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venerdì 10 luglio 2020

38 - "C'è un Cadavere dall'Avvocato" ("Smallbone Deceased", 1950) di Michael Gilbert

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore

Per me, il mondo della legislatura e della burocrazia è (e probabilmente rimarrà) un mondo ignoto e nebuloso. Pur avendo una mente logica, non sono mai riuscito a cogliere tutte le sfaccettature che caratterizzano la Legge e ad apprezzare il piacere nell'individuare cavilli e memorizzare frasi fatte, come alcuni invece fanno. Ad esempio, qualche anno fa ho provato a preparare un concorso per bibliotecario, per il gusto di tentare una strada diversa e mettere a frutto i numerosi anni in cui ho fatto volontariato in un ente pubblico: ebbene, dopo un mese di sforzi e mal di testa, ho deciso di rinunciare all'impresa, di fronte alla mia evidente incapacità di assimilare concetti espressi in un linguaggio astruso e assurdamente complicato. Finché si è trattato di concentrarsi su concetti che potevano essere espressi in altre parole, tutto è andato bene; è stato quando le definizioni hanno assunto un tono pomposo e al limite dell'indecifrabile che le cose si sono complicate. Forse il rifiuto di memorizzare non era dovuto solo al modo in cui erano state presentate le nozioni (immagino che tutto ciò sia un retaggio della tradizione, la quale vedeva il linguaggio giudiziario come qualcosa di riservato a pochi eletti, e quindi giustificato nel suo essere "elevato" fino all'esasperazione); forse si trattava di una predisposizione naturale che qualcuno nutre nella propria natura e modo di essere, oppure c'entrava il fatto che la mia esperienza come volontario di biblioteca non fosse stata del tutto caratterizzata da aspetti positivi, diminuendo così il mio interesse in ciò che studiavo.

In ogni caso, per quanto mi riguarda, questo sistema per tramandare i concetti appare ancora oggi tutt'altro che comodo e appetibile, per cui credo proprio che i dubbi piaceri della legislatura resteranno lontane ombre sul mio percorso di vita; eccezion fatta, ovviamente, nel momento in cui si tratta di imbattersi in essi durante la lettura di un romanzo giallo. Perché se c'è qualcosa che, contro ogni previsione, è riuscita ad avvicinarmi all'arcano sapere della solenne compilazione di atti notarili e della redazione di testamenti, e a provocare in me un genuino interesse, è stata proprio la crime story classica. Come abbiamo visto, all'interno di questo genere letterario, spesso vengono affrontati argomenti che non ci si aspetterebbe mai di trovare: dall'innovativo tratteggio del ruolo della donna, in tempi ancora relativamente oscuri (vedasi "L'Inquilino del Piano di Sopra" di Harriet Rutland), a temi considerati tabù ancora oggi, come l'omosessualità e l'amore platonico; dalla descrizione minuziosa della vita di città e campagna, tra scandali piccoli e grandi che potrebbero verificarsi ai nostri giorni ("Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers è un ottimo esempio), al resoconto puntiglioso di eventi storici come in "La Figlia del Tempo" di Josephine Tey, il mystery ci permette di immergerci in contesti disparati ma attinenti alla realtà, di "vivere" i ruoli dei personaggi come se fossimo loro stessi, in un linguaggio accessibile a tutti e trasmettendoci così una sorta di conoscenza diretta di quanto andiamo a leggere. Quando si tratta di giustizia, poi, il tradizionale romanzo giallo offre un vasto campionario di situazioni, e il mondo della legislatura e della Legge inglese occupa da sempre un posto molto importante all'interno del genere.

Forse, il motivo di questo successo è dato dal fatto che sono tantissimi gli autori provenienti da questo emisfero a me quasi sconosciuto, che si sono dedicati sia alla professione forense sia alla narrativa fittizia: oltre al famoso Erle Stanley Gardner, ideatore delle avventure dell'avvocato americano Perry Mason, ci sono il britannico Cyril Hare, con i suoi romanzi basati su questioni concernenti aspetti poco conosciuti della Legge inglese, come "Un Delitto Inglese", e in tempi più recenti il critico Martin Edwards, il quale ha iniziato conducendo una doppia carriera di avvocato e scrittore, per poi abbandonare la prima in favore della seconda. Costoro sono senza dubbio grandi esperti di legislatura e burocrazia, avendo conseguito studi approfonditi ed esperienze sul campo, e sanno per certo quello di cui parlano; per cui, quando ci apprestiamo a leggere qualche libro scritto da questi autori, mettiamo insieme la capacità del giallo classico di catapultarci con semplicità nelle situazioni che esso descrive e le conoscenze che ci trasmette chi lo scrive. Credo sia questo il motivo per cui, anche se mi imbatto in una questione legale complessa dentro una storia del mistero, riesco comunque a provare interesse riguardo a questioni che, se affrontate al di fuori della finzione, mi annoierebbero. Uno degli esempi più chiari di questa "magia" messa in atto dal classico romanzo giallo è costituita da un libro scritto da un altro celebre esponente di questi scrittori "dalla doppia vita": il britannico Michael Gilbert, infatti, nel 1947 diede vita a "C'è un Cadavere dall'Avvocato" (Polillo Editore, 2004), una storia deliziosa che racconta alla perfezione come dovesse essere la vita all'interno di uno studio legale della City di Londra, mettendo in mostra l'attività di un avvocato attraverso l'uso di termini specifici pur senza stufare chi legge. In mezzo alla frenetica redazione di atti e testamenti, infatti, troviamo un vivace ritratto di quella caotica quotidianità che caratterizza ogni ufficio che si rispetti, tra gossip e gelosie professionali; con l'aggiunta di un mistero astuto, che soddisfa allo stesso tempo l'appassionato di crime e l'occasionale lettore.

Piccadilly in Rain by Frederic Marlett Bell-Smith
(1846-1923), raffigurante uno degli scenari di "C'è un Cadavere
dall'Avvocato"
La storia inizia descrivendo una pomposa cena in un prestigioso ristorante di Londra, durante la quale sono stati riuniti i soci e i dipendenti del celebre studio legale Horniman, Birley & Craine e dei suoi satelliti minori. Accanto alle personalità più dimesse delle sedi di periferia e fuori città, spiccano quelle delle persone che quotidianamente si trovano a contatto con i capi dello studio; eppure, da alcune settimane si percepisce un grande vuoto nelle file della compagnia. Il fondatore storico della firma, Abel Horniman, è deceduto per cause naturali mentre si trovava alla sua scrivania di Lincoln's Inn, e la serata indetta per rinsaldare i contatti tra i dipendenti viene sfruttata come pretesto per celebrare il defunto egregio, con tanto di discorsi soporiferi e commenti sarcastici sotto i baffi. Seduto al suo posto, il giovane Henry Bohun ascolta gli uni e gli altri con pari interesse, poiché è appena arrivato ed è intenzionato a farsi un'idea più chiara possibile del campo in cui si è immerso. Con un passato da ricercatore statistico, si è dedicato agli studi di giurisprudenza e adesso è riuscito ad ottenere una sorta di apprendistato da Horniman, Birley & Craine, dove intende iniziare a costruirsi una carriera di tutto rispetto... sempre che ciò gli venga permesso. Fin dalle presentazioni con gli altri partecipanti alla festa, infatti, percepisce una sorta di scala sociale; niente di troppo snob, sia chiaro, però il fatto di essere l'ultimo arrivato si fa un po' sentire. Ovviamente Bohun ha già incontrato Birley (un vecchiaccio acido e ipocondriaco) e Craine (un tizio lascivo che si diverte a flirtare con le giovani segretarie) quando è stato assunto. Gli altri colleghi non sono da meno, in quanto a stranezze: il più affabile sembra essere John Cove, il braccio destro di Craine, un giovanotto tutto sarcasmo e cinismo che si impegna più a intrattenere brevi relazioni con le ragazze dello studio che a lavorare, e considera la sua esperienza come dipendente di una noia mortale; Eric Duxford, da parte sua, appare flemmatico e fin troppo sfuggente, dal momento che si vocifera si assenti spesso dal lavoro da un momento all'altro. Il nuovo socio della ditta, Bob Horniman, si presenta come un ragazzo nervoso e più che deciso ad appoggiarsi alla solida signorina Cornel, la segretaria del suo defunto padre, una donnetta pratica ed efficiente che mette in ombra il suo operato. Chiudono il gruppo le altre segretarie (la signorina Chittering, dedita al benessere dell'irritabile Birley; la signorina Bellbas, che tenta di sfuggire alle grinfie di Craine e Cove; e la signorina Mildmay, avvenente famme fatale dall'animo focoso alle dipendenze di Duxford) e un paio di uscieri/archivisti i cui uffici si trovano nei sotterranei dello studio.

