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venerdì 26 giugno 2020

37 - "L'Inquilino del Piano di Sopra" ("Blue Murder", 1941) di Harriet Rutland

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Quando pensiamo agli anni che vanno dal 1939 al 1945, non possiamo fare a meno di concentrare la nostra mente sul conflitto più devastante e sanguinoso di tutta la Storia: la Seconda Guerra Mondiale. E se pensiamo ad esso (e al quello che lo precedette, verificatosi tra il 1914 e il 1918), allo stesso modo non possiamo esimerci dal riflettere sul fatto che le guerre abbiano influito in modo pesante sul modo di vivere delle persone che vi si ritrovarono coinvolte. Chi di noi non ha mai sentito un proprio parente (nonno, prozia, cugino) descrivere le difficoltà, i patimenti e le sofferenze subite? Esse furono una costante del periodo, qualcosa che fece cambiare per sempre le esistenze quotidiane della gente, fonti di grandi dispiaceri e tribolazioni. Eppure, se per molti versi i conflitti portarono con loro molte conseguenze negative (talmente tante che, ancora oggi, ci auguriamo di non dover rivivere mai più un'esperienza del genere), è pur vero che la spinta per l'avanzata del progresso e della democrazia costituì un potente motore per lo sviluppo del cammino del pensiero, della tecnologia e, ovviamente, tutto ciò che riguarda l'arte e la cultura. Tra gli altri, quello della crime story fu forse uno dei campi che meglio riuscì a cogliere vantaggi dalle tristi conseguenze provocate dalla guerra, grazie alla sensibilità di cui sono particolarmente dotati gli scrittori di romanzi gialli: essi, infatti, non solo sfruttarono le drammatiche trasformazioni del conflitto sulla vita quotidiana per rinnovare l'ispirazione per la costruzione delle loro trame e per donare a esse nuove atmosfere e caratteristiche, ma riuscirono anche a dare vita a storie che si avvicinavano all'esperienza del loro pubblico, interpretando le paure che esso pativa ed elargendo un po' di conforto. In America, tralasciando quegli autori che decisero di restare fedeli al modello inglese (come la Elizabeth Daly di "Morte al Telefono" e la Helen McCloy di "Come in uno Specchio", oppure Ellery Queen, con i loro enigmi classici benché psicologici), tutto ciò portò al fiorire della scuola hard-boiled, caratterizzata da individui duri e cinici che, allo stesso modo dei soldati al fronte, affrontavano la criminalità delle strade ed erano consapevoli del fatto che, comunque, la vittoria non era mai una conquista duratura e appagante.

In Inghilterra, invece, oltre alla corrente che vedeva gli investigatori dedicare anima e corpo alla causa nazionale e impegnarsi a una lotta "di frontiera" (come accade in "Quinta Colonna" di Agatha Christie, dove Tommy e Tuppence danno filo da torcere alla suddetta rete di spie), si vide sviluppare una narrativa incentrata maggiormente su quello che si può definire come Fronte Interno: quell'ambito del conflitto che prevedeva una certa organizzazione nel territorio amico, in patria, dove si respirava un'atmosfera non meno terrorizzante di quella della prima linea, e le privazioni e miserie quotidiane coinvolgevano tantissimi cittadini innocenti, sia nelle grandi metropoli sia nelle campagne, spaventati dagli orrori della guerra ma decisi a giocare un ruolo solidale gli uni con gli altri. I romanzi gialli anglosassoni che si sono soffermati sulla minaccia dei bombardamenti improvvisi, sulla crisi e sulla carestia, sui rastrellamenti e sulle difficoltà generate dal clima di paura del periodo, sono forse quelli che più sono rimasti nel cuore di tutti noi, poiché raccontano di un mondo che in qualche modo ci appartiene, dal momento che spesso i ricordi dei parenti di cui dicevo sopra si accompagnano a questo tipo di storie. Ad esempio, "Delitto in Bianco" di Christianna Brand (autrice tra le più celebrate della generazione post-bellica di membri del Detection Club), oltre a presentare un enigma tanto ben elaborato da essere considerato uno tra i migliori di ambito ospedaliero, mostra uno spaccato aderente alla realtà e affascinante di quale dovesse essere il clima nelle campagne dell'Inghilterra, durante i numerosi Blitz della Luftwaffe. Anche John Dickson Carr dedicò più di un suo mystery al giallo del Fronte Interno, prima con "Saper Morire" e poi con "Fantasma in Mare", dove in quest'ultimo caso ambienta le vicende a bordo di una nave passeggeri che deve attraversare la temibile zona degli U-Boot, i sottomarini tedeschi che affondavano le navi che portavano rifornimenti all'assediata Albione.

Ai libri di questo genere, tuttavia, oggi ne aggiungo uno che ha a che fare con il tema del mese (i colori nel romanzo del mistero, ricordate?), ma in senso figurato: infatti qui, a differenza delle volte passate, la tinta non viene intesa come pratica, fisica. In "L'Inquilino del Piano di Sopra" di Harriet Rutland (Polillo Editore, 2017), il riferimento è contenuto nel suo titolo inglese, "Blue Murder", ad indicare sia il senso di desolazione che percorre tutta la sua storia, sia i rumori e i frastuoni insopportabili delle bombe che cadevano sul Paese. Le vicende raccontate in esso ci descrivono una situazione sgradevole, in cui i personaggi si muovo e agiscono in un clima di odio e gelosia repressa e si verificano eventi sempre più agghiaccianti, man mano che le pagine scorrono. La bestialità trasuda dalle parole che leggiamo, assieme alla sensazione di dirigerci verso un finale che (come scopriremo) ci lascerà con il fiato sospeso fino all'ultima riga; non pensavo che un delitto del villaggio di campagna potesse diventare tanto oscuro, eppure sono stato piacevolmente stupito.

Searchlight at Dusk (Newhaven, Sussex), 1941, Eric
Ravilious, raffigurante un avamposto inglese durante la guerra
simile a quelli di Nether Naughton
La prima scena a cui assistiamo, iniziando a leggere il romanzo, è ambientata nello studio di uno tra protagonisti delle tristi vicende che si andranno a svelare davanti ai nostri occhi. Seduti nelle poltrone davanti al fuoco, sono presenti Mr Hardstaffe, il preside della scuola pubblica di Nether Naughton (microscopico villaggio della campagna inglese), un ometto borioso, iracondo, arrogante e, come se questo non bastasse, pure lascivo; e una delle insegnanti dell'istituto, Charity Fuller, giovane ragazza trasferitasi nel paesino da pochi mesi, alla ricerca di approvazione e comprensione. La frustrazione, accumulata negli anni e sommata a un carattere tirannico e suscettibile, ha reso Hardstaffe un individuo odioso alla maggior parte degli abitanti delle vicinanze; ma non a Charity, la quale si è lasciata andare e ha intrecciato una relazione clandestina col vecchio arpagone. Tuttavia, da qualche tempo la ragazza ha l'impressione di essere diventata l'oggetto di malevole voci di corridoio, non solo all'interno della scuola, ma addirittura per le strade del villaggio, e adesso ha deciso di troncare il rapporto intimo che la lega ad Hardstaffe, annunciando davanti al fuoco del caminetto le sue intenzioni. Una scelta, la sua, che non può essere accettata dal preside, il quale ha tutte le intenzioni di mantenere quel minuscolo bagliore di felicità all'interno della propria vita. Per Giove, si dice Hardstaffe, farei qualunque cosa per poterla sposare!... Peccato che egli sia già sposato con lei. A Nether Naughton, infatti, esiste già una Mrs Hardstaffe, una donna lamentosa e ipocondriaca che rende la vita infernale a lui e a Leda, la loro figlia, e che non intende certo mettersi da parte. Inoltre, il preside non è un uomo ricco e rischierebbe per giunta di vedere il proprio nome legarsi a una vicenda scandalosa (come se non si fosse già sporcato abbastanza con la relazione illecita con Charity). Come fare per risolvere la situazione una volta per tutte, accaparrandosi di ché vivere e l'agognata soddisfazione? Tutto sembrerebbe dover prendere una piega sinistra... E infatti, ben presto, nella casa degli Hardstaffe si verifica un decesso violento.

Tutto fa credere che il colpevole possa essere soltanto uno, ma le apparenze a volte possono ingannare. In realtà, ognuno dei personaggi dimostra di possedere quello che si definisce "un carattere sospetto": abbiamo la tipica famiglia disfunzionale da romanzo giallo, con il depravato preside, una consorte bugiarda che gode nel creare guai e una ragazza nubile fin troppo schietta e determinata, la cui giovinezza sta sfiorendo e attaccata solo ai cani di cui si occupa; un corredo di domestici composto da una cuoca esperta, una cameriera efficiente e una sguattera ebrea, rifugiatasi in Inghilterra per sfuggire agli orrori di cui si sta macchiando il regime del suo paese natale e mezza impazzita; e infine un inquilino sfollato dalla grande città, Arnold Smith, il quale fa il romanziere e deve per forza scrivere un nuovo libro, per non rischiare di finire in mezzo a una strada. Quest'ultimo, pian piano, assume il ruolo di personaggio centrale grazie ai discorsi che intavola con uno o l'altro degli attori del dramma: deve scrivere un mystery, e non può esimersi dal tentare la fortuna e catturare ogni sensazione generata dagli attriti tra i suoi affittuari (a costo di suscitarli egli stesso?). Eppure, senza che egli riesca a dominare la situazione, la tensione inizia a salire sempre più fino a culminare in un nuovo decesso violento, tanto che la polizia locale decide di far intervenire Scotland Yard. Riuscirà il poliziotto incaricato del caso, affiancato dal sergente subalterno, a risolvere il duplice omicidio, oppure ci sarà un altro morto prima che la storia sia finita? In una narrazione brutale, caratterizzata da un ritratto spietato della vita quotidiana del Paese nel corso della Seconda Guerra Mondiale, la sfida per l'ispettore Driver è aperta.

Coastal Defences (Newhaven, Sussex), Eric Ravilious,
 1941, raffigurante un altro avamposto inglese durante la
guerra, simile a quelli di Nether Naughton
Come dicevo, "L'Inquilino del Piano di Sopra" è stato uno tra i romanzi gialli che più sono riusciti a trasmettermi una forte sensazione o emozione. Tempo fa, avevo già provato ad affrontare un mystery tutto sommato classico, in cui il tema della guerra era molto sentito: "Il Mondo dopo la Notte" del contemporaneo Charles Todd. In quel caso, ricordo distintamente come l'elemento dominante di tutta la storia (caratterizzata, tra l'altro, da un mistero che si poteva risolvere grazie ad alcuni indizi disseminati tra le righe) fosse stato il forte senso di disperazione e smarrimento che tutti i personaggi si trovavano a fronteggiare e a combattere, per non cadere nello smarrimento di sé e nell'angoscia strisciante che era risultata dai contraccolpi del conflitto sulle coscienze della gente comune. Prima di iniziare a leggere il libro di Rutland, quindi, mi aspettavo più o meno di ritrovarmi a provare quelle stesse sensazioni e di empatizzare con i protagonisti delle vicende; e invece, mi sono trovato davanti a qualcosa di totalmente differente. Forse il titolo originale avrebbe dovuto mettermi in guardia sulla materia prima con cui viene plasmata la storia degli omicidi di Nether Naughton. "Blue Murder", infatti, può sottintendere un discorso incentrato sul colore blu, spesso associato a sentimenti come la tristezza e la depressione, e pertanto indicare come la trama del romanzo sia focalizzata su tali emozioni; ma non bisogna trascurare il fatto che (come ho scoperto alla fine della lettura) la locuzione di cui sopra abbia pure un preciso significato nella lingua inglese, che corrisponde a un "grande clamore, rumore o frastuono orribile", prodotto in circostanze improvvise oppure quando qualcuno si lamenta per qualcosa che non gli piace. In queste poche righe, è racchiusa tutta quanta la sostanza di "L'Inquilino del Piano di Sopra".

