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venerdì 17 aprile 2020

30 - "Qualcuno ti Osserva/La Scala a Chiocciola" ("Some Must Watch", 1933) di Ethel Lina White

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Nell'arco dell'ultimo mese e mezzo, con l'incursione in alcuni titoli selezionati della classica crime story, abbiamo visto come esistano tanti tipi di romanzo giallo in riferimento all'isolamento che l'essere umano si auto-impone oppure subisce dal prossimo; soprattutto se inteso dal punto di vista della sua mente. I personaggi di "Morte al Telefono" oppure di "Una Torre per il Profeta", infatti, hanno illustrato al meglio come l'individuo finisce per imprigionare e chiudere la propria personalità al resto del mondo, cadendo in preda alla pazzia e alla paranoia (sentimenti in parte condivisi e riflessi dalla condizione in cui noi stessi ci troviamo, in questo periodo di frustrante semi-isolamento che stiamo vivendo, da quando è scoppiata la pandemia di Coronavirus). Essi sono stati espressione dell'incerta realtà del tempo vissuta dal mondo di metà Novecento, segnata dalla profonda analisi della psiche della persona, dallo straniamento e dalle sue sensazioni e ossessioni nascoste, della quale il mystery fu l'interprete e la chiave di lettura che con più risultati riuscì a comprendere e diffondere la richiesta d'aiuto (in quel momento come al giorno d'oggi, poiché la frustrazione gioca un ruolo importante nella vita della gente). Eppure, benché questo tipo di narrativa del mistero, giocato sulla maggiore importanza data alla psicologia rispetto all'azione e propria non solo della scuola hard-boiled (col racconto dei fatti nudi e crudi della realtà di ogni giorno), ma pure del giallo all'inglese (fatto perlopiù di rilevamenti di indizi materiali sulla scena del crimine) sia molto popolare tra i lettori appassionati di questo genere letterario, non bisogna dimenticare che questa sensazione di prigionia ed isolamento dell'uomo può essere interpretata anche in un modo un po' diverso, dal quale si sono sviluppate trame altrettanto intriganti e originali. Sto parlando del caso in cui i personaggi si ritrovano ad essere confinati in luoghi chiusi o lontani dalla civiltà in senso "materiale", all'interno di castelli o avite dimore arroccate su picchi inaccessibili. Forse non sembra, ma pure così ci troviamo di fronte a una sorta di quarantena dalla società, a volte addirittura più pericolosa di quella attinente alla sola psicologia che ho sintetizzato sopra. In quest'ultimo caso, infatti, oltre ad essere costretto a combattere contro lo stesso nemico invisibile dei tipici romanzi psicologici della metà del Novecento (il proprio Carattere che è Destino), l'eroe o l'eroina si ritrova a giocare una partita rischiosa a causa dell'ambiente circostante ostile, il quale accentua la sensazione di claustrofobia già esacerbata dalla precedente condizione "mentale". La "giustizia parallela" a quella del resto del mondo (incarnata molto spesso dal padrone di casa) instaura un regime non meno temibile di quello esercitato dal Fato avverso, e la gerarchia sociale della casa il più delle volte non privilegia l'importanza dell'individuo agli occhi del grado che egli possiede, ma piuttosto è il ruolo incarnato da esso all'interno del gruppo a definire la sua posizione di vantaggio o svantaggio.

Quindi, il pericolo diventa doppio a causa della sensazione di angoscia suscitata dall'unione di disagio psicologico e fisico, e ciò aumenta la tensione complessiva all'interno di queste storie di famiglie o gruppi di persone costretti a vivere in luoghi ristretti e a contatto l'uno con l'altro, mentre le correnti sotterranee dei loro sentimenti e delle loro gelosie si scatenano e danno vita a intrecci di grande effetto, sullo sfondo di un'ambientazione suggestiva e d'atmosfera che infonde un tocco in più di fascino alla faccenda. Personalmente, a me piace molto questo tipo di romanzo giallo. Possiedo quello che si potrebbe definire "un animo melodrammatico", quindi non posso evitare di apprezzare i misteri claustrofobici, pieni di individui teatrali, impulsivi, vicini eppure lontani, e capaci di trasmettere un fortissimo senso di inquietudine e di suspense; benché sia consapevole che non a tutti essi vanno a genio. Così, cogliendo l'occasione di inserire una variante del "delitto della prigionia" per la mia rassegna ai tempi dell'isolamento da Coronavirus, non ho potuto esimermi dallo scegliere per la recensione di oggi la crime novel appartenente a questa categoria che preferisco in assoluto: "Qualcuno ti Osserva" di Ethel Lina White (Polillo Editore, 2017). Pubblicato anche col titolo di "La Scala a Chiocciola" (Mondadori), esso è un libro pieno di oscurità (in senso letterale e non), dove la tensione si taglia con il coltello, la suspense non scende mai sotto alti livelli e le emozioni e i sentimenti occupano uno spazio ingente della trama. Il suo stile elegante e d'impatto, capace di raffigurare al meglio i contrasti che possono nascere alla presenza del Male, suscita spettri gotici all'interno di un enigma giocato sui colpi di scena e sul continuo stimolo della sensazione di terrore; e sebbene quest'ultimo sia forse poco attinente al fair play, le vicende riescono comunque a regalare tutti i brividi che il lettore di gialli desidera.

Corn Stooks and Farmsteads of Hill Farm, Capel-yffin (Wales),
Eric Ravilious, 1935, raffigurante il tipico paesaggio selvaggio
del Galles, simile a quello della tenuta di Summit
L'intera storia si svolge nei dintorni e all'interno della tenuta di Summit, un'isolata dimora in stile vittoriano sita al confine tra Galles ed Inghilterra. Laggiù vive un ristretto gruppo di persone, composto dalla famiglia Warren, da un paio di domestici di vecchia data e dalla giovane Helen Capel, la protagonista del romanzo. Quest'ultima è una ragazza alla pari, una di quelle giovani che spesso vengono impiegate nelle case signorili per svolgere piccoli lavoretti oppure per badare ai bambini, così da fare esperienza e imparare un mestiere utile per il futuro. Minuscola, con un sacco di capelli rossi e una spiccata immaginazione che le permette di svagarsi, nonostante abbia un impiego piuttosto monotono, Helen è soddisfatta della propria posizione: le è permesso mangiare allo stesso tavolo dei suoi datori di lavoro, viene pagata con un salario dignitoso (soprattutto se si tiene conto della difficile situazione che l'Inghilterra vive in seguito alla guerra, quando tanti uomini e donne non se la passano bene) e un pomeriggio alla settimana può andare a passeggiare nei dintorni della tenuta, in mezzo alla natura selvatica del posto, immaginando di vivere avventure straordinarie. Tuttavia, da qualche tempo una minaccia offusca i suoi momenti di libertà: infatti, un maniaco omicida ha già ucciso ben quattro ragazze, avvicinandosi sempre più a Summit e incutendo timore non solo in lei ma pure negli altri abitanti di Summit, apparentemente più che decisi a tenerla al sicuro. In ogni caso, Helen è convinta che tragedie come l'essere strangolata non potrebbero mai accadere a una ragazza insignificante come lei; e anche quando rientra dalla consueta passeggiata e scorge un'ombra nascosta dietro a un albero, non dà peso alla cosa e liquida la faccenda come l'ennesimo frutto della sua immaginazione. Perché l'assassino dovrebbe prendere di mira proprio lei, che non si allontana quasi mai dal suo luogo di lavoro? Sarebbe una fatica inutile sforzarsi di attirarla in trappola o fuori da una fortezza impenetrabile come Summit; tanto più che lei ha dalla sua parte più di un amico.

Il professor Sebastian Warren e sua sorella Blanche (i padroni di casa), benché scienziati alteri e privi di calore umano, hanno tutte le ragioni per non lasciarsi sfuggire i suoi preziosi servigi; il triangolo amoroso composto dallo studente Stephen Rice, da Newton (il figlio del professore) e dalla sua focosa moglie Simone, non si cura di Helen in condizioni normali, figurarsi complottare per eliminarla; il signor Oates e la sua signora, rispettivamente autista e cuoca della casa, dimostrano un affetto nei suoi confronti fin troppo evidente, per dare adito a gelosie segrete. Forse soltanto la fumantina Lady Warren, l'anziana matriarca della famiglia, con la sua indole istintiva e sarcastica e la reputazione di aver assassinato il marito, potrebbe costituire una minaccia per Helen (tanto più che la ragazza nutre un'irresistibile curiosità nei suoi confronti e intende fare di tutto per conoscerla). Eppure, quando scoppia un improvviso temporale e Summit (dopo il ritorno di Oates in compagnia della nuova infermiera) si ritrova isolata dal resto del mondo, in balia delle passioni ed emozioni che si stanno scatenando nel gruppo che ospita, Helen inizia a sospettare che nelle ore della notte qualcosa andrà storto. In breve tempo, infatti, tutti i componenti del gruppo iniziano a comportarsi in modo strano e a scontrarsi tra loro, mentre nei bui corridoi della casa si sentono passi furtivi e scricchiolii inquietanti; soprattutto lungo la stretta scala a chiocciola che collega il seminterrato e la cucina con i piani più alti di Summit. Possibile che qualcuno si sia introdotto in casa prima che iniziasse a piovere e si sia nascosto da qualche parte, in attesa di sferrare l'attacco mortale nei confronti di Helen? La ragazza se ne convince sempre più, fino a diventare consapevole che il pericolo si trova proprio accanto a lei, nascosto negli anfratti oscuri della notte: non è affatto al sicuro, e dovrà combattere contro l'occhio che la sta osservando insistentemente per poter sperare di rivedere il giorno.