"Una strana fauna" pensa Bohun, mentre torna a casa; "proprio quel tipo di ricettacolo in cui si mescolano odi e gelosie e possono scoppiare bombe da un momento all'altro". Infatti, già dal mattino seguente, in ufficio tira un'aria tesa: Bob Horniman viene redarguito da Birley riguardo un ritardo sulle verifiche di un fondo affidato al defunto Abel. Come mai nessuno si è preoccupato di rintracciare l'altro fiduciario del Fondo Ichabod Stokes, a cui è stato affidato mezzo milione di sterline? Eppure il signor Smallbone, un piccoletto viscido con la cattiva abitudine di scovare scandali all'interno della vita degli altri e renderli pubblici, nonostante si renda spesso irrintracciabile quando serve, si presenta puntuale a movimentare la vita da Horniman, Birley & Craine. Mentre vengono mobilitati mari e monti alla sua ricerca, si decide di dare un'occhiata agli incartamenti del fondo... con la conseguenza di inciampare nel suo cadavere, chiuso ermeticamente nella scatola destinata ai documenti relativi a Ichabod Stokes. Come egli possa essere finito lì dentro è un mistero; tanto più che il contenitore in cui è stato rinvenuto il cadavere si trovava nell'ufficio appartenente al defunto Abel Horniman, integerrimo esempio di avvocato sul quale non sembra essersi mai posato alcun sospetto di natura criminale. La faccenda, quindi, risulta molto imbarazzante per la gente che lavora da Birley, Horniman e Craine; sia perché un'ombra di dubbio viene a gettarsi sul buon nome dell'azienda, ma anche perché sembra proprio che nessuno al di fuori del defunto possa aver perpetrato il delitto, e calunniare un morto non è mai una bella cosa da fare. Tuttavia, ben presto le indagini dell'ispettore Hazlerigg (coadiuvato dall'aiuto ufficioso di Bohun) iniziano a suscitare nuovi sospetti... In un lento crescendo di tensione, inframmezzato da un altro delitto e dagli scontri-incontri tra i dipendenti dello studio legale, la faccenda si complicherà ancora di più, tra somme che non tornano e frivoli discorsi su borsette di coccodrillo e presagi funesti delle stelle; finché la verità non verrà alla luce e il colpevole si ritroverà a pagare una salata parcella.

Copertina dell'edizione inglese pubblicata
dalla British Library Crime Classics

È sempre un piacere immenso, quando capita di imbattersi in un classico romanzo giallo come "C'è un Cadavere dall'Avvocato". Questo tipo di mystery è il mio preferito in assoluto, poiché riesce a trasmettere al lettore una quantità di suggestioni e di aspetti della vita di inizio e metà Novecento, in modo vivace e ironico, che ben poca altra letteratura è stata in grado di tramandare. Una volta, P.D. James disse: "Puoi apprendere molto di più circa i costumi sociali dell'epoca in cui un giallo è stato scritto, di quanto tu possa fare dalla narrativa più pretenziosa". Non potrei essere più d'accordo con questo giudizio. A mio parere, infatti, il romanzo del mistero riesce a consegnarci un ritratto dettagliato e veritiero della società, degli usi e costumi, della vita e delle concezioni che si erano affermate (o lo stavano facendo) nel momento in cui esso si sviluppò in quella che viene definita come la sua "Golden Age", pur senza dare l'impressione di voler istruire e forzare il lettore ad apprendere. Questo è un discorso che è valso soprattutto quando ho presentato "Sotto la Neve" di J. Jefferson Farjeon, "Il Segreto delle Campane" di Dorothy L. Sayers oppure "L'Occhio di Osiride" di Richard Austin Freeman; ma potrebbe essere applicato pure all'insospettabile "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" di Annie Haynes, libro molto più ridimensionato degli altri tre titoli. Ognuno di essi racconta qualcosa e lo fa a modo suo: uno si sofferma sull'atmosfera misteriosa e rarefatta che aleggiava nelle case signorili di una volta, un altro sulla descrizione della vita nella campagna inglese tra gioie e dolori, un altro ancora sul rapporto tra due individui, immersi nella società vittoriana di una Londra che è scomparsa ma sopravvive nel ricordo tramandato. Nel suo piccolo, pure il libro di Haynes tratteggia una società stratificata in livelli sociali, popolata di individui aristocratici, arrampicatori che partono dal basso per raggiungere potere e gloria, e umili popolani che si accontentano della propria mediocrità. Tuttavia, fino a questo punto mi era capitato di imbattermi soltanto in questi "mondi" che, pur rappresentando un metro di giudizio attinente alla realtà del loro tempo, restano in qualche modo relegati a un passato che è irrimediabilmente antiquato (ad eccezione, forse, del romanzo di Sayers, poiché esistono ancora oggi realtà contadine come quella dei Fens).

Questa caratteristica peculiare della narrativa del mistero nel riportare in vita ciò che è trascorso attraverso piccoli gesti quotidiani, come la compilazione di un diario giornaliero, oppure con la rappresentazione del complesso rapporto tra conoscenti, fatto di inchini formali, parlandoci di un'epoca ormai cancellata dal passare del tempo, non si era mai spinta oltre. Giallisti quali lo stesso Freeman, ma anche Hare per restare in tema legislativo/notarile, si erano limitati a preservare questa eredità preziosissima e a farcela rivivere davanti ai nostri occhi, evitando che andasse dimenticata; il ché non è poco, sia chiaro. Nel romanzo di Gilbert, però, ho notato un aspetto davvero straordinario della storia che lui ci ha raccontato: ovvero, la capacità degli eventi (delittuosi e non) di poter essere trasportati e “vissuto” ai giorni nostri con ancor più naturalezza del solito. Mi spiego meglio. Molti di voi avranno qualche esperienza di come si lavora in un ufficio, pubblico o privato che esso sia. Conoscerete di sicuro il clima che di solito si respira in certi ambienti: le difficoltà a fare in modo che tutti vadano d'accordo, le gelosie professionali e i sottili sotterfugi attraverso i quali ognuno fa il proprio gioco e tenta di avvantaggiarsi sui colleghi, le pugnalate alle spalle e i pettegolezzi che vengono diffusi per screditare il prossimo, e molto altro ancora dovrebbero esservi in qualche modo familiari (se così non fosse, beati voi!). Ecco, la vicenda tratteggiata in "C'è un Cadavere dall'Avvocato" ricalca in pieno l'atmosfera di competizione e di doppiogiochismo che si respirerebbe in qualsiasi ente che più o meno chiunque di noi ha sentito sulla propria pelle (pp. 21, 25-30, 37-38, 48-56, 86-90, 113-120, 124-127, 134-150, 157-163, 176-178, 189-191, 202-203, 279-284). Ed è stata scritta nel 1950, più di mezzo secolo fa! Capirete quindi cosa intendo quando dico che, a mio modesto parere, il romanzo giallo classico riesce più di qualunque altra cosa nell'impresa titanica di trasportare ai giorni nostri quei microclimi che appartengono al passato.

Non si tratta di episodi accaduti nella realtà, altrimenti saremmo testimoni di innumerevoli delitti quasi perfetti e sarebbe un po' scoraggiante; però la finzione diventa uno strumento che trasferisce nel nostro presente qualcosa che è a tutti gli effetti reale, dal momento che noi ci identifichiamo nei personaggi e nelle situazioni che essi popolano e animano. Eppure, nel suo libro più di altri, Gilbert riesce a compiere il miracolo di rendere eterne le vicissitudini che si verificano attorno alla scoperta del cadavere di Smallbone; non soltanto, quindi, a tratteggiare un mondo reale che avremmo potuto "vivere" nel passato, se solo ci fossimo trovati in uno studio legale di Lincoln's Inn del 1950, ma addirittura uno che potremmo toccare con mano al giorno d'oggi, qualora decidessimo di servirci dell'opera di un pari di Horniman, Birley & Craine. In "Lord Peter e L'Altro", Sayers si è impegnata a tratteggiare l'immagine di un'agenzia pubblicitaria come Benson's con altrettanta cura di quella impiegata dal nostro esperto legale in "C'è un Cadavere dall'Avvocato"; eppure, nonostante tutta la sua abilità e competenza, non è riuscita a slegare questo luogo dal periodo storico in cui ha ambientato il suo libro. Gilbert, dal canto suo, ha invece reso immortale la creazione di Abel Horniman con un racconto tale da poter essere interpretato in qualunque epoca seguente alla sua pubblicazione. Forse ciò è dovuto al fatto che il tema principale su cui si snodano gli eventi, la legislatura e la redazione di atti, non sia cambiato più di tanto da un secolo a questa parte. Chi lo sa? In ogni caso, con "C'è un Cadavere dall'Avvocato" ci troviamo davanti a una storia che risulta sempre attuale, grazie alle strategie che il suo autore ha messo in atto.

Infatti, non solo abbiamo una descrizione della vita all'interno di uno studio legale, e la rappresentazione dei rapporti che si vengono a creare quando numerose personalità si ritrovano a condividere spazi chiusi in comunità, ma anche l'inserimento di scene di vita vivaci e ironiche, che magari non hanno alcun legame con la legge ma riescono comunque a dipingere al meglio quale debba essere l'atmosfera generale, e un fine tratteggio della psicologia di ogni individuo, delineata in modo da far risaltare ogni attore sulla scena e dargli vita propria. Paradossalmente (e questo può essere un punto a sfavore per qualcuno), in un primo momento il mistero sembra passare in secondo piano, rispetto allo sviluppo della vita da Horniman, Birley & Craine e alla dettagliata descrizione dell'operato della società. Tuttavia, io sono convinto che il caso debba gran parte del suo successo proprio all'attenzione che l'autore ha messo nel mostrare come fosse tribolata l'attività di un avvocato; l'indagine acquista ancora più spessore grazie alla trattazione veritiera e interessante dell'opera dei soci.