Infatti, come scopriamo ben presto, gli elementi su cui si fonda la sua storia sono contrastanti come l'assordante urlo del gessetto sulla lavagna poiché, a un'ambientazione all'apparenza idilliaca (pp. 7, 13, 16, 18-19, 24, 26, 44-47, 53-54...), troviamo spiacevoli trattazioni del tema della guerra, vista come una "spada di Damocle" che pende sulla testa di tutti i cittadini e può scatenarsi da un momento all'altro, causando disastri ingenti (pp. 19-22, 25-26, 28-29, 31, 37-39, 49, 53-54...); dell'ostilità dei personaggi verso il prossimo e dell'insofferenza che essi provano senza riuscire a (o voler) nascondere; delle gelosie, i segreti depravati e le ambizioni che ognuno di essi cova e accarezza, senza curarsi del malessere che quegli possono in questo modo suscitare; del terrore di non essere in grado di raggiungere la meta prefissata. Nel corso delle vicende, ci vengono descritte con amara e sconcertante franchezza le insicurezze della società inglese al tempo della guerra, tra voglia di resistenza e un profondo senso di sospetto e paura. Nei protagonisti, viene calcata la mano sul lato sgradevole e violento delle loro personalità, dipingendoceli come preda delle pulsioni selvagge e di un esaurimento nervoso portato ai propri estremi. A differenza di quanto accade in "Il Mondo dopo la Notte", dove gli esseri umani vengono dipinti come bisognosi di tranquillità e di un ricovero dagli orrori del conflitto appena conclusosi, qui la guerra sembra mettere a nudo il cuore crudele degli uomini e delle donne, fa cadere i freni inibitori che dovrebbero mascherare la follia nascosta nelle profondità della psiche, e mette in mostra il trionfo dell'egoismo più puro e agghiacciante, restituendoci personaggi per i quali fatichiamo a provare pietà. Ecco, è la ferocia ciò che emerge da ogni pagina di "L'Inquilino del Piano di Sopra": dal punto di vista della guerra, che priva gli individui di qualunque tipo di sicurezza (finanziaria, emotiva, quotidiana) e li sottopone a dure prove da affrontare; dal punto di vista della gente del villaggio, la quale disperde nell'aria una sorta di miasma velenoso, fatto di gelosie, malcontento, bisbigli e pettegolezzi della peggior specie; dal punto di vista dei protagonisti, incapaci di provare affetto e comprensione gli uni verso gli altri e risucchiati in un vortice di odio palese.

Nel mistero tracciato da Rutland, sono questi ultimi gli strumenti di cui ci dovremmo servire per comprendere i moventi che hanno portato al duplice delitto di casa Hardstaffe. Grazie alle schermaglie per nulla filtrate tra Mr e Mrs Hardstaffe, riusciamo a farci un'idea del concetto di matrimonio che l'autrice stava sviluppando (sappiamo che, nel momento in cui scrisse "L'Inquilino del Piano di Sopra", ella si trovava sfollata come Arnold Smith, con la sola compagnia del figlio piccolo, e che pochi anni dopo avrebbe divorziato dal marito); siamo in grado di comprendere come il ruolo della donna stesse cambiando, da semplice angelo del focolare a individuo attivo socialmente e da impiegare nell'economia del Paese, osservando con sgomento la determinazione di Leda nell'adottare un piglio fin troppo militaresco nel dominare il ménage familiare e le riunioni delle associazioni locali, oltre all'addestramento dei suoi cani; assistiamo sconcertati all'atteggiamento snobista e razzista adottato dagli Hardstaffe nei confronti della sfrenata rifugiata Frieda, accolta in famiglia "perché non c'è alcuna alternativa", bistrattata con appellativi offensivi e frustrata al punto da farla quasi impazzire; solo perché forestiera, ci viene presentata un'immagine terribile di Charity, tratteggiata da una "signora" (per così dire) di Nether Naughton con un'acredine tanto assurda da superare i limiti di quanto ci aspetteremmo da una pettegola da villaggio di campagna; conosciamo il giovane Stanton grazie alla sua indole ambigua e al puritanesimo di facciata (tramandato dai genitori) che esibisce agli estranei, simile a una copertura per mascherare la sua oscena vacuità. Ognuno di questi aspetti viene trattato attraverso una spaventosa esibizione di violenza mozzafiato (pp. 40-42, 51-52, 66, 87, 99-100, 108-110, 117-118, 126-127, 132-134, 137, 145, 169-170, 225, 251-256, 275-284), la quale è accresciuta dalla sottile descrizione che di essi viene fatta (non c'è una volgare esposizione dei fatti, quanto un soffermarsi sugli aspetti più ripugnanti del caso con candore sagace e agghiacciante). La forza di "L'inquilino del Piano di Sopra" sta proprio in quest'esposizione dei fatti senza filtrarli, in un racconto innovativo e crudo che dà vita a un romanzo di transizione, ricco di acume psicologico e diabolicamente oscuro, dove l'enigma gioca un ruolo di importanza centrale nelle vicende ma, allo stesso tempo, gli indizi non sono più quelli relegati alla scena del delitto e che si possono cogliere da impronte e capelli lasciati dietro di sé dall'assassino (infatti non ci sono prove materiali da catalogare, per Driver e il sergente Lovely), quanto piuttosto un'indagine concentrata sui caratteri dei sospettati e sui rapporti di incontro/scontro nelle correnti sotterranee tra loro.

Copertina dell'edizione inglese,
pubblicata da Dean Street Press

Proprio per merito di questa particolare attenzione alla psicologia che ella dava alle sue storie, Harriet Rutland (pseudonimo di Olive Seers) viene considerata dai più, assieme a Christianna Brand, Dorothy Bowers ed Elizabeth Ferrars, come una tra le ultime brillanti esponenti della Golden Age del giallo classico. Nata nel 1901 a Birmingham e figlia di un imprenditore edile, della sua vita si conosce poco altro. Sappiamo che nel 1926 sposò John Shimwell, un microbiologo e biochimico della sua stessa città, e che nel 1931 la coppia si spostò nei pressi di Cork, in Irlanda, dove lui lavorava presso la fabbrica di birra Beamish and Crawford. La cittadina in cui abitavano era St. Ann's Hill, sede di uno stabilimento idroterapico dalla storia importante, e fu proprio grazie ad esso se Seers, adottando uno pseudonimo, decise di dedicarsi alla stesura di un romanzo del mistero. Infatti l'esordio di Rutland, "Knock, Murderer, Knock!" del 1938, è ambientato in una struttura in tutto e per tutto simile a quella di St. Ann's Hill, alla quale tuttavia l'autrice cambiò nome per non incorrere in problemi con i clienti e il personale dello stabilimento. Mystery satirico e impregnato di black humor, a questo romanzo fece seguito due anni dopo un secondo giallo, intitolato "Bleeding Hooks", in cui l'azione si svolge in un altro ambiente circoscritto, costituito da un albergo per appassionati di pesca sito in un villaggio del Galles. Come nel precedente, l'indagine e la risoluzione dell'enigma sono affidate a Mr. Winkley, un oscuro impiegato di Scotland Yard dalle mansioni non meglio precisate, ma che riesce a trovare il bandolo della matassa con abilità. Entrambi i libri, debitori nei confronti della tradizione ma comunque orientati verso l'analisi della psicologia dei personaggi, furono molto ben accolti da pubblico e critica in Inghilterra e America, tanto che Rutland venne salutata come un astro nascente della letteratura di genere e il critico Howard Haycraft, all'interno del suo saggio "Murder for Pleasure", la inserì fra gli esordienti particolarmente promettenti. Sfortunatamente, tuttavia, il destino dell'autrice non doveva comprendere altre numerose prove d'abilità in campo letterario. Nel 1939, infatti, gli Shimwell si erano trasferiti a Londra, dove era nato il loro primo figlio, e nell'arco di pochi mesi la città si era ritrovata assediata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Il Blitz provocò lo sfollamento di tantissime persone, tra cui probabilmente ci furono Rutland e il bambino, e ciò comportò quello che pareva soltanto uno slittamento nella pubblicazione del terzo romanzo giallo, "L'Inquilino del Piano di Sopra", il quale arrivò nel 1942 e si adattava al clima del momento, in quanto a tono.

Eppure, dare alle stampe l'avventura di Arnold Smith e dell'ispettore Driver non servì comunque a conferire la spinta necessaria all'autrice per la pubblicazione di altri libri. Di lì a pochi anni, ella si separò dal marito per risposarsi nel 1948, e si trasferì a Newton Abbot, dove nel 1962 morì. Al giorno d'oggi, forse a causa del loro esiguo numero, le opere di Rutland non vengono celebrate a dovere; eppure dovrebbero essere tenute in considerazione per l'importanza che diedero al genere giallo. Soprattutto con "L'Inquilino del Piano di Sopra", nonostante esso sia più un giallo psicologico che classico ad enigma e si possa leggere anche solo per la trama e i personaggi, l'autrice riuscì con sottigliezza e intelligenza a inserire temi importanti per il periodo storico in cui esso venne pubblicato e a ritrarre il frangente storico in cui esso è ambientato in modo da dare al testo un altro livello di interpretazione. Abbiamo un'ambientazione essenziale, che rappresenta il villaggio di campagna tradizionale, ma vista attraverso gli occhi timorosi della gente in guerra: il clima è tratteggiato in modo ottimo, descrivendo l'aria che si respirava nelle difficoltà, il razionamento e la sfida per procurarsi i viveri grazie alle tessere annonarie, la scarsità di aiuto domestico e la comparsa dei rifugiati dal continente, sebbene gli eventi bellici in sé siano sfiorati in modo marginale (abbiamo solo la scena-lampo del bombardamento a Londra). Tutto ciò mette a dura prova la sensibilità del popolo britannico, il quale si sforza di essere solidale ma non può esimersi dal mettere in mostra un certo provincialismo e dimostrare come il ruolo di tutti quanti stia subendo un capovolgimento. Soprattutto il cambiamento del ruolo della donna nella società anglosassone (p. 205) viene sottolineato in questo romanzo: Frieda è una ragazza focosa, a differenza delle "solite" sguattere che troviamo nei gialli classici, nutre profonde emozioni e non intende farsi mettere i piedi in testa da nessuno; Charity Fuller, da amante che subisce le angherie di Hardstaffe, diventa consapevole di sé e desidera ottenere ciò che merita; Leda vuole prendere in mano la propria vita e allontanarsi dall'idea vetusta della donna "tutta casa e chiesa", iniziando a manifestare la necessità di avere una certa indipendenza, un proprio spazio, e a guardarsi intorno alla ricerca di un buon partito. Tuttavia, non sempre la novità comporta esiti positivi. Il modo di parlare di Leda, spesso atteggiato a tono da propaganda a dimostrazione della sua volontà di aiutare il paese e di cambiare, purtroppo si scontra con la sua insofferenza nei confronti della rifugiata Frieda. Il tema dell'antisemitismo (pp. 25-28, 84, 92-93, 104, 107-111, 123, 130-132, 142, 166) si lega dunque a quello del conflitto visto dagli occhi della gente inglese: tutti appaiono desiderosi di dare una mano, ma in realtà sfogano il proprio risentimento sui poveretti che sono scappati dai campi di battaglia. Gli Hardstaffe, in particolare, vengono dipinti come individui incapaci di compatire la sguattera, poiché la trattano usando epiteti sgradevoli e toni insopportabili, e rappresentano un campionario umano di gran parte del popolo britannico (Smith, ad esempio, è più comprensivo con Frieda).

In questo modo, Rutland ci mostra quale dovesse essere la situazione dei rifugiati e la sofferenza ebraica in quel periodo, e riesce a consegnarci un ritratto tutt'altro che gradevole di alcuni personaggi coinvolti nelle vicende descritte nel suo libro, ma preciso nelle peculiarità di ognuno. Gli Hardstaffe, nella rappresentazione del loro matrimonio allo sfascio e di una vita quotidiana scandita da grossi problemi (curioso come l'autrice abbia colto la stessa ispirazione di Agatha Christie in "Il Mistero del Treno Azzurro", per dipingere il proprio fallimento matrimoniale), appaiono come esseri nauseanti, caratterizzati nel dettaglio da gelosie e odi impetuosi, i cui rapporti interni sono tutt'altro che idilliaci, e desiderosi di mostrare la propria superiorità al resto del mondo con un atteggiamento vittoriano (pp. 9-10, 13, 15, 18, 20, 23-24, 27, 37-38, 57, 194), senza essere capaci di rendersi conto che si stanno rendendo ridicoli. Smith, nella costruzione del suo romanzo giallo (pp. 31-35, 43, 50-51, 57-58, 62-63, 96, 99, 159-163, 189-192, cap. 41) e nella percezione degli eventi filtrata attraverso di essa, oltre a dare una nota sarcastica e divertente col paragone tra sé e il fittizio Noel Delare, a permetterci di osservare come lavora un giallista e a sottolineare i sospetti verso ogni personaggio mentre "indaga" e a suggerire moventi, analizza a fondo le caratteristiche di ognuno e ci consegna precise descrizioni dei loro modi di essere: il preside è un depravato, sua moglie una lamentosa ipocondriaca bugiarda, il figlio un avido puritano e la figlia un generale in gonnella che si diverte a rivalersi sui sottoposti. Pure Charity Fuller e Arnold Smith, attirati nel loro gioco perverso col rischio di non riuscire più ad allontanarsene, costituiscono esempi di personaggi realistici e profondi; il tratteggio di pochi protagonisti, che punta all'esplorazione delle loro dinamiche interpersonali e acuisce l'oscurità attorno a loro, permettendoci ci entrare nel loro profondo e di scorgere le ombre oscene che si celano nelle loro anime, è forse la caratteristica migliore della narrativa di Rutland; quella che la avvicina pericolosamente alla visione diabolica e magistrale di Francis Iles. Insomma, se uniamo questa visione "maledetta" dell'ambientazione e dei personaggi, raffigurati come demoni sulla terra, alla violenza spesso gratuita di cui essi si rendono colpevoli (frustate, bastonate, aggressioni fisiche), a uno stile crudo fatto di umorismo cupo e sardonico (pp. 32-33, 68, 79-80, 82-86) e agli scioccanti colpi di scena disseminati nella trama, duri come pugni in faccia, ci accorgiamo di trovarci di fronte a un romanzo giallo psicologico innovativo e strabiliante, tutt'altro che banale pur non rappresentando il tipico mystery "alla Agatha Christie". Questo libro osa diventare oscuro, col suo finale fulminante e sconcertante, altamente drammatico e d'effetto, che non ti aspetteresti in un enigma ideato nel 1942. Spero che molte persone possano decidere di leggere questa storia e restare colpite dalla sua ferocia e dalla sua conclusione scioccante.


