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venerdì 19 giugno 2020

36 - "Il Cadavere in Pantofole Rosse" ("The Corpse in the Crimson Slippers", 1936) di R.A.J. Walling

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Chi è appassionato di classica crime story lo sa bene: i romanzi che appartengono a questo genere letterario non si possono sempre considerare capolavori in grado di introdurre innovazioni ed elementi inusitati. Lo abbiamo visto nella recensione di "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" di Annie Haynes, un'autrice inglese portata nel nostro Paese da Elliot Edizioni e da Le Assassine, dove ho spiegato come, a mio parere, la lettura di quel romanzo giallo fosse da prendere come ancora legata a una tradizione "classica" che faticava ad affrancarsi dagli stereotipi del tempo. La storia raccontata in "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?", infatti, non affronta particolari argomenti o temi scomodi per l'epoca in cui venne ideata, non mette in dubbio la natura e l'identità della società che descrive, né intende compiere chissà quale profonda analisi dei personaggi e delle loro anime tormentate. Essa si è limitata ad assorbire l'essenza del mondo del primo Novecento, alla stregua di quello descritto in "Sotto la Neve" da J. Jefferson Farjeon, e a riportarlo tale e quale fino ai nostri giorni, senza pretendere di rivoluzionarne l'immagine (e la stessa crime story), né plasmando il genere man mano che avvenivano cambiamenti di carattere storico e politico; ma consegnandoci un racconto del mistero convenzionale a quanto ci si aspettasse nel momento in cui esso venne pubblicato. Non che questo sia necessariamente un male, intendiamoci. Un'enorme fetta dei libri che appartengono al genere giallo, infatti, reca un'impronta nella quale prevalgono stereotipi e convenzioni di un'epoca ormai passata, dove l'aristocrazia gioca un ruolo dominante sul popolo borghese e proletario e la "scalata in società" viene vista come un'azione spregiudicata. Si tratta di storie che spesso non brillano per una spiccata originalità di trama, per la profondità psicologica dei protagonisti oppure per aver toccato chissà quale tematica scottante, e che spesso non sono riuscite a resistere alla prova del tempo come è avvenuto per altri gialli della stessa epoca, considerati appunto come capolavori grazie alle innovazioni che hanno introdotto.

Eppure, il fatto di calcare la mano sul loro lato più tradizionale non vuole sottintendere che storie come quella di Haynes siano insipide, prevedibili e sciocche; anzi, tutto il contrario. Classico non è sinonimo di scandente, poiché bastano pochi ingredienti (come personaggi rappresentati in modo ironico e affettuoso dall'autore, oppure un mistero raccontato in modo non banale per chi si troverà a tentare di districarlo) per conferire a un romanzo giallo un motivo valido per cui esso debba essere letto. Ancora una volta, vale il discorso sui gusti dei lettori: moltissimi possono essere convinti che la cosa più importante, in un mystery, sia la perfezione del meccanismo delittuoso e il suo scioglimento, ma non bisogna dimenticare che altrettante persone desiderano soltanto trascorrere qualche ora a lasciarsi intrattenere da un piacevole mistero, senza pretendere chissà quale intreccio. Pertanto, ho imparato a non essere troppo duro con questi libri più leggeri, che si leggono volentieri e in cui traspare la vera anima della detective novel del periodo tra le due guerre, con vicende che intrigano senza calcare troppo la mano sull'efferatezza del delitto e che hanno il fine di far trascorrere a chi legge qualche ora di spensieratezza e divertimento, tra la descrizione di un tè all'aperto, magari nel mezzo di una compagnia allegra, e una gita in automobile. A questo numero di romanzi gialli un po' antiquati e perfettibili, per restare in tema con l'argomento del mese, oggi aggiungo un nuovo titolo: "Il Cadavere in Pantofole Rosse" di R.A.J. Walling (Polillo Editore, 2016). Esso tratta di una storia che mescola insieme un sacco di cose (forse troppe): un mistero in casa di campagna, con tutto ciò che ne deriva; un'avventura in un casolare isolato, con tanto di scontro con una banda di criminali; una vena spionistica che comprende un crittogramma da decifrare per poter correre in soccorso di un agente dei Servizi Segreti in grave pericolo. Tutto questo, inevitabilmente, dà vita a una vicenda complessa come poche altre, nella quale non sempre riusciamo a districarci con chiarezza; tuttavia, la capacità dell'autore di coinvolgerci nel dipanarsi delle varie situazioni salva, in parte, un romanzo perfetto per chiunque voglia dedicarsi a un rompicapo straordinario, vivace e capace di intrattenere, aggiungendo qualcosa in più alla leggerezza della storia di Haynes.

Buscot Park (Faringdon, Oxfordshire), Eric Ravilious, 1938,
simile alla Old Hallerdon di proprietà di Sir Grymer
La trama prende avvio da una scena che si svolge alla stazione di Paddington. Laggiù, nelle prime ore del mattino, un uomo che viene identificato come Mr Arthur si ritrova a dover sgattaiolare fuori dal treno che l'ha condotto fino a Londra grazie all'aiuto del suo autista, tale Morris, per poi recarsi fino a un'indirizzo di John Street in tutta segretezza. Queste premesse ci fanno capire ben presto che l'uomo e il suo compagno stanno dedicandosi a qualche affare oscuro; tanto più che, di lì a poco, all'indirizzo di Mr Arthur viene recapitata una strana lettera che, all'apparenza, non ha alcun significato. Tutto ciò non sarebbe poi così grave; in fondo, Mr Arthur deve essere un individuo addestrato a spezzare i codici segreti. Tuttavia, egli deve partire immediatamente per Lisbona e non ha il tempo necessario per sciogliere l'enigma presentato dalla lettera. Pertanto, ricordando il consiglio di un amico, decide di spedire la misteriosa missiva all'agente assicurativo Philip Tolefree, investigatore dilettante che già in altre occasioni si è rivelato utile per i suoi clienti, per mano del famoso esploratore Ronald Hudson. Tolefree, in realtà, non vorrebbe accettare l'incarico che gli viene proposto; eppure, il fatto che Hudson si sia presentato alla sua porta dotato di barba finta lo incuriosisce al punto da farlo cedere e accettare di condurre una discreta inchiesta. Una volta congedato il celebre scrittore, però, Tolefree si rende conto che quest'ultimo ha abbandonato il suo biglietto da visita sul tavolino, e che sul retro del foglietto sono state segnate alcune iniziali. Nella sigla J.Q.F., l'agente assicurativo ravvisa il nome del suo amico James Quilter Felderman, un avvocato specializzato in brevetti ingegneristici che, come egli scoprirà a breve, si trova ospite dell'industriale Sir Thomas Grymer ad Old Hallerdon, la tenuta di campagna di quest'ultimo, assieme a un nutrito e vario gruppo di ospiti.

Ispirato dalla scoperta e deciso più che mai a liberarsi dell'incarico al più presto, Tolefree telefona a Felderman per tentare di scovare qualche elemento che possa aiutarlo a decifrare il misterioso codice di Hudson... scoprendo che a Old Hallerdon, nella notte, si è verificato un decesso sconcertante e spaventoso. Felderman, cogliendo la palla al balzo, organizza tutto in modo che il suo amico possa recarsi subito alla casa di Grymer per indagare sul suicidio del ricercatore chimico Peter Lewisson; del quale oltretutto non è per niente convinto. Istigato dai sospetti di Felderman e di altri ospiti della villa, tra cui una bella ragazza di nome Florence Merafield e un giovanotto che le fa la corte, Tolefree inizia a domandarsi se esista un legame tra il codice che ha ricevuto in mattinata e la morte di un'oscuro individuo nel bel mezzo del Devon, e decide di accettare la richiesta d'aiuto di Felderman. Raggiunta Old Hallerdon, l'agente assicurativo si ritrova a sospettare di essere nel giusto a credere che gli ospiti nascondano ognuno un segreto: oltre a Felderman, alla citata Miss Merafield e all'Onorevole Robert Bigbury, infatti, sono lì riuniti un sacerdote, zio della ragazza, il novello finanziere George Lyneham e uno strano francese che risponde al nome di Hippolyte Thibaud. Inoltre (cosa strana) Tolefree viene a sapere che la persona che ha scoperto il cadavere di Lewisson, un esperto d'arte di nome Borthwick, è stata lasciata andare via dalla casa e adesso risulta irreperibile. Eppure, egli si ritrova davanti all'impossibilità fisica del fatto che sia stato commesso un omicidio, dal momento che nessuno avrebbe avuto la possibilità di fuggire dalla stanza della vittima senza essere visto e Lewisson è stato trovato con la pistola stretta in pugno. Cosa nascondono, in realtà, le mura di Old Hallerdon? Forse non un solo crimine, ma numerosi e legati tra loro in una matassa ingarbugliata? Toccherà a Tolefree, affiancato da Felderman e dai giovani Merafield e Bigbury, trovare una spiegazione razionale al mistero del cadavere con le pantofole rosse e al messaggio che l'elusivo Mr Arthur gli ha fatto recapitare attraverso Hudson.

Piantine del primo e del secondo piano di Old
Hallerdon
Come dicevo, quella raccontata in questo libro è una vicenda classica in tutto e per tutto; un esempio talmente tradizionale di "delitto-nella-casa-di-campagna" che potrebbe sembrare fin troppo standard, se l'autore non avesse introdotto alcuni elementi che differenziano la trama dalla consuetudine. Infatti, "Il Cadavere in Pantofole Rosse" assomiglia sotto molti aspetti a "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?", sebbene a prima vista le apparenze non lo diano a vedere. Troviamo, tra le altre cose che risaltano fin da subito, la netta presenza di una gerarchia e stratificazione nella società, con tanto di aristocratici (Sir Thomas Grymer e Lady Grymer) affiancati a figure più semplici come quella del canonico Merafield, oppure di individui appartenenti alla cerchia finanziaria, elevati rispetto alla gente comune ma pur sempre inferiori ai signori di Old Hallerdon, come Felderman e Lyneham. Per non parlare di Lewisson, considerato alla stregua di un dipendente anonimo, e dello stesso Tolefree, agente assicurativo che si guadagna da vivere di giorno in giorno. Non mancano, inoltre, altri riferimenti a stereotipi in voga, nella rappresentazione degli stessi ruoli di ogni personaggio (Lyneham appare come un cinico finanziere; Thibaud simile al francese da commedia e operetta, tutto parole arzigogolate e atteggiamenti effeminati; Bigbury il tipico giovane inglese dal temperamento bollente sotto la facciata di perbenismo) e nell'inserimento nel caso di un'enorme quantità di elementi del mistero e della trama che già alla fine degli anni '40 del Novecento dovevano apparire come usurati: gli incontri notturni in stanze e corridoi oscuri, i tè all'aperto, liti sospette tra personaggi ambigui, travestimenti, coinvolgimenti di bande criminali organizzate... Insomma, dentro a "Il Cadavere in Pantofole Rosse" sono stati riuniti dall'autore la maggior parte dei cliché che al giorno d'oggi vengono ancora collegati al romanzo giallo; tutte quelle cose che possono sembrare un po' superate al lettore moderno e che minano la plausibilità dell'enigma, facendo storcere il naso a chi legge.

