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venerdì 24 gennaio 2020

22 - "Come in uno Specchio"/"Lo Specchio del Male" ("Through a Glass, Darkly", 1950) di Helen McCloy

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Quando uno passa tanti anni a leggere romanzi appartenenti a un dato genere narrativo, è inevitabile che poco a poco inizi a smussare i propri gusti letterari. Io, ad esempio, tra le varie tipologie di crime novels, mi sono accorto di preferire quelle scritte da autori inglesi, tranquille e ambientate in cornici tradizionali, come i villaggi o le case signorili e gli alberghi. Se il periodo in cui si svolge la vicenda, poi, è quello natalizio, allora raggiungiamo la perfezione. Gli esuberanti scrittori americani sullo stile di Raymond Chandler, di conseguenza, non mi hanno mai convinto, con le loro prosaiche storie di criminalità organizzata, piene di sparatorie, risse e violenza. La cosiddetta "scuola americana" o hard-boiled, infatti, è un po' troppo estrema perché io possa apprezzarla al meglio, e solo ogni tanto mi azzardo a deviare dal seminato con opere "miste", ottenendo risultati altalenanti. Tuttavia, con il giudizio qui sopra non voglio dire di avere qualcosa contro le trame urbane; anzi, ho molto apprezzato "C'è un Cadavere dall'Avvocato" di Michael Gilbert e "Laura" di Vera Caspary. Non sono nemmeno così intransigente da escludere dal mio bacino di lettura qualunque autore statunitense, solamente perché la maggior parte di loro ha preferito dare vita a libri meno cervellotici e più immediati dal punto di vista delle emozioni forti: solo, preferisco che non si esageri nel rendere la vicenda troppo pragmatica. La crime fiction, ai miei occhi, deve possedere le qualità di un mondo astratto, pur mantenendo una certa realtà di sfondo. E un mondo del genere, anche se sacrificarono in parte il rispetto della sfida col lettore, riuscirono a crearlo le grandi Regine della Suspense: a parte alcune eccezioni (S.S. Van Dine, Ellery Queen, Rufus King e Charles Daly King), ritengo che siano state loro a raccogliere con maggiore intraprendenza il modello già affermato in Inghilterra e ad adattarlo alla società d'oltreoceano. Scrittrici come Mignon G. Eberhart o Mary Roberts Rinehart diedero il via a lunghe serie di gialli, in cui il fattore principale era costituito dalla grande atmosfera di suspense e terrore che minacciava i personaggi, e con queste loro epopee delle women in jeopardy, ovvero le “donne in pericolo”, gettarono le basi per il thriller moderno.

Da questo romanzo vittoriano in salsa americana, infatti, ben presto se ne venne a sviluppare un tipo ancora diverso, legato sì alla realtà ma allo stesso tempo influenzato dallo scandagliare della psicologia dell’individuo, dove contavano di più lo straniamento e le sensazioni suscitate nel lettore rispetto all'azione. Il tema della guerra assunse un’importanza primaria, viste le conseguenze che i soldati americani soffrirono a partire dagli anni ‘40, e le ossessioni nascoste o represse costituirono un terreno fertile su cui piantare i semi su cui sviluppare le trame di numerosi autori ed autrici. Un esempio può essere "Morte al Telefono" di Elizabeth Daly, in cui l'atmosfera della casa dei Fenway e la tensione psicologica che emerge dall'incertezza diffusa sono influenzate dal conflitto militare e sono più preponderanti degli indizi materiali su cui può basarsi la soluzione del caso. Oppure i romanzi di Margaret Millar e quelli dello stesso John Dickson Carr, il quale ha portato con sé dall'America una certa dose di questa modernità, quando decise di trasferirsi nel Vecchio Continente per scrivere gialli sullo stile britannico; basta pensare alle sue atmosfere notturne e un po’ rarefatte, dove i personaggi sembrano smarrire la ragione e andare incontro a un incubo ad occhi aperti, oppure alla grande importanza che viene data alle azioni spesso stranianti degli uomini e delle donne che agiscono lungo le sue trame, ben fornite di indizi ma pur sempre suggestive. In ogni caso, questa nuova attenzione conferita alla psicologia clinica trovò terreno fertile in America, e non poté che portare alla creazione del primo investigatore psichiatra della storia del giallo: chi meglio di lui avrebbe saputo affrontare le difficoltà presentate dagli svariati casi medici (e criminali)? L'idea fu sviluppata e messa in pratica da Helen McCloy, la quale fece del dottor Basil Willing il suo personaggio per eccellenza e finì per usarlo in tredici romanzi, oltre ad alcuni racconti. Oggi intendo recensire quello che viene considerato come il suo capolavoro, insieme a "La Stanza del Silenzio": ovvero, "Come in uno Specchio" (Polillo Editore, 2006/"Lo Specchio del Male", Classici del Giallo Mondadori, 1998): una storia dove i fantasmi sembrano prendere vita e l'incertezza non abbandona mai il lettore, spingendolo a chiedersi se i fatti narrati siano fittizi oppure reali.

How They Met Themselves - Dante Gabriel Rossetti
(una delle rappresentazioni pittoriche del fenomeno del
doppelganger)
Le trame di questi "gialli psichiatrici" sono, neanche a dirlo, tanto particolari quanto i volumi che le ospitano. In questo caso, la vicenda si snoda a partire dal licenziamento di Faustina Crayle, giovane insegnante di educazione artistica in carica presso la Brereton School di New York. I motivi che la direttrice dell'istituto, Mrs. Lightfoot, adduce per giustificare la sua improvvisa decisione sono più che mai vaghi ed indefiniti, e l'insolita remissività di Faustina al proprio destino insospettiscono Gisela von Hohenems, professoressa di tedesco e amica della ragazza, nonché il lettore, i quali iniziano a domandarsi se non esistano ragioni ignote e molto più gravi di quanto si pensi, dietro il drastico provvedimento preso nei confronti di Faustina; tanto più che, oltre al fatto di sentirsi sempre fuori posto ed avere la sgradevole sensazione di possedere un carattere troppo arrendevole e timido, la ragazza ha confidato all'amica di avere l'impressione che tutte quante nella scuola (dalle domestiche alle altre insegnanti e alle alunne) siano impaurite dalla sua presenza e si ostinino a parlarle alle spalle. Eppure Faustina è convinta di non aver fatto consapevolmente niente di male, e Gisela si dichiara d'accordo a questo proposito. Tuttavia è un fatto assodato che Alice Aitchison, un'altra delle docenti della Brereton, nutra un ingiustificato godimento nel mettere a disagio la giovane collega, come pure una delle cameriere; e quando il pomeriggio seguente il licenziamento di Faustina si verifica uno strano episodio nel parco adiacente all'istituto, la signorina von Hohenems e il lettore iniziano a sospettare che siano in atto forze al di fuori della legge naturale e ad domandarsi se Alice non sia nel giusto a diffidare della parola della sfortunata collega.