Michael Gilbert, nato nel
1912 e morto nel 2006

D'altro canto, non ci saremmo potuti aspettare niente di meno da un autore capace e versatile come Michael Gilbert. Nato nel 1912 a Londra, egli è stato uno dei massimi esponenti del giallo all'inglese e, come se questo non bastasse, pure un rinomato avvocato, capace di distinguersi sia in un campo che nell'altro. La legge e la letteratura furono nel suo destino fin da bambino, poiché era figlio di due scrittori e nipote di Sir Maurice Gwyer, presidente dell'Alta Corte di Giustizia in India, il quale fu la sua personale fonte d'ispirazione. Studiò giurisprudenza fino al conseguimento della laurea, nel 1937, e un anno dopo decise di mettere mano a un romanzo per tentare la carriera di autore; ma lo scoppio della guerra gli impedì di portarlo a termine e lo costrinse a mettere da parte i sogni, a favore di un posto come artigliere per l'esercito inglese. Tuttavia, ancora un volta il destino mise il suo zampino nel percorso del giovane Michael: mentre si trovava internato in un campo di prigionia italiano, egli si imbatté per caso in una copia di "Tragedy at Law" di Cyril Hare, un famoso mystery dove la parte da padrone la faceva proprio la giustizia e l'applicazione della legge, e ne rimase molto colpito. Una volta tornato in patria, infatti, ripensò a quella lettura fatta in Italia e, mentre svolgeva il proprio praticantato come avvocato, mise mano al suo romanzo incompiuto e lo portò a termine per il 1947, quando entrò a far parte dello studio Trower, Still & Feeling, col titolo "Close Quarters". In questo libro fece la sua comparsa l'ispettore Hazlerigg, il personaggio che accompagnò Gilbert per altre cinque avventure, e con esso iniziò la propria prosperosa carriera narrativa, la quale riuscì a conciliare con quella di avvocato scrivendo quasi sempre sul treno che lo portava dalla sua casa nel Kent fino all'ufficio di Londra. Come è naturale, nei suoi gialli una parte consistente della trama ruota attorno all'applicazione e allo svolgimento del ruolo dell'avvocatura: un esempio è dato dalla vicenda di "C'è un Cadavere dall'Avvocato", dove oltre ad Hazlerigg compare anche la figura dell'avvocato insonne Henry Bohun, poi ripreso in alcuni racconti, ma si possono citare pure quelle di "Death has Deep Roots" ("Il Caso Lamartine", "The Crack in the Teacup" e "The Queen Against Karl Mullen". Tuttavia, altrettanto degno di nota resta il resto della sua produzione mystery, che rivela una straordinaria versatilità: "Death in Captivity" racconta di un ingegnoso omicidio avvenuto in un campo di prigionia italiano; "The Etruscan Net" è basato sul contrabbando di oggetti d'arte; "The Night of the Twelfth" ruota attorno al classico delitto nella scuola, con una vena legata alla violenza nel mondo dell'infanzia. Senza dimenticare le numerose raccolte di racconti, come "Game without Rules", giudicata da Ellery Queen come la migliore in assoluto a tema spy dopo "Ashenden l'inglese" di Somerset Maugham, e la coppia dedicata al sergente anglo-spagnolo Patrick Petrella, in gran parte pubblicati pure sulla celebre "Ellery Queen Mystery Magazine".

Insomma, Michael Gilbert è stato uno tra i più capaci autori di romanzi gialli di sempre; si dedicò a lungo pure alla scrittura per il teatro, la televisione, la radio, e mentre si impegnava nel suo ruolo di avvocato (che gli consentì di rappresentare figure importanti come il Partito Conservatore, il governo del Bahrein e Raymond Chandler), vinceva premi su premi, dal Grand Master a Diamond Dagger. Se ne è andato nel 2006, dopo una vita lunga e piena di romanzi diversissimi tra loro. Tuttavia, "C'è un Cadavere dall'Avvocato" resta quello che viene ad oggi considerato come il suo capolavoro, inserito nelle liste delle migliori opere di genere da parte di H.R.F. Keating e Julian Symons. Il punto più forte della sua storia, come ho detto sopra, credo sia la capacità di riuscire a raccontare una vicenda capace di restare eterna nonostante gli anni che passano: potremmo immaginare che essa sia ambientata negli anni '50 del secolo scorso, oppure fare un balzo avanti di vent'anni, o ancora di trenta e accorgerci che, tutto sommato, la magia non si perde. Nella mia concezione, il compito di un avvocato o di un notaio è strettamente legato alla legislazione che, nella maggior parte dei casi, cambia di rado nel corso di un lustro; quindi il tratteggio dell'operato dei dipendenti e dei soci di Horniman, Birley & Craine, con l'assurdità tipica di un ente burocratico (costituito dal Sistema di Catalogazione Horniman) e la frenesia dettata dalla disperazione nello scovare una scappatoia, appare attinente alla realtà dei fatti del giorno d'oggi, pur tenendo conto del fatto che strumenti come stampanti, fax e fotocopiatrici sono entrate a far parte della routine da ufficio. Immagino proprio il socio di turno, occupato allo stesso modo di Bohun o di Craine, mentre deve impegnarsi a sbrogliare una questione legale, ricorrendo a qualche cavillo o al proprio ingegno e a una quantità indescrivibile di termini specifici, oppure nell'atto di scacciare la noia con un bel flirt con la segretaria, la quale probabilmente si farà sentire duramente.

"C'è un Cadavere dall'Avvocato", inoltre, non si limita al racconto veritiero dell'attività professionale degli affiliati allo studio, dimostrando una straordinaria capacità da insider dell'autore di dipingere un mondo ostico come quello dei fondi fiduciari e delle altre faccende burocratiche/legislative, con linguaggio sì complesso e specifico eppure comprensibile dal principiante (pp. 8, 10-12, 14, 16-19, 22-24, 31-34, 45-47, 56, 79, 81-84, 110-113, 123, 131-132, 146, 177-178, 193, 195, 198-202, 213-218, 221-223, 227-237); ma si addentra in una deliziosa e minuziosa descrizione di come dovesse essere la vita quotidiana (anch'essa attinente alla realtà) di un gruppo di lavoro occupato nella City, magari estranea alle questioni notarili. Penso, ad esempio, alle chiacchiere frivole e divertenti e ai battibecchi tra le segretarie, impegnate a scacciare la noia nel corso delle lunghe ore passate a battere a macchina e ad attendere l'ennesima chiamata per stenografare lettere: esse vengono tratteggiate in un modo che non può lasciarci indifferenti e suscita la nostra simpatia, soprattutto nei confronti delle signorine Chittering (angariata dal bilioso Birley, il cui passatempo pare quello di angustiare e tormentare chiunque gli si trovi a tiro) e Bellbas (impegnata ad analizzare l'oroscopo del giorno per mettersi in guardia dalle catastrofi). Oppure mi viene in mente la gelosia professionale tra John Cove ed Eric Duxford, dipinti con un carattere simile ma incapaci di simpatizzare l'uno per l'altro; nella mia personale esperienza, ho visto coi miei occhi qualcosa del genere e vi posso assicurare che niente potrebbe essere più vero di un simile resoconto tra scontri di personalità (per altri esempi, vedasi pp. 41-44, 67-74, 84-86, 91-93, 104-110, 127-130, 133, 164-166, 172-174, 179-186, 196-198, 209-212, 219-221, 223-226, 245-247, 258-264, 267-269, 278-279). Pur essendo un romanzo giallo solido e ben strutturato, mi spingerei ad affermare che il romanzo di Gilbert si potrebbe leggere soltanto per tutte queste piccole digressioni extra-enigma, le quali ci permettono di compiere un approfondito excursus tra episodi ironici e dialoghi talmente vacui da essere perfetti nel mondo della Legge. È questo che lo rende uno tra i più raffinati e astuti romanzi gialli ambientati in ambito legale: la capacità di dipanare la trama in mezzo a qualcosa di miracolosamente tangibile e reale, in bilico tra farsa e serietà. Non per niente, il critico Martin Edwards lo considera IL migliore in questo senso, alla pari con "Tragedy at Law" di Cyril Hare (per un sentito giudizio sull'autore, vi rimando a questo post del blog di Martin). Tuttavia, per alcuni può annoiare il troppo soffermarsi su temi pesanti. Questo influisce sul giudizio finale del romanzo? Affatto, poiché oltre alla riuscita descrizione della realtà di cui sopra "C'è un Cadavere dall'Avvocato" presenta tutto ciò che un appassionato del romanzo del mistero può chiedere; anzi, troviamo pure qualcosa in più. Abbiamo una resa delle ambientazioni magistrale, con il tratteggio di scenari chiaro e affascinante e un'atmosfera che richiama luoghi solidi e reali alla nostra mente, divisi tra allegria e tensione (per es. pp. 67-70, 166-169, 171); uno stile ironico, al limite del sarcasmo, il quale gioca sul dualismo tra l'astrusità del gergo burocratico e la frivolezza delle chiacchiere da gossip, e dà vita a un riuscitissimo matrimonio tra divertimento e serietà soprattutto nei dialoghi impeccabili all'insegna di uno humor accattivante; una rappresentazione dei personaggi azzeccata e, sebbene un po' caotica in un primo momento, approfondita così da permetterci di figurarceli ognuno con la propria spiccata personalità.

