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venerdì 21 agosto 2020

43 - "Il Caso della Zitella Acida" ("Poison in the Parish", 1935) di Milward Kennedy

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore

Il blog del critico Martin Edwards è il mezzo che preferisco per tenermi aggiornato sulla classica crime story, oltre ad essere tra quelli più interessanti in fatto di contenuti. Infatti, nei post che egli pubblica nel corso della settimana, spesso ho trovato molti spunti di riflessione non solo grazie ai suoi commenti a romanzi gialli dimenticati, ma anche attraverso le anticipazioni sui nuovi titoli in uscita per la British Library Crime Classics (che egli cura con mano esperta) e attraverso osservazioni più in generale sul genere letterario che tanto ci appassiona. Tra gli altri, ho salvato alcuni post redatti sotto forma di classifica, e mi piace consultarli quando vengono pubblicati nuovi titoli in italiano, per scoprire se nel nostro Paese siamo stati tanto fortunati da rivedere storie quasi scomparse in lingua originale. Una lista in particolare attira di tanto in tanto la mia attenzione (si trova a questo link): infatti, essa elenca alcuni tra i romanzi del mistero meno disponibili nel mercato dell'usato in lingua inglese, nonostante siano molto interessanti dal punto di vista del loro contenuto. Si tratta di racconti molto vari, che comprendono i sottogeneri più svariati e hanno la caratteristica di essere poco ortodossi, poiché trattano un dato argomento secondo un'ottica che al tempo dovette fare un certo scalpore. Non per niente, troviamo ad esempio "As for the Woman" di Francis Iles, il libro che decretò la fine della carriera di scrittore di Anthony Berkeley e attingeva alla condanna di Edith Thompson per costruire una trama un po' insolita; oppure "The Division Bell Mystery" di Ellen Wilkinson, ex-Primo Ministro laburista la quale infuse la propria esperienza al Governo per dare vita a questo intrigante racconto ambientato nelle sedi del potere inglesi. Per quanto riguarda le traduzioni italiane, in modo alquanto inaspettato dal momento che qui il genere giallo viene visto appena poco sopra ai romanzi rosa della serie Harmony, troviamo ben quattro titoli su dieci di questa classifica che sono (o sono stati per qualche tempo) disponibili: "Presagio di Morte" di Patrick Quentin, pubblicato da Mondadori diversi anni fa nelle sue collane da edicola; "Otto Innocenti e un Colpevole" di J.J. Connington, edito da Polillo; "Un Cappio al Collo per Archibald Mitfold" di Dorothy Bowers (non ancora disponibile, in realtà, ma in cantiere per i tipi di Le Assassine); e infine "Il Caso della Zitella Acida" di Milward Kennedy (Polillo Editore, 2017). Quest'oggi ho deciso di soffermarmi su quest'ultimo, cogliendo al balzo il fatto che esso sia ambientato in uno scenario tipico per chiunque voglia trascorrere qualche tempo a ricaricare le forze e impiegare al meglio le ferie a disposizione: il tipico villaggio di campagna inglese.

L'idea di vivere in un placido paesino, infatti, esercita da sempre una certa attrattiva nell'immaginario del cittadino medio: si sta in mezzo alla natura, lontano dal caos e dalla frenesia della metropoli, a contatto con gente semplice e alla mano. In periodo di vacanza come l'estate, dunque, sembrerebbe proprio che questi ameni posticini, dove tutti bene o male si conoscono e le giornate trascorrono in un placido dolce far niente, siano pieni di aspetti che dovrebbero indurre un turista a recarvisi. E non dico che le cose non stiano così, fino a un certo punto. Eppure, anche se non lo sembra, a volte tutto ciò può nascondere disagi nascosti e intime discordie. La noia e l'agognata mancanza di preoccupazioni possono diventare decisamente irritanti, se somministrate a dosi troppo generose, e ben presto l'inattività può spronare la fantasia a compiere voli fin troppo sfrenati: agli occhi del vacanziere (ma non solo) i vicini di casa, all'apparenza armati di buone intenzioni, si trasformano in gente invadente che desidera solo disturbare e impicciarsi di affari che non li riguarda, per poi lasciarsi andare al gossip sfrenato e malevolo al riparo delle loro piccole tane, con la candida scusa di ammazzare il tempo. In queste piccole collettività simili a famiglie allargate, tutti sanno e tutti si permettono di dire la propria, e questa vicinanza suscita tensioni sotterranee che scorrono in continuazione e toccano nervi scoperti che portano a scontri e discussioni. Non tutto è rose e fiori, in tali circostanze, e qualcosa ne sapevano anche gli scrittori di romanzi gialli classici, i quali elessero come scenario tradizionale dei loro casi proprio i villaggi remoti della campagna inglese, piccoli agglomerati di cottage, giardini curati e chiese, in cui a venire ammazzato non era unicamente qualcosa di intangibile come il tempo, ma spesso anche un essere umano in carne ed ossa. Milward Kennedy, in particolare, in qualche modo finì per specializzarsi nel "delitto del villaggio di campagna", nonostante si sia dedicato pure ad altri sottogeneri del giallo, come testimonia "Corpse Guards Parade": in "The Murderer of Sleep", ad esempio, ha narrato come uno straniero intento a remare lungo un fiume si sia imbattuto nel cadavere di un vicario, strangolato mentre sedeva sotto a un salice piangente vicino al cimitero del villaggio di Sleep; mentre in "Il Caso della Zitella Acida", sfruttando un tono molto cinico "alla Berkeley", ha descritto in modo innovativo come un avvelenamento da arsenico possa rivelare quanto sia ingannevole l'immagine del tranquillo paesino di campagna di Matchings, rispetto a quella reale di un covo di doppiezza e pettegolezzo in cui la giustizia può fallire la sua missione.

Duke of Hereford’s Knob, Baptist Chapel (Capel-y-ffin, Powys,
Wales), Eric Ravilious, 1938, raffigurante un villaggio simile a
Matchings
La trama è incentrata sull'esumazione del cadavere di un'anziana signora, Alice Tomlin, la quale è deceduta da sei mesi nel momento in cui inizia il nostro racconto. Il narratore, un invalido parziale di nome Francis Anthony, esprime fin da subito la propria sorpresa nell'aver appreso, nel corso del tempo, come un semplice pettegolezzo abbia portato alla decisione di tirare fuori dalla bara una donna che, a suo dire, era tanto odiata dalla gente dei dintorni da preferire che ella stesse ben lontana dalle luci della ribalta. Non aveva importanza che nell'invio del certificato di morte ci fosse stato un ritardo inusuale, né che si sospettasse qualcosa di strano nella sua morte: nessuno avrebbe dovuto sollevare scandali, questa è l'opinione diffusa. E invece, a causa di una domestica troppo chiacchierona e con una buona dose di rivalsa da scaricare sulla sua ex padrona, Miss Tomlin è stata riesumata e si è scoperto che ella è stata avvelenata con l'arsenico. Un grosso problema; anzi enorme e seccante, dal momento che i sospettati di questo crimine sono tutte persone amabili, le quali avrebbero avuto più di un buon motivo per fare fuori la vecchia arpia. Miss Figgis, la padrona della pensione in cui soggiornava la vittima, sarebbe stata soddisfatta di potersi liberare della seccatura e del peso morto che quest'ultima costituiva, nonostante fosse una cliente che pagava; Mrs Lewis, dipendente addetta alla sala da tè del locale e all'esaudire (a qualunque ora del giorno e della notte) le richieste di Miss Tomlin, avrebbe potuto abbandonare una volta per tutte le sciocche incombenze a cui la costringeva la morta, per dedicarsi a qualcosa di costruttivo per il suo futuro incerto. Per non parlare, poi, dei congiunti della vittima, i nipoti Bill e Jane, i quali dipendevano quasi completamente dalla buona stella dell'anziana signora, la quale amministrava il loro patrimonio e quello della sorella deceduta in attesa che giungessero alla maggiore età.

Francis non riesce a capacitarsi dell'ironia del destino: Miss Tomlin era morta e sepolta (in tutti quanti i sensi) e tutti stavano molto meglio senza di lei, mentre adesso la polizia deve indagare sul suo decesso violento. Ironia che si è abbattuta pure sullo stesso Anthony, il quale è stato interpellato nientemeno che dal capo della polizia del distretto, il colonnello Dawson, per affiancare le forze dell'ordine nella scoperta di una verità tanto scomoda per troppe persone. Il fatto di essere un consigliere comunale, un "pezzo grosso" del villaggio di Matchings, potrebbe indurre i sospettati tanto reticenti a lasciarsi andare con gli agenti a confessargli i loro pensieri più nascosti, sostiene Dawson. Quindi, perché non sfruttare tutte le risorse, tenendo conto pure il fatto che Francis è un intimo amico? Nonostante le perplessità e un carattere abbastanza scontroso, l'invalido si lascia incastrare e decide di dare il suo contributo alla causa, non fosse solo il fatto di poter scoprire elementi utili a stabilire come la morte di Miss Tomlin si possa spiegare come un incidente o un suicidio. Perché ciò che preoccupa il narratore, soprattutto, è il fatto che sua nipote Isabel si stia per fidanzare proprio con Bill Marlow. Sotto la maschera di misantropo, Anthony non può sopportare di veder diventare infelice la ragazza; pertanto, inizia le proprie indagini ufficiose... E ciò che scoprirà, sul conto dei principali sospettati, lo lascerà molto sorpreso. Soprattutto le informazioni raccolte riguardo il medico condotto che sostituiva il dottore di Matchings (e l'infermiera del distretto) apriranno scenari nuovi alle ipotesi di Francis, dove boccette di medicinale spariscono nel nulla e party di beneficenza assumono ruoli centrali nella soluzione del caso. E nella cattura di un assassino che riesce a celare le proprie tracce fin troppo bene, al punto da maledire la propria accortezza nell'aver distratto i sospetti da sé.