Immagine tratta dal film "La Scala a Chiocciola"
diretto da Robert Siodmak, 1946
Come ho già avuto occasione di rivelare, il romanzo giallo che preferisco in assoluto è "Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers. Non credo ci sia niente di tanto umano e terribile e spensierato e complesso come la storia che esso racconta, benché questo non significhi che non apprezzi grandemente anche altri indiscussi capolavori della classica crime story. Tuttavia, se mi venisse chiesto quale libro del mistero rappresenta al meglio la mia idea di "storia criminale" (intesa come quella che vorrei aver scritto io, se soltanto fossi capace di farlo), ebbene io sceglierei proprio "Qualcuno ti Osserva". Fin da bambino, infatti, sono sempre stato affascinato dall'idea dell'eroe chiuso in una casa misteriosa, mentre fuori imperversa la tempesta e un pericolo senza nome si staglia su tutto l'insieme. Lui guarda da una finestra la pioggia che cade, i lampi che strappano il cielo nero e il tuono che brontola in lontananza, rimbombando sopra di lui; è al sicuro, ma non si sa mai cosa può accadere in una notte del genere. Da qui lasciavo a briglia sciolta la mia immaginazione, simile a quella di Helen, mentre aggiungevo un dettaglio dopo l'altro alle vicende: magari qualcuno bussava al portone (amico o nemico?), oppure dalla cima delle scale si sentiva un rumore che nessuno poteva aver prodotto (non c'era anima viva lassù). Sono andato avanti per anni a trastullarmi con questo concetto non molto originale, adesso me ne rendo conto, ma che non riusciva mai ad andarsene definitivamente dalla mia testa; finché, quando già avevo iniziato a leggere romanzi gialli da diverso tempo, mi sono imbattuto in questo romanzo di Ethel Lina White. La prima volta che l'ho iniziato, non riuscivo a credere che esso raccontasse proprio di un mistero così simile a quello che era nato nella mia mente eccitabile di bambino: la casa isolata, la tempesta che si abbatteva su di essa e impediva ai suoi abitanti e alle poche persone del circondario di entrare in contatto tra loro, la presenza di rumori sinistri lungo i corridoi bui; tutto questo veniva sfruttato per dare vita al "caso perfetto", quello che si basava sulle mie fantasie. Inutile dire che questo fatto mi ha reso felicissimo e mi ha indotto ad innamorarmi subito di questo libro più volte giudicato come imperfetto, ma che per me riesce a mettere in scena una vicenda straordinaria, dominata da uno spiccato tono teatrale e piena zeppa di contrasti.

Questa convivenza di elementi che entrano in conflitto tra loro è forse la caratteristica più prepotente dell'opera letteraria di White: a partire dalla commistione di thriller e giallo tradizionale, infatti, in essa ritroviamo una narrazione duplice nei confronti di molti tra i suoi aspetti. Come era avvenuto in "Svanita nel Nulla", infatti, pure in "Qualcuno ti Osserva" l'autrice si impegna a costruire una vicenda in cui vengano unite la suspense caratteristica dei libri delle women in jeopardy e un tipo di indagine improntata sul classico giallo della Golden Age inglese (benché con risultati più grezzi di quelli ottenuti da Christie e colleghi). Mentre il brivido resta la sua cifra distintiva, di volta in volta ciò le ha permesso di cimentarsi nel "mistero-da-villaggio-di-campagna" (con "Fear Stalks the Village"), in quello universitario (con "The Third Eye") oppure in una variante del giallo con serial killer proprio con "Qualcuno ti Osserva", senza per questo rinunciare ad elementi gotici quali infermiere, scene notturne e luoghi solitari, i quali ne hanno fatto un'insolita discepola della scuola della Rinehart. È riuscita a creare una sorta di "equilibrio" in cui i contenuti e gli elementi strutturali dei suoi romanzi gialli si sostengono (quasi) alla perfezione gli uni con gli altri, come se il suo modo di raccontare si potesse paragonare a un castello di carte, in cui ogni aspetto possiede la caratteristica di essere all'incirca complementare all'altro. Prendiamo, ad esempio, le ambientazioni in cui il lettore si trova immerso in "Qualcuno ti Osserva": non solo il parco di Summit (pp. 7-8, 10-14), con la sua magnificenza in quanto a numero di piante e grandezza, ma anche la casa stessa (pp. 25-26, 30-32, 47-48, 61, 66, 84, 198), labirintica e lussuosa, serba in sé uno scontro interiore perfetto, poiché alla luce del giorno entrambi appaiono sotto una veste amichevole e, alla notte, assumono i contorni di luoghi infestati, selvatici e ostili. Le camere (compresa quella della quarta vittima del maniaco), da stanze intime e confortanti, dove trascorrere del tempo libero in pace, si tramutano in posti dove ci si trova da soli a combattere, in balia del pericolo e dell'ansia montata dalla solitudine. Il giardino, dove di solito ci si reca per prendere una salutare boccata d'aria e scaldarsi sotto qualche raggio di sole, diventa il campo di caccia di spietati assassini, intrico arboreo che offre al predatore innumerevoli nascondigli, dove gli alberi si muovono ed aggrediscono gli ignari passanti. Addirittura la cucina, focolare domestico che costituisce il cuore pulsante della casa e della famiglia, assume contorni inquietanti se le togliamo la stufa accesa, la massaia intenta a tagliare le verdure per la cena, le chiacchiere quotidiane.

Questo conflitto equilibrato tra luce e buio, inoltre, viene sottolineato anche dallo scontro tra l'esterno di Summit, tormentato dalla bufera e simbolo del mondo terrorizzante abitato da spettri e da mostri partoriti dalla pazzia, e l'interno illuminato (sempre meno, mentre il pericolo si fa più pressante) dalle lampadine, pieno di voci amichevoli e individui vivi, capaci di darsi man forte in caso di necessità. Se mai dovesse trovarsi in difficoltà, Helen è sicura che ci sarebbe sempre qualcuno disposto a proteggerla (la faccenda viene ribadita più volte all'interno della storia); tuttavia, come scopriamo man mano che andiamo avanti a leggere, la realtà si rivelerà ben diversa, dal momento che ognuno dei personaggi dimentica la promessa fatta, in favore del proprio tornaconto personale, dando vita all'ennesimo conflitto complementare del romanzo. Ognuno di questi individui complessi, teatrali, lunatici e soggetti a una vasta gamma di emozioni (pp. 7-8, 17, 20-22, 33, 47, cap. 5, 60-61, 74-75, 89-90, 131, 147-149, 152, 155-157, 171-172, 189, 200-201, 206, 212, 219, 226, 254), spesso contrastanti tra loro e definibili per cliché (la vecchia inquietante, l'infermiera equivoca, la cuoca amabile), mostra una faccia all'apparenza amichevole ed equilibrata, privo di difetti e ossessioni; ma ben presto il lettore si accorge che le cose non stanno come sembrano e che i veri volti dei protagonisti sono differenti da come appaiono. Alcuni di loro risulteranno degni di pietà, altri di disappunto, altri ancora di benevolenza; perché ancora una volta ciò che appare stride contro ciò che è celato agli occhi, e i buoni si riveleranno egoisti e cinici, mentre i cattivi potranno forse sperare in una redenzione finale.

L'apparenza e la sostanza sono i concetti base su cui si fonda la crime story in generale; anche in "Qualcuno ti Osserva", ciò che sembra e ciò che è, i tentativi di nascondere la propria natura e le maschere che le persone indossano appaiono importantissimi, benché essi non riescano del tutto a celare i loro impulsi. Infatti, le passioni (capp. 8, 16, pp. 18, 93, 95, 107, 211) e l'amore in primis dominano all'interno di questo romanzo in un perfetto gioco di ruoli: la frustrazione del triangolo Simone-Newton.Stephen, la delusione e gelosia dell'infermiera Barker, l'idillio tra Helen e il dottor Parry muovono in sincrono alcune delle pedine sulla scacchiera dell'assassino; assieme ai vizi e alle paure innate dell'onesta Mrs. Oates, dei signori Warren e dell'anziana Lady bloccata nella camera azzurra. A questo proposito, sono convinto che non sia un caso che la stanza della matriarca sia stata chiamata così: se ci facciamo caso, è proprio lassù, in quel luogo pieno di terrore e pericolo (capp. 29-31) che stride con l'immagine suscitata dal suo nome, che si risolverà definitivamente il caso, mentre fuori dalla finestra imperversa inesorabile la tempesta. Come vedete, i contrasti sono sempre al centro della scena, perfettamente orchestrati per costruire il mistero: nelle ambientazioni, nei personaggi, nel meteo, nei sentimenti e, addirittura, nell'enigma (cap. 13), dove l'impianto strutturale appare simile a quello del giallo tradizionale declinato nel sottogenere del "delitto del serial killer", ma allo stesso tempo immerso nelle atmosfere tipiche del romanzo americano delle women in jeopardy. L'aura tormentata, enfatizzata dall'uso della luce, della natura e dell'immagine delle finestre aperte sulla notte e il vento, che pervade la lettura dall'inizio alla fine (pp. 33-35, 42, 57, 63-64, 110-112, 144, 176-178, 203-210, 213, 221), funziona alla grande per far montare la tensione, fino alla conclusone concitata e frenetica, ed evoca scenari appartenenti al mondo vittoriano, alle camere in cui si mosse Jane Eyre, descrivendo enormi saloni lussuosi e pareti drappeggiate e illuminate da lampade fioche, care alle storie in cui conta più il fattore psicologico rispetto alla logica e al rigore scientifico. Una pesante solennità, farcita di citazioni cinematografiche e letterarie (come non pensare agli alberi che avanzano e al Macbeth, leggendo le pp. 83-84?) e a volte inframmezzata da piacevoli intermezzi ironici (soprattutto quando è presente sul palcoscenico Mrs. Oates o ci viene presentato il capitano Bean), conferisce una certa irrealtà ai fatti raccontati; White ha provato ad equilibrare ancora una volta il pragmatismo del giallo all'inglese con la suggestione, ma stavolta non ci è riuscita in pieno: i fantasmi, infatti, non vengono mai scacciati del tutto, sebbene questo non abbia impedito a "Qualcuno ti Osserva" di diventare la materia perfetta per un film divenuto celeberrimo, "La Scala a Chiocciola" di Robert Siodmak, in cui (qui sì!) la detection e la suspense convivono all'unisono, sopperendo all'unico difetto del romanzo.