Anche questo tipo di descrizione, dove vengono alla luce particolari del carattere che nulla hanno a che fare col caso, contribuiscono a rendere veri e vivaci gli attori sulla scena e a sottolineare il senso di attinenza alla realtà che circonda il capolavoro di Gilbert (basti pensare alle manie di Birley, oppure al fin troppo reale maschilismo di alcuni tra i dipendenti maschi nei confronti delle sottomesse segretarie). In particolare, ovviamente, spiccano Hazlerigg e Bohun, caratterizzati il primo da un'empatia un po' insolita nel "classico" poliziotto da giallo classico e il secondo da una particolare malattia che gli impedisce di dormire per lungo tempo; ma sono soprattutto altri due i personaggi che lasciano il segno nel corso delle vicende. John Cove, da parte sua, si impegna a sottrarre la scena al nostra investigatore dilettante, compiendo azioni al limite della legalità, e a sferzare con i suoi commenti cinici le ipocrisie dei suoi colleghi; il sergente Plumptree, invece, costituisce il modello di agente dedito al proprio compito con la consapevolezza di essere un "pesce piccolo" ma, allo stesso tempo, la convinzione di poter fare la differenza tra il trionfo e la sconfitta della giustizia (e così sarà, infatti). Inoltre, l'attenzione data al lavoro della polizia (pp. 59-67, 101-104, 172, 179-188, 205-209, 212-213, 218-219, 238-242, 249-251) introduce un altro carattere peculiare del romanzo di Gilbert, poiché questo approccio dà vita a una vicenda in cui l'azione è divisa tra l'indagine di Hazlerigg, in forma di police procedural, e quella intrapresa da Bohun nella figura del tipico investigatore dilettante, più vicina alla tradizione. Ci troviamo di fronte a un tentativo di modernizzare un tipo di racconto che, nel 1950, stava iniziando a perdere mordente; e bisogna ammettere che l'autore ha fatto un buon lavoro, tra inserimento di elementi classici come la piantina della scena del delitto e un'attenzione all'innovativa trattazione psicologica della personalità dell'assassino, la quale dà vita a un mistero astuto che soddisfa sia l'appassionato sia il lettore occasionale. Il soffermarsi sulla descrizione veritiera dell'attività della polizia, comunque, si scontra con una certa tendenza a inserire alcuni momenti in cui viene parodiato il genere giallo (pp. 65, 93-97, 100-101, 108, 178-179); anche questo dovrebbe essere indice di cosa Gilbert intendesse costruire con il suo libro: ovvero, una storia che raccontasse qualcosa di attinente alla realtà, magari facendo leva su quegli aspetti che spesso tendono a diminuirne l'importanza e capovolgendoli così da trasformarli in punti di forza. Insomma, "C'è un Cadavere dall'Avvocato" è un romanzo stupendo, che si impegna a tracciare una vicenda che abbia un forte legame con la realtà dei fatti (il tema della Legge e quello della burocrazia, la vita caotica di un tipico ufficio londinese, il compito gravoso e serio della Giustizia incarnata dagli agenti di Scotland Yard, lo scoppiettante carattere dei personaggi) con un certo tono ironico e divertente e il gioco coi meccanismi del genere. Ogni volta che lo rileggo mi viene voglia di studiare diritto privato; poi mi ricordo che tutto ciò non fa per me, ma intanto l'intenzione torna. Anche questa è una delle magie che è riesce a compiere Michael Gilbert.


Link a C'è un cadavere dall'avvocato su Libraccio;

Link all'edizione in lingua originale su Amazon

venerdì 3 luglio 2020

# - Aggiornamenti dall'Approvvigionatore Letterario (Luglio 2020)

Cari amici dell'Angolo dell'Approvvigionatore Letterario, bentornati al momento delle anticipazioni sui titoli gialli in uscita in edicola e libreria. Ormai è passato un anno dalla fondazione di Three-a-Penny (un vero evento, visto che non avevo idea se avrei proseguito nella pubblicazione di post dopo settembre 2019, reso possibile dalla vostra gentilezza), e sebbene non sia riuscito ad esaudire tutti i desideri che avevo legati a questo progetto, almeno mi sono divertito a scrivere per voi. Spero di ampliare il mio circolo di lettori e (perché no?) di invogliarvi a comprare qualche bel libro tra quelli consigliati. In ogni caso, spero che mi seguirete ancora in futuro e nel pieno di questa nuova estate; estate per modo di dire, visto che dalle mie parti le temperature sono ancora piacevolmente basse rispetto alle medie stagionali. Come ogni anno, anche stavolta gli editori dovrebbero star iniziando a pregustare le imminenti vacanze estive, allo stesso modo di tutti noi. Eppure, sebbene sia iniziato il mese di luglio, per il momento ho ancora in serbo per voi numerose notizie riguardo il mondo della crime story classica, in corso di pubblicazione in Italia: ho come l'impressione, infatti, che alcune case editrici stiano recuperando le mancate uscite dei primi mesi dell'anno, causate dall'epidemia di Coronavirus che, per fortuna, al momento sembra essersi perlomeno ridotta. Quindi, almeno per gli appassionati di giallo classico, si preannuncia un periodo soddisfacente. Ma bando ad altri indugi, e andiamo a vedere cosa ci aspetta nelle prossime settimane.

Copertina di "Il Baule
della Morte" pubblicato
da Lindau Edizioni
Innanzitutto, vi voglio segnalare l'uscita (il 16 luglio) di un nuovo romanzo giallo per 
Lindau Edizioni. Forse la pubblicazione di "Un Piccolo Omicidio di Natale" di Lorna Nicholl Morgan ha riscosso un discreto successo, o forse soltanto gli agenti detentori dei diritti dell'autrice hanno concesso questi ultimi accorpati; fatto sta che, nei prossimi giorni, se tutto va bene vedremo il secondo dei quattro libri che Morgan scrisse tra il 1944 e il 1947: ovvero, "Il Baule della Morte". Si tratta di una storia che, come era accaduto per il suo giallo natalizio, mette insieme alcuni elementi del romanzo del mistero all'inglese con quello all'americana, poiché narra una duplice vicenda incentrata su di un corpo rinvenuto all'interno di una scatola e sulla scomparsa di una giovane signora. Tuttavia, allo stesso tempo, ci troviamo davanti a un'intreccio molto differente, poiché basato su elementi del tutto capovolti rispetto all'altro romanzo. Dall'inverno passiamo all'estate, e dalla campagna ci trasportiamo a Londra, a seguire le avventure di Joe Trayne, agiato proprietario di un club del West End, il quale si sta occupando dei propri affari quando viene avvicinato da una donna. Quest'ultima, in evidente stato di preoccupazione, lo invita con insistenza a seguirla fino al suo appartamento dove, a suo dire, si trova il cadavere di un uomo. Trayne, da gentiluomo quale è, decide di andare in suo soccorso e si affretta ad esaudire la richiesta, recandosi fino alla casa della donna e trovando in effetti il corpo di un uomo privo di vita. Eppure, i guai sono appena iniziati. ben presto, infatti, la signora scompare senza lasciare traccia e Trayne si ritrova con un cadavere sulle spalle (più precisamente, nella scatola del titolo). Il gentiluomo non intende essere coinvolto in alcun tipo di scandalo, pertanto decide di allontanarsi dalla scena del crimine il più in fretta possibile e di farvi ritorno con qualche rinforzo... Peccato solo che, una volta recuperato un altro signore e ritornato all'appartamento, il proprietario del club scopra come il corpo del reato sia scomparso assieme alla scatola. Ma c'è di più: infatti, la donna misteriosa ricompare e, stupita più che mai dal racconto di Trayne, ribadisce di non sapere proprio nulla sul cadavere nella scatola e sull'assurda storia che egli sta raccontando. Da qui si dipana una storia complicata, in cui si intrecciano molte figure sinistre e, ovviamente, una certa scatola continua a comparire e scomparire. Nonostante sia presentato come un romanzo giallo dalle atmosfere hard-boiled, le premesse promettono molto bene; spero che anche l'enigma e l'intreccio saranno all'altezza delle aspettative. Vi farò sapere.

Copertina di "Il Mistero della Donna
Tatuata" pubblicato da Einaudi

In secondo luogo, mi è giunta notizia che il 7 luglio Einaudi pubblicherà "Il Mistero della Donna Tatuata" di Takagi Akimitsu. Si tratta di una storia che, sulla falsa riga di "Gli Omicidi dello Zodiaco" di Soji Shimada, ci porta nel suggestivo mondo orientale del Giappone, la patria della nuova Età dell'Oro del giallo ad enigma. Non penso di esagerare, quando faccio una simile affermazione: infatti, a detta di moltissimi critici, l'eredità della classica crime story inglese è stata raccolta proprio nei paesi del Sol Levante, dove gli elementi che fecero grandi gli autori del calibro di Sayers e Christie sono riusciti a mettere nuove radici e a mescolarsi abilmente con i caratteri del romanzo fittizio della tradizione nipponica. In piccola parte, basta pensare alla famosissima serie sul "Detective Conan" che a trovato anche in Italia un pubblico solido, fin da molti anni fa, ed è nata proprio laggiù, sviluppando un mondo che si rifà agli enigmi della scuola inglese degli anni '30-'40. In ogni caso, il libro di Takagi Akimitsu tratta dell'omicidio di Kinue Nomura, una donna che è sopravvissuta alla Seconda Guerra Mondiale per poi essere assassinata proprio nel bel mezzo di Tokyo, all'interno di una stanza chiusa dall'interno. Il delitto presenta caratteristiche particolarmente feroci e atroci, dal momento che il corpo di Kinue è stato smembrato e i tatuaggi che lo ricoprivano sono stati dispersi, e il giovane medico Kenzo Matsushita non capisce perché sia stato necessario straziare il cadavere della donna in quel modo. Lui è stato il primo a capitare sulla scena del reato, e sente di dover andare fino in fondo alla faccenda; anche solo per assistere suo fratello, l'investigatore incaricato del caso. Eppure, l'interesse di Kenzo per la faccenda non si limita a una certa curiosità professionale: in segreto, infatti, egli era l'amante di Kinue, e questo non potrà che portare una lunga serie di guai al giovane dottore, il quale si ritroverà coinvolto nel caso più di quanto immaginasse, avvolto da serpenti figurati come quelli che un tempo adornavano il busto della giovane vittima. Una storia moderna, ma che contiene tutti gli ingredienti che riusciranno a soddisfare il più purista tra gli appassionati di giallo ad enigma.

