Translate

Visualizzazione post con etichetta Milward Kennedy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Milward Kennedy. Mostra tutti i post

venerdì 13 novembre 2020

51 - "Il Capanno sulla Spiaggia" ("I'll Be Judge, I'll Be Jury", 1937) di Milward Kennedy

Copertina dell'edizione pubblicata da
Polillo Editore/Rusconi

Questo è un grande giorno per Three-a-Penny e per il sottoscritto. Con il post di oggi, infatti, raggiungo un traguardo che mi ero prefissato da moltissimo tempo: collaborare (pur molto alla lontana) con Polillo Editore, rilevato da Rusconi appena un anno fa. Se ben ricordate, infatti, le vicissitudini che questa casa editrice ha dovuto affrontare non sono state poche e semplici: ha subìto un primo stop quasi dieci anni fa, poi una ripresa nel 2016 che era coincisa con l'agognata pubblicazione di "Morte in Ascensore" di Alan Thomas, una delle camere chiuse più celebrate della classica crime story; poi ancora una nuova brusca fermata in concomitanza con l'uscita di "Il Mistero della Candela Ritorta" di Edgar Wallace, alla quale era purtroppo seguita la morte del patron dei Bassotti, Marco Polillo. A questo punto, devo ammettere che avevo un po' perso la speranza che la collana sarebbe stata ripresa in mano da qualcuno; e invece, per fortuna, è subentrata Rusconi e sono stati annunciati nuovi titoli molto interessanti. Eppure, i guai non erano finiti: come se tutto ciò non fosse bastato, infatti, ci si è messa di mezzo la pandemia di Coronavirus, a ritardare ulteriormente la pubblicazione di "Il Capanno sulla Spiaggia" di Milward Kennedy e qualche altro romanzo giallo, in procinto di uscire nelle librerie. Ma ora ci siamo sul serio: alla fine di ottobre l'editore mi ha gentilmente spedito un paio di mysteries nuovi di zecca (con una brossura forse migliore di quella già ottima di qualche anno fa) e mi sto apprestando a recensirli, dopo averli letteralmente divorati entrambi nell'arco di una settimana. Si tratta, come dicevo, di un traguardo che sento di aver toccato con notevole sforzo: fin da quando ho iniziato a studiare il classico romanzo giallo, infatti, mi ero prefisso l'obiettivo di fare qualcosa di concreto per sdoganare una volta per tutte questo genere letterario, tanto bistrattato in Italia e considerato con un ingiusti pregiudizio come "narrativa di serie B". Polillo è stata e resta tutt'ora la fonte primaria da cui ho attinto e attingo per le recensioni su Three-a-Penny e per le mie letture a tema, e sono convinto che tutti dovrebbero capire quanto sia stata difficile la sfida che ha dovuto affrontare per affermarsi nella cerchia di appassionati di giallo della Golden Age. Pertanto, erano anni che avevo l'intenzione di contattare chi dirigeva la casa editrice per proporre il mio sostegno e "fare qualcosa" di concreto per questo tipo di romanzo.

Fino a quest'anno, tuttavia, non sono mai riuscito a trovare un mezzo adatto per fare ciò. Finché Marco Polillo era in vita, una volta ho provato a farmi avanti; ma probabilmente si trattava già di un periodo in cui lui non stava bene e, quindi, non penso fosse interessato a dare vita a nuove collaborazioni, quando aveva cose decisamente più importanti a cui pensare. Inoltre, il fatto che il destino della casa editrice fosse precario e che essa stessa occupasse un posto molto ristretto nell'ampio campo dell'editoria, credo che abbiano influito sul mio insuccesso. Ma ora, per fortuna, questi ostacoli sono caduti e, come dicevo, eccomi pronto a recensire per voi i due titoli che Rusconi ha dato alle stampe il mese scorso; fin da oggi, comunque, vi posso anticipare che sono previsti altri volumi in procinto di pubblicazione, nonostante le date siano ancora incerte a causa della pandemia e siano in gioco altri fattori tecnici. Dunque, ecco quale strada seguirò per affrontare il mio compito: l'analisi di "Uno Dopo l'Altro" di A.G. Macdonell arriverà la settimana prossima, e quella di "Il Capanno sulla Spiaggia" di Milward Kennedy (Polillo Editore/Rusconi, 2020) sarà l'oggetto della discussione di questo post. Prima di entrare nei dettagli di tale romanzo, tuttavia, voglio spendere qualche parola sul fatto che questi due siano molto diversi tra loro: sicuramente ve ne accorgerete voi stessi, se avrete la bontà di leggere le mie recensioni a riguardo oppure deciderete di leggerli per conto vostro, ma sappiate che trattano misteri del tutto differenti, con elementi agli opposti i quali vengono declinati seguendo sottogeneri che hanno pochissimi punti di contatto: infatti, se il libro di Macdonell è strutturato in modo da dare risalto alle forze di polizia, ai loro metodi e a un'indagine imperniata sulla routine e del tipo "pragmatico", quello di Kennedy affonda le proprie radici nello scandagliare la psiche umana e sulle conseguenze che la pazzia e la perversione umana suscitano nelle persone. Nonostante in "Uno Dopo l'Altro" l'antagonista sia un pazzo, infatti, gli approcci alla sua figura, alla decifrazione della sua mente contorta e ai metodi attraverso i quali si deve passare per sconfiggerlo sono davvero diversi. In "Il Capanno sulla Spiaggia" non contano tanto i contorni, le digressioni, gli scenari e il processo che condurrà alla cattura del colpevole, quanto ciò che scaturisce dai personaggi e dalla corruzione morale che essi incarnano, nonostante ci sia un tentativo di riscatto da parte loro.

Bathing Machines (Aldeburgh, Suffolk), Eric Ravilious,
1938, il quale raffigura una spiaggia simile a quella di Vinery
La storia si svolge nello scenario di una striscia di terra costiera dell'Inghilterra, tra le cittadine di Bury, Bury-on-Sea e Vinery. In un punto all'interno di questo triangolo, proprio davanti alla spiaggia che dà sul mare, si trova il capanno sulla spiaggia del titolo italiano, che in realtà è un grosso padiglione per le vacanze di proprietà di Hilary Stephens. Costui è un giovane inglese dall'aspetto distinto, il quale si occupa dell'amministrazione del patrimonio che alcuni amici tristemente deceduti hanno lasciato alla loro unica figlia, Mary Dallas, la quale in quel momento di trova in vacanza da quelle parti assieme al marito John, nell'unico albergo signorile di Vinery. Stephens non ha approvato il matrimonio tra Mary e John, per cui i rapporti tra i tre non sono dei più cordiali; eppure, il giovane tutore non manca di soddisfare tutti i desideri della sua protetta, e nonostante ella abbia preferito soggiornare in un hotel invece di approfittare della sua ospitalità, le cose vanno abbastanza bene. O almeno così sembra, dal momento che, proprio all'inizio del racconto, Stephens ci viene presentato come cadavere all'interno del suo padiglione. È l'alba e, quasi contemporaneamente, Mary si sta avvicinando dalla spiaggia all'edificio: indossa solo la parte inferiore di un succinto costume e sta attendendo l'arrivo del suo amante, il gigolò George Needham. Fin da subito, appare chiaro come la ragazza sia una donna con una personalità alquanto lasciva, pronta a gettarsi tra le braccia del primo arrivato per il solo desiderio di far ingelosire il marito, il quale a sua volta dà tutta l'impressione di aver smesso di amarla e pare intenzionato a correre dietro a qualche ragazza ancora più giovane di Mary. Eppure, quando lei si intrufola nel capanno per prepararsi a ricevere George e scopre il corpo raggomitolato sul pavimento, capisce subito di essersi cacciata in un grosso guaio a causa della sua condotta riprovevole e si pente del gesto avventato. Però George, che arriva di lì a poco, non ha alcuna intenzione di farsi scaricare da Mary, e le mette in testa l'idea che, se qualcuno dicesse a John come mai lei si trovava al padiglione, non solo rischierebbe di perdere qualunque posizione di potere sul marito, ma pure di essere incriminata per l'assassinio di Hilary.