A quanto pare, infatti, Faustina è stata vista da alcuni testimoni in due posti diversi nello stesso momento: mentre stava dipingendo in riva al lago, e all'interno della Brereton, intenta a guardare davanti a sé con espressione smarrita e seduta su di una poltrona; e non sarebbe la prima volta che si verifica un fenomeno del genere, spiegando così il licenziamento da parte della signora Lightfoot. In questo caso, inoltre, le involontarie spettatrici sono due alunne della scuola, oltre alla stessa Gisela, le quali non avrebbero alcun motivo per mentire; quindi, sembrerebbe che non ci siano dubbi sulla veridicità delle loro parole. Eppure ciò non spiega come si sia potuto verificare un evento all'apparenza impossibile. Impaurita dalla piega che gli eventi rischiano di prendere all'interno della vita della sua amica, Gisela interpella il suo fidanzato, Basil Willing, uno psichiatra che è appena tornato dal servizio militare in Giappone, affinché possa fare luce sul mistero, grazie alle sue conoscenze in materia psichiatrica e alla passione per i problemi irrisolti e insoliti. Il quesito stimola la curiosità di Willing, il quale si affretta ad interrogare i testimoni e le persone che hanno avuto qualcosa a che fare con Faustina, e ben presto emerge la possibilità che la figura vista dalle alunne e dal resto del personale, docente e domestico, non sia altro che un doppelganger, ovvero un doppio della nostra personalità, foriero di morte, che viene proiettato dai nostri impulsi e che potrebbe aver assunto vita propria. Faustina ha forse sviluppato questa facoltà e, in momenti in cui la sua capacità di dominarsi viene meno, riesce a creare un doppio in grado di muoversi da solo? Può manifestarsi sul serio un fenomeno del genere? Per tentare di risolvere l'enigma, la vita di Faustina e i precedenti episodi di sdoppiamento vengono attentamente presi in esame; tuttavia la soluzione appare lontana e impossibile da provare in tribunale. I genitori e i tutori delle ragazze sono preoccupati dalla situazione e dalla piega che gli eventi hanno assunto, e lo stesso Basil teme che dietro la mano del Maligno si celi quella ben più materiale di un essere umano, intenzionato a far del male alla povera Faustina; e quando Alice Aitchison muore in circostanze misteriose, accanto a una figura simile a quella di Faustina, mentre quest'ultima si trovava al telefono con Gisela, egli capisce che il tempo a sua disposizione sta finendo e deve sbrigarsi a sciogliere l'enigma.

Copertina dell'edizione pubblicata
nei Classici del Giallo Mondadori
n. 829
Per quanto mi riguarda, i romanzi di Helen McCloy appartengono a un piccolo gruppo di opere che, attente ai luoghi emotivi del lettore e alla trattazione del Mistero con la "m" maiuscola come carattere fondamentale dello svolgimento della vicenda, sfruttano la realtà del loro tempo per addentrarsi nel campo dell'irrazionale che si fa razionale e per descrivere i disturbi della società, insieme all'inadeguatezza dell'individuo. Libri quali "Memoria di Tenebra/L'Enigma dei Tre Omini" di John Franklin Bardin, "Laura" di Vera Caspary o "La Rossa Mano Destra" (oggetto quest'ultimo di numerosi saggi e di interpretazioni che continuano ancora ai giorni nostri) si concentrano, infatti, sulle paranoie inconsce e sulle ossessioni degli uomini e delle donne, che sembrano assumere connotazioni tangibili, e si interrogano sul significato di bene e male e sulle varie declinazioni che tali definizioni possono assumere, dando vita a storie tormentate e nebulose, in cui niente è come appare e i fatti si possono rovesciare quando meno te lo aspetti. Simile ai suoi compagni, dunque, "Come in uno Specchio" è un libro complesso, stratificato su diversi piani di lettura che vanno dal semplice romanzo del mistero al saggio sulla paranoia della psiche umana, ed è zeppo di riferimenti al mito antico e alla realtà del momento in cui fu scritto. Tra le righe, si percepisce con chiarezza la situazione in cui versava il mondo (e il romanzo giallo) in seguito alla fine del secondo conflitto mondiale, influenzato dalla diffidenza verso il forestiero, dal sospetto quotidiano nei confronti dei rifugiati e dalla sgradevole attenzione posta su tutto ciò che appariva "strano" e poteva generare scalpore (pp. 18-19, 50, 53-54, 57, 59-60, 100). Immaginate come doveva essere la faccenda: le ripercussioni della crisi del 1929, che un ventennio prima aveva sferrato un duro colpo alla società statunitense, non avevano ancora smesso di influenzare la vita degli americani e continuavano a mettere in dubbio il loro futuro, mentre nulla pareva riuscire a porre riparo alle conseguenze dell'ultimo scontro tra le grandi nazioni del mondo. Le notizie sui soldati che tornavano dal fronte non erano buone, poiché la maggior parte di essi era adesso afflitta da PPT (Psicosi Post-Traumatica), e l'esistenza dei cittadini non era semplificata dalla disoccupazione galoppante e dalle povere condizioni di vita.

In questo frangente, era naturale che l'angoscia, presente fin dagli anni '30, diventasse sempre più insopportabile e si diffondesse come un virus nell'aria, come un gas che si respirava ogni giorno e con cui bisognava fare i conti. Essa logorò costantemente i rapporti sociali, attraverso sintomi fisici e psichici, ed avvelenò gli equilibri tra le classi sociali, finché i timori di ognuno crebbero a tal punto da trasformarsi in ossessioni vere e proprie. Tutti si rivolgevano disperatamente a un passato che non poteva più tornare, pensavano per sé, costantemente alla ricerca di pace e stabilità, incuranti del danno che potevano arrecare agli altri ed attenti affinché nessuno sconvolgesse i fragili piani che si era andati costruendo; e ben presto questo atteggiamento spinse le menti spaventate delle persone ad iniziare una moderna “caccia alle streghe” e a partorire terribili ed inquietanti spettri, che infestavano le conversazioni e spesso prendevano forma di scandali o velate minacce, le quali molto spesso venivano ingigantite fino a premere sulle coscienze e alimentare pericolosi impulsi (soprattutto pp. 121-140, 161-166, 164-166, 176-185). Da queste chimere dettate dall'inefficacia individuale, pertanto, gli scrittori di gialli della fine degli anni '40, proprio come McCloy, trassero ispirazione per plasmare la materia dei loro libri, trasferendoli nei loro personaggi fittizi e dando ampia voce al diffuso malcontento, il quale divenne la componente principale della crime novel psicologica americana.

Anche in "Come in uno Specchio" si possono ritrovare questi caratteri: la tensione generata dal pettegolezzo e dalla maldicenza, che perseguita Faustina alla Brereton e alla Maidstone, assomiglia a un fantasma che appare e scompare, ombra spaventosa che si affaccia sulla soglia dei discorsi quando uno meno se lo aspetta, sempre presente seppure invisibile; i continui riferimenti della signora Lightfoot alla reputazione della sua scuola, invece, rimandano a quella difesa psicologica contro lo scalpore, che predicava di fare il possibile per non attirare l'attenzione dell'opinione pubblica; lo "strano" e l'ignoto non sono ben accetti nella società del tempo, quindi si devono scoraggiare tutti i fenomeni che rientrano in questo campo, anche se ciò dovesse arrecare danno a qualcuno (guarda caso, sempre Faustino, additata come una sorta di strega). Inoltre, è interessante cogliere anche il carattere con cui vengono dipinti i personaggi: ognuno di loro soffre ferite segrete, delusioni interiori che faticano a rimarginarsi e traumi pregressi (pp. 61-67, 76-79, 104-108, 148-153); soprattutto Faustina, remissiva, debole, totalmente incapace di far fronte alla situazione in cui si viene a trovare. Tutti si sono convinti che lei sia colpevole di qualche curioso atteggiamento o fenomeno e si schierano a contrastare questa sua anormalità, mentre lei non reagisce perché non ne è capace, non ne ha la forza; certo, questo comportamento può essere imputato a una natura timida e chiusa, eppure a me ha fatto venire in mente quei poveretti a cui è stato tolto tutto, gli sconfitti di cui erano piene le città statunitensi, nel periodo in cui questo romanzo è stato pubblicato. La debolezza e l'esaurimento di Faustina riflettono gli innumerevoli conflitti caratteriali tra i protagonisti (es. pp. 10-14), e di fronte alla prepotenza di Alice, sintomo dell'intolleranza che chiunque provava di fronte alla fragilità e del debole che soccombe al forte, essi assomigliano a un grido di aiuto per uscire dalla difficoltà. Tuttavia, quando Basil Willing si offre di aiutare Faustina a scoprire cosa le stia succedendo, la giovane è talmente influenzata dalla suggestione e dalle forze che le ruotano attorno da non avere nemmeno il coraggio di accettare: tutto ciò appare come un punto di non ritorno, dove non si può fare altro che arrendersi al proprio destino e la giustizia non riesce più a riequilibrare le sorti (e la carenza di fiducia) dell'uomo.

