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venerdì 7 febbraio 2020

23 - "Dov'è Cicely?" ("Cicely Disappears", 1927) di A. Monmouth Platts/Anthony Berkeley

Copertina dell'edizione pubblicata nei
Classici del Giallo Mondadori n. 1429
Da pochi anni a questa parte, in Italia, il mercato della classica crime story ha subito un radicale cambiamento. Infatti, se fino alla fine del 2015 soltanto Mondadori (con le sue collane da edicola sulle ristampe del Giallo) e in parte Polillo (la quale ha ripreso le pubblicazioni dopo un periodo di pausa) si erano addentrate in questo campo perlopiù inesplorato dall'editoria del nostro Paese, da qualche tempo le pubblicazioni in tal senso si sono moltiplicate grazie alla nascita di nuove collane da libreria, dedicate al romanzo del mistero inglese della prima metà del Novecento. L'opera di Christopher St. John Sprigg, ad esempio, ha trovato il proprio posto in Lindau, assieme ad altri titoli meno impeccabili in fatto di enigma ma in gran parte inediti e sempre ben accetti; Mulatero prosegue la sua riproposta della serie di Abercrombie Lewker di Glyn Carr, e lo stesso si può dire di Le Assassine, le quali hanno in cantiere libri del mistero molto appetibili. Forse questo è un segno del fatto che, finalmente, la crime story della Golden Age ha iniziato ad assumere una connotazione differente da quella che l'ha vista etichettata come letteratura "medio-bassa"; relegata alle sole collane da edicola, dove ci eravamo abituati a veder ristampati i soliti titoli oppure romanzi più attinenti al genere hard-boiled. Bisogna ammettere, tuttavia, che anche in questo formato, a partire dal 2018, sono tornati alla ribalta alcuni inediti perlomeno interessanti per il collezionista di gialli tradizionali, soprattutto all'interno dei Classici del Giallo. Certo, spesso gli autori proposti non sono i Grandi Maestri del calibro di Dorothy L. Sayers (della quale manca la traduzione nostrana di "Gaudy Night"), Ngaio Marsh, J.J. Connington, John Rhode oppure Nicholas Blake; però penso che non ci si debba lamentare per questo. Dopotutto, si tratta pur sempre di nuove letture e, dal canto mio, nutro una grande passione per gli intrighi prettamente inglesi, ma densi di suspense, che ideò a suo tempo Ethel Lina White, o per le storie scientifiche e al limite dell'asettico di Richard Austin Freeman; per cui sono più che felice di trovare inedite storie di questi autori ogni anno.

A questo proposito, proprio in questo mese di febbraio, i Classici del Giallo hanno riservato una sorpresa ai suoi lettori, proponendo per la prima volta la traduzione di un libro attorno al quale aleggia una densa aura di mistero; quel "Cicely Disappears" che venne firmato da tale A. Monmouth Platts e che comparve (leggermente diverso) in una prima edizione a puntate nel marzo 1926, col titolo di "The Wintringham Mystery", per poi essere raccolto in volume l'anno seguente. Un romanzo giallo davvero particolare, visto che le sue ripubblicazioni e traduzioni estere si contano sulle dita di una mano: la prima (originale) nel 1927, quella giapponese di una quindicina di anni fa e quella di cui sto parlando, che recensirò per voi questa settimana. Si tratta, dunque, di una sorta di evento, che si può paragonare in piccola parte a quanto è accaduto con "Com'è Morto il Baronetto?" di H.H. Stanners; solo che in questo caso il romanzo, benché sotto pseudonimo, è stato scritto nientemeno che da Anthony Berkeley! Così, di punto in bianco, Mondadori ha momentaneamente ripreso il ruolo di editore di punta nel campo del mystery, consegnando ai lettori l'inedito "minore" di un grande del Giallo col titolo "Dov'è Cicely?" (Classici del Giallo Mondadori n. 1429, 2020); "minore" perché fu la prima incursione di Berkeley nel campo della classica crime story e, quindi, non all'altezza di altri suoi capolavori, ma non per questo meno divertente o del tutto estraneo al modello che l'autore ha instaurato nel corso della sua carriera, poiché esso presenta numerosi cenni biografici a personaggi e luoghi che ebbero un forte legame con lui e affronta temi che egli svilupperà negli anni seguenti.

