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venerdì 2 ottobre 2020

# - Aggiornamenti dall'Approvvigionatore Letterario (Ottobre 2020)

Cari amici dell'Approvvigionatore Letterario, bentornati all'Angolo degli Aggiornamenti sulle più recenti pubblicazioni in fatto di classica crime story italiana e estera. Con un pizzico di estate che si è protratta per parte del mese di settembre, siamo giunti ad ottobre e al "vero" autunno. Si comincia a prepararsi per le stagioni più rigide dell'anno, a fare scorte di numerosi beni materiali (ad esempio, io sto lentamente portando i legnetti per accendere la stufa dal luogo in cui li conservo, fino a vicino casa) e a sistemare le ultime cose lasciate all'aperto, come i fiori, prima che diventi troppo freddo e tardi per terminare tutti i compiti. Oltre a tutto ciò, inoltre, ho speso gli ultimi giorni per radunare, scegliere ed ovviamente incrementare le letture a tema giallo a cui sottoporrò la mia attenzione nelle prossime settimane. La maggior parte, devo ammetterlo, sono volumi reperiti nei mercatini dell'usato, vera fonte primaria di sostentamento letterario di ogni giallista (insieme ai siti di remainders e fondi di magazzino); però non ho certo tralasciato l'offerta crime libraria e da edicola che ci viene proposta di volta in volta dagli editori più piccoli ma audaci del mercato, e che faccio del mio meglio per riassumere per voi di tanto in tanto. Così, anche se stavolta il grosso della produzione si concentra sul mercato estero, sono pronto ad aggiornarvi e ad assolvere al compito che mi sono prefisso; quindi, direi di iniziare.

Copertina di "Il Capanno sulla Spiaggia"
pubblicato dalla Polillo Editore

Per quanto riguarda le uscite in lingua italiana, vorrei fare una rettifica. Il mese scorso vi avevo anticipato che erano in corso di pubblicazione un paio di nuovi volumi della collana Bassotti della Polillo Editore, e che la loro uscita era prevista per settembre. Ebbene, a quanto pare le cose si sono dilungate più del previsto, col risultato che "Uno Dopo l'Altro" di A.G. MacDonell e "Il Capanno sulla Spiaggia" di Milward Kennedy sono stati posticipati per la fine di questo mese, al giorno 22. Nell'ultima occasione che avevo avuto di informarmi a riguardo, mi era stato comunicato che, se ci fosse stato qualche problema, questi due titoli avrebbero subito un breve ritardo; pertanto, dovremmo aspettare ancora un po' perché essi siano pronti per essere definitivamente pubblicati. Per non sbagliare, vi ricopio qui sotto le presentazioni che avevo scritto il mese scorso, così chi si fosse perso qualche passaggio può recuperare.

Per quanto concerne il romanzo di Kennedy, "Il Capanno sulla Spiaggia", si tratta della sua ultima fatica in fatto di crime prettamente tradizionale, dal momento che i quattro volumi che seguirono si posso ascrivere al thriller e alla spy story. Titolo originale "I'll Be Judge, I'll Be Jury", esso fa un palese riferimento al fattaccio in cui l'autore venne coinvolto: ovvero la causa per diffamazione che lo vide scontrarsi con Philip Yale Drew, il quale si identificò nella figura del sospetto omicida di "Death to the Rescue", e ammettere infine la sconfitta. Tra le curiosità, infatti, va segnalato come da introduzione del racconto che Kennedy inserì un avviso indicante come i personaggi fossero di sua invenzione e non si fossero ispirati ad alcun individuo nella realtà. Purtroppo la cosa servì a ben poco, visto che l'autore fu beccato e punito prima di escogitare questa accortezza. Comunque, il romanzo narra la storia di una coppia di amanti, Mary Dallas e George Needham. Un mattino, mentre soggiorna con il marito in un albergo, la donna si reca a un appuntamento con l'amante in un piccolo capanno sulla spiaggia; ma al posto dell'amato spasimante, Mary si imbatte nel cadavere del suo ricco tutore, Hilary Stephens. Sconcertata, riesce appena a rendersi conto della tragedia che arriva George; e i due decidono di simulare un incidente, per far credere che la vittima sia scivolata e abbia battuto la testa, pur di evitare lo scandalo. Le forze di polizia, chiamate sul luogo del delitto, tuttavia non sono così ingenue da credere alla storia che i due amanti raccontano, e le indagini prendono ben presto una direzione pericolosa. In tanti avrebbero avuto l'occasione di uccidere Stephens; ma soprattutto ognuno dei sospettati ha un forte movente per il delitto. Chi è il colpevole? Al lettore (e agli agenti) il compito di sbrogliare l'intricata matassa.

Copertina di "Uno Dopo l'Altro"
pubblicato dalla Polillo Editore

"Uno Dopo l'Altro", invece, è un tipico esempio di romanzo giallo sul serial killing, sullo stile di "La Morte Cammina per Eastrepps" e "I Delitti di Praed Street". Il suo autore, A.G. MacDonell, costituisce curiosamente la seconda metà della coppia autrice di "Il Mistero del Diario", il quale venne pubblicato col solo nome dell'altro componente del duo: Milward Kennedy! Di lui si conoscono poche cose, tra le quali il fatto che scrisse non solo alcuni romanzi gialli (non sempre di stampo tradizionale), ma pure altro genere di letteratura umoristica. Il libro che Polillo ripropone, come dicevo, narra di una lunga catena di delitti, a partire dal ritrovamento del cadavere di un anziano vagabondo sul ciglio di una strada. L'unico indizio, atto a stabilire chi possa averlo assassinato, è un pezzo di carta attaccato a un bottone del vecchio e sformato cappotto della vittima, con scritto sopra la parola "Tre". Subito gli inquirenti si mettono all'opera per scovare il colpevole; quando all'improvviso, senza che ci sia alcun legame apparente con il precedente delitto, il signor Aloysious Skinner, presidente della Imperial Cochineal Co., viene ammazzato mentre si trova seduto sul sedile posteriore di un taxi, fermo in coda sulla strada. Anche in questo caso, però, viene trovato un pezzo di carta analogo a quello dell'altro omicidio, con la sola differenza che sopra c'è scritto "Quattro". La serie infernale proseguirà poi, circa un mese più tardi, con la morte di Oliver Maddock, al quale sarà riservato il numero "Cinque"; e ancora avanti. Finché l'ispettore Dewar di Scotland Yard prenderà in mano la situazione e si impegnerà a risolvere il mistero. Insomma, una bella coppia di gialli da parte di Polillo.

Copertina di "Il Re è Morto" pubblicato
nei Classici del Giallo Mondadori

Detto ciò, l'unica altra pubblicazione in lingua italiana che posso segnalarvi è il Classico del Giallo Mondadori di questo mese. Si tratta di un classico del giallo americano: "Il Re è Morto" di Ellery Queen. Nato dalla penna della coppia composta da Frederick Dannay e Manfred B. Lee, esso narra la storia di un multimilionario di nome King Bendigo (il Re del titolo), il quale inizia a ricevere delle lettere minatorie che hanno tutta l'impressione di non essere uno di quei crudeli passatempi che i gangster di New York si divertono a mettere in pratica solo per intimorire i propri avversari. In questo caso, infatti, la minaccia viene presa molto sul serio persino da suo fratello, Abel Bendigo, il quale si affretta a precipitarsi a casa di Ellery, scrittore e investigatore dilettante, e di suo padre Richard, ispettore della Squadra Omicidi della città, affinché i due riescano ad assicurare la giusta protezione al Re delle produzioni di munizioni. Dalle lettere, infatti, non si evince soltanto un certo astio verso la loro vittima, ma un vero e proprio odio che culmina con un ultimatum in cui vengono annunciati addirittura giorno e ora precisi dell'esecuzione. Qualcosa di ben più che bizzarro, quasi azzardato. In ogni caso i Queen, sollecitati da Abel, si affrettano a raggiungere assieme a lui l'isola Bendigo, una sorta di quartier generale e fortezza inaccessibile fantasma per i nemici della famiglia da cui King, avvolto da un'aura di mistero e segretezza, esercita tutto il suo temibile potere come un re senza corona. Laggiù avrà luogo l'indagine vera e propria, alla corte del sovrano popolata di vassalli e sudditi moderni, principi come l'altro fratello Judah e una regina non meno affascinante di quelle del Medioevo, e forse più sanguinaria. La situazione, in un primo momento, appare tranquilla, coi suoi toni da operetta; ma si sa che basta un solo proiettile a trasformare una farsa in tragedia. Così Ellery, davanti a un delitto avvenuto in una stanza che è un vero e proprio bunker, dovrà assolvere al compito forse impossibile di sventare un omicidio perfetto, impossibile e annunciato. Come al solito, "Il Re è Morto" è un solido giallo in cui Queen (autore) mette a pieno frutto tutto il proprio talento e riesce a stupire il lettore. È un ottimo modo per iniziare tutta la serie; soprattutto se vi piace lo stile degli autori americani.

Copertina di "The Edge of Terror"
pubblicato da Dean Street Press

Il gruppo di anticipazioni di gialli in lingua inglese, invece, è più corposo per questo mese. In primo luogo, l'editore Dean Street Press (che abbiamo già conosciuto per aver edito, tra le altre cose, moltissimi romanzi del britannico Christopher Bush e aver iniziato a pubblicare l'opera omnia del misconosciuto Brian Flynn) torna il 5 ottobre con una serie di titoli nuovi di zecca, pronti ad occupare gli scaffali ancora vuoti della nostra libreria. E lo fa proprio proseguendo la serie di Flynn, con i volumi della saga dell'investigatore dilettante Anthony Bathurst che vanno dal numero 11 al numero 20. Pertanto, troveremo in libreria:
  • "The Padded Door": Leonard Pearson, usuraio e ricattatore, è stato ammazzato con un colpo alla testa sferrato alle spalle. L'unico indizio sull'identità del suo assalitore ed assassino può essere fornito dall'identità dell'ultima persona che lo ha incontrato da vivo, un certo capitano Hilary Frant, il quale ha avuto un colloquio con la vittima e sembra l'abbia minacciato. E poiché il suo pesante bastone da passeggio è misteriosamente scomparso, pare proprio che non ci siano grandi dubbi sul reale svolgersi dei fatti. Eppure, la famiglia di Frant non vuole arrendersi all'evidenza e si affretta a interpellare Anthony Bathurst, il quale si vede costretto a intraprendere un'indagine la cui pista ormai sta diventando fredda. Pertanto, deve sbrigarsi a sbrogliare la matassa per preservare l'onore di Frant; quello stesso onore che, a quanto pare, è l'unico indizio che tenderebbe a scagionare l'accusato, dal momento che egli non avrebbe mai attaccato un uomo girato di spalle. In ogni caso Heriot, il giudice che presiede il processo, non sembra molto ottimista; ma quando una seconda morte inaspettata capovolge tutte le certezze fino ad allora accumulate, il caso inizierà a puntare verso una pista del tutto nuova...
  • "The Edge of Terror": L'ispettore Goodacre di Chelmersley, nell'Essex, si trova di fronte a un'inaspettata e terribile sfida, lanciata da un fantomatico assassino, il quale gli invia una lettera in cui, in un tono estremamente ragionevole, spiega di essere molto deluso dalla cittadina in cui entrambi vivono e, soprattutto, dalla gente sgradevole che la popola. Questo signor X, che si fa chiamare "The Eagle", a quanto pare è stato più volte deriso e criticato con asprezza dai passanti, e non ha mai dimenticato i torti subiti. Pertanto, stufo della situazione, egli si è deciso a fare a modo proprio e, nel giro di sei mesi dalla data scritta sulla lettera, ha intenzione di rimuovere una persona predestinata dalla faccia della Terra, per liberare gli altri individui dalla sua sgradevole presenza. Forse in questo modo la vita a Chelmersley migliorerà. In ogni caso, si premura di sottolineare "The Eagle", non ha ancora deciso chi avrà l'onore di diventare il suo bersaglio, e nemmeno quando avverrà il processo di epurazione. Sarà il Caso a guidarlo. Ma soprattutto, se la cosa dovesse rivelarsi utile, non nasconde il desiderio di ripetere l'esperienza e ammazzare qualcun altro. Inizia così una serrata caccia all'uomo, costellata di decessi innumerevoli, in cui la polizia dovrà combattere contro un famigerato serial killer per fermare la sua scia di sangue.
    Copertina di "The Spiked Lion"
    pubblicato da Dean Street Press
  • "The Spiked Lion": In questo romanzo ci caliamo nientemeno che nelle stanze più importanti del controspionaggio britannico, in quel Bletchley Park (qui ricalcato nel fittizio Bushey Park) dove vide la propria nascita Enigma, la più grande macchina di decrittazione mai creata dall'uomo per spezzare il codice segreto nazista. Laggiù, un decifratore viene trovato morto con ferite su tutto il corpo, proprio come se fosse stato attaccato e ucciso da una bestia selvatica introdottasi di straforo nell'edificio. L'idea, inoltre, è suffragata dal fatto che la vittima ha nella tasca un biglietto scritto a mano, in cui si fa riferimento a un "animale che non è normale, è chiodato". Eppure, una volta eseguita l'autopsia, si scopre che l'uomo è morto non per le ferite, ma per avvelenamento da cianuro. Pertanto, chi potrebbe averlo eliminato? Ancora una volta, Bathurst si mette ad indagare per scoprire il colpevole, ma prima dovrà imbattersi in un altro delitto avvenuto in una stanza chiusa.
  • "The League of Matthias": Lance Maturin sta viaggiando attraverso l'Europa e adesso si è fermato ad Anversa, dove assieme a due compagni alloggia al Red Flare Club. Laggiù, egli incontra un'affascinante ballerina, la quale gli fa passare in mano un biglietto in cui chiede aiuto e protezione. Ciò scatenerà una serie di intrighi e precipiterà Maturin in una folle vortice di inganni e bugie, dal momento che egli si dovrà fingere il marito della donna e correre pericoli per salvarla dal sinistro De Verviac, un uomo violento che è ossessionato da lei. Eppure, nel locale Maturin non è l'unico inglese presente: l'ispettore Rawlinson e Anthony Bathurst sono sulle tracce di due inglesi scomparsi nel nulla e di una sinistra associazione, la "League of Matthias" del titolo. C'è qualche collegamento tra la storia di Maturin e quella dei due rappresentanti della legge? Probabile, visto che ben presto, in questa storia "alla Buchan", verrà rinvenuto un cadavere e la Lega colpirà ancora, molto vicino ai due rocamboleschi fuggiaschi dal Belgio all'Inghilterra...
    Copertina di "The League of Matthias"
    pubblicato da Dean Street Press