Spaventata dal precipitare degli eventi, Mary si fa convincere da Needham a spostare il cadavere in modo che la causa della morte appaia come un incidente: Stephens deve essere scivolato, battendo la testa e uccidendosi per una tragica fatalità. Inoltre, nessuno di loro due deve lasciar trapelare il fatto di sapere che il giovane tutore è arrivato a Vinery; toccherà allo sfortunato che rinverrà il suo corpo dare tutte le spiegazioni. Così, George e Mary si separano (dopo che l'uomo ha strappato alla donna disgustata la promessa di un nuovo incontro amoroso): Needham torna alla sua vita fatta di cocktail party e flirt, mentre la signora Dallas torna da suo marito, col tremendo peso della scoperta di un crimine efferato come l'omicidio a gravarle sulle spalle. Sgusciata nel suo letto, nella stanza in cui dorme sola a causa dei contrasti con John, Mary si strugge al pensiero che una disgrazia del genere sia piombata sulla sua vita già frustrata da odi e insoddisfazione; e come farà a non lasciarsi sfuggire nulla sulla morte di Hilary, neppure con Dallas? Non appena l'uomo le dà il buongiorno, capisce subito che sarà durissima tenere la bocca chiusa e fingere di essere spensierata. Da parte sua, infatti, John nota immediatamente come la moglie sia sottoposta a un forte stress: trema come se un fastidioso vento gelido si stesse abbattendo sulle sue spalle, risponde a scatti e con toni molto bruschi pure per una donna arrabbiata e gelosa, e fa domande strane su Hilary. Poi, il fatto che una lettera del suo tutore sia arrivata in ritardo proprio a John sembra averla sconvolta oltre ogni dire... E il motivo, il lettore, lo capisce ben presto: Mary teme che John sappia già cosa è accaduto a Hilary, dal momento che è lui il suo assassino. Più di una volta, riflette la ragazza, la sua "dolce" metà ha manifestato il desiderio di chiedere a Stephens una grossa quantità di denaro, e adesso che lui è morto l'eredità cadrà nelle mani sue e in quelle della moglie. Possibile che John abbia compiuto un atto degenere come quello? E ora, sarà capace di fermarsi o anche lei diventerà una vittima da sacrificare all'altare del Dio Denaro? In un crescendo di nuove scoperte e di sospetti che si alimentano sempre più, Mary e John (ma pure George e la nuova fiamma di Dallas, Kitty Harvey) inizieranno a sospettare il peggio l'una dell'altro, in un crescendo di incomprensioni e gelosie che includeranno un tentativo di assassinio; e culmineranno sì nella scoperta del colpevole, ma dando al lettore uno scossone che non dimenticherà facilmente.

 Il famigerato dottor William Palmer, accusato di
aver avvelenato ben sei persone e uno degli
assassini più famosi d'Inghilterra
Una cosa che non capirò mai è perché Milward Kennedy sia tanto trascurato, come autore di romanzi gialli classici. Voglio dire, basta leggere questa trama per capire quanto "Il Capanno sulla Spiaggia" abbia tutte le carte in regola per essere un romanzo straordinario. E siccome mi sento di giudicare allo stesso modo pure "Il Caso della Zitella Acida" che ho letto e recensito pochi mesi fa, il mio disappunto si fa ancora più forte; soprattutto perché so che quest'ultimo è stato stroncato senza tanti complimenti. Eppure, come dicevo, per quanto mi riguarda sia l'uno che l'altro sono assolutamente da considerarsi grandi prove di audacia e di sperimentazione letteraria nel campo del romanzo del mistero; e se non si può dire che esse siano storie perfette, perlomeno si deve riconoscere quanto abbiano contribuito a dare uno scossone a un genere che rischiava di fossilizzarsi troppo su se stesso. Per tornare a concentrarci sul giallo recensito oggi, infatti, "Il Capanno sulla Spiaggia" è qualcosa che al giorno d'oggi riesce ancora a lasciare un segno sul lettore e a trasmettere un forte sconvolgimento interiore, nonostante non arrivi a raggiungere il livello di altri capolavori (questi sì, guarda caso!) riconosciuti. In questa storia, ci sono alcune ingenuità e non si può dire che il mistero della morte di Hilary Stephens sia tanto oscuro da risultare in un colpo di scena per il lettore navigato e appassionato di mystery classico: il "problema" più grande, infatti, è che la cerchia dei personaggi sospettati è molto ristretta, comprendendo appena Mary e John Dallas, assieme a George Needham e a Kitty Harvey. Cosa, questa, che non ci permette di fare chissà quali congetture su chi sia l'assassino/a. Inoltre, rispetto a un tradizionale giallo della Golden Age, in questo caso non troviamo affatto quelle digressioni che fecero la fortuna di Dorothy L. Sayers oppure Richard Austin Freeman, e nemmeno il tratteggio approfondito del contesto in cui questi stessi personaggi vengono immersi. Con questo non intendo dire che non esista affatto; solo, in questo aspetto Kennedy si avvicina più alla parca descrizione di Agatha Christie che alla possente logorrea dettagliata di Sayers. Credo siano queste le critiche più grandi e gravi che vengono rivolte a Kennedy, e che abbiamo ritrovato in "Il Caso della Zitella Acida" e pure in "Il Capanno sulla Spiaggia". In aggiunta, poi, se penso al tipo di crime novel più classica che un appassionato possa desiderare, mi verrebbe da imputare a questo romanzo il fatto che difetti di quel fair play al quale in tantissimi sono legati: quando arriviamo a scoprire chi è il colpevole, in qualche modo egli (o ella?) ci cade tra le braccia senza che ci siano grandi elementi da sfruttare per confermare la tesi di chi si è preso la briga di mettere in piedi una sorta di indagine. O meglio, c'è qualcosa che suggerisce senza dubbio come questa persona si sia tradita; però non si tratta del celebre mozzicone di sigaretta caro a Sherlock Holmes, oppure una prova materiale che si possa analizzare e presentare a una giuria, come quelle che sfrutta il dottor Thorndyke.

Questo elemento ha un carattere quasi psicologico; ed è proprio su questo aspetto che gioca "Il Capanno sulla Spiaggia": sulle suggestioni, sulle emozioni e sulle ipotesi che vengono alla luce nei personaggi e come conseguenze delle loro azioni. Per il lettore spassionato, che cerca un titolo capace di dargli un semplice svago e di liberargli la mente, questa può essere una nota di demerito, dal momento che si concentra sulla psicologia dell'individuo e mette in moto una serie di ragionamenti complessi e decisamente poco "riposanti". Però, come non mi stancherò mai di dire, la classica crime story anglosassone non è soltanto delitti all'ora del tè e corpi rinvenuti nelle biblioteche e negli studi delle case di campagna. Una delle cose più belle del "giallo" è proprio questa sua capacità di saper andare oltre, all'occorrenza, e non limitarsi a raccontare una storia per il nostro divertimento, ma affondare una lama di luce negli oscuri meandri che la nostra mente può generare e raccontare qualcosa che non è così immediato. "Il Capanno sulla Spiaggia" di Kennedy compie proprio un'operazione del genere, rinunciando ad appoggiarsi a un tipo di mistero più convenzionale per gettarci in faccia con una durezza, un'asprezza, una crudezza e una sconcertante verità, situazioni al limite dell'agghiacciante o comunque poco confortevoli (l'inizio è tutto fuorché tradizionale, con una donna mezza svestita e un assassino che ansima dietro una tenda mentre la osserva); proprio come avrebbe poi fatto il giallo psicologico a partire dagli anni '50 del secolo scorso (7-12, 14-15, 21-23, 25-28, 37, 43, 58-60, 79-80, 95-98, 135-136, 150-151). Il via lo aveva dato Anthony Berkeley con "L'Omicidio è un Affare Serio", a firma Francis Iles, e su quella scia aveva continuato con "Il Sospetto" (il quale viene chiaramente richiamato proprio da Kennedy in questo romanzo) e "As For the Woman"; poi la cosa era passata di grado in grado attraverso altri autori come Richard Hull e gli Ironici, fino a toccare la narrativa di Julian Symons e giungere a quel capolavoro della letteratura americana che è "Il Talento di Mr. Ripley" di Patricia Highsmith. Allo stesso modo, Kennedy si inserì in questo filone e, da stretto collega e amico di Berkeley, ne assimilò la lezione forse meglio di chiunque altro suo contemporaneo. Dopotutto, come dicevo sopra, "Il Capanno sulla Spiaggia" non è altro che un'intrigante variazione della trama di "Il Sospetto", nonostante qui Mary Dallas non sia una donna inerme come Lina Aysgarth, ma piuttosto una persona pronta a combattere fino alla fine per non soccombere. Kennedy riuscì così a descrivere la banalità superficiale di tutti noi, attraverso scene che hanno l'apparenza delle quotidianità più noiosa ma celano segrete menzogne e foschi desideri di passione e di odio; il sospetto si insinua nei discorsi dei suoi personaggi e mette in mostra come chiunque di essi abbia una coscienza sporca; l'ipocrisia regna sovrana, insieme a una fitta rete di menzogne che finisce per avvincere il bugiardo in una trappola che egli stesso ha creato e auto-convincerlo. Come non scorgere il mite e spietato dottor Bickleigh, nei personaggi di "Il Capanno sulla Spiaggia"? Ecco, a differenza di Berkeley, Kennedy lascia uno spiraglio all'amore e alla sua forza nel riuscire, con l'affetto, a guarire una persona dalla malvagità in cui essa è calata; ma non sempre le cose vanno per il verso giusto e bisogna mettere in conto che non esiste un automatico lieto fine per tutti. È per tutti questi motivi che mi domando come mai Milward Kennedy non riesca ancora ad essere ampiamente  considerato come uno dei Grandi. A mio parere, ha fatto un grosso lavoro nel far compiere un passo avanti al genere giallo, sperimentando con i mezzi che aveva a disposizione, e nonostante alcune ingenuità è riuscito in una vera e propria impresa. Chiunque ora sia appassionato di thriller, dovrebbe ringraziarlo per essere uscito dalla strada battuta in favore di una lunga serie di tentativi per cambiare lo stato delle cose.