Illustrazione su come si svolgeva una seduta spiritica simile
a quella messa in scena in "Dov'è Cicely?"
La storia inizia presentandoci il personaggio di Stephen Munro, un giovane appartenente all'aristocrazia inglese della prima metà del Novecento, il quale si ritrova a dover abbandonare gli agi a cui è abituato e ad affrontare la dura realtà: dopo aver esaurito i propri mezzi di sostentamento, infatti, egli è caduto in disgrazia e, pur di sopravvivere, è costretto a cercare un lavoro come tutte le persone che non hanno avuto la fortuna di nascere con un cospicuo patrimonio alle spalle. Non può nemmeno mantenere il proprio maggiordomo Bridger, poiché l'unica prospettiva che gli si presenta all'orizzonte è quella di diventare a sua volta un servitore a Wintringham Hall, la dimora della ricca lady Susan Carey; e un valletto non può permettersi alcun cameriere personale. Insomma, un futuro ricco di sorprese e decisamente imbarazzante si delinea nell'avvenire di Stephen, obbligato ad assecondare gli strani desideri degli ospiti della padrona di casa: quest'ultima si rivela una vera arpia, impossibile da accontentare; il suo amico Freddie Venables, nipote della signora Carey, lo tratta come se fosse un suo pari e non sembra avere intenzione di accettare la nuova condizione del novello cameriere, mettendolo in continue situazioni inopportune; il maggiordomo di Wintringham Hall, Martin, spera di riuscire ad inserirlo al meglio nel personale che dirige e si erge sgradevolmente ad esempio per Stephen, sebbene anche Bridger sia stato accolto da lady Susan. Inoltre, come se tutto questo non bastasse, la ragazza di cui il nostro sfortunato protagonista è innamorato, Pauline Mainwaring, si presenta a Wintringham Hall con un nuovo corteggiatore dall'aria bellicosa e pare ignorare i continui sguardi che Munro le indirizza. Eppure, pian piano, Stephen riesce a trovare un giusto compromesso e a sopportare la situazione che si trova costretto a vivere: l'altra nipote di lady Carey, Millicent, appare tranquilla e riservata e non crea alcun tipo di problema, e pian piano anche gli ospiti si abituano alla presenza di un valletto fuori dall'ordinario come lui. Un valletto che tiene gli occhi ben aperti e non si lascia sfuggire nulla: come quando intravede nell'espressione di Cicely Vernon, la protetta della sua padrona, un lampo di apprensione, mentre lei si appresta a lasciare la casa. Una stranezza che solletica la sua fantasia...

La sera stessa della partenza della signorina Vernon, tuttavia, l'attenzione di Stephen viene catturata dalla malsana idea di Freddie di mettere in scena una seduta spiritica. Tutti si annoiano, per cui cosa potrebbe sollevare meglio l'umore dei presenti? Tra vane lamentele e l'entusiasmo crescente, alla fine l'esperimento viene approntato proprio mentre Cicely ritorna precipitosamente a Wintringham Hall; sarà proprio la ragazza ad offrirsi per fare da medium per entrare in contatto con gli spiriti. Mentre le luci sono spente e il salotto è chiuso come una scatola da scarpe, tuttavia, il gioco si trasforma in cruda realtà e accade l'impensabile: Cicely scompare nel nulla, in mezzo a suoni lugubri, urla inumane ed effluvi di cloroformio, senza che nessuno riesca a capire come sia riuscita ad compiere una tale fuga impossibile. Che fine ha fatto la ragazza? E come mai lady Susan sostiene con tanta forza che si tratta solo di uno scherzo di pessimo gusto? Quando la scomparsa della giovane si farà ben più reale, sarà Stephen (accompagnato da una spalla più che mai gradita ed affettuosa) ad assumere i panni dell'investigatore dilettante e a prendere in mano le indagini sul mistero, tra passaggi segreti, ospiti subdoli, ricatti e furti; mentre la Morte si avvicina sempre più, per colpire all'improvviso e ritirarsi nella stessa ombra in cui (forse) si trova già la ragazza sparita.