  • "The Horn": In questo romanzo, lo strumento del terrore che provocherà notti insonni ai sospettati e alla polizia è nientemeno che un corno da caccia. Il suo suono, infatti, è presagio di morte e di spavento, dal momento che il giovane Mark Kenriston è scomparso nella notte prima delle proprie nozze, proprio mentre uno strumento del genere faceva risuonare il proprio lamento. Questa storia insolita viene raccontata all'ispettore capo MacMorran e ad Anthony Bathurst da Julian Skene, vecchio amico di Kenriston e preoccupato per la faccenda. Infatti, adesso, anche la sorella di Mark, Juliet, sta per sposarsi e la poveretta non sa cosa fare. Dovrebbe rinunciare all'idea, oppure rischiare che qualcuno faccia sparire pure lei? La polizia di impegna a fermare chiunque voglia rovinare il matrimonio; ma mentre la paura si intensifica, il corno da caccia torna a farsi sentire...
  • "The Case of the Purple Calf": Nonostante il commissario di polizia sia certo che si tratti di suicidio, Anthony Bathurst non è convinto che il caso automobilistico del Great Kirby sia un delitto di tale natura. Certo si è trattato di un crimine particolarmente orribile e sconvolgente. Però suona strano che ben tre donne siano morte a causa di incidenti stradali; soprattutto, se nelle vicinanze delle scene del crimine si è sempre trovato un luna park itinerante. Così, egli decide di mettersi ad indagare senza l'aiuto delle forze dell'ordine. E in poco tempo riesce a scorgere un collegamento tra il night-club Purple Calf e una cospirazione criminale, il quale darà vita a un romanzo brillante e originale.
  • "The Sussex Cuckoo": Una mattina, sulle colonne del Times Agony, appare uno strano annuncio che attira l'attenzione di Anthony Bathurst: "TCHUL: i cunei sono riparati per il Sussex Cuckoo. Affrettati se vuoi arrivare in tempo. Anche se temo possa essere troppo tardi per te. Termini come concordati. NEHEMIAH". Sembra proprio che il messaggio sia senza senso, oppure che sia stato trascritto secondo un codice segreto, che può essere decrittato soltanto da chi ne conosce la chiave. Inoltre, è curioso che sia apparso proprio la mattina in cui l'investigatore dilettante deve recarsi, su invito dell'ispettore MacMorran, dal collezionista di antichità James Frith, a Little Osney. Costui ha ricevuto alcune lettere minatorie relative alla vendita di alcune rarità giacobine, e pertanto ha accettato di farsi aiutare da Bathurst. Che ci sia qualche legame tra il messaggio cifrato e le minacce? A quanto pare è così, visto che al suo arrivo l'investigatore si imbatte nel cadavere di Frith, steso nel giardino della sua casa con tanto di pigiama. Il collezionista ha trascorso tutta la sera precedente a contrattare con potenziali acquirenti sulla vendita della merce rara, e adesso ogni cosa è scomparsa. Ognuno dei compratori sostiene di non aver trafugato nulla, e accusa gli altri di aver giocato sporco: chi mente?
    Copertina di "The Sussex Cuckoo"
    pubblicato da Dean Street Press

  • "The Fortescue Candle": Albert Griggs, Segretario di Stato per gli Affari Esteri, era seduto nel suo studio a considerare una faccenda che gli era stata sottoposta. A quanto pareva, due fratelli avevano fatto irruzione in una casa per derubare i suoi abitanti e, nella foga della rapina, avevano ucciso una serva. Doveva dimostrarsi clemente e graziarli? Griggs, considerando attentamente i fatti, aveva deciso di non farlo e di condannarli a morte. Questa è la situazione di partenza nel romanzo, dal momento che Griggs è stato trovato morto in una stanza d'albergo e con molta probabilità è stata proprio l'esecuzione di Walter e Harper Fowles a portare alla sua esecuzione. O forse il movente sono state le molestie rivolte a Constance Wells, come sostiene il padre di lei? Griggs aveva molti nemici che potevano volerlo morto, per cui è difficile individuare i fatti precisi. Tuttavia, Bathurst scopre che c'è un collegamento tra la morte del Segretario di Stato e l'avvelenamento di Daphne Arbuthnot, un'attrice morta sul palco nel bel mezzo di uno spettacolo. Che sia questa la spiegazione giusta per il risolvere il dilemma?
  • "Fear and Trembling": David Somerset, chimico industriale, si incontra con un misterioso sindacato in un villaggio del Glouchestershire. Cosa mai dovrà vendere? Forse qualcosa che ha a che fare con ciò che studia, oppure qualche segreto scottante? Di sicuro si tratta di materiale che può recare danno a qualcuno, dal momento che Somerset scompare ben presto e, assieme a lui, pur suo figlio Geoffrey. I due saranno ritrovati morti di lì a poco, mentre l'altro figlio, Gerald, inizia a temere per la propria vita e si affretta a convocare Bathurst affinché lo protegga. Quest'ultimo, inoltre, deve rintracciare il misterioso sindacato con cui Somerset si è incontrato prima di morire. L'assassino può essere collegato a questa associazione? Quel che è certo è che sulla scena si aggira un'affascinante famme fatale...
  • "Tread Softly": L'ispettore MacMorran si reca da Anthony Bathurst per raccontargli una storia molto strana. Un certo Claude Merivale ha ammesso di aver strangolato la propria moglie, ma ha addotto come scusa il fatto di aver compiuto il delitto nel sonno, mentre dormiva profondamente. Nel sogno, ha sostenuto, egli era stato attaccato e aveva agito di conseguenza per difendersi. La polizia, com'è ovvio, non crede alla sua storia e lo ha arrestato, pur ammettendo che un parere medico potrebbe permettergli di tornare libero e diventare un nuovo George Joseph Smith, il quale è risaputo si sposasse e uccidesse la moglie di turno. Può Bathurst fare qualcosa per illuminare le tenebre che offuscano l'indagine?
Copertina di "Fear and Trembling"
pubblicato da Dean Street Press

Si tratta, in sintesi, di dieci titoli molto diversi tra loro, ma non per questo poco interessanti. Mi auguro che Dean Street Press possa continuare questo lavoro di riscoperta e riportare in libreria tanti altri romanzi interessanti come questi.

Poi, vorrei segnalare l'uscita del nuovo romanzo giallo di James Scott Byrnside, autore indipendente che ha già dato alle stampe un paio di mysteries che si rifanno al classico delitto della camera chiusa. Dopo "Goodnight Irene" e "The Opening Night Murders", infatti, a partire dal 15 ottobre sarà disponibile "The Strange Case of the Barrington Hills Vampire"; una storia sulla quale non sono riuscito a trovare una trama ben precisa (cosa che, tra l'altro, non ha fatto che aumentare il mistero attorno ad essa). Però ho scovato un elenco per punti stilato dall'autore, che forse può dare qualche piccola anticipazione sulla materia trattata nel suo nuovo giallo:
  • Avrà un circolo chiuso di sospetti;
  • Tratterà un delitto impossibile;
  • Si atterrà in senso stretto alle regole del fair play sviluppate fin dai tempi della Golden Age;
  • Gli investigatori saranno i personaggi principali, e noi vedremo gli eventi e i crimini attraverso il loro punto di vista;
  • Sarà terrorizzante e divertente in egual misura.
Poi, ovviamente, nella trama dovrà esserci anche il famoso Vampiro del titolo; forse sarà proprio lui il fantomatico assassino. In ogni caso, tutta la faccenda mi sembra molto interessante e allettante, per cui fate un pensierino su questo romanzo.

Copertina e retrocopertina di "The Strange Case of the
Barrington Hills Vampire" di James Scott Byrnside 

In terzo luogo, abbiamo Penzler Publishing che, a partire dal 6 ottobre, riporterà in libreria un altro titolo del giallista classico e critico americano Anthony Boucher. Dopo "Rocket to the Morgue", infatti, è il turno di "The Case of the Baker Street Irregulars", tradotto in Italia nei Classici del Giallo Mondadori un bel po' di tempo fa come "Gli Irregolari di Baker Street". Stavolta, però, non vedremo come protagonista Sorella Ursula; bensì un gruppo di studiosi e cultori dell'opera e dell'epopea del segugio di Baker Street, i quali si troveranno invischiati in un vero e proprio mistero degno di quelli del loro eroe. Quest'associazione, infatti, nutre da sempre una grande attenzione affinché il personaggio di Sherlock Holmes e ciò che lo riguarda siano trattati con la giusta riverenza, e non accetta adattamenti infedeli dell'opera di Conan Doyle. Così, quando viene a sapere che Hollywood ha intenzione di usare proprio Holmes per dare vita a un nuovo film, in cui egli sarà interpretato come un detective appartenente alla scuola hard-boiled, secondo una sceneggiatura tratteggiata da un autore che disprezza gli Irregolari, esprimono subito la loro contrarietà, minacciando una campagna di boicottaggi. Riconoscendo l'influenza dell'associazione, lo studio decide di correre ai ripari e di invitare una selezione di autori, critici ed esperti degli Irregolari a visitare il set, così da placare le loro lamentele. Ma non appena essi arrivano sul posto, le cose iniziano a farsi strane con una serie di minacciosi avvenimenti, riferiti ai casi più famosi di Sherlock Holmes. Finché, alla fine, avviene un omicidio. Chi sarà il colpevole? Ovviamente lo scoprirete leggendo questo giallo complesso ma divertente.

Copertina di "Midwinter Murder"
pubblicato da Harper Collins

Poi, la Fondazione Agatha Christie ha deciso di mettere in cantiere una nuova operazione, simile a quella già attuata l'anno scorso in occasione di Halloween con "L'Ultima Seduta Spiritica", secondo cui questo mese sarà pubblicata una raccolta di racconti nuova di zecca, dal titolo "Midwinter Murder: Fireside Tales from the Queen of Mystery". Come avrete capito dal titolo, si tratta di un volume che conterrà una serie di storie brevi il cui tema centrale sarà il Natale, in accordo col periodo a cui ci stiamo avvicinando. Da quello che ho trovato in rete, tuttavia, sembra proprio che essa non conterrà alcun inedito, ma soltanto racconti già editi in altre raccolte oppure apparsi in qualche forma. In ogni caso, se come me siete appassionati di giallo natalizio e vi piace gustarvi qualche storia accanto al fuoco oppure sotto alle coperte, penso proprio che questo volume possa fare al caso vostro. Dopotutto, racchiude in sé alcune tra i casi più interessanti inventati dalla Regina del Giallo, con protagonisti il belga Hercule Poirot e Miss Jane Marple. In esso, infatti, troviamo "La Scatola di Cioccolatini", "Una Tragedia Natalizia", "È Arrivato il Signor Quin", "Il MIstero della Cassapanca di Baghdad", "La Casa Rossa", "L'Espresso per Plymouth", "Intrigo alle Baleari", "Asilo", "Il MIstero di Hunter's Lodge", "Alla Fine del Mondo", "L'Ardimento di Edwards Robinson" e "Il Caso del Dolce di Natale". Insomma, un variegato menù che saprà soddisfare i gusti più esigenti.

