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venerdì 14 febbraio 2020

24 - "Assassinio sul Cervino" ("Murder on the Matterhorn", 1951) di Glyn Carr

Copertina dell'edizione pubblicata da
Mulatero Editore
Nella maggior parte dei casi, quando si parla di classica crime story, lo scenario che viene subito alla mente è quello tipicamente inglese. Ciò è dovuto al fatto che il giallo deduttivo è nato in Inghilterra e, quindi, è naturale ritrovare ambientazioni che si riconducano a luoghi siti dall'altra parte della Manica, dove sono apparse le storie che hanno fatto scuola in questo campo letterario e che si possono considerare come prototipi di trame e vicende che sarebbero venute in seguito. Ad esempio, il villaggio di campagna (magari dotato della sua villa signorile sulla collina) rappresenta lo sfondo più familiare al lettore appassionato di mysteries di matrice anglosassone, poiché conta innumerevoli prove di scrittori e scrittrici che in esso si siano cimentati; basta citare Agatha Christie e la sua Miss Marple, oppure un libro quale "L'Assassinio di Roger Ackroyd". Anche i cosiddetti "delitti universitari", ambientati in prestigiosi college come quello di Oxford o in rispettabili scuole di formazione femminili, sul genere della Meadowbank School di "Macabro Quiz", fanno ormai parte dell'immaginario collettivo sul romanzo giallo classico; per non parlare delle morti avvenute a bordo di treni di provincia o di barche lanciate lungo fiumi e laghi (come in "Morte a Vele Spiegate" di C.P. Snow). Tutte queste ambientazioni, benché espressione di un mondo universalmente riconosciuto anche al di fuori della terra d'Albione, rimandano a un microcosmo ben preciso: quell'Inghilterra ideale in cui esistono i delitti, le prove, i moventi, i sospettati e poco altro, in cui è quasi immaginabile trovare protagonisti e usi e costumi di una società differenti da quelli inglesi. Eppure, il bello del classico romanzo del mistero sta nel riuscire a ritrarre un gruppo di persone sempre riconoscibile e, allo stesso tempo, di proiettarlo su qualunque ammasso eterogeneo di esseri umani; quindi, non dovrebbe stupire il fatto che, ogni tanto, possiamo incappare in una vicenda lontana (in fatto di lunghezze spaziali) dalla "solita" Inghilterra e dai suoi scenari campagnoli o urbani, tipici di storie quali "C'è un Cadavere dall'Avvocato" di Michael Gilbert e "I Delitti di Praed Street" di John Rhode, a favore di ambientazioni esotiche come quelle dei romanzi di J. Jefferson Farjeon.

Come abbiamo visto, anche Glyn Carr si è divertito ad ideare storie che prendevano ispirazione dal giallo più classico di tradizione britannica e dal filone narrativo che rese celebre John Dickson Carr, ovvero quello del mistero della camera chiusa; decidendo tuttavia di trasportare l'ambientazione a livelli più estremi, dove i limiti non sono più costituiti da solidi muri intonacati, ma da ripide pareti di roccia il cui limite superiore viene rappresentato dal cielo azzurro delle quote più elevate, pur mantenendo gli elementi classici del romanzo del mistero. Lo ha fatto ambientando "Morte Dietro la Cresta" in Galles; e ha ripetuto lo schema di volta in volta in ogni suo mystery, come si può capire dalla seconda avventura con protagonista Abercrombie "Filthy" Lewker, "Assassinio sul Cervino" (Mulatero Editore, 2019), che recensisco oggi. Ambientato sui monti che dividono la Svizzera dal Paese in cui vivo (ovvero l'Italia), in esso possiamo ritrovare il gruppo chiuso di personaggi dei tipici delitti nelle case di campagna a cui ci ha abituato Agatha Christie, con segreti nascosti e invidie personali, intrighi ed enigmi basati sugli indizi, la ricerca della verità intrapresa attraverso lo scandagliare la psicologia dell'assassino; senza tralasciare, tuttavia, un originale sfondo costituito dal villaggio di Zermatt, sulle Alpi. In questo modo, Glyn Carr è riuscito ancora una volta a trasportare tutti gli elementi della tradizionale partita tra lettore e scrittore al di fuori della cornice classica, pur mantenendo il fair play che ci si aspetterebbe da un giallista del suo calibro, e a consegnarci una storia che non delude le aspettative; anzi, probabilmente migliore del suo esordio nella fiction del mistero.

Piantina dei luoghi del Cervino
interessati in "Assassinio sul Cervino"
La vicenda si apre mostrandoci il nostro Abercrombie Lewker, mentre è intento a preparare l'occorrente per la consueta vacanza sui monti, in seguito al termine della stagione teatrale di cui è stato protagonista. Egli ha tutta l'intenzione di fuggire dal caos cittadino di Londra e di rifugiarsi sulle vette delle Alpi, sul versante svizzero del Cervino, per godere delle belle giornate che esse riservano e per fare numerose escursioni. Eppure, a pochi giorni dalla partenza, si presenta a casa sua nientemeno che Sir Frederick Claybury, il suo ex-capo nei Servizi Segreti di Sua Maestà. Quest'ultimo, preoccupato per alcune voci udite lungo i corridoi del potere, propone al capocomico di aiutarlo a salvaguardare l'integrità dell'Inghilterra e del Governo britannico, incaricandolo di tenere d'occhio Léon Jacot, un individuo belligerante e dall'aria poco rassicurante, il quale appare intenzionato a conquistare la Francia come uomo politico emergente e ad assicurare la propria influenza alle forze politiche che riusciranno a convincerlo a seguire la loro causa. La minaccia del comunismo è ancora molto sentita nei Paesi dell'Ovest Europa, per cui Lewker dovrebbe assicurarsi di scoprire quali siano in realtà le intenzioni di Jacot e, soprattutto, riuscire a convincere quest'ultimo a schierarsi dalla parte "giusta" delle barricate. Filthy, da parte sua, non vede di buon occhio questo incarico improvviso, poiché vede minacciato il proprio tempo libero che aveva intenzione di dedicare alle arrampicate in montagna; tuttavia, Sir Frederick gli rivela che anche Jacot, come lui, è un fervente ammiratore dell'arte dell'alpinismo, e gli confida che egli sta dirigendosi proprio a Zermatt (la destinazione di Lewker) per intraprendere una salita sulla cresta nord-est del Cervino, al fine di battere il record di velocità di conquista del monte. Incapace di rifiutare una richiesta d'aiuto da parte del suo ex-capo e di sottrarsi al proprio dovere, alla fine Abercrombie accetta e, grazie a un passaggio a bordo dell'aereo del cognato di Jacot, John Waveney, raggiunge la propria meta a Zermatt: l'Hotel Obelgabelhorn. Si tratta di un albergo alla mano, non troppo elegante ma nemmeno misero, in cui ci si può imbattere in un variegato esempio della natura umana: oltre a Jacot e alla giovane moglie Deborah, un'avvenente ragazza, Lewker incontra il dottor Greatorex (un amico di lunga data) assieme al giovane scrittore-alpinista Bernard Bryce; il conte e la contessa De Goursac, altolocati esponenti della società dei primi del Novecento; la signorina Margaret Kemp, la quale accompagna la burrascosa zia Beatrix Fillingham, un donnone esuberante e rumoroso.