Copertina dell'edizione originale di "Dov'è Cicely?" del 1927
Nell'introduzione alla recensione, ho sottolineato il fatto che la recente pubblicazione di "Dov'è Cicely?" rappresenta un evento non sono per i lettori italiani come il sottoscritto, ma in qualche modo pure per coloro i quali sono abituati a letture in lingue diverse dalla nostra. Questo titolo, infatti, è scomparso dagli scaffali delle librerie di quasi chiunque nel mondo, e solo alcuni fortunati possono affermare di possedere l'edizione originale del 1927. Si tratta, dunque, di un'eccezionale occasione per riscoprire uno dei romanzi più oscuri della storia della Golden Age del giallo all'inglese, e sono davvero contento che Mondadori abbia deciso di riproporlo. In realtà, per qualche tempo mi sono chiesto come mai sia dovuto passare così tanto prima di veder ristampato "Dov'è Cicely?": dopotutto, esso rientra tra le opere di uno dei maggiori scrittori di crime novels di tutti i tempi, colui il quale diede vita per primo a un prototipo del giallo psicologico come lo intendiamo noi oggi, grazie ai libri che firmò come Francis Iles; quindi perché si erano perse quasi del tutto le tracce di questo giallo? A fine lettura, tuttavia, penso di aver capito il motivo di questo ritardo e come mai questa prima prova letteraria di Berkeley non sia rimasta a lungo impressa nella memoria dei critici. Il fatto è che, pur raccontando una storia piacevolissima e tipicamente tradizionale, "Dov'è Cicely?" non spicca nella massa di altri romanzi gialli dell'epoca; non è qualcosa di imprescindibile, pur proponendo una variazione della camera chiusa tanto amata dagli appassionati di classica crime story. Infatti, se paragonato a capolavori geniali dello stesso autore, come "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" o a "L'Ultima Tappa", questo libro risulta inferiore, poiché presenta ancora troppi cliché e personaggi un po' stereotipati. Tutto questo, però, non vuol significare che le vicende narrate siano noiose e poco interessanti. Se da un lato la storia non possiede ancora le caratteristiche straordinarie che Berkeley avrebbe conferito in seguito alle sue creazioni, dall'altro essa risulta godibile e divertente, permettendoci inoltre di notare come queste ultime stessero iniziano a delinearsi, in una sorta di abbozzo o prova generale; e ciò è di grande interesse per poter capire quale fu il percorso intrapreso dall'autore per raggiungere le vette di perfezione che sarebbero venute in futuro.

Insomma, non siamo ancora ai livelli di "L'Omicidio è un Affare Serio", dove l'autore decise di anticipare i tempi e cambiare le regole della tradizionale partita tra lettore e autore di gialli; ma alcune idee sull'enigma e sulla personalità e mentalità dei personaggi cominciarono già a prendere forma, dando vita a una forte contrasto interno alle vicende raccontate il quale, oltretutto, rappresenta al meglio chi fosse Anthony Berkeley Cox. Dovete sapere, infatti, che egli, nato nel 1893 come la sua controparte femminile Dorothy L. Sayers, fu un personaggio talmente complesso che probabilmente nessuno riuscirà mai a comprenderlo appieno (in ogni caso, per avere una visione chiara e dettagliata di questa somiglianza, vi consiglio di leggere "The Golden Age of Murder" di Martin Edwards, in cui l'autore viene attentamente messo sotto il microscopio). Problematico, affetto da un fortissimo complesso di inferiorità nei confronti delle donne (probabilmente dovuto al fatto di essere sempre stato considerato, dalla madre autoritaria, più "tardo" rispetto al fratello Stephen e alla sorella Cynthia), inguaribile donnaiolo, misantropo e affettuoso di volta in volta, ma allo stesso tempo geniale innovatore della crime story britannica, Berkeley fu un individuo capace di spiazzare gli interlocutori con i suoi repentini cambi di umore e idee. Probabilmente fu la guerra a dare il colpo di grazia al suo fragile equilibrio mentale: ritornato dai campi di battaglia, la sua salute fisica e psichica si aggravò e mise in luce quanto il conflitto l'avesse indebolita, tanto quanto l'intelligenza e la creatività erano invece solide. Aveva trascorso un'infanzia segnata dall'infelicità, tra fratelli considerati molto più dotati di lui e genitori non propriamente affettuosi, e la somma dei suoi traumi finì per generare in lui un atteggiamento schizofrenico, che si abbatteva sul prossimo di continuo, soprattutto quando si trattava di esseri femminili, e che egli stesso tentò di esorcizzare attraverso la scrittura. Rinchiuso nelle sue proprietà di Monmouth House e The Platts (proprio ad esse si ispirò per inventare lo pseudonimo usato per firmare "Dov'è Cicely?"), trascorreva le proprie giornate a riflettere sulla propria esistenza travagliata e a riversare nei romanzi le frustrazioni, generando un'aura di mistero attorno a sé e alimentando la propria insoddisfazione. Si prendeva gioco della giustizia, considerandola fallace e inutile per dirimere le questioni vitali degli uomini; intrecciava relazioni e flirt illudendosi di aver trovato l'anima gemella e finendo sempre per rendersi conto di essersi sbagliato; si lamentava del Governo e degli addetti statali dopo un'infelice esperienza lavorativa in un ufficio governativo: riuscì a fare tutto questo mentre ideava misteri strabilianti, dando nuova linfa al giallo all'inglese, tratteggiando con tono cinico i personaggi e le loro debolezze e mettendo in ridicolo le convinzioni più radicate della sua epoca. "I giorni del vecchio enigma poliziesco, basato interamente sulla trama e senza connotazione dei personaggi e concessioni allo stile e allo humor, sono, se non contati, in ogni caso nelle mani del pubblico" sostenne nella prefazione di "Gioco Mortale", il suo secondo romanzo, aggiungendo che "il romanzo giallo si sta sviluppando in un genere narrativo con un interesse più accentuato sul crimine, che tiene avvinto il lettore facendo leva non tanto sugli elementi matematici quanto su quelli psicologici". Tale convinzione, pertanto, non poté che indurlo a compiere l'ennesima pazzia: per il gusto di cambiare le solite regole noiose, infatti, arrivò a rovesciare completamente i canoni del giallo all'inglese, inducendo gli assassini a diventare le vittime, gli assassinati crudeli aguzzini, giudici dall'aria paterna figure lugubri e molto altro. Tuttavia, il suo gusto per il mistero finì ancora una volta per toccare l'esagerazione, tanto da indurlo a non rivelare mai niente di sé senza sotterfugi: non concedette interviste né autografi gratuiti e si divertì a confondere anche gli amici fornendo opinioni che cozzavano spesso tra loro, godendo nel mantenere uno stretto riserbo sulla sua vita privata al punto che solo di recente alcuni fatti della sua vita sono venuti alla luce.