Milward Rodon Kennedy Burge,
nato nel 1894 e morto nel 1968

Con un risvolto amaramente ironico, tuttavia, questa fortissima voglia di far in qualche modo evolvere la classica crime story in un genere più moderno e strabiliante causò non pochi guai a Milward Rodon Kennedy Burge, il quale si trovò a dover far fronte agli strani giochi del Destino che lo condannò ad assaggiare la stessa amara medicina che lui stesso somministrò coi suoi romanzi sarcastici: ovvero, il mettere ferocemente in discussione il prossimo. Nato nel 1894, egli studiò al Winchester College e al New College di Oxford, prima di servire nel Military Intelligence Directorate of the War Office e ottenere una Croce di Guerra. In seguito, lavorò al Cairo per il Ministero delle Finanze e a Ginevra per l'International Labour Office; organizzazione per la quale diresse per qualche tempo la sede londinese fino al 1945, con una sola pausa per recarsi ad Ottawa al Servizio Informazioni Militari. Nel frattempo, a partire dal 1928, su esempio di altri illustri colleghi come John Rhode, Christopher Bush e Henry Wade, aveva iniziato a perseguire la carriera di giallista e ad interessarsi alle pratiche giuridiche (cosa che gli tornò utile quando, nel secondo dopoguerra, curò il repertorio giuridico dell'"Empire Digest"), pubblicando un romanzo che fondeva avventura e mistero scritto assieme a Neil Gordon, pseudonimo dello scrittore scozzese A.G. MacDonell, anch'esso appassionato di letteratura crime. "Il Mistero del Diario", tuttavia, recò in definitiva solo il suo nome sulla copertina. Ad esso, fecero seguito altri diciannove romanzi di genere, alcuni scritti sotto pseudonimo (Evelyn Elder, E. Grubb, Gasko), tra i quali vanno ricordati "The Murderer of Sleep", "Murder in Black and White" (il quale figura sotto la produzione di Elder e ha una struttura quadripartita, con tanto di sfida al lettore e una serie di immagini sul genere di "The Norwich Victims" di Francis Beeding), "Bull's Eye" e "Corpse in Cold Storage", questi ultimi due incentrati sulla figura di Sir George Bull, un investigatore privato di origini aristocratiche. I più importanti in assoluto, tuttavia, furono quei tre che ebbero in qualche modo a che fare con la disavventura che mise fine alla sua carriera di giallista: "Il Caso della Zitella Acida", "Il Capanno sulla Spiaggia" e "Death to the Rescue", dedicato ad Anthony Berkeley.

A causa di quest'ultimo romanzo, infatti, nel 1937 Kennedy venne citato in giudizio e processato per diffamazione. Come saprete se avete letto la recensione di "Il Caso della Zitella Acida", l'autore era fin troppo puntiglioso nel riportare nella finzione casi reali; ebbene, in questa occasione Philip Yale Drew, processato per omicidio, assolto e rovinato per il resto della propria vita dall'accusa che continuava a pendere sulla sua testa, lamentò con tanta forza il fatto che l'assassino di "Death to the Rescue" gli assomigliasse fin troppo, al punto da recare un danno alla propria immagine, che l'audacia dell'autore risultò andare troppo oltre. A nulla valsero le scuse di Kennedy e l'editore Gollancz: lo scrittore perse la causa, e ciò risultò in un duro colpo alla propria vena creativa, la quale si estinse ben presto (non dopo una certa rivalsa grazie a "Il Capanno sulla Spiaggia") e lo costrinse a un graduale abbandono delle scene, fino alla morte avvenuta nel 1968. Per quell'anno, tuttavia, lui era riuscito a lasciare un'eredità importante nel campo della letteratura del mistero: sia per conto proprio, come recensore per il "Sunday Times", sia quale membro del Detection Club. Kennedy, infatti, fu il più giovane membro maschile a partecipare alla fondazione dell'associazione; fu giudice nelle iscrizioni che i lettori inviarono per gareggiare nella scoperta della soluzione di "Il Paravento"; contribuì alla creazione di "L'Ammiraglio alla Deriva" e "Chi è il Colpevole?", i romanzi collettivi scritti coi colleghi del Club; scrisse un testo per "Great Unsolved Crimes", una raccolta di saggi che riesaminavano casi reali assieme ai suoi compagni; fu una delle tredici persone che parteciparono al "Trent Dinner", l'occasione che festeggiò il ritorno sulle scene del protagonista dell'innovativo "La Vedova del Miliardario" di E.C. Bentley. Oltre tutto, Kennedy è riuscito ad affrontare la sfida di autore di romanzi del mistero in modo da innovare il genere; non ai livelli di illustri colleghi come Sayers, Christie e Berkeley, ma sviluppando nuove idee che lasciano tutt'oggi sorpresi. L'immagine che ci resta di lui, un tipo dall'aspetto serio e occhialuto, può trarre in inganno: in realtà fu determinato, audace e dedicò molte energie sulla riflessione dello sviluppo migliore del genere giallo.

Anchor and Boats (Rye Harbour, East Sussex), Eric Ravilious,
1938, che raffigura una spiaggia come quella di Vinery
Nelle dediche ai suoi romanzi più famosi, "Death to the Rescue" e "Il Caso della Zitella Acida", fece riferimento alle conversazioni che ebbe con Berkeley e Sayers, sfidandoli a trovare una via per portare il mystery su un nuovo piano, e non risparmiò critiche ai detrattori. Lui stesso si impegnò nell'introdurre elementi di rottura col passato nei propri libri, come testimonia il romanzo che ho recensito oggi: in esso, gli elementi più classici della fiction del giallo non vengono esaltati (penso all'ambientazione oppure al mistero inteso in modo tradizionale) per dare più importanza a una storia dove a dominare è la psicologia e gli aspetti derivati dal caso. Sono i moventi, la rispettabilità e un forte senso di doppiezza e segretezza, ad orchestrare le vicende dell'inchiesta sulla morte di Hilary Stephens. L'atmosfera generale della storia è spesso caratterizzata da un tono di sgradevolezza, da un'aura pesante come una cappa che viene acuita dal sospetto e dall'incomprensione che si manifesta tra i personaggi, i quali sono raffigurati come vittime e carnefici in un sistema malato. Nonostante in questo caso la trama non si ispiri a un caso di true crime (a meno di considerare quello che vide accusato a condannato il dottor Palmer, il quale fece da spunto per "Il Sospetto" di Francis Iles"), anche in "Il Capanno sulla Spiaggia", man mano che la storia si snoda davanti ai nostri occhi, ci rendiamo conto di come sul fondo si stagli sempre più un'ombra di malsana ambiguità. Penso che la batosta subìta per colpa di Drew avesse scottato Kennedy e per questo non si sia spinto troppo in là nel raccontare una vicenda reale (mise una clausola contro la diffamazione proprio in apertura di "Il Capanno sulla Spiaggia"); ma questo non significa affatto che questo suo ultimo grande romanzo giallo sia scadente. In esso è riuscito a dare una variazione straordinaria al caso di Palmer, come solo gli autori della Golden Age tanto appassionati di storia del crimine avrebbero potuto fare. In secondo luogo, inoltre, l'autore ha sfruttato quella vicenda vera per compiere un'azione molto simile a quella di Berkeley: ha messo in scena, infatti, una feroce critica alla giustizia e al senso della verità che si manifesta attraverso il sentimento (dis)umano degli individui. A discapito degli indizi materiali, ciò che interessò Berkeley e Kennedy furono la psicologia e ciò che si cela dietro la maschera della rispettabilità: quel groviglio di passioni ed emozioni che riesce a dare vita non solo al mistero sulla carta, ma ad evocare in tre dimensioni la figura dell'assassino. Gli effetti della colpa, come essa agisce nella coscienza, cosa spinge un essere umano a diventare un mostro hanno affascinato schiere di giallisti del Novecento, spingendoli ad escogitare nuove forme per esprimere la follia del colpevole, attingendo a volte, come si è visto, da omicidi reali ed interpretandoli a modo loro. Kennedy, su esempio di Berkeley, concentrò la propria attenzione sull'individuo come tassello del puzzle, e attraverso esso capì come fosse possibile mandare un messaggio forte e chiaro, per accusare con tono sarcastico e cinico alcuni comportamenti erronei e controversi della natura umana e della società che ne è espressione. E per farlo, decise di rappresentare al meglio come l'insieme degli uomini e delle donne sia composto, in una concezione estremamente misantropa, da individui maligni e fondamentalmente cattivi.