Eppure, c'è qualcosa di cui bisogna tenere in considerazione, quando si fanno accostamenti tra opere di autori diversi; ovvero, il loro approccio al genere. Haynes, ad esempio, era molto interessata a descrivere il rapporto tra i suoi personaggi, pur non ambendo a raggiungere le vette di analisi psicologica di Christie e Sayers; si accontentava di tracciare storie che avessero al loro interno enigmi senza infamia e senza lode, capaci di intrattenere ma senza costringere i lettori a farsi venire un mal di testa per risolvere in anticipo sull'investigatore di turno il caso che gli era stato affidato. Dal canto suo Walling, invece, intendeva fondare proprio sulla solidità dell'enigma tutta l'essenza dei suoi mysteries, dando grandissimo risalto all'indagine e lasciando (quasi sempre) sullo sfondo qualunque distrazione potesse rischiare di spostare il fulcro dell'azione dal caso investigativo. In questo modo, pur affrontando la questione da punti di vista differenti, sia Haynes sia Walling sono riusciti a dare vita a romanzi del mistero meno "complicati" di opere di autori celebrati per la loro complessa inventiva; ma non per questo scadenti, se presi come racconti fini a se stessi o, nel caso di "Il Cadavere in Pantofole Rosse", come "un nuovo bel giallo [...] uno splendido rompicapo, con qualche brivido, una storia ben definita e ideata" ("The Engineer's Bookshelf", Wilson R. Dumble). In sintesi, i loro libri non sono affatto così male come si può pensare, nonostante l'inserimento degli aspetti fin troppo convenzionali che ho elencato sopra; e il motivo di ciò si può riscontrare proprio nel loro essere "classici" in maniera tanto spiccata: pur non volendo produrre chissà quale capolavoro privo di cliché, questi autori hanno accontentato chi cercava trame spensierate seppur condite di omicidi (ed erano davvero in tanti, nel periodo tra le due guerre mondiali a cui i libri di Haynes e Walling risalgono), ottenendo addirittura lo status di essere accostati a figure ben più grandi in quanto a spirito e ingegnosità: Haynes con Christie, e Walling con gli esponenti del gruppo degli Humdrum. Questi ultimi, in particolare, furono probabilmente i giallisti che più di tutti gli altri (pure di Haynes e delle sue colleghe) si dedicarono alla trattazione del romanzo giallo come puro enigma. Il loro nome deriva dall'espressione con cui il critico inglese Julian Symons definì John Rhode pochi anni dopo la morte di Freeman Wills Crofts, un altro membro del gruppo incriminato: master of the humdrum, intesa come critica al fatto che egli, allo stesso modo dei suoi compari, si focalizzasse soltanto sulla tediosa e costruzione di meri rompicapi, tralasciando l'esplorazione di temi importanti e caratterizzazione dei personaggi.

Era questa la crime story incarnata dalla maggior parte dei membri del Detection Club, i quali si erano assunti lo scopo di rappresentare la vita reale, con tutte le sue sfaccettature positive e negative, e criticare la società del tempo. Ma, cosa che non viene sottolineata abbastanza spesso, non è questa l'unica concezione di genere crime che possa esistere; e infatti così non è. Infatti Rhode, benché membro del Club, considerava il romanzo giallo come una sorta di "cruciverba letterario", che doveva assumere il ruolo di strumento per stimolare la mente dei lettori e spingerli a ragionare sulla meccanica del delitto. In questo modo, adottò una visione del genere che si discostava da quella della maggior parte del gruppo, e diede vita a numerosissime detective novels incentrate soprattutto sullo svolgimento delle indagini della polizia e dell'investigatore, all'interno di storie dichiaratamente fittizie. Senza dubbio, questo modo di vedere veniva considerato "classico" già negli anni '40 del Novecento e non dovette convincere i lettori assetati di storie impegnate; eppure, fu ugualmente apprezzato da moltissimi proprio per quella sua stessa caratteristica (non per niente, egli pubblicò quasi centocinquanta libri nel corso della sua carriera). Ad esso Walling si ispirò per delineare le proprie trame, e non vedo il motivo per cui bisognerebbe colpevolizzarlo: sfruttò le stesse premesse del master of the humdrum, oltre a quegli stessi stereotipi che avrebbero inciso sulla riuscita complessiva e la credibilità dell'indagine, per dare vita a romanzi che si differenziavano dalla massa (nel bene o nel male, secondo il punto di vista di cosa ognuno cercava in un romanzo del mistero) e per crearsi un proprio posto all'interno del genere; accontentando così puristi del giallo ad enigma che, anche nel 1936, desideravano continuare a leggere mysteries focalizzati soprattutto su enigmi complicati come meccanismi ad orologeria.

Robert Alfred John Walling, nato nel 1869 e morto nel 1949
La convinzione che i libri di Robert Alfred John Walling siano un po' antiquati può forse essere dovuta anche al fatto che egli si trovò ad intraprendere molto tardi la carriera dello scrittore di narrativa, in un momento lontano dagli anni della giovinezza in epoca vittoriana. Nato nel 1869 a Exeter e contemporaneo di altri giallisti ormai considerati datati, come la stessa Haynes e Richard Austin Freeman, Walling iniziò infatti a lavorare come giornalista al "Western Indipendent" di Plymouth, seguendo le orme del padre, e dedicandosi a dirigere quello stesso giornale per gran parte della sua vita, prima di pubblicare una biografia su Sir John Hawkins e iniziare ad interessarsi al mondo del crimine, quando venne nominato giudice onorario in quella stessa cittadina. Sposato con Florence Greet e padre di quattro figli, solo nel 1927 diede alle stampe il suo primo romanzo di genere, "Dinner-Party at Bardolph's", e la buona accoglienza del volume (scritto perlopiù per divertimento) lo indusse a continuare su quel campo arrivando a pubblicare, in tutto, una trentina di gialli nella sua carriera, fino al momento della sua morte nel 1949. Nella maggior parte di questi, il protagonista è l'agente assicurativo Philip Tolefree, il quale agisce come investigatore in incognito e appare per la prima volta in "I Fatali 5 Minuti" del 1932. Oltre a questo romanzo, Tolefree appare anche in altri famosi romanzi come "Murder at the Keyhole", "The Cat and the Corpse", "The Mystery of Mr. Mock", "The Coroner Doubts" e, ovviamente, "Il Cadavere in Pantofole Rosse", settimo nella serie. Da molti considerato il suo vero capolavoro (anche più del celebrato "I Fatali 5 Minuti" inserito nella classifica delle pietre miliari del genere di Ellery Queen e Howard Haycraft), questo romanzo rappresenta pienamente le caratteristiche della narrativa di Walling.

In esso troviamo numerosi e diversi elementi del giallo classico, che irritano i critici e deliziano il pubblico: il mistero costituito dal crittogramma (pp. 16-19, 24-25, 189-196), il delitto nella casa di campagna, una coppia che si diverte ad indagare su un caso come se fosse un gioco, incontri notturni in stanze e corridoi bui, i tè all'aperto, una scena d'inchiesta nella migliore tradizione (pp. 49-59), figure di scienziati misteriosi (pp. 63-68, 166-172, 202-203) e loschi individui, la presenza di piantine, gente che va e viene dalla scena del crimine, furti e ladruncoli, indizi materiali accostati a ragionamenti mentali, esami di laboratorio, travestimenti; tutto ciò viene inserito da Walling in "Il Cadavere in Pantofole Rosse" (come in altre sue opere) per dare vita a un'indagine che per questo motivo può risultare fin troppo complessa e stereotipata, a un giudizio complessivo. Tuttavia, allo stesso tempo, questi aspetti non permettono mai al lettore di annoiarsi; e complice uno stile solido e quasi pesante, non sempre chiaro ai fini di una piena descrizione dei personaggi e della risoluzione dell'indagine, il quale si adatta alla vicenda e permette di tratteggiare il colore locale a Old Hallerdon e a St Maure, così che noi possiamo immaginare a grandi linee gli scenari e le persone che in essi agiscono, quegli elementi del racconto riescono a calare nella storia chi legge e a ghermirlo. Perdonando alcune ingenuità dell'autore, il romanzo si legge meravigliosamente e riesce a intrattenere grazie alle moltissime sfaccettature e trovate del suo ideatore (non per niente egli veniva soprannominato "l'Ingegnoso" dai suoi editori), dando vota a un mistero della casa di campagna che si differenzia dal solito grazie a variazioni interessanti, seppur in parte poco felici, come l'inserimento di una vena avventurosa-spionistica (capp. 1, 2, 9) che dà vita a un complotto poco in sintonia con il giallo deduttivo. Insomma, l'enigma in sé è davvero ingegnoso e piacerà moltissimo agli appassionati di rompicapi; peccato solo che per metterlo in pratica si sia dovuti ricorrere all'uso della nefanda banda criminale, la quale inibisce in parte il mantenimento della tensione e della suspense sul finale (per fortuna tali "elementi di distrazione" restano contenuti e si dà prevalenza al caso di Old Hallerdon, il crittogramma costituisce soprattutto una scusa per avviare le indagini sulla morte di Lewisson). L'indagine, giocata su un intreccio tradizionale e sufficientemente sviluppato, costituisce il fulcro attorno al quale si snodano tutte le altre caratteristiche del romanzo: in mezzo ad indizi disseminati con abilità, ad indagini lunghe e circostanziate, sorrette dalle testimonianze dei sospettati, troviamo un'ambientazione che, pur non occupando mai un posto di primo piano rispetto al mistero, è ben descritta nella sua marginalità (soprattutto per quanto riguarda gli scenari della casa, della campagna e della tenuta, pp. 7-9, 35-36, 68-71, 90-92, 103-104, 144, 165, 170, 206-209, 211-212, 214, 219-220, 222, 225) e riesce a dare un'idea chiara dello scenario in cui si svolge l'azione e dei movimenti dei sospettati, oltre ad evocare la giusta atmosfera in un giallo (vedasi pp. 103-113).