Helen Worrell Clarkson McCloy, nata
nel 1904 e morta nel 1994
Oltre che per la dura e precisa rappresentazione del mondo reale e dei suoi disturbi di inadeguatezza, "Come in uno Specchio" è un romanzo notevole anche per la trattazione di una lunga serie di altri argomenti. La complessità delle materie trattate fanno capire come Helen Worrell Clarkson McCloy (era questo il nome intero dell'autrice, nata a New York nel 1904) fosse una persona istruita ed acculturata: i continui riferimenti all'antica Grecia e al mito dell'antichità (pp. 17, 34-38, 49, 53, 104-106, 111); i discorsi sullo scorrere del tempo, che secondo alcune ipotesi si potrebbe alterare; le numerose discussioni tra Gisela e Basil riguardo musica (il Valzer della Scarpina di Vetro, p. 54), letteratura (Goethe, pp. 23-24, 45) ed arte; tutto ciò viene appena accennato, ma è indice di una vasta conoscenza, sviluppata durante gli studi in Europa e proseguiti in America. Inoltre, cosa non da poco, è molto approfondita l'analisi psicologica tout court dell'individuo (essendo il suo investigatore il primo segugio-psichiatra della storia, non ci aspetteremmo niente di meno): la teoria del doppelganger tedesco e dell'eidolon greco, ovvero dell'Altro (pp. 78, 123), secondo cui in punto di morte l'individuo riuscirebbe a vedere di sfuggita una copia tridimensionale del proprio essere, viene ampiamente discussa in più di un'occasione, con riferimenti a personaggi e casi reali (come lo psicologo William James e il fisiologo Charles Richet a p. 128, oppure gli episodi di Emilie Segée e "Il racconto di Tod Lapraik" alle pp. 161-163 e 122), così che il lettore possa comprendere fino in fondo le possibili implicazioni dell'indagine; la filosofia e la religione sono trattate nel dettaglio, anche in relazione a culti indigeni; l'attività del subconscio dell'essere umano, della corruzione della sua personalità e degli sforzi della memoria cosciente per mettere a freno gli impulsi e l'istinto la fanno da padrone per tutta la lunghezza della storia; come pure la suggestione, il sonnambulismo, le manie e le ossessioni, mescolate in un sapiente calderone e impostate per instaurare un clima di tensione sempre crescente, che impedisce di annoiarsi e spinge a continuare la lettura.

Il mondo legale, poi, occupa un posto di primo piano tra gli argomenti trattati e assume dei connotati poco lusinghieri; l'avvocato Watkins, per quanto sia un vecchietto dall'aria sorniona, non è di grande aiuto allo scioglimento del mistero che avvolge Faustina, ma si limita a indicare una via possibile e non viene in soccorso in modo adeguato alla sua protetta. Inoltre, il concetto di giustizia che viene espresso nel finale, nel memorabile scontro-incontro tra investigatore e (presunto) colpevole del cap. 16, non permette che vengano dissipati tutti i dubbi e restano, quindi, alcuni importanti interrogativi legati ad essa, come se ormai non fosse più l'organo adatto a presiedere sul comportamento degli uomini. E se la voce della coscienza viene, in questo modo, messa a tacere come in "La Corte delle Streghe" di John Dickson Carr, una delle ispirazioni per l'autrice (egli fu un suo amico, insieme alla moglie, tanto che "Alias Basil Willing" fu dedicato proprio a loro), anche riguardo al mistero in sé ci sono alcune analogie tra questi due capolavori di crime fiction; prima tra tutte, la scelta del delitto impossibile tra i numerosi tipi di assassinio. Helen McCloy, infatti, ha affrontato questo tema in numerosi romanzi e il soprannaturale, accompagnato da uno spiccato senso per la suspense, ha sempre avuto una parte di primo piano nella trattazione delle trame insieme all'analisi psicologica. Essi possono essere considerati come dei piacevoli ibridi, che mescolano intelligentemente gli elementi del giallo all'inglese con quelli tipici del romanzo psicologico americano: una caratteristica, questa, che li ha resi graditi agli estimatori di entrambi i sottogeneri, e che ha contribuito ad affermare la sua autrice come la più grande scrittrice americana di gialli. Sposata con Davis Dresser, l'autore noto con lo pseudonimo di Brett Halliday e creatore del detective privato Mike Shayne, la McCloy fu, tra le altre cose, direttrice del New York Evening Sun per diciotto anni e il primo presidente donna dell'associazione dei Mystery Writers of America, prima di spegnersi a Boston, nel 1994. Per quel momento aveva contribuito al genere con una trentina di meravigliosi gialli: numerosi furono gli stand-alones come "Panico", ma sono ricordati soprattutto i tredici romanzi con protagonista Basil Willing, tra cui "La Stanza del Silenzio", "Omicidio a Scena Aperta" e "Come in uno Specchio".

In quest'ultimo in particolare, la narrazione è caratterizzata da uno stile brillante e colto, il quale si presta a delineare personaggi a tutto tondo e approfonditi dal punto di vista psicologico; da un'atmosfera misteriosa e autunnale, che riflette gli stati d'animo dei suoi attori pur riuscendo a non essere eccessivamente dettagliata (es. pp. 29-35, 39-41, 141-143, 186-188, 205-207, 219-222); da un enigma all'apparenza soprannaturale, pieno di interrogativi angoscianti che si accumulano sempre più, il quale si riesce a risolvere in modo chiaro e onesto come in ogni buon giallo che si rispetti, anche se conserva un marchio demoniaco e ambiguo che non dissolve del tutto l’incubo. La tensione è sottile e sempre presente, la paura e l'inquietudine artigliano il lettore dall'inizio alla fine, e spesso siamo indotti a riflettere sulla giustizia e l'assurdità delle cose che ci capitano, mentre l'indagine pratica e il fantastico si miscelano davanti ai nostri occhi. Il Male emerge in tutta la sua fascinosa crudeltà, in questo libro dove conta di più il benessere personale ed egoistico, rispetto alla giustizia: si tratta di un ritratto realista di cosa eravamo diventati già nel 1950? Ci auguriamo di no. Eppure il dubbio resta. Inquietante, conturbante, reale.

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venerdì 13 settembre 2019

8 - "L'Insospettabile" ("The Unsuspected", 1946) di Charlotte Armstrong

Copertina dell'edizione pubblicata
nei Classici del Giallo Mondadori
n. 1391
Come ho osservato nella recensione di "Svanita nel Nulla" di Ethel Lina White, fin dai primi decenni del Novecento il sottogenere letterario delle women in jeopardy ha annoverato numerose discepole femminili tra gli ammiratori della sua formula, e ha riscontrato un largo consenso soprattutto in America. Proprio in questo Paese, infatti, esso era nato dai romanzi gialli di Mary Roberts Rinehart, con le sue infaticabili zitelle o fanciulle innamorate che rivivono i pericoli in cui sono incorse attraverso la filosofica frase "Se Solo Avessi Saputo...!", e nel corso degli anni ha saputo giungere a una piena evoluzione grazie all'opera di una nuova leva di autrici più o meno abili e originali, le quali, seguendo la strada tracciata dalle pioniere della suspense come Rinehart e la sua illustre collega Anna Katharine Green, hanno mantenuto con rispettosa deferenza i tratti fondamentali che le loro ispiratrici avevano stabilito, ma allo stesso tempo hanno impresso un marchio personale ai propri thriller, esaltando l'uno o l'altro di quegli stessi topos a seconda del proprio estro creativo e necessarie esigenze e iniettando linfa fresca alla crime story americana. Attraverso tale processo di innovazione, infatti, scrittrici come Mignon G. Eberhart, Helen Reilly e Dorothy Cameron Disney hanno operato grandi cambiamenti e prodotto molteplici risultati nel giallo delle "donne in pericolo", in modo tale che esso si è pian piano sviluppato dal circoscritto ambiente delle infermiere-segugio e degli aristocratici fino a comprendere un campo d'azione più vasto, spesso medio-borghese, popolato da personaggi meno artificiosi che vivono situazioni inattese e affascinanti, pur in qualche modo simili tra loro, e ha potuto conoscere un periodo di grande splendore; almeno finché la società non ha iniziato a cambiare punto di vista e l'attenzione si è spostata sul racconto della realtà di ogni giorno, con toni decisamente meno romantici.