In ogni caso, l'utilizzo della narrativa del mistero come mezzo per andare incontro e mettere freno alle proprie manie non dovette andare del tutto a buon fine, visto che il suo atteggiamento non mutò in meglio; anzi, con il passare degli anni purtroppo peggiorò e la sua mente divenne sempre più instabile, tanto che Julian Symons raccontò di averlo incontrato in un paio di occasioni e, in entrambe, si verificarono strane circostanze: una volta, un chiodo arrugginito sbucò dal suo piatto di minestra (lo aveva lasciato cadere qualcuno per sbaglio o lo aveva infilato lì lui stesso?) e l'altra interruppe addirittura la conversazione, mettendosi una maschera sulla faccia, gonfiando una pallina di gomma e facendo profondi respiri. Ma, in fondo, Anthony Berkeley non era quel mostro che fin qui può esservi parso: era un compagno che, per quanto un po' inquietante, si dimostrò insolito e sorprendente. Brillante romanziere, capace di creare atmosfere ricche di sfumature misteriose e trame complesse, oltre ad innovare il romanzo giallo con le sue trame in anticipo sui tempi, riuscì a rivoluzionare anche la concezione del detective tradizionale con l'introduzione, in "Uno Sparo in Biblioteca", di Roger Sheringham, un individuo scontroso, maleducato, fallace e abbastanza sconveniente il quale, prima di arrivare alla soluzione, finisce per sospettare di quasi tutti. Berkeley era uno che avrebbe potuto vantare e strombazzare una personalità fuori dal comune, però decise di non farlo. Amava indossare i panni di personaggi curiosi, spesso misogini e burberi, come se fosse sempre sul palcoscenico; a volte litigava con foga con alcuni membri del Detection Club, che contribuì a fondare fin dai primi giorni (una volta mi sarebbe piaciuto assistere a un suo incontro con Dorothy L. Sayers), ma in molti affermarono con convinzione che sotto sotto amava incoraggiare i giovani scrittori e, cosa da non dimenticare, possedeva una percezione della realtà fuori dal comune. La stessa identità di Francis Iles, con cui firmò "L'Omicidio è un Affare Serio", "Il Sospetto" (da cui Hitchcock trasse un film che, per quanto ben fatto, non riesce a rendere l'idea della grandezza del libro da cui è stato tratto) e "As For the Woman" rimase un incognita che venne svelata solo dopo la sua morte; una maschera che amava portare più di ogni altra, poiché era nata dal ricordo di un vecchio antenato, un contrabbandiere che veniva considerato una pecora nera dalla famiglia. Proprio il tipo che lui avrebbe preso in simpatia fin da subito e al quale avrebbe accordato la disponibilità per combinare qualche astuto ed eclatante scherzo.

