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venerdì 14 febbraio 2020

24 - "Assassinio sul Cervino" ("Murder on the Matterhorn", 1951) di Glyn Carr

Copertina dell'edizione pubblicata da
Mulatero Editore
Nella maggior parte dei casi, quando si parla di classica crime story, lo scenario che viene subito alla mente è quello tipicamente inglese. Ciò è dovuto al fatto che il giallo deduttivo è nato in Inghilterra e, quindi, è naturale ritrovare ambientazioni che si riconducano a luoghi siti dall'altra parte della Manica, dove sono apparse le storie che hanno fatto scuola in questo campo letterario e che si possono considerare come prototipi di trame e vicende che sarebbero venute in seguito. Ad esempio, il villaggio di campagna (magari dotato della sua villa signorile sulla collina) rappresenta lo sfondo più familiare al lettore appassionato di mysteries di matrice anglosassone, poiché conta innumerevoli prove di scrittori e scrittrici che in esso si siano cimentati; basta citare Agatha Christie e la sua Miss Marple, oppure un libro quale "L'Assassinio di Roger Ackroyd". Anche i cosiddetti "delitti universitari", ambientati in prestigiosi college come quello di Oxford o in rispettabili scuole di formazione femminili, sul genere della Meadowbank School di "Macabro Quiz", fanno ormai parte dell'immaginario collettivo sul romanzo giallo classico; per non parlare delle morti avvenute a bordo di treni di provincia o di barche lanciate lungo fiumi e laghi (come in "Morte a Vele Spiegate" di C.P. Snow). Tutte queste ambientazioni, benché espressione di un mondo universalmente riconosciuto anche al di fuori della terra d'Albione, rimandano a un microcosmo ben preciso: quell'Inghilterra ideale in cui esistono i delitti, le prove, i moventi, i sospettati e poco altro, in cui è quasi immaginabile trovare protagonisti e usi e costumi di una società differenti da quelli inglesi. Eppure, il bello del classico romanzo del mistero sta nel riuscire a ritrarre un gruppo di persone sempre riconoscibile e, allo stesso tempo, di proiettarlo su qualunque ammasso eterogeneo di esseri umani; quindi, non dovrebbe stupire il fatto che, ogni tanto, possiamo incappare in una vicenda lontana (in fatto di lunghezze spaziali) dalla "solita" Inghilterra e dai suoi scenari campagnoli o urbani, tipici di storie quali "C'è un Cadavere dall'Avvocato" di Michael Gilbert e "I Delitti di Praed Street" di John Rhode, a favore di ambientazioni esotiche come quelle dei romanzi di J. Jefferson Farjeon.

Come abbiamo visto, anche Glyn Carr si è divertito ad ideare storie che prendevano ispirazione dal giallo più classico di tradizione britannica e dal filone narrativo che rese celebre John Dickson Carr, ovvero quello del mistero della camera chiusa; decidendo tuttavia di trasportare l'ambientazione a livelli più estremi, dove i limiti non sono più costituiti da solidi muri intonacati, ma da ripide pareti di roccia il cui limite superiore viene rappresentato dal cielo azzurro delle quote più elevate, pur mantenendo gli elementi classici del romanzo del mistero. Lo ha fatto ambientando "Morte Dietro la Cresta" in Galles; e ha ripetuto lo schema di volta in volta in ogni suo mystery, come si può capire dalla seconda avventura con protagonista Abercrombie "Filthy" Lewker, "Assassinio sul Cervino" (Mulatero Editore, 2019), che recensisco oggi. Ambientato sui monti che dividono la Svizzera dal Paese in cui vivo (ovvero l'Italia), in esso possiamo ritrovare il gruppo chiuso di personaggi dei tipici delitti nelle case di campagna a cui ci ha abituato Agatha Christie, con segreti nascosti e invidie personali, intrighi ed enigmi basati sugli indizi, la ricerca della verità intrapresa attraverso lo scandagliare la psicologia dell'assassino; senza tralasciare, tuttavia, un originale sfondo costituito dal villaggio di Zermatt, sulle Alpi. In questo modo, Glyn Carr è riuscito ancora una volta a trasportare tutti gli elementi della tradizionale partita tra lettore e scrittore al di fuori della cornice classica, pur mantenendo il fair play che ci si aspetterebbe da un giallista del suo calibro, e a consegnarci una storia che non delude le aspettative; anzi, probabilmente migliore del suo esordio nella fiction del mistero.

