contatto coi i pochi individui che Mrs Gregson ha tenuto accanto a sé dopo l'inizio della sua seconda vita: il figlio acquisito di suo marito, un ballerino stravagante di nome Benton Locke; una nipote impiegata presso la vedova di un ricco senatore, Cecilia Warren; la stessa Minnie Stoner e il fidanzato di Cecilia, Paul Benton. Nel corso degli interrogatori, tuttavia, Gamadge sente che c'è qualcosa che non va, qualcosa che gli è stato nascosto e che ci sono potenti correnti sotterranee emotive che scorrono tra i sospettati degli attentati alla vita di Mrs Gregson; e quando uno di loro verrà ucciso a sangue freddo, dovrà fare del suo meglio per evitare che altro sangue venga sparso. Per fortuna, al suo fianco ci sono Harold e Clara, la sua adorata moglie, assieme a un paio di uomini fidati che possono raccogliere informazioni presso enti che a lui sono preclusi. Il cuore del mistero, però dovrà andare a scovarlo con le proprie mani, fino a una lontana cittadina che porta il nome di una lettera greca, Omega: sarà laggiù che la verità salterà ai suoi occhi e le prove di un crimine efferato torneranno alla luce, per impedire un grave errore giudiziario e la condanna di un innocente.

Compo House, 19th century, Westport, raffigurante il
Sanatorium o casa di cura del luogo
Per qualche tempo mi sono come mai perché Agatha Christie abbia affermato, nel corso di un'intervista, che proprio Elizabeth Daly fosse la sua scrittrice di romanzi gialli preferita. Voglio dire, come colleghi aveva Dorothy L. Sayers, Anthony Berkeley, John Dickson Carr e tanti altri nomi celebri, tutti residenti nel Regno Unito e appartenenti al Detection Club, tra cui scegliere. Perché andare a pescare proprio un'autrice che non viene particolarmente celebrata nemmeno in America, e che tra le altre cose ha dovuto attendere un pezzo prima di veder ripubblicata la sua opera? Quasi nessuno, al di fuori degli appassionati e addirittura anche tra loro, la ritiene una scrittrice di capolavori degni di essere ricordati. Eppure, dopo aver letto un paio di suoi romanzi, penso proprio di aver capito il motivo di questo affetto incondizionato di Christie per Daly. Infatti, sono convinto che in parte esso sia giustificato dal fatto che le caratteristiche dei mysteries di una e l'altra siano molto simili, per non dire quasi identiche. Certo, Agatha Christie è insuperabile e nessuno/a potrà mai arrivare al suo livello di narrazione, in cui si mescolano perfettamente originalità, tradizione, essenzialità eppure spessore e la capacità di intrattenere come di divertire; però da parte mia ritrovo sempre qualcosa di tutto ciò nello stile della scrittrice americana. Ad esempio, entrambe si concentrano su un tipo di giallo che fa riferimento alla Golden Age e ai suoi topoi emblematici: l'azione è circoscritta a una sfera metaforica in cui non ci sono quasi mai frenesia e violenza fine a se stessa; le vicende, pur svolgendosi in un paio di giorni, sono ambientate in una sorta di limbo temporale in cui i personaggi agiscono come in un sogno ad occhi aperti; le case di campagna dominano la scena o comunque trovano un ruolo frequente nelle storie; è molto importante che la soluzione del mistero si trovi nascosta in un passato incerto e in qualche modo idealizzato; il romanticismo, pur non essendo indispensabile per il tratteggio del caso, trova un suo ruolo e aiuta a rendere la trama più scorrevole; una famiglia disfunzionale è al centro del mistero; spesso sono presenti nel racconto anziane zitelle un po' inquietanti e parenti "parassiti"; la psicologia, soprattutto, è un tema che viene approfondito e studiato e analizzato in profondità e costituisce la chiave di lettura di ogni mistero. Tutte queste sono caratteristiche che Christie ha fatto sue al punto da renderle quasi personali, ma bisogna ricordare che in realtà non è così: a ben guardare, più di uno/a ha sfruttato tutto ciò, pur con risultati inferiori.