In ogni caso, prima che ciò si verificasse inevitabilmente con il mutare dei tempi, queste donne risolute e talentuose riuscirono ad imporsi all'attenzione del pubblico e a radunare attorno a loro un largo numero di appassionati (tra i quali posso essere contato anch'io). E se la celebrità ha arriso più ad Eberhart e Reilly e ai loro detectives, senza dubbio una certa fama come autrice di suspense psicologici è riuscita ad ottenerla pure Charlotte Armstrong, della quale oggi recensisco "L'Insospettabile" (Classici del Giallo Mondadori n. 1391, 2016). Ripubblicato l'anno scorso in lingua originale dai tipi di Penzler Publishers, questo romanzo presenta i principali elementi del giallo delle women in jeopardy, tra cui la presenza della fanciulla in pericolo, dell'eroe che la salva, del "cattivo" subdolo e astuto che vuole dividerli e un'ambientazione familiare simile a un nido di serpi. A tutto ciò, tuttavia, Armstrong aggiunse uno studio mirato del tema della menzogna, delle sue manifestazioni e di come essa possa apparire verosimile quando inscenata da talentuosi artisti della finzione, e concentrò ancora una volta la propria attenzione sull'indagine dei sentimenti dei suoi protagonisti dal punto di vista psicologico ed emozionale, legandola agli enigmi puri del giallo americano, come aveva già sperimentato con la serie di MacDougal Duff. In questo modo, riuscì a tratteggiare i personaggi in maniera più veritiera del solito e, agli occhi del lettore, diede loro maggior spessore di carattere, infondendo un'impronta originale alla storia e, a lungo andare, al genere stesso di cui ho sopra discusso.

Scena tratta dal film "The Unsuspected", tratto dall'omonimo
romanzo
Tutto inizia con l'incontro in un ristorante di due persone, una signorina chiamata Jane e un giovanotto di nome Francis i quali, come si scoprirà, nonostante abbiano quasi la stessa età, sono zia e nipote. Sembrano una coppia come tutte le altre: lui è appena tornato dall'esercito, stanco e abbattuto dagli orrori della guerra; lei è una moglie affettuosa e premurosa. Eppure, fin da subito scopriamo che, dietro gli affettuosi saluti che si scambiano tra loro, si cela l'ombra di un pesante lutto: Rosaleen Wright, fidanzata di Francis e intima amica di Jane, si è da poco impiccata nello studio del suo principale, il famoso regista teatrale Luther Grandison. Ha lasciato un biglietto, come accade di solito, e le apparenze del caso, insieme alle testimonianze degli abitanti della casa, raccontano una storia che, per quanto triste, ha soddisfatto la polizia e i giudici. Anche Francis ha ormai affrontato la realtà: si è costretto a mettere il cuore in pace, e ha accettato di incontrare di nuovo la zia soltanto per capire il motivo del gesto estremo di Rosaleen. Tuttavia, Jane non ha risposte da dargli; anche lei non riesce a comprendere cosa abbia spinto la sua amica a togliersi la vita. Tutto quanto è assurdo, inspiegabile: la nota d'addio non sembra nemmeno scritta da lei, tanto lo stile è pretenzioso e ridondante, e i sottintesi nell'ultima lettera che la poveretta le ha scritto lasciano intendere che avesse dei progetti per il suo futuro con Francis. In compenso, però, Jane ha avuto l'opportunità di vedere di persona il grandioso Luther Grandison, quando si è recata con una cugina a Dedham per prendere in carico le spoglie di Rosaleen, e non si può proprio dire che quello le abbia fatto una buona impressione.

Certo; tutti conoscono l'uomo che ha messo in scena I morti non parlano, con Lilian Jellico, e il suo aspetto è apparso come quello che ci si sarebbe aspettati; però qualcosa non tornava nella sua aria tragica, da commediante, che sembrava studiata a tavolino per fare scena, tanto da indurre la ragazza a fingere di non essersi potuta recare fin laggiù e chiedere per sé, sotto falso nome, il posto lasciato vacante dalla sua amica. Francis, spazientito, non riesce a capire dove voglia andare a parare sua zia e teme di star perdendo il proprio tempo; finché Jane non cattura la sua attenzione accennando al sospetto che Rosaleen sia stata deliberatamente uccisa da Grandison. Il giovanotto è del tutto spiazzato da questa ipotesi: come avrebbe fatto un vecchio come quello a compiere un delitto del genere? Quale può essere il movente, e che prove ci sono a sostegno di questa tesi? In effetti, osserva Jane, gli elementi per incriminarlo scarseggiano; eppure, nella sua ultima lettera, Rosaleen ha accennato a un comportamento sospetto nel celebre drammaturgo, legato all'amministrazione del patrimonio di Mathilda (una delle sue protette, annegata di recente). Se avesse temuto di essere scoperto, Grandison non avrebbe esitato a servirsi del suo talento per la menzogna, acquistato grazie allo stretto rapporto col mondo delle maschere teatrali, al fine di convincere una giovane come lei a compiere certi gesti, prima di finirla. Inoltre, lui è un appassionato di delitti, e vanta di conoscere un individuo che può essere annoverato tra gli Insospettabili, ovvero coloro i quali hanno compiuto un crimine terribile e sono riusciti a scampare alla punizione. Che stesse parlando di sé? Pian piano, Francis si fa convincere dagli argomenti di Jane e, insieme a lei, decide di ideare un piano per smascherare Luther Grandison: la ragazza lo sosterrà in incognito grazie alla posizione privilegiata di segretaria del celebre drammaturgo, mentre lui fingerà di essere il marito vedovo di Mathilda e si impegnerà a raccogliere qualche prova concreta dell'assassinio di Rosaleen. Tuttavia, l'inaspettato ritorno di Mathilda nella casa di Grandison complicherà i loro progetti e le relazioni tra i personaggi; e quando sembrerà che le cose stiano finalmente volgendo al meglio, qualcun altro morirà e la situazione degenererà, in un crescendo di tensione che avrà il suo culmine in una scena di forte impatto alla discarica del distretto.

Copertina dell'edizione pubblicata da
Penzler Publishers
Con la pubblicazione di "L'Insospettabile" nel 1946, Charlotte Armstrong riuscì a far decollare sul serio la sua carriera di giallista, iniziata con la serie di MacDougal Duff. Probabilmente, la causa del considerevole successo di questo romanzo è da attribuirsi al fatto che esso presenta una sorta di struttura divisa in due parti, in cui la prima, più lenta, vede l'introduzione del "suicidio" di Rosaleen e la presentazione dei personaggi, con una graduale descrizione delle loro personalità e una maggiore concentrazione su ciò che pensano; mentre la seconda racconta in modo più frenetico e con grande enfasi le fasi del "risveglio" di Mathilda dal senso di torpore, in cui è caduta dalla rottura del suo fidanzamento con Oliver, e la sua ricerca della verità attraverso azioni pragmatiche e tutt'altro che passive. In quegli anni, infatti, lo schema del giallo di suspense prevedeva che la tensione fosse presente fin dall'inizio, impostata attraverso le atmosfere notturne o il racconto di minacciosi individui che si aggiravano nella notte; qui, invece, non viene subito percepita l'accentuata sensazione di essere precipitati in una storia in cui è in atto un'oscura macchinazione, ai danni della fanciulla di turno, ma si prova l'impressione di essere sospesi in un limbo inquieto, dentro la testa dei personaggi, e di leggere le loro sensazioni come se si trattasse di libri aperti. Si tratta di un espediente che era già stato usato dalle pioniere della crime story delle women in jeopardy per tratteggiare le figure delle loro protagoniste, ma che non era stato ancora esteso a tutti gli altri attori del dramma e messo in pratica con tale attenzione; Armstrong, invece, capì la forza del raccontare le vicende attraverso più punti di vista "interni" e sfruttò questo elemento per generare suspense in modo differente dal solito. Decise di soffermarsi in profondità sulle reazioni emozionali degli uomini e delle donne che inventava e muoveva a bacchetta, sforzandosi di far loro esprimere pensieri attinenti al modello reale cui si riferivano e rinunciando allo schema tradizionale per mettere in atto qualcosa di nuovo: concentrarsi sui legami, gli istinti e tutto ciò che i personaggi sentivano e provavano, quasi come se fossero quelli i "veri" enigmi che bisognava risolvere per capire come e perché un crimine fosse successo.