Copertina di "L'Opale di Nonio"
pubblicato nei Classici del Giallo
Mondadori

Infine, vorrei concentrare l'attenzione sulle pubblicazioni da edicola del mese, da parte del Giallo Mondadori. Luglio, infatti, ci riserva una quantità notevole di titoli, interessanti non solo per il loro essere insoliti, ma anche per la varietà. Ad esempio, tralasciando la Serie Regolare e la sua appendice Oro (dedicate all'ennesimo titolo di Anne Perry sulla serie dell'ispettore Pitt, che non amo molto, e a un'esordio italiano, del quale purtroppo non conosco abbastanza da poter esprimere un giudizio), nei Classici del Giallo troviamo "L'Opale di Nonio" di Jackson Gregory, autore quasi sconosciuto dal bacino di appassionati del giallo classico ma non per questo poco meritevole, nato e vissuto in California e dedito alla scrittura di western e mysteries. Di questo romanzo giallo, sono riuscito a trova ben poche informazioni, a parte il fatto che venne pubblicato da Mondadori nei lontani anni '30 (è quindi rarissimo) e che esso era uno tra i romanzi gialli favoriti dai grandi critici italiani del genere. La sua trama ruoterebbe attorno ad alcuni strani eventi che si sono verificati in un edificio sulle rive del lago Tahoe (la casa del titolo originale), appartenuto a un pazzo visionario che è sparito nel nulla in modo improvviso. La scomparsa, come scopriremo, pare legata a una strana gemma leggendaria, quel famoso Opale appartenuto al senatore Nonio e fonte di una disputa tra questo personaggio e nientemeno che Marco Antonio; all'investigatore di turno compiere le dovute indagini per sbrogliare la matassa. Per il resto, non sono riuscito a rintracciare altro, se non che "L'Opale di Nonio" è la prima opera di genere che Jackson scrisse, nella quale compare lo stesso investigatore che sarà protagonista di un secondo romanzo dell'autore ("La Vittima Sconosciuta", pubblicato alcuni anni fa da Elliot), Paul Savoy. Per quanto mi riguarda, anche solo per la sua rarità, io non mi farò di certo sfuggire questo libro; e poi mi incuriosisce il fatto che esso sia scomparso dagli scaffali per così tanti anni: si tratta di una storia scadente? Ho come l'impressione che sia simile ai libri giallo-avventurosi di A.E.W. Mason. Comunque, vi saprò dire. Passiamo ai Classici Oro, dove troviamo anche quest'anno un titolo di Augusto de Angelis, il padre del giallo all'italiana: ovvero, "Giobbe Tuama & C.". Stavolta, il commissario De Vincenzi, protagonista della serie dell'autore, si trova alle prese con un delitto avvenuto nientemeno che alla Fiera del Libro di Milano, durante l'epoca fascista. Sotto la loggia del Palazzo della Ragione, un uomo come tutti gli altri vende libri agli appassionati dalla sua bancarella. Poco dopo, quello stesso individuo viene trovato strangolato, senza che ci sia alcun movente credibile a giustificare il suo assassinio. Cosa si nascondeva nella vita di quell'ometto semplice? Forse il delitto è legato a un caso simile, avvenuto però all'Hotel d'Inghilterra, in circostanze ben più elevate in senso sociale. De Vincenzi sospetta che ci sia sotto qualcosa, e si impegna a scoprire la verità mentre il cielo scuro e minaccioso copre la città di Milano come una cappa soffocante. Per ultimo, ma non certo per importanza, vi segnalo inoltre "Omicidi nel Villaggio", lo Speciale del Giallo curato dal sempre lodevole e capace Mauro Boncompagni per il mese di luglio. Ancora una volta, troviamo tre titoli (due romanzi e un racconto) a comporre il trittico raccolto nel volume: "L'Omicidio di Norton Manor" di Georgette Heyer, incentrato sull'omicidio di un maggiordomo di una grande casa, ritrovato in una Austin Seven in una strada fuori mano; "La Morte nel Villaggio" di Edmund Crispin, dove un individuo si diverte a scrivere lettere malevole e anonime agli abitanti di un villaggio di campagna, dove poi avverrà un efferato delitto; "La Moglie del Dottore" di Leo Bruce, in cui il personaggio cardine è proprio la donna del titolo. Benché non abbia ancora letto nessuna di queste opere, vi posso assicurare che quella di Crispin merita (lui era specializzato in omicidi impossibili, alla maniera di quelli di John Dickson Carr, e ciò che ho colto da altre letture fa ben sperare) e che promette bene pure il romanzo di Heyer, con la sua ambientazione signorile e un po' retrò.

Copertina dell'edizione in corso di
pubblicazione da parte della Penzler
Publishing

Per quanto riguarda le uscite in lingua inglese, invece, vi segnalo tre titoli. Il primo è la ripubblicazione in lingua originale, il 9 luglio per i tipi di Penzler Publishers, di un romanzo giallo straordinario che personalmente ho già recensito: "The Red Right Hand" di Joel Townsley Rogers (tratto in Italia col titolo "La Rossa Mano Destra"). Quali parole spendere ancora riguardo questo libro, oltre a ciò che ho detto in occasione della mia recensione (che trovate a questo link)? Si tratta di uno tra i capolavori del genere, un tour de force che tratta l'allucinata storia di un dottore americano, Henry Riddle, il quale si ritrova per caso invischiato in un'indagine da incubo, nella quale sono coinvolti una coppia di sposini e un misterioso e terrificante vagabondo. La coppia ha caricato in macchina quest'ultimo, quando all'improvviso egli si è trasformato in un assassino ed è fuggito a bordo dell'auto, portandosi dietro il cadavere della controparte maschile della coppia, Inis St. Erme. Eppure, nonostante tutti abbiano visto il bolide grigio-rosso sfrecciare a una velocità spaventosa tra le case di una strada di collina, nessuno riesce a capire che fine possano aver fatto l'omicida e l'assassinato. Riddle capisce che soltanto ripercorrendo tutti gli avvenimenti della giornata sarà possibile scoprire la verità; e così il lettore viene accompagnato passo passo in mezzo ad uccisioni e spaventose evocazioni di figure inquietanti, fino alla sconcertante verità che, come in un giallo che si rispetti, è sempre stata sotto gli occhi di tutti. Ovviamente, il mio consiglio vivissimo è di procurarvene una copia (oppure di recuperare la traduzione italiana).

Copertina di "Bodies from the Library
3" di Tony Medawar

Il secondo titolo, invece, riguarda la terza raccolta di racconti "oscuri" e dimenticati curata dall'esperto Harry Medawar, che doveva essere presentata (come da alcuni anni a questa parte) in occasione della conferenza d'oltremanica "Bodies from the Library", ma stavolta ci si limiterà a metterla in vendita e a pubblicizzarla attraverso alcuni post come questo. Il titolo di questo libro prezioso è "Bodies from the Library 3", sarà pubblicato da Harper Collins il 9 luglio e conterrà numerosi racconti mai raccolti in altri volumi, tra cui uno di Ngaio Marsh (l'autrice neozelandese inserita tra le quattro Crime Queens) e un altro di John Dickson Carr, l'indiscusso Maestro del Delitto della Camera Chiusa. Tra gli altri 16 autori, troviamo Stuart Palmer e Hildegarde Withers, Anthony Berkeley e Roger Sheringham, Agatha Christie ed Hercule Poirot, Cyril Hare e il radiodramma da cui fu tratto "Un Delitto Inglese", oltre a Dorothy L. Sayers, Ethel Lina White, Nicholas Blake e lo stesso William Collins, l'editore fondatore della collana Crime Club. Ovviamente, vi consiglio di procurarvi questo volume, insieme agli altri due precedenti.

Copertina di "The Man Who Didn't Fly"
pubblicato dalla British Library Crime
Classics

La seconda uscita in lingua inglese, invece, riguarda la sempre ottima British Library Crime Classics, la quale il giorno 10 pubblicherà "The Man who didn't Fly" di Margot Bennett. Quest'autrice non è molto famosa per i suoi romanzi gialli tra il grande pubblico, dal momento che si divise tra più generi senza affermarsi in uno specifico. Eppure, fu tra gli sceneggiatori del celebre telefilm britannico "Maigret" del 1960, e può vantare al suo attivo un paio di titoli di genere niente male: "Qualcuno dal Passato", pubblicato anni fa nel Giallo Mondadori e vincitore del Gold Dagger Award, e questo romanzo in corso di ripubblicazione, il quale tratta una storia affascinante e curiosa. A quanto pare, quattro uomini si organizzano per effettuare un volo verso Dublino, e per una serie di cause tutte da accertare l'aeroplano precipita nel mare irlandese. Niente di strano fin qui, no? Tuttavia, ben presto ci si accorge che all'interno del mezzo si trovavano soltanto tre viaggiatori e ormai appare quasi impossibile scoprire quali siano le identità dei cadaveri. Così, iniziano alcune indagini per trovare una risposta sulla fine fatta dal fantomatico quarto passeggero e chi fossero le vittime del tragico volo. Gli unici indizi su cui ci si può basare sono alcuni discorsi fatti tra gli uomini morti e i loro familiari e pochi commenti ascoltati prima dell'impatto. Che fine ha fatto l'uomo che non ha volato? Perché non si è imbarcato? Ha qualcosa a che fare con l'incidente di volo? Per scoprirlo, dovrete leggere questo romanzo (se siete pigri, potete provare a procurarvi la sua traduzione italiana, datata di più di mezzo secolo e un po' vecchiotta, col titolo "L'Uomo che non era Partito").

Copertina dell'edizione speciale
di "Poirot a Styles Court"
Bene, concludo lasciandovi un'ultimo consiglio, che dovrebbe appartenere al mese passato ma ormai aggiungo qui, senza rimandarvi all'altro post: date un'occhiata alla nuova edizione di "Poirot a Styles Court", il primo romanzo con protagonista il celebre detective belga di Agatha Christie, nonché opera prima della scrittrice, che è stata pubblicata verso la metà di giugno. Perché vi segnalo un titolo molto conosciuto anche al di fuori della cerchia del lettore di gialli? Ebbene, sappiate che, in occasione del centenario della sua pubblicazione in lingua originale, a quest'edizione in particolare (trovate la copertina qui di fianco) sono stati aggiunti alcuni contenuti extra: un'introduzione a cura dello storico christiano John Curran (autore di "I Quaderni Segreti di Agatha Christie" e il suo seguito), un articolo scritto dalla stessa Agatha nel 1941, riguardo i Veleni e le Detective stories, e nientemeno che la versione alternativa del capitolo 12, quella che l'editore John Lane fece modificare alla scrittrice perché troppo complessa e prosaica, rispetto al finale poi inserito nella versione definitiva del libro. Si tratta di materiale interessante, se siete appassionati della grande Agatha come il sottoscritto; quindi ho pensato di farvelo notare. Con questo concludo sul serio, e vi rimando al mese prossimo con altri titoli di genere giallo in lingua italiana e inglese (forse addirittura i Bassotti Polillo rimasti in sospeso, chissà!). Buona Estate e Buone Letture!