Copertina di "The Case of the Baker
Street Irregulars" pubblicato da Penzler
Publishing

Infine, ultimo aggiornamento ma non per importanza, vi segnalo l'uscita di ben due nuovi volumi per i tipi della British Library Crime Classics, collana curata dall'inossidabile Martin Edwards. Per quanto riguarda il primo, l'autrice scelta per essere riportata alla ribalta dall'oscurità è Josephine Bell, medico e scrittrice inglese la cui fama è legata a una serie di mysteries dal background medico-scientifico e il cui personaggio ricorrente è il dottor David Wintringham, il quale lavora al Research Hospital di Londra come assistente medico. Nel titolo riproposto nei Crime Classics, tuttavia, egli non compare: lo sfondo su cui si delinea "The Port of London Murders", disponibile dal 10 ottobre, è infatti quello dei bassifondi di una Londra degli anni '30, sporca e lontanissima dalle atmosfere igienizzate e sterilizzate dei laboratori. In effetti, questo romanzo è un esempio davvero sorprendente di quello che viene definito come procedural, ovvero un libro in cui dominano le indagini serrate e quasi pedanti della polizia volte alla cattura di un criminale. Quindi, niente dilettanti sulla scena. Eppure, in questo caso la faccenda non appare affatto noiosa: a partire dal ritrovamento di una donna apparente suicida, all'interno di un caseggiato sul porto della città, le vicende andranno a svilupparsi in una serie di colpi di scena e sorprendenti scoperte da parte degli investigatori che vedranno coinvolti non solo lo spaccio di droga, ma anche alcuni curiosi eventi che si verificano in un negozio di lingerie di lusso, al cui interno lavora una donna che (guarda caso) viveva proprio accanto alla vittima. Inoltre, nel racconto occupa un ruolo di primo piano la San Angelo, una barca che scivola lungo il porto senza suscitare alcun sospetto, ma in realtà nasconde dietro alla facciata una sporca faccenda di ricatto. Già, poiché deve esserci qualcosa di poco chiaro nel suo carico, dal momento che l'ispettore Chandler, incaricato di occuparsi dei rilievi, è scomparso poco prima di testimoniare... Insomma, un altro titolo interessante ripescato da Martin Edwards, che potrà sorprendere l'esigente lettore appassionato di classica crime story.

Copertina di "The Port of London
Murders" pubblicato dalla British Library
Crime Classics
Il secondo, invece, è una nuova raccolta di racconti curata dall'inossidabile Martin Edwards. Come di consueto in questo periodo, il tema centrale della pubblicazione è il Natale; pertanto troviamo una serie di racconti natalizi in "A Surprise for Christmas and Other Seasonal Mysteries", disponibile dal 10 ottobre. Anche (e soprattutto, aggiungerei io) in questo momento dell'anno, infatti, spesso e volentieri si verificano decessi dovuti alla violenza e crimini efferati; e questa raccolta ci propone una variegata gamma di assassinii e affini in tema. Ad esempio, abbiamo due cadaveri a una calza di Natale usata come arma; oppure un postino che viene assassinato mentre consegna biglietti di auguri la mattina del 25 dicembre; o ancora un albero di Natale che cresce nascondendo un omicidio dimenticato. Non per tutti, dunque, le carole e le luci natalizie sono sinonimo di allegria e gioia; la magia nell'aria può trasformarsi in qualcosa di più inquietante, per le vittime e per gli investigatori tanto abili da scorgere dietro ai sorrisi i ghigni dei malvagi. Martin Edwards è riuscito ancora una volta a radunare un perfetto florilegio di racconti da leggere nel periodo di Natale, scritti da autori come Agatha Christie, Ngaio Marsh, Gerald Verner, Cyril Hare e tanti altri. Vi consiglio di non lasciarvi scappare questo volume.

Copertina di "A Surprise for Christmas
and Other Seasonal Mysteries" pubblicato
dalla British Library Crime Classics
Bene, anche per il mese di ottobre è tutto. Come sempre, nel caso mi fosse sfuggita qualche uscita che possa interessarvi, mi prodigherò ad aggiungerla in coda a questo post. Nel frattempo, vi auguro una buona continuazione e arrivederci alla prossima!

P.S. Mi hanno segnalato (grazie Gabriele!) che questo mese è in uscita anche un romanzo in lingua inglese pubblicato dalla Locked Room International di John Pugmire. Si tratta di "The Thirteenth Bullet" del francese Marcel Lanteaume, che non conosco; per cui posso dirvi molto poco su di lui. Però ho letto che è considerato uno dei più grandi autori del continente in fatto di giallo bretone, oltre che uno dei grandi dimenticati. E la trama del titolo riproposto fa presagire come mai egli sia ritenuto uno scrittore di prim'ordine: la vicenda, infatti, è incentrata su un'evanescente figura, un uomo caratterizzato da un cappotto grigio che si diverte a uccidere uomini single in tutta la Francia. Tutte queste morti sembrerebbero casuali, dettate da un arbitrio senza logica e seguendo uno schema da serial killer "moderno"... se non fosse che l'unico testimone che ha intravisto l'assassino abbia giurato che quello ha stretto la mano all'ultima vittima designata, prima di sparargli al cuore. Strano, vero? Immediatamente questo testimone viene messo sotto protezione, dal momento che si teme per la sua incolumità, e in attesa di ulteriori interrogatori viene sistemato in un bunker di cemento senza finestre, con pareti spesse un metro e coperto da altri due metri di terra, chiuso ermeticamente con catenacci interni e sorvegliato da sentinelle all'esterno. Tuttavia, la mattina del giorno seguente gli uomini di guardia devono letteralmente demolire le porte d'acciaio e le serrature per poter entrare nella stanza, dal momento che nessuno si reca ad aprire; e stupefatti si imbattono nel cadavere del loro testimone chiave. Come può essersi verificata una morte violenta, in tali condizioni? Mescolando una serie di delitti da serial killer e un delitto assolutamente impossibile, Lanteaume dà vita a una storia che è stata definita "selvaggia e fantasiosa". Devo ammettere di essere molto incuriosito; la speranza è che prima o poi "The Thirteenth Bullet" possa essere tradotto in italiano. Bene, ancora saluti a tutti!

Copertina di "The Thirteenth Bullet"
pubblicato dalla Locked Room
International

Link ai titoli consigliati su IBS:
"Il capanno sulla spiaggia" di Milward Kennedy;
"Uno dopo l'altro" di A.G. MacDonell.

Link ai titoli consigliati su Libraccio:
"Il capanno sulla spiaggia" di Milward Kennedy;
"Uno dopo l'altro" di A.G. MacDonell.

Link ai titoli consigliati su Amazon:
"Il capanno sulla spiaggia" di Milward Kennedy;
"Uno dopo l'altro" di A.G. MacDonell;
"Il Re è Morto" di Ellery Queen (solo ebook);
"The padded door" di Brian Flynn;
"The edge of terror" di Brian Flynn;
"The spiked lion" di Brian Flynn;
"The League of Matthias" di Brian Flynn;
"The horn" di Brian Flynn;
"The case of the purple calf" di Brian Flynn;
"The Sussex cuckoo" di Brian Flynn;
"The Fortescue candle" di Brian Flynn;
"Fear and trembling" di Brian Flynn;
"Tread softly" di Brian Flynn;
"The port of London murders" di Josephine Bell;
"The thirteenth bullet" di Marcel Lanteaume.

venerdì 25 settembre 2020

47 - "Ipotesi per un Delitto" ("Let X Be the Murderer", 1947) di Clifford Witting

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore

Come ho già avuto modo di osservare nell'introdurre la recensione di "Com'è Morto il Baronetto?" di H.H. Stanners, la classica crime story non è fatta di soli capolavori di autori ampiamente riconosciuti. Infatti, accanto a nomi come quello di Agatha Christie, la cui opera è conosciuta non solo all'interno del genere giallo, ma anche tra i lettori occasionali e chi è entrato in contatto col suo nome attraverso canali extra-letterari (con serie TV, film e quant'altro); di Dorothy L. Sayers e di Anthony Berkeley (forse i più celebri tra i giallisti classici, troviamo molto spesso perle letterarie di scrittori considerati illustri sconosciuti al di fuori della cerchia di appassionati di romanzo del mistero. Proprio "Com'è Morto il Baronetto?" si è rivelato essere un perfetto esempio di questo tipo di mystery, con una storia gradevole e (forse) talmente tanti elementi "tradizionali" da apparire fin troppo stereotipato, allo stesso modo esistono pure racconti che non hanno goduto della stessa fama di altri più celebrati, ma per questo non sono meno intriganti e affascinanti. Accanto ai capolavori, si possono meritatamente collocare sporadiche prove di giallisti che magari sono stati mediocri nel resto della loro produzione: mi viene in mente, ad esempio, Joel Townsley Rogers il quale, a parte "La Rossa Mano Destra", non ha prodotto chissà quali eclatanti parti creativi; oppure J. Jefferson Farjeon che, tra una spy story e un libro avventuroso, ci ha lasciato alcune piccole gemme di genere giallo come "Sotto la Neve" e "La Casa dei Sette Cadaveri". Nella maggior parte di questi casi, i loro autori magari hanno goduto di una certa celebrità finché erano in vita e così hanno potuto continuare a scrivere fino alla fine dei loro giorni; ma poi, di punto in bianco, non appena la loro produzione è cessata, le loro opere (sia quelle meno sia quelle più pregevoli) non hanno retto il colpo e sono via via scomparse dalla scena e dalla memoria dei lettori. In questo modo, molti meritevoli romanzi gialli della Golden Age, ma non solo, sono stati dimenticati e trascurati. Chissà qual è stato il motivo di questo spiacevole oblio. Forse essi sono stati dati alle stampe nel momento sbagliato o impiegando cliché inflazionati per il loro tempo, oppure il loro autore non è riuscito a raggiungere la fama che desiderava e nonostante il buon riscontro da parte di una parte del pubblico, complice la delusione, ha smesso di scrivere. Forse si è trattato di qualcosa di semplicemente naturale: infatti, i libri di questo genere sono talmente numerosi che, se qualcuno sfugge alla nostra attenzione, non c'è poi da stupirsene.

In ogni caso, non bisogna arrendersi al fatto compiuto; si deve continuare a fare attenzione e a restare aperti a nuove dritte su romanzo gialli che possono essere passati inosservati per ridare loro ciò che meritano (tra gli altri, mi incuriosisce moltissimo l'opera di Brian Flynn, riscoperta da PuzzleDoctor nel suo blog In Search of the Classic Crime e in corso di ripubblicazione da parte di Dean Street Press: se solo avessi più dimestichezza con la lingua inglese!). Soprattutto a quelli appartenenti a serie in cui il protagonista non è il tanto decantato e carismatico dilettante, con le sue particolari caratteristiche, ma un più prosaico poliziotto. In più di un caso (vedasi proprio l'insieme dei romanzi di Flynn), infatti, con molta probabilità questa caratteristica ha contribuito alla dimenticanza di alcuni mysteries più che riusciti, proprio perché non sono riusciti a imprimere nella memoria del pubblico un particolare personaggio o elemento originale della trama. Un vero peccato, a mio parere, dal momento che un romanzo giallo è molto di più del suo protagonista oppure di un semplice trucco di prestigio da applicare all'enigma. Pertanto, su Three-a-Penny appariranno in futuro, oltre ai già presenti "Com'è Morto il Baronetto?" di Stanners e altri racconti minori del mistero che vi lascio trovare da soli, alcune tra queste opere meritevoli di essere riscoperte; e oggi voglio iniziare tale processo con "Ipotesi per un Delitto"di Clifford Witting (Polillo Editore, 2009). Questo autore, infatti, è quasi sconosciuto (tra le altre cose, la sua biografia è davvero stringata) e ha dato vita a una serie di romanzi in cui il protagonista è l'ispettore Charlton, un poliziotto la cui caratteristica più evidente è una spiccata intelligenza. Se a tutto ciò aggiungiamo il fatto che "Ipotesi per un Delitto" tratti di un tipico caso di "delitto-della-casa-di-campagna", con un certo numero di sospetti che varia dai parenti della vittima ai vicini di casa ad alcuni individui siti in villaggi poco distanti, la familiare figura dell'investigatore seriale e indizi nascosti tra le righe, potremmo avere l'impressione di trovarci di fronte a una storia abbastanza ordinaria e simile a tante altre. Eppure, non è così: in realtà l'indagine tocca temi molto interessanti (come quello della pazzia e quello del matrimonio) e il libro si distingue per uno stile scorrevole, un enigma articolato che intrattiene il lettore e suggestive descrizioni dei luoghi in cui si muovono i personaggi, producendo un risultato gradevole e affascinante.