Harold Greenwood (1874-1929), l'avvocato
accusato di aver avvelenato la moglie
con l'arsenico a cui si è ispirato Kennedy
nella costruzione del caso

"Il Caso della Zitella Acida" si presenta come un normale giallo sulla variante del "delitto del villaggio di campagna". Dall'introduzione e dal riassunto qui sopra, penso che a prima vista si possa pensare che esso sia nella norma; nonostante abbia già accennato al fatto che il tono usato per descrivere le vicende si avvicini più a quello di Anthony Berkeley, dando così vita a qualcosa che si discosta dalle storie più compassate di Agatha Christie ambientate a St. Mary Mead, per fare un esempio. Addirittura, Dorothy L. Sayers disse in una sua recensione che questo assomiglia al "più placido e tranquillo tra tutti i romanzi gialli mai scritti": abbiamo una cerchia di personaggi abbastanza ristretta, con zitelle, parroci e dottori che suscitano il sospetto nel lettore; moventi che sbucano man mano che le informazioni vengono fornite, tra false piste e osservazioni innocue soltanto all'apparenza; il tratteggio di una società che rivela un profondo disagio interiore. Forse l'assenza di una gran quantità di indizi materiali, nonostante una fantomatica boccetta di medicinale, può conferire un motivo di spicco a "Il Caso della Zitella Acida"; ma si sa che i lettori di gialli classici preferiscono trovare enormità di orme, mozziconi di sigarette, scritte su muri e oggetti abbandonati dall'assassino, piuttosto che doversi basare soltanto sulla psicologia degli attori sulla scena. Insomma, di facciata ci troviamo di fronte a una vicenda che non si discosta molto dalle tante altre sul tema. Eppure, le cose stanno davvero così? Se ciò che appare in superficie corrispondesse al contenuto, forse potremmo restarne delusi; cosa che tra l'altro è accaduta ad alcune persone che conosco, le quali si sono limitate a dare un giudizio alla storia. In effetti, essa può lasciare spiazzati, dal momento che riprende un elemento dell'enigma che è stato usato in un altro romanzo ben più celebre, dove tale aspetto ha dato frutti migliori. Per non parlare dello stile di Kennedy, il quale non è sempre chiaro e lineare. Ma "Il Caso della Zitella Acida" è da bocciare? Per quanto mi riguarda, affatto: trovo che nelle profondità del racconto, nonostante alcuni difetti sul piano dell'esposizione del caso, si celino elementi intriganti e affascinanti, i quali ci permettono di farci un'idea ben precisa di cosa volesse trasmettere l'autore con questo mistero, e affrontano questioni spinose con un certo acume.

Al di là di alcuni cliché, infatti, in questo romanzo giallo troviamo moltissimi cenni ad argomenti e casi reali che tennero e ancora oggi tengono con il fiato sospeso. Lasciando per un momento da parte tutto il resto, basta concentrarsi sullo sfruttamento da parte dell'autore di alcuni celebri processi per la costruzione della propria trama, per capire come ci troviamo davanti a un giallo in cui, al di là delle apparenze, niente è azzardato; anzi, ogni cosa è stata calcolata nei più piccoli dettagli. Due sono le fonti a cui Kennedy attinse per la creazione di "Il Caso della Zitella Acida": il caso Greenwood e il caso Hearn. Il primo riguarda la vicenda di un avvocato di terz'ordine di nome Harlod Greenwood, il quale venne accusato di aver avvelenato la moglie con l'arsenico. In breve, i fatti: nel giugno del 1919, la donna accusò forti dolori allo stomaco dopo aver mangiato della torta all'uva spina, tanto che il marito si vide costretto a chiamare prima un dottore, il quale fornì debiti farmaci per far fronte alla crisi, e poi l'infermiera del distretto. Nonostante ciò, tuttavia, il giorno seguente allo sconcertato medico venne comunicato come la signora Greenwood fosse deceduta, anche se la sera prima lei gli era parsa stare meglio, ed egli (dopo un esame superficiale delle spoglie) compilò un certificato di morte in cui la causa del decesso venne certificata come conseguente a una malattia cardiaca (ella infatti era sempre stata un po' debole e negli ultimi tempi era peggiorata). Fin qui, la faccenda sembrerebbe non sollevare alcun sospetto; se non fosse che, appena pochi mesi dopo, Greenwood sposò una donna molto più giovane, suscitando così il pettegolezzo locale. La forza di quest'ultimo, mescolato ad alcuni commenti che l'infermiera aveva fatto al vicario, raggiunse una tale portata che la polizia si vide costretta a far riesumare il cadavere per compiere i dovuti accertamenti del caso... scoprendo che il corpo della donna era pieno di arsenico. Il fatto che Greenwood avesse acquistato del diserbante contenente il veleno incriminato portò dunque a un'inchiesta, il cui risultato fu l'accusa all'avvocato di aver deliberatamente assassinato la moglie e l'arresto, in attesa di essere processato in un tribunale di suoi pari. Eppure, la realtà si dimostrò ben più complicata di quanto non fosse a prima vista: venne fuori che il medico aveva dato alla signora Greenwood alcuni farmaci che avrebbero potuto ucciderla, se presi in dosi errate; che l'infermiera non era capace di spiegare come una boccetta di medicinale fosse misteriosamente scomparsa; e che la testimonianza chiave della cameriera era stata influenzata. La difesa, quindi, sostenne la tesi della malevolenza del pettegolezzo locale e dell'innocenza dell'imputato; adducendo come prova conclusiva il racconto della figlia di Greenwood, secondo cui ella aveva bevuto il vino dalla stessa bottiglia che era stata offerta alla madre (la fonte del veleno, secondo l'accusa). Il verdetto, pertanto, fu di non colpevolezza perché il delitto, benché dimostrato nei fatti da alcuni atteggiamenti sospetti da parte dell'accusato, non poteva essere addossato a Greenwood con certezza. (Se foste curiosi di conoscere i dettagli dell'inchiesta, potere consultare questa pagina dettagliata).

Confrontando la trama di "Il Caso della Zitella Acida" e questo processo, penso che vi sarete accorti benissimo dell'incredibile e strabiliante somiglianza tra l'indagine fittizia di Kennedy e il caso Greenwood. Ma basta aggiungere qualche elemento del caso Hearn per capire come l'intera vicenda di Matchings sia stata modellata sulla realtà. Infatti, dalla storia del processo ad Annie Hearn possiamo ricavare altri elementi a noi familiari. La ragazza, la quale visse per un periodo con la sorella (poi deceduta in seguito a problemi di stomaco), si dovette infatti trasferire nel Devon per accudire un'anziana zia, la quale prontamente morì lasciandole tutto il suo denaro. Inoltre, non soddisfatta della propria fortuna nell'aver ereditato un sacco di soldi ed essere libera di fare ciò che credeva meglio, Annie si innamorò di un un vicino di casa già sposato. La moglie del signor William Thomas, pertanto, non ci mise molto a morire a causa di un panino avariato, preparato in precedenza dalla stessa signorina Hearn. Curiosamente, la faccenda si svolse più o meno come nel caso Greenwood, con tanto di processo a carico della ragazza, suscitato dal pettegolezzo locale. Ella, tuttavia, riuscì ad eludere le forze dell'ordine per qualche tempo, fuggendo e facendo perdere le proprie tracce, prima di essere imprigionata e portata in tribunale. A suo carico, furono messi i capi d'accusa riguardo l'assassinio della sorella, della zia e della vicina di casa: tutte erano decedute in modo misterioso, secondo l'accusa, e le prove puntavano tutte in una direzione, e cioé contro Annie. Eppure, ancora una volta, la giuria non riuscì a farsi convincere ed emise un verdetto di innocenza, adducendo come causa della morte della signora Thomas un'intossicazione alimentare. In questo modo, Annie fu rilasciata e sparì dalla circolazione, mentre i sospetti si spostavano sul signor Thomas; ma alla fine non se ne fece niente e il decesso di sua moglie venne archiviato. (Ancora una volta, se siete interessati ai dettagli, potete consultare questa pagina sull'inchiesta).

Annie Hearn (1895-1949), la donna processata
per l'avvelenamento della sorella, la zia e la vicina
di casa con l'arsenico, alla quale Kennedy si ispirò
per la costruzione del caso

Tirando le somme, cosa possiamo ricavare dall'analisi di questi due processi? Innanzitutto, che "Il Caso della Zitella Acida" può essere sì un po' scadente nell'esposizione dell'indagine, ma senza dubbio riesce a mettere insieme gli elementi dei casi Greenwood e Hearn in modo mirabile, come solo gli autori della Golden Age, tanto appassionati di true crime, avrebbero potuto fare (nonostante Kennedy avesse la brutta abitudine di spingersi sempre troppo in là nel riportare fedelmente i processi, come dimostrano la causa del diffamazione che dovette affrontare per "Death to the Rescue" e la rigidità stilistica del romanzo recensito oggi). Come avrete immaginato, le premesse del mistero sono molto simili (per non dire le stesse); ma questo non significa che i risultati siano quelli che vennero emessi dalle giurie reali. Conoscere questi casi non inficerà la sorpresa della scoperta della verità nel romanzo di Kennedy; anzi, aiuterà ad entrare nei meccanismi complessi dell'inchiesta di Francis e potrà addirittura aprire nuovi scenari nella mente del lettore. Perciò, già questo fatto, a mio parere, rende pregevole "Il Caso della Zitella Acida". In secondo luogo, tuttavia, possiamo cogliere pure qualcosa che va oltre la semplice esposizione delle vicende. Nel suo libro, l'autore sfrutta i casi Greenwood e Hearn per compiere un'azione molto simile a quella di uno tra i suoi più grandi amici, Anthony Berkeley, il quale lui ammirava molto: mette in scena, infatti, una feroce critica alla giustizia e al senso della verità che si manifesta attraverso il sentimento (dis)umano degli individui. A discapito degli indizi materiali, ciò che interessò Berkeley e Kennedy furono la psicologia e ciò che si cela dietro la maschera della rispettabilità: quel groviglio di passioni ed emozioni che riesce a dare vita non solo al mistero sulla carta, ma ad evocare in tre dimensioni la figura dell'assassino. Gli effetti della colpa, come essa agisce nella coscienza, cosa spinge un essere umano a diventare un mostro hanno affascinato schiere di giallisti del Novecento, spingendoli ad escogitare nuove forme per esprimere la follia del colpevole, attingendo a volte, come si è visto, da omicidi reali ed interpretandoli a modo loro. Kennedy, su esempio di Berkeley, interpretò la lezione di "L'Omicidio è un Affare Serio" e "Il Sospetto" concentrando la propria attenzione sull'individuo come tassello del puzzle, e attraverso esso capì come fosse possibile mandare un messaggio forte e chiaro, per accusare con tono sarcastico e cinico alcuni comportamenti erronei e controversi della natura umana e della società che ne è espressione.