A prima vista, il gruppo appare ben affiatato, con un miscuglio di giovani e meno giovani ed interessanti personalità; eppure, già dalla prima sera dal suo arrivo, Filthy coglie numerosi cenni di antipatia rivolti alla persona di Léon Jacot, il quale assume un comportamento a dir poco testardo e maleducato di fronte alla preoccupazione del gruppo all'idea che egli scali il Cervino in condizioni poco ottimali. Inoltre, Lewker non riesce a capire quali siano le intenzioni del francese in fatto di tendenze politiche e la rivelazione (da parte di Deborah Jacot) che egli sia stato minacciato da un gruppo di estremisti non lascia presagire niente di buono. Quando, nel corso del giorno seguente, verrà scoperto il cadavere di Jacot ai piedi del Matterhorn Glescher, apparentemente vittima di un incidente in montagna, Abercrombie si domanderà se questa morte non sia il frutto di una complessa macchinazione, piuttosto che un semplice errore di calcolo: erano in tanti a desiderare la dipartita di Jacot, a partire dai suoi compagni all'Obelgabelhorn, passando per un fantomatico avversario politico e finendo con la famiglia di una guida di montagna, coinvolta in una faccenda di cuore tutt'altro che piacevole. Filthy deciderà quindi di affiancare Herr Schultz, il commissario incaricato delle indagini, per scoprire cosa sia stato il responsabile della morte di Jacot e, soprattutto, come qualcuno possa aver spinto giù dalla montagna quell'abile scalatore e procurarsi, allo stesso tempo, un alibi inattaccabile.

La cittadina di Zermatt, ai piedi del Cervino svizzero, negli
Anni '50
Ancora una volta, ci troviamo di fronte a una particolare variazione del delitto della camera chiusa e a un romanzo giallo in cui ricorrono alcuni elementi che già erano presenti in "Morte Dietro la Cresta". Come era stato in quest'ultimo libro, l'ambientazione occupa una parte importantissima all'interno della trama: essa, infatti, si può considerare come la particolarità dei casi di cui si occupa Lewker, essendo tratteggiati con suggestivi sfondi di paesaggi montuosi, descritti con abilità e competenza e che danno originalità agli omicidi creati dall'autore. È un piacere immergersi in questa natura accuratamente descritta e in scenari solenni e pacifici, pur nella loro intrinseca insidiosità, che si possono ancora vedere al giorno d'oggi e nei quali l'uomo si ritrova ad essere una misera parte dell'insieme (pp. 30, 32-35, 40-44, 59-60, 64-66, 74-75, 147-149, 162-163, 173-174, 209-211, 226, 244, 264, 274, 277): assistiamo alle escursioni di Lewker fino alla baita di Heinrich Taugwalder, la guida sospettata di aver ucciso Jacot per proteggere l'onore della figlia, come se le vivessimo in prima persona, immaginando di sederci assieme al nostro investigatore dilettante sulle rocce e di ascoltare le chiacchiere infinite di Miss Fillingham; vediamo con gli occhi della mente il cielo azzurro e gli alberi che ci circondano; quasi sentiamo il cinguettio degli uccelli che cantano sui rami e percepiamo la presenza del Cervino alle nostre spalle, attore non protagonista di questo romanzo. Senza dimenticare tutti quei piccoli dettagli sulla vita dell'appassionato di arrampicata (pp. 38, 56, 58-59, 71-73, 75, 65-66, 85, 88, 96-98, 102-113, 124, 128-129, 135-136) e sulla sua storia, citando tragedie realmente avvenute come quella di Edward Whymper, i quali ci permettono di entrare nei modi di un vero scalatore e di far parte di un mondo che, anche se estraneo ai più, ci viene mostrato nella sua parte migliore, attraverso scene che appartengono al passato (i riferimenti ai "signori" e alle guide del posto, le immancabili pipe e la possibilità a non "cambiarsi per cena"). Non mi stancherò mai di sottolineare la bravura di Glyn Carr nell'essere stato capace di trasformare un punto "debole" come l'ambientazione in un elemento di forza della sua narrativa: nella recensione di "Un Piccolo Omicidio di Natale", avevo fatto notare come lo sfondo spesso risultasse la caratteristica che si riesce meno a far diventare "originale", tra quelle che costituiscono il romanzo giallo, poiché esso necessita di essere affiancato ad almeno un altro elemento della narrativa gialla per poter esprimere al meglio il proprio potenziale.

Ebbene, nel caso delle crime novels di Glyn Carr le descrizioni, accurate al punto da sembrare passaggi di guide turistiche vere e proprie (pp. 110-113, 222-229), diventano invece l'elemento più forte della trama, poiché permettono al lettore di immergersi totalmente nella lettura e lo tengono incollato alle pagine, sopperendo ai piccoli difetti e ai cliché che ogni tanto ritornano nella storia. Anche in "Assassinio sul Cervino", infatti, rimangono ancora alcuni stereotipi difficili da estirpare: la presenza di scienziati-dottori forse malvagi, che rendono simili Ferriday e Greatorex; la politica che gioca sempre un ruolo di primo piano all'interno delle vicende, con i comunisti dipinti come diavoli in terra anche se non occupano un posto importante nella soluzione finale (pp. 20-23, 31, 49, 77-78, 80, 82, 143-145, 177); le storie d'amore un po' sdolcinate tra personaggi sospettati (Hilary e Michael nell'esordio dell' scrittore, Bryce e la signorina Kemp in "Assassinio sul Cervino"). Tuttavia, altri temi che avevamo ritrovato in "Morte Dietro la Cresta" vengono qui approfonditi meglio e articolati in modo da uscire dalle solite descrizioni trite e ritrite: la presenza di citazioni, ad esempio, si fa meno pedante dell'esordio (pur restando comunque massiccia!, vedasi pp. 16, 18-19, 24, 56, 60, 80, 83, 93, 99, 146...), e l'ironia non è troppo forzata. Sopra a tutto il resto, però, resta questo interesse dell'autore nel dilungarsi sulla vita dell'escursionista, che ci viene presentata in modo meno descrittivo e "freddo" e, quindi, riuscendo a modellare la trama su di essa. Benché lontani dalle vicende nelle case di campagna inglesi, dalle "crociere con delitto" e dagli antichi mausolei del sapere, il "delitto nel villaggio di campagna" diventa qualcosa che possiamo proiettare in un contesto in cui vengono inserite nozioni dettagliate, pur senza estraniare queste ultime: la gita di Lewker alla Schönbielhütte del cap. 13 ne è un tipico esempio, con un racconto che si sarebbe potuto fare nel salotto di un cottage ma avviene in una baita sulla vetta di un monte, tra aneddoti sull'arrampicata, piccoli dettagli sulla vita di montagna, accorgimenti e abitudini che gli alpinisti devono adottare e buone norme da seguire quando si decide di scalare una parete rocciosa; ma anche la spedizione per recuperare il cadavere di Jacot è stata molto suggestiva.

I personaggi, infine, pur restando un po' stereotipati nei ruoli che Glyn Carr ha loro assegnato, riescono a dimostrare di avere un'anima più libera, che li rende imprevedibili, sospetti e molte volte simpatici. Tra tutti, mi ha colpito Miss Beatrix Fillingham, con la sua irruenza e scontrosità mista alla curiosità e al gusto per il pettegolezzo di una Miss Marple più caustica e decisamente senza freni inibitori (l'incontro con Filthy durante la sua ascesa alla baita di Taugwalder, alle pp. 66-69, e il loro colloquio in seguito al fattaccio poco prima del finale, alle pp. 225-232, mi hanno divertito come poche altre cose lette ultimamente). Ma il protagonista, istrionico e padrone della scena, resta sempre lui, il capocomico Abercrombie Lewker: originale, brillante, dotato di senso dell'umorismo, di inventiva e acume, rappresenta una delle figure di investigatore dilettante meglio riuscite. Pomposo ma capace di provare pietà, sempre con la citazione di Shakespeare pronta sulle labbra, è consapevole del proprio ruolo di deus ex machina e di personaggio cardine della vicenda, colui che risolverà il mistero della morte impossibile di Léon Jacot. Intraprende la scoperta di indizi e analizza le ipotesi con cognizione di causa, per arrivare ad inchiodare il colpevole attraverso accurate descrizioni delle azioni dei personaggi e la ricerca nella psiche umana degli attori coinvolti sulla scena che si ritrova a calcare. Immagina proprio così la sua funzione: come quella di un attore che interpreta una parte e che deve coinvolgere lo spettatore-lettore nei suoi pensieri, spingendolo a mettere in pratica le proprie capacità. Ma senza dimenticare di essere un personaggio comico, che prende un po' in giro quei detective troppo seriosi di alcuni gialli suoi contemporanei.