A un certa aria retrò, di antichità con grazia "alla Freeman" (pp. 28-29, 34-35, 40-41, 44, 75-76, 80, 121, 137, 139, 142, 154-158, 253-254, 269-270), accentuata dallo stile legato a una tradizione passata ma pur sempre suggestiva nella sua solennità, vengono accostate le presentazioni dei personaggi, nei quali si scontrano le loro piccole manie e un'innata convenzionalità di facciata: non troviamo mai grandi descrizioni psicologiche, una spiccata profondità caratteriale in loro, ma teniamo d'occhio i loro movimenti e ci concentriamo su questi ultimi per decifrare le loro intenzioni e osserviamo le pantomime che mettono in atto (soprattutto Thibaud, il personaggio che più di tutti incarna uno stereotipo ironico). All'ironia, inoltre, tocca gran parte del lavoro di alleggerimento (pp. 80, 133-139, 142-143, 155, 197-199, 245-246, 271), sfruttando i rapporti tra alcuni protagonisti come Bigbury e Florence, legati da una tipica relazione amorosa e intenzionati a considerare l'indagine di Tolefree come se fosse un gioco (pp. 42-43, 62-63, 79-90, 103-120, 130-131, 139, 154-158, 164-172, 197-202, 267): essi permettono ai lettori in identificarsi e mettono in luce gli aspetti divertenti del caso, con quell'ingenuità che era stata incarnata pure da Bill Beverley in "Il Dramma di Corte Rossa", vivendo il tutto come un'avventura al fianco del più serioso agente assicurativo. Ecco, forse l'ironia risulta un po' calcata a volte (per tornare di nuovo su Thibaud); eppure riesce egregiamente a spezzare la tensione e a dare una nota di spensieratezza alla trama altrimenti troppo impostata sull'inchiesta. Infine, i personaggi agiscono più come burattini, mossi dalla necessità dell'autore di ideare un delitto simile a un meccanismo ad orologeria, che come persone reali (a questo proposito, sono da segnalare le molte riflessioni di Tolefree (pp. 21-24, 48-49, 60-61, 73-74, 107-108, 110-111, 129-132, 153, 189-196, 240), attraverso cui Walling tiene l'indagine al centro della scena, le quali non lasciano grande espressione agli altri protagonisti). Essi sono un po' vaghi, a volte poco caratterizzati come Lady Grymer, una figura algida e candida, la quale non viene mai davvero coinvolta nel caso e viene rappresentata come una donna molto lontana da eventi prosaici quali l'indagine dei poliziotti e l'assassinio. Lyneham è il tipico "affarista", quello che conquista i milioni senza farsi scrupoli di sorta; Thibaud, come abbiamo detto, il tipico francese un po' svitato e forestiero; Grymer il signorotto che alla domenica va in chiesa oppure tiene conferenze davanti alla gente del villaggio. Lo stesso Tolefree costituisce una figura diversa da quella del tipico detective, impegnato a guadagnarsi da vivere e appartenente a una classe medio-alta, figura poco appariscente. Eppure, non è necessario che essi siano troppo delineati per poter giungere alla soluzione del caso: ciò che importa sono i loro movimenti fisici, durante la sera del delitto, per cui possiamo perdonare a Walling questa poca perfezione nella caratterizzazione. In conclusione, dunque, penso che "Il Cadavere in Pantofole Rosse" sia un delizioso esempio di giallo ad enigma, inteso come rompicapo matematico; uno di quei libri che rendono bene l'idea di come fosse la detective novel degli anni Venti del Novecento: quella capace di distrarre le persone dai tristi pensieri legati alla guerra, alla disoccupazione, alla fame e alla crisi generale che si era abbattuta sul Paese in quel momento. Certo, il fatto che Walling continuasse a proporre questo tipo di giallo nel 1936 forse poteva essere considerato azzardato, visto che ormai i tempi stavano cambiando. In ogni caso, a parte il fatto di aver utilizzato l'espediente del complotto nazionale come parte dell'indagine per scoprire il colpevole del delitto di Old Hallerdon, non vedo il motivo per cui questo romanzo debba essere criticato troppo aspramente. Walling voleva consegnarci un mistero simile a un cruciverba, qualcosa che potesse intrattenerci, senza esagerare e trascendere in tematiche sociali e importanti, e sono convinto che ci sia riuscito splendidamente con questa storia in puro stile Golden Age.


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venerdì 12 giugno 2020

35 - "La Dama in Rosso" ("The Holbein Mystery"/"The Red Lady", 1935) di Anthony Wynne

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
All'interno della crime story, soprattutto quella di stampo classico e appartenente all'epoca della Golden Age, il colore assume da sempre un ruolo di considerevole importanza. Non che questa sia una caratteristica esclusiva del genere, visto che anche ad altre tipologie narrative vengono spesso associate le tonalità più disparate (ad esempio, al romanzo gotico vengono spesso affiancati il nero e il grigio, come a sottolineare le atmosfere oscure, cupe e inquietanti che esso evoca). Eppure, per quanto riguarda il romanzo giallo non possiamo ignorare il fatto che il colore, riferito ad esso, sia diventato un vero e proprio simbolo, tanto da entrare nel gergo comune. Infatti, tra le altre cose, quando in Italia parliamo di mystery usiamo l'espressione che io stesso ho impiegato poco fa, "romanzo giallo". Questo curioso modo di esprimersi è dovuto a due motivazioni: la prima è dovuta al fatto che in America, agli inizi dell'Ottocento, le notizie di cronaca venivano pubblicate su fogli di carta poco raffinata e quindi di tonalità più scura rispetto al solito bianco, in una sorta di giallognolo sporco; con la conseguenza che la gente imparò ad associare a queste "pagine gialle" occasioni come uccisioni e delitti. La seconda e più importante dal nostro punto di vista, invece, va fatta risalire alle prime pubblicazioni di romanzi del mistero nel nostro Paese: a quegli innovativi e magnetici "Gialli Mondadori" dell'estate del 1929, con le loro copertine luminose come il sole, i quali diedero il via all'epopea della crime novel in Italia e ad oggi, tra alti e bassi, continuano ad appassionare i lettori ogni mese dell'anno. Ma non solo il colore in senso estetico gioca un ruolo di primo piano nel romanzo giallo. Infatti, se andiamo a controllare i titoli che vengono fatti rientrare in questo genere letterario, a ben guardare ci accorgiamo che questi stessi giocano spesso su contrasti cromatici e su immagini dominate da tinte che risaltano sullo sfondo. Ad esempio, per rimanere sulla tonalità da cui in Italia tutto ha avuto inizio, abbiamo "Il Mistero della Camera Gialla" di Gaston Leroux, uno dei padri fondatori del romanzo del mistero: in questo libro, il delitto avviene all'interno di una stanza colorata della tonalità del titolo, dalla quale nessuno può essere uscito ma in cui si trova soltanto la vittima. Oppure, per cambiare colore, ci sono "Il Dramma di Corte Rossa" di A.A. Milne, "La Rossa Mano Destra" di Joel Townsley Rogers, "Il Cerchio Rosso" di Edgar Wallace e "I Delitti delle Vedova Rossa" di Carter Dickson alias John Dickson Carr; tutti accomunati dalla tinta che richiama il colore del sangue e, quindi, è strettamente legata al tema delle uccisioni trattato in questi libri.

Altre volte, il nero costituisce una sorta di rappresentazione del muro contro cui si scontra l'indagine dell'investigatore e della fitta oscurità in cui egli si trova immerso ("Occhiali Neri" di John Dickson Carr); oppure il bianco rappresenta il timore che fa sbiancare i volti dei sospettati e delle facce che emergono dalla notte come fantasmi ("Maschera Bianca" di Edgar Wallace). Senza dimenticare il blu, inteso come sinonimo di malinconia e abbattimento in seguito a qualche disgrazia, come in "L'Inquilino del Piano di Sopra" di Harriet Rutland (il cui titoli inglese è "Blue Murder"). Anche nel cinema, declinato al genere del thriller, il colore rappresenta un elemento di grande importanza: basti pensare a film come "Marnie" di Alfred Hitchcock, in cui la protagonista ha subìto un trauma legato al colore rosso e reagisce in malo modo quando esso viene accostato al bianco, oppure al capolavoro italiano "Profondo Rosso" del maestro Dario Argento, dove questa tinta ritorna ciclicamente ad ossessionare lo spettatore e il protagonista. Ma Three-a-Penny è pur sempre un blog sulla narrativa del mistero; quindi, concentrerò la mia attenzione sulle opere scritte. E questo mese, come vi avevo anticipato, ho deciso di dedicarmi ad alcune letture legate proprio al tema del colore (soprattutto rosso) nel romanzo giallo, esplorando opere poco conosciute dal lettore medio. Per iniziare, dunque, questa settimana mi soffermerò su un libro che non è stato quasi recensito su Internet, ma che merita maggiore attenzione: "La Dama in Rosso" di Anthony Wynne, conosciuto con i titoli inglesi "The Holbein Mystery" e "The Red Lady" (Polillo Editore, 2016). Si tratta di una storia molto complessa e articolata, in cui trovano spazio nientemeno che cinque delitti (degno del caso Crippen!), due dei quali perpetrati in un modo talmente ingegnoso da far sospettare che siano stati opera di fantasmi o di assassini invisibili. Alta finanza, politica, filosofia, medicina sono alcuni tra gli argomenti trattati all'interno del romanzo, tra momenti di attività mentale e altri di attività fisica per il dottor Hailey, il medico e investigatore dilettante protagonista della vicenda; preparatevi a mettere in moto il cervello e a seguire quest'uomo ingegnoso alla scoperta della verità, in mezzo a personaggi sospetti e a pericoli di ogni tipo.

Farm House and Field (Ironbridge Farm, Shalford, Essex),
1941, di Eric Ravilious, raffigurante una tenuta simile ai
Kennels di Bob Budley
Tutto ha inizio nella casa di Eustace Hailey, dove il medico ha fatto accomodare un suo vecchio amico, il colonnello Wickham di Scotland Yard. Quest'ultimo si è presentato dal dottore per proporgli una collaborazione ufficiosa, nei confronti di un caso spinoso al quale egli è stato sollecitato di prendere parte: ai Kennels, la sontuosa tenuta di campagna dell'azionista ed esponente politico Bob Budley, si è verificato un decesso violento che potrebbe sconvolgere l'opinione pubblica fin dalle sue fondamenta. Infatti Sir Mark Fleet, un noto parlamentare inglese e grande speculatore in azioni di alta finanza, è stato apparentemente assassinato da un fantasma, mentre si trovava nella casa del suo socio in affari per tenere un discorso davanti al comitato elettorale. Un momento prima stava mangiando a tavola con gli altri commensali ed ospiti di Budley, ridendo e scherzando prima di salire sul palco che era stato approntato per la sua conferenza; e quello seguente era stramazzato sul tavolo approntato nel salotto per sua comodità, sotto i riflettori puntati sulla sua figura e davanti al pubblico incredulo e sconcertato, con il manico di un coltello che gli spuntava dalla schiena, mentre sulla parete dietro di lui il quadro "La Dama in Rosso" di Holbein osservava stoico la scena. La particolarità del caso, dunque, non sta tanto nel fatto che egli sia stato ammazzato, quanto sulla modalità utilizzata per assassinarlo: dalle testimonianze di una cinquantina di persone, infatti, tutto lascia intendere che nessuno si sia avvicinato alla vittima dal momento in cui egli aveva iniziato a parlare. Certo, il pianoforte sulla destra e alcuni ostacoli a sinistra potevano nascondere la scena agli occhi di qualcuno tra il pubblico; ma non certo un omicida, un uomo o una donna in piedi alle spalle del deputato. Solo "La Dama in Rosso" era presente sul palco, oltre a Fleet. Incuriosito dalle caratteristiche insolite del caso, Hailey si lascia convincere a prendere parte alle indagini e, il giorno seguente, si dirige a Rutton assieme a Wickham per un sopralluogo scrupoloso della scena del crimine.