Per chiudere questa riflessione, mi soffermo su un altro paio di aspetti che rispecchiano l'equilibrio su cui giocano, al punto giusto, i conflitti dentro "Qualcuno ti Osserva". Innanzitutto, lo stile è molto simile a quello ambiguo impiegato dalle Regine del Brivido, con numerosi momenti a effetto e finali di capitoli in cui il lettore si trova a trattenere il fiato; pur risentendo della tradizione solida e caratteristica del romanzo vittoriano, dove il dettaglio e l'aderenza alla realtà erano molto spiccati. In secondo luogo, però, voglio sottolineare soprattutto come la duplicità di ambientazione, azioni dei personaggi e quanto altro, sia perfettamente rispecchiata anche nei temi trattati. Quello della disoccupazione e dell'impiego delle donne come manodopera al posto degli uomini, costretti a rinunciare a lavorare a causa del gentil sesso, si rivela dannoso per Helen, invece di essere un'opportunità per lei (pp. 7-8, 13, 20, 71-72, 250); quello del travestitismo (tematica scottante ancora ai giorni nostri, punto focale pure del racconto "The Unlocked Window"), costituisce un paradosso simile a un caleidoscopio, tanto esso prima suscita e poi placa i nostri sospetti sull'infermiera Barker (è un essere infelice oppure un'aguzzina?); quello del dualismo scienza contro fede (cap. 11, pp. 155-157) e della battaglia tra il punto di vista spirituale di Helen, attaccata al suo crocifisso in legno e convinta di essere protetta dalla Provvidenza, e quello materiale della famiglia Warren, cinica e disillusa. Entrambe queste convinzioni portano avanti una tesi suffragata da prove, e non stupisce come ancora una volta il conflitto tra esse non si risolva con una vittoria netta: se da una parte, infatti, le convinzioni del nucleo famigliare vedono una realizzazione nel piano dell'assassino, convinto di riuscire a manipolare i propri simili grazie agli impulsi biologici e chimici cui essi sono soggetti (pp. 103, 108, 161-162, 173-174, 184, 231, 248-250), dall'altra quegli stessi impulsi finiscono per decretare la sua sconfitta. Una perenne lotta, ecco cosa mette in scena "Qualcuno ti Osserva" e in generale l'opera di Ethel Lina White; forse un po' troppo forzata per riuscire a resistere alla prova del tempo, ma sicuramente utile per permetterle di variare e sperimentare, pur restando ancorata ad aspetti comuni nelle sue trame.

Ethel Lina White, nata nel 1876 e
morta nel 1944
Pur avendo goduto di un certo successo mentre era in vita, al giorno d'oggi non sappiamo granché sul conto di Ethel Lina White. Come ha osservato Mauro Boncompagni in un'introduzione a uno Speciale del Giallo Mondadori, su di lei esistono solo alcune menzioni sparse qua e là, citazioni stringate e un saggio molto breve in "20th Century Crime and Mystery Writers" (poi tolto dalle edizioni successive a quella del 1980). Per qualche tempo, addirittura, si è stati indecisi sulla sua vera data di nascita, la quale venne poi stabilita dal critico Jack Adrian all'anno 1876. Non stupisce, quindi, che tanti particolari sulla sua esistenza siano rimasti avvolti dal mistero. Di certo, White nacque ad Abergavenny, una cittadina antichissima del Galles meridionale, figlia di un inventore e della sua seconda moglie; visse prima in una casa a Frogmore Street (dove in seguito venne posta un targa commemorativa) e in seguito a Londra, e lavorò in città per qualche tempo al Ministero delle Pensioni; impiego che lasciò solo negli anni Venti, per dedicarsi completamente alla scrittura fino alla morte, avvenuta nel 1944. L'unico altro particolare sicuro sulla vita di Ethel Lina White, oltre ai romanzi di genere giallo e non che scrisse, è dato dal suo testamento: redatto in modo da lasciare alla sorella nubile (unica parente di cui si abbia conoscenza) tutto quanto possedeva, esso specificava una condizione davvero insolita affinché ella potesse acquisire i suoi averi; ovvero, che chiamasse un medico e gli ordinasse di trafiggere con un punteruolo il cuore della sua salma, per accertarsi che non ci fossero più tracce di vitalità. Una circostanza un po' macabra e agghiacciante, simile a quelle descritte nei suoi libri (a partire da "La Vittima è Presente") i quali, come abbiamo visto, pur forniti di elementi da detective novel si possono iscrivere al genere suspense e delle women in jeopardy.

Da essi possiamo ricavare altre informazioni sulla sua personalità; soprattutto se analizziamo i personaggi femminili, che risultano essere sempre molto ben sviluppati e di maggior peso rispetto alla controparte maschile del gruppo (cap. 1, pp. 92, 95, 130). Lady Warren è una donna impetuosa, inquietante ma franca, la quale domina dall'alto della sua stanza i piccoli uomini che si scontrano tra loro; Simone la tipica famme fatale viziata e capricciosa, ma dotata di determinazione e di una passione travolgente; Mrs. Oates è invece la matrona amorevole, la domestica perfetta che incarna l'ideale della cuoca di ogni romanzo, con l'ironica schiettezza e i piccoli vizi rappresentativi; la Barker un'individuo geloso, freddo e competente come ci si aspetterebbe da ogni infermiera diplomata. Helen Capel, infine, può essere considerata un alter ego dell'autrice, con la sua grande capacità inventiva (non solo dal punto di vista dell'immaginazione, ma anche da quello pratico) e una latente dedizione al dramma che ne avrebbe fatto un'ottima scrittrice; è spesso raffigurata come energica, pur in costante pericolo (ancora la duplicità cui accennavo sopra); è una persona che si impegna per guadagnarsi da vivere, che si oppone agli ostacoli che incontra e agli individui che tentano di metterla in difficoltà facendo affidamento sulle proprie risorse, in modo simile alla maestra di "The Third Eye", alla giornalista di "Delitto al Museo delle Cere", alla governante di "La Signora Scompare" e alla Viola di "Svanita nel Nulla". La stessa White probabilmente dovette far fronte alla necessità di sopravvivere con le sue sole forze: il censimento inglese del 1921 mostrava come le donne fossero un milione e tre quarti più degli uomini dopo la Grande Guerra, e questo fatto impediva loro di pensare a un futuro fatto di sicurezza finanziaria e matrimonio; quindi esse erano costrette a diventare infermiere o segretarie pur di sopravvivere. Ecco, anche Helen (come la stessa Ethel Lina) si trovò in una situazione simile, costretta a svolgere un'occupazione tediosa o precaria, a cui andavano aggiunti gli effetti nefasti della Depressione e, a volte, il dovere di sostenere congiunti di ogni tipo.

Questa simpatia che White nutrì verso i suoi personaggi femminili (spesso innamorati, ma non tratteggiati in modo troppo sdolcinato o con rapporti sentimentali invadenti) la rese una scrittrice apprezzata e avanti sui tempi, tanto più che così si dimostrava molto tollerante verso i costumi dell'epoca, i quali vedevano la figura della donna ancora come marginale all'interno della società e la figura dell'investigatore come un essere umano privo di particolari emozioni (ne sono un esempio "È Scomparso un Caro Ometto", storia di un uomo che finge la propria morte per truffare l'assicurazione, e "The Elephant Never Forgets", una sorta di spy story ambientata in Unione Sovietica). Lo sviluppo della relazione tra eroina e innamorato risulta tra gli elementi più ricorrenti nella sua opera, insieme al taglio cinematografico che ella seppe dare ad ognuno dei suoi libri. Non a caso, da "La Signora Scompare" e "Qualcuno ti Osserva" sono stati realizzati due film di successo, diretti rispettivamente che da Alfred Hitchcock (con titolo omonimo) e da Robert Siodmak (col titolo "La Scala a Chiocciola"); mentre dal suo "La Casa dell'Oscurità" fu scritta una co-sceneggiatura da Raymond Chandler e dal racconto "An Unlocked Window" furono tratte le basi per uno dei più memorabili episodi della serie "L'Ora di Hitchcock". Proprio quest'ultimo, grazie alla presenza di due infermiere, una finestra che non viene chiusa per la notte e una gran dose di brivido, può essere considerato come un tipico esempio della concezione di crime story che aveva questa insolita scrittrice, per la quale nutro una grande ammirazione ed affetto. Soprattutto con "Qualcuno ti Osserva", a mio parere White è riuscita a costruire una trama intrigante, farcita di colpi di scena dosati e di una tensione ipnotica. L'ambientazione è il punto più intrigante del romanzo, con la natura che sembra possedere vita propria e un'atmosfera da brividi. Anche se non ci troviamo di fronte a un vero giallo deduttivo, poiché i pochi indizi presentati non vengono poi sviluppati in modo da poter arrivare da soli alla soluzione, questa resta un'opera davvero notevole, che merita di essere conosciuta e di avere grande fortuna. Christine Poulson ha osservato che "se c'è qualcosa che Ethel Lina White conosceva, quello è la suspense"; io non posso che essere d'accordo con le sue parole, e sono convinto che la sua decisione di mettere insieme il tradizionale giallo all'inglese con la corrente delle women in jeopardy le abbia assicurato un posto di tutto rispetto all'interno della narrativa di genere. Forse le sue storie non sono perfetti meccanismi ad orologeria, ma di sicuro regalano il giusto brivido a chi voglia lasciarsi suggestionare, magari durante una notte di tempesta trascorsa alla luce fioca della lampada da lettura.

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venerdì 10 gennaio 2020

20 - "Un Piccolo Omicidio di Natale" ("Another Little Christmas Murder", 1947) di Lorna Nicholl Morgan

Copertina dell'edizione pubblicata
dalle Edizioni Lindau
Dopo l'enigma in "Quando l'Amore Uccide", i personaggi in "Natale con Delitto" e lo stile in "Sotto la Neve", eccoci giunti all'ultimo tra i punti che caratterizzano il "Christmas Murder Mystery": ovvero, l'ambientazione. Di tutti e quattro, questo è forse quello più debole, poiché necessita di essere affiancato ad almeno un altro elemento della narrativa gialla per poter esprimere al meglio il proprio potenziale. Infatti, non basta certo inventare una storia calata in uno scenario da sogno, come un'isola dei Caraibi o una casa isolata dalla neve nella campagna inglese, per evocare qualcosa di indimenticabile oppure originale e immergere chi legge all'interno della vicenda: pur costruendo suggestive rappresentazioni di luoghi immaginari, magari in parte prese in prestito da altri scrittori e sfruttate come punto di partenza per le loro trame, ciò non toglie che, se il resto non funziona perché i personaggi sono scialbi oppure si muovono in modo disordinato dentro un mistero insulso o narrato con uno stile troppo grezzo, allora sarà servita a ben poco un'attenta descrizione degli ambienti in cui la storia si svolge. Ultimamente, ad esempio, mi è capitato di leggere un thriller moderno, che è stato spacciato come "nella migliore tradizione del giallo alla Agatha Christie". All'apparenza, tutto faceva presagire che si trattasse di una lettura affascinante e di spessore; ma quando sono arrivato alla fine del libro, ho dovuto constatare che le premesse non erano state affatto mantenute, tanto da farmi rinunciare a scrivere una recensione. E non pensate che, tra i romanzi contemporanei, non ci sia ben più di qualche romanzo del mistero che merita l'attenzione degli appassionati di giallo classico! In questo caso specifico, però, il thriller è stato costruito più sul risalto che avrebbe dato il suo scenario e sulla psicologia, che sugli indizi messi a disposizione del lettore (come accade nella maggior parte delle volte); e su personaggi calati in una narrazione fatua e dalla coscienza fin troppo contorta, tanto da farli sembrare fantasmi inconsistenti invece di persone reali. L'unico elemento che si salvava era proprio l'ambientazione invernale di uno chalet di montagna, circondato dalla foresta innevata e silenziosa: ecco, quello sì che richiamava la tradizione di Agatha Christie, con luoghi affascinanti e misteriosi, ma non è certo stato abbastanza per compensare una storia dallo stile tanto moscio.