Link a L'inquilino del piano di sopra su Libraccio;

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venerdì 3 aprile 2020

29 - "Una Torre per il Profeta" ("How Like an Angel", 1962) di Margaret Millar

Copertina dell'edizione pubblicata
nei Classici del Giallo Mondadori
n. 656
Nella recensione di "Morte al Telefono" di Elizabeth Daly, pubblicata alcune settimane fa, abbiamo visto come la situazione della società del tempo e l'importanza della psicologia e della condizione della mente umana, siano stati gli aspetti fondamentali su cui si è sviluppato il classico romanzo giallo americano, il quale ha raggiunto il proprio apice intorno alla metà del Novecento dall'altra parte dell'Atlantico. La paranoia e le ossessioni che tenevano sotto scacco i cittadini, avviluppandoli in una sorta di limbo angoscioso che li minacciava e schiacciava, ben si adattavano al genere letterario che era nato con le storie di suspense, nella tradizione di quelle delle women in jeopardy di Mary Roberts Rinehart, e che stava seducendo sempre più lettori appassionati, oltre ad autori determinati a dimostrare il proprio punto di vista sulla situazione e ad esplorare gli angoli più oscuri della psiche dell'individuo. Immaginate: la crisi del 1929 aveva lasciato dolorosi strascichi e sferrato duri colpi all'economia, travolgendo gli esponenti di qualunque classe sociale; l'incertezza per il futuro si faceva ogni giorno più pressante ed influenzava l'umore delle persone nella vita di tutti i giorni, sempre uguale e sempre deprimente; nulla pareva capace di sanare le conseguenze degli scontri tra i grandi Paesi del mondo, e le notizie che giungevano dal fronte, sulla salute dei soldati colpiti da PPT (Psicosi Post-Traumatica) e sul numero enorme dei morti, avvilivano una società costituita perlopiù da gente affetta da disoccupazione e condizioni di vita misere. Era impossibile che la letteratura non si facesse influenzare da tutti questi fattori mescolati all'angoscia sempre più dilagante e insopportabile; e il giallo incarnava il genere che meglio si adattava a declinare come essi agissero sui cittadini, logorando i rapporti sociali ed avvelenandone gli equilibri, fino ad esasperare i timori di ognuno.

In questo modo, dunque, alcuni scrittori si ritrovarono ad interpretare un malcontento comune, in cui spettri inquietanti e terribili venivano evocati ed infestavano le conversazioni ogni giorno, il desiderio di trovare pace si trasformava in frustrazione e l'egoismo diventava la cosa più importante da perseguire; più del rispetto delle leggi e del prossimo, tanto ognuno si preoccupava che nessuno sconvolgesse i fragili piani che era andato costruendo con fatica. Questi autori adottarono metodi diversi per interpretare il fatalismo e questi segni del tempo e della società in cui vivevano: alcuni decisero di raccontare la vita attraverso toni duri e violenti, dando meno precedenza all'analisi della psicologia e all'enigma, così da restituire ai lettori una storia che si avvicinasse alla realtà dei fatti nudi e crudi della cosiddetta scuola hard-boiled; altri, invece, sfruttarono la paranoia dilagante per ideare storie agghiaccianti di pazzia e disillusione, in cui lo straniamento dei personaggi e il loro cinismo suscita riflessioni profonde sull'animo dell'essere umano e sulla sua natura intrinseca. Anche in questo secondo caso, come nel primo, le vicende si rifanno ad episodi che con tutta probabilità avremmo potuto vedere dal vivo, se solo fossimo vissuti intorno agli anni '50 del secolo scorso; tuttavia, il fatto di riuscire a calarci nei panni degli sconfitti e dei derelitti protagonisti di questo tipo di romanzo, di poter analizzare le loro azioni e le ragioni che li hanno spinti a compiere un determinato atto, a mio parere riesce a coinvolgere meglio il lettore e a restituire un resoconto più preciso della società e della condizione psicologica in cui versava l'America in quel momento.

Per rendersene conto, basta leggere le storie di alcune scrittrici vissute in quegli anni per comprendere quanto fosse manifesto il lato oscuro dell'animo umano, quello che emergeva dal contatto quotidiano, fatto di rancori ed invidie: i romanzi di Elizabeth Daly, come il sopracitato "Morte al Telefono", oppure quelli di Helen McCloy, come "Come in uno Specchio". Tuttavia, se mai ci fu qualcuno capace di ritrarre, con stile affilato e brutalità irripetibile, il Male e la Pazzia dei tempi turbolenti tra le due guerre mondiali, quella fu di sicuro Margaret Millar. Lo dimostra il suo romanzo che recensisco oggi, "Una Torre per il Profeta" (Classici del Giallo Mondadori n. 656, 1992), il quale tratta una vicenda in cui i personaggi incarnano la Malvagità e la Colpa li perseguita instancabile; dove la desolazione non si limita ad essere rappresentata dai brulli paesaggi che incontriamo, ma si manifesta in mille altri modi; dove l'enigma riflette l'ineluttabile sconfitta dell'individuo contro il Caso e il fatalismo regna incontrastato; dove la malvagità si annida negli angoli più oscuri della psiche e non esistono redenzione e riscatto, ma soltanto insoddisfazione, dolore e disperazione.

Scorcio sul Lago Cachuma e sul territorio circostante, scenario
principale di "Una Torre per il Profeta"
Il racconto si apre con l'immagine di un auto, che percorre una strada in mezzo al deserto e alle montagne della California del Sud, nei pressi di quella che oggi è Santa Ynez. Al suo interno, viaggiano da un paio di giorni il signor Newhouser, di ritorno al ranch in cui vive e lavora, e l'ex-bodyguard e investigatore privato Joe Quinn. Quest'ultimo è in fuga dai debiti accumulati nei casinò di Reno e da una relazione precaria e passeggera, e ha chiesto un passaggio al suo amico con l'intenzione di tentare la fortuna a San Felice e trovarsi un lavoro onesto. All'improvviso, tuttavia, Newhouser rivela di non avere alcuna intenzione di arrivare fino alla destinazione di Quinn, poiché la moglie lo sta aspettando a casa e sarebbe costretto a fare un pezzo di strada in più; quindi l'investigatore si vede costretto a scendere dall'auto nel pieno del deserto californiano e a chiedere rifugio a una strana comunità di fanatici religiosi, i quali si sono radunati attorno a una costruzione che loro chiamano "La Torre". Come Quinn scoprirà ben presto, i componenti della setta sono perlopiù individui inoffensivi che hanno perso la bussola, i quali hanno rinunciato a tutto ciò che possedevano e hanno trovato una casa che li accolga per sfuggire dalla pazzia della società, desiderosi di riallacciare un contatto più fisico con la terra e di spazzare via tutte quelle comodità a cui li ha abituati il mondo moderno. Ci sono Sorella Benedizione, l'infermiera della comunità; Fratello Voce dei Profeti, il piccolo ometto che ama gli animali e non parla mai; Fratello Corona di Spine, il giovane estremista che si occupa dei campi assieme al robusto ed ottuso Fratello Luce dell'Infinito; Fratello del Sacro Cuore, il barbiere designato alla cura del corpo del gruppo; Sorella Contrizione, la cuoca, che ha abbandonato la vita di città assieme alla giovane figlia Sorella Karma e ad altri due bambini. Assieme alla manciata di altre persone della setta, tutti costoro costituiscono le cerchie attorno alle quali emanano il proprio potere i capi della setta, il Maestro e l'anziana Madre Purezza, e accolgono Quinn con moderato entusiasmo e curiosità, come si addice al fedele devoto, permettendogli di fermarsi per la notte e offrendogli un passaggio (forse fin troppo sollecito per non apparire come un tentativo di liberarsi di lui al più presto) fino a San Felice.

Mentre l'investigatore cena in solitudine, tuttavia, Sorella Benedizione decide di avvicinarlo e, tra una innocente confessione e l'altra, gli chiede in tutta segretezza di rintracciare un uomo di nome Patrick O'Gorman. Quinn si lascia incuriosire dalla strana richiesta della donna: quale può essere il motivo che la spinge a cercare qualcuno che non vede di sicuro da tanti anni? Forse la coscienza sporca? Sorella Benedizione, infatti, sembra avere molto a cuore l'integrità propria e quella dei suoi amici all'interno della setta. Oppure quel nome è solo il parto della mente di una persona instabile? In ogni caso, l'investigatore ha bisogno di soldi; e poiché l'anziana signora è riuscita a mettere da parte una discreta sommetta e intende pagarlo con quella, accetta l'incarico e il giorno seguente, arrivato a San Felice sul trattore dello scontroso Fratello Corona di Spine, si mette al lavoro e si dirige a Chicote a bordo dell'automobile di un amico. Dopo il suo arrivo nella città petrolifera, però, più passano le ore e più Quinn si rende conto di essere rimasto invischiato in un mistero fitto e tortuoso. Da quanto riesce ad apprendere dal direttore del giornale locale, John Rhonda, e da una telefonata alla moglie di O'Gorman, quello dell'elusivo Patrick non sarebbe un nome inventato, ma quello di un uomo morto in un incidente stradale, cadendo da un ponte durante una notte di tempesta e finendo inghiottito per sempre dalle acque tumultuose del fiume. Eppure, il suo cadavere non è mai stato recuperato. Può essere che Patrick O'Gorman sia ancora vivo? E se è così, dove si trova adesso? In un crescendo di interrogatori, Quinn apprende sempre più informazioni su di lui; a partire dal fatto che, poco prima della sua scomparsa, si era verificato un caso di appropriazione indebita, del quale era risultata colpevole Alberta Haywood, la sorella dell'ex-capo di O'Gorman, ora rinchiusa in prigione. Forse c'è un legame tra i due crimini perpetrati a Chicote; ma scoprire quale sia è un'impresa ardua. Infatti, sembra che tutti siano più che intenzionati a non risollevare alcuna questione appartenente  al passato: né Martha O'Gorman, la vedova; né George Haywood, il fratello di Alberta; e sua madre; né Willie King, l'amante di George. Deciso a non mollare, Quinn ritorna alla Torre per riferire le sue scoperte a Sorella Benedizione e scopre un nuovo tassello del mistero; prima di scoprire la terribile verità che si cela dietro la scomparsa di O'Gorman, tuttavia, dovrà imbattersi in più di un cadavere sul suo cammino e scendere nelle valli più oscure dell'anima, dove si annidano i desideri nascosti, la malvagità e la corruzione morale degli uomini.

Uomini e donne appartenenti a una setta religiosa, simile
a quella della comunità della Torre
Thriller, noir, romanzo di denuncia sociale e spirituale, simile a un urlo nella notte che squarcia i veli dell'ipocrisia, "Una Torre per il Profeta" è il perfetto esempio di come Margaret Millar interpretasse il mondo che la circondava. Alla pari delle sue colleghe del giallo psicologico americano, quali McCloy, Vera Caspary e Daly, ella diede voce ai problemi reali delle persone e alla paranoia e al fatalismo che dominavano in America tra gli anni '40 e '60, mettendo in luce come la realtà fosse critica già prima dell'avvento del nuovo millennio, nel quale noi viviamo. Con la sua narrativa pessimistica e caratterizzata dallo sconforto dilagante, in modo molto simile a quello adottato dal "Re del Noir" Cornell Woolrich, espresse attraverso le sue opere le difficoltà (così simili alle nostre) a cui le persone comuni andavano incontro ogni giorno, illustrando come la psiche dell'individuo fosse influenzata nel profondo da esse e lo straniamento e le sensazioni suscitate negli stessi personaggi e nel lettore trovassero una spiegazione "logica", a discapito dell'importanza data all'azione violenta e scomposta dagli esponenti della scuola hard-boiled. Dalle conseguenze della guerra, dalle reazioni nate dal contatto-contrasto tra gli individui e dalle ripercussioni generate dalle ossessioni nascoste o represse, Millar (come le altre sue colleghe) trasse ispirazione per sviluppare idee e trame intriganti, dove il pessimismo emerge in tutta la sua forza, la fiducia negli altri viene delusa e ognuno deve ingegnarsi ed arrangiarsi per sopravvivere: niente viene regalato, nelle storie di queste autrici straordinarie, e i protagonisti, spesso incarnati nelle figure di disgraziati sui quali la sfortuna si è accanita e in attori gettati su di un palco senza essere stati istruiti in precedenza, devono sperare di azzeccare la battuta giusta per poter continuare a vivere ancora un po' della loro vita grama.