E in America, se ci facciamo caso, ci rendiamo conto che questa attenzione alla psicologia e a una narrativa onirica ha trovato il terreno ideale per fiorire. Prendendo spunto dal romanzo vittoriano di Austen e Collins, con la descrizione della società del tempo con i suoi pregi e difetti e l'attenzione alla interazioni e conflitti tra i personaggi, Daly (ma non solo) è riuscita a restituire un racconto in cui i protagonisti sono le storie familiari di persone decadute oppure ferite, con la loro generalità e straordinarietà; anticipando in questo modo l'interesse che oggi ha catturato i lettori di thriller moderni per la psicopatologia e la socio-patologia. Magari non riesce a reggere il confronto con le storie fin troppo violente dei suoi colleghi contemporanei; ma chi conosce il giallo classico (oppure ha visto alcuni film in bianco e nero degli anni '50-'60) non può fare a meno di notare come la narrativa di Daly sia raffinata e riesca a toccare punti nevralgici, andando a concentrarsi su situazioni solo all'apparenza insipide e neutre, ma in realtà celanti segreti oscuri e cose non dette. Così accade pure in "La Casa Senza Porta", dove storie tormentate e indecisioni e terrore si mescolano insieme. Immersi in una specie di nebbia onirica, dove niente è certo e ogni cosa può rovesciarsi da un momento all'altro per mostrare un volto finora nascosto, entriamo in contatto con quell'angoscia che era presente da molto tempo in America e stava facendosi sempre più insostenibile. Diffusa come un virus nell'aria o un gas che si respirava giorno per giorno, essa era un pensiero fisso con cui bisognava fare i conti e che logorava i rapporti all'interno della società, attraverso sintomi fisici e psichici, arrivando ad avvelenarne gli equilibri al punto che i timori crebbero fino a trasformarsi in ossessioni vere e proprie. In "La Casa Senza Porta", Vina Gregson si trova vittima di una forte emozione, di una sorta di bisogno irrinunciabile a preoccuparsi per la propria posizione sociale, costantemente alla ricerca di pace e stabilità mentale e fisica; non riesce a togliersi dalla testa l'idea di essere considerata colpevole di un'assassinio a sangue freddo, e soffre nel pensare che il resto del mondo le tenga gli occhi incollati addosso (pp. 8-13, 15-19, 21-24, 26-27, 29-32, 34-35, 43-47, 53-56, 70, 79, 117-125, 151-152, 225-228, 232-235, 245-251). Benton Locke, nonostante sia ancora giovane agli occhi del mondo, ha ormai assunto un atteggiamento cinico verso il prossimo e soprattutto verso se stesso, dal momento che si sente già percorrere il viale del tramonto in ambito artistico e del ballo: non intende mollare, ma è consapevole di essersi perso il "suo" momento a causa della povertà e di una serie di circostanze che si ricollegano a Mr e Mrs Gregson (pp. 24, 28-29, 57, 77-78, 80-95). Cecilia Warren, dal canto suo, è stata costretta fin da bambina a badare a se stessa: orfana di madre, poi allontanatasi dal padre malato e affidata agli zii, assieme a un cugino eccentrico, in una casa che non sentiva sua e circondata da individui che non sentiva di conoscere, ricambiata. Da adulta, ha scelto di fare una scuola per stenografe con l'intenzione di mantenersi da sola; e ora si ritrova alle dipendenze di una donna che le vuole bene, ma rischia di trattarla troppo come una bambola con cui baloccarsi. La ribellione non è contemplata, e frustrazione e delusione montano nel suo animo sempre più (pp. 24, 28, 56, 63-65, 101-102, 104-115, 140-142, 172, 186, 192, 201-204, 254, 256-258). Anche nel rapporto con Paul Belden, almeno all'apparenza, non riesce a ricavare molto conforto: lui è un dongiovanni che proviene da un mondo differente dal suo, abituato a un rapporto più schietto con prossimo e ad accettare ogni cosa senza pensare a quale sia il prezzo da pagare per averla (pp. 112-115, 140-145, 172, 174-175, 185, 191-192, 254-258).