Frank Showell Styles (alias Glyn Carr),
nato nel 1908 e morto nel 2005
L'ironia fu forse la caratteristica principale nella scrittura di Frank Showell Styles, vero nome di Glyn Carr. Nato a Birmingham nel 1908, dopo la scuola egli lavorò in banca per una decina d'anni, finché decise di mollare questo impiego che non lo soddisfaceva. Partì quindi per un lungo viaggio in giro per l'Europa, che dovette tuttavia interrompere allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Arruolatosi nella Royal Navy come artigliere, durante il conflitto riuscì a salire di grado fino a giungere a quello di comandante. Tornata la pace, Styles decise di rinunciare a tornare a lavorare nel mondo della finanza e si trasferì in Galles, dove trascorse il tempo ad arrampicare (fu da sempre la sua passione più grande), a dedicarsi al teatro e a progettare la sua nuova carriera di scrittore. Nel 1947, infatti, diede alle stampe il suo primo romanzo, "Traitor's Mountain", una spy story che mescolava il genere a quello umoristico, e il successo di quest'ultimo lo spinse a dare il via a una serie più convenzionale, sotto pseudonimo e con protagonista un divertente capocomico un po' sovrappeso e dalla citazione facile che si ritrova ad indagare su casi misteriosi ambientati in alta montagna. In realtà, già durante una scalata del Milestone Buttress gli balzò in mente come "fosse facile progettare un omicidio perfetto in quel luogo"; pertanto decise di "ideare un sistema [adatto] e costruirci attorno una trama adeguata". In questo modo, come Glyn Carr firmò "Morte Dietro la Cresta" (primo di quindici gialli classici, tra cui vanno ricordati questo "Assassinio sul Cervino" e "Il Picco delle Streghe") e Abercrombie Lewker fece il proprio ingresso nella letteratura del mistero, dopo tre romanzi più avventurosi. La serie fu accolta favorevolmente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, soprattutto per la capacità dell'autore di descrivere con doverosa attenzione le scene di arrampicata e i luoghi in cui esse si svolgevano. Dopo "Fat Man Agony" (1969), Styles concluse le avventure di Lewker per dare il via a un'altra serie, il cui protagonista divenne un ufficiale della marina britannica al tempo delle guerre napoleoniche; nel frattempo, tuttavia, continuò a scalare e a fare escursioni, oltre a scrivere una quantità enorme di guide, manuali e racconti sulla montagna (in totale furono circa 160), finché non morì nel 2005. I romanzi di Abercrombie Lewker (in parte ripubblicati dalla Rue Morgue Press, secondo la quale pare esista un romanzo inedito andato perduto) sono storie leggere, divertenti e facili da leggere, proprio come voleva scriverle Styles: ognuna presenta un delitto apparentemente impossibile, alla maniera di quelli creati da John Dickson Carr con la stanza chiusa trasformata in un ambiente impervio e pericoloso, caratterizzato da pregi e difetti.

Proprio la scrittura, capace di essere leggera ma non frivola (vedasi ad esempio pp. 15-17), ha costituito la fortuna di "Assassinio sul Cervino", assieme a un enigma niente affatto male e delineato a fondo. Pur recando uno stile piacevole e umoristico, infatti, la storia può contare pure in una struttura meglio ripartita dell'esordio dell'autore: oltre a prestare molta attenzione agli usi e costumi dell'epoca in cui essa è ambientata, troviamo un mistero decisamente più solido di quello di "Morte Dietro la Cresta" e un delitto concentrato sugli aspetti psicologici che è ben equilibrato con l'attenzione data alla natura e alle descrizioni del paesaggio. La struttura dell'enigma è meno grezza rispetto a quella dell'esordio di Glyn Carr; il campo dei sospetti è caratterizzato da uno spaccato della natura umana di grande vairetà (pp. 30-32, 35-36, 41-42, 53-58, 66-67, 70, 78-79, 97, 100, 123, 152-155); l'azione è più varia poiché permette a Lewker di spostarsi di più e di agire in un campo vasto, consentendo ai sospetti di montare in numero maggiore di quanto era accaduto con "Morte Dietro la Cresta"; gli indizi seguono il fair play, pur non essendo molto numerosi, e permettono al lettore di capire quale sia la soluzione della morte di Jacot, senza tuttavia renderla troppo facile da intuire o scontata; inoltre, per la prima volta viene messa in scena una tipica sfida tra dilettante e professionista. Herr Schultz, con la sua aria di superiorità, mette in discussione le teorie di Lewker un po' come accadde tra Poirot e Japp e la tenzone tra i due genera un conflitto di collaborazione-scontro che si protrae per tutta la vicenda e conduce come per mano chi legge, fino alla fine. Le considerazioni sul romanzo giallo (pp. 105, 127, 141-142, 278-279) sono anche stavolta presenti, ma mi sono parse meglio inserite nella trama, come un accompagnamento delle spiegazioni degli investigatori. Insomma, grazie a questo caso, costruito in modo da dare maggiore risalto ai sospettati e meno alla cornice in cui esso si svolge, Glyn Carr è riuscito a vincere la sfida che vede la morte in montagna come qualcosa di monotono. Dopotutto, se si vuole uccidere qualcuno in un tale contesto, non ci sono grandi cambiamenti da mettere in pratica. Ma stavolta l'autore è riuscito a spiazzarmi, ha trovato una scappatoia originale per diversificare gli omicidi che avvengono sulle cime e i suoi libri, senza renderli uno la fotocopia dell'altro; sono curioso di sapere se anche col terzo riuscirà a stupirmi e a creare un mystery ben costruito come questo "Assassinio sul Cervino", definito da un grande dell'alpinismo quale Hervé Barmasse come "un romanzo che dovrebbe obbligatoriamente essere nella libreria di chi ama leggere, di chi ama i gialli e di chi ama l'alpinismo e la montagna".

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venerdì 17 gennaio 2020

21 - "Morte Dietro la Cresta" ("Death on Milestone Buttress", 1951) di Glyn Carr

Copertina dell'edizione pubblicata
dall'Editore Mulatero
Nel corso degli anni 2000 a Boulder, in Colorado, venne fondata una casa editrice dal suggestivo nome di Rue Morgue Press. Nata dall'entusiasmo di due librai del luogo, Tom ed Enid Schantz, essa si proponeva di presentare al grande pubblico di appassionati di classica crime story alcuni tra i titoli più interessanti e misconosciuti del panorama giallo della Golden Age (ma non solo). In questo modo, grazie agli sforzi congiunti di questi infaticabili riscopritori, scrittori del calibro di John Dickson Carr, Kelley Roos, Stuart Palmer, Craig Rice e Dorothy Bowers poterono tornare ad occupare il posto che meritano sugli scaffali delle librerie, e nuovi lettori ebbero la possibilità di conoscere le opere di questi straordinari autori, presentate in autorevoli introduzioni scritte proprio dai due coniugi. Il proposito di riportare in auge questi scrittori venne accolto con grande gioia: se si cerca sul Web, si possono ancora trovare numerosi interventi di importanti critici di crime novel che si complimentavano per l'egregio lavoro fatto fino a quel punto dagli Schantz; e a quel tempo, se il mio interesse per il romanzo giallo fosse stato meno vago, anche io mi sarei unito al coro di lodi. Tuttavia, avrete notato che mi riferisco alla Rue Morgue Press usando il tempo passato: infatti, come ho scoperto in seguito, a partire dall'estate del 2011 con la morte di Enid, le uscite della casa editrice si erano ridotte di molto e nell'arco di un paio d'anni esse si arrestarono pian piano, a causa di una disastrosa piena che aveva danneggiato le scorte e di fastidiosi problemi di salute e finanziari; finché, agli inizi del 2016, nel suo sempre interessante blog, TomCat di Beneath the Stains of Time aveva annunciato la definitiva cessata attività della Rue Morgue Press. Una conclusione ingloriosa, per un'esperienza che aveva dimostrato come la classica crime story potesse costituire un terreno adatto per il mercato libraio e che aveva dato in qualche modo l'esempio da seguire per i suoi successori.