Downs in Winter (Southdowns, Sussex), Eric Ravilious, 1935
raffigurante il paesaggio descritto in "Ipotesi per un Delitto"
La storia è ambientata nella piccola cittadina di Lulverton, sita a tre miglia di distanza da Southmouth-by-the-Sea, nei South Downs. Laggiù, in un freddo mattino di novembre, all'interno della stazione della polizia, il sergente Martin sta aspettando l'arrivo del suo superiore, l'ispettore Harry Charlton, per aggiornarlo sulle ultime novità riguardo la vigilanza del villaggio; quando all'improvviso suona il telefono. Come scoprirà Martin, all'altro capo del filo si trova qualcuno che sostiene di essere Sir Victor Warringham, in preda a un'agitazione a malapena soffocata. La voce appare confusa e spaesata, ma sostiene con forza di voler chiedere l'aiuto dei poliziotti dal momento che, quella stessa notte, un paio di mani fosforescenti hanno tentato di strangolare sua signoria nel sonno. Il sergente, scettico, tenta di cogliere qualche informazione in più e si affretta a riassicurare il mittente che presto Charlton sarà informato, in modo che egli possa decidere come meglio agire. E una volta aggiornato, l'ispettore decide di sondare il terreno e di recarsi con Martin a Elmsdale, l'enorme villa di proprietà dei Warringham. Giunti laggiù, tuttavia, i due poliziotti si scontrano con il primo problema: nonostante la palese felicità della cameriera nel veder giunti i soccorsi, la governante di casa miss Enid Winter li accoglie con una certa freddezza, tentando di minimizzare le ragioni che li hanno spinti a scomodarsi fino a giungere nella casa fuori dalla cittadina. A suo dire Sir Victor soffre di mal di cuore, ma non potrebbe mai aver deciso di punto in bianco di giocare uno scherzo del genere alla polizia; tanto più che, da qualche ora, egli si trova chiuso nella sua camera a riposare. Ovviamente sarà impossibile per Charlton e Martin incontrarlo, per cui meglio se ripassano un'altra volta. Mentre miss Winters sta rincarando la dose, tuttavia, appare il genero dell'infermo, un tale di nome Clement Harler che sostiene come Warringham sia matto da legare e pericoloso. A suo dire, la governante ha fatto finta che Sir Victor soffra di cuore per non rischiare di farlo entrare in contatto con sconosciuti e allarmarlo senza un motivo valido. Risultato: Charlton e Martin sono costretti ad andarsene. Nel farlo, però, scoprono che Warringham sta aspettando il suo avvocato, il signor Howard, per affidargli un non meglio specificato incarico. Che abbia a che fare col suo discusso testamento?

Come si informa ben presto l'ispettore, infatti, Sir Victon Warringham ha disposto delle sue ultime volontà in modo alquanto bizzarro, senza mai cambiare un documento testamentario che risale a molti anni prima. Secondo quest'ultimo, metà del patrimonio sarebbe dovuto passare alla moglie, Lady Warringham, mentre l'altra metà a Rosalie, la sua amata figlia. Tuttavia, le due donne sono decedute in un tragico incidente che aveva visto coinvolto un ordigno bellico, ai tempi della Seconda Guerra Mondiale; pertanto, la quota della moglie di Sir Victor e quella di Rosalie dovrebbero passare entrambe a Clement Harler, genero e ultimo mebro della famiglia, il quale ha dato dimostrazione di non essere un individuo alla mano non solo per il suo atteggiamento con Charlton (spingendolo praticamente fuori dalla porta e dicendo di non dare adito ai vaneggiamenti di un pazzo secondo i quali un fantasma avrebbe tentato di ammazzarlo), ma anche per il fatto di aver portato a Elmsdale un'altra donna, una femmina fatale di nome Gladys. Tutto ciò, quindi, farebbe pensare che gli Harler stiano tramando un brutto scherzo a Warringham, così da fargli perdere del tutto la ragione e internarlo per impedirgli di fare alcuna modifica al testamento, per assicurarsi il denaro. Charlton è convinto di questa teoria e, nonostante non lo abbia mai incontrato di persona, non crede che Sir Victor sia matto: a sostenere questo fatto sono gli Harler e un dottore dalla cattiva reputazione, mentre dicono il contrario Howard e le altre due persone che hanno a che fare con il malato: un bambino di dieci anni, John Campbell, nipote di miss Winters, e Tom Blackmore, affittuario di un cottage all'interno della proprietà e conoscente di vecchia data del padrone di Elmsdale. Però non può fare nulla, finché gli eventi non si saranno spalancati davanti a lui e ai suoi sottoposti. Così assiste impotente al delitto che si verifica la notte seguente proprio in casa di Sir Victor, nuova fonte di guai. Infatti, la vittima non è Warringham, come le premesse farebbero pensare, ma miss Winters. Cosa può aver innescato una donna silenziosa e astuta come quella? Forse c'entra il testamento di Sir Victor? Oppure il movente di tale crimine deve ricercarsi nel passato della donna? Starà a Charlton mettere in pratica le indagini di routine, applicare il suo metodo basato sui fatti  e svelare la verità che si cela dietro l'assassinio.

Coastline Seascape, John Glynn, 1920
circa, raffigurante la costa inglese in cui si
trova Southmouth
Da come si presenta, "Ipotesi per un Delitto" ha tutta l'aria di assomigliare a un problema matematico, come uno dei cruciverba mentali che andavano tanto di moda nei primi anni del Novecento. Fin dalla sua struttura esteriore, infatti, esso mantiene una divisione in parti che ricorda molto da vicino quei teoremi che un po' tutti noi abbiamo studiato a scuola. "Sia ABC un triangolo isoscele" si è soliti recitare come un mantra, quando si affronta la geometria matematica; e anche in questo caso ci troviamo davanti a un postulato che ricalca questa formula, dal momento che il titolo originale del romanzo è proprio "Sia X l'omicida". Inoltre, al suo interno, troviamo uno schema quadripartito, dove ogni sezione porta il nome di una parte del problema: "Teorema", "Ipotesi", "Interpretazione" (che noi chiameremmo "Tesi") e "Dimostrazione". Nella prima parte si prova a capire chi e perché voglia la morte di Sir Victor; nella seconda si sviluppa la ricerca di indizi alternativa al filone finora seguito, dal momento che l’omicidio verificatosi non coinvolge il baronetto, ma la sua governante; nella terza si scava a fondo nelle diverse piste, per scovare chi sia cosa, quando e perché; nell'ultima i nodi vengono al pettine e si scopre chi ha commesso il crimine e il suo movente. In aggiunta a ciò, inoltre, abbiamo tutta una serie di elementi che a primo acchito rimanda a una trattazione del caso in modo alquanto asettico, tradizionale e quasi pedante. Ad esempio, le premesse dell'omicidio (ed esso stesso) ricalcano il classico schema secondo cui tutti gli eventi danno ad intendere che stia per accadere una disgrazia, ma l'investigatore non può far altro che aspettare che si verifichi il decesso della vittima designata, prima di poter raccogliere abbastanza prove materiali per inchiodare l'assassino; oppure la presenza di pochi personaggi, presentati come simili a incognite di un'equazione matematica e caratterizzati da una certa sgradevolezza e aridità, la maggior parte dei quali viene descritta attraverso un complicato schema genealogico. Lo stesso Charlton, a differenza del sornione Poirot, del faceto Lord Peter e del cinico Roger Sheringham, appare freddo per la maggior parte del tempo e intenzionato a catturare il colpevole senza lasciarsi troppo trasportare da distrazioni come le emozioni e le opinioni personali. Legato a ciò, in "Ipotesi per un Delitto" troviamo un metodo di indagine completamente differente da quello che potrebbero mettere in pratica gli investigatori dilettanti: qui ci troviamo di fronte alla solida e inossidabile routine della polizia, la quale deve compiere passi necessari per assicurare un corretto svolgimento del proprio compito verso i cittadini e rispettare una prassi ben precisa, dove non esistono sgarri e iniziative personali da parte degli agenti. Inoltre, uno dei temi principali affrontati nel corso del romanzo è quello della legge, legato alla complicata faccenda del testamento di Sir Victor Warringham; tutto è molto dogmatico e strutturato, i cavilli legali del passaggio delle quote ereditate vengono passati al microscopio più di una volta e i sospetti variano in continuazione proprio in base alla lettura che viene data di ogni nuovo indizio (spesso materiale e non psicologico), tenendo in considerazione le conseguenze che possono derivare dalle scoperte sulla morte di miss Winters (pp. 43-44, 81-84, 114-116, 125-126, 131-133, 136, 156-158, 179-187, 248-250, 256-259, 290-292, 295-305, 311-313).

In sintesi, dunque, tutti questi elementi tendono a dipingere "Ipotesi per un Delitto" come se esso fosse uno di quei fin troppo classici romanzi del mistero che trattano di un delitto in un'antica villa signorile, farcito con la consueta famiglia di parenti-serpenti corredata di conoscenti e amici della stessa natura, una lunga serie di indizi da trovare ed interpretare, un detective che si preoccupa di analizzare questi ultimi per trovare una soluzione, atta ad incriminare un individuo e a portarlo di fronte a una corte di giustizia senza indugio, e una generale aria ironica e un po' retrò a fare da sfondo alle vicende. Insomma, una storia ordinaria che non colpisce e che potremmo scambiare con tante altre. E in parte è così, non si può negare l'evidenza. Dopotutto, sfido chiunque a confutare le affermazioni che ho fatto qui sopra e ad ignorare alcuni commenti che si trovano in rete a riguardo, tra i quali spiccano "[il giallo] è di quelli che definisco "piatti" e poco movimentati, [con una] vicenda [che] non si fa mai molto interessante", "un romanzo abbastanza banale e prevedibile, nonostante le rivelazioni finali. [...] non aggiunge nulla di nuovo ai numerosi romanzi usciti negli anni precedenti. Forse può sorprendere il lettore occasionale di gialli, ma le tematiche e lo svolgimento della trama sono tutti ben noti a chi conosce i romanzi di genere" e "un libro minore". Tuttavia, quello che si fatica a cogliere, a mio parere, è che la storia narrata da Witting non si ferma a questa semplicistica analisi superficiale. In ognuno degli aspetti che ho preso in considerazione, possiamo trovare qualcosa che mette in mostra come l'autore abbia voluto fare un passo in avanti e dare un'interpretazione in qualche modo svecchiata. Lo schema familiare dei Warringham e dei loro conoscenti, ad esempio, è sì incentrato su un complesso sistema che tende a restituire una schematizzazione geometrica dei rapporti tra gli individui, ma in realtà è confuso e sottintende una mancanza di chiarezza che si allontana proprio dall'idea iniziale della struttura ben definita. La incognite che coinvolgono la storia familiare e la questione dell'eredità sono piene di intrighi, bugie e inganni, e rispecchiano una certa imprecisione che stride con l'apparente simmetria del romanzo. Lo stesso schema dell'indagine, che sembra tanto attinente alla tradizione, mostra un'evoluzione che ricalca il parte quella di "Il Pericolo Senza Nome" di Agatha Christie, una tra le più innovative gialliste di sempre. I personaggi, dal canto loro, appaiono sia come figure sgradevoli che ripugnano e che tendono ad essere identificate in incognite geometriche, sia quali attori a tutto tondo (almeno riferendosi ai protagonisti principali delle vicende), i quali danno prova di avere spessore e profondità: infidi come serpenti oppure emotivi, ma pur sempre lontani da macchiette stereotipate. E questo vale pure per Charlton, il quale in un paio di occasioni abbandona l'atteggiamento gelido per mettere in luce una certa compassione per John Campbell e Sir Victor, oltre a lasciar trasparire come non sia così malvagio quando entra in contatto con i suoi sottoposti.