Sanitarium on the Wissahickon, Michael Gessner, raffigurante
un bosco simile a quello che circonda Five Acres
Infine, abbiamo Minnie Stoner, la docile dama di compagnia di Mrs Gregson, così riservata e obbediente. Cosa nasconde il suo animo: una pacata sicurezza oppure oscuri tormenti? Dal suo rapporto con Vina si potrebbero cogliere alcuni riferimenti a un attaccamento poco salutare, sia per l'una che per l'altra, inseparabili fin troppo (pp. 14, 24-25, 32-35, 56, 136-141, 144). Eppure, la signora Greer-Gregson non intende scendere a patti: incurante del danno che può recare a se stessa e agli altri, possibilmente coinvolti negli attentati contro la sua vita, pretende che nessuno sconvolga i suoi fragili equilibri che ha costruito finora; senza accorgersi che così non fa altro che indurre la propria mente spaventata a partorire terribili e inquietanti spettri, i quali infestano le conversazioni e prendono forma di scandali e velate minacce ingigantite fino a premere sulla coscienza. I temi della condanna e della colpa sono strettamente legati a questa angoscia minacciosa e all'atmosfera di desolazione che si respira in "La Casa Senza Porta": essi infatti inducono il lettore a riflettere sul loro significato, e a chiedersi se non sia peggio quando la sentenza viene sospesa. Quello che Daly sembra dire, tra le righe, è se non sia meglio essere giudicati colpevoli fin da subito, invece di trovarsi in quel libro infernale in cui il mistero non può essere svelato né dagli inquirenti, per mancanza di prove, né dall'assassino, il quale è costretto a dover convivere con un peso sulla coscienza per non consegnarsi da sé nelle mani del boia. La condanna, insomma, sembra avere più rilevanza quando non viene esercitata appieno, ma diventa una sorta di gabbia in cui vengono rinchiusi innocenti e colpevoli assieme; una gabbia che questi ultimi contribuiscono a costruirsi da soli e che viene eretta con l'aiuto degli estranei, i quali possono renderti la vita difficilissima nel momento in cui non credono alla giustizia e sussurrano alle tue spalle. Di conseguenza, ci viene da chiederci quando saremmo davvero liberi. La libertà non è qualcosa che ci viene concessa di diritto, ma che dobbiamo sforzarci di conquistare: libertà di essere noi stessi; libertà di mostrarci agli altri per quello che siamo, pur senza andare a usurpare la loro con il nostro operato. Mi è molto piaciuto questo discorso insito in "La Casa Senza Porta", anche se devo ancora assimilarlo del tutto per riuscire a descrivere al meglio i miei sentimenti a riguardo. In ogni caso, da esso si comprende benissimo come Daly avesse assimilato la lezione del suo tempo e del mystery classico americano degli anni '30-'50: trarre dalle chimere dettate dal malcontento individuale la giusta ispirazione a plasmare la materia psicologica dei suoi libri, trasferendo sugli attori sulla scena il disagio e l'impotenza e le ossessioni. Interpretò questo sentire diffuso e tratteggiò gli spettri inquietanti e terribili che il desiderio di trovare sollievo dalla miseria quotidiana evocava, trasformando frustrazione ed egoismo da sentimenti negativi, perseguibili più del rispetto delle leggi e del prossimo dal momento che ognuno si preoccupava più si se stesso, a catartici e "utili". E interpretò questo fatalismo senza usare toni duri e violenti, ma sfruttando la paranoia dilagante per ideare racconti agghiaccianti di pazzia e disillusione, come quella che vede coinvolta Vina Gregson e gli altri personaggi, in cui lo straniamento dei personaggi e il loro cinismo suscita riflessioni profonde sull'animo umano e sulla sua natura intrinseca. Senza per questo inventare situazioni da zero: infatti, se fossimo vissuti nei primi anni '40, probabilmente avremmo assistito alle scene che lei ha raccontato, e ci saremmo potuti calare nei panni degli sconfitti che popolano le sue storie, comprendendo le loro azioni e le ragioni che li avrebbero spinti a compierle. In sintesi, Daly ha coinvolto il lettore e ha restituito un resoconto preciso della condizione socio-psicologica in cui versava l'America in quel momento; mica male, per un'autrice che è stata bistrattata e continua ad esserlo ancora oggigiorno.