Fu un'intuizione significativa che, in sintesi, le permise di sviluppare una narrazione in cui l'indagine psicologica era sì presente fin dall'inizio, come avveniva negli altri gialli appartenenti a questo genere, ma in un primo momento essa si stemperava per farci meglio comprendere le cause che muovevano i protagonisti, in modo tale da trasformare il caso che seguiva in una diretta conseguenza dei moventi nascosti nella psiche; e tutto ciò senza rinunciare a generare tensione. Così, come Dorothy Cameron Disney e Helen Reilly fecero rispettivamente con stile e ambientazione, anche Armstrong innalzò un elemento del giallo (i soggetti) al di sopra degli altri: giocò con le percezioni e gli stati d'animo; dapprima dando spazio anche agli indizi fisici, come in "Un Cadavere al Giorno", in seguito concentrandosi sulla pura suspense. A partire da "L'Insospettabile", infatti, si percepisce un'evoluzione del mystery legato al ragionamento deduttivo-psicologico "alla Philo Vance" della serie di MacDougal Duff, dove le prove trovano significato solamente se accostate al comportamento dei personaggi, in un tipo meno pragmatico (se così si può definire) in cui conta l'esame dell'anima umana; un po' come se il famoso "sesto senso" avesse finalmente trovato una collocazione e un ruolo adeguato per poter influire sulla cattura di un criminale. L'attenzione per i sentimenti non tocca soltanto i personaggi, ma si riflette sullo stile, tanto nebuloso da apparire quasi confusionario, sulle ambientazioni, viste quali amplificatori di sensazioni, circondate da un alone di mistero simile a una nebbia dorata e immerse in un senso di pericolo incombente che rispecchia l'odio represso, e nello sviluppo dell'enigma e del tema principale sul quale ruota l'intero romanzo: la menzogna. Analizzata a fondo, con le sue molteplici sfaccettature, gli inganni sottili, le maschere sovrapposte, essa è il catalizzatore che scatena le tempeste, un mezzo che permette di influenzare ciò che le persone pensano, tanto da convincerle e manovrarle, e viene personificata nella figura più affascinante e angosciante di tutte; ovvero, quella di Luther Grandison. Appassionato di delitti celebri (come spesso avviene nei gialli classici), drammaturgo, egli può vantare trascorsi teatrali utili alla sua natura distorta, oltre a una reputazione rispettabile, che lo proteggono dai sospetti e gli sono d'aiuto per manovrare gli altri. Grazie alla sua arte affabulatoria, riesce a capovolgere le accuse che gli vengono rivolte come se per lui fosse naturale quanto respirare; può usare la manipolazione delle emozioni di quanti gli stanno attorno per scatenare crisi oppure per sollevare difese a proprio vantaggio; può dire qualunque cosa, anche improbabile, e sarà creduto più di un estraneo come Francis; può esagerare con le sue manovre, tanto gli altri penserebbero a una reazione della sua personalità drammatica, come se fosse un'espressione dei sentimenti e non qualcosa di calcolato, e crederebbero che nessuno potrebbe essere tanto sfacciato da mentire in modo tanto plateale. Addirittura, Francis risulta più sospettabile di essere un bugiardo a causa delle sue accuse a Grandison, che se lo stesso Grandison fosse davvero colpevole.

La menzogna, grazie al talento del drammaturgo, diventa una sorta di protezione fisica dal sospetto. Ciò sembrerà fin troppo fantasioso, ma in realtà non lo è: in fin dei conti, solo le prove stabiliscono con certezza se uno "lo-ha-fatto" oppure no; al massimo possono esserci pettegolezzi, ma se l'antagonista ha un ego abbastanza grande da sostenere (e sminuire) la situazione e una coscienza immune dai rimorsi, può considerarsi a posto per sempre. Si tratta di quello che la stessa Armstrong definisce, a pagina 16, come "Insospettabile": "Io conosco un uomo di questo tipo. [...] che ha commesso il più grave e il più interessante dei delitti, l'omicidio, e che non è mai stato sfiorato dal minimo sospetto. No, vive da anni con la maschera che porta per noi che dobbiamo avvicinarlo per le sue incombenze quotidiane, eppure ha ucciso. [...] Io lo so. Avrei fatto meglio ad aggiungere che anche le autorità lo sanno. Ma, ahimè, non c'è nulla che possa costituire una prova legale. [...] Vedete, con tutta la nostra intelligenza, noi non sappiamo come strappargli la maschera dal viso. Anzi, se io facessi il suo nome, lui potrebbe appellarsi alla legge e farmi condannare per calunnia. [...] Oh, sono in mezzo a noi. [...] Ci sono non soltanto delitti che non hanno trovato soluzione, ma anche delitti di cui mai nessuno ha sentito parlare, delitto ignoti... [...] Ci sono uomini e donne che sono scesi nella tomba senza che si facesse il minimo chiasso attorno al loro nome". In un certo senso, Grandison costituisce il prototipo del criminale perfetto, quello che "gioca a fare Dio" (p. 57) e che nella realtà si incontra pochissime volte e che gli autori della Golden Age come Anthony Berkeley (come dimenticare il dottor Bickleigh di "L'Omicidio è un Affare Serio"?) hanno provato a dipingere di volta in volta. Ognuno l'ha fatto a modo proprio, sondando con attenzione la mente traviata del suo cattivo attraverso l'ideazione di delitti all'apparenza perfetti; in questo caso, grazie alla formula dell'inverted story applicata al thriller e al superbo sviluppo del tema della menzogna, con "L'Insospettabile" Armstrong riesce a far entrare ancor più facilmente il lettore nel labirinto degli istinti e delle pulsioni costituito dai pensieri di Grandison (e degli altri personaggi), così che egli riesca appieno a comprendere non solo i conflitti interiori degli uomini e delle donne nell'America dei primi del Novecento, ma anche come sia facile, per chi è davvero abile, influenzare l'opinione di ognuno attraverso la menzogna; come se si trattasse di una sorta di "sfida spirituale" tra un mostro, che ha dalla sua la fortuna, e chi lo combatte, che deve spesso sforzarsi per farsi valere su un destino che sembra già scritto.

Charlotte Armstrong Lewi, nata nel 1905 e morta
nel 1969
Il concetto di "sconfiggere il Fato avverso" rappresenta uno dei nodi principali nei romanzi di Charlotte Armstrong Lewi, della cui vita si sa ben poco. Nata nel 1905 a Vulcan, nel Michigan, figlia di un ingegnere minerario, dopo gli studi e la laurea ottenuta al Barnard College iniziò a lavorare come giornalista, per poi passare alla scrittura di opere teatrali, per una compagnia che aveva fondato lei stessa, in seguito al matrimonio con Joseph Lewi. L'insuccesso in questo genere la indusse in breve tempo a cambiare registro e a cimentarsi nella crime story, dove esordì con il romanzo "Un Cadavere al Giorno" il cui protagonista era MacDougal Duff, un segugio dilettante ed ex-professore di storia che apparirà anche nei due gialli successivi. La serie presentava tutte le premesse per continuare a lungo e con un discreto successo; eppure, per ragioni sconosciute, essa venne accantonata, assieme al suo eroe, e dal 1946 Armstrong iniziò a progettare mysteries in cui le protagoniste erano donne. Giovani o anziane, nel ruolo di detectives oppure di vittime, esse costituivano tasselli di trame intricate e dai risvolti psicologici molto profondi, spesso caratterizzate da incursioni nei meandri delle menti dei personaggi e da sviluppi legati alla sfera emotiva; e nella maggior parte dei casi, da gentili donzelle in pericolo, le sue eroine assumevano nel finale ruoli che rimettevano in discussione i costumi che rivestivano della società del tempo. Proprio a partire da "L'Insospettabile" (per il quale l'autrice trasse ispirazione dai suoi trascorsi nel mondo del teatro), infatti, Armstrong iniziò a mettere in risalto il tema del Destino all'apparenza segnato, che rompeva lo schema adottato nei libri con Duff, grazie al quale le protagoniste vivevano una situazione di stallo e di insoddisfazione personale che, nel corso della narrazione, sfociava in una maggiore presa di coscienza di sé, in modo da mostrarsi meno disposte ad attenersi a ruoli inerti e apatici.