In aggiunta, la legge e il testamento, così importanti all'interno del racconto di "Ipotesi per un Delitto", lasciano intravedere quanto dietro al dogmatismo si celi una grande confusione: non si è mai sicuri di nulla, perché i fatti potrebbero essere capovolti da un nuovo indizio, e i risvolti che scaturiscono da essi sono spesso inaspettati. Il metodo della polizia (pp. 109-110), tanto improntato a seguire una prassi ineluttabile e persino noiosa, mette in luce quanto sia importante l'elemento umano perché esso possa funzionare al meglio: l'interazione tra gli individui è importantissima, a dimostrazione di quanto non sia un'indagine individualista come quella dell'investigatore dilettante, tutt'al più coadiuvato da una "spalla", ed esprime un'aria di cameratismo che è il vero segreto del suo successo (pp. 10-14, 17-18, 25-26, 44-45, 77-79, 81, 86, 95-100, 144-145, 153-170, 207-210, 240-246, 268-270, 279-281); si manifesta grazie alle prove che riesce a portare alla luce, ma viene messa in pratica con un'astuzia e una certa faccia tosta che non possono essere imprigionate e catalogate. Gli stessi indizi, infine, si suddividono tra fisici (in realtà è la mancanza di alcune prove a mettere sull'avviso Charlton) e psicologici; anzi, direi che il fattore della psicologia gioca un ruolo di maggior rilievo, allo stesso modo che nei romanzi gialli di Christie. Insomma, nonostante sia inconfutabile il fatto che "Ipotesi per un Delitto" ricalchi un qualche modo quel tipo di mystery pragmatico che fece fortuna nei primi anni del Novecento, basato su aspetti molto tradizionali e incentrato su di un'indagine che vedeva protagonista la polizia al posto del segugio dilettante, secondo me è sbagliato catalogare senza indugio questo libro in tale definizione. Al suo interno c'è molto di più di quanto sembri: non solo abbastanza elementi per confutare in parte le critiche da esso rivolte, ma pure un'attenzione volta a trattare alcuni temi con particolare cognizione, come quello della pazzia e quello del matrimonio.

Rara immagine di Clifford Witting, nato nel
1907 e morto nel 1968, mentre è al lavoro

Proprio per questo motivo è un vero peccato che l'opera di Clifford Witting non sia conosciuta più di tanto e nemmeno tenuta in particolare considerazione. Della sua vita, come dicevo nell'introduzione, non si sa poi molto; forse anche per questo egli non è riuscito a conservare la fama che merita all'interno del genere e a veder perdurare la sua produzione nel tempo. Della sua biografia stringata, si sa che nacque nel 1907 nel distretto di Lewisham, a Londra, e che dopo gli studi all'Eltham College della città, tra il 1916 e il 1924, divenne impiegato alla Lloyd Bank, dove lavorò fino al 1942. Si sposò nel 1934 con Ellen Marjorie Steward, dalla quale ebbe una figlia di nome Clerk, e durante la Seconda Guerra Mondiale prestò servizio come sottufficiale d'artiglieria nei Royal Artillery and Ordinance Corps, da cui si congedò col grado di maresciallo. Prima di allora tuttavia, aveva già dato alle stampe alcuni romanzi gialli, a partire dal 1937 quando pubblicò "Murder in Blue", il quale vede un'indagine sulla morte di un poliziotto. Fin dal suo esordio, il personaggio principale delle sue storie fu l'ispettore Harry Charlton della polizia di Lulverton, un villaggio che si trova nei South Downs a poche miglia dalla costa inglese, assieme ai suoi assistenti: i sergenti Martin e Bardfield, quest'ultimo in seguito promosso a ispettore. Per il resto, sulla vita di Witting si sa che nel 1947 egli fu nominato direttore onorario dell'Old Elthamian, il giornale del suo vecchio college, e che entrò a far parte del Detection Club nel 1958, appena dieci anni prima della sua morte. Questa fu una delle tante stranezze che videro l'autore protagonista: come mai l'invito gli venne esteso soltanto così tanto tardi? E perché è così dimenticato, nonostante abbia dato vita a una produzione narrativa non indifferente? Per quel momento, infatti, aveva già pubblicato per l'editore Hodder & Stoughton ben dodici dei sedici mysteries che firmò a suo nome, i più importanti dei quali furono "Measure for Murder", "Subject: Murder", "Ipotesi per un Delitto", "A Bullet for Rhino" e "There Was a Crooked Man". Oltretutto, Witting ha ottenuto grandi elogi dai critici Barzun & Taylor nel loro "A Catalogue of Crime", al punto che la sua intera produzione è stata inserita in quella guida fondamentale alla letteratura del mistero e la sua abilità definita come debole in partenza, ma poi caratterizzata da una competenza sempre più alta; a dimostrazione di quanto egli avesse una spiccata capacità nel tratteggiare personaggi e situazioni, oltre a saper tenere alto l'interesse del lettore nei confronti del mistero. Anche il critico Nick Fuller ha espresso parole di stima per Witting: "La sua indagine è genuinamente avvincente, e il suo stile ironico anche se poche volte scherzoso. Lui poteva creare molte bene le ambientazioni, come quella dell'esercito in "Subject: Murder". I suoi libri hanno la genuina attrazione del giallo classico. Lui può mettere con abilità il lettore su una falsa pista ("Midsummer Murder") o inventare un genuinamente astuto e semplice metodo per uccidere ("Dead on Time"). Sperimentò con la forma: la vittima a sorpresa di "Measure for Murder" o, nonostante il resto sia debole, la maestria nell'orchestrare l'inverted story in "Michaelmas Goose". In breve, ha sempre offerto qualcosa al lettore e trovato originali idee all'interno delle convenzioni del giallo".

Eppure, come dicevo all'inizio, a parte questi pareri entusiasti e pochissime altre menzioni, l'autore è stato del tutto trascurato. Un vero peccato, se si pensa a quanto sia una buono "Ipotesi per un Delitto". Infatti, sebbene Witting non sia considerato come particolarmente brillante e la sua penna poco abile nell'avvolgere ogni cosa di mistero, da parte mia penso che i suoi siano romanzi gialli meritevoli tanto come polizieschi attinenti alla tradizione quanto come espressione di un genere in evoluzione. Nello specifico del libro di oggi, oltre agli aspetti di cui ho parlato sopra, trovo che le ambientazioni siano molto affascinanti, sappiano calare il lettore nelle vicende con pari calore e glaciale dramma in base alle necessità e costituiscano uno dei punti più alti dello stile dell'autore (pp. 12-15, 18, 28, 37, 67-71, 87, 89, 96-99, 110, 215, 230-233, 261-262, 273, 276, 279-280, 292-294). A questo proposito, mi è sembrato che la narrativa di Witting sia vicina a quella di Herbert Adams, giallista che spesso aggiunge una sorta di sottotrama suggestiva popolata di personaggi minori ma vividi, i quali tendono ad occupare la prima linea della scena mettendo sullo sfondo l'indagine; cosa che va bene solo se utilizzata a piccole dosi, e questo è il caso del romanzo che recensisco oggi, dove fascino e arguzia abbondano e contrastano la violenza (es. pp. 67-71 e 87-90). Molti temi vengono affrontati in modo interessante, dimostrando probabilmente quali fossero le idee dell'autore a riguardo. La pazzia, innanzitutto, vista come qualcosa che non è per niente facile da individuare: spesso la si fa facile, dicendo che chi è malato di mente ce l'ha scritto in faccia, ma in realtà questo tipo di disturbo si cela dietro a maschere all'apparenza quiete e tranquille. Dopotutto, i romanzi gialli e i fatti di cronaca ci insegnano ogni giorno quanto sia invece complicato scorgere i segni di un cervello disturbato; segni che si manifestano il più delle volte nelle piccole cose e nelle azioni che ognuno compie durante una giornata come tante (pp. 20-22, 42, 51-59, 63-65, 82-85, 111-117, 119-128, 159-160, 187-188, 199-200, 253, 259-260, 273-281, 286-289). La stessa scienza, altro punto importante all'interno di un mystery giocato sui fatti e sugli aspetti più pragmatici di un omicidio come "Ipotesi per un Delitto" (pp. 95, 98-100, 126-127, 129-131, 160-163, 168-169, 188-189, 194-195, 210-215, 305-307), può fallire nell'individuare qualcosa che non va in una persona con la mente instabile: a volte un ritardo può non sortire alcuna grave conseguenza, se il paziente manifesta piccole manie; ma se egli tende ad avere comportamenti ossessivi e ad assumere un comportamento violento, le cose possono cambiare in modo drastico. Insomma, c'è molto da fare prima di poter assicurare una diagnosi veritiera.

In secondo luogo, poi, abbiamo una curiosa tendenza da parte di Witting nel dipingere matrimoni che non funzionano per niente: non solo quello degli Harler, complici e nemici l'uno verso l'altra allo stesso tempo, ma anche quello dei genitori del piccolo John Campbell, quello della defunta Rosalie con l'infido Clement e quello tra Tom Blackmore e la sua (ex)compagna infedele (pp. 47-51, 62-63, 70, 81-83, 137-139, 216-217, 297-305). Forse questo aspetto, ripetuto più volte all'interno di uno stesso romanzo, può gettare la luce sulla relazione tra l'autore e sua moglie? Non avendo letto altro di suo, mi riservo di sospendere il giudizio; però è curioso come il rapporto tra uomo e donna sia dipinto in modo tanto negativo. Anche la presenza di un bambino come personaggio chiave della storia è una scelta compiuta da Witting che trova ben pochi altri riscontri all'interno del genere (pp. 28-33, 61-63, 71-76, 79, 116-117, 141-147, 200-203, 237-240, 253-259, 273-278). Ad esempio, a me viene in mente solo "È un Problema" di Agatha Christie, in cui una bambina viene sballottata di qua e di là da individui senza scrupoli, come lo stesso John, e gioca un ruolo di primo piano dentro un poliziesco. Per quanto riguarda gli altri protagonisti principali, invece, ci sono più o meno le solite figure, caratterizzate però a tutto tondo e soprattutto da un forte grado di repulsione. Soltanto John Campbell riesce a mantenere un atteggiamento di ingenuità e tenerezza pressoché per tutto il racconto (nonostante nutra fugaci pensieri letali contro Harler, quando quest'ultimo gli sequestra la pistola giocattolo); gli altri figurano come sgradevoli individui decisi ad accaparrarsi un vantaggio dalla situazione a Elmsdale (presentati soprattutto nella prima parte, oltre alle pp. 148-152, 171-179, 193-196, 216-224, 226-230, 247-250, 264). Al contrario, le figure secondarie come Bardfield, Martin, la signora Gulliver e la giovane Lily Higgins (rispettivamente cuoca e sguattera in casa Warringham) vengono dipinte come gradevoli persone, un po' ingenue ma proprio per questo lontane dai desideri e dalle passioni che divorano i signori aristocratici e snob, e ne decretano la rovina. Ecco, forse solo il dottor Stamford gioca un ruolo dalle apparenze negative tra le comparse; assieme a Gladys Harler, la quale purtroppo compie soltanto fugaci apparizioni e scompare nella seconda metà della storia (peccato, magari poteva interpretare un ruolo di maggior peso negli eventi).

Infine, vorrei spezzare una lancia a favore dell'enigma contenuto in "Ipotesi per un Delitto". Nonostante il fatto che, senza dubbio, al suo interno ci siano delle carenze (la cerchia di sospettati molto ristretta, il continuo spostamento delle luci della ribalta sui sospettati che porta a una graduale eliminazione degli stessi e una certa aridità nell'enunciazione, rispetto a quanto accade in altri romanzi gialli), non me la sento di bocciarlo in pieno. Una persona che conosco e che se ne intende di crime novels ha affermato che il mistero contenuto in questo libro non ha nulla di meno di uno di quelli che si trovano in un romanzo di Christie: forse l'affermazione è un po' eccessiva, ma a grandi linee sono d'accordo. In fondo, quello che richiede un buon mystery è una vicenda che sappia coinvolgere il lettore al punto da catturare la sua attenzione e riesca a mantenere alta la tensione e la curiosità fino alle ultime pagine. Ed io ho ritrovato proprio ciò in "Ipotesi per un Delitto". Qualche colpo di scena non è stato celato proprio benissimo, se si è accaniti divoratori di storie del mistero, ma tutto sommato la vicenda riserva più di una sorpresa per chiunque si appresti a leggerla. Il fair play, inoltre, viene rispettato fino a un certo punto, dal momento che è la mancanza di indizi che, in qualche modo, può suscitare nel lettore alcuni sospetti su chi sia il colpevole. Detto ciò, sento di potermi dire più che soddisfatto della lettura di "Ipotesi per un Delitto" e propenso a provare, nei prossimi mesi, l'altro romanzo di Witting che Polillo ha tradotto per il lettori italiani: "Il Canto di Natale". Ma adesso ho voglia di allontanarmi dall'indagine basata sulla routine della polizia e tornare a concentrarmi sulla figura dell'investigatore dilettante. Tornerò sulle imprese di Charlton quando avrò bisogno di un racconto ben costruito, gradevole e che mi riconcili che il giallo più classico.