Secondo quanto emerge dalle vicende ambientate a Vinery, non solo l'uccisione di Stephens denota un forte disagio nella mente dell'assassino, ma anche nella trattazione dell'indagine e nei suoi sviluppi emerge quanto sia sbagliato l'approccio ad esso. La polizia, ad esempio, gioca un ruolo del tutto marginale nella scoperta dell'assassino; anzi, ciò che ho ricavato dalle mie conclusioni finali, essa ha archiviato il caso come irrisolto senza aver fatto nulla di concreto! Inoltre, la vittima non viene lasciata riposare in pace, poiché la malevolenza del popolino ha sollevato pettegolezzi che contribuiscono ad esasperare le parti coinvolte e a far precipitare gli eventi fino allo sconvolgente finale. Non c'è riguardo per chi sarà sospettato di aver compiuto crimini orrendi; la gente se ne infischia di quale questione spinosa potrebbe sollevare il proprio comportamento (pp. 47-48, 58-60, 126, 128-129, 162-164, 166-167). Questo rimestare nel torbido con morbosità è un carattere che si è trasmesso fino ai giorni nostri, e sembra proprio che agli inizi del Novecento ciò fosse già una pratica diffusa. Ciò fa riflettere sul potere intrinseco dell'opinione pubblica, la quale può diventare uno strumento pericoloso nelle mani di individui senza scrupoli (come in "La Morte Cammina per Eastrepps") o di gente incapace di controllarla; e penso che questo sia un valore aggiunto alla qualità di "Il Capanno sulla Spiaggia" e sulla narrativa di Kennedy, da molti sottovalutata. Ma gli stessi sospettati sono rovina per il loro destino, dal momento che inconsapevolmente alimentano queste voci e danno l'impressione, a chi li circonda, di avere la coscienza sporca. Penso a Mary Dallas, la quale si divide nell'incarnazione di una figura tragica, sommersa dagli eventi e incapace di far loro fronte, destinata a un passivo subìre i pericoli in cui incappa, e di una sorta di odiosa e terribile vendicatrice, la quale non ha pietà di nessuno ed escogita sotterfugi per salvaguardare se stessa (pp. 9-11, 13, 16-18, 21-22, 25-26, 31-43, 45-46...); oppure suo marito John (pp. 38-43, 45-52-58,60...), il quale in un primo momento dà l'impressione di essere un incallito dongiovanni, attento soltanto alla soddisfazione dei piaceri, vanesio e avido come non mai, mentre il seguito si dimostra attaccato alla moglie, innamorato e più che mai deciso ad aiutarla ad uscire dalla difficile situazione in cui ella si trova (ma è proprio così? Oppure vuole sfruttare la propria posizione di salvatore per avere qualcosa in mano con cui controllare Mary?). George Needham, al contrario, è un personaggio malvagio a tutto tondo, dedito ad intrattenimenti luridi e a relazioni mordi-e-fuggi, spietato con Mary e per nulla impietosito (pp. 13-16, 18-19, 21-28, 69-76, 134); mentre Kitty Harvey è la tipica ragazza svanita e abbronzata che il cliché vuole essere l'amante giovane, stupida e carina che scombussola il focolare familiare e, soprattutto, non si cura di provocare danni. Ogni personaggio insomma, indica in qualche modo come la società non sia esente da cattiveria e malignità pure negli individui vittime di soprusi, suscitando la questione se sia lecito che i miserabili si prendano una rivincita su chi li vessa; oppure se l'essere umano sia in grado di giudicare con imparzialità e rigore. Trovo sempre affascinante questo discorso, e Kennedy lo ha trattato in lungo e in largo: forse è per questo che a me personalmente piacciono i suoi libri.

Ma l'autore non si ferma qui, e rincara la dose aggiungendo altra carne al fuoco che alimenta la mia già buonissima impressione su di lui. Tratta il tema del sospetto e della coscienza sporca, come dicevo sopra, in modo da rendere chiaro come sia facile per tutti noi cadere in errori grossolani, quando giudichiamo qualcuno nel bene e nel male. Mette in mostra fin dove si possa spingere l'incomprensione tra esseri umani (pp. 119, 123-126, 129-131, 187-191, cap 19, 20 23), narrando l'evolvere del rapporto tra Mary e John Dallas, oppure descrivendo il rinsavimento della ragazza nei confronti dello sgradevole Needham: nell'arco di una sera è impossibile arrivare a conoscere a fondo l'anima e il carattere di qualcuno, per cui è bene stare attenti a non compiere azioni affrettate per le quali finiremmo tragicamente per pentirci. Legato a questo tema, ho notato come Kennedy (a differenza di Berkeley) abbia dato una concezione perlopiù positiva dell'amore (pp. 118-119, 124-126, 130, 183-184, 191), descrivendolo come l'unica cosa in grado di sconfiggere qualunque tipo di conflitto (o quasi) tra innamorati: forse era per il fatto che non si sentiva come il suo collega, il quale aveva una concezione del rapporto a due molto traviata, ma nei discorsi tra Mary e John emerge questa forza che sembra sempre sul punto di farli riavvicinare e viene delusa dalla loro ostinazione nel non scendere a compromessi. La vigliaccheria tocca chiunque in "Il Capanno sulla Spiaggia", in un modo o nell'altro, e incarna forse la maledizione che determina la disfatta di ognuno. Infine, il tema della giustizia e la sua fallibilità fanno capolino tra le righe (pp. 241-243, 246-247, 249-258). Nella classica crime story, questo problema è stato sollevato in moltissimi modi differenti: riguardo quella che l'investigatore può elargire a propria discrezione; quella che i giurati possono esprimere, nel bene e nel male, nel loro ruolo delicato durante un processo che porterà alla forca; sulla fallibilità degli avvocati nell'esercizio delle proprie mansioni. Tra gli altri, a partire dagli anni della Seconda Guerra Mondiale, è stato discusso se esista il cosiddetto "delitto altruistico"; ovvero, la soppressione di individui che danneggiano la società e senza i quali, in sintesi, si starebbe molto meglio. In fondo, chi non vorrebbe aver visto Mussolini appeso, prima che potesse fare danni? Tuttavia, restava sempre il dilemma su quale fosse l'organo adatto a prendere decisioni serie sul diritto di vita e di morte. Alcuni giallisti ebbero una cieca fiducia nel fatto che i tribunali potessero assolvere al compito designato; altri, come Kennedy e Berkeley, capirono che a volte le cose non stavano proprio così. L'autore di "Death to the Rescue" scoprì a proprie spese come i fatti potessero essere fraintesi; cosa che forse esacerbò definitivamente la poca fiducia che aveva nella legge, già messa a dura prova dalla sua esperienza in uffici governativi e corridoi del potere inermi contro la minaccia del fascismo (come illustra il giallo "Sic Transit Gloria"). Il risultato di tutto ciò portò Kennedy ad avvicinarsi all'ottica sarcastica di Berkeley, il quale sfruttò il cinismo per mettere in ridicolo l'incapacità della giustizia nell'assolvere al proprio ruolo e i paradossi al suo interno che possono condannare gli innocenti a pagare prezzi altissimi. Ed è proprio ciò che accade in "Il Capanno sulla Spiaggia", dove le persone di ergono a giudici, giurie ed esecutori materiali (per ricalcare il titolo originale del romanzo). Questa è una visione terribile della realtà, ma a volte essa si adatta perfettamente al contesto: forse stiamo superando il limite e dovremmo farci qualche domanda.

Insomma, attraverso l'enigma del romanzo Kennedy volle dimostrare come la giustizia, esercitata o meno con fini positivi, da un singolo individuo oppure da un tribunale intero, sia guidata da una forza fatale governata dal Destino. In una sorta di omaggio all'opera di Iles/Berkeley, egli diede vita a un mistero dai risvolti inaspettati, sebbene come dicevo questo sia un romanzo con i suoi difetti indiscutibili, per far riflettere il lettore se esista una sorta di benevola coscienza, oppure tutti noi siamo governati dal Destino. Questioni intriganti, con parziali risposte altrettanto affascinanti per i miei gusti, nonché mescolate a un tono da tragedia incombente che toglie il respiro: ecco di cosa è composto "Il Capanno sulla Spiaggia". Questo è stato un romanzo duro come un pugno nello stomaco, in cui non si trova proprio niente di quel carattere cosy a cui spesso è affiancato per pregiudizio il giallo classico. Dall'inizio alla fine, ogni cosa lascia intendere come la faccenda finirà male e il pessimismo non lascerà scampo, mentre osserviamo i disperati tentativi dei personaggi di mutare un Fato che per loro è già stato scritto e che giocherà con loro fino all'ultima riga. Non si possono tralasciare i fatti che indicano come Kennedy non sia Berkeley; però a mio parere sarebbe giusto riconoscere il coraggio dell'autore nel perseguire le sue idee originali e avanti nel tempo, imparando a non giudicare soltanto in base alla riuscita di un enigma o meno. Mi sarebbe piaciuto che avesse continuato a scrivere in questo modo, dopo "Il Capanno sulla Spiaggia", ma esagerò e pagò le conseguenze della sua audacia. Dopotutto, il Destino forse lo stava aspettando da tempo, e non gli avrebbe permesso di continuare su questa strada ancora per molto.