Eppure, come si dice, la speranza è l'ultima a morire: anche qui in Italia, con la scomparsa di Polillo, sembrava che tutto fosse perduto e che i Bassotti fossero destinati a non avere un seguito; invece... (continuate a seguire Three-a-Penny per le ultime news!). Perciò mi auguro che qualcosa di simile, nel nostro Paese e all'estero, possa accadere anche con gli autori che avevano trovato rifugio nell'editore di Boulder. Finora noi italiani abbiamo avuto la fortuna di veder pubblicato, con una certa continuità, uno di questi scrittori poco conosciuti da parte di una casa editrice piccola ma volenterosa. Il giallista Glyn Carr, infatti, ha trovato uno spazio all'interno della Mulatero Editore di Torino, specializzata in romanzi e saggi sull'alpinismo. E che posto! L'intenzione di Mulatero, infatti, è quella di rendere di nuovo disponibile l'intero corpus crime di questo particolare personaggio del panorama letterario inglese della seconda metà del Novecento. Inoltre, l'editore è stato talmente gentile da accogliere una mia proposta e da inviarmi alcuni tra questi gialli atipici, permettendomi di leggerli e di presentarveli. Mi auguro che la fiducia sarà considerata ben riposta. In ogni caso, oggi vi parlerò del primo episodio delle avventure dell'investigatore dilettante Abercrombie Lewker: "Morte Dietro la Cresta" (Mulatero Editore, 2018). Si tratta di una storia che prende ispirazione dal giallo più classico di tradizione britannica e dal filone narrativo che rese celebre John Dickson Carr, ovvero quello del mistero della camera chiusa; declinato tuttavia secondo alcuni criteri particolari. Infatti, se Carr si divertì ad ideare delitti impossibili che si svolgevano all'interno di stanze all'apparenza impenetrabili, il suo omonimo proveniente dal Galles decise di trasportare l'ambientazione a livelli più estremi, dove i limiti non sono più costituiti da solidi muri intonacati, ma da ripide pareti di roccia il cui limite superiore viene rappresentato dal cielo azzurro delle quote più elevate, pur mantenendo gli elementi classici del romanzo del mistero.

Il Monte Tryfan, con una visuale sulla parete interessata
alle indagini in "Morte Dietro la Cresta"
In particolare, in questo caso d'esordio, la "scena del delitto" è costituita dalle falesie del Galles e dal Monte Tryfan. La giovane Hilary Bourne, impiegata di banca e aspirante alpinista, ha stabilito di recarsi lassù in occasione delle vacanze, per allontanarsi dall'aria inquinata di Londra e per impratichirsi nell'arrampicata in compagnia di una famiglia di amici, i Jupp, e di alcuni uomini di scienza come Michael Rouse (per il quale nutre una segreta infatuazione), Raymond Cauthery e il navigato professor Ferriday. Eccitata a causa delle scalate che si accinge a compiere, pur nella sua condizione di principiante, la ragazza incappa però nell'errore più diffuso tra gli esordienti: annebbiata dall'entusiasmo, decide di fare il passo più lungo della gamba, ignorando il comodo autobus che l'avrebbe portata comodamente a destinazione e ritrovandosi a dover scarpinare per molte miglia in solitudine in direzione del Tryfan. Per sua fortuna il capocomico Abercrombie Lewker, soprannominato Filthy da amici e colleghi e costretto a rimandare la sospirata vacanza di fine stagione teatrale assieme alla moglie Georgina, ha ripiegato per una tranquilla settimana di ascensioni sulle pareti del Galles del Nord; per cui Hilary può approfittare del passaggio che l'attore le offre fino alla sua meta. Giunti al modesto Dol Afon ai piedi del Tryfan, tuttavia, i due nuovi amici si accorgono che nel gruppetto di scalatori si percepisce una forte tensione: la figlia di George Jupp, Mildred, si comporta in modo molto strano e appare più taciturna del dovuto; suo fratello Harold, invece, sembra sopportare di malagrazia i propositi alpinistici impostogli dal padre; da parte sua, Mrs. Jupp manifesta un'allegria che non le appartiene e si sforza di tenere buono il carattere esplosivo del marito; Michael, infine, appare distante e più che deciso a ignorare Hilary, come a volerla spingere tra le braccia accoglienti di Raymond. Per non parlare della tempesta emotiva in atto sulla relazione tra la figlia della padrona dell'ostello, Gwennie, e il suo promesso sposo, un pastore dal temperamento ardimentoso. Soltanto Cauthery (e in piccola parte il professor Ferriday) appaiono a proprio agio; anzi, sembrerebbe addirittura che il giovane scalatore sia fin troppo entusiasta. Lewker lo scopre a flirtare con Gwennie, per poi passare a corteggiare Hilary nell'indifferenza apatica di Rouse, ed infine tornare dalla giovane signorina Jupp alla quale è fidanzato.

Filthy lo sente: qualcosa di terribile e di oscuro si sta addensando sul Dol Afon; e non si tratta solo delle nuvole che vanno raccogliendosi sulle pareti rocciose del Monte Tryfan. In seguito a una passeggiata ricognitiva, durante la quale i conflitti vengono esasperati ancora di più e i suoi presentimenti acuiti dalla tensione, Lewker decide di intraprendere la facile via della Grooved Arete assieme a Harold e al professor Ferriday, mentre il resto del gruppo si sparpaglia sulla montagna e a valle. Hilary ha accettato di arrampicare assieme a Cauthery il Milestone Buttress, un percorso per principianti in cui nessuno dovrebbe aver problemi, e lui non riesce a togliersi di dosso la sensazione che la Morte sia in agguato tra le guglie rocciose. Alla fine i suoi presentimenti di avverano: durante l'ascesa con Hilary, Cauthery scivola da una guglia e cade, morendo sul colpo. Tutto farebbe pensare a un incidente (tanto più che il tempo si era fatto nebbioso e il rischio di scivolare si era alzato); eppure la ragazza ha sentito qualcosa che potrebbe ribaltare la situazione e aprire a nuove ipotesi, tra cui quella dell'omicidio. Ma chi potrebbe essere il responsabile? Forse lo strano individuo che si è accampato sul Tryfan? Certo, i moventi per l'uccisione di Cauthery non mancano; eppure tutti gli escursionisti possiedono alibi che appaiono inattaccabili. Deciso a vederci chiaro e ad impersonare il protagonista della tragedia, Lewker intraprenderà un'indagine ufficiosa assieme a Hilary, atta a scagionare gli innocenti da un pesante sospetto e ad assicurare alla giustizia un astuto assassino, capace di spostarsi da una vetta rocciosa ad un'altra come per magia.