Oltre alla questione sulla giustizia, in "Il Caso della Zitella Acida" l'autore riuscì a rappresentare al meglio come l'insieme degli uomini e delle donne sia composto, in una concezione estremamente misantropa, da individui maligni e fondamentalmente cattivi. Secondo quanto emerge dalle vicende ambientate a Matchings, non solo l'uccisione di Miss Tomlin denota un forte disagio nella mente dell'assassino (soprattutto se consideriamo il movente per cui si è dovuta rendere necessaria la sua eliminazione), ma anche nella trattazione dell'inchiesta emerge quanto sia sbagliato il comportamento della gente. La vittima, che non si poteva certo considerare come una persona benvoluta e affabile, non viene lasciata riposare in (relativa) pace, poiché la malevolenza del popolino ha sollevato uno scandalo che procurerà dispiaceri e fastidi a chiunque ne venga toccato. Non c'è riguardo per chi sarà sospettato di aver compiuto crimini orrendi; la gente se ne infischia di quale questione spinosa potrebbe sollevare il proprio comportamento (pp. 9-10, 20-21, 25, 27, 51, 74, 95, 115). Questo rimestare nel torbido con morbosità è un carattere che si è trasmesso fino ai giorni nostri (basta pensare alla tragedia di cui tutti, nel bene e nel male, abbiamo discusso queste settimana), e sembra proprio che agli inizi del Novecento ciò fosse già una pratica diffusa: pensate, il pettegolezzo, sia nel caso fittizio di Matchings, sia nei casi reali di Greenwood e Hearn, è stato talmente forte e insistente da convincere la polizia a prendere in mano la faccenda, pur di spegnere le chiacchiere. Ciò fa riflettere sul potere intrinseco dell'opinione pubblica, la quale può diventare uno strumento pericoloso nelle mani di individui senza scrupoli (come in "La Morte Cammina per Eastrepps") o di gente incapace di controllarla; e penso che questo sia un valore aggiunto alla qualità di "Il Caso della Zitella Acida", da molti sottovalutato.

Milward Rodon Kennedy Burge, nato
nel 1894 e morto nel 1968

Con un risvolto amaramente ironico, lo stesso Milward Rodon Kennedy Burge si trovò a dover far fronte agli strani giochi del Destino, il quale lo condannò ad assaggiare la stessa medicina che lui somministrò coi suoi romanzi sarcastici. Nato nel 1894, egli studiò al Winchester College e al New College di Oxford, prima di servire nel Military Intelligence Directorate of the War Office e ottenere una Croce di Guerra. In seguito, lavorò al Cairo per il Ministero delle Finanze e a Ginevra per l'International Labour Office; organizzazione per la quale diresse per qualche tempo la sede londinese fino al 1945, con una sola pausa per recarsi ad Ottawa al Servizio Informazioni Militari. Nel frattempo, a partire dal 1928, su esempio di altri illustri colleghi come John Rhode, Christopher Bush e Henry Wade, aveva iniziato a perseguire la carriera di giallista e ad interessarsi alle pratiche giuridiche (cosa che gli tornò utile quando, nel secondo dopoguerra, curò il repertorio giuridico dell'"Empire Digest"), pubblicando un romanzo che fondeva avventura e mistero scritto assieme a Neil Gordon, pseudonimo dello scrittore scozzese A.G. MacDonell, anch'esso appassionato di letteratura crime. "Il Mistero del Diario", tuttavia, recò in definitiva solo il suo nome sulla copertina. Ad esso, fecero seguito altri diciannove romanzi di genere, alcuni scritti sotto pseudonimo (Evelyn Elder, E. Grubb, Gasko), tra i quali vanno ricordati "The Murderer of Sleep", "Murder in Black and White" (il quale figura sotto la produzione di Elder e ha una struttura quadripartita, con tanto di sfida al lettore e una serie di immagini sul genere di "The Norwich Victims" di Francis Beeding), "Bull's Eye" e "Corpse in Cold Storage", questi ultimi due incentrati sulla figura di Sir George Bull, un investigatore privato di origini aristocratiche. I più importanti in assoluto, tuttavia, furono quei tre che ebbero in qualche modo a che fare con la disavventura che mise fine alla sua carriera di giallista: "Il Caso della Zitella Acida", "Il Capanno sulla Spiaggia" e "Death to the Rescue", dedicato ad Anthony Berkeley.

A causa di quest'ultimo romanzo, infatti, nel 1937 Kennedy venne citato in giudizio e processato per diffamazione. Ho già accennato al fatto che l'autore fosse fin troppo puntiglioso nel riportare nella finzione casi reali; ebbene, in questa occasione Philip Yale Drew, processato per omicidio, assolto e rovinato per il resto della propria vita dall'accusa che continuava a pendere sulla sua testa, lamentò con tanta forza il fatto che l'assassino di "Death to the Rescue" gli assomigliasse fin troppo, al punto da recare un danno alla propria immagine, che l'audacia dell'autore risultò andare troppo oltre. A nulla valsero le scuse di Kennedy e l'editore Gollancz: lo scrittore perse la causa, e ciò risultò in un duro colpo alla propria vena creativa, la quale si estinse ben presto (non dopo una certa rivalsa grazie a "Il Capanno sulla Spiaggia") e lo costrinse a un graduale abbandono delle scene, fino alla morte avvenuta nel 1968. Per quell'anno, tuttavia, lui era riuscito a lasciare un'eredità importante nel campo della letteratura del mistero: sia per conto proprio, come recensore per il "Sunday Times", sia quale membro del Detection Club (basta notare le numerose citazioni che ha fatto in "Il Caso della Zitella Acida" per capire come fosse molto legato a quest'ultimo, pp. 19, 85, 115). Kennedy, infatti, fu il più giovane membro maschile a partecipare alla fondazione dell'associazione; fu giudice nelle iscrizioni che i lettori inviarono per gareggiare nella scoperta della soluzione di "Il Paravento"; contribuì alla creazione di "L'Ammiraglio alla Deriva" e "Chi è il Colpevole?", i romanzi collettivi scritti coi colleghi del Club; scrisse un testo per "Great Unsolved Crimes", una raccolta di saggi che riesaminavano casi reali assieme ai suoi compagni; fu una delle tredici persone che parteciparono al "Trent Dinner", l'occasione che festeggiò il ritorno sulle scene del protagonista dell'innovativo "La Vedova del Miliardario" di E.C. Bentley. Oltre tutto, Kennedy è riuscito ad affrontare la sfida di autore di romanzi del mistero in modo da innovare il genere; non ai livelli di illustri colleghi come Sayers, Christie e Berkeley, ma sviluppando nuove idee che lasciano tutt'oggi sorpresi. L'immagine che ci resta di lui, un tipo dall'aspetto serio e occhialuto, può trarre in inganno: in realtà fu determinato, audace e dedicò molte energie sulla riflessione dello sviluppo migliore del genere giallo.

Launceston Guildhall, folla in attesa di Annie Hearn fuori dal
tribunale, nel febbraio 1931
Nelle dediche ai suoi romanzi più famosi, "Death to the Rescue" e "Il Caso della Zitella Acida", fece riferimento alle conversazioni che ebbe con Berkeley e Sayers, sfidandoli a trovare una via per portare il mystery su un nuovo piano, e non risparmiò critiche ai detrattori. Lui stesso si impegnò nell'introdurre elementi di rottura col passato nei propri libri, come testimonia il romanzo che ho recensito oggi: in esso, gli elementi più classici della fiction del giallo non vengono esaltati (penso all'ambientazione oppure al mistero inteso in modo tradizionale) per dare più importanza a una storia dove a dominare è la psicologia e gli aspetti derivati dal caso. Sono i moventi, la rispettabilità e un forte senso di doppiezza e segretezza che orchestrano le vicende dell'inchiesta sulla morte di Miss Tomlin. Nella dedica, Kennedy osserva che questa volta vuole dare vita a un racconto in cui i personaggi siano tutti affabili e simpatici: e in qualche modo ci riesce, dal momento che tutti sono raffigurati come vittime di un sistema malato (anche il narratone, nonostante sia un po' misantropo). Eppure, man mano che la storia si snoda davanti ai nostri occhi, ci rendiamo conto di come sul fondo si stagli su di loro sempre più un'ombra di sospetto. Francis Anthony, chiamato così in omaggio al suo grande amico Berkeley, vuole dare l'impressione di essere uno scorbutico snob e arrivista, ma nasconde nel proprio cuore un affetto sincero per la nipote e le persone che gli sono vicine (pp. 10-12, 28-34, 37-38, 46, 68, 79, 99-100, 111, 116, 118-119, 121, 124, 128-133, 139, 144-144, 156, 187); il colonnello Dawson, dietro alla maschera da signorotto, sembra voler approfittare dell'amicizia con l'invalido per agevolare il compito dei propri sottoposti (pp. 22-25, 137-140, 206-208); Cole agisce insistendo per conoscere le novità da Francis, ma non vuole condividere ciò che sa lui sul caso (pp. 50-53, 117-121, 124-125); il parroco Orde "predica bene e razzola male" (pp. 40-45, 199); il dottor Pope (pp. 72-76) sostiene di voler essere imparziale, ma intanto lancia accuse velate contro il collega Forbes, dipinto come un miserabile non esente da colpe (pp. 52, 56-57, 62-66, 194-195); le signore Figgis (pp. 99-106, 164-170, 201-203), Lewis (pp. 108-111, 150-151, 218-222) e Jane Marlow (pp. 188, 225-240) serbano emozioni contrastanti verso la vittima e pertanto dividono il giudizio che il lettore si fa su di loro. Ogni personaggio indica in qualche modo come la società non sia esente da cattiveria e malignità pure negli individui vittime di soprusi, suscitando la questione se sia lecito che i miserabili si prendano una rivincita su chi li vessa; oppure se l'essere umano sia in grado di giudicare con imparzialità e rigore.