Piantina dei luoghi del Cervino
interessati in "Assassinio sul Cervino"
La vicenda si apre mostrandoci il nostro Abercrombie Lewker, mentre è intento a preparare l'occorrente per la consueta vacanza sui monti, in seguito al termine della stagione teatrale di cui è stato protagonista. Egli ha tutta l'intenzione di fuggire dal caos cittadino di Londra e di rifugiarsi sulle vette delle Alpi, sul versante svizzero del Cervino, per godere delle belle giornate che esse riservano e per fare numerose escursioni. Eppure, a pochi giorni dalla partenza, si presenta a casa sua nientemeno che Sir Frederick Claybury, il suo ex-capo nei Servizi Segreti di Sua Maestà. Quest'ultimo, preoccupato per alcune voci udite lungo i corridoi del potere, propone al capocomico di aiutarlo a salvaguardare l'integrità dell'Inghilterra e del Governo britannico, incaricandolo di tenere d'occhio Léon Jacot, un individuo belligerante e dall'aria poco rassicurante, il quale appare intenzionato a conquistare la Francia come uomo politico emergente e ad assicurare la propria influenza alle forze politiche che riusciranno a convincerlo a seguire la loro causa. La minaccia del comunismo è ancora molto sentita nei Paesi dell'Ovest Europa, per cui Lewker dovrebbe assicurarsi di scoprire quali siano in realtà le intenzioni di Jacot e, soprattutto, riuscire a convincere quest'ultimo a schierarsi dalla parte "giusta" delle barricate. Filthy, da parte sua, non vede di buon occhio questo incarico improvviso, poiché vede minacciato il proprio tempo libero che aveva intenzione di dedicare alle arrampicate in montagna; tuttavia, Sir Frederick gli rivela che anche Jacot, come lui, è un fervente ammiratore dell'arte dell'alpinismo, e gli confida che egli sta dirigendosi proprio a Zermatt (la destinazione di Lewker) per intraprendere una salita sulla cresta nord-est del Cervino, al fine di battere il record di velocità di conquista del monte. Incapace di rifiutare una richiesta d'aiuto da parte del suo ex-capo e di sottrarsi al proprio dovere, alla fine Abercrombie accetta e, grazie a un passaggio a bordo dell'aereo del cognato di Jacot, John Waveney, raggiunge la propria meta a Zermatt: l'Hotel Obelgabelhorn. Si tratta di un albergo alla mano, non troppo elegante ma nemmeno misero, in cui ci si può imbattere in un variegato esempio della natura umana: oltre a Jacot e alla giovane moglie Deborah, un'avvenente ragazza, Lewker incontra il dottor Greatorex (un amico di lunga data) assieme al giovane scrittore-alpinista Bernard Bryce; il conte e la contessa De Goursac, altolocati esponenti della società dei primi del Novecento; la signorina Margaret Kemp, la quale accompagna la burrascosa zia Beatrix Fillingham, un donnone esuberante e rumoroso.

A prima vista, il gruppo appare ben affiatato, con un miscuglio di giovani e meno giovani ed interessanti personalità; eppure, già dalla prima sera dal suo arrivo, Filthy coglie numerosi cenni di antipatia rivolti alla persona di Léon Jacot, il quale assume un comportamento a dir poco testardo e maleducato di fronte alla preoccupazione del gruppo all'idea che egli scali il Cervino in condizioni poco ottimali. Inoltre, Lewker non riesce a capire quali siano le intenzioni del francese in fatto di tendenze politiche e la rivelazione (da parte di Deborah Jacot) che egli sia stato minacciato da un gruppo di estremisti non lascia presagire niente di buono. Quando, nel corso del giorno seguente, verrà scoperto il cadavere di Jacot ai piedi del Matterhorn Glescher, apparentemente vittima di un incidente in montagna, Abercrombie si domanderà se questa morte non sia il frutto di una complessa macchinazione, piuttosto che un semplice errore di calcolo: erano in tanti a desiderare la dipartita di Jacot, a partire dai suoi compagni all'Obelgabelhorn, passando per un fantomatico avversario politico e finendo con la famiglia di una guida di montagna, coinvolta in una faccenda di cuore tutt'altro che piacevole. Filthy deciderà quindi di affiancare Herr Schultz, il commissario incaricato delle indagini, per scoprire cosa sia stato il responsabile della morte di Jacot e, soprattutto, come qualcuno possa aver spinto giù dalla montagna quell'abile scalatore e procurarsi, allo stesso tempo, un alibi inattaccabile.