Elizabeth Daly, nata nel 1879 e morta nel 1967
L'attenzione alla psicologia è da sempre uno degli aspetti che caratterizzano il romanzo giallo, sia di stampo britannico sia di stampo americano; e soprattutto in quest'ultima declinazione esso ha trovato terreno fertile per svilupparsi e fiorire. Basta pensare alla narrativa delle women in jeopardy, oppure a quella delle "nuove leve" della metà del Novecento, incarnata da Charlotte Armstrong, Helen Reilly e le loro colleghe. Anche Elizabeth Daly intraprese la strada del giallo psicologico, benché declinato in una forma più tradizionale, quando decise di iniziare a scrivere romanzi gialli; e non c'è da stupirsene, visti gli altri suoi interessi. Nata nel 1879 a New York, in una famiglia tra le più in vista della società del tempo, fin dalla giovinezza respirò aria di cultura, poiché il padre e lo zio erano rispettivamente un giudice dell'Alta Corte e un commediografo di successo. Educata nelle scuole più prestigiose, dopo la laurea Elizabeth, a partire dal 1904, insegnò al Bryn Mawr College per tre anni, per poi dedicarsi alla sua passione più grande: il teatro. In questo ambito, dove la Vita viene messa in scena ogni giorno dell'anno, Daly si impegnò nella scrittura di testi, nella produzione e nella direzione, come regista, di moltissime opere scenografiche in veste amatoriale, imparando sempre più a comprendere le azioni degli individui e ciò che li muove per riuscire a trasportarli nei suoi copioni (tutto questo sarà poi inserito in "The Street Has Changed", un romanzo di costume nel quale un'attrice ritiratasi dalle scene rivive quarant'anni di teatro). Nei momenti di pausa, tuttavia, coltivò anche l'interesse per il mystery, che considerò sempre con rispetto e sul quale sosteneva: "Al suo meglio il romanzo poliziesco è un'alta forma di letteratura". Un po' come Dorothy L. Sayers, dall'altra parte dell'Oceano. Il suo autore preferito fu Wilkie Collins, il famosissimo ideatore del primo romanzo giallo classico come lo intendiamo oggi, "La Pietra di Luna", e ad esso si ispirò per provare a scrivere lei stessa alcune crime novels, in cui vengono tratteggiati spesso personaggi colti e complessi usando uno stile elegante e raffinato.

Solo nel 1940, dopo aver superato la cinquantina, riuscì però a coronare questo sogno e a pubblicare "Notte d'Angoscia", la prima avventura del suo segugio dilettante Henry Gamadge. Costui è un bibliofilo, un appassionato collezionista di libri rari e antichi e un'autentica autorità in materia, giovane, alto e con un viso dai tratti marcati ma gradevole, il quale vive con un gatto (Martin) e un assistente di nome Harold Bantz, il cui aiuto si rivela sempre prezioso. Gentile, educato e provvisto di un discreto patrimonio, Gamadge venne ripreso in tutti i sedici romanzi successivi di Daly, i più famosi dei quali sono "Murders in Volume 2", "Evidence of Things Seen", "Any Shape or Form", "Death and Letters", "The Book of the Crime", l'ultimo ad apparire prima della sua morte (avvenuta nel 1967, dopo essere stata insignita di uno speciale premio Edgar), "Morte al Telefono" che viene considerato il suo capolavoro, e ovviamente "La Casa Senza Porta". Si tratta di mysteries appartenenti al tradizionale giallo a enigma, dei quali una delle più appassionate ammiratrici fu, come dicevo, nientemeno che Agatha Christie. Come mai? Ebbene, se più sopra avevo osservato come le caratteristiche letterarie delle due autrici fossero molto simili e quindi probabilmente ciò fece entrare in sintonia Christie con Daly, il motivo più importante del giudizio della scrittrice britannica sulla sua collega d'oltreoceano penso sia da rilevare a livello più profondo. A mio parere, ciò che conquistò Agatha (e aggiungo me stesso) fu il fatto che Elizabeth riusciva a dare vita a storie che, pur immerse in un diffuso senso di sconforto misto a desolazione, lasciavano uno spiraglio agli attori che si affannavano sulla scena (al di fuori dell'assassino) per ottenere una seconda possibilità, un'occasione per risvegliarsi dal torpore e dalla stasi in cui essi erano caduti per tornare alla vita. In sintesi, Daly ha saputo confortare il lettore, e questo è ciò che ha fatto innamorare Christie. Lei stessa, come può dire chiunque conosca la sua storia personale, ha sofferto nel corso della sua vita: certo, ha vissuto avventure straordinarie ed è stata in grado di superare ostacoli all'apparenza insormontabili, però ha affrontato un divorzio molto doloroso, che le ha quasi strappato la voglia di scrivere; ha provato sulla sua pelle quanto sia terribile perdere una madre a cui si è legati a doppio filo; come tante altre persone, poi, ha visto la guerra coi proprio occhi e quanto essa possa essere spaventosa. Ecco, a mio parere i personaggi di Daly sono un po' come Christie e come tutti noi, magari delusi dalla miseria della vita oppure dalle delusioni che si susseguono e refrattari a reagire, ma nel profondo combattivi e per nulla arrendevoli. Il racconto di questa sensazione, simile a una convalescenza dopo un periodo di malattia, mi ha colpito ancora una volta, come era accaduto in "Morte al Telefono", e trova una grande affinità con quella dei libri della Regina del Crimine, dove l'esito delle indagini non esclude un finale lieto per i protagonisti. Ed è anche per questo che, sempre secondo me, Daly è superiore a Millar e alle sue colleghe: qui c'è ancora una speranza di guarigione e cure amorevoli possono compiere il miracolo di restituire la vita a chi, affetto da fatalismo, ne ha bisogno.