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venerdì 18 settembre 2020

46 - "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" ("The Poisoned Chocolates Case", 1929) di Anthony Berkeley

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore
Sono sicuro che, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha pensato che gli sarebbe piaciuto cimentarsi nella risoluzione di un caso di omicidio. Certo, magari non uno verificatosi all'interno della propria sfera di conoscenze (a meno che la vittima non sia un nostro nemico o comunque una persona che desidereremmo veder scomparire dalla faccia della Terra); ma indagare su di un delitto che non ci tocchi nel personale, che possa metterci alla prova e testare la nostra materia grigia, potrebbe essere indubbiamente una sfida interessante da affrontare. Pensate: vi trovate davanti a un assassinio perpetrato a sangue freddo; siete incaricati di risolvere l'enigma di questa morte, di scoprire cosa abbia spinto un essere umano come voi a compiere un gesto tanto estremo, di vagliare tutte le ipotesi e di trovare un movente adatto alla personalità del colpevole, il quale ovviamente deve aver avuto l'opportunità, la forza di volontà necessaria e una coscienza abbastanza deviata e suggestionabile da non tradirsi. Intesa come una prova di abilità, dal punto di vista accademico, anche io trovo che qualcosa del genere sarebbe un utile e ingegnoso test per vagliare le nostre competenze fisico-psicologiche. D'altro canto, tuttavia, sono consapevole che l'indagine su di un crimine violento non debba essere presa alla leggera ed affidata al primo dilettante che passa per la strada: gli errori non sono ammessi, quando si deve decidere tra mille ansie se uno sia innocente oppure colpevole, e se l'inquirente fa un passo falso, ciò può perseguitarlo fino alla fine dei suoi giorni. Inoltre, bisogna avere una preparazione specialistica e soprattutto sviluppare una certa dimestichezza nel corso degli anni, prima di potersi dire qualificati a compiere un tale compito gravoso. Per cui, io preferisco dedicarmi agli omicidi fittizi che ci offre la classica crime story, entusiasmanti tanto quanto quelli della vita reale, ma senza pressioni di sorta e preoccupazioni. Infatti, come forse avrete ormai capito leggendo le mie recensioni, per quanto mi riguarda i delitti degli autori della tradizione gialla classica hanno, in fondo, molti aspetti in comune con i loro fratelli nella vita di tutti i giorni. E questo non deriva solo dal fatto che molti di essi sono stati ricalcati su assassinii verificatesi sul serio negli ultimi centocinquant'anni; dietro a questa convinzione c'è molto di più.

Ad esempio, i moventi che spingono i colpevoli letterari a macchiarsi di crimini orrendi molto spesso sono gli stessi che emergono dalle confessioni delle loro controparti in carne ed ossa. Come non accostare la figura di X, avvocato disperato e alla ricerca di un mezzo qualsiasi per tirare avanti, con Y, l'uomo di legge che da avvelenato il collega o il coniuge per ereditarne i beni? Oppure le caratteristiche psicologiche di un personaggio dei primi del Novecento, così simili a quelle del nostro vicino di casa: sono convinto che il delitto non invecchi mai e tenda a ripetersi di volta in volta, assumendo forme sempre diverse, assieme alle sue premesse e cause scatenanti; per cui, non trovo ci sia poi questa gran differenza tra i ragionamenti che potesse fare il signor Tale nel 1920, e quelli del signor Quale un secolo dopo. Soprattutto, però, ciò che avvicina il delitto fittizio a quello reale è il fatto che spesso e volentieri le cose non appaiano mai come dovrebbero essere. Nel senso che, sia in un caso che in un altro, può passare molto tempo prima che l'assassino venga identificato e catturato, e nel frattempo vengono sospettate tante altre persone. Certo, di norma nel romanzo giallo si tende a impostare fin dall'inizio una certa linea investigativa, a selezionare gli indizi e a far combaciare le deduzioni così da poter giungere a un finale soddisfacente sotto tutti i punti di vista, che rispetti le premesse. Cosa che porterà comunque a una serie di sospetti verso innocenti, piste false e fraintendimenti. Però non sempre è tutto così lineare. In alcuni casi, il bello sta proprio nel trovarsi davanti a una situazione in cui non si può sapere dove si andrà a parare, in continuo capovolgimento nel sottolineare aspetti differenti dell'omicidio, illuminati dal'autore di volta in volta, così da ritenere prima uno e poi l'altro un probabile assassino. Questa pratica, non a caso, fu messa in pratica e sfruttata nel migliore dei modi da colui il quale considerava la giustizia come qualcosa di fallace, e possedeva una grande capacità nel mettere in ridicolo il prossimo e un senso dell'ironia cinico e sarcastico "fino al punto di indecenza": Anthony Berkeley. E nel romanzo che recensisco oggi, "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" (Polillo Editore, 2002), questa particolare concezione del crimine, questo divertimento nel prendersi gioco delle convenzioni e dei metodi attraverso cui i giallisti irretiscono i loro lettori, trova un'applicazione ad oggi ineguagliata, che mette in mostra come le soluzioni di un delitto possano essere infinite, se i personaggi apprendono le informazioni di pari passo con chi legge, quando soltanto un piccolo tassello viene aggiunto al quadro generale delle prove oppure una testimonianza viene confermata o smentita. Si tratta di una sfida aperta a chiunque desideri mettersi alla prova, proprio come se fosse un caso di omicidio nella vita reale: vi sentite abbastanza abili da risolvere il mistero? Ebbene, accomodatevi e aguzzate l'ingegno.

Piccadilly Circus at night, Frederick Lawrence Tavaré
(1847-1930) che raffigura il luogo in cui è passato l'assassino
di Joan Bendix
Tutto ha inizio in una sera come tante altre, in una stanza non meglio identificata, poco dopo la metà di novembre. Attorno a una tavola imbandita, sette personaggi siedono in compagnia e godo l'un l'altro dell'allegria reciproca e del buon cibo che hanno assaporato. Sono i membri del Circolo del Crimine, un'associazione fondata dall'investigatore dilettante Roger Sheringham, la cui funzione sarebbe quella di riunire sotto a un'unico nome i migliori criminologi dell'Inghilterra (se non del mondo) e permettere loro di potersi confrontare da pari a pari, stimolando le reciproche cellule grigie. Ci sono un celebre avvocato, Sir Charles Wildman; una commediografa di successo, la signora Mabel Fielder-Flemming; una scrittrice arguta che meriterebbe più del successo che le viene attribuito, Alicia Dammers; il migliore scrittore di romanzi gialli in circolazione, Morton Harrogate Bradley; il mite avvocato Ambrose Chitterwick; lo stesso Sheringham e l'ospite d'onore della serata, nientemeno che l'ispettore capo Moresby di Scotland Yard. Quest'ultimo è il primo di una serie di ospiti che il presidente intende presentare agli altri componenti del gruppo; tutti esperti di crimine, come si addice a una congrega di tale livello, in modo da generare discussioni e, quando possibile, istruire nell'arte del delitto fittizio. In questa particolare occasione, tuttavia, Sheringham ha chiesto al suo amico Moresby di presenziare alla riunione del Circolo del Crimine anche per un altro motivo: come si affretta a spiegare con eccitazione a malapena contenuta, infatti, col benestare della polizia ha intenzione di proporre ad ognuno dei membri una sfida, legata a un fatto di cronaca recente. Pochi giorni prima, si è verificato uno strano delitto che ha visti coinvolti alcuni personaggi in vista della società inglese. Mentre si trovava al club di cui è membro, il signor Graham Bendix aveva incrociato per caso Sir Eustace Pennefather, un baronetto di mezz'età conosciuto per avere la cattiva abitudine di correre dietro alle donne, e sempre per una coincidenza quest'ultimo aveva regalato una scatola di cioccolatini all'altro, la quale era arrivata per posta come dono da parte di una fabbrica di dolciumi. Una volta giunto a casa, Bendix aveva consegnato quella stessa scatola alla moglie come pegno per una scommessa persa; e non aveva certo sospettato che i cioccolatini in essa contenuti fossero stati alterati con il nitrobenzolo, un veleno usato spesso per la preparazione di dolci di qualità scadente. Pertanto, la donna ne aveva ingoiati quasi una decina di fila, si era sentita male mentre il marito si trovava nella City ed era morta poco tempo dopo.

All'apparenza, il caso sembra essere opera di un pazzo: tutti sanno che Sir Eustace ha attirato su di sé più di un motivo per essere eliminato; non ultima, proprio la sua cattiva fama di donnaiolo. In un paese in cui l'epoca vittoriana ha lasciato pesanti strascichi e tende a restare viva nelle menti degli abitanti, in pochi si stupirebbero se venissero a sapere che qualche amante delusa avesse deciso di togliere di mezzo un parassita tale e quale Pennefather, vizioso e alla continua ricerca di mezzi economici per sovvenzionare i propri peccati. Pure la polizia, dopo aver fatto le dovute indagini di routine, si è convinta che la soluzione debba essere di questo tipo; anche perché gli indizi materiali, a parte la scatola coi cioccolatini, la carta che la avvolgeva e una lettera di accompagnamento del tutto anonima, scarseggiano. Eppure, Roger Sheringham è alla continua ricerca di qualcosa che possa alimentare le discussioni e il confronto nel suo Circolo del Crimine; per cui, perché non provare a risolvere il delitto? Scotland Yard ha archiviato le indagini al riguardo, e Moresby (nonostante qualche riserva sul successo che possa derivare da una simile iniziativa) è d'accordo nell'accordare il permesso a che alcuni sconosciuti si cimentino nell'impresa. Così, tra il generale entusiasmo e qualche piccola titubanza da parte del mite e gentile Chitterwick, ognuno dei membri dell'associazione intraprende una pista differente, partendo dalle stesse premesse ma giungendo a una soluzione ogni volta diversa. E il bello è che tutti quanti riescono a sostenere una teoria che, pur in qualche modo confutata dalle critiche degli altri, potrebbe rivelarsi esatta. Quindi, ci sono ben sei soluzioni al caso sull'omicidio di Joan Bendix: quale sarà quella giusta? Soltanto alla fine tutte le carte saranno messe in tavola...

Christiana Edmunds, nata nel 1828 e morta
nel 1907, nota come "L'Avvelenatrice dei
Cremini al Cioccolato"

"Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" si presenta dunque come una prova d'abilità: per i protagonisti, sottoposti a una sfida che li costringerà a mettere in pratica una serrata indagine di tipo induttivo, deduttivo o misto; per il lettore, il quale si calerà nei personaggi e svilupperà di volta in volta teorie differenti; per lo stesso autore, che si è sforzato di dare vita a una storia affascinante, capace di sconcertare e sorprendere con i suoi innovativi guizzi d'ingegno. Cosa che, tra l'altro, egli è riuscito a fare benissimo. Non che ci fossero poi chissà quali dubbi, visto che Anthony Berkeley è uno tra i più grandi scrittori di crime novels di tutti i tempi. Fu grazie a lui e alla sua fantasia sterminata (forse fin troppo, per certi versi) che il romanzo giallo anglosassone riuscì ad attingere nuova linfa dalla società del primo Novecento e continuò a prosperare per tantissimo tempo, dal momento che lui per primo ipotizzò un prototipo del giallo psicologico come lo intendiamo noi oggi, grazie ai libri che firmò come Francis Iles. E se questa carica di novità si poteva già scorgere in carattere embrionale in "Dov'è Cicely?", oppure nei libri precedenti della serie di Sheringham come "Uno Sparo in Biblioteca", nel romanzo di oggi essa emerge splendidamente, dal momento che non solo l'autore riuscì a capovolgere ancora una volta le regole della partita all'interno del racconto, ma anche a prendersi gioco delle strutture del mystery classico; nonostante ancora non avesse l'intenzione di spazzare via ogni limite e toccare la perfezione come in "L'Omicidio è un'Affare Serio" a firma Iles. Infatti "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati", pur presentando delle caratteristiche ancora legate alla tradizione, mette in mostra una concezione del romanzo del mistero che sta allontanandosi da quella di Christie e Sayers, per citare due nomi a caso. Nonostante l'uso di cioccolatini come mezzo di morte (derivato dal caso di Christiana Edmunds), il cliché secondo cui i dilettanti si interessano di un caso "ufficialmente" delegato alla polizia, e il fatto che la storia venga presentata come una sorta di gioco di abilità per il lettore (pp. 12-15, 41-42, 46-47, 102-103, 143-144, 163-164, 215-219), per la prima volta qui non viene messa in discussione soltanto l'infallibilità dell'investigatore (tema già trattato fin dal primo libro della serie di Sheringham), ma pure la certezza di quanto emerge nella costruzione delle vicende e sull'onnipotenza degli autori. Fino ad allora, tutti gli scrittori che avevano deciso di cimentarsi nella stesura di un libro di questo genere avevano fatto in modo di sottolineare il fatto che le conclusioni a cui i loro detective erano giunti fossero inoppugnabili: se un dato indizio sembrava suggerire che qualcosa fosse accaduto in un certo modo, allora di sicuro quella cosa doveva essersi verificata secondo la teoria avanzata dall'ideatore degli eventi raccontati, per bocca degli inquirenti. I ragionevoli dubbi che una persona poteva nutrire nella propria mente dovevano essere tralasciati: se da un fatto era stata tratta una deduzione, quella stessa era invariabilmente giusta, qualunque cosa accadesse, poiché l'investigatore era in qualche modo onnisciente.