Da questa concezione della posizione della donna all'interno della società, l'autrice sviluppò un tipo di una narrativa che assunse una forte componente femminista, dove la famiglia giocava molte volte un ruolo negativo: in "Grazie per la Cioccolata", ad esempio, analizzò l'idea della difficile accettazione della parità dei sessi e, soprattutto, la rivalità tra parenti-serpenti a causa della gelosia e dell'odio; in "Mischief", Nell è causa della propria fortuna e della propria rovina grazie alle precedenti influenze della propria cerchia familiare; in "The Turret Room" la protagonista finalmente si è emancipata e si guadagna da vivere, però agli occhi della società ha ancora bisogno della protezione costituita dai tutori, che la osteggiano e tentano di corromperla. La soluzione, sembra suggerire Armstrong, è quella di evolvere per sopravvivere: la donna deve fare proprie le idee tradizionali e svilupparle in chiave moderna, e portò avanti questa convinzione anche nei romanzi seguenti, tra cui vanno ricordati "A Dram of Poison" (il quale vinse l'Edgar come "Migliore Romanzo" nel 1957) e "The Protégé". Allontanarsi dalla famiglia borghese, ancorata al passato e quindi malata, per costruire il proprio avvenire con fiducia in se stessi deve essere una priorità; anche Mathilda in "L'Insospettabile" compie un percorso simile. Il rapporto esistente tra lei e Grandison avrebbe finito per causarle un profondo conflitto interiore e malattie mentali (vedasi pp. 23-31 e 54-56, per esempio), fino a portarla alla distruzione, se non avesse incontrato Francis: la mente deviata del suo tutore l'aveva soggiogata (significativa la metafora dell'ago e della cera a p. 61, anche se applicata a un altro contesto), l'aveva convinta di non essere bella, di essere amata solo per il suo denaro, di essere considerata seconda in rapporto ad Althea (creata e distrutta a sua immagine e somiglianza, innalzata a dea ma ancora troppo umana da possedere desideri irrealizzabili), di essere caduta nelle trame di Francis perché sciocca, di non fidarsi di nessuno perché la gente mente, di stargli vicino perché solo lui la poteva capire. Il potere di Grandison (ed indirettamente di questa famiglia malata) viene espresso perfettamente da lui stesso in un passaggio del capitolo 19, alle pp. 106-107: "C'è qualcosa nella mia casa. Non puoi vederlo, naturalmente. Non puoi sentirlo. I cinque sensi non bastano a fartelo intendere, ma tu lo avverti lo stesso. È la Morte, credo. Non la Morte che ci è familiare, quella che viene a tempo debito per i vecchi e gli ammalati. Questa è la Morte che affascina. La Morte che è come un nero amante. Non vedi, anatroccola? [...] C'è un'attrazione, un impulso irresistibile. Ti è mai capitato, Tyl, di fermarti sull'orlo di un precipizio e di avvertire l'impulso di buttarti giù? [...] È la stessa cosa. Attrazione. Impulso. Che differenza c'è? Qualcosa vuole che tu ti butti giù e la faccia finita".

Con queste parole, Armstrong vuole mettere in guardia dalle influenze nefaste di chi circonda i suoi personaggi; non solo Mathilda, ma anche Jane e Francis sono in difficoltà. Eppure c'è un messaggio di speranza, alla fine: tutti loro riescono a far fronte alla situazione di disagio in cui si trovano (meraviglioso il confronto tra Mathilda e Jane alle pp. 138-141 e 169-173); persino la protagonista, da donna indifesa e insipida, acquista carattere, fiducia, forza d'animo, voglia di riscatto, e riesce ad affrancarsi dai suoi nemici, grazie alle esperienze e prove che la fanno crescere ed evolvere di pari passo con lo stile, da "impressionista" a sempre meno vago man mano che la storia prosegue. E qual è l'elemento di svolta, il motore di tale cambiamento? L'Amore, ovviamente, legato alla Fiducia; che salva non solo Mathilda, ma anche Jane dalla disperazione per il cugino e Francis dal dolore per la perdita di Rosaleen. Che proviene soprattutto da chi scegliamo di avere vicino. Il rapporto creato tra i due amati costituisce la proverbiale "ciliegina sulla torta" in una storia di cui, come accadde per "Mischief" e "Grazie per la Cioccolata", venne realizzato un film nel 1947, e che permise a Charlotte Armstrong di avviare una luminosa carriera che la portò, alla morte avvenuta nel 1969, a pubblicare nel corso di trent'anni un corpus di romanzi tale da ricevere la lode di numerosi colleghi, tra cui il critico e romanziere Anthony Boucher. Fu una scrittrice dal tratto vivido, atmosferico; usò il genere delle women in jeopardy per esplorare enigmi che andavano al di là del mondo fisico, per indagare il comportamento e i desideri degli uomini e delle donne. Aveva una grande considerazione del giallo tensivo: "Le persone che non leggono mai [storie di suspense] tendono a definirle tutte "mera evasione". [...] Se suppongono che un romanzo di suspense sia facile da fare e quindi in qualche modo economico, dovrebbero provare a farlo" osservò una volta; pertanto costruì intrecci molto curati, in cui le sensazioni dei personaggi erano gli unici elementi capaci di squarciare il velo della mistificazione, intessuto dagli antagonisti. Come se suggerisse che solo i sentimenti guidano l'uomo e gli permettono di vedere veramente, al di là del mondo onirico in cui si ritrova, dove le azioni si confondono, nulla è chiaro e i fantasmi dei rimpianti vagano senza meta. A me pare un bellissimo messaggio, che mi trova d'accordo.

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venerdì 23 agosto 2019

6 - "Svanita nel Nulla" ("She Faded into Air", 1941) di Ethel Lina White

Copertina dell'edizione pubblicata nei
Classici del Giallo Mondadori n. 1422
Il notevole successo di vendite che, fin dalla loro comparsa tra le fila della crime story classica, hanno riscosso i romanzi delle women in jeopardy (o "donne in pericolo") è cosa ormai assodata. Come la loro forza magnetica nei confronti del pubblico: caratterizzati da scenari notturni e figure di infaticabili infermiere-segugi, e da ambigui individui a caccia di fanciulle indifese che si credevano protette da pericoli del genere, essi sono riusciti a costruirsi, a partire dai primi anni del Novecento, una fedele cerchia di affezionati lettori e lettrici; soprattutto nel luogo in cui sono nati, in America, grazie all'operato di scrittrici come Mary Roberts Rinehart e Mignon G. Eberhart, le quali hanno intrattenuto per molto tempo gli appassionati di suspense e dato vita a una vera e propria Scuola, la cosiddetta "HIBK School" che ruota attorno all'assioma "Se solo avessi saputo...". Invece, il fatto che questa tendenza a narrare le peripezie di intraprendenti e giovani signorine, pur sviluppatasi maggiormente dall'altra parte dell'Atlantico, si sia imposta in qualche modo anche in Inghilterra viene spesso trascurata; eppure, è un fatto che qualcosa di simile ai libri delle Regine del Brivido americane sia comparso anche qui, nella Vecchia Europa, e abbia sortito una certa popolarità non molto tempo dopo l'apparizione sul mercato di opere quali "La Stanza n. 18" o "Il Pipistrello"Grazie alla celebrità di cui aveva goduto il romanzo vittoriano nel corso dell'Ottocento, infatti, nei primi anni del secolo successivo si vide una sorta di riscoperta di quel tipo di letteratura in chiave "criminosa" da parte di alcune scrittrici di sesso femminile; e se certi tratti peculiari di romanzi come quelli di Jane Austen (quali lo spiccato gusto per il gotico e la presenza di figure femminili spesso centrali nelle vicende raccontate, in comune con i mysteries di Rinehart ed Eberhart) vennero riproposti tali e quali a come erano stati impiegati nel passato, è pur vero che ad essi fu affiancata una spiccata componente delittuosa, legata soprattutto agli stilemi del thriller.