Link ai titoli consigliati su IBS:
"Il baule della morte" di Lorna Nicholl Morgan;
"Un piccolo omicidio di Natale" di Lorna Nicholl Morgan;
"Il mistero della donna tatuata" di Takagi Akimitsu;
"Gli omicidi dello zodiaco" di Soji Shimada;
"La vittima sconosciuta" di Jackson Gregory;
"Giobbe Tuama & c." di Augusto de Angelis;
"Bodies from the library 3" a cura di Tony Medawar;
"La rossa mano destra" di Joel Townsley Rogers;
"Poirot a Styles Court" di Agatha Christie.

Link ai titoli consigliati su Libraccio:
"Un piccolo omicidio di Natale" di Lorna Nicholl Morgan;
"Il mistero della donna tatuata" di Takagi Akimitsu;
"Gli omicidi dello zodiaco" di Takagi Akimitsu;
"La vittima sconosciuta" di Jackson Gregory;
"Giobbe Tuama & c." di Augusto de Angelis;
"La rossa mano destra" di Joel Townsley Rogers;
"Poirot a Styles Court" di Agatha Christie.

Link ai titoli consigliati su Amazon:
"Il baule della morte" di Lorna Nicholl Morgan;
"Un piccolo omicidio di Natale" di Lorna Nicholl Morgan;
"Il mistero della donna tatuata" di Takagi Akimitsu;
"Gli omicidi dello zodiaco" di Soji Shimada;
"L'opale di Nonio" di Jackson Gregory (solo ebook);
"La vittima sconosciuta" di Jackson Gregory;
"Giobbe Tuama & c." di Augusto de Angelis (solo ebook);
"Omicidi nel villaggio" di AA.VV. (solo ebook);
"The red right hand" di Joel Townsley Rogers;
"La rossa mano destra" di Joel Townsley Rogers;
"Bodies from the Library 3" a cura di Tony Medawar;
"The man who didn't fly" di Margot Bennett;
"Poirot a Styles Court" di Agatha Christie.

venerdì 26 giugno 2020

37 - "L'Inquilino del Piano di Sopra" ("Blue Murder", 1941) di Harriet Rutland

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Quando pensiamo agli anni che vanno dal 1939 al 1945, non possiamo fare a meno di concentrare la nostra mente sul conflitto più devastante e sanguinoso di tutta la Storia: la Seconda Guerra Mondiale. E se pensiamo ad esso (e al quello che lo precedette, verificatosi tra il 1914 e il 1918), allo stesso modo non possiamo esimerci dal riflettere sul fatto che le guerre abbiano influito in modo pesante sul modo di vivere delle persone che vi si ritrovarono coinvolte. Chi di noi non ha mai sentito un proprio parente (nonno, prozia, cugino) descrivere le difficoltà, i patimenti e le sofferenze subite? Esse furono una costante del periodo, qualcosa che fece cambiare per sempre le esistenze quotidiane della gente, fonti di grandi dispiaceri e tribolazioni. Eppure, se per molti versi i conflitti portarono con loro molte conseguenze negative (talmente tante che, ancora oggi, ci auguriamo di non dover rivivere mai più un'esperienza del genere), è pur vero che la spinta per l'avanzata del progresso e della democrazia costituì un potente motore per lo sviluppo del cammino del pensiero, della tecnologia e, ovviamente, tutto ciò che riguarda l'arte e la cultura. Tra gli altri, quello della crime story fu forse uno dei campi che meglio riuscì a cogliere vantaggi dalle tristi conseguenze provocate dalla guerra, grazie alla sensibilità di cui sono particolarmente dotati gli scrittori di romanzi gialli: essi, infatti, non solo sfruttarono le drammatiche trasformazioni del conflitto sulla vita quotidiana per rinnovare l'ispirazione per la costruzione delle loro trame e per donare a esse nuove atmosfere e caratteristiche, ma riuscirono anche a dare vita a storie che si avvicinavano all'esperienza del loro pubblico, interpretando le paure che esso pativa ed elargendo un po' di conforto. In America, tralasciando quegli autori che decisero di restare fedeli al modello inglese (come la Elizabeth Daly di "Morte al Telefono" e la Helen McCloy di "Come in uno Specchio", oppure Ellery Queen, con i loro enigmi classici benché psicologici), tutto ciò portò al fiorire della scuola hard-boiled, caratterizzata da individui duri e cinici che, allo stesso modo dei soldati al fronte, affrontavano la criminalità delle strade ed erano consapevoli del fatto che, comunque, la vittoria non era mai una conquista duratura e appagante.

In Inghilterra, invece, oltre alla corrente che vedeva gli investigatori dedicare anima e corpo alla causa nazionale e impegnarsi a una lotta "di frontiera" (come accade in "Quinta Colonna" di Agatha Christie, dove Tommy e Tuppence danno filo da torcere alla suddetta rete di spie), si vide sviluppare una narrativa incentrata maggiormente su quello che si può definire come Fronte Interno: quell'ambito del conflitto che prevedeva una certa organizzazione nel territorio amico, in patria, dove si respirava un'atmosfera non meno terrorizzante di quella della prima linea, e le privazioni e miserie quotidiane coinvolgevano tantissimi cittadini innocenti, sia nelle grandi metropoli sia nelle campagne, spaventati dagli orrori della guerra ma decisi a giocare un ruolo solidale gli uni con gli altri. I romanzi gialli anglosassoni che si sono soffermati sulla minaccia dei bombardamenti improvvisi, sulla crisi e sulla carestia, sui rastrellamenti e sulle difficoltà generate dal clima di paura del periodo, sono forse quelli che più sono rimasti nel cuore di tutti noi, poiché raccontano di un mondo che in qualche modo ci appartiene, dal momento che spesso i ricordi dei parenti di cui dicevo sopra si accompagnano a questo tipo di storie. Ad esempio, "Delitto in Bianco" di Christianna Brand (autrice tra le più celebrate della generazione post-bellica di membri del Detection Club), oltre a presentare un enigma tanto ben elaborato da essere considerato uno tra i migliori di ambito ospedaliero, mostra uno spaccato aderente alla realtà e affascinante di quale dovesse essere il clima nelle campagne dell'Inghilterra, durante i numerosi Blitz della Luftwaffe. Anche John Dickson Carr dedicò più di un suo mystery al giallo del Fronte Interno, prima con "Saper Morire" e poi con "Fantasma in Mare", dove in quest'ultimo caso ambienta le vicende a bordo di una nave passeggeri che deve attraversare la temibile zona degli U-Boot, i sottomarini tedeschi che affondavano le navi che portavano rifornimenti all'assediata Albione.

Ai libri di questo genere, tuttavia, oggi ne aggiungo uno che ha a che fare con il tema del mese (i colori nel romanzo del mistero, ricordate?), ma in senso figurato: infatti qui, a differenza delle volte passate, la tinta non viene intesa come pratica, fisica. In "L'Inquilino del Piano di Sopra" di Harriet Rutland (Polillo Editore, 2017), il riferimento è contenuto nel suo titolo inglese, "Blue Murder", ad indicare sia il senso di desolazione che percorre tutta la sua storia, sia i rumori e i frastuoni insopportabili delle bombe che cadevano sul Paese. Le vicende raccontate in esso ci descrivono una situazione sgradevole, in cui i personaggi si muovo e agiscono in un clima di odio e gelosia repressa e si verificano eventi sempre più agghiaccianti, man mano che le pagine scorrono. La bestialità trasuda dalle parole che leggiamo, assieme alla sensazione di dirigerci verso un finale che (come scopriremo) ci lascerà con il fiato sospeso fino all'ultima riga; non pensavo che un delitto del villaggio di campagna potesse diventare tanto oscuro, eppure sono stato piacevolmente stupito.

Searchlight at Dusk (Newhaven, Sussex), 1941, Eric
Ravilious, raffigurante un avamposto inglese durante la guerra
simile a quelli di Nether Naughton
La prima scena a cui assistiamo, iniziando a leggere il romanzo, è ambientata nello studio di uno tra protagonisti delle tristi vicende che si andranno a svelare davanti ai nostri occhi. Seduti nelle poltrone davanti al fuoco, sono presenti Mr Hardstaffe, il preside della scuola pubblica di Nether Naughton (microscopico villaggio della campagna inglese), un ometto borioso, iracondo, arrogante e, come se questo non bastasse, pure lascivo; e una delle insegnanti dell'istituto, Charity Fuller, giovane ragazza trasferitasi nel paesino da pochi mesi, alla ricerca di approvazione e comprensione. La frustrazione, accumulata negli anni e sommata a un carattere tirannico e suscettibile, ha reso Hardstaffe un individuo odioso alla maggior parte degli abitanti delle vicinanze; ma non a Charity, la quale si è lasciata andare e ha intrecciato una relazione clandestina col vecchio arpagone. Tuttavia, da qualche tempo la ragazza ha l'impressione di essere diventata l'oggetto di malevole voci di corridoio, non solo all'interno della scuola, ma addirittura per le strade del villaggio, e adesso ha deciso di troncare il rapporto intimo che la lega ad Hardstaffe, annunciando davanti al fuoco del caminetto le sue intenzioni. Una scelta, la sua, che non può essere accettata dal preside, il quale ha tutte le intenzioni di mantenere quel minuscolo bagliore di felicità all'interno della propria vita. Per Giove, si dice Hardstaffe, farei qualunque cosa per poterla sposare!... Peccato che egli sia già sposato con lei. A Nether Naughton, infatti, esiste già una Mrs Hardstaffe, una donna lamentosa e ipocondriaca che rende la vita infernale a lui e a Leda, la loro figlia, e che non intende certo mettersi da parte. Inoltre, il preside non è un uomo ricco e rischierebbe per giunta di vedere il proprio nome legarsi a una vicenda scandalosa (come se non si fosse già sporcato abbastanza con la relazione illecita con Charity). Come fare per risolvere la situazione una volta per tutte, accaparrandosi di ché vivere e l'agognata soddisfazione? Tutto sembrerebbe dover prendere una piega sinistra... E infatti, ben presto, nella casa degli Hardstaffe si verifica un decesso violento.