P.S. Grazie a Martin Edwards, col quale ho intrattenuto una breve discussione su questo romanzo e la possibilità che esso fosse stato ispirato da un caso di true crime. Per me è sempre un piacere ricevere consigli da parte sua.


Link a Il Capanno sulla Spiaggia su Libraccio

Link all'edizione italiana su Amazon:

venerdì 21 agosto 2020

43 - "Il Caso della Zitella Acida" ("Poison in the Parish", 1935) di Milward Kennedy

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore

Il blog del critico Martin Edwards è il mezzo che preferisco per tenermi aggiornato sulla classica crime story, oltre ad essere tra quelli più interessanti in fatto di contenuti. Infatti, nei post che egli pubblica nel corso della settimana, spesso ho trovato molti spunti di riflessione non solo grazie ai suoi commenti a romanzi gialli dimenticati, ma anche attraverso le anticipazioni sui nuovi titoli in uscita per la British Library Crime Classics (che egli cura con mano esperta) e attraverso osservazioni più in generale sul genere letterario che tanto ci appassiona. Tra gli altri, ho salvato alcuni post redatti sotto forma di classifica, e mi piace consultarli quando vengono pubblicati nuovi titoli in italiano, per scoprire se nel nostro Paese siamo stati tanto fortunati da rivedere storie quasi scomparse in lingua originale. Una lista in particolare attira di tanto in tanto la mia attenzione (si trova a questo link): infatti, essa elenca alcuni tra i romanzi del mistero meno disponibili nel mercato dell'usato in lingua inglese, nonostante siano molto interessanti dal punto di vista del loro contenuto. Si tratta di racconti molto vari, che comprendono i sottogeneri più svariati e hanno la caratteristica di essere poco ortodossi, poiché trattano un dato argomento secondo un'ottica che al tempo dovette fare un certo scalpore. Non per niente, troviamo ad esempio "As for the Woman" di Francis Iles, il libro che decretò la fine della carriera di scrittore di Anthony Berkeley e attingeva alla condanna di Edith Thompson per costruire una trama un po' insolita; oppure "The Division Bell Mystery" di Ellen Wilkinson, ex-Primo Ministro laburista la quale infuse la propria esperienza al Governo per dare vita a questo intrigante racconto ambientato nelle sedi del potere inglesi. Per quanto riguarda le traduzioni italiane, in modo alquanto inaspettato dal momento che qui il genere giallo viene visto appena poco sopra ai romanzi rosa della serie Harmony, troviamo ben quattro titoli su dieci di questa classifica che sono (o sono stati per qualche tempo) disponibili: "Presagio di Morte" di Patrick Quentin, pubblicato da Mondadori diversi anni fa nelle sue collane da edicola; "Otto Innocenti e un Colpevole" di J.J. Connington, edito da Polillo; "Un Cappio al Collo per Archibald Mitfold" di Dorothy Bowers (non ancora disponibile, in realtà, ma in cantiere per i tipi di Le Assassine); e infine "Il Caso della Zitella Acida" di Milward Kennedy (Polillo Editore, 2017). Quest'oggi ho deciso di soffermarmi su quest'ultimo, cogliendo al balzo il fatto che esso sia ambientato in uno scenario tipico per chiunque voglia trascorrere qualche tempo a ricaricare le forze e impiegare al meglio le ferie a disposizione: il tipico villaggio di campagna inglese.

L'idea di vivere in un placido paesino, infatti, esercita da sempre una certa attrattiva nell'immaginario del cittadino medio: si sta in mezzo alla natura, lontano dal caos e dalla frenesia della metropoli, a contatto con gente semplice e alla mano. In periodo di vacanza come l'estate, dunque, sembrerebbe proprio che questi ameni posticini, dove tutti bene o male si conoscono e le giornate trascorrono in un placido dolce far niente, siano pieni di aspetti che dovrebbero indurre un turista a recarvisi. E non dico che le cose non stiano così, fino a un certo punto. Eppure, anche se non lo sembra, a volte tutto ciò può nascondere disagi nascosti e intime discordie. La noia e l'agognata mancanza di preoccupazioni possono diventare decisamente irritanti, se somministrate a dosi troppo generose, e ben presto l'inattività può spronare la fantasia a compiere voli fin troppo sfrenati: agli occhi del vacanziere (ma non solo) i vicini di casa, all'apparenza armati di buone intenzioni, si trasformano in gente invadente che desidera solo disturbare e impicciarsi di affari che non li riguarda, per poi lasciarsi andare al gossip sfrenato e malevolo al riparo delle loro piccole tane, con la candida scusa di ammazzare il tempo. In queste piccole collettività simili a famiglie allargate, tutti sanno e tutti si permettono di dire la propria, e questa vicinanza suscita tensioni sotterranee che scorrono in continuazione e toccano nervi scoperti che portano a scontri e discussioni. Non tutto è rose e fiori, in tali circostanze, e qualcosa ne sapevano anche gli scrittori di romanzi gialli classici, i quali elessero come scenario tradizionale dei loro casi proprio i villaggi remoti della campagna inglese, piccoli agglomerati di cottage, giardini curati e chiese, in cui a venire ammazzato non era unicamente qualcosa di intangibile come il tempo, ma spesso anche un essere umano in carne ed ossa. Milward Kennedy, in particolare, in qualche modo finì per specializzarsi nel "delitto del villaggio di campagna", nonostante si sia dedicato pure ad altri sottogeneri del giallo, come testimonia "Corpse Guards Parade": in "The Murderer of Sleep", ad esempio, ha narrato come uno straniero intento a remare lungo un fiume si sia imbattuto nel cadavere di un vicario, strangolato mentre sedeva sotto a un salice piangente vicino al cimitero del villaggio di Sleep; mentre in "Il Caso della Zitella Acida", sfruttando un tono molto cinico "alla Berkeley", ha descritto in modo innovativo come un avvelenamento da arsenico possa rivelare quanto sia ingannevole l'immagine del tranquillo paesino di campagna di Matchings, rispetto a quella reale di un covo di doppiezza e pettegolezzo in cui la giustizia può fallire la sua missione.

Duke of Hereford’s Knob, Baptist Chapel (Capel-y-ffin, Powys,
Wales), Eric Ravilious, 1938, raffigurante un villaggio simile a
Matchings
La trama è incentrata sull'esumazione del cadavere di un'anziana signora, Alice Tomlin, la quale è deceduta da sei mesi nel momento in cui inizia il nostro racconto. Il narratore, un invalido parziale di nome Francis Anthony, esprime fin da subito la propria sorpresa nell'aver appreso, nel corso del tempo, come un semplice pettegolezzo abbia portato alla decisione di tirare fuori dalla bara una donna che, a suo dire, era tanto odiata dalla gente dei dintorni da preferire che ella stesse ben lontana dalle luci della ribalta. Non aveva importanza che nell'invio del certificato di morte ci fosse stato un ritardo inusuale, né che si sospettasse qualcosa di strano nella sua morte: nessuno avrebbe dovuto sollevare scandali, questa è l'opinione diffusa. E invece, a causa di una domestica troppo chiacchierona e con una buona dose di rivalsa da scaricare sulla sua ex padrona, Miss Tomlin è stata riesumata e si è scoperto che ella è stata avvelenata con l'arsenico. Un grosso problema; anzi enorme e seccante, dal momento che i sospettati di questo crimine sono tutte persone amabili, le quali avrebbero avuto più di un buon motivo per fare fuori la vecchia arpia. Miss Figgis, la padrona della pensione in cui soggiornava la vittima, sarebbe stata soddisfatta di potersi liberare della seccatura e del peso morto che quest'ultima costituiva, nonostante fosse una cliente che pagava; Mrs Lewis, dipendente addetta alla sala da tè del locale e all'esaudire (a qualunque ora del giorno e della notte) le richieste di Miss Tomlin, avrebbe potuto abbandonare una volta per tutte le sciocche incombenze a cui la costringeva la morta, per dedicarsi a qualcosa di costruttivo per il suo futuro incerto. Per non parlare, poi, dei congiunti della vittima, i nipoti Bill e Jane, i quali dipendevano quasi completamente dalla buona stella dell'anziana signora, la quale amministrava il loro patrimonio e quello della sorella deceduta in attesa che giungessero alla maggiore età.