Per le autrici in questione fu un modo di ripercorrere la strada che le loro colleghe d'oltreoceano avevano già tracciato, pur dando maggiore risalto a "signorine omicidi" come zitelle e giovani impiegate, che riscontrò una modesta popolarità e permise loro di affermarsi. Tra queste vanno sicuramente ricordate Gladys Mitchell e Patricia Wentworth; ma la prima a raggiungere il successo in questo campo fu la gallese Ethel Lina White la quale, oltre ad inserire nei suoi libri la marcata componente di suspense delle trame americane, si impegnò a mescolarla agli enigmi delle detective novels, dando così vita a gialli diversi da quelli della sua epoca, seppur aderenti alla tradizione. Tra le altre, "Svanita nel Nulla" (Classici del Giallo Mondadori n. 1422, 2019) è forse l'opera più rappresentativa di questa sua concezione della crime story (ancor più del riconosciuto capolavoro dell'autrice, "Qualcuno ti Osserva"), poiché vede la sparizione impossibile di una ragazza all'interno di un palazzo vittoriano, corredata di personaggi sospetti e ambigui e la costante presenza di un pericolo dietro l'angolo per la coppia di protagonisti; insomma, un sapiente mix tra il giallo della Golden Age e la corrente innovativa delle women in jeopardy.

La trama si snoda proprio dal momento in cui Evelyn, la figlia del magnate americano Raphael Cross, scende dalla limousine del padre di fronte a Pomerania House, un imponente caseggiato costituito da enormi saloni e imponenti scalinate in piena Londra. Si è recata laggiù in un nebbioso pomeriggio d'ottobre per ordinare un paio di guanti presso la famosa Madame Goya, un donnone bardato di scialli e con la fama di possedere doti di chiaroveggenza, e non immagina assolutamente che, entro qualche minuto, sarà destinata a scomparire nel nulla. Con tutta tranquillità saluta Pearce, il portiere, gli chiede un fiammifero per accendere una sigaretta e poi si allontana verso l'ingresso in direzione del padre e del proprietario dello stabile, il maggiore Pomeroy. Quando l'usciere torna al suo posto, scorge la ragazza e i due uomini salire le scale che portano al piano di sopra, dove ella farà il suo ingresso nelle stanze di Madame Goya. E se, secondo le testimonianze, Evelyn varcherà di sicuro la soglia del numero 16 per entrare, altrettanto non si potrà dire per uscire; poiché né suo padre né il maggiore, appostati proprio sul pianerottolo, né la chiaroveggente avranno la minima idea di dove ella possa essersi cacciata o essere stata imprigionata, dopo aver ordinato i guanti ed essersi diretta verso l'uscita dell'appartamento. Sembrerebbe proprio che la ragazza sia svanita dalla faccia della terra, che si sia dissolta nell'aria o si sia mescolata alla nebbia che preme contro le finestre di Pomerania House, e a nulla servirà l'intervento dell'investigatore privato Alan Foam o il letterale smantellamento dell'appartamento di Madame Goya.

Anche se vuol dare l'idea di considerare l'accaduto come una scappatella della figlia, Raphael Cross teme si tratti di un rapimento di stampo ricattatorio, simile a quello cui sono fortunatamente scampati alcuni suoi amici, i signori Stirling e la loro figlia Beatrice, residenti a Londra proprio nei giorni in cui Evelyn è scomparsa; quindi esclude il coinvolgimento della polizia e attende, nervoso e trepidante, notizie dai rapitori o da Evelyn, tra una chiacchierata confortante con gli Stirling, un velato flirt con la giovane Viola Green, affittuaria di Pomerania House, e un pranzo elegante. Tuttavia, quando Nell Gaynor, vecchia amica di Raphael, viene investita e uccisa pochi giorni dopo averlo incontrato nella capitale inglese, Foam inizia a sospettare che le cose non potranno far altro che peggiorare e decide di mettere in guardia Viola, la quale nel frattempo è diventata la dama di compagnia di Beatrice; e quando arriverà finalmente la richiesta di riscatto per Evelyn, i consigli frettolosi che saranno rivolti a Cross porteranno in modo inevitabile a che si verifichi la tragedia che tutti quanti hanno temuto fin dall'inizio. Ma non sarà finita lì, poiché dovrà passare ancora molto tempo prima di scoprire come un essere umano in carne ed ossa sia riuscito ad essere sottratto da un luogo chiuso e a ricomparire da tutt'altra parte.

Dipinto raffigurante "Londra nella Pioggia", come poteva
essere la città in "Svanita nel Nulla"
Come di consueto, con "Svanita nel Nulla" Ethel Lina White si impegna a costruire un thriller in cui non manchi, tuttavia, qualche elemento da giallo tradizionale. Infatti, come aveva già fatto in "È Scomparso un Caro Ometto" (dove un uomo finge la propria morte per truffare l'assicurazione) o in "The Elephant Never Forgets" (una sorta di spy story ambientata in Unione Sovietica), anche in questo romanzo unisce la suspense caratteristica dei libri delle women in jeopardy a un'indagine di tipo prettamente classico, con una scomparsa impossibile alla maniera di John Dickson Carr. Questa unione un po' forzata, legata al fatto che lei non seppe creare un investigatore fisso per i suoi gialli come Agatha Christie o lo stesso Carr, ha probabilmente portato al graduale oblio di cui l'opera della White è stata purtroppo protagonista; eppure al tempo stesso le ha permesso di variare e sperimentare, pur rimanendo ancorata ad alcuni aspetti comuni nelle sue trame. Così, mentre il brivido resta la sua cifra distintiva, di volta in volta si è cimentata nel "mistero-da-villaggio-di-campagna" (con "Fear Stalks the Village"), in quello universitario (con "The Third Eye") oppure in una variante del giallo con serial killer (con "Qualcuno ti Osserva"), senza rinunciare ad elementi gotici quali infermiere, scene notturne e luoghi solitari, i quali ne hanno fatto un'insolita discepola della scuola della Rinehart. È riuscita a creare una sorta di narrazione duplice, dove non solo i contenuti ma anche gli elementi strutturali di questi sottogeneri del giallo si equilibrano (quasi) alla perfezione gli uni con gli altri, come se il suo modo di raccontare (e a maggior ragione nel caso di "Svanita nel Nulla") si potesse paragonare a un castello di carte, in cui ogni aspetto possiede la caratteristica di essere complementare all'altro.