Si trattava di un sotterfugio che prevedeva una fortuna piuttosto sfacciata, secondo Berkeley; e tutti dovrebbero sapere che i protagonisti di romanzi gialli classici possono essere tante cose, ma mai tanto baciati dalla Buona Sorte da vedersi piombare il colpevole tra le braccia aperte, senza dover prima incastrarlo. Pertanto, egli decise di fare qualcosa per scacciare questo spettrale fantasma dalle coscienze dei giallisti, intimoriti dalle accuse che potevano essere rivolte loro in tal senso, e dei lettori più critici: ovvero, letteralmente fece "esplodere il poliziesco di classe esponendo i limiti dei trucchi che gli scrittori di genere giocavano ai lettori" (come sottolinea Martin Edwards) e provò ad ideare una storia in cui nessuno, all'apparenza nemmeno l'autore in persona, sapesse chi era il colpevole. Egli, infatti, avrebbe dovuto dimostrare al suo pubblico esigente e interessato quanto fosse impossibile riuscire a mantenere i sospetti su si una data persona per più di qualche capitolo. Così, Berkeley decise di mettere alla prova la sua abilità, e presumo si sia domandato come avrebbe potuto trasformare la sua idea in qualcosa di reale. Forse proprio il riferimento alla realtà gli diede la risposta che cercava: infatti, forse non ve ne siete resi conto, ma ogni giorno esistono delitti reali che restano senza un colpevole. Magari c'è questo signore distinto e gentile, che secondo i vicini di casa si comporta sempre correttamente e non fa male a una mosca, il quale di punto in bianco si rende conto di odiare a morte qualcuno. Il signor X, che teme le conseguenze delle azioni di un pericolo pubblico come il suo fantomatico nemico, si ingegna e gli spedisce una scatola di cioccolatini avvelenati (oppure un libro con le pagine impregnate di veleno, una bottiglia di succo alterata con il detersivo, un pacchetto con all'interno un meccanismo che lo farà esplodere...) per metterlo a tacere per sempre. Il piano, accurato fin nei minimi dettagli, riesce e non esistono prove per incastrarlo. Pertanto, il nostro X torna alla vita di prima, sorridendo alla gente che incontra per strada e in pace con la propria coscienza, dal momento che ha fatto un favore all'umanità. Detto così, potrà sembrarvi fantascientifico; però vi assicuro che tutto ciò accade più di quanto crediamo. Perché allora, avrà pensato Berkeley, non sfruttare un caso del genere per il proprio delitto? Ognuno può fare le congetture che gli sembrano opportune, montando l'accusa in base agli indizi disponibili e a quelli che riesce a raccogliere per conto suo: il risultato probabilmente con cambierà e l'assassino rimarrà libero. In questo modo, egli ha costruito un delitto dove gli indizi materiali fossero ridotti all'essenziale (ma solo alla partenza, poi se ne sarebbero potuti aggiungere all'occorrenza) e le stesse considerazioni da farsi nella ricerca della risoluzione fossero infinite. Oltretutto, questa trama sarebbe risultata adatta a sviluppare alcuni aspetti-chiave cari alla narrativa di Berkeley: gli avrebbe permesso di criticare la giustizia e mettere in luce quanto essa fosse fallace, di prendersi gioco dei metodi di scrittura dei suoi colleghi, tanto presi nel loro ruolo da non vedere i limiti che si auto-imponevano, e di fare quei commenti al vetriolo che la sua vena sarcastica bramava e mettere in luce la propria intelligenza. Probabilmente nessuno sarebbe riuscito a dare vita a un romanzo giallo tanto astuto e machiavellico; e infatti ancora oggi "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" resta un magistrale tour de force ineguagliato.

Anthony Berkeley Cox, nato nel
1893 e morto nel 1971

Questo capolavoro del romanzo giallo classico, oltre a rispecchiare molto bene la concezione di romanzo giallo che aveva l'autore, ci mostra 
chi fosse veramente Anthony Berkeley Cox (nonostante non ci troviamo ancora ai livelli di "L'Omicidio è un Affare Serio", dove egli anticipò i tempi e cambiò le regole della tradizionale partita tra lettore e autore di gialli). Nato nel 1893 come la sua controparte femminile Dorothy L. Sayers, Berkeley fu un personaggio talmente complesso che probabilmente nessuno riuscirà mai a comprenderlo appieno, anche se più di una persona ha tentato di decifrare il mistero della sua esistenza. Tra le altre cose, vi consiglio di leggere "The Golden Age of Murder" di Martin Edwards, in cui quest'ultimo fa molte interessanti riflessioni su quanto le vicende fittizie e la personalità e mentalità dei personaggi stessi siano state modellate sulla vita reale dell'autore, passandole come al microscopio. Problematico, affetto da un fortissimo complesso di inferiorità nei confronti delle donne (probabilmente dovuto al fatto di essere sempre stato considerato, dalla madre autoritaria, più "tardo" rispetto al fratello Stephen e alla sorella Cynthia), inguaribile donnaiolo, misantropo e affettuoso di volta in volta, ma allo stesso tempo geniale innovatore della crime story britannica, questo strano individuo era capace di spiazzare gli interlocutori con i suoi repentini cambi di umore e idee. Probabilmente fu la guerra a dare il colpo di grazia al suo fragile equilibrio mentale: ritornato dai campi di battaglia, la sua salute fisica e psichica si aggravò e mise in luce quanto il conflitto l'avesse indebolita, tanto quanto l'intelligenza e la creatività erano invece solide. Aveva trascorso un'infanzia segnata dall'infelicità, tra fratelli considerati molto più dotati di lui e genitori non propriamente affettuosi, e la somma dei suoi traumi finì per generare in lui un atteggiamento schizofrenico, che si abbatteva sul prossimo di continuo, soprattutto quando interagiva con esponenti del sesso femminile, e che egli stesso tentò di esorcizzare attraverso la scrittura. Rinchiuso nelle sue proprietà di Monmouth House e The Platts, trascorreva le proprie giornate a riflettere su un'esistenza travagliata e a riversare fin dal principio nei romanzi gialli (già in "Dov'è Cicely?", del 1927, e nel primo volume della serie con protagonista lo scostante Roger Sheringham, "Uno Sparo in Biblioteca" del 1925, si possono rilevare alcune idee innovative sull'enigma e sulla concezione che aveva del genere letterario) le proprie frustrazioni, generando un'aura di mistero attorno a sé e alimentando la propria insoddisfazione.

Si prendeva gioco della giustizia, considerandola fallace e inutile per dirimere le questioni vitali degli uomini; intrecciava relazioni e flirt illudendosi di aver trovato l'anima gemella e finendo sempre per rendersi conto di essersi sbagliato; si lamentava del Governo e degli addetti statali dopo un'infelice esperienza lavorativa in un ufficio governativo: riuscì a fare tutto questo mentre ideava misteri strabilianti, dando nuova linfa al giallo all'inglese, tratteggiando con tono cinico i personaggi e le loro debolezze e mettendo in ridicolo le convinzioni più radicate della sua epoca. "I giorni del vecchio enigma poliziesco, basato interamente sulla trama e senza connotazione dei personaggi e concessioni allo stile e allo humor, sono, se non contati, in ogni caso nelle mani del pubblico" sostenne nella prefazione di "Gioco Mortale", il suo secondo romanzo, aggiungendo che "il romanzo giallo si sta sviluppando in un genere narrativo con un interesse più accentuato sul crimine, che tiene avvinto il lettore facendo leva non tanto sugli elementi matematici quanto su quelli psicologici". Tale convinzione, pertanto, non poté che indurlo a compiere l'ennesima pazzia: per il gusto di cambiare le solite regole noiose, infatti, arrivò a rovesciare completamente i canoni del giallo all'inglese, inducendo gli assassini a diventare le vittime, gli assassinati crudeli aguzzini, giudici dall'aria paterna figure lugubri e molto altro. Tuttavia, il suo gusto per il mistero finì ancora una volta per toccare l'esagerazione, tanto da indurlo a non rivelare mai niente di sé senza sotterfugi: non concedette interviste né autografi gratuiti e si divertì a confondere anche gli amici fornendo opinioni che cozzavano spesso tra loro, godendo nel mantenere uno stretto riserbo sulla sua vita privata al punto che solo di recente alcuni fatti della sua vita sono venuti alla luce.

In ogni caso, l'utilizzo della narrativa del mistero come mezzo per andare incontro e mettere freno alle proprie manie non dovette andare del tutto a buon fine, visto che il suo atteggiamento non mutò in meglio; anzi, con il passare degli anni purtroppo peggiorò e la sua mente divenne sempre più instabile, tanto che Julian Symons raccontò di averlo incontrato in un paio di occasioni e, in entrambe, si verificarono strane circostanze: una volta, un chiodo arrugginito sbucò dal suo piatto di minestra (lo aveva lasciato cadere qualcuno per sbaglio o lo aveva infilato lì lui stesso?) e un'altra interruppe addirittura la conversazione, mettendosi una maschera sulla faccia, gonfiando una pallina di gomma e facendo profondi respiri. Ma, in fondo, Anthony Berkeley non era quel mostro che fin qui può esservi parso: era un compagno che, per quanto un po' inquietante, si dimostrò insolito e sorprendente. Brillante romanziere, capace di creare atmosfere ricche di sfumature misteriose e trame complesse, oltre ad innovare il romanzo giallo con le sue trame in anticipo sui tempi, riuscì a rivoluzionare anche la concezione del detective tradizionale con l'introduzione, in "Uno Sparo in Biblioteca", di Roger Sheringham, un individuo scontroso, maleducato, fallace e abbastanza sconveniente il quale, prima di arrivare alla soluzione, finisce per sospettare di quasi tutti. Berkeley era uno che avrebbe potuto vantare e strombazzare una personalità fuori dal comune, però decise di non farlo. Amava indossare i panni di personaggi curiosi, spesso misogini e burberi, come se fosse sempre sul palcoscenico; a volte litigava con foga con alcuni membri del Detection Club, che contribuì a fondare fin dai primi giorni (una volta mi sarebbe piaciuto assistere a un suo incontro-scontro con Dorothy L. Sayers), ma in molti affermarono con convinzione che sotto sotto amava incoraggiare i giovani scrittori e, cosa da non dimenticare, possedeva una percezione della realtà fuori dal comune. La stessa identità di Francis Iles, con cui firmò "L'Omicidio è un Affare Serio", "Il Sospetto" (da cui Hitchcock trasse un film che, per quanto ben fatto, non riesce a rendere l'idea della grandezza del libro da cui è stato tratto) e "As For the Woman" rimase un incognita che venne svelata solo dopo la sua morte; una maschera che amava portare più di ogni altra, poiché era nata dal ricordo di un vecchio antenato, un contrabbandiere che veniva considerato una pecora nera dalla famiglia. Proprio il tipo che lui avrebbe preso in simpatia fin da subito e al quale avrebbe accordato la disponibilità per combinare qualche astuto ed eclatante scherzo.