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Rue Morgue Press
Come avrete capito, la particolarità dei casi di cui si occupa Lewker è quella di essere ambientati in suggestivi paesaggi montuosi, i quali riescono a dare originalità agli omicidi inventati dall'autore e, allo stesso tempo, ad intrattenere il lettore. Il piacere più grande che ho ricavato da questo "Morte Dietro la Cresta", infatti, è stato l'immergermi in questi luoghi solenni e un po' spaventosi, dove l'uomo si ritrova ad essere una misera parte dell'insieme, e scoprire tutti i piccoli dettagli del Monte Tryfan e della vita dell'appassionato di arrampicata (pp. 28, 34-35, 40-41, 51-52, 61-63, 70-76, cap. 8 ecc...). È notevole il fatto che Glyn Carr sia riuscito a trasformare l'ambientazione nel punto focale della sua narrazione: se ricordate, nella recensione di "Un Piccolo Omicidio di Natale", avevo fatto notare come lo scenario fosse l'elemento più debole tra quelli che costituiscono il romanzo giallo, poiché esso necessita di essere affiancato ad almeno un altro elemento della narrativa gialla per poter esprimere al meglio il proprio potenziale. Di solito, non basta inventare una storia calata in luoghi da sogno per evocare qualcosa di indimenticabile: pur ideando spazi affascinanti, ciò non toglie che, se i personaggi sono scialbi oppure sono protagonisti di un mistero insulso o narrato con uno stile grezzo, allora sarà servita a ben poco un'attenta descrizione degli ambienti in cui la storia si svolge. Nel caso dei libri di Glyn Carr, tuttavia, ho notato come le descrizioni, accurate al punto da sembrare passaggi di guide turistiche vere e proprie (pp. 189-190), mi abbiamo spinto ad immergermi totalmente nella lettura e siano riuscite a tenermi incollato alle pagine, sopperendo ad alcuni piccoli difetti negli altri aspetti della trama e trattando qualcosa che non si vede spesso nella tradizionale crime story. Al posto del villaggio o della villa di campagna, oppure della nave da crociera e dei college universitari, qui l'ambientazione è del tutto diversa e, benché inserita in mezzo ad altri elementi classici (come il rispetto dell'onore o il classismo alle pp. 53-54 oppure 218-221), occupa una parte maggiore della storia: ci sono tanti piccoli dettagli sulla vita dell'escursionista, sulle buone norme da seguire quando si decide di scalare una parete rocciosa, sugli accorgimenti e sulle abitudini che gli alpinisti devono adottare per poter praticare questo sport estremo in tutta sicurezza, con tanto di lessico specifico (pp. 48-49, 88-89, 117-118, 121-125, 131-141, 143-144, 184-187, 271 ecc...). Essendo nato e vivendo ai piedi delle Piccole Dolomiti, forse per le vicende raccontate ho percepito un interesse maggiore di quanto farebbe il comune lettore di gialli; i miei monti non sono vere e proprie vette, però le passeggiate che faccio di solito per i boschi nelle loro vicinanze hanno decisamente contribuito a farmi "sentire" più vicino alla storia che viene raccontata in "Morte Dietro la Cresta".

Inoltre, non bisogna dimenticare che il Monte Tryfan esiste davvero e si trova proprio nel nord del Galles (in quello che oggi è lo Snowdonia National Park, istituito nel 1951, proprio l'anno in cui venne pubblicato il romanzo in questione), come il fatto che l'autore è vissuto da quelle parti e ha potuto attingere ad esperienze reali per costruire questa storia (es. pp. 30-31); questi aspetti hanno aiutato a dare maggiore realtà ai luoghi in cui viene ambientato l'assassinio di Cauthery e ai movimenti dei personaggi (soprattutto quelli di Lewker). Però bisogna ammettere che, forse, l'attenzione data all'aderenza della realtà ha in un certo senso pregiudicato la riuscita complessiva dell'indagine intrapresa da Lewker e Hilary e dello stesso romanzo. Va benissimo soffermarsi sui piccoli aspetti che rendono autentici gli scenari in cui decidi di immergere i tuoi personaggi (mi viene in mente, ad esempio, il villaggio di Fenchurch St. Paul di "Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers) e sulle azioni degli attori sulla scena, spesso caratterizzate da divertenti siparietti; tuttavia, se ciò va ad occupare una parte maggiore dell'indagine che intendi raccontare, forse questo può essere un po' controproducente. Voglio dire, è interessante il racconto della scalata passo per passo oppure la vita all'interno dell'ostello, ma tutto ciò deve essere un'aggiunta al caso e non sostituirsi ad esso. In "Morte Dietro la Cresta", invece, ho notato che è avvenuto il contrario, tanto che alla fine il mistero è sembrato quasi spostarsi in secondo piano rispetto al resto. Intendiamoci, lo stile è ironico e il libro si legge molto bene (es. pp. 24, 56, 114, 244-248): ci sono cenni alla politica e alla scienza (pp. 80-82, 211-213, 234-235, 282-283), all'arrampicata (pp. 228-229, 267-270) e tutta una serie di citazioni divertenti tratte da Shakespeare e da altre crime novels (pp. 20-23, 29-30, 102, 107, 113, 225-226 ecc..., oltre ai titoli dei capitoli). Però la sensazione finale che ho percepito è stato quello di aver ideato un'indagine della quale nemmeno l'autore era del tutto convinto. Certo, la soluzione dell'apparente impossibilità del caso è soddisfacente e piacevole, ma anche un po' banale e prevedibile per chi ha letto parecchi romanzi del mistero; come se l'impegno di Glyn Carr fosse stato riposto più sulla costruzione degli scenari che sull'enigma. È questa la critica più grande che mi sento in dovere di fare su questo esordio, basato su false piste non del tutto impossibili da svelare prima della spiegazione finale, ma in fondo coinvolgente in fatto di stile narrativo e personaggi simpatici. 

Frank Showell Styles (alias Glyn Carr), nato
nel 1908 e morto nel 2005
Tutto sommato, comunque, sono convinto che "Morte Dietro la Cresta" non sarebbe potuto essere un esordio migliore per Frank Showell Styles, vero nome di Glyn Carr. Nato a Birmingham nel 1908, dopo la scuola egli lavorò in banca per una decina d'anni, finché decise di mollare questo impiego che non lo soddisfaceva. Partì quindi per un lungo viaggio in giro per l'Europa, che dovette tuttavia interrompere allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Arruolatosi nella Royal Navy come artigliere, durante il conflitto riuscì a salire di grado fino a giungere a quello di comandante. Tornata la pace, Styles decise di rinunciare a tornare a lavorare nel mondo della finanza e si trasferì in Galles, dove trascorse il tempo ad arrampicare (fu da sempre la sua passione più grande), a dedicarsi al teatro e a progettare la sua nuova carriera di scrittore. Nel 1947, infatti, diede alle stampe il suo primo romanzo, "Traitor's Mountain", una spy story che mescolava il genere a quello umoristico, e il successo di quest'ultimo lo spinse a dare il via a una serie più convenzionale, sotto pseudonimo e con protagonista un divertente capocomico un po' sovrappeso e dalla citazione facile che si ritrova ad indagare su casi misteriosi ambientati in alta montagna. In realtà, già durante una scalata del Milestone Buttress gli balzò in mente come "fosse facile progettare un omicidio perfetto in quel luogo"; pertanto decise di "ideare un sistema [adatto] e costruirci attorno una trama adeguata". In questo modo, come Glyn Carr firmò "Morte Dietro la Cresta" (primo di quindici gialli classici, tra cui vanno ricordati "Assassinio sul Cervino" e "Il Picco delle Streghe") e Abercrombie Lewker fece il proprio ingresso nella letteratura del mistero, dopo tre romanzi più avventurosi. La serie fu accolta favorevolmente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, soprattutto per la capacità dell'autore di descrivere con doverosa attenzione le scene di arrampicata e i luoghi in cui esse si svolgevano. Dopo "Fat Man Agony" (1969), Styles concluse le avventure di Lewker per dare il via a un'altra serie, il cui protagonista divenne un ufficiale della marina britannica al tempo delle guerre napoleoniche; nel frattempo, tuttavia, continuò a scalare e a fare escursioni, oltre a scrivere una quantità enorme di guide, manuali e racconti sulla montagna (in totale furono circa 160), finché non morì nel 2005.