La cittadina di Zermatt, ai piedi del Cervino svizzero, negli
Anni '50
Ancora una volta, ci troviamo di fronte a una particolare variazione del delitto della camera chiusa e a un romanzo giallo in cui ricorrono alcuni elementi che già erano presenti in "Morte Dietro la Cresta". Come era stato in quest'ultimo libro, l'ambientazione occupa una parte importantissima all'interno della trama: essa, infatti, si può considerare come la particolarità dei casi di cui si occupa Lewker, essendo tratteggiati con suggestivi sfondi di paesaggi montuosi, descritti con abilità e competenza e che danno originalità agli omicidi creati dall'autore. È un piacere immergersi in questa natura accuratamente descritta e in scenari solenni e pacifici, pur nella loro intrinseca insidiosità, che si possono ancora vedere al giorno d'oggi e nei quali l'uomo si ritrova ad essere una misera parte dell'insieme (pp. 30, 32-35, 40-44, 59-60, 64-66, 74-75, 147-149, 162-163, 173-174, 209-211, 226, 244, 264, 274, 277): assistiamo alle escursioni di Lewker fino alla baita di Heinrich Taugwalder, la guida sospettata di aver ucciso Jacot per proteggere l'onore della figlia, come se le vivessimo in prima persona, immaginando di sederci assieme al nostro investigatore dilettante sulle rocce e di ascoltare le chiacchiere infinite di Miss Fillingham; vediamo con gli occhi della mente il cielo azzurro e gli alberi che ci circondano; quasi sentiamo il cinguettio degli uccelli che cantano sui rami e percepiamo la presenza del Cervino alle nostre spalle, attore non protagonista di questo romanzo. Senza dimenticare tutti quei piccoli dettagli sulla vita dell'appassionato di arrampicata (pp. 38, 56, 58-59, 71-73, 75, 65-66, 85, 88, 96-98, 102-113, 124, 128-129, 135-136) e sulla sua storia, citando tragedie realmente avvenute come quella di Edward Whymper, i quali ci permettono di entrare nei modi di un vero scalatore e di far parte di un mondo che, anche se estraneo ai più, ci viene mostrato nella sua parte migliore, attraverso scene che appartengono al passato (i riferimenti ai "signori" e alle guide del posto, le immancabili pipe e la possibilità a non "cambiarsi per cena"). Non mi stancherò mai di sottolineare la bravura di Glyn Carr nell'essere stato capace di trasformare un punto "debole" come l'ambientazione in un elemento di forza della sua narrativa: nella recensione di "Un Piccolo Omicidio di Natale", avevo fatto notare come lo sfondo spesso risultasse la caratteristica che si riesce meno a far diventare "originale", tra quelle che costituiscono il romanzo giallo, poiché esso necessita di essere affiancato ad almeno un altro elemento della narrativa gialla per poter esprimere al meglio il proprio potenziale.

Ebbene, nel caso delle crime novels di Glyn Carr le descrizioni, accurate al punto da sembrare passaggi di guide turistiche vere e proprie (pp. 110-113, 222-229), diventano invece l'elemento più forte della trama, poiché permettono al lettore di immergersi totalmente nella lettura e lo tengono incollato alle pagine, sopperendo ai piccoli difetti e ai cliché che ogni tanto ritornano nella storia. Anche in "Assassinio sul Cervino", infatti, rimangono ancora alcuni stereotipi difficili da estirpare: la presenza di scienziati-dottori forse malvagi, che rendono simili Ferriday e Greatorex; la politica che gioca sempre un ruolo di primo piano all'interno delle vicende, con i comunisti dipinti come diavoli in terra anche se non occupano un posto importante nella soluzione finale (pp. 20-23, 31, 49, 77-78, 80, 82, 143-145, 177); le storie d'amore un po' sdolcinate tra personaggi sospettati (Hilary e Michael nell'esordio dell' scrittore, Bryce e la signorina Kemp in "Assassinio sul Cervino"). Tuttavia, altri temi che avevamo ritrovato in "Morte Dietro la Cresta" vengono qui approfonditi meglio e articolati in modo da uscire dalle solite descrizioni trite e ritrite: la presenza di citazioni, ad esempio, si fa meno pedante dell'esordio (pur restando comunque massiccia!, vedasi pp. 16, 18-19, 24, 56, 60, 80, 83, 93, 99, 146...), e l'ironia non è troppo forzata. Sopra a tutto il resto, però, resta questo interesse dell'autore nel dilungarsi sulla vita dell'escursionista, che ci viene presentata in modo meno descrittivo e "freddo" e, quindi, riuscendo a modellare la trama su di essa. Benché lontani dalle vicende nelle case di campagna inglesi, dalle "crociere con delitto" e dagli antichi mausolei del sapere, il "delitto nel villaggio di campagna" diventa qualcosa che possiamo proiettare in un contesto in cui vengono inserite nozioni dettagliate, pur senza estraniare queste ultime: la gita di Lewker alla Schönbielhütte del cap. 13 ne è un tipico esempio, con un racconto che si sarebbe potuto fare nel salotto di un cottage ma avviene in una baita sulla vetta di un monte, tra aneddoti sull'arrampicata, piccoli dettagli sulla vita di montagna, accorgimenti e abitudini che gli alpinisti devono adottare e buone norme da seguire quando si decide di scalare una parete rocciosa; ma anche la spedizione per recuperare il cadavere di Jacot è stata molto suggestiva.