Francis non riesce a capacitarsi dell'ironia del destino: Miss Tomlin era morta e sepolta (in tutti quanti i sensi) e tutti stavano molto meglio senza di lei, mentre adesso la polizia deve indagare sul suo decesso violento. Ironia che si è abbattuta pure sullo stesso Anthony, il quale è stato interpellato nientemeno che dal capo della polizia del distretto, il colonnello Dawson, per affiancare le forze dell'ordine nella scoperta di una verità tanto scomoda per troppe persone. Il fatto di essere un consigliere comunale, un "pezzo grosso" del villaggio di Matchings, potrebbe indurre i sospettati tanto reticenti a lasciarsi andare con gli agenti a confessargli i loro pensieri più nascosti, sostiene Dawson. Quindi, perché non sfruttare tutte le risorse, tenendo conto pure il fatto che Francis è un intimo amico? Nonostante le perplessità e un carattere abbastanza scontroso, l'invalido si lascia incastrare e decide di dare il suo contributo alla causa, non fosse solo il fatto di poter scoprire elementi utili a stabilire come la morte di Miss Tomlin si possa spiegare come un incidente o un suicidio. Perché ciò che preoccupa il narratore, soprattutto, è il fatto che sua nipote Isabel si stia per fidanzare proprio con Bill Marlow. Sotto la maschera di misantropo, Anthony non può sopportare di veder diventare infelice la ragazza; pertanto, inizia le proprie indagini ufficiose... E ciò che scoprirà, sul conto dei principali sospettati, lo lascerà molto sorpreso. Soprattutto le informazioni raccolte riguardo il medico condotto che sostituiva il dottore di Matchings (e l'infermiera del distretto) apriranno scenari nuovi alle ipotesi di Francis, dove boccette di medicinale spariscono nel nulla e party di beneficenza assumono ruoli centrali nella soluzione del caso. E nella cattura di un assassino che riesce a celare le proprie tracce fin troppo bene, al punto da maledire la propria accortezza nell'aver distratto i sospetti da sé.

Harold Greenwood (1874-1929), l'avvocato
accusato di aver avvelenato la moglie
con l'arsenico a cui si è ispirato Kennedy
nella costruzione del caso

"Il Caso della Zitella Acida" si presenta come un normale giallo sulla variante del "delitto del villaggio di campagna". Dall'introduzione e dal riassunto qui sopra, penso che a prima vista si possa pensare che esso sia nella norma; nonostante abbia già accennato al fatto che il tono usato per descrivere le vicende si avvicini più a quello di Anthony Berkeley, dando così vita a qualcosa che si discosta dalle storie più compassate di Agatha Christie ambientate a St. Mary Mead, per fare un esempio. Addirittura, Dorothy L. Sayers disse in una sua recensione che questo assomiglia al "più placido e tranquillo tra tutti i romanzi gialli mai scritti": abbiamo una cerchia di personaggi abbastanza ristretta, con zitelle, parroci e dottori che suscitano il sospetto nel lettore; moventi che sbucano man mano che le informazioni vengono fornite, tra false piste e osservazioni innocue soltanto all'apparenza; il tratteggio di una società che rivela un profondo disagio interiore. Forse l'assenza di una gran quantità di indizi materiali, nonostante una fantomatica boccetta di medicinale, può conferire un motivo di spicco a "Il Caso della Zitella Acida"; ma si sa che i lettori di gialli classici preferiscono trovare enormità di orme, mozziconi di sigarette, scritte su muri e oggetti abbandonati dall'assassino, piuttosto che doversi basare soltanto sulla psicologia degli attori sulla scena. Insomma, di facciata ci troviamo di fronte a una vicenda che non si discosta molto dalle tante altre sul tema. Eppure, le cose stanno davvero così? Se ciò che appare in superficie corrispondesse al contenuto, forse potremmo restarne delusi; cosa che tra l'altro è accaduta ad alcune persone che conosco, le quali si sono limitate a dare un giudizio alla storia. In effetti, essa può lasciare spiazzati, dal momento che riprende un elemento dell'enigma che è stato usato in un altro romanzo ben più celebre, dove tale aspetto ha dato frutti migliori. Per non parlare dello stile di Kennedy, il quale non è sempre chiaro e lineare. Ma "Il Caso della Zitella Acida" è da bocciare? Per quanto mi riguarda, affatto: trovo che nelle profondità del racconto, nonostante alcuni difetti sul piano dell'esposizione del caso, si celino elementi intriganti e affascinanti, i quali ci permettono di farci un'idea ben precisa di cosa volesse trasmettere l'autore con questo mistero, e affrontano questioni spinose con un certo acume.

Al di là di alcuni cliché, infatti, in questo romanzo giallo troviamo moltissimi cenni ad argomenti e casi reali che tennero e ancora oggi tengono con il fiato sospeso. Lasciando per un momento da parte tutto il resto, basta concentrarsi sullo sfruttamento da parte dell'autore di alcuni celebri processi per la costruzione della propria trama, per capire come ci troviamo davanti a un giallo in cui, al di là delle apparenze, niente è azzardato; anzi, ogni cosa è stata calcolata nei più piccoli dettagli. Due sono le fonti a cui Kennedy attinse per la creazione di "Il Caso della Zitella Acida": il caso Greenwood e il caso Hearn. Il primo riguarda la vicenda di un avvocato di terz'ordine di nome Harlod Greenwood, il quale venne accusato di aver avvelenato la moglie con l'arsenico. In breve, i fatti: nel giugno del 1919, la donna accusò forti dolori allo stomaco dopo aver mangiato della torta all'uva spina, tanto che il marito si vide costretto a chiamare prima un dottore, il quale fornì debiti farmaci per far fronte alla crisi, e poi l'infermiera del distretto. Nonostante ciò, tuttavia, il giorno seguente allo sconcertato medico venne comunicato come la signora Greenwood fosse deceduta, anche se la sera prima lei gli era parsa stare meglio, ed egli (dopo un esame superficiale delle spoglie) compilò un certificato di morte in cui la causa del decesso venne certificata come conseguente a una malattia cardiaca (ella infatti era sempre stata un po' debole e negli ultimi tempi era peggiorata). Fin qui, la faccenda sembrerebbe non sollevare alcun sospetto; se non fosse che, appena pochi mesi dopo, Greenwood sposò una donna molto più giovane, suscitando così il pettegolezzo locale. La forza di quest'ultimo, mescolato ad alcuni commenti che l'infermiera aveva fatto al vicario, raggiunse una tale portata che la polizia si vide costretta a far riesumare il cadavere per compiere i dovuti accertamenti del caso... scoprendo che il corpo della donna era pieno di arsenico. Il fatto che Greenwood avesse acquistato del diserbante contenente il veleno incriminato portò dunque a un'inchiesta, il cui risultato fu l'accusa all'avvocato di aver deliberatamente assassinato la moglie e l'arresto, in attesa di essere processato in un tribunale di suoi pari. Eppure, la realtà si dimostrò ben più complicata di quanto non fosse a prima vista: venne fuori che il medico aveva dato alla signora Greenwood alcuni farmaci che avrebbero potuto ucciderla, se presi in dosi errate; che l'infermiera non era capace di spiegare come una boccetta di medicinale fosse misteriosamente scomparsa; e che la testimonianza chiave della cameriera era stata influenzata. La difesa, quindi, sostenne la tesi della malevolenza del pettegolezzo locale e dell'innocenza dell'imputato; adducendo come prova conclusiva il racconto della figlia di Greenwood, secondo cui ella aveva bevuto il vino dalla stessa bottiglia che era stata offerta alla madre (la fonte del veleno, secondo l'accusa). Il verdetto, pertanto, fu di non colpevolezza perché il delitto, benché dimostrato nei fatti da alcuni atteggiamenti sospetti da parte dell'accusato, non poteva essere addossato a Greenwood con certezza. (Se foste curiosi di conoscere i dettagli dell'inchiesta, potere consultare questa pagina dettagliata).