I romanzi di Abercrombie Lewker (in parte ripubblicati dalla Rue Morgue Press, secondo la quale pare esista un romanzo inedito andato perduto) sono storie leggere, divertenti e facili da leggere, proprio come voleva scriverle Styles: ognuna presenta un delitto apparentemente impossibile, alla maniera di quelli creati da John Dickson Carr con la stanza chiusa trasformata in un ambiente impervio e pericoloso, caratterizzato da pregi e difetti. Ad esempio, in "Morte Dietro la Cresta", a una prima parte in cui viene costruita un'atmosfera di tensione e sospetto, segue un omicidio e l'indagine di Lewker: sebbene il caso sia un po' prevedibile per i lettori più navigati, l'identità del colpevole non colpisca più di tanto, le storie d'amore siano abbastanza melense e ogni tanto emerga qualche cliché (i comunisti cattivi, gli scienziati e i politici misteriosi e le fanciulle indifese), tutto sommato gli indizi sono forniti secondo il fair play e le ambientazioni sono davvero mozzafiato. Anche i dettagli sull'arrampicata vengono forniti con cognizione di causa, tra una battuta ironica e una citazione, tra lessico più o meno elevato. Oltre a ciò, inoltre, i personaggi occupano un posto molto importante all'interno della storia: alcuni spiccano meno, ma la caratterizzazione di Hilary e Lewker mi ha colpito. Entrambi sono ben presentati e ritratti secondo un tono che varia dallo scherzoso al serio. La ragazza dimostra un misto tra frivolezza e intelligenza, lasciandosi influenzare dall'amore ma conscia del pericolo che corrono lei e il suo amato; il capocomico, invece, oscilla tra la parodia e un ritratto del detective dilettante più classico. A volte è burrascoso ed eccentrico, altre compassionevole e deciso a fare il galante; un momento è abilissimo nel decifrare gli indizi che gli si presentano davanti agli occhi, un altro si lascia andare alle citazioni (numerosissime), soprattutto tratte dall'opera di Shakespeare. Impersona al meglio il personaggio dell'attore che vuole intrattenere il proprio pubblico, ma anche quello dello stesso lettore, poiché si diverte a immaginare di essere il Grande Investigatore dei romanzi gialli. Sono convinto che sia stato proprio il suo personaggio, mescolato alle descrizioni degli ambienti e ai discorsi sull'arrampicata, a riscattare "Morte Dietro la Cresta": un romanzo che altrimenti sarebbe stato un po' banale, ma che in questo caso riesce a raggiungere e superare la sufficienza. Direi proprio adatto a svagarsi un po', senza pretendere chissà cosa ma divertente. Sono curioso di vedere cosa riserverà la seconda avventura di Abercrombie Lewker.

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venerdì 10 gennaio 2020

20 - "Un Piccolo Omicidio di Natale" ("Another Little Christmas Murder", 1947) di Lorna Nicholl Morgan

Copertina dell'edizione pubblicata
dalle Edizioni Lindau
Dopo l'enigma in "Quando l'Amore Uccide", i personaggi in "Natale con Delitto" e lo stile in "Sotto la Neve", eccoci giunti all'ultimo tra i punti che caratterizzano il "Christmas Murder Mystery": ovvero, l'ambientazione. Di tutti e quattro, questo è forse quello più debole, poiché necessita di essere affiancato ad almeno un altro elemento della narrativa gialla per poter esprimere al meglio il proprio potenziale. Infatti, non basta certo inventare una storia calata in uno scenario da sogno, come un'isola dei Caraibi o una casa isolata dalla neve nella campagna inglese, per evocare qualcosa di indimenticabile oppure originale e immergere chi legge all'interno della vicenda: pur costruendo suggestive rappresentazioni di luoghi immaginari, magari in parte prese in prestito da altri scrittori e sfruttate come punto di partenza per le loro trame, ciò non toglie che, se il resto non funziona perché i personaggi sono scialbi oppure si muovono in modo disordinato dentro un mistero insulso o narrato con uno stile troppo grezzo, allora sarà servita a ben poco un'attenta descrizione degli ambienti in cui la storia si svolge. Ultimamente, ad esempio, mi è capitato di leggere un thriller moderno, che è stato spacciato come "nella migliore tradizione del giallo alla Agatha Christie". All'apparenza, tutto faceva presagire che si trattasse di una lettura affascinante e di spessore; ma quando sono arrivato alla fine del libro, ho dovuto constatare che le premesse non erano state affatto mantenute, tanto da farmi rinunciare a scrivere una recensione. E non pensate che, tra i romanzi contemporanei, non ci sia ben più di qualche romanzo del mistero che merita l'attenzione degli appassionati di giallo classico! In questo caso specifico, però, il thriller è stato costruito più sul risalto che avrebbe dato il suo scenario e sulla psicologia, che sugli indizi messi a disposizione del lettore (come accade nella maggior parte delle volte); e su personaggi calati in una narrazione fatua e dalla coscienza fin troppo contorta, tanto da farli sembrare fantasmi inconsistenti invece di persone reali. L'unico elemento che si salvava era proprio l'ambientazione invernale di uno chalet di montagna, circondato dalla foresta innevata e silenziosa: ecco, quello sì che richiamava la tradizione di Agatha Christie, con luoghi affascinanti e misteriosi, ma non è certo stato abbastanza per compensare una storia dallo stile tanto moscio.

Il risultato restituito al lettore, quindi, a mio parere è stato quello di aver dato fin troppa importanza ai luoghi in cui si è svolta a vicenda, senza mettere loro accanto qualcosa d'altro a rinforzo e tralasciando il perfezionamento dell'indagine. Eppure sarebbe stato sufficiente un racconto più solido oppure un mistero maggiormente classico, mescolato ad essa, per rimediare a scivoloni grossolani e per dare vita a un mystery intrigante e, allo stesso tempo, di grande effetto scenico; come "Sotto la Neve" di Farjeon, dove il racconto e l'ambientazione riescono in parte a sopperire alla fragilità dell'enigma in fatto di fair play, oppure i thriller ideati da Ethel Lina White, in cui spesso il dualismo tra tradizione (nelle descrizioni dei luoghi) e modernità (nella trattazione del mistero) riesce a dare vita a storie in cui il lettore non può fare a meno di immergersi completamente. Un discorso simile a quello fatto per il thriller che ho preso ad esempio si potrebbe fare anche per il romanzo che recensisco oggi, nel quale lo scenario in cui si muovono i personaggi occupa una parte forse troppo larga della storia. All'interno di "Un Piccolo Omicidio di Natale" di Lorna Nicholl Morgan (Lindau, 2019), infatti, benché i luoghi appaiano vividi tanto quanto le persone che li popolano, con le loro stanze gelide e ostili e i lunghi corridoi minacciosi e oscuri che ricordano la tradizione delle Regine del Brivido americane oppure la stessa White, essi sembrano sostituirsi ai protagonisti e diventare loro stessi il cardine di una narrazione, di conseguenza, meno centrata e caratterizzata da toni melodrammatici davvero accentuati. In questo modo, purtroppo, soffermandosi su elementi di importanza secondaria, si perde un po' il vero fulcro di ogni romanzo giallo che si rispetti (l'enigma e il suo impatto sui personaggi); anche se, devo ammetterlo, "Un Piccolo Omicidio di Natale" ha riservato anche qualche sorpresa in positivo, riguardo alcuni temi e aspetti della trama.