Un altro tema affrontato in "Il Caso della Zitella Acida", infatti, è quello riguardante la giustizia e la sua fallibilità (pp. 241-243, 246-247, 249-258). Nella classica crime story, questo problema è stato sollevato in moltissimi modi differenti: riguardo quella che l'investigatore può elargire a propria discrezione; quella che i giurati possono esprimere, nel bene e nel male, nel loro ruolo delicato durante un processo che porterà alla forca; sulla fallibilità degli avvocati nell'esercizio delle proprie mansioni. Tra gli altri, a partire dagli anni della Seconda Guerra Mondiale, è stato discusso se esista il cosiddetto "delitto altruistico"; ovvero, la soppressione di individui che danneggiano la società e senza i quali, in sintesi, si starebbe molto meglio. In fondo, chi non vorrebbe aver visto Mussolini appeso, prima che potesse fare danni? Tuttavia, restava sempre il dilemma su quale fosse l'organo adatto a prendere decisioni serie sul diritto di vita e di morte. Alcuni giallisti ebbero una cieca fiducia nel fatto che i tribunali potessero assolvere al compito designato; altri, come Kennedy e Berkeley, capirono che a volte le cose non stavano proprio così. L'autore di "Death to the Rescue" scoprì a proprie spese come i fatti potessero essere fraintesi; cosa che forse esacerbò definitivamente la poca fiducia che aveva nella legge, già messa a dura prova dalla sua esperienza in uffici governativi e corridoi del potere inermi contro la minaccia del fascismo (come illustra il giallo "Sic Transit Gloria"). Il risultato di tutto ciò portò Kennedy ad avvicinarsi all'ottica sarcastica di Berkeley, il quale sfruttò il cinismo per mettere in ridicolo l'incapacità della giustizia nell'assolvere al proprio ruolo e i paradossi al suo interno che possono condannare gli innocenti a pagare prezzi altissimi: il tono usato in "Il Caso della Zitella Acida" mostra molto bene questo punto di vista (pp. 119, 172-173). Ma non è solo l'ironia, pure l'enigma del romanzo tende a dimostrare come la giustizia, esercitata o meno con fini positivi, da un singolo individuo oppure da un tribunale intero, sia guidata da una forza fatale governata dal Destino. In una sorta di omaggio all'opera di Iles/Berkeley, Kennedy diede vita a un mistero dai risvolti inaspettati, sebbene abbia sfruttato un elemento già visto, per far riflettere il lettore se esista una sorta di benevola coscienza, oppure tutti noi siamo governati dal Destino. Questioni intriganti, con parziali risposte altrettanto affascinanti per i miei gusti: insomma, sono stato molto soddisfatto del risultato degli sforzi dell'autore, nonostante non riesca a dare un voto pieno a causa delle piccole mancanze sul piano più tradizionale della storia. Kennedy non è Berkeley, e i risultati sono impietosi in questo senso; però ebbe buone idee e un grande coraggio nel perseguirle. Se solo non avesse esagerato, forse avrebbe potuto continuare su questa strada; ma probabilmente era solo questione di tempo, prima che venisse punito per la troppa audacia.


Link a Il caso della zitella acida su Libraccio

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venerdì 8 maggio 2020

31 - "Un Pomeriggio da Ammazzare" ("An Afternoon to Kill", 1953) di Shelley Smith

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Anche se sembra incredibile, siamo già arrivati al mese di maggio. Nonostante la pandemia di Coronavirus non abbia abbandonato il campo e ci costringa ancora a limitare i nostri movimenti, ormai ci stiamo avviano verso la bella stagione (sebbene io non ami particolarmente l'estate) e ci sentiamo tutti spinti a fantasticare sul fare qualche uscita in più, rispetto alle scorse settimane. Il sole solleva il nostro umore un po' grigio, immaginiamo di essere già al mare (se in futuro ci sarà permesso, beninteso) e, tra le altre cose, accantoniamo un po' tutte quelle attività che ci hanno tenuto compagnia nei giorni più freddi dell'anno in favore di quelle da compiere all'aperto. I lettori, da parte loro, si possono considerare fortunati, dal momento che possono fare a meno di mettere da parte il loro passatempo e passare semplicemente dalle letture a tema autunnale-invernale degli ultimi tempi, accomodati in poltrona, a concentrarsi su quelle primaverili ed estive all'ombra delle terrazze. Pure io, appassionato di crime story nel mio piccolo, da quest'oggi abbandonerò la rassegna dedicata esclusivamente ai titoli del "delitto della prigionia" per orientarmi su alcuni romanzi gialli che vedranno i protagonisti vivere avventure ambientate in luoghi esotici e calorosi e contrassegnate da una vena un po' più solare (in senso letterale) e a volte vacanziera, benché pur sempre segnate dall'omicidio nelle sue forme più inquietanti e sorprendenti. Dovete sapere, infatti, che sebbene esistano moltissime crime novel classiche nelle quali la fanno da padrone le vacanze di Natale, le giornate uggiose nelle città degli anni '50 e i caratteristici pomeriggi trascorsi a pattinare sul ghiaccio o a raccogliere legna per accendere i caminetti dei cottage sul mare, sferzati dal vento gelido, tanti mysteries possono contare su vacanze al mare, lunghe escursioni o partite a golf disputate in tenute di campagna assolate, crociere ravvivate da lunghe ore trascorse a prendere il sole e soggiorni in case abitate per pochi mesi l'anno, sulla costa inglese ed americana, per rafforzare i propri misteri.

Anche in questi frangenti, dove le persone sembrerebbero più disposte a rilassarsi e ad abbandonare gli intenti criminali, il delitto non evita di fare la propria apparizione; anzi, si può dire che esso diventi più presente del solito, soprattutto se la gente è in ferie. Forse ciò è dovuto al fatto che chiunque si diriga verso le località sopra citate intenda trascorrere un po' di tempo senza preoccupazioni, lontano dalle frustrazioni della monotonia quotidiana, e quando si imbatte in ostacoli alla propria felicità pure in un periodo che dovrebbe essere dedicato al più totale relax, la classica goccia che fa traboccare il vaso fa degenerare nel crimine lo stress accumulato (a meno che non ci sia premeditazione, s'intende). In ogni caso la cornice soleggiato-vacanziera, con le sue pigre ore oziose, il rumore del vento sulla costa e tra gli alberi, la pace e la tranquillità del dolce far niente, costituisce una sorta di sottogenere prolifico del giallo classico e occupa un ruolo di primo piano al suo interno: basti pensare a "Corpi al Sole" di Agatha Christie, famosissima avventura di Poirot alle prese con un delitto perpetrato in un'isola, quando tutti hanno un alibi di ferro; oppure a "Il Dramma di Corte Rossa" di A.A. Milne, uno dei primi e più celebrati esempi di "giallo della casa di campagna" scritto dall'autore di Winnie-the-Pooh; oppure ancora a "Morte a Vele Spiegate" di C.P. Snow, un libro incentrato su di un'uccisione compiuta su di uno yacht che gironzola per l'Inghilterra orientale, mentre libri quali "La Domatrice" e "Non c'è più Scampo" della Christie mettono in scena omicidi avvenuti nel corso di viaggi in località lontane e insolite, come la Giordania e il territorio di quella che fu la Mesopotamia. Tra i romanzi gialli di questo tipo, spesso ambientati in posti esotici e fuori dal comune, c'è anche il libro che recensirò quest'oggi: "Un Pomeriggio da Ammazzare" (Polillo Editore, 2016) di Shelley Smith. Esso tratta una storia in cui psicologia e sentimenti come l'amore, l'inganno, il tradimento e la morte dominano la scena, tratteggiata su due piani temporali che si mescolano in continuazione, in uno stile ipnotico e all'interno di un'ambientazione che ricorda allo stesso tempo le favole de "Le Mille e Una Notte" e i racconti vittoriani di Wilkie Collins. Tuttavia, se pensate che quest'ultimo aspetto voglia significare che le vicende raccontate siano ispirate a una narrativa superata e vetusta, vi voglio mettere in guardia: prima della fine della storia, più di una volta vi troverete di fronte a un'inaspettata svolta nei fatti. A dispetto delle apparenze, questo non è un romanzo prevedibile: l'essere umano e i suoi sentimenti nascondono intenti nascosti, sono mutevoli come le dune del deserto, sferzate da un vento indomabile, e "Un Pomeriggio da Ammazzare" illustra al meglio questo concetto.

"Deserto con Luna" di Riccardo Vasdeki, che ritrae
un deserto simile a quello di "Un Pomeriggio da
Ammazzare"
Il racconto si apre in un modo davvero insolito, anche se affascinante: il signor Lancelot Jones, un noioso insegnante inglese diretto in India per diventare il precettore del figlio del sultano Mahmoud Kahn, è costretto a compiere un atterraggio di fortuna con il suo aereo privato e si ritrova nientemeno che nel bel mezzo del deserto dell'altopiano iraniano, lontano dalla civiltà a cui è abituato. O meglio, quasi del tutto isolato; poiché, a breve distanza dal luogo in cui il velivolo ha toccato terra, egli scorge un misero villaggio e, poco lontano, una grandissima casa in cui potrebbe chiedere ospitalità, mentre il guasto al motore del suo aereo viene riparato dal maldestro pilota che lo ha cacciato in un guaio tanto scocciante. Deciso più che mai a non finire arrosto sotto i cocenti raggi del sole dell'Iran, Jones si avvicina quindi al grande edificio e, dopo essere stato accolto da un'anziano servitore, all'ombra dei muri pitturati di blu e bianco fa la conoscenza di una vecchia e strana signora inglese che dice di chiamarsi Alva Hine, di essersi ritirata di propria volontà in quell'angolo sperduto di mondo e di voler offrire al viandante l'ospitalità tipica dei popoli orientali. Si tratta di una combinazione che ha dell'incredibile per il materialista Jones, il quale non crede alle coincidenze. Com'è possibile che una simile matrona abbia incrociato proprio la sua strada? Tanto più che la donna pare rallegrarsi nel metterlo in difficoltà e in imbarazzo, con la sua ironia brillante ma sferzante come una frusta. Ad esempio, ha osato chiedere a lui (dedito soltanto alle scienze e ai fatti) quali siano i suoi romanzi di fantasia preferiti. Fantasia! Con la poesia, essa forma una coppia dalla quale lui intende tenersi ben alla larga. Piuttosto, Jones si dimostra interessato a conoscere i motivi per cui miss Hine si è allontanata dalla società; così, per ammazzare le lunghe ore afose del pomeriggio che separano il suo ospite dalla ripresa del viaggio verso Bandrapore, la signora decide di intrattenere il suo ospite raccontandogli la storia avventurosa della sua vita, fatta di amore, odio, vendetta, senso di colpa e, purtroppo, morte.