Il lettore, assieme ai personaggi, si sente cullato e trova alleviate le sue paure, benché non gli venga risparmiata la visione del Male e della Pazzia. L'atmosfera nella casa di cura, ad esempio, ci mostra come più di uno sia depresso per la situazione in cui si trova la società e il mondo; ma allo stesso tempo restituisce l'immagine di un Eden in cui è ancora possibile trovare ristoro e speranza per andare avanti. Le piccole cose, le faccende quotidiane e il racconto di una normalità dove la gente non è preda di angosce riesce in qualche modo a smorzare la minaccia e la tensione che emergono dai fatti legati al caso su cui indaga Gamadge: abbiamo il racconto del lavoro di Clara, sua moglie, e di Harold nel sistemare la corrispondenza, oppure l'eccentrico passatempo di Mrs Smiles nell'organizzare cene eleganti e divertirsi con i suoi ospiti. Con ritmo lento (forse troppo per alcuni, ma a mio parere necessario per calare chi legge nella giusta atmosfera), Gamadge raccoglie indizi su indizi e agisce di conseguenza con estrema prudenza, proprio come un medico che si accinga a studiare una diagnosi e una cura adeguate a un malanno (pp. 11, 18-19, 28, 37-43, 47-48, 157-162, 166-169, 180-181, 207); e da parte sua Daly traccia una storia tranquilla all'apparenza, dove ogni azione è ponderata e, anche se a volte è necessario agire in fretta, non trasmette mai un senso di fastidiosa urgenza. Inoltre, la New York che percepiamo, assieme al resto delle ambientazioni, sono come ingentilite rispetto al solito (pp. 7-9, 12-16, 23, 25-31, 58-59, 79-80, 100 105, 118, 120-123, 190-196, 175, 177-178, 204-206, 221-224): le descrizioni sono meravigliose, con grandi case site in mezzo ai campi coltivati, oppure sul fianco di colline dove gli unici suoi che vengono percepiti sono i versi degli animali e lo stormire del vento tra le foglie degli alberi. Ogni cosa è vividamente evocata, come un dipinto impressionista; ma questo non vuol dire che sia tutto allegro e divertente. Anzi, spesso è il brivido di terrore che domina la scena, con efferati crimini incorniciati da idilliaci paesaggi dove non ti aspetteresti mai di trovare Morte e Follia. Tutto ciò, viene calato in una fitta nube di sospetto, la quale grava ininterrottamente sopra i protagonisti. Proprio questa capacità di tratteggiare in profondità la psicologia degli attori sulla scena, pur descrivendo le vicende in scenari di tutti i giorni, è uno dei caratteri fondamentali dello stile di Daly (pp. 11-12, 21, 49-52, 55-56, 58-59, 74-76, 97-100, 117-118, 126-132, 143-144, 147, 152-157, 163, 171-172, 195-197, 213-219, 235-243), assieme al fatto che nella sua opera si parli spesso di cultura (pp. 17, 30, 68) e affini con un linguaggio elegante e raffinato. In ogni pagina del libro, aleggia una sorta di patina simile a neve, che ricopre tutto e restituisce una dimensione simile a un sogno, in cui il tempo pare essersi fermato sia per i personaggi, sia per l'ambientazione. Ogni tanto, ci caliamo in contesti quotidiani, mangiamo qualche pasticcino e sorseggiamo una tazza di tè in compagnia di giovani eleganti e taciturni, oppure di signore che sferruzzano tenendo i ferri sulle ginocchia, serene soltanto all'apparenza, mentre i gomitoli rotolano ai loro piedi senza sosta. Se qualcuno deve parlare, lo fa sottovoce; come se nelle vicinanze ci fosse un infermo che riposa ed egli dovesse usare tutte le sue forze per rimettersi in sesto, e non a causa di correnti sotterranee che ruggiscono tumultuose contro fragili argini (pp. 9-11, 3-15, 17-18, 21, 23, 26-27, 30-32, 39, 43-47, 53-57, 62-66, 70-73, 77-78, 81-85, 87-88, 90-92, 94, 101-103, 105-109, 111-115, 117-124, 127, 133-134, 136-142, 145-146, 151-157, 179-183, 185-189, 192-193, 200-203, 225-228, 230, 232-235, 243-251, 254-255).