Copertina di "The Poisoned Chocolates
Case" pubblicato dalla British Library
Crime Classics

Fatta questa premessa, credo che chiunque abbia letto "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" potrà 
riscontrare molte somiglianze tra le vicende raccontate nel romanzo e la narrativa di Berkeley. A parte alcuni dettagli, infatti, come negli altri mysteries dell'autore troviamo una sorta di "marchio", un concentrato di novità e audacia che si mescola a cenni biografici e convinzioni personali, tra temi trattati e personaggi simili a individui che ebbero un forte legame con la sua persona. Prendiamo in considerazione ogni punto, con ordine. Innanzitutto, è chiaro che Berkeley ha attinto alla propria esperienza di vita, ispirandosi a un primitivo Detection Club per dare vita al Circolo del Crimine che raduna i protagonisti della storia (pp. 7-13, 102-103, 106-107, 178, 184-186). Prima di diventare un'associazione vera e propria, infatti, il Club consisteva in una serie di riunioni-cene a cui partecipavano i membri proprio a casa dell'autore di questo libro. Si trattava di occasioni informali, dove si tendeva a mangiare assieme e a discutere una volta terminato il pasto; in qualche modo, proprio come accade in "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati". Inoltre, la caratteristica di invitare ospiti illustri per trattare argomenti di comune interesse (come nel caso di Moresby all'interno del racconto fittizio) è un altro cenno all'abitudine sviluppata dal circolo di convocare di volta in volta qualcuno che potesse contribuire a generare discussione utile per far interagire gli invitati. Per non parlare della varietà di personalità di cui era composto il Detection Club e del carattere elitario di questi incontri, ai quali potevano partecipare soltanto i migliori esperti di criminologia dell'Inghilterra (a parte pochissime eccezioni): nel romanzo, solo sei persone hanno superato la durissima prova per potersi unire a Sheringham e i suoi compagni. Infine, vorrei sottolineare una curiosità: ho notato come i personaggi di "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" presentino alcune somiglianze fisiche e caratteriali con alcuni tra i reali membri fondatori del Club londinese. Sir Charles Wildman è un signore austero, solenne, che affronta l'indagine da un punto di vista un po' antico e porta un paio di occhiali legati a un filo nero... proprio come usava fare G.K. Chesterton, il primo Presidente dell'associazione. La signora Mabel Fielder Flemming, al contrario, è una donna robusta, che ama portare cappellini stravaganti e ha l'aria di una cuoca, oltre a prediligere un approccio al crimine che abbia a che fare con il melodramma e che esercita una sorta di amore-odio per il sentimento... come Dorothy L. Sayers, la nemica-amica di Berkeley. Morton Harrogate Bradley presenta alcune delle caratteristiche dell'autore stesso, ma sembra lasciarsi mettere nel sacco un po' troppo per essere un ritratto spiccicato di quest'ultimo; e poi quel riferimento (pp. 64-65) al rischio di un'accusa per diffamazione, così caratteristico del modo di comportarsi di Milward Kennedy, in seguito accusato e portato in tribunale per tale motivo, mette la pulce nell'orecchio... Alicia Dammers, all'inizio, mi ha dato da pensare. Credevo fosse stata ispirata da Sayers, con la sua freddezza e il disprezzo radicato contro gli uomini; ma poi, quando ho letto delle sue critiche alla teoria di Sheringham, ho capito che molto probabilmente ella è stata ricalcata su E.M. Delafield, la sola donna che riuscì a mettere davvero in difficoltà Anthony Berkeley. Le caratteristiche c'erano tutte (pp. 187-188, 231-232). Poi, com'è ovvio, Sheringham è Berkeley: burbero, ironico fino ad essere cinico, critico verso la giustizia, interessato di criminologia e di psicologia, entusiasta di essere il Presidente del Circolo del Crimine ma non all'altezza per gestirlo; in fatto di caratteristiche fisiche e psicologiche i due sono identici. Infine Ambrose Chitterwick, che non sono riuscito a far combaciare con nessuno. Ecco, forse poteva assomigliare ad Agatha Christie in fatto di timidezza e astuzia nascosta. In ogni caso, sono convinto che per la creazione dei protagonisti di "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati", Berkeley prese ispirazione da persone con cui era in qualche modo in contatto (pp. 8, 11, 13, 15, 42-43, 56-57, 64-68, 79-81, 84-88, 91-99, 109, 112-113, 121, 123, 126-127, 135, 143-145, 162, 166, 175-176, 187-188).

In secondo luogo, nello stile tipico dell'autore, in questo straordinario romanzo del mistero il true crime, grande passione di Berkeley, occupa un ruolo molto importante (pp. 39, 53, 69, 82-83, 126-137, 143, 146-147, 164, 179, 209). A suffragio delle teorie di ognuno dei partecipanti alla sfida lanciata da Sheringham, i personaggi si sforzano di trovare corrispondenze reali con le loro ipotesi di soluzione: vengono citati, tra l'altro, il caso di Christiana Edmunds, l'"Avvelenatrice dei Cremini al Cioccolato" che avvelenò un mucchio di persone prima di essere fermata proprio grazie a dolci che comprava, alterava con la stricnina e poi riportava in negozio senza essere scoperta; il caso di Marie Lafarge, accusata di aver ucciso il marito con l'arsenico; il caso Horwood-Tatam, in cui un pazzo ha inviato una scatola di cioccolatini avvelenati a un commissario di polizia per ucciderlo; insieme a molti altri. Inoltre, in "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" si può trovare un tema molto caro a Berkeley: la fallibilità nelle sue molteplici declinazioni. Ad esempio, la figura del detective non è più quella onnisciente "alla Poirot", dove le conclusioni a cui egli giunge dettano legge, ma spesso e volentieri l'investigatore si scontra con teorie errate e segue false piste, con la conseguenza di risultare un po' ridicolo. In questo caso specifico addirittura tale segno distintivo viene portato all'esasperazione, dato che ben cinque criminologi sbagliano nel trovare la soluzione del mistero: non solo Sheringham, quindi, si trova a cadere in errore, ma pure altri quattro illustri rappresentanti del mondo della criminologia migliore. È questo continuo cambio di bersaglio l'ennesimo segno del segreto divertimento di Berkeley nel tormentare giocosamente e prendere in giro il prossimo. Ma non solo: Berkeley ha fatto in modo di includere la maggior parte di approcci al mistero, passando da quello induttivo a quello deduttivo, per poi mescolarli insieme, stravolgerli, farli a pezzi e ricomporli. Per ognuna delle forze della legge che agiscono (non solo dei personaggi) ha modellato un metodo specifico, che potesse rispecchiare i pregi e i difetti di ognuno:
  • Polizia: metodo (pp. 30-33), scoperte (pp. 31-32, 34, 36-37), teoria (pp. 35, 38-39), critica (p. 41)
  • Sir Charles Wildman: metodo (pp. 55-64), teoria (pp. 61-64, 70-73), critica (pp. 73-78)
  • Mabel Fielder-Flemming: metodo (pp. 80-84, 86-89, 92-95), teoria (pp. 96-100), critica (pp. 104-106)
  • Morton Harrogate Bradley: metodo (pp. 122-123, 130-131, teoria (pp. 128- 130, 133-135, 138-151), critica (pp. 143-144, 151-152)
  • Roger Sheringham (modellato sulla soluzione fornita dal racconto "Il Caso Vendicatore", da cui è tratto "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati"): metodo (pp. 153-154, 157-161, 165-171), teoria (pp. 171-189), critica (pp. 182-184)
  • Alicia Dammers: metodo (pp. 188-195), teoria (pp. 195-199, 201-211), critica (pp. 215-221)
  • Ambrose Chitterwick: metodo (pp. 223-224), teoria (pp. 225-236), critica (p. 236)
E nel fare ciò, ha messo in chiaro un concetto innovativo e sconcertante: niente è al riparo da una critica che spazzi via il castello di carte costruito dall'ingegnoso investigatore. Pertanto, il risultato è che ci sarà sempre qualcosa (una testimonianza, una prova rinvenuta per caso, una coincidenza) che potrà scombinare le carte in tavola, ed esisteranno infinite soluzioni a un problema all'apparenza facile da risolvere. Pensate che questo assioma ha assunto un carattere talmente forte che Christianna Brand, autrice di gialli classici, e lo stesso Martin Edwards sono riusciti a ricavare un'ulteriore soluzione a testa (nel 1979 e nel 2016) dai dati forniti da Berkeley, segnalando un colpevole ancora diverso da quelli noti! L'incertezza regna sovrana in "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati", il quale non racconta tanto una storia sull'indagine pura, quanto sulla sua interpretazione e sulle sue variabili (non per niente si inizia a sbrogliare la soluzione del caso già dal cap. 5 e l'ambientazione, di solito importante per il tratteggio della vicenda, resta quasi sempre la stessa e non viene descritta). Di conseguenza, ciò illustra quanto la fallacia tocchi pure gli autori stessi di romanzi gialli (pp. 76-77, 93, 121-122, 128, 130-131, 133-134, cap. 11), mettendo in mostra quanto essi siano ciechi di fronte all'illusione di creare storie perfette: come dimostrato, non esistono indagini in cui si abbiano soltanto certezze, e chi non si rende conto di ciò continuerà ad ingannarsi e ad ignorare il fatto che un delitto può avere infinite risoluzioni, e sta allo scrittore decidere cosa mettere in luce e cosa nascondere.

In terzo luogo, nel fornire molteplici soluzioni per un mistero, Berkeley si dimostra erede di E.C. Bentley, l'autore di "La Vedova del Miliardario", dove si verifica un caso simile; eppure, fa un passo avanti nel mettere un finale caratterizzato da quella stessa incertezza, in contrasto con la visione convenzionale secondo cui il compimento della vicenda del mistero è nel fatto che, alla fine, l'ordine viene ripristinato. Un altro esempio dell'ironia cinica di Berkeley; assieme al suo voler continuamente mettere in ridicolo i personaggi: grazie al suo tipico umorismo inglese, irriverente e cinico, egli si divertì a girare il coltello nelle debolezze degli attori sulla scena, portando alla luce manie, ossessioni, segreti e nefandezze di tutto questo gruppo di esseri umani, ognuno caratterizzato da pregiudizi e interessi personali da portare avanti senza curarsi delle conseguenze sugli altri. Se si ispirò a membri del Detection Club, mi auguro che nessuno di loro abbia notato le stesse somiglianze che ho individuato io: li avrebbe criticati ferocemente, se fosse stato davvero come sospetto, nonostante il suo intento fosse comunque quello di sottolineare quanto in generale fossero ingenui quei giallisti convinti di creare perfetti meccanismi a prova di critiche.

Infine, come ultimo punto caratteristico della sua narrativa, Berkeley fa in modo di prendersi gioco dei valori del suo tempo. Il sentimento critico si riflette nel ritratto che viene fatto della giustizia: egli fu sempre ossessionato dal fatto che il sistema giuridico inglese non fosse all'altezza delle aspettative e, di conseguenza, riuscisse solo a condannare le vittime e a salvare i colpevoli. Ebbene, anche in questo caso (nella spiegazione final, nella scoperta del colpevole nell'ironia della sorte che gioca al gatto col topo) si nota come l'autore avesse intenzione di sviluppare questo tema, benché non abbia raggiunto i livelli di sconcerto generati in romanzi successivi come, ad esempio, "L'Ultima Tappa" (pp. 11-13, 41, 49-53, 55-56, 64-69, 86, 88, 102-106, 114-115, 143-144). Altri sono poi gli elementi che riflettono la personalità dell'autore, a partire dalla concezione con cui vengono dipinte le donne (soprattutto la figura di Alicia Dammers, così simile a Delafield da suscitare questioni troppo lunghe da affrontare qui, ma non solo, vedasi cap. 15, pp. 155-160, 173-176, 231-232), passando per l'immagine del matrimonio che emerge dal racconto, non solo nella coppia dei Bendix e in quella di Pennefather, ma pure nella dedica al fratello Stephen (della cui moglie Berkeley era innamorato), e terminando in quel senso di inferiorità che prova Sheringham mentre Dammers demolisce la sua teoria. In questo modo, "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" risulta essere non solo uno strumento attraverso il quale Berkeley, ancora una volta, prova a dare sfogo alle proprie frustrazione e a rivelare se stesso; ma anche un capolavoro che al giorno d'oggi non ha eguali in fatto di qualità. Diversamente da quanto si possa pensare, con questo romanzo l'autore non voleva dare vita a un poliziesco fine a se stesso, ma piuttosto qualcosa che stava agli antipodi e che mettesse in luce quanto il genere fosse limitato dagli stessi autori e dalle loro idee poco progressiste. Non è scovare la soluzione più originale che interessa a Berkeley (anche se essa risulta comunque sbalorditiva, come la definì Julian Symons), quanto dimostrare quanto quest'ultima possa variare in base ai più piccoli cambiamenti e convincere il lettore che il colpevole, una volta individuato, potrebbe essere quello sbagliato. Un concetto che avrebbero potuto sviluppare assieme P.G. Wodehouse e Agatha Christie, secondo Martin Edwards; che ancora oggi suscita riflessioni e discussione e che ha permesso al romanzo e al suo creatore di entrare doverosamente nell'Olimpo del giallo (oltre che nelle più importanti liste dei migliori esemplari del genere, e nelle classifiche personali di critici rinomati, vedasi qui e qui).



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