I personaggi, infine, pur restando un po' stereotipati nei ruoli che Glyn Carr ha loro assegnato, riescono a dimostrare di avere un'anima più libera, che li rende imprevedibili, sospetti e molte volte simpatici. Tra tutti, mi ha colpito Miss Beatrix Fillingham, con la sua irruenza e scontrosità mista alla curiosità e al gusto per il pettegolezzo di una Miss Marple più caustica e decisamente senza freni inibitori (l'incontro con Filthy durante la sua ascesa alla baita di Taugwalder, alle pp. 66-69, e il loro colloquio in seguito al fattaccio poco prima del finale, alle pp. 225-232, mi hanno divertito come poche altre cose lette ultimamente). Ma il protagonista, istrionico e padrone della scena, resta sempre lui, il capocomico Abercrombie Lewker: originale, brillante, dotato di senso dell'umorismo, di inventiva e acume, rappresenta una delle figure di investigatore dilettante meglio riuscite. Pomposo ma capace di provare pietà, sempre con la citazione di Shakespeare pronta sulle labbra, è consapevole del proprio ruolo di deus ex machina e di personaggio cardine della vicenda, colui che risolverà il mistero della morte impossibile di Léon Jacot. Intraprende la scoperta di indizi e analizza le ipotesi con cognizione di causa, per arrivare ad inchiodare il colpevole attraverso accurate descrizioni delle azioni dei personaggi e la ricerca nella psiche umana degli attori coinvolti sulla scena che si ritrova a calcare. Immagina proprio così la sua funzione: come quella di un attore che interpreta una parte e che deve coinvolgere lo spettatore-lettore nei suoi pensieri, spingendolo a mettere in pratica le proprie capacità. Ma senza dimenticare di essere un personaggio comico, che prende un po' in giro quei detective troppo seriosi di alcuni gialli suoi contemporanei.