La tensione generata da questa situazione, inoltre, metteva in moto nelle loro menti complessi mentali dannosi e dava vita a un forte senso di depressione e fatalismo che il lettore riusciva a percepire più o meno distintamente, in base alla capacità e al volere della scrittrice che li interpreta e filtra. Nel caso di Daly, ad esempio, abbiamo visto come il Male e la Pazzia fossero sì presenti all'interno delle sue storie; ma in fondo ritrovavamo in esse anche una certa speranza nel fatto che, col tempo, questi sentimenti sarebbero riusciti ad essere arginati e in qualche modo curati. In Millar (e similmente in McCloy), invece, questo non avverrà mai. La catarsi non proviene dalla guarigione dell'essere umano e dalla consapevolezza che esista una luce in fondo al tunnel; nella concezione dell'autrice, non c'è niente che possa lenire la desolazione dei personaggi, né riscatto né lieto fine. Per capirlo, basta leggere "Una Torre per il Profeta". La storia di Quinn, in fin dei conti, non è segnata da eventi particolarmente lieti: ha perso il lavoro, deve arrangiarsi a raggranellare i soldi che gli sono indispensabili per vivere alla giornata, si ritrova tutti contro e nel finale stringe un rapporto sentimentale che non sappiamo per certo se avrà sviluppi positivi. Nemmeno quella dei vari sospettati, il cui numero comprende i Fratelli e le Sorelle della Torre (disgraziati individui che hanno rinunciato a tutto in favore di poche sicurezze, le quali verranno loro sottratte per la felicità di un individuo crudele che non la merita), oltre ai cittadini di Chicote coinvolti nel caso O'Gorman (infelici e segnati dal proprio Carattere che è anche il loro Destino), trova uno scioglimento felice.

I personaggi incarnano il tipo di individuo insicuro, le cui ambizioni sono fallite e hanno scelto una sorta di solitudine o isolamento esistenziale, e l'unico tipo di ironia che fa capolino tra le righe della storia è quella nera, la quale si diverte come a prendere in giro le sue vittime, a metterle l'una contro l'altra in una battaglia in cui non c'è alcun vincitore, a tormentarle e torturarle finché esse non si arrendono alla sua forza. Anche l'amore presente in "Una Torre per il Profeta" non si rivela essere qualcosa di positivo, che allevia le pene dei personaggi, ma solo un bisogno istintivo irrazionale e malato, da cui vengono generati i presupposti di più di un crimine. Insomma, secondo Millar la realtà che ci circonda non è affatto benevola e piena di risvolti ottimistici; inoltre, l'essere umano stesso è nato malvagio, è costretto a vivere per scontare la propria colpa e deve morire dopo un'esistenza piena di dolore e di sforzi che si riveleranno infruttuosi, secondo un Destino che è stato tracciato molti anni addietro e al quale non si sfugge. Senza dubbio, si tratta di una visione desolante e pessimistica, nella quale nessuno trova scampo e in cui si riflettono riflessioni filosofiche che di rado si riscontrano all'interno di romanzi di intrattenimento o "letteratura popolare". Qualcuno può credere che affrontare tali temi sia fuori luogo in un libro come questo; eppure, uno dei meriti del giallo è proprio quello di riuscire a restituire al lettore disinteressato opinioni che, con tutta probabilità, non avrebbe mai conosciuto in altro modo, spingendolo a riflettere a fondo. Anche per questo "Una Torre per il Profeta" e gli altri romanzi di Margaret Millar sono, a mio parere, al livello dei più grandi esempi di crime story classica: poiché riescono ad andare oltre, ad affrontare argomenti "scomodi" usando un linguaggio comune ma mai banale.

Margaret Ellis Millar, nata nel 1915 e
morta nel 1994
Questa visione del tutto pessimistica della vita da parte di Margaret Ellis Millar fu probabilmente influenzata dalle numerose vicissitudini di cui la scrittrice fu protagonista. Nata nel 1915 nell'odierna Kitchener, in Canada, ella fu educata prima al Kitchener-Waterloo Collegiate Institute e in seguito all'Università di Toronto. Considerata in famiglia come un "vero genio", venne allevata fin da bambina a mettere alla prova le proprie capacità, tra le quali spiccò subito la passione per la scrittura (inizialmente di poesie, per poi passare alla prosa), che la accompagnò costantemente dal momento in cui terminò di studiare. Risalgono infatti agli anni Quaranta i primi tentativi di mettere insieme qualcosa di scritto che potesse fruttarle del denaro: già da piccola aveva avuto l'occasione, grazie ai due fratelli più grandi, di esplorare il mondo del pulp grazie alle riviste che loro erano soliti comprare e nascondere sotto i materassi, dove puntualmente venivano scovati dalla giovane Margaret e divorati; per cui non le erano estranee le storie dei detective americani dei primi anni del Novecento e quelle di Erle Stanley Gardner (di cui si professò una grande ammiratrice), a cui si ispirò per tracciare la trama di "The Invisible Worm", un libro "piuttosto leggero e con un mucchio di omicidi" come lei stessa l'ha definito. Quello fu un periodo felice solo in parte, comunque, poiché alcuni problemi di salute avevano già iniziato a presentarsi: in quegli anni, infatti, si ammalò di cuore e dovette trascorrere del tempo a letto, dove l'unica consolazione fu proprio la lettura. Oltre al fatto che i volumi le venivano portati dal suo Ken. Poco prima, infatti, si era sposata e si era trasferita dal Canada in America assieme a Kenneth Millar, lo scrittore divenuto famoso con lo pseudonimo di Ross Macdonald, col quale avrebbe avuto una bambina e avrebbe condiviso tanti anni felici e una lunga carriera in campo letterario.

Insieme, senza risultare l'uno troppo invadente nei confronti dell'altra, intrapresero così il lavoro di autore a tempo pieno; un'impresa significativa soprattutto per Margaret, la quale si trovò a rappresentare il sesso femminile in un mondo dove la violenza e l'azione maschile erano la regola. Eppure, lei non si scoraggiò mai; anzi, affermò di essersela goduta un mondo a scrivere in un momento in cui il suo tipo di romanzi non veniva affrontato da molte donne. Bisogna precisare che, in realtà, i libri di Millar appartengono a un genere un po' particolare, poiché non sono degli esempi tipici della letteratura delle women in jeopardy ma neppure della scuola hard-boiled: furono infatti dei thriller psicologici più moderni del loro tempo, simili a quelli a cui siamo abituati al giorno d'oggi, in cui l'elemento psicologico si affianca a temi importanti e a una profonda analisi della realtà del tempo e dei suoi mali. Libri "diversi" alla maniera di quelli di Agatha Christie, mai uguali l'uno all'altro nello svolgimento e negli argomenti trattati. Perfezionista, abituata a lavorare al mattino (mentre Ken lo faceva al pomeriggio), Margaret Millar innovò in questo modo un genere (quello del giallo americano tipico delle "signorine omicidi") che era rimasto a lungo ancorato a stereotipi sorpassati e un po' prevedibili, introducendo novità in ogni ambito ed eliminandone le rughe dell'età, al punto da diventare una delle più grandi scrittrici di suspense di sempre. Di tanto in tanto si spostava assieme a Ken, quando ne aveva bisogno lei (per una breve esperienza come sceneggiatrice per Hollywood, quando vendette quella del suo "Sapore di Paura" ed ebbe la fortuna di incontrare Ronald Reagan ed Errol Flynn) oppure quando era costretta a seguire lui (per un tedioso periodo trascorso nella città universitaria di Ann Arbor, dove ambientò "Il Segreto di Virginia" e imparò ad odiare lo snobismo delle donne del campus); ma la base della coppia restò a lungo Santa Barbara, dove ambientò alcuni dei suoi gialli più belli.come "Cercatemi Domani, Sarò Morto" e "Una Torre per il Profeta".

Laggiù trascorsero i giorni migliori, ma anche i peggiori: dopo essersi ammalata di tumore ed essere guarita, infatti, in seguito Margaret iniziò a perdere la vista e dovette faticare molto per continuare a scrivere con gli stessi ritmi di sempre. Soprattutto, però, fu la catastrofe della malattia di Ken a minare le loro vite. Egli si ammalò di Alzheimer e, nell'arco di qualche anno, dovette essere tenuto d'occhio giorno e notte, con l'inevitabile conseguenza di essere infine rinchiuso in una casa di cura, fino alla morte. Margaret, stremata nonostante l'aiuto di un infermiere ma decisa più che mai a non cedere al lusso di una segretaria, continuò personalmente nella stesura dei suoi romanzi (che non considerava affatto inferiori ai cosiddetti "libri seri") e nell'attivismo politico, a cui aveva preso parte fin da giovane, affiancata da numerosi cani e affrontando temi e argomenti sempre più spinosi che trattava grazie anche ai suoi peculiari personaggi, mentre il tumore tornava e le portava via un intero polmone. Tra la pubblicazione di un nuovo giallo (a volte sotto gli pseudonimi "San Felice" o "Santa Felicia") e un'intervista arguta, un ricordo di Ken e la crescita della figlia, tirò avanti fino al 1994, quando alla fine morì, portandosi via una vittoria più che meritata per l'Edgar nel 1956, con "La Porta Stretta", e lasciando dietro di sé tantissimi romanzi (oltre a quelli già menzionati, va ricordato "Uno Sconosciuto nella Mia Tomba", forse il suo capolavoro) e una fama che al giorno d'oggi le permette di essere ancora pubblicata in America. Margaret Millar resta una delle più grandi gialliste d'oltreoceano che siano vissute, capace di raccontare l'evoluzione (nel bene e nel male) del ruolo della donna nella società e di consegnarci personaggi e scenari indimenticabili. Quando, in un'intervista, "Una Torre per il Profeta" venne definito come "il suo libro che la maggior parte della gente predilige" e le fu chiesto quale fosse, secondo lei, il motivo del successo di quest'ultimo presso i lettori, Millar rispose che probabilmente ciò era dovuto al fatto che esso era stato ambientato in luoghi reali. Raccontò che, una volta, un amico aveva caricato lei e Ken in macchina e li aveva portati a vedere questo posto "assolutamente incredibile che dava sul mare da un lato e sul lago [Cachuma] dall'altro. Con quella torre che sorgeva lì in mezzo". Si trattava di un sito abbandonato, pieno di rifiuti e lasciato andare in rovina, il quale colpì subito la sua immaginazione e la indusse a trasformarlo in un luogo ideale per dare vita alla sua "personale" setta. In quel periodo, il proliferare delle comunità sullo stile di Scientology non aveva ancora preso del tutto piede, ma entro un paio d'anni proprio il Sud della California si sarebbe riempito di sedicenti santoni e di adepti bramosi di conoscere la loro Verità; forse questo anticipare i tempi fu un altro motivo che contribuì a imprimere nella memoria dei lettori questo straordinario romanzo giallo e ad accrescere la fama della sua autrice. Eppure, secondo me la grandezza di "Una Torre per il Profeta" non si riduce solamente a quest'aderenza alla realtà in fatto di ambientazioni, studiate fin nei più piccoli dettagli e ritratte con occhi critico.