Tutto fa credere che il colpevole possa essere soltanto uno, ma le apparenze a volte possono ingannare. In realtà, ognuno dei personaggi dimostra di possedere quello che si definisce "un carattere sospetto": abbiamo la tipica famiglia disfunzionale da romanzo giallo, con il depravato preside, una consorte bugiarda che gode nel creare guai e una ragazza nubile fin troppo schietta e determinata, la cui giovinezza sta sfiorendo e attaccata solo ai cani di cui si occupa; un corredo di domestici composto da una cuoca esperta, una cameriera efficiente e una sguattera ebrea, rifugiatasi in Inghilterra per sfuggire agli orrori di cui si sta macchiando il regime del suo paese natale e mezza impazzita; e infine un inquilino sfollato dalla grande città, Arnold Smith, il quale fa il romanziere e deve per forza scrivere un nuovo libro, per non rischiare di finire in mezzo a una strada. Quest'ultimo, pian piano, assume il ruolo di personaggio centrale grazie ai discorsi che intavola con uno o l'altro degli attori del dramma: deve scrivere un mystery, e non può esimersi dal tentare la fortuna e catturare ogni sensazione generata dagli attriti tra i suoi affittuari (a costo di suscitarli egli stesso?). Eppure, senza che egli riesca a dominare la situazione, la tensione inizia a salire sempre più fino a culminare in un nuovo decesso violento, tanto che la polizia locale decide di far intervenire Scotland Yard. Riuscirà il poliziotto incaricato del caso, affiancato dal sergente subalterno, a risolvere il duplice omicidio, oppure ci sarà un altro morto prima che la storia sia finita? In una narrazione brutale, caratterizzata da un ritratto spietato della vita quotidiana del Paese nel corso della Seconda Guerra Mondiale, la sfida per l'ispettore Driver è aperta.

Coastal Defences (Newhaven, Sussex), Eric Ravilious,
 1941, raffigurante un altro avamposto inglese durante la
guerra, simile a quelli di Nether Naughton
Come dicevo, "L'Inquilino del Piano di Sopra" è stato uno tra i romanzi gialli che più sono riusciti a trasmettermi una forte sensazione o emozione. Tempo fa, avevo già provato ad affrontare un mystery tutto sommato classico, in cui il tema della guerra era molto sentito: "Il Mondo dopo la Notte" del contemporaneo Charles Todd. In quel caso, ricordo distintamente come l'elemento dominante di tutta la storia (caratterizzata, tra l'altro, da un mistero che si poteva risolvere grazie ad alcuni indizi disseminati tra le righe) fosse stato il forte senso di disperazione e smarrimento che tutti i personaggi si trovavano a fronteggiare e a combattere, per non cadere nello smarrimento di sé e nell'angoscia strisciante che era risultata dai contraccolpi del conflitto sulle coscienze della gente comune. Prima di iniziare a leggere il libro di Rutland, quindi, mi aspettavo più o meno di ritrovarmi a provare quelle stesse sensazioni e di empatizzare con i protagonisti delle vicende; e invece, mi sono trovato davanti a qualcosa di totalmente differente. Forse il titolo originale avrebbe dovuto mettermi in guardia sulla materia prima con cui viene plasmata la storia degli omicidi di Nether Naughton. "Blue Murder", infatti, può sottintendere un discorso incentrato sul colore blu, spesso associato a sentimenti come la tristezza e la depressione, e pertanto indicare come la trama del romanzo sia focalizzata su tali emozioni; ma non bisogna trascurare il fatto che (come ho scoperto alla fine della lettura) la locuzione di cui sopra abbia pure un preciso significato nella lingua inglese, che corrisponde a un "grande clamore, rumore o frastuono orribile", prodotto in circostanze improvvise oppure quando qualcuno si lamenta per qualcosa che non gli piace. In queste poche righe, è racchiusa tutta quanta la sostanza di "L'Inquilino del Piano di Sopra".

Infatti, come scopriamo ben presto, gli elementi su cui si fonda la sua storia sono contrastanti come l'assordante urlo del gessetto sulla lavagna poiché, a un'ambientazione all'apparenza idilliaca (pp. 7, 13, 16, 18-19, 24, 26, 44-47, 53-54...), troviamo spiacevoli trattazioni del tema della guerra, vista come una "spada di Damocle" che pende sulla testa di tutti i cittadini e può scatenarsi da un momento all'altro, causando disastri ingenti (pp. 19-22, 25-26, 28-29, 31, 37-39, 49, 53-54...); dell'ostilità dei personaggi verso il prossimo e dell'insofferenza che essi provano senza riuscire a (o voler) nascondere; delle gelosie, i segreti depravati e le ambizioni che ognuno di essi cova e accarezza, senza curarsi del malessere che quegli possono in questo modo suscitare; del terrore di non essere in grado di raggiungere la meta prefissata. Nel corso delle vicende, ci vengono descritte con amara e sconcertante franchezza le insicurezze della società inglese al tempo della guerra, tra voglia di resistenza e un profondo senso di sospetto e paura. Nei protagonisti, viene calcata la mano sul lato sgradevole e violento delle loro personalità, dipingendoceli come preda delle pulsioni selvagge e di un esaurimento nervoso portato ai propri estremi. A differenza di quanto accade in "Il Mondo dopo la Notte", dove gli esseri umani vengono dipinti come bisognosi di tranquillità e di un ricovero dagli orrori del conflitto appena conclusosi, qui la guerra sembra mettere a nudo il cuore crudele degli uomini e delle donne, fa cadere i freni inibitori che dovrebbero mascherare la follia nascosta nelle profondità della psiche, e mette in mostra il trionfo dell'egoismo più puro e agghiacciante, restituendoci personaggi per i quali fatichiamo a provare pietà. Ecco, è la ferocia ciò che emerge da ogni pagina di "L'Inquilino del Piano di Sopra": dal punto di vista della guerra, che priva gli individui di qualunque tipo di sicurezza (finanziaria, emotiva, quotidiana) e li sottopone a dure prove da affrontare; dal punto di vista della gente del villaggio, la quale disperde nell'aria una sorta di miasma velenoso, fatto di gelosie, malcontento, bisbigli e pettegolezzi della peggior specie; dal punto di vista dei protagonisti, incapaci di provare affetto e comprensione gli uni verso gli altri e risucchiati in un vortice di odio palese.

Nel mistero tracciato da Rutland, sono questi ultimi gli strumenti di cui ci dovremmo servire per comprendere i moventi che hanno portato al duplice delitto di casa Hardstaffe. Grazie alle schermaglie per nulla filtrate tra Mr e Mrs Hardstaffe, riusciamo a farci un'idea del concetto di matrimonio che l'autrice stava sviluppando (sappiamo che, nel momento in cui scrisse "L'Inquilino del Piano di Sopra", ella si trovava sfollata come Arnold Smith, con la sola compagnia del figlio piccolo, e che pochi anni dopo avrebbe divorziato dal marito); siamo in grado di comprendere come il ruolo della donna stesse cambiando, da semplice angelo del focolare a individuo attivo socialmente e da impiegare nell'economia del Paese, osservando con sgomento la determinazione di Leda nell'adottare un piglio fin troppo militaresco nel dominare il ménage familiare e le riunioni delle associazioni locali, oltre all'addestramento dei suoi cani; assistiamo sconcertati all'atteggiamento snobista e razzista adottato dagli Hardstaffe nei confronti della sfrenata rifugiata Frieda, accolta in famiglia "perché non c'è alcuna alternativa", bistrattata con appellativi offensivi e frustrata al punto da farla quasi impazzire; solo perché forestiera, ci viene presentata un'immagine terribile di Charity, tratteggiata da una "signora" (per così dire) di Nether Naughton con un'acredine tanto assurda da superare i limiti di quanto ci aspetteremmo da una pettegola da villaggio di campagna; conosciamo il giovane Stanton grazie alla sua indole ambigua e al puritanesimo di facciata (tramandato dai genitori) che esibisce agli estranei, simile a una copertura per mascherare la sua oscena vacuità. Ognuno di questi aspetti viene trattato attraverso una spaventosa esibizione di violenza mozzafiato (pp. 40-42, 51-52, 66, 87, 99-100, 108-110, 117-118, 126-127, 132-134, 137, 145, 169-170, 225, 251-256, 275-284), la quale è accresciuta dalla sottile descrizione che di essi viene fatta (non c'è una volgare esposizione dei fatti, quanto un soffermarsi sugli aspetti più ripugnanti del caso con candore sagace e agghiacciante). La forza di "L'inquilino del Piano di Sopra" sta proprio in quest'esposizione dei fatti senza filtrarli, in un racconto innovativo e crudo che dà vita a un romanzo di transizione, ricco di acume psicologico e diabolicamente oscuro, dove l'enigma gioca un ruolo di importanza centrale nelle vicende ma, allo stesso tempo, gli indizi non sono più quelli relegati alla scena del delitto e che si possono cogliere da impronte e capelli lasciati dietro di sé dall'assassino (infatti non ci sono prove materiali da catalogare, per Driver e il sergente Lovely), quanto piuttosto un'indagine concentrata sui caratteri dei sospettati e sui rapporti di incontro/scontro nelle correnti sotterranee tra loro.