Alva Hine (la quale un tempo si chiamava Blanche Sheridan e abitava con la sua famiglia sulla costa dell'Essex), infatti, può vantare il triste destino di essere stata tra i protagonisti di un vecchio caso di omicidio, iniziato dal momento in cui lei, giovane ragazza intenta a prendersi cura del padre (per il quale nutriva un insana ammirazione mista ad amore incestuoso) e dei fratelli in seguito alla morte della madre, aveva ricevuto il dubbio onore di vedersi piombare in casa una matrigna odiosa. A suo dire quest'ultima, Sophia Falk, aveva accalappiato il suo ingenuo padre grazie al proprio fascino e ai suoi ventisei anni, e in questo modo aveva distrutto il bel quadretto della famiglia Sheridan, insinuando gelosie e rancori segreti tra i componenti di quest'ultima. In particolare, Sophia aveva dato prova di odiare profondamente proprio la giovane e sgraziata Blanche; al punto di spingerla tra le braccia di un proprio cugino, Oliver Bridgewater, pur di allontanarla dal padre. La cosa, tuttavia, non si era rivelata priva di pericoli e rischi; al punto che, ben presto, l'esistenza di Alva e degli altri protagonisti del dramma aveva assunto una piega sempre più sinistra, tra malattie più o meno false, intrighi per aggiudicarsi denaro e un'atmosfera casalinghe che si faceva ogni giorno meno serena. Finché, all'improvviso, Sophia era stata uccisa. Tutti quanti avevano un buon motivo per liberarsi della sinuosa serpe che si era installata nella casa degli Sheridan, per cui chi è il colpevole dell'omicidio? Forse il novello vedovo, uno tra i suoi figli, suo genero Oliver, oppure il giovanotto che era andato a fare visita alla vittima proprio poco prima che lei fosse trovata senza vita in giardino? Il finale riserva una doppia sorpresa al lettore, il quale forse si aspetta la prima rivelazione della narratrice; ma la seconda, quando Lancelot Jones si renderà conto che la sua ospite ha tenuto per sé un'importante informazione, non potrà fare a meno di colpire nel segno.

Un giardino vittoriano, simile a quello in cui ha
trovato la morte Sophia Sheridan, nata Falk
"Un Pomeriggio da Ammazzare" è uno di quei deliziosi esempi di romanzo giallo che, pur presentando una storia intrigante e avendo tutte le intenzioni di sorprendere il lettore, non vuole prendersi troppo sul serio. Fin dall'inizio, infatti, ci rendiamo conto di come il tono del racconto sia decisamente ironico (basta fare attenzione allo scambio di battute tra il pilota Ras Ali e il signor Jones) e che Alva Hine stia divertendosi a prendere in giro il suo ospite, magari sottoponendolo a un fuoco incrociato di rivelazioni sconvolgenti sul suo rapporto con il padre, oppure stuzzicando il materialismo di Jones con discorsi sul romanzo fittizio. Eppure, se considerassimo questo libro come qualcosa di fatuo, caratterizzato solo dalla semplice leggerezza, cadremmo in errore. A ben guardare, in esso c'è molto più di quanto possa apparire a prima vista. D'altronde, "Un Pomeriggio da Ammazzare" si può considerare come una celebrazione del giallo tradizionale, fatto di quegli elementi tipici e prestabiliti che sono rimasti nel tempo senza mai cambiare e che definiscono il genere. Questo tipo di romanzo, come ho già detto altre volte, basa tutto se stesso sulle apparenze che vengono suscitate e sull'ingannare e fuorviare chi legge con false piste e personaggi sospetti (benché attenendosi al fair play, s'intende); quindi, non deve sorprendere che l'autrice abbia tratteggiato una vicenda piena di piccoli dettagli, insignificanti solo a prima vista e importantissimi ai fini della soluzione finale, e di concetti molto profondi.

Tuttavia, ciò che in questo libro colpisce più di tutto, secondo me, è il fatto che il giallo classico venga inserito in una cornice che rimanda a qualcosa di totalmente diverso dal mystery della Golden Age, nel quale gli elementi materiali rappresentano il fulcro della narrazione: ovvero, quel genere letterario che si sarebbe sviluppato nel giallo psicologico moderno. La stessa Smith, parlando della sua opera complessiva, osservò di aver "cominciato a scrivere whodunit [n.b. i gialli tradizionali]" ma di essersi ben presto "allontanata dalla formula" per buttarsi "su un tipo di storia che tenesse più conto degli aspetti psicologici nella personalità del criminale". Si tratta dello stesso percorso che, anni prima, aveva intrapreso Anthony Berkeley, quando aveva assunto lo pseudonimo di Francis Iles: dopo alcuni anni dedicati al semplice giallo nel solco della tradizione, egli aveva deciso di interessarsi di più sulla psiche dell'assassino e di esplorarla, spostando in secondo piano l'indagine prettamente formale e prediligendo, quindi, l'esplorazione degli impulsi e dei sentimenti che andavano a scontrarsi nella mente del pazzo e del paranoico (come accade, ad esempio, in "L'Omicidio è un Affare Serio").

In quel caso, tuttavia, egli si era limitato all'applicazione di questo nuovo metodo di analisi del caso criminale nei confronti dell'omicida, mettendo in luce i suoi conflitti interiori, senza aggiungere nulla che si rifacesse alla tradizionale crime novel; dopotutto, si trattava pur sempre di generi inconciliabili sotto alcuni aspetti. Smith, invece, è riuscita a trovare un espediente per far convivere, all'interno della sua storia, queste due facce della stessa medaglia, sfruttando la risorsa già impiegata nei romanzi vittoriani del "racconto nel racconto" per rafforzare la sua idea di romanzo del mistero, inteso come strumento atto a scandagliare le profondità dell'animo umano e a mettere in luce le sue debolezze. Quindi, non bisogna pensare che "Un Pomeriggio da Ammazzare" sia un racconto come quelli degli altri autori di giallo classico. Al suo interno, convivono allo stesso tempo una certa leggerezza nell'esposizione dei fatti, una veste ironica ma non troppo cinica e disillusa, e un'attenzione particolare a temi seriosi e tutt'altro che confortevoli come l'incesto e il senso della giustizia (pp. 176-182), che lo rendono innovativo e più vicino al giallo moderno. Questo mix insolito viene rappresentato al meglio dalle due storie che Smith ha inserito nel suo romanzo: quella al presente, in cui la psicologia e le parole contano più delle parole e sono rivelatori nel tratteggiare il profilo reale dei personaggi (pp. 14-15, 21-25, 35, 46-47, 62-64, 67, 69-70), e quella presentata all'interno del lungo flashback costituito dal racconto in salsa vittoriana che miss Hine recita per Lancelot Jones, basato non solo sul ritratto mentale dei personaggi (con tutte le loro gelosie e invidie), ma pure sull'uso di cliché del giallo classico. E la particolarità di "Un Pomeriggio da Ammazzare" non sta solo in questo connubio; anche la trattazione della storia del delitto e l'enigma in sé presentano qualcosa di originale, poiché spinge i lettori ad interpretarli e decifrarli come se essi riuscissero ad arrivare alla soluzione finale prima dello scioglimento dei dubbi; quando invece le cose stanno all'opposto e il primo colpo di scena (al termine del "racconto vittoriano") illude chi legge di aver scoperto la verità e li prepara per lo scossone dell'ultima pagina, simile a una bastonata in testa, al termine del "racconto al presente".

Bellissima copertina inglese per "Un
Pomeriggio da Ammazzare"
Tra tutte, l'originalità fu la caratteristica principale delle storie di Nancy Hermione Courlander, vero nome di Shelley Smith. Nata nel 1912 a Richmond on Thames, nel Surrey, ella studiò sin da piccola in Francia: prima al Cours Maintenon di Cannes, poi al College Fermina di Parigi e infine alla Sorbonne, dove si diplomò nel 1931. Nel 1933 sposò Stephen Bodington, ma il matrimonio si rivelò fallimentare e i due divorziarono appena cinque anni dopo, nel 1938. Nel 1942, per racimolare un po' di denaro, Hermione pubblicò sotto pseudonimo il suo primo romanzo, "Background for Murder", una storia che si rifaceva al classico giallo tradizionale, con tanto di enigma predominante sul fattore psicologico dei personaggi. Pian piano, tuttavia, Smith iniziò a modificare la propria concezione di romanzo poliziesco e virò verso un tipo di mystery ispirato alla narrativa inaugurata da Anthony Berkeley, sotto lo pseudonimo di Francis Iles. La psicologia divenne la chiave attraverso cui si poteva giungere alla soluzione dell'enigma, la strada giusta per interpretare le prove non scritte lasciate dall'assassino; forse un po' presuntuosa, come concezione, ma di sicuro efficace. Questo la portò a scrivere numerosi gialli psicologici, senza impostazioni schematiche definite e molto diversi tra loro proprio a causa della sua novella considerazione del genere giallo, i quali si augurò potessero dare "soddisfazione a coloro che amano andare un po' più in profondità". Ottima scrittrice nonché giallista e sceneggiatrice di livello, Shelley Smith a scrivere così quindici romanzi (non molto famosi in Italia) prima della morte avvenuta nel 1998, tra cui i più importanti sono "La Cantina N.5", una storia inserita dal critico H.R.F. Keating tra i 100 migliori gialli mai scritti, in cui lo studio dei caratteri e del loro interagire è stato paragonato quasi allo stesso livello di "La Morte non sa Leggere" di Ruth Rendell; "In un Villaggio Inglese", inclusa nella lista delle 100 migliori crime novels dal critico Julian Symons, che mescola una prima parte più classica e una seconda centrata sullo studio del carattere dei personaggi e sulle tensione; "La Ballata dell'Uomo in Fuga", premiato nel 1963 con il Grand prix de littérature policière e finalista per l'Edgar nello stesso anno, il quale è un tipico esempio di thriller cinematografico, tanto che da esso venne tratto il film "Un Buon Prezzo per Morire" di Carol Reed; e ovviamente "Un Pomeriggio da Ammazzare".