Una grande casa isolata e immersa nella neve, simile a
Wintry Wold
La storia inizia presentandoci Dylis Hughes, un'entusiasta agente di commercio che sta viaggiando per lavoro in giro per uno Yorkshire abbondantemente innevato. Benché la sua auto non sia del tutto in sesto e le previsioni meteo abbiano annunciato un'imminente bufera di neve, infatti, la ragazza intende svolgere il proprio compito e raggiungere la vicina cittadina di Raggden, così da pubblicizzare i prodotti della ditta di cui è orgogliosamente socia e concludere qualche vendita vantaggiosa. Tuttavia, proprio mentre sta tentando di orientarsi nel bel mezzo del paesaggio candido e gelido, ecco che la temuta tempesta si abbatte sulla piccola auto e sulla sua passeggera, costringendole a bloccarsi sul ciglio dell'Harry's Hole (un pericoloso precipizio) e impedendo loro di arrivare a destinazione. Dylis ha imparato a non lasciarsi abbattere dalle avversità e, sebbene impensierita, si prepara a trascorrere la notte all'interno della sua automobile; quando l'arrivo tempestivo e fortunoso di un giovane di nome Inigo Brown sembra volgere la sorte in suo favore. Quest'ultimo, infatti, sta dirigendosi verso la villa dello zio, un ricco possidente delle vicinanze che vedrà per la prima volta nella sua vita, e si offre di condurre con sé la ragazza; tanto più che il vecchio signor Brown si è raccomandato con lui di portare a Wintry Wold anche un amico. Laggiù potrà attendere che il tempo si rassereni e le consenta di andare a cercare un carro attrezzi per l'auto impantanata, e nel frattempo trascorrere del tempo con lui e i suoi parenti.

Benché dubbiosa, Dylis decide di accettare l'offerta di Inigo e i due, a bordo della potente automobile di quest'ultimo, raggiungono Wintry Wold. L'enorme edificio, immerso nella luce del crepuscolo calante e del bianco manto della neve, appare simile a un animale addormentato, ma all'erta e pronto a difendersi dalle offensive dei visitatori indesiderati; un po' come la donna che viene ad aprire loro la porta, la quale asserisce di essere la moglie del padrone di casa, Theresa Brown. Allo stesso modo dei domestici (due individui dall'aspetto poco professionale e ancor meno rassicurante) e le altre persone presenti alla villa (un ubriacone di nome Carpenter e un paio di autisti rimasti in panne col loro camion), anche lei dà una strana impressione in Inigo e Dylis: tutti sembrano sul chi vive, per motivi diversi, ma soprattutto Theresa, la quale pare più che intenzionata ad impedire ai due giovani di incontrare il vecchio signor Brown, il quale è costretto a letto da una misteriosa malattia. In breve tempo, altri viaggiatori (un entusiasta salutista, Mr. Howe, e il suo segretario Mr. Raddle, il giornalista Charlie Best e uno strano signore dall'aria distinta di nome Ashley) si aggiungono ai rifugiati di Wintry Wold per scampare alla bufera di neve che imperversa sulla campagna inglese; finché, mentre l'affabilità di Theresa stride sempre più con un curioso atteggiamento scostante e misterioso, la morte verrà a visitare la casa. E se il decesso sembra non riservare alcuna stranezza, tuttavia la scomparsa di alcuni residenti e rumori misteriosi fuori dalla sua porta e lungo gli oscuri corridoi, mescolati al suo naturale atteggiamento risoluto, porteranno Dylis ad intraprendere un'indagine personale e a tentare di capire cosa si cela davvero dietro le facce ipocrite e gli strani comportamenti degli abitanti di Wintry Wold, prima che si verifichi un "piccolo omicidio" in occasione dell'imminente Natale.

Una scala misteriosa...
"Un Piccolo Omicidio di Natale" appartiene a quella folta schiera di romanzi gialli classici che, in Inghilterra, hanno potuto rivedere la luce in seguito a un lungo periodo di trascuratezza, grazie al successo arriso alla ripubblicazione di "Sotto la Neve" di J. Jefferson Farjeon. Dopo la straordinaria scalata di questo titolo alla top ten dei bestsellers nel 2014, infatti, molti editori hanno seguito l'esempio della British Library Crime Classics e, in occasione delle feste natalizie, producono ogni anno almeno un rinomato (dagli appassionati) titolo a tema; un po' come accadeva con il "Christie di Natale", quando Agatha era ancora viva. In Italia, per qualche tempo, lo ha fatto Polillo, e adesso questa consuetudine è stata raccolta da Lindau, il quale ha dato rispettivamente alle stampe "Natale con Delitto" di Mavis Doriel Hay, "Morte nella Neve" di Farjeon (ritraduzione del titolo qui sopra) e proprio il romanzo che recensisco oggi. Tuttavia l'autrice di quest'ultimo, Lorna Nicholl Morgan, rientra nel novero degli scrittori di mysteries tradizionali che non hanno saputo costruirsi una certa fama neppure tra gli appassionati: a differenza di Farjeon, il quale fu molto apprezzato mentre era in vita, lei non ha lasciato segni inconfondibili del suo passaggio all'interno del genere, in modo simile a H.H. Stanners (il cui "Com'è Morto il Baronetto?" ha rivisto la luce soltanto nel nostro Paese, appena un anno fa). E se, nel caso di Stanners, io non sono riuscito a capire perché il suo libro non sia stato riscoperto prima, dopo aver letto "Un Piccolo Omicidio di Natale" credo di poter immaginare le cause per cui l'opera di Morgan non abbia resistito adeguatamente alla prova del tempo.

Pubblicato per la prima volta nel 1947 come "Another Little Murder", questo giallo mi ha infatti dato l'impressione di essere un po' troppo fuori fuoco, per diversi motivi: primo tra tutti, la decisione di aggiungere al titolo la parola "Christmas/Natale" alle rispettive edizioni inglese ed italiana. Se è vero che l'atmosfera generale del libro rimanda al periodo delle feste di fine anno, con tanto di neve in abbondanza e misteri da svelare in gelidi scenari da cartolina natalizia, è pur vero che manca del tutto la presenza di alberi decorati, gaudenti propositi nell'organizzare cene allegre e quei giochi o scenette teatrali che spesso si accompagnano a questa occasione. Capisco che intitolare questo romanzo "Un Piccolo Omicidio Invernale" avrebbe forse fatto meno presa sui lettori; però non trovo nemmeno giusto imbrogliare chi lo compra. In ogni caso, comunque, personalmente questa critica reca meno importanza rispetto ad altre (sapevo già che il Natale non era argomento principale di questo giallo, quindi non ho avuto alcuna sorpresa in questo senso). Tutt'altro discorso, però, riguarda il suo contenuto. Infatti, se per alcuni elementi esso si avvicina a quello di "Sotto la Neve", con un enigma e un racconto in cui contano più le emozioni della complessità e dell'accuratezza dell'indagine, rispetto al tipo del giallo natalizio imperniato sul puro mistero (come "Il Natale di Poirot" oppure "Natale con Delitto"), d'altra parte ho avuto la sensazione che il soggetto di "Un Piccolo Omicidio di Natale" non si possa nemmeno accostare del tutto a quello del libro di Farjeon. Mi spiego meglio.