Anthony Berkeley Cox, nato nel 1893
e morto nel 1971
Tenuto conto di questa descrizione contrastante della personalità di Berkeley, non c'è alcun dubbio che essa sia riflettuta in pieno già a partire da questo suo primo romanzo. Come vi ho detto, infatti, "Dov'è Cicely?" presenta alcune idee abbozzate sulla concezione del romanzo del mistero, sui temi trattati e sulle figure dei protagonisti secondo la concezione dell'autore, le quali avrebbero poi costituito una sorta di marchio, insieme al seminare cenni biografici a personaggi e luoghi che ebbero un forte legame con la sua persona. Ad esempio, per i propri personaggi Berkeley prese ispirazione da persone con cui entrò in qualche modo in contatto: Cullompton, Kentisbeare e il ricco ma violento Julius Hammerstein ricordano individui che possono essere accostati a figure reali (primo tra tutti Hammerstein, il quale lavora come agente immobiliare allo stesso modo di Paul Dashwood, marito della famosa E.M. Delafield e "rivale" dello stesso Berkeley per la conquista del suo cuore). Anche per la figura di Stephen Munro può esistere un legame con un essere umano in carne ed ossa: egli, infatti, si chiama come il fratello dell'autore, sposato alla giovane Hilary della quale quest'ultimo si era invaghito; sebbene in fatto di caratteristiche fisiche e psicologiche sia più vicino allo stesso Berkeley, poiché è un giovane che si apprezza per la sua ironia un po' cinica, per il modo di fare schietto ma simpatico, per l'impossibilità di essere trovato davvero antipatico nonostante alcune uscite teatrali e per il temperamento irriverente. Tra i cenni biografici, inoltre, si può includere il riferimento allo sculacciare (uno dei cavalli di battaglia più curiosi dello scrittore, p. 136) e la scelta dello pseudonimo adottato per firmare il romanzo, visto che egli scelse i nomi delle sue due proprietà di campagna per comporlo.

Pure in fatto di temi ricorrenti nella narrativa di Berkeley ci possiamo sbizzarrire. Primo tra tutti, il voler mettere in ridicolo gli atteggiamenti dei personaggi: grazie al proprio tipico umorismo inglese, irriverente e cinico, l'autore si diverte a girare il coltello nelle debolezze degli attori sulla scena, portando alla luce segreti e nefandezze di tutto questo gruppo di individui ben poco simpatici, ognuno caratterizzato da doppiogiochismo oppure da interessi personali da portare avanti senza curarsi delle conseguenze sugli altri. Ma non solo; Berkeley fa anche in modo di portare Stephen (nobile decaduto a servitore) di nuovo alla pari con gli ospiti "ufficiali" di Wintringham Hall, dopo avergli permesso di seminare sconcerto tra il personale: in questo modo, sembra prendersi gioco dei valori del suo tempo e, restituendo la dignità a Munro, di quella giustizia secondo cui egli sarebbe dovuto essere licenziato ed allontanato dalla casa, e non reinserito nella società più elevata. A questo proposito, il sentimento critico si riflette pure nel ritratto che viene fatto della giustizia. Berkeley fu sempre ossessionato dal fatto che il sistema giuridico inglese non fosse all'altezza delle aspettative e, di conseguenza, riuscisse solo a condannare le vittime e a salvare i colpevoli; ebbene, anche in questo caso (soprattutto nella spiegazione finale e nella scoperta del colpevole) si nota come l'autore avesse già iniziato a sviluppare questo tema, benché non raggiungendo ancora i livelli di sconcerto generati in romanzi successivi come "L'Ultima Tappa". Inoltre, l'irriverenza tocca la seduta spiritica: Berkeley calca la mano sugli effetti misteriosi, generati nel corso del rituale, per prendere in giro chiunque creda a queste séance fasulle; non lo fa semplicemente per dare enfasi alle descrizioni e generare tensione e pathos, ma intende dipingere il tutto come qualcosa di scherzoso e bonario, un intrattenimento per trascorrere qualche ora oziosa e che non bisogna prendere sul serio (un po' come avrebbe fatto in seguito Christopher St. John Sprigg col suo "Sei Oggetti Misteriosi", anche se in quel caso egli avrebbe sollevato la questione politica dell'ingannare la gente ingenua e sulla pericolosità del plagiare e menti). In fin dei conti, la seduta spiritica resta uno stratagemma per mettere in mostra la vacuità della società e non diventa fonte di inquietudine; al contrario, sono gli atteggiamenti delle persone che si rivelano pericolosi e deleteri. Ultimo tra gli elementi che saranno sviluppati da Berkeley, ma non meno importante, è infine la fallacia dell'investigatore. Con la creazione di Roger Sheringham, l'autore ideò per primo la figura del detective che può permettersi di sbagliare nel giungere a una conclusione, e lo fece agire in questo modo in numerosi tra i suoi casi. Anche in "Dov'è Cicely?" ritroviamo questa formula in modo abbozzato, poiché Stephen cambia idea di capitolo in capitolo su chi sia il colpevole, e dobbiamo aspettare proprio la fine prima che decida a chi imputare le colpe.