Il risultato restituito al lettore, quindi, a mio parere è stato quello di aver dato fin troppa importanza ai luoghi in cui si è svolta a vicenda, senza mettere loro accanto qualcosa d'altro a rinforzo e tralasciando il perfezionamento dell'indagine. Eppure sarebbe stato sufficiente un racconto più solido oppure un mistero maggiormente classico, mescolato ad essa, per rimediare a scivoloni grossolani e per dare vita a un mystery intrigante e, allo stesso tempo, di grande effetto scenico; come "Sotto la Neve" di Farjeon, dove il racconto e l'ambientazione riescono in parte a sopperire alla fragilità dell'enigma in fatto di fair play, oppure i thriller ideati da Ethel Lina White, in cui spesso il dualismo tra tradizione (nelle descrizioni dei luoghi) e modernità (nella trattazione del mistero) riesce a dare vita a storie in cui il lettore non può fare a meno di immergersi completamente. Un discorso simile a quello fatto per il thriller che ho preso ad esempio si potrebbe fare anche per il romanzo che recensisco oggi, nel quale lo scenario in cui si muovono i personaggi occupa una parte forse troppo larga della storia. All'interno di "Un Piccolo Omicidio di Natale" di Lorna Nicholl Morgan (Lindau, 2019), infatti, benché i luoghi appaiano vividi tanto quanto le persone che li popolano, con le loro stanze gelide e ostili e i lunghi corridoi minacciosi e oscuri che ricordano la tradizione delle Regine del Brivido americane oppure la stessa White, essi sembrano sostituirsi ai protagonisti e diventare loro stessi il cardine di una narrazione, di conseguenza, meno centrata e caratterizzata da toni melodrammatici davvero accentuati. In questo modo, purtroppo, soffermandosi su elementi di importanza secondaria, si perde un po' il vero fulcro di ogni romanzo giallo che si rispetti (l'enigma e il suo impatto sui personaggi); anche se, devo ammetterlo, "Un Piccolo Omicidio di Natale" ha riservato anche qualche sorpresa in positivo, riguardo alcuni temi e aspetti della trama.

Una grande casa isolata e immersa nella neve, simile a
Wintry Wold
La storia inizia presentandoci Dylis Hughes, un'entusiasta agente di commercio che sta viaggiando per lavoro in giro per uno Yorkshire abbondantemente innevato. Benché la sua auto non sia del tutto in sesto e le previsioni meteo abbiano annunciato un'imminente bufera di neve, infatti, la ragazza intende svolgere il proprio compito e raggiungere la vicina cittadina di Raggden, così da pubblicizzare i prodotti della ditta di cui è orgogliosamente socia e concludere qualche vendita vantaggiosa. Tuttavia, proprio mentre sta tentando di orientarsi nel bel mezzo del paesaggio candido e gelido, ecco che la temuta tempesta si abbatte sulla piccola auto e sulla sua passeggera, costringendole a bloccarsi sul ciglio dell'Harry's Hole (un pericoloso precipizio) e impedendo loro di arrivare a destinazione. Dylis ha imparato a non lasciarsi abbattere dalle avversità e, sebbene impensierita, si prepara a trascorrere la notte all'interno della sua automobile; quando l'arrivo tempestivo e fortunoso di un giovane di nome Inigo Brown sembra volgere la sorte in suo favore. Quest'ultimo, infatti, sta dirigendosi verso la villa dello zio, un ricco possidente delle vicinanze che vedrà per la prima volta nella sua vita, e si offre di condurre con sé la ragazza; tanto più che il vecchio signor Brown si è raccomandato con lui di portare a Wintry Wold anche un amico. Laggiù potrà attendere che il tempo si rassereni e le consenta di andare a cercare un carro attrezzi per l'auto impantanata, e nel frattempo trascorrere del tempo con lui e i suoi parenti.

Benché dubbiosa, Dylis decide di accettare l'offerta di Inigo e i due, a bordo della potente automobile di quest'ultimo, raggiungono Wintry Wold. L'enorme edificio, immerso nella luce del crepuscolo calante e del bianco manto della neve, appare simile a un animale addormentato, ma all'erta e pronto a difendersi dalle offensive dei visitatori indesiderati; un po' come la donna che viene ad aprire loro la porta, la quale asserisce di essere la moglie del padrone di casa, Theresa Brown. Allo stesso modo dei domestici (due individui dall'aspetto poco professionale e ancor meno rassicurante) e le altre persone presenti alla villa (un ubriacone di nome Carpenter e un paio di autisti rimasti in panne col loro camion), anche lei dà una strana impressione in Inigo e Dylis: tutti sembrano sul chi vive, per motivi diversi, ma soprattutto Theresa, la quale pare più che intenzionata ad impedire ai due giovani di incontrare il vecchio signor Brown, il quale è costretto a letto da una misteriosa malattia. In breve tempo, altri viaggiatori (un entusiasta salutista, Mr. Howe, e il suo segretario Mr. Raddle, il giornalista Charlie Best e uno strano signore dall'aria distinta di nome Ashley) si aggiungono ai rifugiati di Wintry Wold per scampare alla bufera di neve che imperversa sulla campagna inglese; finché, mentre l'affabilità di Theresa stride sempre più con un curioso atteggiamento scostante e misterioso, la morte verrà a visitare la casa. E se il decesso sembra non riservare alcuna stranezza, tuttavia la scomparsa di alcuni residenti e rumori misteriosi fuori dalla sua porta e lungo gli oscuri corridoi, mescolati al suo naturale atteggiamento risoluto, porteranno Dylis ad intraprendere un'indagine personale e a tentare di capire cosa si cela davvero dietro le facce ipocrite e gli strani comportamenti degli abitanti di Wintry Wold, prima che si verifichi un "piccolo omicidio" in occasione dell'imminente Natale.

Una scala misteriosa...
"Un Piccolo Omicidio di Natale" appartiene a quella folta schiera di romanzi gialli classici che, in Inghilterra, hanno potuto rivedere la luce in seguito a un lungo periodo di trascuratezza, grazie al successo arriso alla ripubblicazione di "Sotto la Neve" di J. Jefferson Farjeon. Dopo la straordinaria scalata di questo titolo alla top ten dei bestsellers nel 2014, infatti, molti editori hanno seguito l'esempio della British Library Crime Classics e, in occasione delle feste natalizie, producono ogni anno almeno un rinomato (dagli appassionati) titolo a tema; un po' come accadeva con il "Christie di Natale", quando Agatha era ancora viva. In Italia, per qualche tempo, lo ha fatto Polillo, e adesso questa consuetudine è stata raccolta da Lindau, il quale ha dato rispettivamente alle stampe "Natale con Delitto" di Mavis Doriel Hay, "Morte nella Neve" di Farjeon (ritraduzione del titolo qui sopra) e proprio il romanzo che recensisco oggi. Tuttavia l'autrice di quest'ultimo, Lorna Nicholl Morgan, rientra nel novero degli scrittori di mysteries tradizionali che non hanno saputo costruirsi una certa fama neppure tra gli appassionati: a differenza di Farjeon, il quale fu molto apprezzato mentre era in vita, lei non ha lasciato segni inconfondibili del suo passaggio all'interno del genere, in modo simile a H.H. Stanners (il cui "Com'è Morto il Baronetto?" ha rivisto la luce soltanto nel nostro Paese, appena un anno fa). E se, nel caso di Stanners, io non sono riuscito a capire perché il suo libro non sia stato riscoperto prima, dopo aver letto "Un Piccolo Omicidio di Natale" credo di poter immaginare le cause per cui l'opera di Morgan non abbia resistito adeguatamente alla prova del tempo.

Pubblicato per la prima volta nel 1947 come "Another Little Murder", questo giallo mi ha infatti dato l'impressione di essere un po' troppo fuori fuoco, per diversi motivi: primo tra tutti, la decisione di aggiungere al titolo la parola "Christmas/Natale" alle rispettive edizioni inglese ed italiana. Se è vero che l'atmosfera generale del libro rimanda al periodo delle feste di fine anno, con tanto di neve in abbondanza e misteri da svelare in gelidi scenari da cartolina natalizia, è pur vero che manca del tutto la presenza di alberi decorati, gaudenti propositi nell'organizzare cene allegre e quei giochi o scenette teatrali che spesso si accompagnano a questa occasione. Capisco che intitolare questo romanzo "Un Piccolo Omicidio Invernale" avrebbe forse fatto meno presa sui lettori; però non trovo nemmeno giusto imbrogliare chi lo compra. In ogni caso, comunque, personalmente questa critica reca meno importanza rispetto ad altre (sapevo già che il Natale non era argomento principale di questo giallo, quindi non ho avuto alcuna sorpresa in questo senso). Tutt'altro discorso, però, riguarda il suo contenuto. Infatti, se per alcuni elementi esso si avvicina a quello di "Sotto la Neve", con un enigma e un racconto in cui contano più le emozioni della complessità e dell'accuratezza dell'indagine, rispetto al tipo del giallo natalizio imperniato sul puro mistero (come "Il Natale di Poirot" oppure "Natale con Delitto"), d'altra parte ho avuto la sensazione che il soggetto di "Un Piccolo Omicidio di Natale" non si possa nemmeno accostare del tutto a quello del libro di Farjeon. Mi spiego meglio.