Per quanto riguarda le atmosfere e le ambientazioni, ad esempio, l'autrice accosta l'aura nebbiosa e tormentata che pervade la lettura dall'inizio alla fine all'indagine di Alan Foam, dove la logica e il rigore giocano un ruolo non secondario; oppure ci descrive gli enormi saloni di Pomerania House, gli appartamenti drappeggiati e illuminati da lampade e fa rimandi al mobilio vittoriano in modo da dare un grande senso di solennità alle vicende e conferire loro pure una certa aria di irrealtà, per poi inserire la demolizione delle stanze di Madame Goya, come se intendesse scacciare i fantasmi dai luoghi che ha descritto e mostrarceli per quello che sono davvero, secondo l'ottica razionale che l'investigatore rappresenta. Lo stile è molto simile a quello impiegato dalle Regine del Brivido, con numerosi momenti a effetto e finali di capitoli in cui il lettore si trova a trattenere il fiato; eppure esso risente della tradizione solida e caratteristica del romanzo vittoriano, dove il dettaglio e l'aderenza alla realtà erano molto spiccati. Anche l'enigma, pur ispirato da chiare influenze legate al thriller, viene delineato in modo da rappresentare come meglio si può la tradizione del giallo classico all'inglese, con tanto di indizi forniti al lettore. L'apparenza e la sostanza sono i concetti base su cui si fonda la crime story in generale; ciò che sembra e ciò che è, i tentativi di nascondere la propria natura e le maschere che le persone indossano appaiono familiari ai lettori di gialli. In "Svanita nel Nulla", questa duplicità non si applica solo ai temi e alle azioni dei personaggi, ma anche all'impianto formale e pare propendere leggermente verso ciò che è reale, con un'indagine orientata più del solito verso il mystery tradizionale: ci sono trucchi da prestigiatore, oggetti rinvenuti nei pressi della scena del crimine, allusioni e tracce nascosti nelle parole dei sospettati. Tuttavia, ancora una volta, entra in gioco l'influenza esercitata dal romanzo di suspense e questi elementi vengono talmente complicati dalla necessità di creare mistero sulla sparizione di Evelyn Cross, da ritrovarli come immersi nella nebbia, con i contorni sfocati e inutilmente esagerati per il lettore deciso a seguire un ragionamento del tutto logico per giungere alla soluzione. Ecco, forse è questa la critica più grande che si può fare a questo romanzo, e il motivo per cui esso può venire solo accostato a quelli di Carr. Anche quest'ultimo, infatti, fece la propria fortuna grazie all'unione tra pragmaticità e "fenomeni soprannaturali"; ma a differenza di Ethel Lina White, egli riuscì ad essere sempre credibile, chiaro e a infondere qualcosa in più nel suo modo di narrare e porre enigmatici quesiti.

Ethel Lina White, nata nel 1876 e
morta nel 1944
Pur avendo goduto di un certo successo mentre era in vita, al giorno d'oggi non sappiamo granché sul conto di Ethel Lina White. Come ha osservato Mauro Boncompagni in un'introduzione a uno Speciale del Giallo Mondadori, su di lei esistono solo alcune menzioni sparse qua e là, citazioni stringate e un saggio molto breve in "20th Century Crime and Mystery Writers" (poi tolto dalle edizioni successive a quella del 1980). Per qualche tempo, addirittura, si è stati indecisi sulla sua vera data di nascita, la quale venne poi stabilita dal critico Jack Adrian all'anno 1876. Non stupisce, quindi, che tanti particolari sulla sua esistenza siano rimasti avvolti dal mistero. Di certo, White nacque ad Abergavenny, una cittadina antichissima del Galles meridionale, figlia di un inventore e della sua seconda moglie; visse prima in una casa a Frogmore Street (dove in seguito venne posta un targa commemorativa) e in seguito a Londra, e lavorò in città per qualche tempo al Ministero delle Pensioni; impiego che lasciò solo negli anni Venti, per dedicarsi completamente alla scrittura fino alla morte, avvenuta nel 1944. L'unico altro particolare sicuro sulla vita di Ethel Lina White, oltre ai romanzi di genere giallo e non che scrisse, è dato dal suo testamento: redatto in modo da lasciare alla sorella nubile (unica parente di cui si abbia conoscenza) tutto quanto possedeva, esso specificava una condizione davvero insolita affinché ella potesse acquisire i suoi averi; ovvero, che chiamasse un medico e gli ordinasse di trafiggere con un punteruolo il cuore della sua salma, per accertarsi che non ci fossero più tracce di vitalità. Una circostanza un po' macabra e agghiacciante, simile a quelle descritte nei suoi libri i quali, come abbiamo visto, pur forniti di elementi da detective novel si possono iscrivere al genere suspense e delle women in jeopardy. Da essi possiamo ricavare altre informazioni sulla sua personalità; soprattutto se analizziamo i personaggi femminili, che risultano essere sempre molto ben sviluppati. Anche se in "Svanita nel Nulla" non c'è una vera e propria protagonista come, ad esempio, avviene in "Qualcuno ti Osserva" (prima la vicenda è concentrata su Evelyn, poi si sposta su Viola e l'impatto positivo che ha il suo rapporto con Beatrice), le ragazze e le donne sono spesso raffigurate come energiche, pur in costante pericolo (ancora la duplicità cui accennavo sopra); sono persone che si impegnano per guadagnarsi da vivere, che si oppongono agli ostacoli che incontrano e agli individui che tentano di metterle in difficoltà facendo affidamento sulle proprie risorse, quali la maestra di "The Third Eye", la ragazza alla pari di "Qualcuno ti Osserva", la giornalista di "Delitto al Museo delle Cere", la governante di "La Signora Scompare". La stessa White probabilmente dovette far fronte alla necessità di sopravvivere con le sue sole forze: il censimento inglese del 1921 mostrava come le donne fossero un milione e tre quarti più degli uomini dopo la Grande Guerra, e questo fatto impediva loro di pensare a un futuro fatto di sicurezza finanziaria e matrimonio; quindi esse erano costrette a diventare infermiere o segretarie pur di sopravvivere. Ecco, anche Viola Green (come la stessa Ethel Lina) si trovò in una situazione simile, costretta a svolgere un'occupazione tediosa o precaria (vedasi a proposito pp. 41-42 e 51-53, ma anche p. 70 e 104), a cui andavano aggiunti gli effetti nefasti della Depressione e, a volte, il dovere di sostenere congiunti di ogni tipo.

Questa simpatia che White nutrì verso i suoi personaggi femminili la rese una scrittrice apprezzata e avanti sui tempi, tanto più che così si dimostrava molto tollerante verso i costumi dell'epoca, i quali vedevano la figura della donna ancora come marginale all'interno della società e la figura dell'investigatore come un essere umano privo di particolari emozioni. Lo stesso Alan Foam, infatti, è un prodotto originale all'interno della narrativa di genere: vuole apparire come un duro, uno di quei detective da hard-boiled che hanno visto le brutture del mondo e sono ormai disincantati nei confronti di un futuro roseo; eppure, sotto sotto, è un essere umano capace ancora di provare dei sentimenti, di guardare alla vita con un barlume di speranza e, soprattutto, di amare. Lui e Viola sono la vera coppia protagonista di "Svanita nel Nulla"; giovani, innamorati, decisi a trovare il proprio posto nel mondo e a raggiungere la felicità, assomigliano un po' a Tommy e Tuppence di Agatha Christie (come ha sottolineato Mike Grost in The Rinehart School), e lo sviluppo della loro relazione risulta tra gli elementi più importanti di tutto il romanzo, insieme al taglio cinematografico che Ethel Lina White seppe dare ad ognuno dei suoi libri. Non a caso, da "La Signora Scompare" e "Qualcuno ti Osserva" sono stati realizzati due film di successo, diretti rispettivamente che da Alfred Hitchcock (con titolo omonimo) e da Robert Siodmak (col titolo "La Scala a Chiocciola"); mentre dal suo "La Casa dell'Oscurità" fu scritta una co-sceneggiatura da Raymond Chandler e dal racconto "An Unlocked Window" furono tratte le basi per uno dei più memorabili episodi della serie "L'Ora di Hitchcock". Proprio quest'ultimo, grazie alla presenza di due infermiere, una finestra che non viene chiusa per la notte e una gran dose di brivido, può essere considerato come un tipico esempio della concezione di crime story che aveva questa insolita scrittrice, per la quale personalmente nutro una grande ammirazione. Christine Poulson ha osservato che "se c'è qualcosa che Ethel Lina White conosceva, quello è la suspense"; io non posso essere che d'accordo con le sue parole, e sono convinto che la sua decisione di mettere insieme il tradizionale giallo all'inglese con la corrente delle women in jeopardy le abbia assicurato un posto di tutto rispetto all'interno della narrativa di genere.

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