È questo l'ennesimo segno del segreto divertimento di Berkeley nel tormentare giocosamente e prendere in giro il prossimo. Insomma, tutto ciò dimostra come "Dov'è Cicely?" non sia affatto un romanzo da buttare. Peccato solo che la storia tenda verso l'avventuroso, tanto che i capitoli dedicati alla truffa ai danni del padre di Pauline esulano un po' troppo dal mistero della scomparsa di Cicely, ed essa rechi al suo interno ancora stereotipi e cliché della narrativa di inizio Novecento per potersi dire un capolavoro. Ad esempio, alcune figure assomigliano a burattini che difettano di personalità (Bridger assume gli atteggiamenti di Betteredge, il maggiordomo di "La Pietra di Luna", oppure del famoso Jeeves di Wodehouse, del quale Berkeley sentiva forse ancora l'influsso, poiché aveva già scritto una parodia) oppure non riescono ad affrancarsi dai loro modelli, come l'anziana lady Susan, l'ambiguo maggiordomo Martin, la debole signorina Carey e lo stupido aristocratico Kentisbeare. Il trucco del passaggio segreto, esplorato a notte fonda, rimanda di nuovo alla tradizione del romanzo vittoriano, assieme alla figura dell'individuo sospettato perché è stato in prigione. La storia d'amore tra Stephen e Paula è un po' stucchevole, sebbene numerosi guizzi ironici la alleggeriscano e si notino alcuni elementi di maggiore libertà negli usi e costumi. Il problema maggiore, tuttavia, è posto dalla quantità ingente di sfaccettature che vengono date all'enigma: furto, sequestro, ricatto, truffa sono mescolati tutti assieme (forse) per ampliare la platea di lettori, ma soprattutto per confondere le acque, al punto che forse risultano troppi da sviluppare al meglio; con il risultato che, sebbene il mistero sia senza dubbio intrigante, la trama risulti tirata troppo per le lunghe e la soluzione della sparizione di Cicely diventi un po' ingenua e superficiale. Per non parlare del finale tirato e un po' banale alla "e vissero sempre felici e contenti". Tutto questo, insomma, influisce sulla resa finale e ci consegna un romanzo giallo ancora fuori fuoco, rispetto a quelli che Berkeley avrebbe creato in seguito, il quale tuttavia può contare su uno stile elegante e leggero, tipico dei gialli "alla Agatha Christie" che si leggono per il gusto di passare qualche ora a rilassarsi o come storie di evasione. Sapete che (probabilmente) proprio Agatha rientrò tra i pochi lettori che riuscirono a fornire una soluzione soddisfacente al mistero di "Dov'è Cicely?", quando il Daily Mirror istituì un concorso sulla versione a puntate del 1926? Tra i vincitori, infatti, spuntò un certo Archibald Christie. Se proprio volete trovare un motivo forte per leggere questa classicissima crime story, potete immaginare di vestire i suoi panni per qualche ora. Oppure tenere a mente che, in ogni caso, questo romanzo è eccezionale non solo per la sua rarità su scala mondiale, ma anche per l'importanza del suo autore all'interno del genere.

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