Quest'ultimo può essere considerato come il capolavoro di Shelley Smith, un magistrale esempio di quanto quella dello scrittore si possa considerare più come una vocazione artistica che un mestiere: in esso, infatti, Smith traccia le sue storie in un senso "non commerciale", il cui scopo non è quello di dare vita a un meccanismo perfettamente complesso, ma piuttosto a un'opera di bellezza fine a se stessa, capace di interpretare il mondo senza per questo voler strizzare troppo l'occhio al "popolare" e che vuole prendere in giro chi si ostina a considerare il giallo come un serio esercizio mentale. La narrazione diventa un gioco fantasioso, che si trasforma a volte in uno strumento potente che riesce a condizionare il lettore: pur restando attinente al giallo classico, spingendo ad andare avanti nella trama così da svelare tutti i retroscena e i dubbi, essa dimostra come chi legge sia influenzabile, stuzzica i valori della società e scuote le menti grazie ai temi che affronta, tra un colpo di scena e l'altro. Attinente alla crime story classica, ci chiediamo come mai Alva Hine si sia trasferita nel deserto; ci immergiamo nell'ambientazione da fiaba del racconto, simile a quella delle "Mille e Una Notte" (pp. 9-11, 17, 24-25, 29, 48-49, 63-64, 75, 80-81, 84, 89. 98, 183-185), tra pianure deserte, coste battute dal vento, case signorili appena accennate, intraviste sullo sfondo rispetto allo spessore dei personaggi; diventiamo consapevoli del vittorianesimo "alla Henry James" in cui era calata la società in cui è cresciuta miss Hine, tra inchini, buone maniere, sorrisi di facciata, apparenze da mantenere, subdoli giochi di seduzione, rapporti malati e segreti nascosti (pp. 18-21, 25-27, 30-35, 39-40, 43-46, 53-60, 69-70, 78-79, 103-104, 114-115, 130-131, 133-134, 142, 145, 147, 163, 167); ci facciamo spettatori di adulterii, incesti, melodrammi tratteggiati con una poesia e un romanticismo quasi svenevoli, ma pur sempre suggestivi (pp. 18-21, 26-27, 36-38, 48-49, 60-62, 65, 72, 75, 89-90, 95-96, 112-113, 116-122, 153-161, 173-174, 185-188); assistiamo a un enigma che, benché meno elaborato, si rifà all'indagine classica. La suspense, secondo la migliore tradizione del genere, viene mantenuta fino alle ultime pagine; anche dopo il primo colpo di scena sconcertante del racconto, quando le ombre del passato si stendono inquietanti sul presente e capiamo che le cose raramente sono quello che sembrano. I riferimenti letterari e culturali sono numerosi (pp. 12-15, 22, 31, 98, 138, 185), come a sottolineare l'aspetto fittizio di tutta la faccenda, e grande importanza viene data alla letteratura e al potere della parola sulle psicologia. Eppure, questo romanzo non si riduce del tutto agli elementi più tradizionali del giallo; già, poiché la parte più considerevole di "Un Pomeriggio da Ammazzare" viene occupata dall'analisi dell'essere umano e dei suoi sentimenti più oscuri. Essa viene descritta perfettamente da due frasi, tratte da "La Cantina N.5" e "La Ballata dell'Uomo in Fuga": la prima recita "L’omicidio inizia nella mente", mentre la seconda "Noi interpretiamo il mondo che ci circonda attraverso le nostre paure e le nostre speranze. Le parole che gli altri ci rivolgono noi le intendiamo come una risposta ai nostri stessi pensieri. Nelle paura o nel desiderio, noi cerchiamo invariabilmente ciò che ci aspettiamo di vedere".

Da questi due pensieri scaturiscono le premesse, i retroscena, i preludi, le avvisaglie di gran parte dei drammi narrati dalla scrittrice inglese. Il rimpianto e il desiderio di tornare indietro sono temi molto importanti all'interno del romanzo, ma è soprattutto l’incomprensione (l’incomunicabilità che non sta tanto nella forma o nella sintassi delle frasi di chi parla, ma nella mente, nel cuore, nelle aspirazioni o nelle paure di colui che ascolta) la chiave di lettura di "Un Pomeriggio da Ammazzare": Blanche e Sophia, Mr. Sheridan e Harry, Harry e Lucy, Oliver e Sophia, Blanche e Oliver; tutti costoro vivono in un'eterna inconciliabilità, sordi al prossimo e incentrati solo su loro stessi e sui loro desideri. I più reconditi desideri o le più radicate paure dei personaggi (spesso soli e distaccati dal resto della famiglia, poco simpatici ma interessanti per il loro decadimento morale, pp. 7-8, 10-12, 14-15, 17-19, 25-26, 32-33, 35, 38, 42, 58-60, 62, 69-71, 74-75, 82-83, 85, 91-95, 101, 118-122, 125-127, 135-136, 143) provocano la distorsione delle parole e/o dei gesti altrui, generando false ipotesi a cui seguono morte, dolore e distruzione. In certi casi, il fraintendimento diventa una sola cosa con la volontà inconscia di vedere eliminato ciò che si frappone al coronamento delle brame, delle aspirazioni, delle speranze e delle fissazioni. In altri con l’impellenza di veder spazzate via le paure, le ansie, le apprensioni nel più breve tempo possibile; costi quel che costi. In questo modo, agli attori sulla scena viene data maggiore importanza rispetto agli indizi dell'indagine e ai luoghi in cui il dramma si svolge, ed essi risultano quindi reali e efficaci. Su tutti quanti, però, spiccano le donne, a volte in cerca di guai, altre volte vittime sull'orlo di un esaurimento nervoso, ma vere, volitive, determinate, vendicative, astiose, orgogliose (basta considerare Blanche, Sophia e Mrs. Falk). Esse diventano letali e provocano scintille quando si scontrano tra loro, lasciando gli uomini inermi davanti alla loro potenza, un po' stupidi, deboli e malleabili, sbeffeggiati fino alla fine. Donne capaci di rendere irrespirabile e asfissiante l’atmosfera placida e idilliaca di una casa nel deserto, ma per le quali facciamo comunque il tifo (pp. 18-21, 26, 43-45, 48-49, 51-58, 60, 64, 73-76, 79, 88-90, 92, 94, 96-98, 100, 103-104, 110, 113-115, 117-119, 121, 124-127, 133, 139, 148-152, 157, 168-172, 174-175). Jones appare come un individuo talmente noioso e materialista da farci storcere il naso, e non vediamo l'ora che venga messo in imbarazzo da Alva Hine, al punto di allontanarci dalla sua concezione pure quando egli sta dalla parte della giustizia. Un risultato niente male per un'autrice come Shelley Smith, capace di dare vita con questo bellissimo romanzo a un "tour de force che è una rarità, totalmente originale" secondo il giudizio di Julian Symons. "Un racconto drammatico di mistero vittoriano e melodramma". Un atto d’amore per le storie della Golden Age, ma con un pizzico di innovazione che lo rende geniale e intelligente, ma anche un piacevole trabocchetto in cui il lettore viene bellamente ingannato e portato fuori strada, per il gusto di prenderlo per i fondelli; una piacevole opera che ci ha aiutato a trascorrere un pomeriggio in spensieratezza, la quale alla fine ci ha dato congedo in modo arguto ed educato come se fossimo nelle "Mille e Una Notte" e il sultano ci abbia permesso di vedere indenni l'alba del giorno dopo.

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venerdì 28 febbraio 2020

26 - "La Rossa Mano Destra" ("The Red Right Hand", 1945) di Joel Townsley Rogers

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Se ricordate, nell'introduzione alla recensione di "Presagio di Morte" di Patrick Quentin, mi ero soffermato sul fatto che la classica crime story, soprattutto di stampo britannico, viene da sempre considerata come qualcosa di prevedibile e confortevole al limite del nauseante, mescolato a un'altezzosità che rasenta lo snobismo. Tra le altre cose, le è stato imputato di mostrarsi distante dalla realtà odierna, di narrare vicende noiose e soporifere e di sfruttare stereotipi stantii, con toni pedanti al limite della pignoleria e attraverso temi insulsi; soprattutto in Italia, forse a causa dalla grande popolarità che, all'interno del genere, ha indirettamente ottenuto Agatha Christie rispetto al resto dei suoi colleghi: i suoi romanzi, infatti, spesso si concentrano sullo sfruttamento di luoghi comuni (benché declinati in modo innovativo ed originale) e risultano ambientati in classici scenari come villaggi di campagna e case signorili, in cui vivono famiglie perlomeno agiate, con il conseguente risultato che il lettore occasionale si fa l'idea che tutta la letteratura di questo tipo ruoti attorno a tali elementi. Eppure, una simile considerazione della crime story della Golden Age non può essere accettata dal lettore appassionato e consapevole: anzi, benché fino a poco tempo fa anche fuori dal nostro Paese il "giallo" venisse considerato come qualcosa di estremamente convenzionale (in Inghilterra, ad esempio, erano soprattutto le Crime Queens Dorothy L. Sayers, Margery Allingham, Ngaio Marsh e Agatha Christie a dominare la scena editoriale, grazie ai loro libri all'apparenza espressione del mystery più tradizionale, prima delle riscoperta di altre opere più ciniche, destabilizzanti e sconcertanti come quelle di Anthony Berkeley), chiunque abbia letto numerosi romanzi gialli può confermare che niente potrebbe essere più distante dalla realtà.

Il più delle volte, infatti, se si presta la dovuta attenzione, ci si rende conto che il mystery viene declinato secondo criteri inattesi, che si concentrano su aspetti cinici e poco confortevoli della vita quotidiana ma ancora attuali ai nostri giorni, introducendo elementi di rottura con le aspettative di chi legge e trattando argomenti "scomodi" e spiacevoli, i quali vanno al di là delle impressioni superficiali che ci si può fare in un primo momento. Addirittura, alcuni autori sono riusciti a dare vita a romanzi del mistero insoliti e curiosi, spesso ignorati dal largo bacino dei lettori perché troppo in anticipo sui tempi ma, senza dubbio, di grande impatto; libri "leggendari, perduti, riemersi poco a poco dalle sabbie del tempo", come recita una definizione che ho letto qualche anno fa, scritti nella prima metà del Novecento ma da considerare come indispensabili nel dare vita al thriller moderno. Abbiamo già citato Anthony Berkeley, il quale ha creato alcune delle opere più innovative di questo genere come "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati"o, sotto lo pseudonimo di Francis Iles, "L'Omicidio è un Affare Serio"; oppure Patrick Quentin e il suo "Presagio di Morte": entrambi sono tipici esempi di come storie ambientate in tipici villaggi di campagna o secondo criteri consueti, in realtà presentino caratteri che provocano disagio e turbamento molto forti. Potremmo aggiungere anche i libri di Norman Berrow, ormai introvabili pure in lingua originale; quelli di alcuni autori francesi, pubblicati una sola volta negli anni '30; quelli di alcuni autori giapponesi, i "nuovi maestri" del genere; tutte opere speciali, nate da intuizioni al limite dell'impossibile e del paranormale e talmente originali da aver creato una sorta di mito. A questa ristretta cerchia, a mio modesto parere, appartiene pure "La Rossa Mano Destra" (Polillo Editore, 2005), il secondo romanzo scritto da Joel Townsley Rogers e che verrà ripubblicato dalla Penzler Publishing nel corso dell'anno. Si tratta di un vero e proprio tour de force, uno dei quei pochi romanzi (americani e non) che a ragione possono essere definiti perfetti, in cui il giallo classico si mescola al romanzo psicologico americano per creare un ibrido che cattura l'attenzione, grazie a una scrittura fortemente ipnotica e a un impeccabile enigma di tipo tradizionale; venato tuttavia da un'atmosfera psicologica oscura e inquietante, in cui l'orrore va di pari passo con l'inspiegabile.