Arrivati laggiù, tuttavia, i due scoprono che il poliziotto a capo del caso non ha ancora fatto eseguire un attento esame della stanza del delitto e, poco dopo, vengono a sapere che "La Dama in Rosso" è stata trafugata. Che si tratti di una semplice coincidenza, oppure il furto del quadro ha a che fare con la morte di Mark Fleet? Il caso si ingarbuglia ancor di più quando, giunti sul palco del salotto, Hailey e Wickham si accorgono che i dipinti di Budley hanno tutti una speciale cornice, dietro la quale un uomo può comodamente nascondersi. Alle spalle di quella della Dama, tra l'altro, sono presenti inequivocabili tracce di una recente pulizia del pavimento dalla polvere, come se qualcuno avesse tentato di cancellare ipotetiche impronte lasciate al momento dell'aggressione a Fleet. Forse l'omicida ha provato a pararsi le spalle; ma si tratterebbe comunque di un tentativo piuttosto goffo. Ben presto, però, al dottor Hailey appare chiaro che l'avversario suo e di Wickham non è affatto uno sprovveduto: un misterioso individuo, infatti, sottrae nottetempo alla custodia della polizia il cadavere di Fleet, in attesa dell'autopsia ufficiale; lo fa a pezzi e, come se questo non bastasse, lo dà alle fiamme in un pagliaio poco distante dalla casa di Budley. Hailey inizia a temere di trovarsi davanti a un pericoloso omicida, disposto a tutto pur di cancellare le proprie tracce e ormai in preda al panico; e la scomparsa di un celebre banchiere della City e gli assassinii spregiudicati di una medium dell'alta borghesia e di uno stimato colonnello confermano le sue paure. Chi è il colpevole che si trovava ai Kennels la sera del primo omicidio e, più avanti, aveva seguito le sue prede a Londra? Si tratta forse del padrone di casa, Bob Budley? Oppure delle eredi di Fleet, la moglie Lady Patience o la giovane Miss Gay, la quale conosceva a malapena la vittima ma si ritrova con tre quarti di milione in più nelle tasche? Anche il padre di lei, il colonnello Gay, è sospetto, allo stesso modo del poeta Rade-Rade e dei coniugi Faction, i quali paiono più che decisi ad indirizzare i sospetti contro Miss Gay. Hailey capisce di dover fare in fretta, prima che la lista delle vittime diventi troppo lunga e la scia di sangue che parte dalla drammatica scena della "Dama in Rosso" si allunghi fino a toccare lui stesso; perché di una cosa è certo: chi si avvicina troppo a Mark Fleet e ai segreti che costui si è portato nella tomba, rischia di fare una brutta fine.

Jane Seymour, Hans Holbein,
raffigurante una signora in rosso
simile alla donna del titolo

Se c'è qualcosa che riesce a sorprendermi ancora oggi, quando ormai è diventato quasi di moda essere annoiati di fronte a ciò che ci succede, quello è il romanzo giallo. Anche questo è uno dei motivi per cui sono immensamente affezionato alle storie che appartengono a questo genere letterario. Con la lettura di "La Dama in Rosso", ho avuto una conferma di questa straordinaria capacità della classica rime story di spiazzare i lettore. Dovete sapere, infatti, che nonostante le premesse e la trama in seconda di copertina (molto più stringata di quella che ho riportato io qui sopra, ma comunque intrigante) mi avessero fatto immaginare che la storia raccontata nel libro fosse molto interessante e affascinante, avevo più di una riserva nei confronti del suo autore, Anthony Wynne. Costui era un medico, oltre che scrittore, per il quale lo stile narrativo era caratterizzato da una scrittura alquanto asettica e fredda; un po' sul genere di quella di C.P. Snow e il suo "Morte a Vele Spiegate", dove erano chiaramente emerse le esperienze scientifiche di quest'ultimo e le influenze in tal senso. Nel caso specifico di Wynne, inoltre, avevo ancora più timore nell'affrontare un suo libro poiché, diversi anni fa, avevo deciso di provare un'altra sua opera, "Il Coltello nella Schiena" edito sempre da Polillo, il quale mi aveva lasciato con l'amaro in bocca a causa di diversi fattori, come una certa sgradevolezza dei personaggi e un contorno che aveva l'aria di essere stato composto in fretta e furia, senza un'adeguata revisione finale e con un mistero in cui il fair play era assente. Fino a una settimana fa, quindi, ero fortemente indeciso se rischiare di affrontare una nuova impresa di Wynne oppure rimandare la lettura di "La Dama in Rosso" a una data da destinarsi. Tuttavia, siccome avevo deciso da tempo di occuparmi di romanzi aventi a che fare con i colori, alla fine mi sono risolto a dare un'altra possibilità all'autore; e per fortuna l'ho fatto! Da questa esperienza, infatti, posso dire di aver rivalutato questo scrittore in positivo, con l'ulteriore conseguenza che quest'estate forse mi dedicherò a una rilettura di "Il Coltello nella Schiena" per capire davvero se in quel caso la mia fosse stata un'impressione dettata dall'inesperienza e dall'incapacità di vedere oltre, oppure un giudizio fondato, imparziale e purtroppo negativo.

Pertanto, in modo inaspettato, "La Dama in Rosso" si è rivelato un romanzo giallo più che sufficiente per i miei gusti; anzi, mi ha proprio entusiasmato grazie alle sue numerose caratteristiche che, se applicate singolarmente ad altri mysteries, potrebbero essere giudicate come perfettibili, ma in questo specifico caso a mio parere, messe tutte assieme, hanno dato un risultato soddisfacente. Alcuni amici, tuttavia, hanno giudicato questo libro come troppo approssimativo e fuori dai canoni del genere: i personaggi sono sembrati alquanto abbozzati e privi di personalità e spessore psicologici; i temi dell'alta finanza, della politica, della filosofia e della sua applicazione nella scienza pare siano stati trattati in modo "estremo" per un giallo d'evasione; l'ambientazione non resta sempre quella famosissima della classica casa di campagna inglese; la narrazione è stata troppo concentrata su un'indagine contorta e superficiale (nel senso che l'investigatore ha moltissimi ripensamenti nel corso della storia e non esiste fair play), a discapito del contesto in cui viene calata; sono presenti moltissime scene d'azione e, infine, il detective risulta antipatico. Insomma, sembrerebbe proprio che Wynne abbia compiuto un delitto anche scrivendo questo romanzo giallo, non solo inventando gli omicidi fittizi al suo interno. Eppure, io sono convinto che si debbano tenere a mente alcune condizioni, prima di dilungarsi in un giudizio affrettato. Innanzitutto, non bisogna dimenticare che l'autore del romanzo è considerato uno dei maestri riconosciuti di quella specialità del genere giallo che corrisponde al "delitto impossibile" (alcuni tra gli omicidi a cui assistiamo leggendo "La Dama in Rosso", tra l'altro, sono proprio di questo tipo). Wynne, infatti, viene spesso citato assieme a John Dickson Carr, Edmund Crispin, la coppia Winslow-Quirk, Ellery Queen e Norman Berrow nel numero dei giallisti che fecero la propria fortuna grazie alla sparizione di oggetti, persone e addirittura edifici e alla perpetrazione di crimini all'apparenza ad opera di spiriti maligni; la maggior parte dei quali, tranne poche eccezioni, non sono certo ricordati per i salti mortali stilistici, ma proprio per l'eccezionale complessità dei misteri che hanno tratteggiato. In parole povere, a Wynne e a questi altri autori interessava soprattutto l'enigma, e non quanto stava intorno ad esso; quindi, non bisogna stupirsi troppo se ci si trova di fronte a un modo di raccontare che si discosta da quello di scrittori più interessati al racconto puro (come abbiamo visto, ad esempio, con Milne e il suo "Il Dramma di Corte Rossa").

In secondo luogo, trovo che le critiche riportate sopra non siano del tutto veritiere. Voglio dire, sono d'accordo che alcuni personaggi non vengano più tenuti in considerazione, dopo essere stati presentati al lettore in un primo momento e interrogati (due tra tutti, Lady Patience e il giornalista Donne); però è pur vero che, al contrario, altri sono approfonditi attraverso ulteriori incontri con il protagonista oppure grazie a descrizioni fatte da terzi che riescono a gettare un po' di luce in più sulle loro personalità. Un caso, per esempio, è quello del colonnello Gay, il quale non viene mai presentato a noi ma, attraverso le parole di Rade-Rade e della figlia, impariamo a conoscere. Anche sull'antipatia dei protagonisti sono d'accordo fino a un certo punto. Wickham, soprattutto nei primi capitoli, assume toni alquanto sgradevoli nei confronti del suo sottoposto Bellamy e agisce in modo molto burbero, tanto che sono stato felice di vederlo messo da parte quando Hailey si è allontanato dai Kennels; quindi, capisco benissimo chi si dice scocciato dal suo comportamento. Tuttavia, non ho avuto nulla da ridire su quello assunto dagli altri: Rade-Rade mi è parso un po' fatuo, certo; ma non antipatico. Madame Sévigné è stata un personaggio affascinante; i vari direttori di banca, appassionati di spiritismo, tipografi, portieri sono stati piuttosto divertenti nella loro pomposità. Per non parlare di Hailey, il quale ha assunto un comportamento più "umano" di quanto ricordassi in "Il Coltello nella Schiena". Sull'ambientazione che cambia, stesso discorso: capisco chi potesse desiderare un'indagine in pianta stabile si Kennels, con i suoi campi sterminati, le colline verdi e la casa enorme e misteriosa; ma questo non esclude che anche Londra, con i suoi appartamenti un po' vissuti, gli edifici decadenti e le strade notturne sappia esercitare un certo fascino. Da parte mia, mi sono molto piaciute le scene della seduta spiritica in casa di Madame Sévigné (suggestiva e misteriosa), quella della corsa nella notte di Hailey e Miss Gay verso la casa della zia di quest'ultima (pregna di minacce), e quella tra il dottore e il professor Nicholas, l'anziano appassionato di esoterismo (divertente e giocata sul limite tra l'ironia e la serietà degli argomenti affrontati). Infine, non ho percepito l'indagine condotta da Hailey come troppo approssimativa e incentrata sull'azione: dopotutto, Anthony Berkeley aveva già inventato il suo Roger Sheringham, dedito a continui cambi d'idea e di sospetti nel corso del caso di cui si occupa, e il dosaggio tra attività mentale e attività fisica dell'investigatore mi è parsa ben equilibrata, quindi non c'è niente di nuovo che possa far storcere il naso.