Certo, leggendo le descrizioni della Torre, con i suoi asettici e ricchi piani strutturali che stridono con la povertà e il sudiciume degli edifici comuni per i Fratelli e le Sorelle; quelle delle strade polverose, brulle e desolate che attraversano i deserti aridi e che si possono ancora percorrere nei dintorni di Santa Barbara; quelle degli alberghi e delle case private di Chicote, oppure quelle di San Felice, dove al lusso si affiancano le misere abitazioni degli operai, non possiamo fare a meno di sentirci ancor più immersi all'interno della storia. Però ci sono tante altre cose in essa che si potrebbero esaltare, prima tra tutte l'essere una storia originale e diversa dalle altre, pur con i toni caratteristici di Millar. In questo caso, sono la religione, la condizione delle carceri e la relazione matrimoniale ad essere sottoposte ad analisi: quando andiamo ad incontrare Alberta in prigione, ad esempio, ci viene mostrato come esse non siano luoghi in cui i carcerati effettuano una redenzione, ma posti desolati dove i criminali vivono nella frustrazione e covano vendetta; la descrizione della setta della Torre, invece, mette in luce come questi gruppi siano manipolabili e pericolosi, benché spesso siano gli stessi adepti quelli che si ritrovano nei guai; infine, i rapporti sentimentali e omosessuali (tema più che scottante) che ci vengono descritti assumono la forma di prigioni da cui gli individui tentano di fuggire. Ognuno di questi elementi rappresenta una struttura che l'uomo ha costruito intorno a sé, dalla quale brama di allontanarsi e liberarsi, la quale rispecchia perfettamente l'idea di Millar della realtà in cui viveva e del rapporto esistente tra gli esseri umani. Come una discepola di Flannery O'Connor, ella tratteggia non solo il fanatismo religioso, i conflitti razziali e la violenza del sud degli Stati Uniti attraverso una particolare sensibilità, con l'obiettivo di agitare le coscienze e scuotere i lettori dal loro torpore fino a turbarli; ma si impegna a descrivere come l'uomo sia pervaso fin nel profondo da un'intrinseca malvagità. Eppure, Millar non rinuncia all'ironia per sottolineare la corruzione della società: se dicessimo che in questo romanzo essa non c'è, commetteremmo un errore. Si tratta però di un tipo di ironia che si avvicina al nichilismo, dove sono la messa in ridicolo di individui pomposi (come il capitano Connelly che odia la moglie al mattino e la ama alla sera, o Rhonda) oppure di poveri disgraziati a dominare la scena. Tutto questo mostra come l'ipocrisia sia presente in ogni elemento della realtà che ci circonda: il Diverso, che da una parte viene compatito e dall'altra deriso per la sua miseria, viene incarnato in tutti i personaggi, tragicomici attori incapaci di rendersi conto della vacuità della propria vita (oppure ostinati a non farlo per evitare di infrangere le illusioni di cui si sono circondati). Quinn è un uomo disilluso e consapevole delle proprie debolezze che le combatte a suon di battute, Martha O'Gorman convive con il senso di colpa dietro una facciata di praticità, John Rhonda è disposto addirittura a tradire gli amici pur di "fare notizia", il Maestro è avido di denaro ma si atteggia a figura spirituale interessata al benessere dei suoi compagni, Alberta Haywood e Patrick O'Gorman hanno nascosto dietro le apparenze desideri egoistici, la signora Haywood predica la disponibilità verso il prossimo ma in realtà è un'egoista, i Fratelli e le Sorelle si atteggiano a virtuosi esempi di onestà ma celano pericolosi segreti e ossessioni. Proprio questi ultimi costituiscono l'esempio migliore per tratteggiare il prototipo del personaggio di Millar: individui fuori dagli schemi, considerati alla stregua dei pazzi e costretti a vivere ai margini della buona società per non sfigurare, delineati attraverso le preoccupazioni e le emozioni attinenti alla gente comune e reale che incontriamo ogni giorno per strada.

La loro psicologia costituisce una parte importantissima all'interno delle vicende, come accade sempre nei libri di Millar (tanto che essi divennero oggetti di studio da parte di riviste specializzate sulla psichiatria), e viene esaltata dai nomi con cui essi vengono chiamati: Voce dei Profeti, Corona di Spine, Luce dell'Infinito, Contrizione, Benedizione, Karma... Ognuno di essi illumina meglio di un marchio il ruolo che i protagonisti avranno all'interno della storia, le sottigliezze dell'interazione umana e i ricchi dettagli psicologici che si celano dietro le maschere. Si tratta di eroi o di antagonisti? A questa domanda non sono ancora riuscito a rispondere. Quello che so, però, è che spesso nei libri di Margaret Millar le vittime non sono quelle effettive, i cadaveri che ci vengono presentati di volta in volta, ma piuttosto chi resta indietro e deve far fronte al vuoto lasciato dai morti. "È tragico quello che capita a tutti" era solita ripetere, oltre al fatto che "la vita è molto, molto crudele". Forse ciò è legato alla sua esperienza con la malattia di Ken. In ogni caso, la visione totale del mondo che emerge dai suoi romanzi è quella di un agglomerato di paranoici bugiardi e sull'orlo della pazzia, nel quale non esiste redenzione e dove le forze governanti sono il male e la pazzia che si annidano nell'oscurità. Gli stessi stile ed enigma di "Una Torre per il Profeta" ne sono una prova: il primo è evocativo, basato su più punti di vista e ci permette letteralmente di entrare nella testa dei personaggi (cap. 23, 25) e di sondare i loro istinti e le emozioni confuse, in modo da costruire un mondo intorno; il secondo, benché all'apparenza un po' prolisso e dispersivo, riflette l'astrusità e l'ostilità della realtà in cui viviamo tutti quanti; quelle stesse che si ritrovano in altre opere classiche, a partire da "Amleto" di Shakespeare (dal quale, tra l'altro, Millar prese ispirazione per il titolo di questo libro). Ma non per questo bisogna considerare Margaret Millar come una persona cinica. Piuttosto, amava definirsi "realistica", poiché il cinico è uno che dà il prezzo ad ogni cosa ma non ne riesce a cogliere il valore; mente lei sapeva apprezzare la bontà delle persone. Solo che alla fine la cattiveria umana riusciva spesso ad avere la meglio e ad imporsi, come è accaduto pure in "Una Torre per il Profeta", la storia poliziesca "coi personaggi più scombinati e strani che avessi mai letto" secondo il giudizio di Raymond Chandler. Strani, certo, ma talmente veri da apparire inquietanti.

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venerdì 10 gennaio 2020

20 - "Un Piccolo Omicidio di Natale" ("Another Little Christmas Murder", 1947) di Lorna Nicholl Morgan

Copertina dell'edizione pubblicata
dalle Edizioni Lindau
Dopo l'enigma in "Quando l'Amore Uccide", i personaggi in "Natale con Delitto" e lo stile in "Sotto la Neve", eccoci giunti all'ultimo tra i punti che caratterizzano il "Christmas Murder Mystery": ovvero, l'ambientazione. Di tutti e quattro, questo è forse quello più debole, poiché necessita di essere affiancato ad almeno un altro elemento della narrativa gialla per poter esprimere al meglio il proprio potenziale. Infatti, non basta certo inventare una storia calata in uno scenario da sogno, come un'isola dei Caraibi o una casa isolata dalla neve nella campagna inglese, per evocare qualcosa di indimenticabile oppure originale e immergere chi legge all'interno della vicenda: pur costruendo suggestive rappresentazioni di luoghi immaginari, magari in parte prese in prestito da altri scrittori e sfruttate come punto di partenza per le loro trame, ciò non toglie che, se il resto non funziona perché i personaggi sono scialbi oppure si muovono in modo disordinato dentro un mistero insulso o narrato con uno stile troppo grezzo, allora sarà servita a ben poco un'attenta descrizione degli ambienti in cui la storia si svolge. Ultimamente, ad esempio, mi è capitato di leggere un thriller moderno, che è stato spacciato come "nella migliore tradizione del giallo alla Agatha Christie". All'apparenza, tutto faceva presagire che si trattasse di una lettura affascinante e di spessore; ma quando sono arrivato alla fine del libro, ho dovuto constatare che le premesse non erano state affatto mantenute, tanto da farmi rinunciare a scrivere una recensione. E non pensate che, tra i romanzi contemporanei, non ci sia ben più di qualche romanzo del mistero che merita l'attenzione degli appassionati di giallo classico! In questo caso specifico, però, il thriller è stato costruito più sul risalto che avrebbe dato il suo scenario e sulla psicologia, che sugli indizi messi a disposizione del lettore (come accade nella maggior parte delle volte); e su personaggi calati in una narrazione fatua e dalla coscienza fin troppo contorta, tanto da farli sembrare fantasmi inconsistenti invece di persone reali. L'unico elemento che si salvava era proprio l'ambientazione invernale di uno chalet di montagna, circondato dalla foresta innevata e silenziosa: ecco, quello sì che richiamava la tradizione di Agatha Christie, con luoghi affascinanti e misteriosi, ma non è certo stato abbastanza per compensare una storia dallo stile tanto moscio.

Il risultato restituito al lettore, quindi, a mio parere è stato quello di aver dato fin troppa importanza ai luoghi in cui si è svolta a vicenda, senza mettere loro accanto qualcosa d'altro a rinforzo e tralasciando il perfezionamento dell'indagine. Eppure sarebbe stato sufficiente un racconto più solido oppure un mistero maggiormente classico, mescolato ad essa, per rimediare a scivoloni grossolani e per dare vita a un mystery intrigante e, allo stesso tempo, di grande effetto scenico; come "Sotto la Neve" di Farjeon, dove il racconto e l'ambientazione riescono in parte a sopperire alla fragilità dell'enigma in fatto di fair play, oppure i thriller ideati da Ethel Lina White, in cui spesso il dualismo tra tradizione (nelle descrizioni dei luoghi) e modernità (nella trattazione del mistero) riesce a dare vita a storie in cui il lettore non può fare a meno di immergersi completamente. Un discorso simile a quello fatto per il thriller che ho preso ad esempio si potrebbe fare anche per il romanzo che recensisco oggi, nel quale lo scenario in cui si muovono i personaggi occupa una parte forse troppo larga della storia. All'interno di "Un Piccolo Omicidio di Natale" di Lorna Nicholl Morgan (Lindau, 2019), infatti, benché i luoghi appaiano vividi tanto quanto le persone che li popolano, con le loro stanze gelide e ostili e i lunghi corridoi minacciosi e oscuri che ricordano la tradizione delle Regine del Brivido americane oppure la stessa White, essi sembrano sostituirsi ai protagonisti e diventare loro stessi il cardine di una narrazione, di conseguenza, meno centrata e caratterizzata da toni melodrammatici davvero accentuati. In questo modo, purtroppo, soffermandosi su elementi di importanza secondaria, si perde un po' il vero fulcro di ogni romanzo giallo che si rispetti (l'enigma e il suo impatto sui personaggi); anche se, devo ammetterlo, "Un Piccolo Omicidio di Natale" ha riservato anche qualche sorpresa in positivo, riguardo alcuni temi e aspetti della trama.

Una grande casa isolata e immersa nella neve, simile a
Wintry Wold
La storia inizia presentandoci Dylis Hughes, un'entusiasta agente di commercio che sta viaggiando per lavoro in giro per uno Yorkshire abbondantemente innevato. Benché la sua auto non sia del tutto in sesto e le previsioni meteo abbiano annunciato un'imminente bufera di neve, infatti, la ragazza intende svolgere il proprio compito e raggiungere la vicina cittadina di Raggden, così da pubblicizzare i prodotti della ditta di cui è orgogliosamente socia e concludere qualche vendita vantaggiosa. Tuttavia, proprio mentre sta tentando di orientarsi nel bel mezzo del paesaggio candido e gelido, ecco che la temuta tempesta si abbatte sulla piccola auto e sulla sua passeggera, costringendole a bloccarsi sul ciglio dell'Harry's Hole (un pericoloso precipizio) e impedendo loro di arrivare a destinazione. Dylis ha imparato a non lasciarsi abbattere dalle avversità e, sebbene impensierita, si prepara a trascorrere la notte all'interno della sua automobile; quando l'arrivo tempestivo e fortunoso di un giovane di nome Inigo Brown sembra volgere la sorte in suo favore. Quest'ultimo, infatti, sta dirigendosi verso la villa dello zio, un ricco possidente delle vicinanze che vedrà per la prima volta nella sua vita, e si offre di condurre con sé la ragazza; tanto più che il vecchio signor Brown si è raccomandato con lui di portare a Wintry Wold anche un amico. Laggiù potrà attendere che il tempo si rassereni e le consenta di andare a cercare un carro attrezzi per l'auto impantanata, e nel frattempo trascorrere del tempo con lui e i suoi parenti.

Benché dubbiosa, Dylis decide di accettare l'offerta di Inigo e i due, a bordo della potente automobile di quest'ultimo, raggiungono Wintry Wold. L'enorme edificio, immerso nella luce del crepuscolo calante e del bianco manto della neve, appare simile a un animale addormentato, ma all'erta e pronto a difendersi dalle offensive dei visitatori indesiderati; un po' come la donna che viene ad aprire loro la porta, la quale asserisce di essere la moglie del padrone di casa, Theresa Brown. Allo stesso modo dei domestici (due individui dall'aspetto poco professionale e ancor meno rassicurante) e le altre persone presenti alla villa (un ubriacone di nome Carpenter e un paio di autisti rimasti in panne col loro camion), anche lei dà una strana impressione in Inigo e Dylis: tutti sembrano sul chi vive, per motivi diversi, ma soprattutto Theresa, la quale pare più che intenzionata ad impedire ai due giovani di incontrare il vecchio signor Brown, il quale è costretto a letto da una misteriosa malattia. In breve tempo, altri viaggiatori (un entusiasta salutista, Mr. Howe, e il suo segretario Mr. Raddle, il giornalista Charlie Best e uno strano signore dall'aria distinta di nome Ashley) si aggiungono ai rifugiati di Wintry Wold per scampare alla bufera di neve che imperversa sulla campagna inglese; finché, mentre l'affabilità di Theresa stride sempre più con un curioso atteggiamento scostante e misterioso, la morte verrà a visitare la casa. E se il decesso sembra non riservare alcuna stranezza, tuttavia la scomparsa di alcuni residenti e rumori misteriosi fuori dalla sua porta e lungo gli oscuri corridoi, mescolati al suo naturale atteggiamento risoluto, porteranno Dylis ad intraprendere un'indagine personale e a tentare di capire cosa si cela davvero dietro le facce ipocrite e gli strani comportamenti degli abitanti di Wintry Wold, prima che si verifichi un "piccolo omicidio" in occasione dell'imminente Natale.