Quest'ultimo, secondo me, è stato impostato in modo strettamente "inglese", con suggestioni di intimità legate al periodo vittoriano, e ha fatto dell'evocazione di un clima da fiaba il proprio punto focale; mentre il mystery di Morgan assomiglia più al genere di romanzo del mistero che è stato portato alla ribalta dalle Regine del Brivido americane; nella maggior parte dei casi molto buono, per carità, ma pur sempre segnato da accentuali elementi di suspense a discapito del caso. L'impressione finale che ho percepito dalla lettura di "Un Piccolo Omicidio di Natale", dunque, è stata di mettere insieme, in modo un po' goffo e impreciso, caratteri del giallo tradizionale con molti altri di impronta americana; col risultato di creare una sorta di thriller ingentilito, contraddistinto da uno spiccato senso del melodramma e da una protagonista femminile molto risoluta (a differenza della classica woman in jeopardy), in cui si vuole far coesistere un dualismo "alla White" ma senza riuscirci. A differenza dell'uso che se ne fa nella narrazione di White, infatti, in questo libro gli elementi del giallo di suspense sono molto più accentuati e l'effetto che se ne ricava è quello di dare vita a un racconto che si potrebbe definire "freddo" e affilato; nel quale l'atmosfera non è più quella "calda", familiare e intima di salotti confortevoli e il clima tutto sommato disteso, suggestivo e privo di bruschi sbalzi, ma piuttosto ostile verso i personaggi e fin troppo algido, in cui il brivido non manca in tutti i sensi. Personalmente preferisco il taglio adottato da Farjeon a quello di Morgan, ma probabilmente chi va matto per il mystery da brivido trarrà soddisfazione da questo libro.

Copertina della recente edizione
pubblicata da Sphere, in Inghilterra
Perciò, dato questo lungo discorso in gran parte negativo, leggere "Un Piccolo Omicidio di Natale" si è rivelato una totale perdita di tempo? Affatto. Tenuto conto delle imprecisioni innegabili dell'enigma e della sua storia un po' banale, infatti, non si può certo nascondere il fatto che questo romanzo abbia riservato anche qualche sorpresa in positivo. Non fatevi ingannare dal fatto che esso sia stato ripubblicato per la prima volta solo dopo sessant'anni o che in pochi conoscessero la sua autrice: ciò non è dovuto del tutto alla sua inesperienza o alla povertà intrinseca della sua opera, ma pure dal fatto che di lei non si conosce quasi nulla. Come era stato per H.H. Stanners, infatti, di Lorna Nicholl Morgan si sa soltanto che fu una scrittrice di gialli degli anni '40 e che pubblicò, nell'arco di quattro anni, altrettanti volumi: "Murder in Devils' Hollow" (1944); "Talking of Murder" (1945), in cui il membro di un esclusivo club muore alla vigilia di Capodanno; "The Death Box" (1946), dove la vicenda è incentrata su di un corpo rinvenuto all'interno di una scatola e sulla scomparsa di una giovane signora; e "Un Piccolo Omicidio di Natale" (1947). Un vero peccato che le notizie sul suo conto siano tutte qui. Ma siccome non mi va di liquidare troppo in fretta l'elusiva figura di questa scrittrice, dopo i suoi sforzi per imporsi al mondo, vorrei intraprendere una sorta di indagine, alla maniera di quella fatta per Stanners, e provare a ricavare dalle informazioni contenute nel suo libro (l'unico da me letto finora) qualche elemento della sua personalità.

Per iniziare, prenderei in esame i personaggi, ritratti con una certa dose di asetticità ma dotati di un netto carattere e tratteggiati con attenzione, oltre ad essere molto vari. Tra tutti, mi hanno colpito soprattutto Ashley (col suo particolare metodo di "indagine", pp. 112-115, 177, 181), Howe e Raddle, a causa delle loro sciocche manie salutiste, e ovviamente Dylis. Ognuno di loro potrebbe lasciar trapelare un pezzetto della loro creatrice e dare l'idea di come fosse: discreta, forse interessata alle malattie e i loro rimedi salutisti, ma soprattutto forte, determinata, intelligente ed entusiasta come la protagonista (pp. 7-12, 18, 66, 99, 132, 145, 156, 176-177, 180), dotata di un forte ottimismo e dalla personalità spiccata, la quale viene esaltata nel trio di caratteri centrale nel romanzo, costituito assieme a quelli di Inigo e Theresa. Con quest'ultima viene messo in scena un forte contrasto: una è fatua, capricciosa, un po' inconsistente; l'altra, invece, è indipendente, coraggiosa (a volte fin troppo) e curiosa. Inoltre Dylis ha intrapreso una carriera (quella del commesso viaggiatore) che spesso viene ricollegata agli uomini, dando prova della sua voglia di osare e di mettersi in gioco per sovvertire i ruoli (devo ammettere, insomma, che in questa scelta ho visto un po' di femminismo, da parte di Morgan). Ma non solo; oltre alla sua passione per le cure e le diete naturali (pp. 45-47, 49-54, 56, 74-75, 94-96, 115, 128-129, 158, 186-189, 263-266), insolita all'interno della letteratura del mistero della Golden Age (anche se bisogna ricordarsi del detective salutista di Victor Whitechurch, Thorpe Hazell), l'autrice si è distinta in questo romanzo per aver inserito un tema scottante per il tempo: ovvero, quello della pornografia! Si tratta di un elemento curioso, che dimostra come lei intendesse mettersi alla prova grazie ai suoi libri e avesse deciso di sfruttare la rigidità delle leggi britanniche a riguardo, per costruire il proprio mistero. Mistero che, per qualche vago cenno, assomiglia a quello di "Trappola per Topi", dove un gruppo di estranei si ritrova bloccato in un luogo chiuso e deve convivere con il timore di essere ucciso nel sonno da uno degli altri viaggiatori. Stavolta, però, il caso viene lasciato andare senza grande attenzione ai particolari e risulta banale; probabilmente nemmeno Morgan credeva fino in fondo alla storia che stava scrivendo, la quale appare come un qualcosa di già visto, desolata e senza quel mordente caratteristico dei capolavori del giallo. Tuttavia, la resa dell'atmosfera (pp. 28-30, 34, 36-42, 47-50, 52-59, 96-98, 108-110, 120-125, 131-136, 142-143, ma non solo), con sinistri passi lungo i corridoi, i rumori scricchiolanti della casa e le presenze spettrali, genera un piacevole senso di brivido lungo la schiena, che monta mano a mano mentre passa il tempo; fino al momento in cui il sospetto diventa insopportabile e la tensione si spezza (cap. 13).

Una cosa, dunque, è certa: Morgan sapeva scrivere in modo da catturare i sensi del lettore e suscitare suggestione, grazie a uno stile ricco di humor (esempio pp. 105-107), dove il divertimento si mescola a un potente tono melodrammatico e sinistro (in questo è molto simile a quello di Farjeon in "Sotto la Neve"), e a un senso dell'ambientazione che rende perfettamente l'aura minacciosa dell'antica dimora in cui Dylis e gli altri viaggiatori sono capitati e il pericolo costituito dalla bufera di neve (simile a quello corso dall'Inghilterra e dall'Europa tra la fine del 1946 e il 1947, pp. 8-12, 21-22, 32-33, 41, 61, 63-67, 79-80, 129, 243). In conclusione, dunque, "Un Piccolo Omicidio di Natale" è risultato un po' più debole rispetto ad altri letti durante queste feste di Natale; però non mi ha deluso. Mi aspettavo una storia giocata sul fascino e la suggestione da brivido, benché con un enigma più articolato, ed è ciò che, tutto sommato, ho trovato: una lettura simpatica e per certi versi sorprendente, da riservare per i momenti in cui si è al caldo, sotto le coperte. Sono curioso di leggere altro di Lorna Nicholl Morgan, per vedere se il giudizio complessivo sull'opera può migliorare; chissà che non ci si riesca in futuro.

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