Insomma, per concludere, penso che le critiche che sono state rivolte a "La Dama in Rosso" siano da avvalorare solo in parte e siano dettate soprattutto dal gusto personale, nonostante le piccole imperfezioni che ho messo in luce qui sopra. Io stesso, nel caso di "Un Coltello nella Schiena" (citato tra l'altro in questo romanzo, a p. 148), avevo rivolto più o meno quelle stesse a Wynne; tuttavia, in questo caso, l'insieme degli elementi inseriti nel romanzo non mi è affatto dispiaciuto, nonostante esso contasse su uno stile alquanto scarno e su una quantità di temi difficili da digerire. Anche a questo proposito, infatti, non mi sento di condividere del tutto il discorso sull'inserimento di argomenti troppo difficili all'interno della storia: se da un lato è innegabile che termini come "holding", diritto di prelazione, negoziati, emissione di obbligazioni e buoni azionari non siano alla portata di tutti, dall'altro essi hanno permesso la costruzione di un enigma originale e assolutamente stupefacente, molto complesso e straordinario nella sua eccezionalità (e nel quale il colore, per tornare all'introduzione della recensione, gioca un ruolo importante ai fini della soluzione finale). L'idea di romanzo giallo di Wynne può benissimo discostarsi dalla nostra, ma questo non significa che ciò che egli ha scritto non sia da considerare valido per qualcun altro: tutto sta in ciò che il lettore cerca in un romanzo giallo. Se uno ama leggere tantissime descrizioni sulla montagna, considererà "Un Cadavere al Campo Due" di Glyn Carr un libro stupendo, nonostante il suo enigma scadente; se un altro adora le atmosfere macabre, apprezzerà "Notti di Halloween" di Leo Bruce nonostante gli altri suoi difetti; infine, se un altro ancora non pretende altro che lasciarsi catturare da un mistero complesso e capace di stuzzicare la sua curiosità, nonostante i temi fuori dal comune che affronta, allora sarà soddisfatto come il sottoscritto da "La Dama in Rosso"

Robert McNair Wilson, alias
Anthony Wynne, nato nel 1882
e morto nel 1963

In ogni caso, in "La Dama in Rosso " non deve stupire l'inserimento di un tema insolito come quello dell'alta finanza, visto che quest'ultimo era uno degli argomenti preferiti di Anthony Wynne, pseudonimo di Robert McNair Wilson. Nato nel 1882, probabilmente in Scozia, della sua vita si sa molto poco. Una certezza è che aveva un fratello più giovane, William, e una sorella di nome Doris. Un'altra, il fatto che lui e William si laurearono entrambi in medicina alla Glasgow University; anche se il fratello iniziò a lavorare nel paese natio, mentre Robert si trasferì a Londra, dove sposò Winnifred Paynter (dal cui nomignolo, Winnie, forse prese ispirazione per la costruzione dello pseudonimo che avrebbe utilizzato per la scrittura dei suoi romanzi gialli). Infine, è assodato che, oltre ad essere stato amico di Ezra Pound, col suo vero nome egli collaborò a lungo col "Times" scrivendo articoli di medicina, diede alle stampe una biografia del celebre cardiologo scozzese Sir James MacKenzie ("The Beloved Physician" del 1926) e pubblicò alcuni saggi storici sull'epoca napoleonica, altra sua grande passione; mentre con lo pseudonimo di Anthony Wynne, ovviamente, diede alle stampe ben ventinove mysteries. Questi ultimi, tranne il primo intitolato "The Sign of Evil" del 1925, vennero tutti pubblicati a coppie fino agli anni Trenta, quando la sua produzione si ridusse a un volume l'anno per arrestarsi nel 1942, con "Murder in a Church". L'ultimo suo romanzo del mistero, tuttavia, fu "Death of a Shadow" del 1950 (pubblicato tredici anni prima della morte), dove fece la comparsa finale il protagonista di tutti i suoi libri di narrativa fittizia: il dottor Eustace Hailey, uno psichiatra che vive al n. 22 di Harley Street ed è soprannominato "Il Gigante" di quella stessa strada a causa della sua stazza. Oltre a "La Dama in Rosso", Hailey è presente in altri capolavori dell'autore come "The Dagger", "Morte al Castello", "Il Coltello nella Schiena" e "Murder in Thin Air", e indaga sugli omicidi seguendo un metodo analitico soprattutto per il piacere di analizzare la psicologia del criminale. Ad interessarlo, non è il maniaco omicida, l'assassino che uccide perché malato mentale, ma l'omicida occasionale, cioè quella persona che in circostanze normali avrebbe vissuto al sua vita senza colpa. La tragedia di questa persona e di quelle che gli stanno intorno, pertanto, "è che esse si sono imbattute in circostanze straordinarie. Forse a causa dei loro stessi errori, o forse per un caso fatale, la pressione esercitata dalla società è diventata improvvisamente superiore alla loro capacità di adattamento". È la società che, a suo parere, crea l'assassino; e questo è messo in luce proprio in "La Dama in Rosso".

La psicologia criminale (pp. 211, 214-215, 223, 278, 281-285) e dei personaggi principali, infatti, viene sondata a fondo e passata al setaccio, alla ricerca di ogni indizio utile per decifrare la mente che si nasconde dietro alle facciate e alle maschere che celano gli istinti e le emozioni. Hailey si pone domande sui comportamenti di Mark Fleet e, pur senza conoscerlo di persona, arriva a comprendere la sua continua sfida contro il tempo, l'egoismo e la premura che gli pesano sulle spalle e la sua grande voglia di vivere, oltre che di sopravvivere (pp. 57, 103, 149-152, 167-168, 170, 182-183, 191, 220, 237, 241, 254-255). Tra le parole pregne di melodramma di Rade-Rade, riesce a cogliere il suo affetto per Una Gay e il suo sentirsi inadeguato; negli incontri con Miss Gay, intuisce come la ragazza serbi un segreto nel suo cuore e sia tenuta sotto pressione dal giudizio che la gente può emettere da un momento all'altro contro di lei e suo padre; un uomo buono ma povero e, quindi, considerato inferiore agli occhi dei ricchi ospiti di Bob Budley. Lo stesso Budley, poi, lascia intendere di essere un personaggio complesso, intimorito dagli eventi che si sono scatenati nella sua casa ma, allo stesso tempo, deciso a non lasciarsi sopraffare da questi ultimi. Negli incontri con Wickham, poliziotto della vecchia guardia incapace di perdonare gli errori, e con gli altri personaggi minori (che appaiono e scompaiono nell'arco di brevi parentesi, senza essere approfonditi, ma capaci di svilupparsi nella nostra testa assieme alle loro particolari manie, vedasi il cap. 12), Hailey ricostruisce inoltre la figura dell'assassino, in modo che il lettore possa farsi un'idea della sua personalità deviata e provare ad applicare la sagoma evocata ad ogni sospettato. Attraverso l'uso di numerosi indizi materiali, ogni riga del romanzo, in accordo con la tipologia di racconto che ci si aspetterebbe da un giallista votato al delitto impossibile, contribuisce a rafforzare il far chiarezza sull'elusiva figura dell'assassino e sul mistero ideato dall'autore, così da facilitare il procedimento di analisi e scoperta del colpevole; che a volte può portare su un sentiero errato, ma non per questo si deve smettere di porre rimedio agli sbagli commessi e correggerli in corsa. Eppure, una volta tanto, Wynne riesce a dare spessore anche a ciò che sta intorno all'enigma. In "La Dama in Rosso" è presente una grande senso dell'ambientazione, tratteggiata spesso per immagini che non si dilungano in pesanti descrizioni ma comunque capaci di restituire uno scenario visibile con gli occhi della mente, ad effetto, in grado di trasmettere a chi legge le sensazioni di terrore e inquietudine suscitate nel dottore (pp. 19-20, 53, 71-73, 75-78, 90-92, 111-112, 135-136, 140-141, 145, 205, 225-226, 249-252, 257-258).

A dare man forte a questi rapidi ritratti emozionali e un po' suggestivi, inoltre, Wynne aggiunge un linguaggio complesso e denso (pp. 60-62, 97-101, 117-122, 185-195, 239-244, 262-279) il quale, accostato a un ritmo in cui si alternano e scandiscono alla perfezione attività mentale e attività fisica, riesce ad equilibrare il romanticismo intrinseco degli ampi prati della tenuta dei Kennels e delle strade affollate della metropoli con la serietà dei toni con cui viene messa in scena l'indagine (non per niente, il gergo finanziario non viene mai utilizzato a sproposito, a dimostrazione della dimestichezza dell'autore nell'argomento trattato). L'alta finanza, la politica, la scienza (pp. 97-101, 199-200, 227-229, 232) e la sua applicazione in un modo che osserva i cambiamenti moderni come poco affidabili, lo spiritismo (cap. 15, pp. 163, 207) e la filosofia sono temi che entrano in conflitto tra loro a causa della loro natura contrastante: da una parte, abbiamo le leggi matematiche che, grazie a discorsi elaborati, regolano la vita di tutti i giorni; dall'altro, il mondo degli spiriti che tenta di influenzare quella parte della società in cui gli individui sono superstiziosi. Particolari macabri e arcani sembrano assediare la costruzione di un enigma schematico e agile, sorretto da dialoghi serrati e veloci ma nel quale l’atmosfera gelida della stanza, la medium in trance, la risata di un bambino, clangori, strilli odiosi, tonfi e gemiti nel buio provocano un forte effetto e suscitano il timore che gli spettri abbiano attraversato il confine tra la finzione e la realtà. Può la ragione spiegare qualunque cosa? A questa domanda, gli autori di delitti impossibili provano a rispondere quando costruiscono le loro storie cariche di funesti presagi e fantasmi, ma fortunatamente sempre spiegate grazie alla logica. Il contorno del mistero di "La Dama in Rosso", quindi, aiuta a sostenere l'enigma senza mai prendere il sopravvento su quest'ultimo e gli conferisce plausibilità, nonostante la indagini specifiche su ogni delitti vengano lasciate un po' andare: soprattutto il riferimento al teatro (pp. 112-113, 237, 247-248, 256) giocherà un ruolo fondamentale nella soluzione finale, ma pure i brevi cenni che vengono fatti a corollario delle ipotesi sulla psicologia dei personaggi e dei riferimenti medici non sono da trascurare (pp. 56-57, 65-66, 97-99, 102-104, 113, 125-126, 136-137, 140, 149-152, 154-155, 165-166, 171, 173-174, 249-252, 289-290). Il risultato di tutti questi elementi messi insieme, in conclusione, dà vita a un romanzo che presenta un ritmo più veloce rispetto al resto dell'opera di Wynne, in cui il linguaggio non sempre chiaro a una rapida lettura viene accostato a un mistero sorprendente e plausibile nella sua soluzione, contornato da temi insoliti e da un'atmosfera da brivido. Come dicevo sopra, entro la fine dell'estate rileggerò "Il Coltello nella Schiena" per capire se "La Dama in Rosso" sia un'eccezione all'interno della produzione di Anthony Wynne, oppure se abbia dato un giudizio troppo affrettato. In ogni caso, consiglio caldamente la lettura di questo romanzo giallo, suggerendovi di metterla in pratica in un momento in cui abbiate la possibilità di concentrarvi al meglio per cogliere tutte le sue sfumature.

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venerdì 5 giugno 2020

# - Aggiornamenti dall'Approvvigionatore Letterario (Giugno 2020)

Cari amici, bentornati all'Angolo dell'Approvvigionatore Letterario. Con l'avvento del mese di giugno, finalmente qualcosa ricomincia a muoversi anche nel mondo dell'editoria, dopo lo stop forzato degli ultimi mesi, a causa della pandemia di Coronavirus che ha interessato non solo il nostro Paese, ma tutto il mondo. Già a maggio avevamo visto come Sellerio avesse pubblicato una nuova avventura del Detective Kindaichi (la quale era prevista per i primi di marzo); ebbene, negli ultimi giorni anche altri editori si sono dati da fare e oggi posso darvi alcune anticipazioni e aggiornamenti. Ma vediamo con calma ogni titolo.