Una scala misteriosa...
"Un Piccolo Omicidio di Natale" appartiene a quella folta schiera di romanzi gialli classici che, in Inghilterra, hanno potuto rivedere la luce in seguito a un lungo periodo di trascuratezza, grazie al successo arriso alla ripubblicazione di "Sotto la Neve" di J. Jefferson Farjeon. Dopo la straordinaria scalata di questo titolo alla top ten dei bestsellers nel 2014, infatti, molti editori hanno seguito l'esempio della British Library Crime Classics e, in occasione delle feste natalizie, producono ogni anno almeno un rinomato (dagli appassionati) titolo a tema; un po' come accadeva con il "Christie di Natale", quando Agatha era ancora viva. In Italia, per qualche tempo, lo ha fatto Polillo, e adesso questa consuetudine è stata raccolta da Lindau, il quale ha dato rispettivamente alle stampe "Natale con Delitto" di Mavis Doriel Hay, "Morte nella Neve" di Farjeon (ritraduzione del titolo qui sopra) e proprio il romanzo che recensisco oggi. Tuttavia l'autrice di quest'ultimo, Lorna Nicholl Morgan, rientra nel novero degli scrittori di mysteries tradizionali che non hanno saputo costruirsi una certa fama neppure tra gli appassionati: a differenza di Farjeon, il quale fu molto apprezzato mentre era in vita, lei non ha lasciato segni inconfondibili del suo passaggio all'interno del genere, in modo simile a H.H. Stanners (il cui "Com'è Morto il Baronetto?" ha rivisto la luce soltanto nel nostro Paese, appena un anno fa). E se, nel caso di Stanners, io non sono riuscito a capire perché il suo libro non sia stato riscoperto prima, dopo aver letto "Un Piccolo Omicidio di Natale" credo di poter immaginare le cause per cui l'opera di Morgan non abbia resistito adeguatamente alla prova del tempo.

Pubblicato per la prima volta nel 1947 come "Another Little Murder", questo giallo mi ha infatti dato l'impressione di essere un po' troppo fuori fuoco, per diversi motivi: primo tra tutti, la decisione di aggiungere al titolo la parola "Christmas/Natale" alle rispettive edizioni inglese ed italiana. Se è vero che l'atmosfera generale del libro rimanda al periodo delle feste di fine anno, con tanto di neve in abbondanza e misteri da svelare in gelidi scenari da cartolina natalizia, è pur vero che manca del tutto la presenza di alberi decorati, gaudenti propositi nell'organizzare cene allegre e quei giochi o scenette teatrali che spesso si accompagnano a questa occasione. Capisco che intitolare questo romanzo "Un Piccolo Omicidio Invernale" avrebbe forse fatto meno presa sui lettori; però non trovo nemmeno giusto imbrogliare chi lo compra. In ogni caso, comunque, personalmente questa critica reca meno importanza rispetto ad altre (sapevo già che il Natale non era argomento principale di questo giallo, quindi non ho avuto alcuna sorpresa in questo senso). Tutt'altro discorso, però, riguarda il suo contenuto. Infatti, se per alcuni elementi esso si avvicina a quello di "Sotto la Neve", con un enigma e un racconto in cui contano più le emozioni della complessità e dell'accuratezza dell'indagine, rispetto al tipo del giallo natalizio imperniato sul puro mistero (come "Il Natale di Poirot" oppure "Natale con Delitto"), d'altra parte ho avuto la sensazione che il soggetto di "Un Piccolo Omicidio di Natale" non si possa nemmeno accostare del tutto a quello del libro di Farjeon. Mi spiego meglio.

Quest'ultimo, secondo me, è stato impostato in modo strettamente "inglese", con suggestioni di intimità legate al periodo vittoriano, e ha fatto dell'evocazione di un clima da fiaba il proprio punto focale; mentre il mystery di Morgan assomiglia più al genere di romanzo del mistero che è stato portato alla ribalta dalle Regine del Brivido americane; nella maggior parte dei casi molto buono, per carità, ma pur sempre segnato da accentuali elementi di suspense a discapito del caso. L'impressione finale che ho percepito dalla lettura di "Un Piccolo Omicidio di Natale", dunque, è stata di mettere insieme, in modo un po' goffo e impreciso, caratteri del giallo tradizionale con molti altri di impronta americana; col risultato di creare una sorta di thriller ingentilito, contraddistinto da uno spiccato senso del melodramma e da una protagonista femminile molto risoluta (a differenza della classica woman in jeopardy), in cui si vuole far coesistere un dualismo "alla White" ma senza riuscirci. A differenza dell'uso che se ne fa nella narrazione di White, infatti, in questo libro gli elementi del giallo di suspense sono molto più accentuati e l'effetto che se ne ricava è quello di dare vita a un racconto che si potrebbe definire "freddo" e affilato; nel quale l'atmosfera non è più quella "calda", familiare e intima di salotti confortevoli e il clima tutto sommato disteso, suggestivo e privo di bruschi sbalzi, ma piuttosto ostile verso i personaggi e fin troppo algido, in cui il brivido non manca in tutti i sensi. Personalmente preferisco il taglio adottato da Farjeon a quello di Morgan, ma probabilmente chi va matto per il mystery da brivido trarrà soddisfazione da questo libro.

Copertina della recente edizione
pubblicata da Sphere, in Inghilterra
Perciò, dato questo lungo discorso in gran parte negativo, leggere "Un Piccolo Omicidio di Natale" si è rivelato una totale perdita di tempo? Affatto. Tenuto conto delle imprecisioni innegabili dell'enigma e della sua storia un po' banale, infatti, non si può certo nascondere il fatto che questo romanzo abbia riservato anche qualche sorpresa in positivo. Non fatevi ingannare dal fatto che esso sia stato ripubblicato per la prima volta solo dopo sessant'anni o che in pochi conoscessero la sua autrice: ciò non è dovuto del tutto alla sua inesperienza o alla povertà intrinseca della sua opera, ma pure dal fatto che di lei non si conosce quasi nulla. Come era stato per H.H. Stanners, infatti, di Lorna Nicholl Morgan si sa soltanto che fu una scrittrice di gialli degli anni '40 e che pubblicò, nell'arco di quattro anni, altrettanti volumi: "Murder in Devils' Hollow" (1944); "Talking of Murder" (1945), in cui il membro di un esclusivo club muore alla vigilia di Capodanno; "The Death Box" (1946), dove la vicenda è incentrata su di un corpo rinvenuto all'interno di una scatola e sulla scomparsa di una giovane signora; e "Un Piccolo Omicidio di Natale" (1947). Un vero peccato che le notizie sul suo conto siano tutte qui. Ma siccome non mi va di liquidare troppo in fretta l'elusiva figura di questa scrittrice, dopo i suoi sforzi per imporsi al mondo, vorrei intraprendere una sorta di indagine, alla maniera di quella fatta per Stanners, e provare a ricavare dalle informazioni contenute nel suo libro (l'unico da me letto finora) qualche elemento della sua personalità.

Per iniziare, prenderei in esame i personaggi, ritratti con una certa dose di asetticità ma dotati di un netto carattere e tratteggiati con attenzione, oltre ad essere molto vari. Tra tutti, mi hanno colpito soprattutto Ashley (col suo particolare metodo di "indagine", pp. 112-115, 177, 181), Howe e Raddle, a causa delle loro sciocche manie salutiste, e ovviamente Dylis. Ognuno di loro potrebbe lasciar trapelare un pezzetto della loro creatrice e dare l'idea di come fosse: discreta, forse interessata alle malattie e i loro rimedi salutisti, ma soprattutto forte, determinata, intelligente ed entusiasta come la protagonista (pp. 7-12, 18, 66, 99, 132, 145, 156, 176-177, 180), dotata di un forte ottimismo e dalla personalità spiccata, la quale viene esaltata nel trio di caratteri centrale nel romanzo, costituito assieme a quelli di Inigo e Theresa. Con quest'ultima viene messo in scena un forte contrasto: una è fatua, capricciosa, un po' inconsistente; l'altra, invece, è indipendente, coraggiosa (a volte fin troppo) e curiosa. Inoltre Dylis ha intrapreso una carriera (quella del commesso viaggiatore) che spesso viene ricollegata agli uomini, dando prova della sua voglia di osare e di mettersi in gioco per sovvertire i ruoli (devo ammettere, insomma, che in questa scelta ho visto un po' di femminismo, da parte di Morgan). Ma non solo; oltre alla sua passione per le cure e le diete naturali (pp. 45-47, 49-54, 56, 74-75, 94-96, 115, 128-129, 158, 186-189, 263-266), insolita all'interno della letteratura del mistero della Golden Age (anche se bisogna ricordarsi del detective salutista di Victor Whitechurch, Thorpe Hazell), l'autrice si è distinta in questo romanzo per aver inserito un tema scottante per il tempo: ovvero, quello della pornografia! Si tratta di un elemento curioso, che dimostra come lei intendesse mettersi alla prova grazie ai suoi libri e avesse deciso di sfruttare la rigidità delle leggi britanniche a riguardo, per costruire il proprio mistero. Mistero che, per qualche vago cenno, assomiglia a quello di "Trappola per Topi", dove un gruppo di estranei si ritrova bloccato in un luogo chiuso e deve convivere con il timore di essere ucciso nel sonno da uno degli altri viaggiatori. Stavolta, però, il caso viene lasciato andare senza grande attenzione ai particolari e risulta banale; probabilmente nemmeno Morgan credeva fino in fondo alla storia che stava scrivendo, la quale appare come un qualcosa di già visto, desolata e senza quel mordente caratteristico dei capolavori del giallo. Tuttavia, la resa dell'atmosfera (pp. 28-30, 34, 36-42, 47-50, 52-59, 96-98, 108-110, 120-125, 131-136, 142-143, ma non solo), con sinistri passi lungo i corridoi, i rumori scricchiolanti della casa e le presenze spettrali, genera un piacevole senso di brivido lungo la schiena, che monta mano a mano mentre passa il tempo; fino al momento in cui il sospetto diventa insopportabile e la tensione si spezza (cap. 13).

Una cosa, dunque, è certa: Morgan sapeva scrivere in modo da catturare i sensi del lettore e suscitare suggestione, grazie a uno stile ricco di humor (esempio pp. 105-107), dove il divertimento si mescola a un potente tono melodrammatico e sinistro (in questo è molto simile a quello di Farjeon in "Sotto la Neve"), e a un senso dell'ambientazione che rende perfettamente l'aura minacciosa dell'antica dimora in cui Dylis e gli altri viaggiatori sono capitati e il pericolo costituito dalla bufera di neve (simile a quello corso dall'Inghilterra e dall'Europa tra la fine del 1946 e il 1947, pp. 8-12, 21-22, 32-33, 41, 61, 63-67, 79-80, 129, 243). In conclusione, dunque, "Un Piccolo Omicidio di Natale" è risultato un po' più debole rispetto ad altri letti durante queste feste di Natale; però non mi ha deluso. Mi aspettavo una storia giocata sul fascino e la suggestione da brivido, benché con un enigma più articolato, ed è ciò che, tutto sommato, ho trovato: una lettura simpatica e per certi versi sorprendente, da riservare per i momenti in cui si è al caldo, sotto le coperte. Sono curioso di leggere altro di Lorna Nicholl Morgan, per vedere se il giudizio complessivo sull'opera può migliorare; chissà che non ci si riesca in futuro.

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venerdì 8 novembre 2019

13 - "Presagio di Morte" ("The Grindle Nightmare", 1935) di Patrick Quentin/Q. Patrick

Copertina dell'edizione pubblicata
nel Giallo Mondadori n. 1472
Secondo definizioni inflazionate e poco originali, la crime story classica della Golden Age è stata classificata in modo categorico come "confortevole" e tacciata di essere "snobbery with violence" (ovvero altezzosa al limite del fastidioso). Le è stato imputato di mostrarsi distante dalla realtà odierna, di narrare vicende noiose e soporifere e di sfruttare stereotipi stantii, con toni pedanti al limite della pignoleria e attraverso temi insulsi. Chiunque abbia letto numerosi romanzi gialli, tuttavia, può confermare che niente potrebbe essere più distante dalla realtà. Infatti, sebbene ogni tanto essa utilizzi elementi comuni e in qualche modo prevedibili (ma quale genere letterario non lo fa?), il più delle volte li declina secondo criteri inattesi, che spesso si concentrano su aspetti cinici e poco confortevoli della vita quotidiana ma ancora attuali ai nostri giorni, introducendo elementi di rottura con le aspettative del lettore e trattando argomenti "scomodi" e spiacevoli, se non brutali, i quali vanno al di là delle impressioni superficiali che egli può farsi in un primo momento. A dimostrazione di quanto affermo, vorrei sottolineare il fatto che molte opere scritte nella prima metà del Novecento hanno addirittura contribuito a dare vita al thriller moderno: ad esempio, "L'Omicidio è un Affare Serio" di Francis Iles/Anthony Berkeley narra una storia la quale, pur essendo ambientata in un tipico villaggio di campagna inglese, in realtà presenta caratteri che provocano disagio e turbamento molto forti. Lo stesso si può dire di alcuni romanzi americani, tra i quali il più famoso è forse "La Rossa Mano Destra" di Joel Townsley Rogers, dove l'elemento dell'enigma tradizionale viene unito a un'atmosfera psicologica oscura e inquietante, in un tentativo di modernizzare la narrazione e renderla al passo con i tempi.