Quest'ultimo, secondo me, è stato impostato in modo strettamente "inglese", con suggestioni di intimità legate al periodo vittoriano, e ha fatto dell'evocazione di un clima da fiaba il proprio punto focale; mentre il mystery di Morgan assomiglia più al genere di romanzo del mistero che è stato portato alla ribalta dalle Regine del Brivido americane; nella maggior parte dei casi molto buono, per carità, ma pur sempre segnato da accentuali elementi di suspense a discapito del caso. L'impressione finale che ho percepito dalla lettura di "Un Piccolo Omicidio di Natale", dunque, è stata di mettere insieme, in modo un po' goffo e impreciso, caratteri del giallo tradizionale con molti altri di impronta americana; col risultato di creare una sorta di thriller ingentilito, contraddistinto da uno spiccato senso del melodramma e da una protagonista femminile molto risoluta (a differenza della classica woman in jeopardy), in cui si vuole far coesistere un dualismo "alla White" ma senza riuscirci. A differenza dell'uso che se ne fa nella narrazione di White, infatti, in questo libro gli elementi del giallo di suspense sono molto più accentuati e l'effetto che se ne ricava è quello di dare vita a un racconto che si potrebbe definire "freddo" e affilato; nel quale l'atmosfera non è più quella "calda", familiare e intima di salotti confortevoli e il clima tutto sommato disteso, suggestivo e privo di bruschi sbalzi, ma piuttosto ostile verso i personaggi e fin troppo algido, in cui il brivido non manca in tutti i sensi. Personalmente preferisco il taglio adottato da Farjeon a quello di Morgan, ma probabilmente chi va matto per il mystery da brivido trarrà soddisfazione da questo libro.

Copertina della recente edizione
pubblicata da Sphere, in Inghilterra
Perciò, dato questo lungo discorso in gran parte negativo, leggere "Un Piccolo Omicidio di Natale" si è rivelato una totale perdita di tempo? Affatto. Tenuto conto delle imprecisioni innegabili dell'enigma e della sua storia un po' banale, infatti, non si può certo nascondere il fatto che questo romanzo abbia riservato anche qualche sorpresa in positivo. Non fatevi ingannare dal fatto che esso sia stato ripubblicato per la prima volta solo dopo sessant'anni o che in pochi conoscessero la sua autrice: ciò non è dovuto del tutto alla sua inesperienza o alla povertà intrinseca della sua opera, ma pure dal fatto che di lei non si conosce quasi nulla. Come era stato per H.H. Stanners, infatti, di Lorna Nicholl Morgan si sa soltanto che fu una scrittrice di gialli degli anni '40 e che pubblicò, nell'arco di quattro anni, altrettanti volumi: "Murder in Devils' Hollow" (1944); "Talking of Murder" (1945), in cui il membro di un esclusivo club muore alla vigilia di Capodanno; "The Death Box" (1946), dove la vicenda è incentrata su di un corpo rinvenuto all'interno di una scatola e sulla scomparsa di una giovane signora; e "Un Piccolo Omicidio di Natale" (1947). Un vero peccato che le notizie sul suo conto siano tutte qui. Ma siccome non mi va di liquidare troppo in fretta l'elusiva figura di questa scrittrice, dopo i suoi sforzi per imporsi al mondo, vorrei intraprendere una sorta di indagine, alla maniera di quella fatta per Stanners, e provare a ricavare dalle informazioni contenute nel suo libro (l'unico da me letto finora) qualche elemento della sua personalità.

Per iniziare, prenderei in esame i personaggi, ritratti con una certa dose di asetticità ma dotati di un netto carattere e tratteggiati con attenzione, oltre ad essere molto vari. Tra tutti, mi hanno colpito soprattutto Ashley (col suo particolare metodo di "indagine", pp. 112-115, 177, 181), Howe e Raddle, a causa delle loro sciocche manie salutiste, e ovviamente Dylis. Ognuno di loro potrebbe lasciar trapelare un pezzetto della loro creatrice e dare l'idea di come fosse: discreta, forse interessata alle malattie e i loro rimedi salutisti, ma soprattutto forte, determinata, intelligente ed entusiasta come la protagonista (pp. 7-12, 18, 66, 99, 132, 145, 156, 176-177, 180), dotata di un forte ottimismo e dalla personalità spiccata, la quale viene esaltata nel trio di caratteri centrale nel romanzo, costituito assieme a quelli di Inigo e Theresa. Con quest'ultima viene messo in scena un forte contrasto: una è fatua, capricciosa, un po' inconsistente; l'altra, invece, è indipendente, coraggiosa (a volte fin troppo) e curiosa. Inoltre Dylis ha intrapreso una carriera (quella del commesso viaggiatore) che spesso viene ricollegata agli uomini, dando prova della sua voglia di osare e di mettersi in gioco per sovvertire i ruoli (devo ammettere, insomma, che in questa scelta ho visto un po' di femminismo, da parte di Morgan). Ma non solo; oltre alla sua passione per le cure e le diete naturali (pp. 45-47, 49-54, 56, 74-75, 94-96, 115, 128-129, 158, 186-189, 263-266), insolita all'interno della letteratura del mistero della Golden Age (anche se bisogna ricordarsi del detective salutista di Victor Whitechurch, Thorpe Hazell), l'autrice si è distinta in questo romanzo per aver inserito un tema scottante per il tempo: ovvero, quello della pornografia! Si tratta di un elemento curioso, che dimostra come lei intendesse mettersi alla prova grazie ai suoi libri e avesse deciso di sfruttare la rigidità delle leggi britanniche a riguardo, per costruire il proprio mistero. Mistero che, per qualche vago cenno, assomiglia a quello di "Trappola per Topi", dove un gruppo di estranei si ritrova bloccato in un luogo chiuso e deve convivere con il timore di essere ucciso nel sonno da uno degli altri viaggiatori. Stavolta, però, il caso viene lasciato andare senza grande attenzione ai particolari e risulta banale; probabilmente nemmeno Morgan credeva fino in fondo alla storia che stava scrivendo, la quale appare come un qualcosa di già visto, desolata e senza quel mordente caratteristico dei capolavori del giallo. Tuttavia, la resa dell'atmosfera (pp. 28-30, 34, 36-42, 47-50, 52-59, 96-98, 108-110, 120-125, 131-136, 142-143, ma non solo), con sinistri passi lungo i corridoi, i rumori scricchiolanti della casa e le presenze spettrali, genera un piacevole senso di brivido lungo la schiena, che monta mano a mano mentre passa il tempo; fino al momento in cui il sospetto diventa insopportabile e la tensione si spezza (cap. 13).

Una cosa, dunque, è certa: Morgan sapeva scrivere in modo da catturare i sensi del lettore e suscitare suggestione, grazie a uno stile ricco di humor (esempio pp. 105-107), dove il divertimento si mescola a un potente tono melodrammatico e sinistro (in questo è molto simile a quello di Farjeon in "Sotto la Neve"), e a un senso dell'ambientazione che rende perfettamente l'aura minacciosa dell'antica dimora in cui Dylis e gli altri viaggiatori sono capitati e il pericolo costituito dalla bufera di neve (simile a quello corso dall'Inghilterra e dall'Europa tra la fine del 1946 e il 1947, pp. 8-12, 21-22, 32-33, 41, 61, 63-67, 79-80, 129, 243). In conclusione, dunque, "Un Piccolo Omicidio di Natale" è risultato un po' più debole rispetto ad altri letti durante queste feste di Natale; però non mi ha deluso. Mi aspettavo una storia giocata sul fascino e la suggestione da brivido, benché con un enigma più articolato, ed è ciò che, tutto sommato, ho trovato: una lettura simpatica e per certi versi sorprendente, da riservare per i momenti in cui si è al caldo, sotto le coperte. Sono curioso di leggere altro di Lorna Nicholl Morgan, per vedere se il giudizio complessivo sull'opera può migliorare; chissà che non ci si riesca in futuro.

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venerdì 4 ottobre 2019

11 - "Il Terrore Corre sul Filo" ("Sorry, Wrong Number", 1948) di Lucille Fletcher & Allan Ullman

Copertina dell'edizione pubblicata
nei Classici del Giallo Mondadori
n. 836
Le crime novels, grazie alle loro caratteristiche peculiari, sono prodotti letterari che si adattano molto bene alle trasposizioni in diverse forme di intrattenimento. Infatti, pur nascendo in veste di storie lunghe o di racconti brevi ed essendo apprezzate per la capacità di tenere costantemente alta l'attenzione del lettore, mentre le pagine scorrono sotto i suoi occhi, esse riescono a catturare anche l'interesse degli appassionati di film televisivi e riduzioni radiofoniche quando, grazie a qualche ritocco, vengono trasformate in un'opera teatrale, in forma di commedia o di tragedia a seconda dei casi; in un radiodramma, da recitare davanti a un microfono; oppure in una vicenda raccontata su pellicola, in cui il mistero prende forma fisica e i suoi attori si muovono davanti agli occhi dello spettatore. Tutto sta nel talento dei loro autori, capaci di reinventare qualcosa che essi stessi o altri hanno scritto: tra i copioni scritti per il teatro, ad esempio, uno dei più famosi (e il mio preferito in assoluto) è quello di "Trappola per Topi" di Agatha Christie, tratto dal racconto "Tre Topolini Ciechi" dall'autrice stessa, in cui un variegato gruppo di ospiti si rifugia in una pensione nel bel mezzo della campagna inglese, gestita da una giovane coppia di sposini, per poi scoprire di essere isolati dal resto della civiltà a causa di una furiosa tempesta di neve e prede di un maniaco omicida. Il racconto "originale" rappresenta una tipica prova della Regina del Mistero, poiché capace di stregare il lettore pur senza dilungarsi in descrizioni dettagliate o presentare trame complesse e dense di avvenimenti; la riduzione teatrale, però, conta sull'atmosfera e la tensione generate dal sospetto e dal talento degli attori nel dare l'impressione di ambiguità ad ogni loro gesto, così da sopperire all'impossibilità di un cambio di scena con un racconto giocato maggiormente sulle personalità dei personaggi e le parole che pronunciano. Tra le celebri pellicole tratte da altrettanto rinomati romanzi, invece, a mio parere spiccano "Assassinio sull'Orient-Express" di Sydney Lumet e "Testimone d'Accusa" di Billy Wilder (derivati anche questi da opere omonime della Christie, ma ad opera di sceneggiatori differenti), dove il primo può essere designato come un esempio di adattamento rigoroso della trama letteraria, mentre il secondo mostra come una vicenda, utilizzata per un semplice racconto, possa articolarsi in una trama ben più complessa grazie alla fantasia degli adattatori.