Copertina di "Il Divorzio non si Addice a Enid
Balfame"
Innanzitutto, è con grande gioia che vi annuncio la pubblicazione di un nuovo titolo da parte di Le Assassine, nella loro collana Vintage: "Il Divorzio non si Addice a Enid Balfame" di Gertrude Atherton. Si tratta di uno tra i titoli che vi avevo già anticipato diverso tempo fa ma del quale, finora, non si conosceva la data di uscita. Il 28 del mese scorso (quindi, come se fosse disponibile da quello in corso) è dunque entrato ufficialmente in commercio. La storia è molto intrigante: essa narra di una giovane signora, la Enid Balfame del titolo, la quale ha ormai quarantadue anni e da quasi la metà di essi è sposata con un esponente politico dedito alla bottiglia e chiassoso; un individuo, insomma, ben lontano dai modi garbati e impeccabili di lei. Proprio grazie alla sua educazione irreprensibile, Enid è molto ammirata dalla società che risiede nella cittadina di Elsinore, poco distante da New York, in cui ella vive e si adopera per tenere in vita un circolo locale molto prestigioso. Eppure, il lettore non può fare a meno di chiedersi se questo suo carattere sia realmente come quello che lei manifesta, oppure se nasconda una natura ben più inquietante dietro a una facciata di perbenismo. Tanto più che, a poche ore da una scenata in pubblico, durante la quale la signora Balfame è stata messa in ridicolo, suo marito viene trovato morto davanti al cancello della loro casa. Si tratta di una coincidenza, che egli sia stato ammazzato proprio lì? Oppure il fattaccio è accaduto perché uno degli abitanti della casa gliela ha fatta pagare? Il mistero si infittisce, e il lettore dovrà pazientare a lungo prima di scoprire cos'è veramente accaduto. I lettori dell'Angolo dell'Approvvigionatore Letterario, invece, potranno leggere la recensione che ho pubblicato la settimana scorsa.

Copertina di "La Fonte delle Lacrime"
In secondo luogo, vorrei segnalare le uscite da edicola del Giallo Mondadori di questo mese. Sia nella Serie Regolare sia nei Classici, infatti, saranno pubblicati due titoli di tutto rispetto. Nella prima, toccherà all'ottimo Paul Halter e al suo "La Fonte delle Lacrime". Come al solito, ci troviamo di fronte a una storia in cui il misterioso, l'occulto e il delitto impossibile vanno a braccetto: il personaggio centrale delle vicende, infatti, è quello di un sensitivo che, arrivato nel remoto paesino di Chartham sulle ripide coste della Cornovaglia, inizia a riscuotere una certa fama presso la comunità locale. Grazie al suo pendolino e alla propria sensibilità, infatti, tale Patrick Markale riesce a compiere imprese straordinarie come ritrovamenti di oggetti smarriti, risoluzione di misteri e, ovviamente, predire incidenti e disastri. Inoltre, il sensitivo sembra alla ricerca di una fonte magica non meglio identificata, le cui acque sarebbero in grado di infondere il dono della divinazione a chi le bevesse. Tuttavia, ben presto gli spettri e le apparizioni paranormali suscitate in Cornovaglia non saranno più solo quelli di Markale, poiché dalla nebbia e dalle scogliere a strapiombo sul mare inizierà a sorgere una catena di morti inspiegabili; un bel rompicapo per il criminologo Alan Twist e il suo amico, l'ispettore di Scotland Yard Archibald Hurst, e una lettura deliziosa per tutti gli appassionati del giallo della Golden Age fedeli a uno tra i pochi narratori di prestigio del genere in attività al giorno d'oggi.

Copertina di "L'Occhio di Osiride"
Nella serie dei Classici del Giallo Mondadori, invece, fa la sua apparizione la ristampa di una delle crime novels a cui personalmente sono più legato: "L'Occhio di Osiride" di Richard Austin Freeman. Questo grazioso romanzo d'epoca (è stato scritto nel 1911, agli albori di quella che viene definita come l'epoca d'oro del giallo classico) è un mirabile esempio di come il mystery possa essere un impeccabile meccanismo di precisione in quanto ad enigma, perlopiù dotato di fair play, e allo stesso tempo una storia che si sofferma su una quantità enorme di altri aspetti della trama, che esulano dal mistero in sé ma non per questo risultano noiosi. Infatti, tra l'atmosfera da sogno di un lungo periodo di tempo, diviso tra studi medici di inizio Novecento, visite ai pazienti, digressioni sull'arte egizia e sulle strade di una Londra che purtroppo non esiste più, va in scena il caso della scomparsa di John Bellingham, egittologo di fama internazionale, in circostanze poco chiare. Dopo essere tornato da un lungo viaggio sul continente, egli si reca a casa del cugino per fargli una visita; la cameriera lo accoglie sulla soglia e lo invita ad accomodarsi in salotto, in attesa del ritorno del padrone di casa; quando quest'ultimo arriva, però, la poveretta si rende conto che l'ospite si è come volatilizzato. Una situazione ben strana, questa; tanto più che Bellingham sembra aver fatto visita pure al fratello, durante la stessa notte. Eppure, risulta scomparso dalla faccia della terra, come se fosse morto. Si decide quindi di dare via alle pratiche per la cessione degli averi del presunto defunto ai legittimi eredi, ma un cavillo legale impedisce lo svolgersi della normale prassi; così, l'innamorato della graziosa rampolla dei Bellingham decide di incaricare il professor Thorndyke, medico legale ed esperto scienziato, affinché risolva il mistero della sparizione di Bellingham. Lo scienziato dovrà compiere un lungo percorso, prima di giungere alla scoperta della verità sulla fine di John Bellingham; mentre sullo sfondo dell'indagine nascerà una ridente storia d'amore. "L'Occhio di Osiride" è il capolavoro di uno dei maestri del giallo, uno dei grandi narratori del Novecento; vi consiglio di non farvelo scappare.

Copertina di "The Woman in the Wardrobe"
Infine, dopo questi titoli in italiano, veniamo alla pubblicazione di giugno all'interno della britannica British Library Crime Classics. E che romanzo ci aspetta! Infatti, dopo molte tribolazioni, il 10 del mese rivedremo finalmente una riedizione di "The Woman in the Wardrobe" di Peter Shaffer. Si tratta di un evento ancora più straordinario della recente riproposizione di "It Walks by Night" di John Dickson Carr all'interno della collana; il che è tutto dire: la sopracitata metà superstite della coppia, che firmò questo romanzo giallo sotto lo pseudonimo di Peter Anthony assieme al fratello Anthony, assieme ad altri due titoli, si era sempre detto irremovibile nella sua decisione di non ristampare mai più quest'ultimo (non conosco il motivo preciso della sua scelta). Eppure, a distanza di moltissimi anni, Martin Edwards o chi per lui è riuscito a convincere il detentore dei diritti a cedere alle lusinghe, e a rimettere in stampa il mistero che inizia con la scalata di una finestra di un albergo sulla costa di Amnestie, in un mattino di luglio, e che culmina con la scoperta di un cadavere femminile all'interno di un guardaroba. Il signor Verity, testimone oculare della curiosa ascensione mattutina e investigatore dilettante, è incuriosito dalla strana vicenda e decide di intraprendere un'inchiesta personale per scoprire la verità; ma dovrà faticare molto per vincere la sfida con se stesso, a causa dei molti sospettati e degli innumerevoli elementi di impossibilità che caratterizzano il caso. Questa ripubblicazione costituisce un vero evento, come di dicevo, per cui vi consiglio ancora una volta di non indugiare a procurarvi una copia del romanzo; tanto più che essa vede, in aggiunta, le illustrazioni originali di Nicholas Bentley.

Bene, con questo credo di avervi aggiornato su tutte le nuove uscite di rilievo. Come al solito, nel caso si aggiungesse qualcosa di importante alle segnalazioni qui sopra, non mancherò di aggiornare il post e a segnalare le modifiche in modo che lo sappiate. Leggete più che potete e rilassatevi all'ombra delle vostre terrazze o balconi, mi raccomando. Buona lettura, e alla prossima!

Link ai titoli consigliati su IBS:
"L'occhio di Osiride" di Richard Austin Freeman.

Link ai titoli consigliati su Libraccio:
"L'occhio di Osiride" di Richard Austin Freeman.

Link ai titoli consigliati su Amazon:
"La fonte delle lacrime" di Paul Halter (solo ebook);
"L'occhio di Osiride" di Richard Austin Freeman (Mondadori, solo ebook);
"L'occhio di Osiride" di Richard Austin Freeman (Polillo Editore, cartaceo);
"The Woman in the Wardrobe" di Peter Shaffer.

venerdì 29 maggio 2020

34 - "Il Divorzio non si Addice a Enid Balfame" ("Mrs Balfame", 1916) di Gertrude Atherton

Copertina dell'edizione pubblicata da
Le Assassine

Three-a-Penny sta prendendo sempre più forma e sostanza, col passare del tempo. Tutto è iniziato la scorsa estate per noia e sfida, poi inaspettatamente mi sono ritrovato a superare con i post il 31 dicembre, e adesso il blog è in procinto di addentrarsi in una nuova estate che, per motivi a cui faremmo volentieri a meno, sarà ricordata in futuro. Però c'è una bella differenza rispetto a dodici mesi fa: se con la fine del 2019 sono riuscito a stringere un rapporto di collaborazione con Mulatero Editore (che ringrazio ancora per la fiducia accordatami), da quest'oggi posso aggiungere "Le Assassine" al numero di case di pubblicazioni dedicate alla crime story, le quali si sono dette disponibili a inviare al sottoscritto una copia dei loro nuovi classici romanzi del mistero, affinché li recensisca. Dire che sono euforico è poca cosa, e spero di meritarmelo. Ma bando alle ciance e torniamo a noi. Prima di tutto, qualche parola su "Le Assassine", questa casa editrice di Milano che è stata fondata solo nel maggio 2018 ma ha già occupato un posto importante all'interno del panorama giallo italiano. Già nel corso del 2019 so per certo che essa ha attirato l’attenzione di testate nazionali come il Corriere della Sera, oltre che di media esteri, per la sua peculiare caratteristica: occuparsi esclusivamente di letteratura del mistero estera declinata al femminile, in diverse sfumature. Come ha spiegato una delle fondatrici di "Le Assassine", Tiziana Elsa Prina, l’idea è nata dalla sua passione per la letteratura di questo genere e da un gruppo di persone che da anni lavora sul genere crime e nel mondo dell'editoria, le quali hanno voluto dare espressione di questo interesse condiviso per il giallo, con la creazione di due collane che toccano svariate sfaccettature di questo genere narrativo: dal giallo puro alla suspense, dall'hard-boiled al noir al mystery psicologico, passando per paesi diversi come Malesia, Canada, Germania, Francia, Marocco. In Oltreconfine, infatti, trovano posto quelle autrici contemporanee provenienti da diverse parti del mondo che descrivono la società che le circonda; mentre in Vintage si trovano le scrittrici appartenenti al passato le quali mostrano come il giallo al femminile si sia evoluto nel tempo.