Non sempre questi sforzi sono stati premiati: proprio per il loro essere stati in anticipo sui gusti futuri, innovativi in un mondo che desidera evolversi ma considera le novità con diffidenza, essi non sono riusciti a far presa sulle persone e sono stati trascurati, in favore di romanzi gialli meno "di rottura", con la conseguenza di cadere in un ingiusto oblio e risultare sconosciuti al grande pubblico; finché alcuni critici non hanno saputo valorizzarli con le loro parole e restituire loro i giusti meriti. Anche io, nel mio piccolo angolo di riflessione, desidero fare la mia parte. Con l'avvicinarsi di Halloween, poi, appare adatto soffermarsi su una crime novel più macabra del solito; quindi, con la recensione di oggi voglio concentrarmi su alcuni autori poco valorizzati ma, comunque, degni di nota per il loro impegno nel voler dare al giallo classico una nuova e più moderna identità. Quindi, su consiglio dei recensori sopra menzionati, recensirò "Presagio di Morte" di Patrick Quentin, ma firmato con lo pseudonimo di Q. Patrick (Giallo Mondadori n. 1472): una vicenda dalle forti tinte fosche, in cui la paranoia la fa da padrone, la campagna apparentemente idilliaca si trasforma in lugubre scenario di massacri ed incubi terribili sembrano diventare realtà. Pur essendo classico nell'impianto generale e nell'uso dei topos narrativi, infatti, questo libro insolito si segnala per la resa del terrore che diventa palpabile, il macabro che si fa quotidiano e il disagio che trasuda dalle pagine stesse, in modo inedito e straordinario per gli stili adottati negli anni '30 del secolo scorso; tanto che lo scrittore e critico Anthony Boucher lo ha incluso nella sua classifica personale dei dieci migliori gialli mai scritti.

Villaggio di Biertan, in Transilvania, che potrebbe ben
sostituirsi a quello di Grindle quanto a eventi terrificanti
La storia, tuttavia, non inizia in modo da far sospettare le atrocità che si verranno a verificare nel corso del racconto. Per prima cosa, ci vengono presentati due dottori (meglio, due scienziati), Douglas Swanson e il suo collega Antonio Conti, mentre tornano nella casa che hanno affittato nella vallata di Grindle, nel New England: un luogo distante venti miglia dalla città di Rhodes e immerso nella natura, che di solito suscita nella mente soltanto immagini bucoliche e amene. Stanchi per la giornata di duro lavoro nei laboratori dell'ospedale universitario, stanno percorrendo in auto la strada principale del villaggio quando, d'improvviso, scorgono numerose figure intente a passare al setaccio i campi che circondano le fattorie. D'impulso, i due credono che siano ancora in corso le ricerche degli animali scomparsi: in questa moderna Arcadia, infatti, da qualche tempo si stanno verificando episodi inquietanti e irragionevoli, come la sparizione di un'oca, un gattino e alcuni cani da caccia. Nessuno li ha più visti dal momento in cui si sono allontanati dai loro padroni, e un tale silenzio da parte di esseri chiassosi come quelli fa temere che possa essere loro successo qualcosa di grave, pur non facendo presagire minacce imminenti che vedano coinvolti più di tanto gli abitanti di Grindle, come gli stessi Swanson e Conti. Se non fosse che, come apprenderanno ben presto, stavolta il soggetto delle indagini è la piccola Polly Baines, la figlia più piccola del loro giardiniere.

Anche lei è uscita sul cortile posteriore di casa sua e si è inoltrata nella vegetazione, facendo perdere le proprie tracce. Il pronto allarme dei genitori della bambina e l'utilizzo dei segugi, purtroppo, non porta a nessun risultato concreto, e il fatto diventa immediatamente l'oggetto preferito dai pettegoli locali per sparlare di questo o di quell'altro conoscente: la sera stessa della scomparsa di Polly, infatti, i due scienziati e i signori Goschen, invitati per una cena nella loro casa, escogitano innumerevoli teorie sul fatto. Nessuno viene escluso dal sospetto di essere il responsabile dei rapimenti: Valerie Middleton e sua madre, povere ma determinate; i Tailford-Jones, legati da un matrimonio infelice; gli Alstone (Seymour, suo figlio Franklin e suo nipote Gerald), padroni della maggior parte delle terre ma estranei tra loro; Peter Foote, giovane promessa nel campo della patologia e amico di Gerald; gli stessi Baines, affetti da una tara mentale. Il problema è che ognuna di queste persone sembra non avere alcun movente valido per far sparire una ragazzina di dieci anni; certo, più o meno tutto nutrono manie di qualche tipo, ma arrivare a rapire un essere umano appare davvero esagerato... o forse no? Pian piano, infatti, la faccenda inizia a farsi drammatica. Quando anche la scimmietta da compagnia di Roberta Tailford-Jones scompare nel nulla e il cane di Valerie Middleton rischierà di essere ucciso, il disagio che grava su Grindle minaccerà di esplodere come una bomba e di scatenare i rancori sopiti tra gli abitanti del luogo; ma saranno le progressive scoperte dei resti degli animali scomparsi e di numerosi cadaveri orrendamente sfigurati a diffondere, nelle strade innevate del villaggio, il terrore che tutto sia opera di un pazzo che si sta aggirando da quelle parti. Le morti fioccano, insieme alla neve, e le scoperte si fanno sempre più agghiaccianti; l'unico al di sopra di ogni sospetto è il vice-sceriffo Bracegirdle, al quale vengono affidate le indagini: riuscirà a fermare il colpevole, sostenuto dal dottor Swanson, prima che sia troppo tardi?

Piantina della Vallata di Grindle, con segnalati i punti in cui
sono stati trovati i cadaveri dello uistiti e di Baines
"Presagio di Morte" costituisce una prova memorabile e fuori dal comune nel panorama della crime story classica, anche se a una prima occhiata può sembrare che sia un convenzionale giallo di inizio Novecento. Fin dall'inizio, infatti, il narratore appare quanto mai simile alla "spalla" che accompagna investigatori quali Hercule Poirot oppure Sherlock Holmes (entrambi citati nel corso del racconto, assieme a Philo Vance); tanto più trattandosi di uno scienziato assimilabile alla figura di Watson, che vive nella stessa casa assieme al collega "più sveglio", si innamora di una bella vicina e si ritrova coinvolto in situazioni pericolose e avventurose (vedasi l'inizio del cap. 5 o lo stesso finale). L'ambientazione è quella della campagna (americana, ma intercambiabile con la sua controparte britannica), dotata di un paesino rurale composto di famiglie laboriose e all'apparenza spensierate (pp. 4 e 31-33, ma pure p. 65 e seguenti); i personaggi risultano quanto mai familiari nei rapporti tra loro, tratteggiati con attenzione in un misto di affabilità e gelosia, inframmezzati dal proverbiale pettegolezzo che si insinua in ogni pensiero (esempio alle pp. 7-16); lo stesso modo di descrivere tutto ciò rimanda allo stile della Golden Age, con l'usuale indagine sulla scomparsa di una persona smorzata ogni tanto da intervalli di carattere quotidiano, come la battuta di caccia (cap. 6) oppure le cene tra vicini (cap. 1 e pp. 27-30). La presenza di una caratteristica mappa della vallata di Grindle (p. 32), di un enigma improntato al fair-play (vedasi la spiegazione finale, negli ultimi quattro capitoli) e di una trama articolata, sommati a tutto ciò, confermerebbero dunque la convinzione di trovarci di fronte a un mystery classicissimo, un placido romanzo con "delitto-al-villaggio" sullo stile di quelli che avvengono a St. Mary Mead; se non fosse che, non appena veniamo introdotti alle prime indagini, scopriamo che in realtà le apparenze nascondono una storia ben più oscura, in cui i siparietti tra gli abitanti lasciano spazio a situazioni molto meno confortevoli.

Infatti, pur presentando l'impianto canonico che ci si aspetterebbe di trovare in un romanzo di questo genere, la storia risulta caratterizzata da un incredibile senso di agghiacciante inquietudine, suscitato nel lettore in modo sempre più forte man mano che la vicenda si sviluppa da una narrazione infinita di crudi omicidi, perpetrati con sadico piacere, fino all'angosciante finale al limite del parossismo. Si tratta di un elemento innovativo, che contrasta con quelli appartenenti al passato ma, allo stesso tempo, costituisce il cardine attorno a cui si snodano gli eventi e fa sì che la componente "classica" ne esca incredibilmente rafforzata e risulti tanto insolita quanto affascinante. Se l'idea di usare un approccio tanto moderno potrebbe farvi dubitare sulla resa complessiva del romanzo, non abbiate timore: il risultato finale, per quanto diverso dal solito, vi sorprenderà in positivo. Nei libri di Patrick Quentin, infatti, la tradizione si sposa benissimo con la novità, in un connubio evocativo e strabiliante insieme. In questo caso, se ci facciamo caso, al di là di personaggi ed ambientazione sui quali mi soffermerò più avanti, sono soprattutto i contenuti a conferire questa connotazione inedita a "Presagio di Morte" e a rappresentare il principale motivo di rottura con la precedente tradizione del giallo classico. Da un'introduzione più ordinaria, infatti, pian piano le vicende iniziano ad incentrarsi su temi inconsueti e sempre più disturbanti, in cui domina una psicologia distorta e scioccante; quali il sadismo, la mutilazione e la questione etica dei test sugli animali. Provate a seguire questa riflessione: innanzitutto il narratore, il dottor Swanson, è un giovane scienziato che si occupa di vivisezione ed esperimenti in laboratorio che prevedono cavie, assieme al suo collega Conti. Bisogna ammettere che si tratta di attività perlomeno insolite, se non molto sgradevoli, per protagonisti di libri in cui si evita di soffermarsi sugli aspetti più disagevoli degli omicidi, giusto? Più di una volta, poi, nel corso della narrazione della vicenda, spariscono animali nelle vicinanze della casa in cui loro vivono: capre, pecore, un'oca, un gattino, alcuni cani, e tutti quanti vengono ritrovati in breve tempo nei boschi e nel fiume che attraversa Grindle, quali cadaveri squartati e mutilati in modo orribile. Non so voi, ma a me tutto questo fa provare una forte repulsione.

Infine, il passaggio terribile dalla scoperta dei corpi di esseri selvatici e subumani a quelli di esseri umani veri e propri corona l'opera dello sterminatore, quando la morte tocca lo uistiti di Roberta Tailford-Jones (che ricomparirà sventrato poco dopo, a p. 20) e anche la piccola Polly Baines; accostamento, quest'ultimo, reso ancora più terribile dal fatto che la piccola scimmia, tipico "ornamento" delle donne degli anni' 30, assomigli in modo incredibile a una bambina. A pensarci bene, non dà i brividi come qualcuno possa aver partorito tante idee oscure e tutt'altro che "confortevoli" (senza dimenticare che ciò è successo nel 1935) e aver deciso di metterle insieme? D'accordo, la traduzione italiana, datata 1977, non è molto recente e al giorno d'oggi il senso di disagio che si prova a leggere simili atrocità è attenuato; però questo non inficia la forza dirompente di trovate del genere! Ammetto di essere stato molto impressionato dal tono moderno misto a gotico che è stato usato per descrivere le vicende; Martin Edwards, nel suo "The Golden Age of Murder", aveva messo in guardia il lettore dalla lettura di "Presagio di Morte", ma mai avrei immaginato fosse tanto sovversivo per i suoi tempi. Senza contare, inoltre, che questa escalation di violenza ci viene propinata in modo da non farcene quasi accorgere, e solo quando giungiamo ai fatti compiuti ci rendiamo conto di quanto essi possano essere potenti e devastanti. La crudezza delle morti, infatti, caratterizzate da fattori angoscianti (chi viene ucciso perché trascinato da automobili fino ad esalare l'ultimo respiro e in seguito annegato con i polsi stretti in trappole per topi (pp. 33-38), chi impiccato a un albero (pp. 64-69, 71-78), chi ammazzato da un colpo d'arma da fuoco (pp. 101-111)), non lascia un momento di respiro al lettore, il quale si ritrova catapultato in un incubo ad occhi aperti, dal quale sembra impossibile uscire se prima non si ha scoperto la verità. E se, come ho detto, il racconto delle uccisioni rappresenta il principale motivo di disagio per chi legge, è altrettanto vero che altri elementi della storia concorrono a rafforzare il senso di malessere e fastidio. I continui riferimenti agli esperimenti in laboratorio di Swanson e Conti (all'interno dei capitoli iniziali e nei colloqui con Bracegirdle), ad esempio, sottolineano ancora di più l'orrore di tutta la situazione e quanto essa diventi sempre più insostenibile. Oltre alla faccenda della vivisezione, i due amici e colleghi vengono criticati aspramente in quanto sospettati di essere responsabili delle scomparse (poi morti) e per il loro essere "insensibili e sadici" (pp. 12-15 da parte della signora Tailford-Jones e pp. 24-27 dal preside di facoltà). A tutti appare chiaro loro che sarebbero i primi a trarre vantaggio da un incremento delle "scorte" su cui testare nuovi farmaci (uno dei due autori che si nascondevano dietro lo pseudonimo Quentin, Richard Wilson Webb, per un periodo fu a capo di un reparto di ricerca farmaceutica, quindi sapeva bene come ci si poteva sentire ad essere accusati di simili atrocità), e non serve a nulla dimostrare che non hanno alcun legame con i delitti. Qualunque cosa facciano, Swanson e Conti sono destinati a sbagliare poiché, se prima l'accusa di sadismo veniva rivolta nei loro confronti con l'attenuante di far soffrire povere bestiole soltanto per il "Bene Superiore" dello sviluppo di cure inedite, una volta scoperta la natura schizofrenica delle uccisioni gratuite l'accusa persiste allo stesso modo, con il pretesto di fare di loro un comodo capro espiatorio.