"Dove Cottage, Grasmere" di Norman Wilkinson
(1878-1971), simile alla vista sullo studio di Adam
MacComerou
Siamo in America, sulle colline a nord del Connecticut, a un centinaio di miglia da New York. L'ambientazione è quella di una casa di montagna, modesta e immersa nella notte più profonda, all'interno della quale un giovane medico chirurgo, il dottor Riddle, sta provando a schiarirsi le idee riguardo alcuni strani fatti di cui è stato testimone o, per meglio dire, non è stato testimone. Infatti, come spiega fin dalle prime righe, l'auto con a bordo un piccolo demonio dagli occhi di fuoco e un passeggero dall'aria moribonda deve essergli passata accanto, mentre si trovava fermo lungo l'isolata Swamp Road, con l'auto in panne. Eppure il dottore, un uomo con i piedi ben piantati a terra, non ha visto niente del genere. Com'è possibile? Mentre malediceva la propria disponibilità a riportare un'automobile noleggiata in città e armeggiava con il motore ingolfato, egli aveva assistito al passaggio di un uomo a piedi, un individuo che gli aveva ricordato quegli spiriti indiani tanto famosi nell'immaginario della gente in America, e lo aveva visto svoltare a un bivio in direzione di un vicolo cieco; questo è sicuro. Ma di automobili lanciate a folle velocità non se ne parla. Tuttavia, è difficile (per non dire impossibile) che quasi dieci persone stiano mentendo oppure siano state vittime di un fenomeno di allucinazione collettiva, tra le quali si contano lo stimato professore di psicologia criminale Adam MacComerou, una ragazza spaventata ed emersa dai boschi di nome Elinor, una famiglia riunita attorno a un cane morente, il surrealista mezzo matto Grigori Unistaire e il direttore dell'ufficio postale della vicina cittadina Quelch. Tutti costoro hanno visto distintamente il corpo forse già privo di vita dell'inerme e mite S. Inis St. Erme sporgersi dal finestrino, e subìto la furia della corsa spericolata della macchina guidata dal piccolo "Doc" Cavaturaccioli, l'omino con le gambe corte e storte, lo sguardo omicida, il cappello a falda dentellata e il linguaggio forbito ma osceno; insomma, non c'è alcun alcun dubbio sul fatto che l'automobile dai sedili di pelle rossa e la carrozzeria chiara sia reale.

Ma il dottor Riddle, il nostro Doc, è consapevole che da qualche parte, all'interno dei fatti accaduti quella stessa notte, la quale non è ancora terminata e sembra ritardare a congedarsi, ci sia la risposta alla contraddizione che lo tormenta, qualcosa che non quadra nella ricostruzione della polizia e dei testimoni coinvolti. In questo modo, mentre la polizia batte i dintorni della casa in cui si trova e i luoghi dei delitti che hanno costellato le ultime ore, decide di trascrivere tutto quanto è successo dal momento in cui Inis St. Erme, assieme alla sua promessa sposa Elinor, ha deciso di sposarsi e di fuggire insieme a lei. Il nostro narratore, intervallando il proprio resoconto con osservazioni personali e la trascrizione di tutti gli elementi e indizi del caso, riassume il loro viaggio, come abbiano incontrato il dotto Cavaturaccioli, come siano stati aggrediti e come egli stesso sia entrato nelle terribili vicende che intende riassumere; in che modo si sia dovuto fermare alla casa del professor MacComerou e come, insieme a lui, abbia scoperto il primo di una lunga serie di cadaveri, l'ultimo dei quali addirittura senza la mano destra. Un dettaglio che lo tormenta, questo, assieme al fatto che il corpo sia stato sfigurato con i suoi attrezzi da chirurgo. Mentre siede nello studio di MacComerou a sondare i propri pensieri, raccontando i fatti nel pieno di un flusso di coscienza all'apparenza inarrestabile, Riddle si domanda come abbia fatto il misterioso assassino ad eludere i tentativi messi in atto per catturarlo: quest'ultimo appare sempre più come un misterioso fantasma, un'entità che si manifesta a tratti, che appare e scompare proprio come in un incubo. Deve essere reale, per aver investito il povero John Flail, il giardiniere di MacComerou che si stava dirigendo a casa per accogliere il fratello. Eppure, pian piano, rivangando tutti i dettagli più piccoli delle vicende di cui è stato protagonista suo malgrado e sistemandoli in modo giusto, ecco che il dottore inizia a intravedere la verità; una verità che è sempre stata sotto agli occhi di tutti, non solo i suoi, che nessuno si sarebbe aspettato ma che mette d'accordo tutti gli elementi del caso. Compreso l'impossibile passaggio di un auto a tutta velocità proprio lungo il bivio in cui Doc Riddle si era fermato, in quella Swamp Road che sembra appartenere sempre più a un sogno ad occhi aperti.

Copertina dell'edizione in uscita per i
tipi di Penzler Publishing
Spero che la trama, tratteggiata in questo modo, vi abbia suscitato ben più di una semplice curiosità (io ho fatto del mio meglio!). Comunque, se ancora non lo aveste capito, sarò più chiaro: questo giallo straordinario merita tutta la vostra attenzione. All'interno della mia classifica personale di gradimento, ben pochi mysteries possono vantare un posto al di sopra di questo; e probabilmente in fatto di sorpresa, terrore mescolato a mistero, scrittura ipnotica e sensazioni generate dalla soluzione dell'enigma, "La Rossa Mano Destra" occupa in assoluto lo scalino più alto. Eppure, è doveroso un avvertimento: come quasi tutte le più grandi crime novels, del tipo di "Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers, questo libro può risultare talmente "solido" da sfiorare la pesantezza, in quanto a scrittura e a vicende narrate; è inutile nasconderlo. Si tratta, in qualche modo, della diretta antitesi della narrazione "alla Agatha Christie", agile e fulminea, e sfido chiunque ad iniziarlo (nonostante l'incipit elettrizzante) e a sentirsi fin da subito disposto ad arrivare alla fine del lungo, lunghissimo flusso di coscienza che caratterizza la storia, visto che non esistono capitoli veri e propri, e a voler districarsi nei continui flashback e nella miriade di dettagli che il buon (?) dottor Riddle si appresta ad enunciare a voi lettori. Però (e questa è la caratteristica che è riuscita a trasformare opere prolisse come il romanzo di Sayers sopra citato e lo stesso "La Rossa Mano Destra" in racconti godibilissimi) ben presto accade qualcosa che non ci saremmo aspettati: ci rendiamo conto di non riuscire più ad allontanare lo sguardo dalla pagina, perché il caso ci ha completamente rapito, come se fossimo stati ipnotizzati dalle parole dell'autore. Sulle copertine del Giallo Mondadori, un tempo, si era soliti ripetere a mo' di mantra: "Questo giallo non vi farà dormire!" oppure "La soluzione vi farà impazzire!". Ecco, possiamo prendere in prestito questo slogan e applicarlo anche al romanzo di Rogers, capace di attaccare il lettore alla sedia, tanto esso assomiglia a uno di quei suggestivi radiodrammi che un tempo venivano trasmessi dalle radio, che la gente irretita ascoltava mentre era seduta in poltrona o accanto alla stufa a preparare da mangiare, lasciandosi cullare dalle parole e trasportare in un mondo parallelo.

In ogni caso, non dovete pensare che sia tutto qui e che questo sia soltanto un racconto del terrore o una semplice storia adatta a distrarvi e a tenervi compagnia durante gli sconfortanti tempi che corrono. Quella che ci viene dipinta, infatti, è una vicenda ben più complessa, una sorta di incubo ad occhi aperti calato nella realtà allucinata di tutti i giorni, dove le apparenze contano fino a un certo punto e si deve scavare a fondo nella trama e nei suoi aspetti più reconditi per riuscire a comprendere la sua grandezza. A ragione, "La Rossa Mano Destra" è stato definito un'opera superba, un racconto che confonde, oscuro, terrificante e sempre pronto a stupire con un colpo di scena, calato in un miscuglio di generi che non si limita a comprendere il romanzo hard-boiled americano della prima metà del Novecento e il giallo tradizionale alla maniera inglese. Esso tocca una quantità incredibile di temi diversi, trattandoli con uno stile impressionante e sconcertante che, attraverso la voce narrante del nostro Doc, sembra portare in vita gli eventi che si verificano e mantenerli pregni di suspense e avvincenti fino alla fine. La desolazione e un certo cinismo, mischiati a uno strano tono sognante, pervadono qualunque riga del libro, conferendo un risvolto poetico ai terribili e sconvolgenti accadimenti della lunga notte estiva in cui l'opera è ambientata, e dando vita a un romanzo giallo indimenticabile, eccentrico, che combina qualcosa di complesso e meraviglioso allo stesso tempo, simile a "una cavalcata da brivido che farà impallidire i thriller moderni". E proprio al thriller moderno è stato accostato "La Rossa Mano Destra", poiché ne è stato antesignano e precursore forse ancora più dell'opera di Berkeley/Iles: è stato capace di giocare con le regole del mystery della Golden Age, benché si sia addentrato in un territorio allora inesplorato che metteva insieme caratteristiche all'apparenza inconciliabili, mettendo così d'accordo sia i cultori del giallo classico e quelli del romanzo più violento.