Infine, per quanto riguarda gli adattamenti radiofonici, restano celebri nella storia della crime fiction i pezzi che John Dickson Carr ("I Morti hanno il Sonno Leggero") ed Ellery Queen ("Le Falene Assassinate e altri racconti") scrissero nel corso della loro carriera per questo mezzo di intrattenimento: vicende tese, capaci di dare più di un brivido grazie all'uso di attente e sapienti voci che si spandono nell'aria. Proprio la suspense, a mio parere, si è rivelata essere un carattere fondamentale di queste tre forme di svago; non c'è dubbio, infatti, che sia grazie ad essa che gli sceneggiatori e i drammaturghi riescano a tenere incollati gli spettatori e gli ascoltatori alle loro poltrone. Uomini e donne come Alfred Hitchcock e gli autori sopra citati capirono ben presto come far leva sulle emozioni dell'essere umano, e di conseguenza crearono delle situazioni dove esse venivano solleticate di continuo, come in film quali "La Signora Scompare" e "Psycho", oppure commedie del tipo di "L'Ospite Inatteso", "Il Rifugio" o "La Tela del Ragno" della Christie. Nel 1948, in America, anche una scrittrice di gialli radiofonici decise di scrivere un'opera di questo tenore, traendo ispirazione da un pezzo che aveva precedentemente composto, in seguito a un casuale incontro per la strada. Il suo nome era Lucille Fletcher, e il risultato dei suoi sforzi fu "Il Terrore Corre sul Filo" (Classici del Giallo Mondadori n. 836 del 1999), una vicenda in cui dominano gli elementi del giallo delle women in jeopardy, come la caratterizzazione psicologica dei personaggi e il senso dell'ambientazione essenziale ma d'atmosfera, la quale divenne ben presto oggetto dell'attenzione della Paramount (la quale ne fece un film di successo con Burt Lancaster e Barbara Stanwyck).

Articolo di presentazione del film "Il Terrore Corre sul Filo",
tratto dall'omonimo romanzo dal regista A. Litvak
La storia si svolge nell'arco di un paio d'ore di una calda serata estiva a New York, durante le quali Leona Stevenson, una ricca donna nevrotica e inferma, tenta con ogni mezzo di mettersi in contatto col marito che tarda a rincasare. Lei si trova in casa da sola, poiché le domestiche hanno ottenuto il permesso di uscire, e non si sente per niente a proprio agio, imprigionata tra le quattro mura della sua camera da letto, pur possedendo un telefono pronto ad esaudire qualunque chiamata intenda fare; tanto più che tale apparecchio risulta inutile, poiché il suo Henry si ostina a non rispondere dalla linea del proprio ufficio, che lei continua a farsi passare dalla telefonista di turno. Nel corso della sua vita, Leona ha sempre evitato qualsiasi responsabilità le si sia parata davanti e ha sviluppato un carattere capriccioso e sgradevole, peggiorato da una malattia che l'ha resa attenta solo ai propri desideri e sorda a quelli della gente intorno a sé; quindi non capisce perché le addette al centralino non vogliano esaudire le sue richieste per contattare Henry e monta nei loro confronti ridicole accuse, con un'arroganza cieca alle difficoltà che loro vanno incontro per soddisfare i suoi bisogni. Henry non la farebbe mai agitare in modo simile, quindi deve essere colpa loro se lui non le risponde. Infastidita dalla faccenda, la signora Stevenson decide di assillare le povere impiegate finché la sua richiesta non sarà realizzata; finché, quando chiede per l'ennesima volta di essere messa in contatto con suo marito, all'improvviso all'altro capo del telefono risponde una voce: che sia Henry, finalmente? Ben presto, però, Leona realizza che a parlare non è suo marito, ma un individuo di nome George il quale, insieme a un altro tale e ignaro che un'estranea si sia infilata nella loro linea, sta progettando nientemeno che un omicidio a sangue freddo, ai danni di una sconosciuta.

Allarmata e consapevole di aver ascoltato una minaccia reale, la signora Stevenson tenta di scoprire l'identità del fantomatico assassino con l'aiuto delle telefoniste e, in seguito, di dare l’allarme presso la polizia, ma nessuno vuole credere alla fantastica storia di un’isterica apparentemente confusa come lei. Inoltre, il tempo passa e Henry, l'unico che potrebbe aiutarla a salvare la vita della sconosciuta destinata a morire, tarda ancora a tornare. In un disperato tentativo di capire cosa gli sia successo, Leona interpella la segretaria del marito e scopre che lui ha staccato prima dal lavoro per uscire con una giovane donna, la signora Sally Lord. Forse si tratta di un'amante; in quel caso, la signora Stevenson decide che deve saperne di più e, accecata dalla gelosia, si mette in contatto con questa supposta rivale in amore, scoprendo in lei una vecchia amica. Che coincidenza! Però è un caso anche che il signor Lord sia un investigatore e che sia sulle tracce di Henry? In un crescendo di tensione, tra boccette di sali e medicine prescritte dai dottori, la curiosità di Leona cresce e il suo umore volubile degenera sempre più, mentre apprende fatti sorprendenti sul marito e il telefono continua a squillare nel silenzio della grande casa vuota, portando con sé storie di sventura e di morte. Riuscirà a guarire se stessa e, in una disperata corsa contro il tempo, a cambiare un destino che sembra già segnato prima del frenetico finale della notte?

Il Terrore Corre sul Filo", per quanto mi riguarda, occupa un posto singolare all'interno della narrativa di genere, poiché rappresenta un'insolita variazione del giallo delle women in jeopardy, e incarna alla perfezione il concetto di paradosso. Di norma, in ogni giallo che si rispetti almeno un aspetto dell'indagine si rivela essere il contrario di quanto si credeva in realtà (la vera natura del colpevole, soprattutto); stavolta, invece, gli elementi che si vengono a capovolgere sono molto più numerosi. La sua forma, gli atteggiamenti dei personaggi, lo stile, l'ambientazione; tutto quanto appare normale a prima vista, alla fine si rivela ribaltato. Ad esempio, il romanzo non è molto lungo: conta meno di 130 pagine e si può tranquillamente leggere in una sola notte; eppure, a conti fatti, riesce comunque a provocare una sensazione forte nel lettore, allo stesso modo del film nello spettatore, come se si estendesse ben oltre i suoi confini materiali e invadesse altre aree. Inoltre, ci aspetteremmo che la resa finale non sia più di tanto valorizzata da questa brevità, quando invece è indubbio che lo svolgimento "in tempo reale", tra la 21:30 e le 23:15, riesce a conferire un ritmo irresistibile a una trama la quale, pur stringata, scorre davanti ai nostri occhi come se fosse una pellicola, con le intestazioni dei capitoli in forma di orari che scandiscono il numero di minuti rimanenti all'assassino per colpire. In questo caso, pertanto, la brevità diventa un carattere a favore dello svolgimento, in cui contano soprattutto l'urgenza e il senso di tensione, e la profondità del carattere di Leona e degli altri personaggi non viene sacrificata a vantaggio della frenesia; anzi, ci permette di conoscere i tratti essenziali di tutti i protagonisti senza dilungarsi troppo.

A questo proposito, poi, troviamo un nuovo aspetto paradossale di "Il Terrore Corre sul Filo", che riguarda la personalità di tutti gli attori sulla scena. La nevrotica protagonista (pp. 7-10, ma non solo), circondata dal lusso e dal potere, antipatica fin dall'inizio al lettore per il suo carattere viziato e noioso, astuta e instabile, alla fine risulta essere una vittima chiusa come in una gabbia dorata (pp. 22-23), bisognosa di affetto e che trascorre l'esistenza come in un carcere, tradita dai familiari e dalla falsa concezione del mondo che è andata costruendosi nel corso della vita; suo padre, Jim Cotterell, da potente affarista e pragmatico uomo d'azione, degno della stima dei suoi pari, si rivela essere uno zerbino e il tipico esempio di sprezzante e ottuso parvenu, convinto che solo il denaro faccia la felicità e che gli affetti siano superflui (pp. 24-28); la signora Jennings, zelante segretaria sul posto di lavoro, lascia emergere una natura pettegola che la fa paragonare a un uccello non solo nella descrizione (pp. 30-35); Henry Stevenson, all'apparenza intelligente e integerrimo vicepresidente della società di Cotterell, in realtà dimostra di essere ingenuo, vanesio (pp. 100-101), spregiudicato, orgoglioso, molto determinato e troppo esigente; Sally Lord sembra una dolce madre di famiglia, ma non prova alcun rimorso nell'abbandonare Leona all'incertezza sul destino del marito (p. 68), come pure Mr. Evans, il quale nasconde una natura debole e la coscienza sporca dietro futili scuse (p. 93). Tutti costoro, insomma, appaiono agli occhi del lettore sotto una certa luce la quale, man mano che il tempo scorre e le 23:15 si avvicinano, cambia e li trasforma negli opposti di quanto credevamo, tanto da farci affezionare anche alla protagonista, nonostante i suoi difetti, e a condividere i suoi timori nel parossismo di tensione che genera la trama.

Fino alla fine restiamo accanto a Leona, ci poniamo i suoi stessi quesiti, proviamo il suo enorme egoismo (tema centrale del romanzo, assieme a quello della famiglia malata e dei rapporti che ne scaturiscono (p. 24-26), raccontati da Charlotte Armstrong in opere come "L'Insospettabile"), seguiamo il suo cammino verso una vita irrealizzabile e assurda, nutriamo pietà per lei, scaviamo nella storia grazie alle sue telefonate e ai numerosi flashback, che ritraggono gli ambienti con essenziale cura, e ricaviamo scampoli di un'esistenza futile e infelice e le informazioni che lei stessa ottiene dai suoi interlocutori, alla ricerca di un omicida che prima o poi, ne siamo certi, dovrà pur comparire sulla scena. E invece, cosa quasi impossibile in un romanzo dove i ladri e gli assassini sono necessari per la riuscita finale del prodotto, questo colpevole non si vede (quasi) mai: non sappiamo nulla di lui, non abbiamo alcuna descrizione fisica e, anche al momento in cui egli entra in scena, ci viene fornito come carattere distintivo soltanto la sua voce roca. Ecco un altro aspetto paradossale di questo piccolo capolavoro della suspense: probabilmente l'idea di usare tale connotato intangibile è derivato dal fatto che "Il Terrore Corre sul Filo" sia nato come pezzo radiofonico; tuttavia, bisogna ammettere che esso si è dimostrato un originale espediente per contraddistinguere questo romanzo del mistero (e il suo omicida) dai suoi numerosi compagni. E se l'uomo che sferra l'attacco fisico resta nell'ombra, il mandante (l'individuo di cui George e l'altro tizio parlano quando Leona intercetta la loro telefonata) appare chiaro fin dall'inizio, almeno agli occhi dei lettori smaliziati dei nostri giorni; un doppio paradosso, forse inconsapevole, ma che non influisce sulla resa finale del libro, come pure in quella del film di Litvak. Anche in quel caso, infatti, il "colpo di scena" non sortisce gli effetti che deve aver prodotto negli anni '50, quando entrambi vennero presentati al pubblico, poiché nemmeno la pellicola ci mostra mai come sia in realtà il fantomatico George; eppure non posso fare a meno di pensare che tutti e due restino una prova superba di quanto si possa fare per produrre grandi risultati, pur impiegando pochi mezzi, e rappresentino opere esemplari in entrambi questi campi.