Con stili differenti, fantasiosi, essenziali, sofisticati, "Le Assassine" si è sforzata di trovare un modo per mettere al centro della narrazione la figura femminile nel corso di più di un secolo, di farne un fulcro attorno al quale sviluppare un'identità ben precisa. E a mio parere ci è riuscita benissimo. Ha scelto autrici che hanno ottenuto un discreto successo (per quanto ne sappia) in entrambe le collane, e personalmente auspicherei un incremento delle pubblicazioni, una volta passato questo periodo tremendo che stiamo vivendo. Ha posto l'attenzione su protagoniste che, nel bene o nel male, sono rimaste impresse nella memoria dei lettori, grazie al loro operato e all'incarnazione della società nella quale si sono trovate calate. Così, ha fornito spunti di riflessione sempre importanti per comprendere un mondo che si è evoluto senza sosta, dalla fine dell'Ottocento fino ai giorni nostri, gettando uno sguardo su noi stessi. Da parte mia, però, ammetto di nutrire una particolare predilezione per la collana Vintage, dal momento che sono un accanito fan della classica crime story. Per cui mi dedicherò ad essa, nel recensire i titoli che comprende. E a ben vedere, molto tempo fa mi sono già messo a presentarvi un romanzo edito da "Le Assassine": "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" di Annie Haynes, il quale era risultato essere una piacevole prova di quel giallo tradizionale e senza grandi pretese che ha avuto fortuna intorno agli anni Venti del Novecento. Non è stato un capolavoro di originalità ed innovazione, ma ciò non significa che esso sia stato scadente oppure deludente; anzi, giocando su aspetti formali diversi dal solito, mi ha intrattenuto senza farmi spendere troppe energie mentali né deludendomi. E lo stesso discorso vale per il romanzo che mi appresto a recensire oggi, ultimo uscito nella collana Vintage. Pure "Il Divorzio non si Addice a Enid Balfame" (Le Assassine, 2020) di Gertrude Atherton, infatti, l'ho considerato come un libro che non punta sulla straordinarietà dell'indagine, quanto trova la sua essenza in qualcosa che va al di là della ricerca del colpo di scena. Se nel libro di Haynes il mero processo per arrivare alla verità, senza fare chissà quali riflessioni filosofiche a riguardo, costituiva il fulcro della narrazione, in quello di Atherton l'importanza dell'enigma è venuta in secondo piano, in favore della descrizione di quale fosse la condizione della donna all'interno della società puritana e rigida dell'America dei primi anni del secolo scorso.

Entering a Village, Camille Pissarro, 1863, raffigurante un
villaggio simile a Elsinore
Siamo in America, come dicevo, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. La Prima Guerra Mondiale infuria in Europa, e i cittadini USA osservano con malcelato timore i sanguinosi conflitti e le devastazioni che sono in atto dall'altra parte del mondo. Più di tutto, però, essi vogliono tenersi informati sugli sviluppi che possono vederli coinvolti nell'immediato futuro, e per questo si organizzano in modo da invitare a spiegare loro chiunque abbia qualcosa da dire riguardo la guerra. Anche a Elsinore, un piccolo villaggio di provincia, si è presentata una dottoressa proveniente da New York, dietro l'invito della presidentessa del locale Circolo del Venerdì Sera. Quest'ultima, la bella Enid Balfame, può considerarsi a tutti gli effetti la persona più importante della cittadina: è affascinante, intelligente, carismatica e gradevole. Nel suo cuore, però, cova rabbia e un senso di disgusto nei confronti del marito ubriacone e chiassoso, il quale non manca occasione per metterla in imbarazzo di fronte alle amiche e alla gente che la conosce da tanti anni e la ritiene un'esempio di virtù. E la signora Balfame non può nemmeno divorziare e abbandonare il consorte, dal momento che ciò getterebbe sulla sua immacolata figura un velo di disonore che le farebbe perdere qualunque credibilità agli occhi del prossimo! Così, proprio mentre sta ascoltando i resoconti della sua ospite su battaglie terribili svoltesi di là dell'Atlantico, Mrs Balfame si rende conto che l'unica soluzione per poter finalmente liberarsi dell'ingombrante individuo che, giovane sciocca, ha sposato più di venti anni prima, è l'omicidio. Che brutta parola, pensa. Meglio usare una perifrasi per descrivere ciò che ha intenzione di fare: eliminare l'ostacolo che rischia di mettersi tra la sua gloria e la libertà. Così, pian piano inizia ad organizzarsi. Dopo aver congedato le amiche e la dottoressa newyorkese, Enid accompagna l'amica Anna Stauer, dottoressa e medico del villaggio, fino al cottage di quest'ultima, dove la donna le ha rivelato custodire un potente veleno inodore e insapore. In un momento in cui ella è assente, Mrs Balfame si affretta a sottrarre il fatale liquido e a nasconderlo; poi lo porta a casa e decide di tenerlo in serbo per usarlo nell'occasione più propizia.

E questa si verifica proprio poco tempo dopo, quando Mr Balfame si presenta al Circolo mezzo ubriaco per fare una scenata a sua moglie. Piena di vergogna e animata da un odio bruciante, ella fa di tutto per fronteggiare la situazione e restare lucida davanti agli estranei; poi si fa accompagnare a casa dalla dottoressa Stauer e, una volta rimasta sola, in un impeto di rabbia, prepara un bicchiere di limonata per il marito, avvelenandola con la sostanza che ha sottratto alla sua amica. Non ha importanza quello che potrebbe rischiare: ha finto di perdonare quel bruto del coniuge, per allontanare tutti i sospetti, e calcolato ogni cosa per fingere una disgrazia e impersonare la vedova affranta. Così, dopo aver predisposto il suo piano, si prepara a dormire. Ecco, sente che Mr Balfame sta passando lungo la strada, dopo essersi fermato da alcuni amici per smaltire la sbornia: non dovrà fare altro che entrare in casa, bere ciò che lei ha preparato, e cadrà a terra senza alcun suono. Poi Enid laverà via qualunque traccia che possa aver lasciato dietro di sé. Ma cos'è questo rumore che viene dal piano di sotto? Che sia un ladro? La donna si affretta a scendere e ad uscire dalla porta sul retro, fino a raggiungere il bosco; e in quel momento il Fato lancia i dadi del Destino. Mentre lei si trova al buio, qualcuno spara a Mr Balfame, uccidendolo sul colpo e fuggendo a gambe levate. Di corsa, Mrs Balfame si affretta ad eliminare la limonata e a trascinarsi a letto, mentre i vicini danno l'allarme. Inizia così un calvario lungo e doloroso per la bellissima vedova, corteggiata da un giovane avvocato e insidiata dal pettegolezzo del villaggio. Infatti la gente si dice: "La signora è sempre stata un esempio di rettitudine ed è benvoluta; ma cosa può nascondersi nel suo cuore?" Il lettore, però, sa che lei è innocente. Chi può essere l'assassino, allora? Toccherà aspettare la fine di un'indagine piena di gelosia e maldicenza, prima di scoprire la verità.

Dipinto senza nome di Annie Ovenden, raffigurante un
cottage simile a quello di proprietà dei Balfame
C'è una cosa che mi preme subito sottolineare riguardo "Il Divorzio non si Addice a Enid Balfame": non stato il giallo che mi sarei aspettato di leggere. Infatti, le premesse (o almeno le prime pagine che ho scorso prima di fare sul serio) lasciavano presagire come la storia potesse svilupparsi in un modo molto affascinante: cioè ricalcando la narrazione di uno dei massimi capolavori del genere, "L'Omicidio è un'Affare Serio" di Francis Iles. Come potrebbe rendersi conto chiunque inizi questo romanzo, infatti, la storia è narrata tenendo quasi sempre al centro di tutto la signora Balfame, vero motore del racconto, e facciamo una profonda immersione in ciò che emerge dai suoi pensieri e dalle sue emozioni più profonde e nascoste. L'odio per il marito, la brama di celebrità, il timore di vedersi emarginata dagli amici e dalla gente comune... tutto questo mi ha ricordato come l'autore britannico ha descritto gli sforzi del dottor Bickleigh per raggiungere i propri malsani scopi. Tuttavia, purtroppo, bisogna tenere in considerazione che questo mystery di Atherton risale al 1916, molti anni prima che Iles/Berkeley avesse l'illuminazione e sviluppato l'audacia necessaria a proporre a un editore il suo più celebre romanzo psicologico. In America, per giunta, era molto di moda la narrazione incentrata sulla "donna in pericolo", quella corrente delle women in jeopardy che avrebbe trovato in Mary Roberts Rinehart e nelle sue numerose discepole grande fortuna; insomma, qualcosa di completamente differente da quanto avrebbe introdotto Iles alcuni anni dopo. Così, a malincuore, abbiamo alcune affinità con "L'Omicidio è un Affare Serio" soltanto in questo frangente, e per il resto ci troviamo di fronte a uno stile decisamente più "vintage", per restare in tema con il titolo della collana che ospita "Il Divorzio non si Addice a Enid Balfame". Ma non è tutto. Per rincarare subito la dose sui difetti di questo romanzo giallo, voglio aggiungere come a mio parere l'enigma non sia stato affatto tratteggiato con l'accuratezza e la complessità a cui un appassionato è stato abituato. Per dirla tutta, non mi ha fatto impazzire e ha messo in luce una certa approssimazione, in confronto ai trucchi che idearono ad esempio Christie E Berkeley, oppure a quelli di Daly, McCloy e altre colleghe di Atherton, per restare negli USA. Ci sono soltanto quattro sospettati capaci di emergere dal folto gruppo di personaggi che vanno e vengo dalla scena, e questo non aiuta a gettare fumo negli occhi al lettore attento. L'impressione che ho ricavato da questi elementi, insomma, è stata di una certa superficialità, come se l'importante non fosse tanto costruire un giallo con tutti i crismi, quanto una storia che potesse veicolare un messaggio potente senza curare le apparenze della crime novel.