Se prestiamo attenzione ai tantissimi dettagli, importanti o meno a prima vista, con cui è stato impreziosito questo libro, possiamo osservare che nulla è stato lasciato al caso: come se ci trovassimo avvolti da una nebbia penetrabile solo a tratti, immersi in un sogno dai contorni brutalmente reali e caotico, man mano che procediamo nella lettura diventiamo consapevoli che ogni cosa viene riflessa come se fossimo davanti a uno specchio, parola d'ordine per riuscire a trovare il bandolo della matassa in cui il dottor Riddle si trova invischiato. Sebbene sia impossibile cogliere tutte le sfumature della vicenda (in parte a causa della confusa e continua ricerca del protagonista e narratori di trovare un senso al caos di fronte al quale si ritrova), vorrei soffermarmi sul fatto che davvero niente è come appare; a partire dall'ambientazione (pp. 34-35, 66-69, 83-84, 87-90, 105-107, 120-124, 199-202) ambigua e lussureggiante, tratteggiata in lunghe descrizioni e tangibile, benché onirica e goticheggiante, la quale descrive la vita di campagna e in particolare i boschi (come non pensare al celebre ritornello "Chi ha ucciso Laura Palmer?") con un tratto sinistro ma vivace, seducente eppure brutale ed inattaccabile, che impedisce di essere sicuri di sapere quando quanto ci viene presentato sia reale oppure fittizio, in una spirale che mescola indizi veri e altri offuscati. Come in un incubo, inoltre, veniamo guidati nel procedere della trama da una prosa poetica che stride, ostica ma suggestiva, con una propria logica peculiare e fatta di numerosissime coincidenze, la quale ci incanta ed inebria ma allo stesso tempo vorremmo respingere per istinto, lungo un percorso di "pseudo-flusso di coscienza" senza divisione in capitoli (solo paragrafi), simile a un fiume in piena, che sembra seguire quello della nostra mente quando sogniamo: infatti, dopo averci spiazzato nelle prime pagine (1-16), le quali ci introducono nello Stadio 1 del nostro originale sonno, e aver presentato al lettore la situazione e il Grande Dilemma ("Che fine ha fatto la Mano Destra di S. Inis St. Erme?"), nelle pp. 17-101 ripercorriamo lo speranzoso viaggio dei due promessi sposi fino al suo tragico finale (Stadio 2) in base al loro punto di vista; in seguito, passiamo ad osservare la storia seguendo la persona del dottor Riddle (pp. 101-165, Stadio 3), dal momento in cui si allontana dalla casa del suo ultimo paziente fino a quello in cui incontra Elinor che fugge dal bosco e dal Mostro; per raggiungere lo Stadio 4 costituito dall'unione dei punti di vista (pp. 165-205) e dal momento di riflessione finale, ed infine la conclusione (pp. 206-257) con la scoperta e lo scontro col colpevole, culminante in una constatazione che ha il sapore amaro del risveglio. Il tutto farcito di digressioni sugli argomenti più disparati (pp. 28-30, 52-72, 75-77, 80-85, 101-105, 108-115, 142-145, 188-195), dalle assicurazioni sulla vita alle abitudini bancarie degli americani della metà del Novecento, dall'arte surrealista al lavoro di un ufficio postale di provincia, fino a giungere al tema più importante di tutti: la psicologia, declinata secondo ogni sfaccettatura e applicata alla mente umana, in forma di pazzia e di istinto di sopravvivenza, di inganno e di ossessione (pp. 20-21, 78-79, 94-99, 124-127, 147-148, 160-161, 206-212, 215-216).

A questo proposito, va segnalato che ogni personaggio di "La Rossa Mano Destra" soffre di qualche complesso: il dottor Riddle è un cinico disilluso, Inis un eterno bambinone, Elinor un'insicura, MacComerou un pessimista, Dexter un uomo fin troppo sognatore e incapace di adattarsi alla vita, Unistaire un paranoico esaltato, Quelch un perfezionista ossessivo-compulsivo, Cavaturaccioli uno sconfitto che tenta di dare un senso alla propria esistenza e Rosenblatt un poliziotto di provincia che si è trovato a fronteggiare una sfida inedita secondo gli schemi che ha assimilato. Tutti loro, dotati di nomi tanto pittoreschi quanto le loro personalità (pp. 22-23, 37-39, 40-44, 46-49, 73-74, 77-78, 81-82, 85-87, 96-97, 107-108, 131-135, 168-169, 175-176, 178-179, 188-195), agiscono nel caos creatosi all'interno della storia, tentando di tenere in piedi quanto li riguarda, e finiscono per assistere al crollo delle aspettative, circondati dal terrore e l'inquietudine che trasudano dalle pagine e dalle coincidenze che li vedono protagonisti loro malgrado. In mezzo ad animali uccisi barbaramente, continui riferimenti al sangue e ad altre cose raccapriccianti che includono la medicina (altro tema di riferimento), assistiamo a un fenomeno unico all'interno del genere giallo, in cui tutto sembra tornare e le coincidenze iniziano a diventare qualcosa di più. Non voglio anticipare troppo, ma vi consiglio di prestare attenzione alle somme di denaro che vengono menzionate nel corso della vicenda, ai nomi di persone e luoghi che appaiono a più riprese, ai personaggi stessi che si dimostrano legati l'uno all'altro più di quanto si pensi a prima vista, ai delitti e alla psicologia che si cela dietro ad essi e agli oggetti ricorrenti. Forse l'autore sta tentando di rendere a parole la complessità della società oppure di dirci qualcosa? Chissà. Di sicuro, in mezzo a tutti questi elementi, si trovano false piste e gli indizi necessari a scoprire cosa sia accaduto a S. Inis St. Erme e come un auto sia diventata invisibile per qualche ora; per cui, lettori, in guardia! Tocca a voi districare la matassa e individuare dove appare chiaramente la soluzione dell'indagine; dopotutto, Riddle non ha mai visto né l'assassinato, né l'assassino, né l'automobile incriminata (altro risvolto inedito della storia), se dobbiamo dargli fiducia e credere alle sue stesse parole. Sin dalla prima riga, l'autore non vi concederà pace e vi condurrà passo dopo passo sulla sottile linea dell'ambiguità e dell'imprevedibilità, agghiacciandovi e gettandovi a più riprese fumo negli occhi, in una frenetica ricerca della verità in cui i padroni della scena sono sempre il Terrore e la Morte; ricerca che vi lascerà come ipnotizzati, grazie a un linguaggio stilisticamente spezzato e surreale, la ripetizione ossessiva di motivi ricorrenti e un ritmo inarrestabile.

Joel Townsley Rogers, nato nel 1896 e morto
nel 1984
Fa sensazione pensare che "La Rossa Mano Destra", osannato a destra e a manca, non abbia permesso al suo autore di diventare famoso mentre egli era in vita. Joel Townsley Rogers, infatti, non riuscì mai a godere del successo e ad ottenere un riconoscimento per la sua opera totale grazie ad esso. Nato nel 1896 a Sedalia, nel Missouri, manifestò fin dall'adolescenza uno spiccato interesse per la scrittura ed ebbe l'opportunità di assecondare questa passione mentre frequentava l'università di Harvard. Laggiù, prima di partire come aviatore per combattere nella Prima Guerra Mondiale, si cimentò nella stesura di poesie (questo forse spiega il lessico vario e particolare che utilizzò per "La Rossa Mano Destra"), editoriali e racconti di vario genere per i giornali universitari. Appena congedato, nel 1919 iniziò a scrivere per alcuni periodici e per tre anni diresse una rivista specializzata sui libri, ma in seguito al duraturo matrimonio con Winnie Whitehouse abbandonò l'impiego e iniziò a scrivere una quantità enorme di storie sul volo e sugli aviatori con lo pseudonimo di Roger Curly, forte della propria esperienza bellica. Nel 1922, in cambio della direzione della rivista Brentano, aveva ottenuto di poter dare alle stampe il suo primo romanzo, "Once in a Red Moon", una storia tra il pulp e il romantico; ma il campo che più gli si addiceva restava quello del racconto breve. All'interno di questo genere raccontò di tutto, dalla fantascienza all'avventura e al poliziesco; e fu proprio grazie a una storia mystery che venne notato da Lee Wright, editor della Simon & Schuster. Quest'ultima, in una lettera, gli confidò di essersi innamorata di quel particolare embrione di "La Rossa Mano Destra" e di volerlo pubblicare ampliato nella sua collana. Nel 1945, quindi, esso venne dato alle stampe e ottenne un grande successo, diventando inoltre oggetto di numerosi studi critici. Eppure, la fortuna non arrise per molto a Rogers, il quale tentò di continuare su quella strada scrivendo altri due romanzi, "Lady with the Dice" del 1946 e "The Stopped Clock" del 1958, ma ottenendo in cambio un rifiuto per il primo (che fu poi pubblicato da un altro editore) e per il secondo recensioni molto negative; con la sola accezione di quella che confezionò Anthony Boucher, grande autore di giallo classico e massimo studioso e critico del mystery tradizionale.

Nonostante il giudizio di quest'ultimo, quindi, Rogers decise di tornare alla scrittura di racconti e proseguì in questa strada fino al 1984, quando morì a Washington D.C., completamente al verde. Incredibile, se si pensa quanto sia stato unico e grande il suo contributo al giallo, non è vero? Eppure, in epoca moderna, in pochi si ricordano di lui, a parte gli stretti appassionati del genere giallo e alcuni dei suoi più grandi autori, come Donald E. Westlake ed Ed Gorman. Tuttavia, ciò non deve scoraggiare: a mio parere, ci sarà sempre qualcuno che spenderà volentieri qualche parola di lode nei confronti suoi e del suo "La Rossa Mano Destra": un testo straordinario, con un enigma fatto di mille giravolte e di altrettanti colpi di scena, capace di strabiliare ancora dopo tanti anni grazie all'aura di mistero che lo circonda (pp. 7-8, 15-16, 36-37, 72-73, 99-101, 134-139, 150-152, 155-158, 165-167, 186-188, 217-218, 225-226). Rogers riuscì a mettere insieme talmente tante cose che sorprende pensarle tutte assieme: la detective story di matrice classica, poiché presenta un apparato indiziario di prim'ordine, logico e assolutamente ineccepibile benché tortuoso al limite del magistrale; il thriller psicologico di stampo americano, con l'atmosfera di terrore che aleggia simile a una nebbia mefitica (pp. 25-26, 31-35, 68-70, 94-99, 152-154, 158-160, 162-167, 171-174, 181-186, 201-205, 207-213); il romanzo hard-boiled, perché caratterizzato dalla violenza, dal ritmo e da una brutalità senza pari; il noir, grazie al suo essere torbido e sfuggente come un'anguilla; il giallo di suspense, poiché gioca con la tensione e tiene i nervi del lettore sotto una spietata raffica di colpi martellanti. Un gioco di luci e ombre in cui niente è lasciato al caso, dove abbassare l'attenzione significa perdere un tassello importante per giungere alla verità, dove la febbre sale sempre più, tra mutilazioni e fughe nella notte, e tutto torna senza sbavature. Un viaggio nella pazzia e nella notte della mente, che avrebbe potuto benissimo implodere in se stesso a causa della quantità di elementi  bizzarri che lo costituiscono, ma che risorge come l'araba fenice e trionfa nel riuscire a consegnare una soluzione soddisfacente da punto di vista razionale. L'unica cosa che si poteva aggiungere? Una piantina per avere del tutto chiara la faccenda. Eppure anche così ci troviamo di fronte a un vero Capolavoro, a quello che il critico Roland Lacourbe definì come “un roman d’un brio éblouissant e l’un des deux ou trois grand chefs-d’oeuvre incontestables et incontestés de toute la littérature policièr”, a un testo di culto che chiunque appassionato di crime novels dovrebbe affrettarsi a procurarsi. Nella prefazione all'edizione in lingua originale del 1997, Edward D. Hoch commentò a proposito di questo romanzo: "Se questa è la prima volta che lo leggete, è un'esperienza che sinceramente vi invidio"; voi cosa state aspettando?

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