Secondo le menti bigotte e cieche degli abitanti di Grindle, gli scienziati sono tutti freddi e insensibili, quindi è naturale che Conti abbia una mente malata secondo la quale la tortura e l'uccisione vengono viste come naturali; senza contare la concezione distorta dell'esperimento come se fosse qualcosa di simile a un rito satanico. Come capirete, dunque, anche il legame instaurato tra gli esperimenti e gli omicidi e i sospetti infondati degli abitanti mettono in luce quanto la società di Grindle sia corrotta e rendono la lettura poco confortevole; ma non è finita qui. La questione del sadismo, infatti, porta a una discussione sull'ipocrisia, messa in luce dalle reazioni dei vicini degli scienziati ai delitti: all'apparenza sono persone come tutte le altre, ma in profondità nascondono istinti animaleschi, sono incapaci di esprimere emozioni normali e nutrono pregiudizi contro il "diverso" (pp. 7-16, 20-24, 53-56, 64, 83, 114 oltre a molte altre). Ad esempio i Baines, affetti da una presunta tara mentale, vengono additati e tenuti a distanza come se fossero paria, in quanto potrebbero contaminare l'apparentemente perfetta e sana rete sociale dei cittadini più in vista di Grindle: Mark e sua sorella, soprattutto, diventano i bersagli del pettegolezzo locale, poiché considerati alla stregua di animali selvaggi e di individui disturbati (pp. 14-15). Ma non sono solo gli "strani" dichiarati a catturare l'attenzione della popolazione di Grindle; pure chi presenta menomazioni fisiche, come il veterano Edgar Tailford-Jones, accusato di essere impotente dal punto di vista sessuale, oppure il debole Gerald Alstone viene appellato con definizioni al limite della diffamazione. Lo stesso elemento sessuale, come ha approfondito Curtis Evans in un saggio contenuto in "Murder in the Closet", costituisce un altro dei caratteri spiacevoli su cui si basa "Presagio di Morte: spesso, infatti, viene sottolineato l’aspetto muscolare e virile degli uomini, in modo da far emergere una sottintesa tendenza carnale per nulla indifferente. Il soffermarsi sulla violenza perpetrata sui bambini (pp. 9, 20-22), l'utilizzo di molti termini di carattere medico e l'inserimento di scene di aggressività gratuita (come l'incendio atto ad ammazzare i cavalli di Seymour Alstone, alle pp. 48-52, o la battuta di caccia tanto "classica" nell'esposizione come quella descritta dallo stesso Quentin in "E i Cani Abbaiano...", sotto lo pseudonimo di Jonathan Stagge, quanto segnata dai comportamenti animaleschi dei suoi partecipanti, all'interno del cap. 6) coronano infine una storia carica di materiale orrorifico, sulla quale domina un mistero contraddistinto da una soluzione straordinaria e insolita per il suo tempo (basata, tra l'altro, su un caso realmente avvenuto in America che destò grande scalpore e distinto per l'innovativa mancanza di un movente razionale, elemento centrale della classica crime novel in cui tutto è guidato da una ferrea logica psicologica) e segnato da una violenza inaudita, che sembrerebbe più adatta a un hard-boiled mystery.

Anche se in questo caso, sebbene l'enigma sia velato da pura violenza e ombre terribili da "romanzo dei duri", viene data maggiore importanza alla psicologia del delitto (pp. 86-89, 107), con richiami a Krafft-Ebing e Freud e alle loro teorie sull'attrazione sessuale dello stesso genere, sull'impotenza e la psicopatia. Patrick Quentin ha miscelato tutto ciò, tra innovazione e passato, e contro le aspettative ne ha ricavato una vicenda classica che funziona: da una prima apparenza di tradizione nella forma, in seguito il romanzo vira verso la novità e il rinnovamento in quanto a contenuti, per poi tornare a un finale classico, contrassegnato da falsi indizi e ipotesi, in cui tuttavia dominano il caos e la frenesia (forse troppo?), come in uno spasmodico conto alla rovescia verso la distruzione e la pazzia più sfrenata (cap. 15-16). "Presagio di Morte" costituisce, insomma, un piccolo capolavoro della classica crime story; anche se risulta molto avanti sul suo tempo e lascia trasparire un presunto sadismo, sotto sotto sono convinto che i suoi autori volessero soltanto rompere le regole e i tabù non scritti del genere. È un astuto esempio di romanzo del mistero che ruota attorno a un alibi indistruttibile? È un trattato sulla pazzia e sul delitto? È un'opera di denuncia verso il bigottismo della società americana della provincia? È un giallo con delitto-al-villaggio-di-campagna? Oppure è un romanzo sulla depravazione? Sono fermamente convinto che, in realtà, questo strabiliante libro incarni tutte queste declinazioni.

Richard Wilson Webb, nato nel 1901 e
morto nel 1966. Fu una delle due metà che
produssero "Presagio di Morte"; dell'altra,
ovvero Mary Louise Aswell, non ci sono
fotografie.
Anche se non viene spesso ricordato (in Italia siamo stati fortunati, poiché tutti i suoi gialli sono stati pubblicati da Mondadori a partire da molti anni fa), il nome di Patrick Quentin rappresenta una delle firme più famose e sfuggenti di tutta la letteratura gialla: esso, infatti, consiste in un'intricata collaborazione tra diversi individui, che non si limitò ai "soliti" due autori, come nel caso di Ellery Queen o di Boileau-Narcejac, ma comprese ben quattro persone, le quali si diedero il cambio nel corso di quasi 35 anni di carriera, dal 1931 al 1965, e pubblicarono quasi trenta romanzi del mistero. Tutto iniziò quando Richard Wilson Webb (1901-1966), un ricercatore farmaceutico nato a Burnham, nell'Essex, ma emigrato in America in seguito a numerosi viaggi in Francia e Sud Africa, decise di scrivere una crime novel servendosi di un aiutante per la sua stesura; infatti, sebbene la sua mente brulicasse di idee geniali, non riusciva a dare loro forma adeguata sulla carta. Per fare ciò, iniziò un sodalizio con Martha Mott Kelley, una signorina di cui si conoscono soltanto la data di nascita (30 Aprile 1906, a New York), quella di morte (17 Novembre 1989) e che nel 1933 contrasse matrimonio con Stephen Shipley Wilson, dal quale nacque una figlia. Insieme scrissero due gialli tipicamente inglesi, "Tè e Veleno" (1931) e "Delitto al Club delle Donne" (1932), e li firmarono con lo pseudonimo Q. Patrick; poi Martha Kelley decise di ritirarsi e Webb, raccolto il "marchio" comune, intraprese la scrittura del suo unico romanzo "solista", "Prima che il Temporale Finisca" (1933); una storia ambientata a Cambridge, nel college dove aveva studiato. La situazione di lavoro in solitaria, però, non lo soddisfaceva e così, in quello stesso anno, diede inizio a una nuova collaborazione, stavolta in compagnia di una giovane giornalista americana, chiamata Mary Louise Aswell (1902-1984). In coppia con lei, Webb diede alla luce "In Crociera col Delitto" (1933) e "Presagio di Morte" (1935); poi si ritrovò ancora una volta solo al timone delle storie di Quentin. Fu a questo punto che i suoi sforzi vennero coronati dal successo. Di lì a poco, infatti, avrebbe conosciuto il cugino Hugh Cullingham Wheeler (1912-1987), col quale avrebbe avviato il sodalizio definitivo: insieme, scrissero tutti gli altri romanzi gialli che vanno dal 1935 al 1952, compresa la saga di stampo classico-moderno di Peter Duluth (un produttore teatrale alcolista che fece la sua prima apparizione in "Manicomio" nel 1935) che firmarono come "Patrick Quentin"; alcuni gialli dall'aspetto tradizionale ma pur sempre innovativi, quali il meraviglioso "Troppe Lettere per Grace" o i crimefiles dotati di rapporti e indizi reali come "Il Caso Claudia Cragge", ancora sotto il nome di Q. Patrick; e i nove libri con protagonista il dottor Westlake e la sia figlioletta Dawn, a firma Jonathan Stagge, improntati al mystery più classico. Per tutto questo tempo, i due cugini stettero fianco a fianco e lavorarono sodo; finché, nel 1952, Webb si ritirò alle Bermuda, stanco e ammalato, per trascorrere i giorni che gli restavano in pace e tranquillità (tra l'altro morì nell'indifferenza più totale) e lasciò il marchio al solo Wheeler il quale, tra alti e bassi, proseguì a scrivere gialli fino al 1965, tra un libretto in musica per Sweeney Todd e per A Little Night Music. Ho voluto precisare "tra alti e bassi" perché, a quanto dicono molti critici, dal momento in cui rimase solo, Wheeler diede un'impronta più psicologica e meno tradizionale ai suoi libri, pur sempre godibili ma poco interessanti dal punto dei contenuti e dei colpi di scena. Ciò renderebbe migliori quelli ideati da Webb, il vero "cervello" del duo, come "Presagio di Morte"; e osservando quest'ultimo, non si può non essere d'accordo con il loro giudizio.

Un'ambientazione evocata con vivacità (ad esempio pp. 3-4, 31-33, 65-70) e personaggi psicologicamente complessi (pp. 23, 53-56, 69) lasciano trasparire un'audacia, un'attenzione e una fantasia innate che, unite a un talento unico nel gettare il sospetto sugli attori in scena, creano situazioni indimenticabili e suscitano una tensione palpabile. In un assalto di implacabili visioni da incubo, la maggior parte dei personaggi ben presto si rivelerà composta da individui odiosi, con idiosincrasie e manie inquietanti e legate a turbamenti psichici e disfunzioni emozionali, che sembrano agire come se fossero guidati da un folle burattinaio il quale esaspera i rapporti tra loro e diffonde disagio (p. 64). Attorno a loro, Patrick Quentin costruisce una trama oscura, dove non mancano volti spettrali alle finestre, incontri su strade abbandonate, incendi dolosi e stanze piene di sangue che, tutti sommati, producono non soltanto una storia dell'orrore, ma anche un sottile ritratto di come la placida vita di campagna possa trasformarsi in un inferno. Forse tutto ciò è troppo? In effetti, tra i critici esso gode della reputazione di narrare fatti al limite del raccapricciante, con le sue strazianti mutilazioni di animali ed esseri umani e un gusto davvero perverso e abnorme nell'esecuzione delle uccisioni. Pensate che il suo editore l'ha presentato al pubblico per la prima volta come l'opera di un novello "Jekyll & Hyde"! Inoltre, secondo alcuni, la spiegazione finale presenta un problema troppo intellettuale, oltre a risultare troppo complessa e frenetica, al punto da dare la sensazione di essere imprecisa. In ogni caso, sono convinto che ciò sia dovuto al metodo particolare attraverso cui essa viene fornita al lettore e, da parte mia, vi assicuro che l'esperienza di lettura di "Presagio di Morte" vale; e se avete ancora dei dubbi, sappiate che accosterei questo romanzo fondamentale a "La Rossa Mano Destra" di Joel Townsley Rogers. Quello resta un caso a parte, certamente, ma la sensazione che ho provato alla fine della lettura è stata più o meno la stessa. Inoltre, ci sarà pure un motivo per cui Martin Edwards, Douglas Green, Anthony Boucher, Mauro Boncompagni e tanti altri elogiano questo particolare libro di Quentin. Sarebbe bello che qualcuno raccogliesse la sfida di ripubblicarlo, in questo momento d'oro per thriller. Per il momento, vi auguro di trovare una copia usata in un mercatino online o su una bancarella.

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