Lucille Fletcher, nata nel 1912 e morta nel 2000
Non bisogna dimenticare, però, che "Il Terrore Corre sul Filo" nacque come radiodramma e anche in quel caso guadagnò ampi riconoscimenti. Facente parte della serie "Suspense", tra il 1943 e il 1960 venne ripreso ben sette volte, con protagonista Agnes Moorehead ogni volta (l'attrice resta famosa per la sua collaborazione con Orson Welles, il quale la fece debuttare sul grande schermo come la madre di Charles Foster Kane, il protagonista del suo capolavoro "Quarto Potere", ma anche per le interpretazioni in "Piano... piano, dolce Carlotta" di Robert Aldrich e nella sitcom "Vita da Strega"). Lo stesso Welles definì il copione del dramma come "la più grande sceneggiatura di un singolo pezzo radio di tutti i tempi", e oltre alla trasposizione per il grande schermo (che ottenne una nomination all'Oscar per la Stanwyck), esso fu adattato nel 1959 e vinse un premio Edgar. Insomma, ottenne un successo a dir poco strepitoso, se si pensa che la sua autrice ebbe il cosiddetto "lampo di genio" mentre si trovava in un negozio di generi alimentari. Lucille Fletcher (1912-2000) nata a Brooklyn e moglie del celebre compositore Bernard Herrmann, infatti, stava aspettando il suo turno in coda e, come ha raccontato una delle sue figlie, fu colpita dall'atteggiamento rude e scostante che una donna vestita di visone aveva assunto nei confronti delle altre persone. Da quell'incontro casuale nacque l'idea di usare come protagonista una signora maleducata e insopportabile, ma con crucci segreti, la quale venne umanizzata ma non ammorbidita dalla stessa Fletcher e dal suo collega Allan Ullman (1908-1982) nella figura di Leona Stevenson: ciò che rimase dai loro sforzi congiunti fu una persona reale e viva, ma che giaceva da sola nell'oscurità, in preda alla paura della Morte. In seguito, Lucille Fletcher si impegnò a scrivere altri drammi radiofonici e dieci romanzi, tra cui "La Morte aveva i suoi Occhi" e "Ossessione Senza Fine", mentre Ullman divenne editore e scrittore di libri a nome di Sandy Alan; tuttavia nessuno dei due ottenne tanto successo come con il frutto della loro prima collaborazione. "Il Terrore Corre sul Filo" è una variazione perfetta del thriller sullo stile di quello di autrici come Rinehart ed Eberhart, in cui tutto si svolge in pochissimo tempo e spazio, che mette in luce le illusioni di una donna degli anni '40 in un mondo ostile, che nutre desideri impossibili (pp. 77-80) e vuole soltanto raggiungere la felicità senza sacrificare nulla (pp. 53-54, 68, 81), e immerso in un clima di tensione ben poche volte raggiunto o superato da altri libri di questo genere. Consigliato per una lettura a letto, con luci abbassate e totale silenzio: ne vale davvero la pena, credetemi.

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venerdì 23 agosto 2019

6 - "Svanita nel Nulla" ("She Faded into Air", 1941) di Ethel Lina White

Copertina dell'edizione pubblicata nei
Classici del Giallo Mondadori n. 1422
Il notevole successo di vendite che, fin dalla loro comparsa tra le fila della crime story classica, hanno riscosso i romanzi delle women in jeopardy (o "donne in pericolo") è cosa ormai assodata. Come la loro forza magnetica nei confronti del pubblico: caratterizzati da scenari notturni e figure di infaticabili infermiere-segugi, e da ambigui individui a caccia di fanciulle indifese che si credevano protette da pericoli del genere, essi sono riusciti a costruirsi, a partire dai primi anni del Novecento, una fedele cerchia di affezionati lettori e lettrici; soprattutto nel luogo in cui sono nati, in America, grazie all'operato di scrittrici come Mary Roberts Rinehart e Mignon G. Eberhart, le quali hanno intrattenuto per molto tempo gli appassionati di suspense e dato vita a una vera e propria Scuola, la cosiddetta "HIBK School" che ruota attorno all'assioma "Se solo avessi saputo...". Invece, il fatto che questa tendenza a narrare le peripezie di intraprendenti e giovani signorine, pur sviluppatasi maggiormente dall'altra parte dell'Atlantico, si sia imposta in qualche modo anche in Inghilterra viene spesso trascurata; eppure, è un fatto che qualcosa di simile ai libri delle Regine del Brivido americane sia comparso anche qui, nella Vecchia Europa, e abbia sortito una certa popolarità non molto tempo dopo l'apparizione sul mercato di opere quali "La Stanza n. 18" o "Il Pipistrello"Grazie alla celebrità di cui aveva goduto il romanzo vittoriano nel corso dell'Ottocento, infatti, nei primi anni del secolo successivo si vide una sorta di riscoperta di quel tipo di letteratura in chiave "criminosa" da parte di alcune scrittrici di sesso femminile; e se certi tratti peculiari di romanzi come quelli di Jane Austen (quali lo spiccato gusto per il gotico e la presenza di figure femminili spesso centrali nelle vicende raccontate, in comune con i mysteries di Rinehart ed Eberhart) vennero riproposti tali e quali a come erano stati impiegati nel passato, è pur vero che ad essi fu affiancata una spiccata componente delittuosa, legata soprattutto agli stilemi del thriller.

Per le autrici in questione fu un modo di ripercorrere la strada che le loro colleghe d'oltreoceano avevano già tracciato, pur dando maggiore risalto a "signorine omicidi" come zitelle e giovani impiegate, che riscontrò una modesta popolarità e permise loro di affermarsi. Tra queste vanno sicuramente ricordate Gladys Mitchell e Patricia Wentworth; ma la prima a raggiungere il successo in questo campo fu la gallese Ethel Lina White la quale, oltre ad inserire nei suoi libri la marcata componente di suspense delle trame americane, si impegnò a mescolarla agli enigmi delle detective novels, dando così vita a gialli diversi da quelli della sua epoca, seppur aderenti alla tradizione. Tra le altre, "Svanita nel Nulla" (Classici del Giallo Mondadori n. 1422, 2019) è forse l'opera più rappresentativa di questa sua concezione della crime story (ancor più del riconosciuto capolavoro dell'autrice, "Qualcuno ti Osserva"), poiché vede la sparizione impossibile di una ragazza all'interno di un palazzo vittoriano, corredata di personaggi sospetti e ambigui e la costante presenza di un pericolo dietro l'angolo per la coppia di protagonisti; insomma, un sapiente mix tra il giallo della Golden Age e la corrente innovativa delle women in jeopardy.

La trama si snoda proprio dal momento in cui Evelyn, la figlia del magnate americano Raphael Cross, scende dalla limousine del padre di fronte a Pomerania House, un imponente caseggiato costituito da enormi saloni e imponenti scalinate in piena Londra. Si è recata laggiù in un nebbioso pomeriggio d'ottobre per ordinare un paio di guanti presso la famosa Madame Goya, un donnone bardato di scialli e con la fama di possedere doti di chiaroveggenza, e non immagina assolutamente che, entro qualche minuto, sarà destinata a scomparire nel nulla. Con tutta tranquillità saluta Pearce, il portiere, gli chiede un fiammifero per accendere una sigaretta e poi si allontana verso l'ingresso in direzione del padre e del proprietario dello stabile, il maggiore Pomeroy. Quando l'usciere torna al suo posto, scorge la ragazza e i due uomini salire le scale che portano al piano di sopra, dove ella farà il suo ingresso nelle stanze di Madame Goya. E se, secondo le testimonianze, Evelyn varcherà di sicuro la soglia del numero 16 per entrare, altrettanto non si potrà dire per uscire; poiché né suo padre né il maggiore, appostati proprio sul pianerottolo, né la chiaroveggente avranno la minima idea di dove ella possa essersi cacciata o essere stata imprigionata, dopo aver ordinato i guanti ed essersi diretta verso l'uscita dell'appartamento. Sembrerebbe proprio che la ragazza sia svanita dalla faccia della terra, che si sia dissolta nell'aria o si sia mescolata alla nebbia che preme contro le finestre di Pomerania House, e a nulla servirà l'intervento dell'investigatore privato Alan Foam o il letterale smantellamento dell'appartamento di Madame Goya.

Anche se vuol dare l'idea di considerare l'accaduto come una scappatella della figlia, Raphael Cross teme si tratti di un rapimento di stampo ricattatorio, simile a quello cui sono fortunatamente scampati alcuni suoi amici, i signori Stirling e la loro figlia Beatrice, residenti a Londra proprio nei giorni in cui Evelyn è scomparsa; quindi esclude il coinvolgimento della polizia e attende, nervoso e trepidante, notizie dai rapitori o da Evelyn, tra una chiacchierata confortante con gli Stirling, un velato flirt con la giovane Viola Green, affittuaria di Pomerania House, e un pranzo elegante. Tuttavia, quando Nell Gaynor, vecchia amica di Raphael, viene investita e uccisa pochi giorni dopo averlo incontrato nella capitale inglese, Foam inizia a sospettare che le cose non potranno far altro che peggiorare e decide di mettere in guardia Viola, la quale nel frattempo è diventata la dama di compagnia di Beatrice; e quando arriverà finalmente la richiesta di riscatto per Evelyn, i consigli frettolosi che saranno rivolti a Cross porteranno in modo inevitabile a che si verifichi la tragedia che tutti quanti hanno temuto fin dall'inizio. Ma non sarà finita lì, poiché dovrà passare ancora molto tempo prima di scoprire come un essere umano in carne ed ossa sia riuscito ad essere sottratto da un luogo chiuso e a ricomparire da tutt'altra parte.