E alla fine penso che sia questo ciò che voleva fare Atherton, nonostante a prima vista possa apparire molto strano. Infatti, con le parole qui sopra, non intendo assolutamente bocciare "Il Divorzio non si Addice a Enid Balfame" (o almeno trasmettervi una totale delusione da parte mia). Infatti, se dal lato prettamente enigmistico questo mystery presenta più di un difetto, dall'altro lascia emergere la trattazione di alcuni temi in un modo che definirei mirabile per l'anno in cui esso è stato scritto. Atherton, come recita la sua biografia, fu una grande femminista e combattente per i diritti civili delle donne; e da questo suo libro ciò appare chiaramente. Sono rimasto colpito dal fatto che ella riuscì a infondere in un giallo questa sua volontà e convinzione: per il 1916, si tratta di un grande passo avanti. Fino ad allora, la stragrande maggioranza di libri era appartenuta al cosiddetto "romanzo ottocentesco", caratterizzato da storie d'amore travagliate, salotti eleganti in cui famiglie aristocratiche prendevano il tè e, nei sobborghi, gli operai e la povera gente faticava ad arrivare a fine mese in mezzo alla miseria e all'inedia. Con "Il Divorzio non si Addice a Enid Balfame", Atherton ha trasportato quel tipo di letteratura all'interno del genere crime che andava evolvendosi e sviluppandosi in America nei primi anni del Novecento: infatti, come dicevo, la sua storia dipende ancora molto dalle dinamiche di un tipo di libro ormai superato, con signore pudiche, gentiluomini col senso dell'onore e dinamiche giocate su affronti da risanare con duelli e simili, pur declinandosi alla crime story. Ma non è tutto. Al posto di figure femminili che si lasciano in qualche modo manipolare dagli uomini, Atherton ha imposto donne e ragazze capaci di tenere testa al "sesso forte". Mi ha affascinato molto questo discorso che, come non mi stancherò mai di ricordare, è stato fatto nel 1916. In "Il Divorzio non si Addice a Enid Balfame" la protagonista ha una personalità forte, contraddittoria a causa del momento storico fondamentale che sta vivendo il suo sesso, ma pure determinata ad affermare se stessa; le giornaliste bistrattate da Jim Broderick, il reporter che sembra godere nel mettere in cattiva luce l'imputata e si accanisce, alla fin fine emergono come le uniche figure capaci di osservare i fatti con obiettività; la giovane Alys Crumley, insicura ma conscia del proprio valore e decisa a mettere a frutto i propri punti di forza, appare in una luce migliore di quella della stessa Mrs. Balfame. Secondo me è questo il vero valore di "Il Divorzio non si Addice a Enid Balfame": riuscire a riportare ai giorni nostri come già all'inizio del secolo, quando le cose sembravano ferme all'età della pietra, le battaglie delle donne per l'affermazione di se stesse e lo sviluppo di un'identità cosciente e decisa fossero a un punto di svolta e già indirizzate verso una meta che, sulla carta, non doveva essere così lontana. Poi, sul fatto che pure nel 2020 ci siano differenze non ancora appianate, riguardo i salari paritari oppure alcune uguaglianze di tipo sociale, quello è un discorso che meriterebbe una digressione a parte, che non sono sicuro di riuscire a fare al meglio e per cui lascio a chi ha più esperienza di me. Ma per tornare al punto e alla recensione del romanzo di Atherton, voglio ribadire ancora una volta come libri quali questo siano necessari per poter approfondire l'argomento, nonostante a volte (come in questo caso) in sottofondo permanga una patina di antichità, pregiudizi e conformismi che rimanda al periodo storico in cui venne scritto.

Gertrude Franklin Horn Atherton, nata nel 1857 e morta nel
1948

A mio parere, "Il Divorzio non si Addice a Enid Balfame" ritrae perfettamente la personalità e quale fosse il ruolo della donna che Gertrude Franklin Horn Atherton auspicava andasse affermandosi all'interno della società americana del primo Novecento. Nata nel 1857 in una famiglia agiata, in cui il padre era un importante cittadino di San Francisco, venne allevata dal nonno, parente del celebre Benjamin Franklin, in seguito alla separazione dei suoi genitori. Fu quest'ultimo a trasmetterle la passione per la lettura, e ben presto la bambina iniziò a frequentare le scuole fino a raggiungere la Sayre School di Lexington. Ribelle e desiderosa di libertà, però, ella dovette ben presto fare ritorno a casa, dove incontrò il giovane George Atherton intento a corteggiare sua madre: fu amore a prima vista tra i due. Al punto che, addirittura, dopo il fidanzamento loro misero in atto una vera e propria fuga d'amore, la quale la portò a vivere assieme alla madre di lui, una signora cilena conosciuta per la sua prepotenza. In breve, la novella signora Atherton si rese conto di quanto sarebbe stata sconvolgente e deludente la sua vita accanto alla suocera; pertanto, si rifugiò nella costruzione di una vita indipendente per sopperire all'infelicità di quella condivisa col coniuge. Vita che la vide affacciarsi su tremendi dolori (perdette sia il figlio George a causa della difterite, sia l'amato marito in un naufragio), ma le permise pure di farsi largo nella carriera di autrice di fiction. Infatti, dopo aver affidato l'altra figlia Muriel proprio alla suocera (in modo che quest'ultima le concedesse l'eredità del defunto George), Atherton iniziò a scrivere romanzi non di genere giallo, assieme a biografie, commedie e sceneggiature cinematografiche, firmandosi a volte con pseudonimi come Frank Lin e Asmodeus. Trasferitasi a Londra intorno al 1880, l'autrice ebbe la possibilità di conoscere Oscar Wilde, che in un primo momento aveva evitato di incontrare pensando che fosse fisicamente ripugnante: la lui trasse alcuni insegnamenti preziosi. Già nel 1890, tuttavia, dovette tornare in California per prendersi cura della figlia, in seguito alla morte del nonno e della suocera. Laggiù, intraprese la carriera di giornalista e scrisse per "The San Francisco Examiner", dove incontrò Ambrose Bierce col quale intrattenne un'amicizia di amore-odio ormai celebre. Da questo punto in poi, iniziò a spostarsi in giro per il mondo, facendo soprattutto la spola tra Londra e New York, dove pubblicò i romanzi che scriveva quando non era occupata a recensire e a buttar giù articoli. Tutto ciò serviva soprattutto per riempire il vuoto che la solitudine stava scavando dentro di lei (confidò a Bierce il proprio sgomento per la necessità di scrive come freelance e la sua avversione per i circoli letterari tanto di moda al tempo). E le sue stesse opere, controverse e forse troppo avanti per il suo tempo, finirono per attirarle rifiuti e critiche aspre. Nel 1899 tornò definitivamente in America, dove risiedette fino alla morte avvenuta nel 1948; ma per quel momento, si era gettata in altri generi come quello delle storie di fantasmi (dove ricevette grandi soddisfazioni) e nella presidenza di alcune associazioni, come la PEN di San Francisco, instaurando la propria fama e la propria concezione sociale a livello nazionale.

Tra le altre cose, Gertrude Atherton fu pure una suffragetta che non credeva nell'uso della militanza per promuovere la causa e sostenne la supremazia bianca; cosa che vista ai giorni nostri lascia stupiti. Inoltre, sviluppò una forte ostilità al comunismo. Ma ciò che soprattutto è rimasto del suo pensiero riguarda altro. Forte sostenitrice della riforma e della promozione di un'identità culturale californiana, paragonata a Henry James ed Edith Wharton, l'autrice Atherton è stata una delle prime femministe che conoscesse la difficile situazione delle donne del suo tempo. Sapeva cosa significava repressione sessuale, quale era il costo della forza richiesta per sfuggire a quest'ultima, le cicatrici che essa lasciava sulla pelle di una donna e la relegavano. Per questo, auspicava una vera e propria uguaglianza sessuale, al punto da "ridefinire il potenziale delle donne". Mise tutto ciò nei suoi romanzi, il bene e il male di quanto era convinta, ma lo fece sempre per provare ad affermare se stessa. Ancora oggi è celebre il suo scontro con un'altra scrittrice di gialli classici americana, Anna Katherine Green: mentre quest'ultima invitava la gente a rifiutare il suffragio universale, adducendo come scusa il fatto che le donne si stessero interessando a faccende riservate agli uomini, Atherton la smentì con un'epocale sberleffo e sostenne la tesi contraria, auspicando una parità dei sessi al più presto. Questa sua urgenza emerge pure in "Il Divorzio non si Addice a Enid Balfame", il quale affronta a riguardo alcuni temi a lei cari in modo straordinario per il tempo in cui esso venne scritto. Sondò l'ipocrisia della società, la quale viene manifestata dai giornalisti capaci di manipolare i fatti a loro piacimento (soprattutto il meschino Jim Broderick, tipico esempio maschilista) e dalla gente comune che gode nel parlare alle spalle delle persone: Mrs Balfame, infatti, viene sostenuta dalle amiche quando esse traggono vantaggio dall'occasione, ma quando lei è lontana loro non si fanno scrupoli a considerarla colpevole. Di conseguenza, la stessa America viene criticata: nelle grandi città, i popoli si sono sviluppati e presentano agli occhi del mondo un'immagine di sé aperta, libera e senza ombre; nella provincia, invece, la situazione è ben diversa, dal momento che imperano ancora bigottismo, pettegolezzo di bassa lega e quanto altro di sbagliato ci può essere, come una gerarchia sociale dettata dal potere e dalle apparenze di un'esistenza puritana. Filtrò secondo il punto di vista di un villaggio americano l'impatto che la Guerra Mondiale stava avendo su uomini e donne, e soprattutto diede la sua interpretazione su cosa significasse "femminismo" per lei. Attraverso la figura di tutte le donne presenti in "Il Divorzio non si Addice a Enid Balfame" (la stessa Mrs. Balfame, Alys Crumley, Anna Stauer), Atherton ha restituito come una ragazza poteva considerare la vita agli inizi del Novecento, immersa in una società in cui dominano i pregiudizi, il puritanesimo, le tradizioni stantie e i legami di sangue impossibili da negare. La stessa Enid vorrebbe emanciparsi da tutto ciò che di sbagliato e antiquato la circonda, ma non ci riesce perché ha paura di quello che la gente potrebbe dire di lei ed allontanarla dai ruoli che a fatica adesso ricopre. Interessante è notare come molte di queste dinamiche siano state demolite, ma altrettante resistano ancora nonostante sia passato un secolo.

Tra vizi e virtù, i personaggi emergono in uno slancio di modernità, pur restando relegati a stereotipi del tempo, divisi tra l'apparire e l'essere. La signora Balfame è da un lato attraente, algida, perfetta e ammirata da tutti, ma dall'altro è cinica e fredda come un blocco di ghiaccio, oltre che determinata a raggiungere la propria meta; le sue amiche pubblicamente la difendono, ma nel privato si domandano quando di innocente ci sia davvero nella loro beniamina; Anna Stauer, lo dottoressa del villaggio, nutre un'insana ammirazione per Mrs Balfame, pur dimostrando una contemporanea attenzione affinché gli uomini non debbano ferire e umiliare le esponenti del suo stesso sesso; Alys Crumley è indecisa, spaventata e disposta a scendere a compromessi per affermarsi, ma ha qualche scrupolo ad accusare Enid per non rischiare di coinvolgere l'amato Rush Dwight, avvocato rampante che incarna il perfetto gentiluomo, pronto a gettarsi in un burrone per difendere l'onore minacciato di una donna, ma indeciso su cosa desideri davvero. Grandi contrasti, insomma, si manifestano in "Il Divorzio non si Addice a Enid Balfame"; un romanzo giallo dove, voglio ricordare, non è tanto importante la parte "enigmistica", la quale risulta carente di mordente e di carattere; quanto tutto ciò che fa da contorno ad essa, tra rappresentazione di una società di provincia con tutti i suoi difetti, tratteggio di figure femminili che spiccano in un mondo dominato dagli uomini (ma ancora per poco, sembra suggerire) e dispiegamento di temi interessanti e trattati con un occhio decisamente moderno per il suo tempo. Un quadro caustico e graffiante, calato in una storia del mistero che forse poteva essere costruita meglio; ma comunque affascinante per chiunque sia interessato a scoprire quali fossero i sentimenti e gli ostacoli che le donne hanno dovuto affrontare (e affrontano tutt'oggi).



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