Copertina dell'edizione pubblicata nei
Classici del Giallo Mondadori n. 848

Ognuno dei personaggi, chi attraverso il cinismo e chi attraverso la negazione della realtà, ha sollevato una difesa psicologica contro qualunque colpo debba ricevere e lo scalpore che ne deriva, così da non attirare l'attenzione dell'opinione pubblica assetata di scandali. La colpa e la condanna, bisogna ricordarlo, sono sempre in agguato per tornare in superficie e creare nuovi disagi (pp. 23-24, 28, 43-44, 53-66, 69-70, 117-120, 175-177). Il malcontento emerge in superficie nei discorsi tra Gamadge e i sospettati: tutti loro (al contrario di Clara, Harold e gli altri loro amici e conoscenti), chi più chi meno, sono insoddisfatti, nascondono ferite segrete, delusioni interiori che faticano a rimarginarsi e traumi pregressi, allo stesso modo degli sconfitti di cui erano piene le città statunitensi, nel periodo in cui questo romanzo è stato pubblicato. Ancorati a un passato che è stato fonte di guai ma appare quanto meno desiderabile, essi non riescono ad affrontare il presente e si rifugiano nel conforto di un tempo morto da anni ma che non si decidono a seppellire; e in questo modo interrompono le loro esistenze, gettandosi addosso lo sconforto e il fatalismo che sfociano nella paranoia e costruendo prigioni invisibili ed inespugnabili. Sono vivi, questi individui, ma complessati nella loro complessità psichica. La spiegazione finale fatta da Gamadge mette in luce tutto questo tormento, l'agghiacciante freddezza dell'assassino e la sua lucida follia. Si tratta del coronamento di un enigma strano, insolito, come spesso avviene nei romanzi di Daly, nel quale gli indizi assumono maggiore carattere psicologico rispetto a quello materiale, ma che non risulta inferiore a quello di altri grandi gialli classici. "La Casa Senza Porta", insomma, riesce ad essere un romanzo di straordinaria potenza; forse inferiore a "Morte al Telefono", ma comunque capace di dimostrare quanto la psiche dell'individuo possa distorcersi e di dipingere una società che assomiglia paurosamente alla nostra, bisognosa di conforto e fatta di persone ferite che, tuttavia, hanno la possibilità di riuscire a riscattarsi, se solo riescono a convincersene. O se riescono a lasciarsi alle spalle il giudizio, a volte troppo pesante da sopportare, degli altri e a farsi una nuova vita.

Mi addolora sempre molto leggere che i romanzi di Daly vengono definiti noiosi, lenti e banali. Fino a un certo punto posso capire le critiche che vengono loro rivolte, dal momento che sono particolari esempi di quel mystery psicologico che furoreggiò in America e che è per certi versi differente da quello di stampo britannico, basato più sulla miscela di materialità ed elementi intangibili. Però sono convinto che libri come "La Casa senza Porta" siano magistrali esempi di storie in cui viene descritta l'azione di una mente in preda alla follia, e quindi non sempre riesca a restituire un racconto "logico". Inoltre, nonostante sia indubbiamente meno frenetico nella narrazione, lo stile ci permette di entrare appieno in contatto con la società del tempo e di comprendere cosa significasse vivere negli anni in cui i fatti sono ambientati. Questo è ciò a cui dovrebbe mirare un "vero" romanzo giallo, oltre a narrare un enigma intrigante e che appassioni: diventare uno strumento che permetta di analizzare ciò che circonda gli eventi narrati e trasferire questa "indagine" al giorno d'oggi. E Daly, con i suoi libri, riesce a farlo benissimo.

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