Copertina dell'edizione inglese,
pubblicata da Dean Street Press

Proprio per merito di questa particolare attenzione alla psicologia che ella dava alle sue storie, Harriet Rutland (pseudonimo di Olive Seers) viene considerata dai più, assieme a Christianna Brand, Dorothy Bowers ed Elizabeth Ferrars, come una tra le ultime brillanti esponenti della Golden Age del giallo classico. Nata nel 1901 a Birmingham e figlia di un imprenditore edile, della sua vita si conosce poco altro. Sappiamo che nel 1926 sposò John Shimwell, un microbiologo e biochimico della sua stessa città, e che nel 1931 la coppia si spostò nei pressi di Cork, in Irlanda, dove lui lavorava presso la fabbrica di birra Beamish and Crawford. La cittadina in cui abitavano era St. Ann's Hill, sede di uno stabilimento idroterapico dalla storia importante, e fu proprio grazie ad esso se Seers, adottando uno pseudonimo, decise di dedicarsi alla stesura di un romanzo del mistero. Infatti l'esordio di Rutland, "Knock, Murderer, Knock!" del 1938, è ambientato in una struttura in tutto e per tutto simile a quella di St. Ann's Hill, alla quale tuttavia l'autrice cambiò nome per non incorrere in problemi con i clienti e il personale dello stabilimento. Mystery satirico e impregnato di black humor, a questo romanzo fece seguito due anni dopo un secondo giallo, intitolato "Bleeding Hooks", in cui l'azione si svolge in un altro ambiente circoscritto, costituito da un albergo per appassionati di pesca sito in un villaggio del Galles. Come nel precedente, l'indagine e la risoluzione dell'enigma sono affidate a Mr. Winkley, un oscuro impiegato di Scotland Yard dalle mansioni non meglio precisate, ma che riesce a trovare il bandolo della matassa con abilità. Entrambi i libri, debitori nei confronti della tradizione ma comunque orientati verso l'analisi della psicologia dei personaggi, furono molto ben accolti da pubblico e critica in Inghilterra e America, tanto che Rutland venne salutata come un astro nascente della letteratura di genere e il critico Howard Haycraft, all'interno del suo saggio "Murder for Pleasure", la inserì fra gli esordienti particolarmente promettenti. Sfortunatamente, tuttavia, il destino dell'autrice non doveva comprendere altre numerose prove d'abilità in campo letterario. Nel 1939, infatti, gli Shimwell si erano trasferiti a Londra, dove era nato il loro primo figlio, e nell'arco di pochi mesi la città si era ritrovata assediata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Il Blitz provocò lo sfollamento di tantissime persone, tra cui probabilmente ci furono Rutland e il bambino, e ciò comportò quello che pareva soltanto uno slittamento nella pubblicazione del terzo romanzo giallo, "L'Inquilino del Piano di Sopra", il quale arrivò nel 1942 e si adattava al clima del momento, in quanto a tono.

Eppure, dare alle stampe l'avventura di Arnold Smith e dell'ispettore Driver non servì comunque a conferire la spinta necessaria all'autrice per la pubblicazione di altri libri. Di lì a pochi anni, ella si separò dal marito per risposarsi nel 1948, e si trasferì a Newton Abbot, dove nel 1962 morì. Al giorno d'oggi, forse a causa del loro esiguo numero, le opere di Rutland non vengono celebrate a dovere; eppure dovrebbero essere tenute in considerazione per l'importanza che diedero al genere giallo. Soprattutto con "L'Inquilino del Piano di Sopra", nonostante esso sia più un giallo psicologico che classico ad enigma e si possa leggere anche solo per la trama e i personaggi, l'autrice riuscì con sottigliezza e intelligenza a inserire temi importanti per il periodo storico in cui esso venne pubblicato e a ritrarre il frangente storico in cui esso è ambientato in modo da dare al testo un altro livello di interpretazione. Abbiamo un'ambientazione essenziale, che rappresenta il villaggio di campagna tradizionale, ma vista attraverso gli occhi timorosi della gente in guerra: il clima è tratteggiato in modo ottimo, descrivendo l'aria che si respirava nelle difficoltà, il razionamento e la sfida per procurarsi i viveri grazie alle tessere annonarie, la scarsità di aiuto domestico e la comparsa dei rifugiati dal continente, sebbene gli eventi bellici in sé siano sfiorati in modo marginale (abbiamo solo la scena-lampo del bombardamento a Londra). Tutto ciò mette a dura prova la sensibilità del popolo britannico, il quale si sforza di essere solidale ma non può esimersi dal mettere in mostra un certo provincialismo e dimostrare come il ruolo di tutti quanti stia subendo un capovolgimento. Soprattutto il cambiamento del ruolo della donna nella società anglosassone (p. 205) viene sottolineato in questo romanzo: Frieda è una ragazza focosa, a differenza delle "solite" sguattere che troviamo nei gialli classici, nutre profonde emozioni e non intende farsi mettere i piedi in testa da nessuno; Charity Fuller, da amante che subisce le angherie di Hardstaffe, diventa consapevole di sé e desidera ottenere ciò che merita; Leda vuole prendere in mano la propria vita e allontanarsi dall'idea vetusta della donna "tutta casa e chiesa", iniziando a manifestare la necessità di avere una certa indipendenza, un proprio spazio, e a guardarsi intorno alla ricerca di un buon partito. Tuttavia, non sempre la novità comporta esiti positivi. Il modo di parlare di Leda, spesso atteggiato a tono da propaganda a dimostrazione della sua volontà di aiutare il paese e di cambiare, purtroppo si scontra con la sua insofferenza nei confronti della rifugiata Frieda. Il tema dell'antisemitismo (pp. 25-28, 84, 92-93, 104, 107-111, 123, 130-132, 142, 166) si lega dunque a quello del conflitto visto dagli occhi della gente inglese: tutti appaiono desiderosi di dare una mano, ma in realtà sfogano il proprio risentimento sui poveretti che sono scappati dai campi di battaglia. Gli Hardstaffe, in particolare, vengono dipinti come individui incapaci di compatire la sguattera, poiché la trattano usando epiteti sgradevoli e toni insopportabili, e rappresentano un campionario umano di gran parte del popolo britannico (Smith, ad esempio, è più comprensivo con Frieda).

In questo modo, Rutland ci mostra quale dovesse essere la situazione dei rifugiati e la sofferenza ebraica in quel periodo, e riesce a consegnarci un ritratto tutt'altro che gradevole di alcuni personaggi coinvolti nelle vicende descritte nel suo libro, ma preciso nelle peculiarità di ognuno. Gli Hardstaffe, nella rappresentazione del loro matrimonio allo sfascio e di una vita quotidiana scandita da grossi problemi (curioso come l'autrice abbia colto la stessa ispirazione di Agatha Christie in "Il Mistero del Treno Azzurro", per dipingere il proprio fallimento matrimoniale), appaiono come esseri nauseanti, caratterizzati nel dettaglio da gelosie e odi impetuosi, i cui rapporti interni sono tutt'altro che idilliaci, e desiderosi di mostrare la propria superiorità al resto del mondo con un atteggiamento vittoriano (pp. 9-10, 13, 15, 18, 20, 23-24, 27, 37-38, 57, 194), senza essere capaci di rendersi conto che si stanno rendendo ridicoli. Smith, nella costruzione del suo romanzo giallo (pp. 31-35, 43, 50-51, 57-58, 62-63, 96, 99, 159-163, 189-192, cap. 41) e nella percezione degli eventi filtrata attraverso di essa, oltre a dare una nota sarcastica e divertente col paragone tra sé e il fittizio Noel Delare, a permetterci di osservare come lavora un giallista e a sottolineare i sospetti verso ogni personaggio mentre "indaga" e a suggerire moventi, analizza a fondo le caratteristiche di ognuno e ci consegna precise descrizioni dei loro modi di essere: il preside è un depravato, sua moglie una lamentosa ipocondriaca bugiarda, il figlio un avido puritano e la figlia un generale in gonnella che si diverte a rivalersi sui sottoposti. Pure Charity Fuller e Arnold Smith, attirati nel loro gioco perverso col rischio di non riuscire più ad allontanarsene, costituiscono esempi di personaggi realistici e profondi; il tratteggio di pochi protagonisti, che punta all'esplorazione delle loro dinamiche interpersonali e acuisce l'oscurità attorno a loro, permettendoci ci entrare nel loro profondo e di scorgere le ombre oscene che si celano nelle loro anime, è forse la caratteristica migliore della narrativa di Rutland; quella che la avvicina pericolosamente alla visione diabolica e magistrale di Francis Iles. Insomma, se uniamo questa visione "maledetta" dell'ambientazione e dei personaggi, raffigurati come demoni sulla terra, alla violenza spesso gratuita di cui essi si rendono colpevoli (frustate, bastonate, aggressioni fisiche), a uno stile crudo fatto di umorismo cupo e sardonico (pp. 32-33, 68, 79-80, 82-86) e agli scioccanti colpi di scena disseminati nella trama, duri come pugni in faccia, ci accorgiamo di trovarci di fronte a un romanzo giallo psicologico innovativo e strabiliante, tutt'altro che banale pur non rappresentando il tipico mystery "alla Agatha Christie". Questo libro osa diventare oscuro, col suo finale fulminante e sconcertante, altamente drammatico e d'effetto, che non ti aspetteresti in un enigma ideato nel 1942. Spero che molte persone possano decidere di leggere questa storia e restare colpite dalla sua ferocia e dalla sua conclusione scioccante.


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