Confrontando la trama di "Il Caso della Zitella Acida" e questo processo, penso che vi sarete accorti benissimo dell'incredibile e strabiliante somiglianza tra l'indagine fittizia di Kennedy e il caso Greenwood. Ma basta aggiungere qualche elemento del caso Hearn per capire come l'intera vicenda di Matchings sia stata modellata sulla realtà. Infatti, dalla storia del processo ad Annie Hearn possiamo ricavare altri elementi a noi familiari. La ragazza, la quale visse per un periodo con la sorella (poi deceduta in seguito a problemi di stomaco), si dovette infatti trasferire nel Devon per accudire un'anziana zia, la quale prontamente morì lasciandole tutto il suo denaro. Inoltre, non soddisfatta della propria fortuna nell'aver ereditato un sacco di soldi ed essere libera di fare ciò che credeva meglio, Annie si innamorò di un un vicino di casa già sposato. La moglie del signor William Thomas, pertanto, non ci mise molto a morire a causa di un panino avariato, preparato in precedenza dalla stessa signorina Hearn. Curiosamente, la faccenda si svolse più o meno come nel caso Greenwood, con tanto di processo a carico della ragazza, suscitato dal pettegolezzo locale. Ella, tuttavia, riuscì ad eludere le forze dell'ordine per qualche tempo, fuggendo e facendo perdere le proprie tracce, prima di essere imprigionata e portata in tribunale. A suo carico, furono messi i capi d'accusa riguardo l'assassinio della sorella, della zia e della vicina di casa: tutte erano decedute in modo misterioso, secondo l'accusa, e le prove puntavano tutte in una direzione, e cioé contro Annie. Eppure, ancora una volta, la giuria non riuscì a farsi convincere ed emise un verdetto di innocenza, adducendo come causa della morte della signora Thomas un'intossicazione alimentare. In questo modo, Annie fu rilasciata e sparì dalla circolazione, mentre i sospetti si spostavano sul signor Thomas; ma alla fine non se ne fece niente e il decesso di sua moglie venne archiviato. (Ancora una volta, se siete interessati ai dettagli, potete consultare questa pagina sull'inchiesta).

Annie Hearn (1895-1949), la donna processata
per l'avvelenamento della sorella, la zia e la vicina
di casa con l'arsenico, alla quale Kennedy si ispirò
per la costruzione del caso

Tirando le somme, cosa possiamo ricavare dall'analisi di questi due processi? Innanzitutto, che "Il Caso della Zitella Acida" può essere sì un po' scadente nell'esposizione dell'indagine, ma senza dubbio riesce a mettere insieme gli elementi dei casi Greenwood e Hearn in modo mirabile, come solo gli autori della Golden Age, tanto appassionati di true crime, avrebbero potuto fare (nonostante Kennedy avesse la brutta abitudine di spingersi sempre troppo in là nel riportare fedelmente i processi, come dimostrano la causa del diffamazione che dovette affrontare per "Death to the Rescue" e la rigidità stilistica del romanzo recensito oggi). Come avrete immaginato, le premesse del mistero sono molto simili (per non dire le stesse); ma questo non significa che i risultati siano quelli che vennero emessi dalle giurie reali. Conoscere questi casi non inficerà la sorpresa della scoperta della verità nel romanzo di Kennedy; anzi, aiuterà ad entrare nei meccanismi complessi dell'inchiesta di Francis e potrà addirittura aprire nuovi scenari nella mente del lettore. Perciò, già questo fatto, a mio parere, rende pregevole "Il Caso della Zitella Acida". In secondo luogo, tuttavia, possiamo cogliere pure qualcosa che va oltre la semplice esposizione delle vicende. Nel suo libro, l'autore sfrutta i casi Greenwood e Hearn per compiere un'azione molto simile a quella di uno tra i suoi più grandi amici, Anthony Berkeley, il quale lui ammirava molto: mette in scena, infatti, una feroce critica alla giustizia e al senso della verità che si manifesta attraverso il sentimento (dis)umano degli individui. A discapito degli indizi materiali, ciò che interessò Berkeley e Kennedy furono la psicologia e ciò che si cela dietro la maschera della rispettabilità: quel groviglio di passioni ed emozioni che riesce a dare vita non solo al mistero sulla carta, ma ad evocare in tre dimensioni la figura dell'assassino. Gli effetti della colpa, come essa agisce nella coscienza, cosa spinge un essere umano a diventare un mostro hanno affascinato schiere di giallisti del Novecento, spingendoli ad escogitare nuove forme per esprimere la follia del colpevole, attingendo a volte, come si è visto, da omicidi reali ed interpretandoli a modo loro. Kennedy, su esempio di Berkeley, interpretò la lezione di "L'Omicidio è un Affare Serio" e "Il Sospetto" concentrando la propria attenzione sull'individuo come tassello del puzzle, e attraverso esso capì come fosse possibile mandare un messaggio forte e chiaro, per accusare con tono sarcastico e cinico alcuni comportamenti erronei e controversi della natura umana e della società che ne è espressione.

Oltre alla questione sulla giustizia, in "Il Caso della Zitella Acida" l'autore riuscì a rappresentare al meglio come l'insieme degli uomini e delle donne sia composto, in una concezione estremamente misantropa, da individui maligni e fondamentalmente cattivi. Secondo quanto emerge dalle vicende ambientate a Matchings, non solo l'uccisione di Miss Tomlin denota un forte disagio nella mente dell'assassino (soprattutto se consideriamo il movente per cui si è dovuta rendere necessaria la sua eliminazione), ma anche nella trattazione dell'inchiesta emerge quanto sia sbagliato il comportamento della gente. La vittima, che non si poteva certo considerare come una persona benvoluta e affabile, non viene lasciata riposare in (relativa) pace, poiché la malevolenza del popolino ha sollevato uno scandalo che procurerà dispiaceri e fastidi a chiunque ne venga toccato. Non c'è riguardo per chi sarà sospettato di aver compiuto crimini orrendi; la gente se ne infischia di quale questione spinosa potrebbe sollevare il proprio comportamento (pp. 9-10, 20-21, 25, 27, 51, 74, 95, 115). Questo rimestare nel torbido con morbosità è un carattere che si è trasmesso fino ai giorni nostri (basta pensare alla tragedia di cui tutti, nel bene e nel male, abbiamo discusso queste settimana), e sembra proprio che agli inizi del Novecento ciò fosse già una pratica diffusa: pensate, il pettegolezzo, sia nel caso fittizio di Matchings, sia nei casi reali di Greenwood e Hearn, è stato talmente forte e insistente da convincere la polizia a prendere in mano la faccenda, pur di spegnere le chiacchiere. Ciò fa riflettere sul potere intrinseco dell'opinione pubblica, la quale può diventare uno strumento pericoloso nelle mani di individui senza scrupoli (come in "La Morte Cammina per Eastrepps") o di gente incapace di controllarla; e penso che questo sia un valore aggiunto alla qualità di "Il Caso della Zitella Acida", da molti sottovalutato.

Milward Rodon Kennedy Burge, nato
nel 1894 e morto nel 1968

Con un risvolto amaramente ironico, lo stesso Milward Rodon Kennedy Burge si trovò a dover far fronte agli strani giochi del Destino, il quale lo condannò ad assaggiare la stessa medicina che lui somministrò coi suoi romanzi sarcastici. Nato nel 1894, egli studiò al Winchester College e al New College di Oxford, prima di servire nel Military Intelligence Directorate of the War Office e ottenere una Croce di Guerra. In seguito, lavorò al Cairo per il Ministero delle Finanze e a Ginevra per l'International Labour Office; organizzazione per la quale diresse per qualche tempo la sede londinese fino al 1945, con una sola pausa per recarsi ad Ottawa al Servizio Informazioni Militari. Nel frattempo, a partire dal 1928, su esempio di altri illustri colleghi come John Rhode, Christopher Bush e Henry Wade, aveva iniziato a perseguire la carriera di giallista e ad interessarsi alle pratiche giuridiche (cosa che gli tornò utile quando, nel secondo dopoguerra, curò il repertorio giuridico dell'"Empire Digest"), pubblicando un romanzo che fondeva avventura e mistero scritto assieme a Neil Gordon, pseudonimo dello scrittore scozzese A.G. MacDonell, anch'esso appassionato di letteratura crime. "Il Mistero del Diario", tuttavia, recò in definitiva solo il suo nome sulla copertina. Ad esso, fecero seguito altri diciannove romanzi di genere, alcuni scritti sotto pseudonimo (Evelyn Elder, E. Grubb, Gasko), tra i quali vanno ricordati "The Murderer of Sleep", "Murder in Black and White" (il quale figura sotto la produzione di Elder e ha una struttura quadripartita, con tanto di sfida al lettore e una serie di immagini sul genere di "The Norwich Victims" di Francis Beeding), "Bull's Eye" e "Corpse in Cold Storage", questi ultimi due incentrati sulla figura di Sir George Bull, un investigatore privato di origini aristocratiche. I più importanti in assoluto, tuttavia, furono quei tre che ebbero in qualche modo a che fare con la disavventura che mise fine alla sua carriera di giallista: "Il Caso della Zitella Acida", "Il Capanno sulla Spiaggia" e "Death to the Rescue", dedicato ad Anthony Berkeley.