Dipinto raffigurante "Londra nella Pioggia", come poteva
essere la città in "Svanita nel Nulla"
Come di consueto, con "Svanita nel Nulla" Ethel Lina White si impegna a costruire un thriller in cui non manchi, tuttavia, qualche elemento da giallo tradizionale. Infatti, come aveva già fatto in "È Scomparso un Caro Ometto" (dove un uomo finge la propria morte per truffare l'assicurazione) o in "The Elephant Never Forgets" (una sorta di spy story ambientata in Unione Sovietica), anche in questo romanzo unisce la suspense caratteristica dei libri delle women in jeopardy a un'indagine di tipo prettamente classico, con una scomparsa impossibile alla maniera di John Dickson Carr. Questa unione un po' forzata, legata al fatto che lei non seppe creare un investigatore fisso per i suoi gialli come Agatha Christie o lo stesso Carr, ha probabilmente portato al graduale oblio di cui l'opera della White è stata purtroppo protagonista; eppure al tempo stesso le ha permesso di variare e sperimentare, pur rimanendo ancorata ad alcuni aspetti comuni nelle sue trame. Così, mentre il brivido resta la sua cifra distintiva, di volta in volta si è cimentata nel "mistero-da-villaggio-di-campagna" (con "Fear Stalks the Village"), in quello universitario (con "The Third Eye") oppure in una variante del giallo con serial killer (con "Qualcuno ti Osserva"), senza rinunciare ad elementi gotici quali infermiere, scene notturne e luoghi solitari, i quali ne hanno fatto un'insolita discepola della scuola della Rinehart. È riuscita a creare una sorta di narrazione duplice, dove non solo i contenuti ma anche gli elementi strutturali di questi sottogeneri del giallo si equilibrano (quasi) alla perfezione gli uni con gli altri, come se il suo modo di raccontare (e a maggior ragione nel caso di "Svanita nel Nulla") si potesse paragonare a un castello di carte, in cui ogni aspetto possiede la caratteristica di essere complementare all'altro.

Per quanto riguarda le atmosfere e le ambientazioni, ad esempio, l'autrice accosta l'aura nebbiosa e tormentata che pervade la lettura dall'inizio alla fine all'indagine di Alan Foam, dove la logica e il rigore giocano un ruolo non secondario; oppure ci descrive gli enormi saloni di Pomerania House, gli appartamenti drappeggiati e illuminati da lampade e fa rimandi al mobilio vittoriano in modo da dare un grande senso di solennità alle vicende e conferire loro pure una certa aria di irrealtà, per poi inserire la demolizione delle stanze di Madame Goya, come se intendesse scacciare i fantasmi dai luoghi che ha descritto e mostrarceli per quello che sono davvero, secondo l'ottica razionale che l'investigatore rappresenta. Lo stile è molto simile a quello impiegato dalle Regine del Brivido, con numerosi momenti a effetto e finali di capitoli in cui il lettore si trova a trattenere il fiato; eppure esso risente della tradizione solida e caratteristica del romanzo vittoriano, dove il dettaglio e l'aderenza alla realtà erano molto spiccati. Anche l'enigma, pur ispirato da chiare influenze legate al thriller, viene delineato in modo da rappresentare come meglio si può la tradizione del giallo classico all'inglese, con tanto di indizi forniti al lettore. L'apparenza e la sostanza sono i concetti base su cui si fonda la crime story in generale; ciò che sembra e ciò che è, i tentativi di nascondere la propria natura e le maschere che le persone indossano appaiono familiari ai lettori di gialli. In "Svanita nel Nulla", questa duplicità non si applica solo ai temi e alle azioni dei personaggi, ma anche all'impianto formale e pare propendere leggermente verso ciò che è reale, con un'indagine orientata più del solito verso il mystery tradizionale: ci sono trucchi da prestigiatore, oggetti rinvenuti nei pressi della scena del crimine, allusioni e tracce nascosti nelle parole dei sospettati. Tuttavia, ancora una volta, entra in gioco l'influenza esercitata dal romanzo di suspense e questi elementi vengono talmente complicati dalla necessità di creare mistero sulla sparizione di Evelyn Cross, da ritrovarli come immersi nella nebbia, con i contorni sfocati e inutilmente esagerati per il lettore deciso a seguire un ragionamento del tutto logico per giungere alla soluzione. Ecco, forse è questa la critica più grande che si può fare a questo romanzo, e il motivo per cui esso può venire solo accostato a quelli di Carr. Anche quest'ultimo, infatti, fece la propria fortuna grazie all'unione tra pragmaticità e "fenomeni soprannaturali"; ma a differenza di Ethel Lina White, egli riuscì ad essere sempre credibile, chiaro e a infondere qualcosa in più nel suo modo di narrare e porre enigmatici quesiti.

Ethel Lina White, nata nel 1876 e
morta nel 1944
Pur avendo goduto di un certo successo mentre era in vita, al giorno d'oggi non sappiamo granché sul conto di Ethel Lina White. Come ha osservato Mauro Boncompagni in un'introduzione a uno Speciale del Giallo Mondadori, su di lei esistono solo alcune menzioni sparse qua e là, citazioni stringate e un saggio molto breve in "20th Century Crime and Mystery Writers" (poi tolto dalle edizioni successive a quella del 1980). Per qualche tempo, addirittura, si è stati indecisi sulla sua vera data di nascita, la quale venne poi stabilita dal critico Jack Adrian all'anno 1876. Non stupisce, quindi, che tanti particolari sulla sua esistenza siano rimasti avvolti dal mistero. Di certo, White nacque ad Abergavenny, una cittadina antichissima del Galles meridionale, figlia di un inventore e della sua seconda moglie; visse prima in una casa a Frogmore Street (dove in seguito venne posta un targa commemorativa) e in seguito a Londra, e lavorò in città per qualche tempo al Ministero delle Pensioni; impiego che lasciò solo negli anni Venti, per dedicarsi completamente alla scrittura fino alla morte, avvenuta nel 1944. L'unico altro particolare sicuro sulla vita di Ethel Lina White, oltre ai romanzi di genere giallo e non che scrisse, è dato dal suo testamento: redatto in modo da lasciare alla sorella nubile (unica parente di cui si abbia conoscenza) tutto quanto possedeva, esso specificava una condizione davvero insolita affinché ella potesse acquisire i suoi averi; ovvero, che chiamasse un medico e gli ordinasse di trafiggere con un punteruolo il cuore della sua salma, per accertarsi che non ci fossero più tracce di vitalità. Una circostanza un po' macabra e agghiacciante, simile a quelle descritte nei suoi libri i quali, come abbiamo visto, pur forniti di elementi da detective novel si possono iscrivere al genere suspense e delle women in jeopardy. Da essi possiamo ricavare altre informazioni sulla sua personalità; soprattutto se analizziamo i personaggi femminili, che risultano essere sempre molto ben sviluppati. Anche se in "Svanita nel Nulla" non c'è una vera e propria protagonista come, ad esempio, avviene in "Qualcuno ti Osserva" (prima la vicenda è concentrata su Evelyn, poi si sposta su Viola e l'impatto positivo che ha il suo rapporto con Beatrice), le ragazze e le donne sono spesso raffigurate come energiche, pur in costante pericolo (ancora la duplicità cui accennavo sopra); sono persone che si impegnano per guadagnarsi da vivere, che si oppongono agli ostacoli che incontrano e agli individui che tentano di metterle in difficoltà facendo affidamento sulle proprie risorse, quali la maestra di "The Third Eye", la ragazza alla pari di "Qualcuno ti Osserva", la giornalista di "Delitto al Museo delle Cere", la governante di "La Signora Scompare". La stessa White probabilmente dovette far fronte alla necessità di sopravvivere con le sue sole forze: il censimento inglese del 1921 mostrava come le donne fossero un milione e tre quarti più degli uomini dopo la Grande Guerra, e questo fatto impediva loro di pensare a un futuro fatto di sicurezza finanziaria e matrimonio; quindi esse erano costrette a diventare infermiere o segretarie pur di sopravvivere. Ecco, anche Viola Green (come la stessa Ethel Lina) si trovò in una situazione simile, costretta a svolgere un'occupazione tediosa o precaria (vedasi a proposito pp. 41-42 e 51-53, ma anche p. 70 e 104), a cui andavano aggiunti gli effetti nefasti della Depressione e, a volte, il dovere di sostenere congiunti di ogni tipo.

Questa simpatia che White nutrì verso i suoi personaggi femminili la rese una scrittrice apprezzata e avanti sui tempi, tanto più che così si dimostrava molto tollerante verso i costumi dell'epoca, i quali vedevano la figura della donna ancora come marginale all'interno della società e la figura dell'investigatore come un essere umano privo di particolari emozioni. Lo stesso Alan Foam, infatti, è un prodotto originale all'interno della narrativa di genere: vuole apparire come un duro, uno di quei detective da hard-boiled che hanno visto le brutture del mondo e sono ormai disincantati nei confronti di un futuro roseo; eppure, sotto sotto, è un essere umano capace ancora di provare dei sentimenti, di guardare alla vita con un barlume di speranza e, soprattutto, di amare. Lui e Viola sono la vera coppia protagonista di "Svanita nel Nulla"; giovani, innamorati, decisi a trovare il proprio posto nel mondo e a raggiungere la felicità, assomigliano un po' a Tommy e Tuppence di Agatha Christie (come ha sottolineato Mike Grost in The Rinehart School), e lo sviluppo della loro relazione risulta tra gli elementi più importanti di tutto il romanzo, insieme al taglio cinematografico che Ethel Lina White seppe dare ad ognuno dei suoi libri. Non a caso, da "La Signora Scompare" e "Qualcuno ti Osserva" sono stati realizzati due film di successo, diretti rispettivamente che da Alfred Hitchcock (con titolo omonimo) e da Robert Siodmak (col titolo "La Scala a Chiocciola"); mentre dal suo "La Casa dell'Oscurità" fu scritta una co-sceneggiatura da Raymond Chandler e dal racconto "An Unlocked Window" furono tratte le basi per uno dei più memorabili episodi della serie "L'Ora di Hitchcock". Proprio quest'ultimo, grazie alla presenza di due infermiere, una finestra che non viene chiusa per la notte e una gran dose di brivido, può essere considerato come un tipico esempio della concezione di crime story che aveva questa insolita scrittrice, per la quale personalmente nutro una grande ammirazione. Christine Poulson ha osservato che "se c'è qualcosa che Ethel Lina White conosceva, quello è la suspense"; io non posso essere che d'accordo con le sue parole, e sono convinto che la sua decisione di mettere insieme il tradizionale giallo all'inglese con la corrente delle women in jeopardy le abbia assicurato un posto di tutto rispetto all'interno della narrativa di genere.

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