Frank Showell Styles (alias Glyn Carr),
nato nel 1908 e morto nel 2005
L'ironia fu forse la caratteristica principale nella scrittura di Frank Showell Styles, vero nome di Glyn Carr. Nato a Birmingham nel 1908, dopo la scuola egli lavorò in banca per una decina d'anni, finché decise di mollare questo impiego che non lo soddisfaceva. Partì quindi per un lungo viaggio in giro per l'Europa, che dovette tuttavia interrompere allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Arruolatosi nella Royal Navy come artigliere, durante il conflitto riuscì a salire di grado fino a giungere a quello di comandante. Tornata la pace, Styles decise di rinunciare a tornare a lavorare nel mondo della finanza e si trasferì in Galles, dove trascorse il tempo ad arrampicare (fu da sempre la sua passione più grande), a dedicarsi al teatro e a progettare la sua nuova carriera di scrittore. Nel 1947, infatti, diede alle stampe il suo primo romanzo, "Traitor's Mountain", una spy story che mescolava il genere a quello umoristico, e il successo di quest'ultimo lo spinse a dare il via a una serie più convenzionale, sotto pseudonimo e con protagonista un divertente capocomico un po' sovrappeso e dalla citazione facile che si ritrova ad indagare su casi misteriosi ambientati in alta montagna. In realtà, già durante una scalata del Milestone Buttress gli balzò in mente come "fosse facile progettare un omicidio perfetto in quel luogo"; pertanto decise di "ideare un sistema [adatto] e costruirci attorno una trama adeguata". In questo modo, come Glyn Carr firmò "Morte Dietro la Cresta" (primo di quindici gialli classici, tra cui vanno ricordati questo "Assassinio sul Cervino" e "Il Picco delle Streghe") e Abercrombie Lewker fece il proprio ingresso nella letteratura del mistero, dopo tre romanzi più avventurosi. La serie fu accolta favorevolmente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, soprattutto per la capacità dell'autore di descrivere con doverosa attenzione le scene di arrampicata e i luoghi in cui esse si svolgevano. Dopo "Fat Man Agony" (1969), Styles concluse le avventure di Lewker per dare il via a un'altra serie, il cui protagonista divenne un ufficiale della marina britannica al tempo delle guerre napoleoniche; nel frattempo, tuttavia, continuò a scalare e a fare escursioni, oltre a scrivere una quantità enorme di guide, manuali e racconti sulla montagna (in totale furono circa 160), finché non morì nel 2005. I romanzi di Abercrombie Lewker (in parte ripubblicati dalla Rue Morgue Press, secondo la quale pare esista un romanzo inedito andato perduto) sono storie leggere, divertenti e facili da leggere, proprio come voleva scriverle Styles: ognuna presenta un delitto apparentemente impossibile, alla maniera di quelli creati da John Dickson Carr con la stanza chiusa trasformata in un ambiente impervio e pericoloso, caratterizzato da pregi e difetti.

Proprio la scrittura, capace di essere leggera ma non frivola (vedasi ad esempio pp. 15-17), ha costituito la fortuna di "Assassinio sul Cervino", assieme a un enigma niente affatto male e delineato a fondo. Pur recando uno stile piacevole e umoristico, infatti, la storia può contare pure in una struttura meglio ripartita dell'esordio dell'autore: oltre a prestare molta attenzione agli usi e costumi dell'epoca in cui essa è ambientata, troviamo un mistero decisamente più solido di quello di "Morte Dietro la Cresta" e un delitto concentrato sugli aspetti psicologici che è ben equilibrato con l'attenzione data alla natura e alle descrizioni del paesaggio. La struttura dell'enigma è meno grezza rispetto a quella dell'esordio di Glyn Carr; il campo dei sospetti è caratterizzato da uno spaccato della natura umana di grande vairetà (pp. 30-32, 35-36, 41-42, 53-58, 66-67, 70, 78-79, 97, 100, 123, 152-155); l'azione è più varia poiché permette a Lewker di spostarsi di più e di agire in un campo vasto, consentendo ai sospetti di montare in numero maggiore di quanto era accaduto con "Morte Dietro la Cresta"; gli indizi seguono il fair play, pur non essendo molto numerosi, e permettono al lettore di capire quale sia la soluzione della morte di Jacot, senza tuttavia renderla troppo facile da intuire o scontata; inoltre, per la prima volta viene messa in scena una tipica sfida tra dilettante e professionista. Herr Schultz, con la sua aria di superiorità, mette in discussione le teorie di Lewker un po' come accadde tra Poirot e Japp e la tenzone tra i due genera un conflitto di collaborazione-scontro che si protrae per tutta la vicenda e conduce come per mano chi legge, fino alla fine. Le considerazioni sul romanzo giallo (pp. 105, 127, 141-142, 278-279) sono anche stavolta presenti, ma mi sono parse meglio inserite nella trama, come un accompagnamento delle spiegazioni degli investigatori. Insomma, grazie a questo caso, costruito in modo da dare maggiore risalto ai sospettati e meno alla cornice in cui esso si svolge, Glyn Carr è riuscito a vincere la sfida che vede la morte in montagna come qualcosa di monotono. Dopotutto, se si vuole uccidere qualcuno in un tale contesto, non ci sono grandi cambiamenti da mettere in pratica. Ma stavolta l'autore è riuscito a spiazzarmi, ha trovato una scappatoia originale per diversificare gli omicidi che avvengono sulle cime e i suoi libri, senza renderli uno la fotocopia dell'altro; sono curioso di sapere se anche col terzo riuscirà a stupirmi e a creare un mystery ben costruito come questo "Assassinio sul Cervino", definito da un grande dell'alpinismo quale Hervé Barmasse come "un romanzo che dovrebbe obbligatoriamente essere nella libreria di chi ama leggere, di chi ama i gialli e di chi ama l'alpinismo e la montagna".

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