A causa di quest'ultimo romanzo, infatti, nel 1937 Kennedy venne citato in giudizio e processato per diffamazione. Ho già accennato al fatto che l'autore fosse fin troppo puntiglioso nel riportare nella finzione casi reali; ebbene, in questa occasione Philip Yale Drew, processato per omicidio, assolto e rovinato per il resto della propria vita dall'accusa che continuava a pendere sulla sua testa, lamentò con tanta forza il fatto che l'assassino di "Death to the Rescue" gli assomigliasse fin troppo, al punto da recare un danno alla propria immagine, che l'audacia dell'autore risultò andare troppo oltre. A nulla valsero le scuse di Kennedy e l'editore Gollancz: lo scrittore perse la causa, e ciò risultò in un duro colpo alla propria vena creativa, la quale si estinse ben presto (non dopo una certa rivalsa grazie a "Il Capanno sulla Spiaggia") e lo costrinse a un graduale abbandono delle scene, fino alla morte avvenuta nel 1968. Per quell'anno, tuttavia, lui era riuscito a lasciare un'eredità importante nel campo della letteratura del mistero: sia per conto proprio, come recensore per il "Sunday Times", sia quale membro del Detection Club (basta notare le numerose citazioni che ha fatto in "Il Caso della Zitella Acida" per capire come fosse molto legato a quest'ultimo, pp. 19, 85, 115). Kennedy, infatti, fu il più giovane membro maschile a partecipare alla fondazione dell'associazione; fu giudice nelle iscrizioni che i lettori inviarono per gareggiare nella scoperta della soluzione di "Il Paravento"; contribuì alla creazione di "L'Ammiraglio alla Deriva" e "Chi è il Colpevole?", i romanzi collettivi scritti coi colleghi del Club; scrisse un testo per "Great Unsolved Crimes", una raccolta di saggi che riesaminavano casi reali assieme ai suoi compagni; fu una delle tredici persone che parteciparono al "Trent Dinner", l'occasione che festeggiò il ritorno sulle scene del protagonista dell'innovativo "La Vedova del Miliardario" di E.C. Bentley. Oltre tutto, Kennedy è riuscito ad affrontare la sfida di autore di romanzi del mistero in modo da innovare il genere; non ai livelli di illustri colleghi come Sayers, Christie e Berkeley, ma sviluppando nuove idee che lasciano tutt'oggi sorpresi. L'immagine che ci resta di lui, un tipo dall'aspetto serio e occhialuto, può trarre in inganno: in realtà fu determinato, audace e dedicò molte energie sulla riflessione dello sviluppo migliore del genere giallo.

Launceston Guildhall, folla in attesa di Annie Hearn fuori dal
tribunale, nel febbraio 1931
Nelle dediche ai suoi romanzi più famosi, "Death to the Rescue" e "Il Caso della Zitella Acida", fece riferimento alle conversazioni che ebbe con Berkeley e Sayers, sfidandoli a trovare una via per portare il mystery su un nuovo piano, e non risparmiò critiche ai detrattori. Lui stesso si impegnò nell'introdurre elementi di rottura col passato nei propri libri, come testimonia il romanzo che ho recensito oggi: in esso, gli elementi più classici della fiction del giallo non vengono esaltati (penso all'ambientazione oppure al mistero inteso in modo tradizionale) per dare più importanza a una storia dove a dominare è la psicologia e gli aspetti derivati dal caso. Sono i moventi, la rispettabilità e un forte senso di doppiezza e segretezza che orchestrano le vicende dell'inchiesta sulla morte di Miss Tomlin. Nella dedica, Kennedy osserva che questa volta vuole dare vita a un racconto in cui i personaggi siano tutti affabili e simpatici: e in qualche modo ci riesce, dal momento che tutti sono raffigurati come vittime di un sistema malato (anche il narratone, nonostante sia un po' misantropo). Eppure, man mano che la storia si snoda davanti ai nostri occhi, ci rendiamo conto di come sul fondo si stagli su di loro sempre più un'ombra di sospetto. Francis Anthony, chiamato così in omaggio al suo grande amico Berkeley, vuole dare l'impressione di essere uno scorbutico snob e arrivista, ma nasconde nel proprio cuore un affetto sincero per la nipote e le persone che gli sono vicine (pp. 10-12, 28-34, 37-38, 46, 68, 79, 99-100, 111, 116, 118-119, 121, 124, 128-133, 139, 144-144, 156, 187); il colonnello Dawson, dietro alla maschera da signorotto, sembra voler approfittare dell'amicizia con l'invalido per agevolare il compito dei propri sottoposti (pp. 22-25, 137-140, 206-208); Cole agisce insistendo per conoscere le novità da Francis, ma non vuole condividere ciò che sa lui sul caso (pp. 50-53, 117-121, 124-125); il parroco Orde "predica bene e razzola male" (pp. 40-45, 199); il dottor Pope (pp. 72-76) sostiene di voler essere imparziale, ma intanto lancia accuse velate contro il collega Forbes, dipinto come un miserabile non esente da colpe (pp. 52, 56-57, 62-66, 194-195); le signore Figgis (pp. 99-106, 164-170, 201-203), Lewis (pp. 108-111, 150-151, 218-222) e Jane Marlow (pp. 188, 225-240) serbano emozioni contrastanti verso la vittima e pertanto dividono il giudizio che il lettore si fa su di loro. Ogni personaggio indica in qualche modo come la società non sia esente da cattiveria e malignità pure negli individui vittime di soprusi, suscitando la questione se sia lecito che i miserabili si prendano una rivincita su chi li vessa; oppure se l'essere umano sia in grado di giudicare con imparzialità e rigore.

Un altro tema affrontato in "Il Caso della Zitella Acida", infatti, è quello riguardante la giustizia e la sua fallibilità (pp. 241-243, 246-247, 249-258). Nella classica crime story, questo problema è stato sollevato in moltissimi modi differenti: riguardo quella che l'investigatore può elargire a propria discrezione; quella che i giurati possono esprimere, nel bene e nel male, nel loro ruolo delicato durante un processo che porterà alla forca; sulla fallibilità degli avvocati nell'esercizio delle proprie mansioni. Tra gli altri, a partire dagli anni della Seconda Guerra Mondiale, è stato discusso se esista il cosiddetto "delitto altruistico"; ovvero, la soppressione di individui che danneggiano la società e senza i quali, in sintesi, si starebbe molto meglio. In fondo, chi non vorrebbe aver visto Mussolini appeso, prima che potesse fare danni? Tuttavia, restava sempre il dilemma su quale fosse l'organo adatto a prendere decisioni serie sul diritto di vita e di morte. Alcuni giallisti ebbero una cieca fiducia nel fatto che i tribunali potessero assolvere al compito designato; altri, come Kennedy e Berkeley, capirono che a volte le cose non stavano proprio così. L'autore di "Death to the Rescue" scoprì a proprie spese come i fatti potessero essere fraintesi; cosa che forse esacerbò definitivamente la poca fiducia che aveva nella legge, già messa a dura prova dalla sua esperienza in uffici governativi e corridoi del potere inermi contro la minaccia del fascismo (come illustra il giallo "Sic Transit Gloria"). Il risultato di tutto ciò portò Kennedy ad avvicinarsi all'ottica sarcastica di Berkeley, il quale sfruttò il cinismo per mettere in ridicolo l'incapacità della giustizia nell'assolvere al proprio ruolo e i paradossi al suo interno che possono condannare gli innocenti a pagare prezzi altissimi: il tono usato in "Il Caso della Zitella Acida" mostra molto bene questo punto di vista (pp. 119, 172-173). Ma non è solo l'ironia, pure l'enigma del romanzo tende a dimostrare come la giustizia, esercitata o meno con fini positivi, da un singolo individuo oppure da un tribunale intero, sia guidata da una forza fatale governata dal Destino. In una sorta di omaggio all'opera di Iles/Berkeley, Kennedy diede vita a un mistero dai risvolti inaspettati, sebbene abbia sfruttato un elemento già visto, per far riflettere il lettore se esista una sorta di benevola coscienza, oppure tutti noi siamo governati dal Destino. Questioni intriganti, con parziali risposte altrettanto affascinanti per i miei gusti: insomma, sono stato molto soddisfatto del risultato degli sforzi dell'autore, nonostante non riesca a dare un voto pieno a causa delle piccole mancanze sul piano più tradizionale della storia. Kennedy non è Berkeley, e i risultati sono impietosi in questo senso; però ebbe buone idee e un grande coraggio nel perseguirle. Se solo non avesse esagerato, forse avrebbe potuto continuare su questa strada; ma probabilmente era solo questione di tempo, prima che venisse punito per la troppa audacia.


Link a Il caso della zitella acida su Libraccio

Link all'edizione italiana su Amazon