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venerdì 29 gennaio 2021

60 - "Congelato" ("Frozen Death", 1934) di Anthony Weymouth

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Gli assidui lettori di Three-a-Penny (che mi auguro aumentino sempre di più perché la classica crime story merita di essere conosciuta e riconosciuta per il suo valore storico e sociale intrinseco) sanno bene che la missione che mi sono riproposto di intraprendere con questo mio spazio di condivisione comune, è quella di affrontare tale materia con grande puntiglio e tentando di mettere in risalto, soprattutto, ciò che di buono si può ricavare dalla lettura dei cosiddetti romanzi "gialli". In più di un caso, infatti, ho sottolineato il fatto che, nonostante un certo libro con una certa storia e contenente certi temi magari non sia quel capolavoro in anticipo sui tempi o quell'espressione straordinaria di innovazione che uno si aspetterebbe, d'altra parte resta comunque una lettura gradevole. Non si riconduce tutto a un elemento solo: esistono mysteries in cui l'enigma a volte non è all'altezza delle aspettative che uno si era fatto, ma sono significativi per l'atmosfera che evocano (vedasi "Sotto la Neve" di J. Jefferson Farjeon); altri dove proprio l'enigma gioca un ruolo talmente centrale da spostare tutta l'attenzione su di sé, lasciano scoperti e più superficiali il tratteggio dei personaggi oppure quello dell'ambientazione (penso a "Uno Dopo l'Altro" di A.G. Macdonell); altri ancora che fanno dello spessore psicologico degli attori sulla scena il fulcro della narrazione, sottolineando le correnti sotterranee che li legano l'uno all'altro e le loro reazioni di fronte ai fatti più disparati (come in "Il Capanno sulla Spiaggia" di Milward Kennedy). Questo è uno dei motivi per cui, a mio parere, la narrativa del mistero è affascinante; perché può declinarsi in molteplici forme pur restando se stessa. E lo fa intrattenendo, divertendo, scacciano dalla nostra mente le tristezze e le ansie che di volta in volta possono piombarci addosso, quasi senza che noi ce ne rendiamo conto. Personalmente ho un grosso debito nei confronti del giallo, e non solo perché mi è stato di conforto quando ne avevo bisogno, ma pure perché proprio negli ultimi tempi mi ha permesso di avvicinarmi a persone stupende che mi vogliono bene. Detto ciò, tuttavia, sarebbe ipocrita e davvero sbagliato se cercassi di giustificare i palesi difetti di qualunque romanzo giallo. Come in tutto quanto, ogni tanto deve per forza esserci qualcosa capace di deluderci, in modo che noi possiamo mettere dei punti fermi quando facciamo un giudizio in positivo.

Sarebbe impossibile e poco veritiero asserire che non esistano titoli scadenti, ed è una cosa normalissima dire: "Questo non mi è piaciuto per questo motivo ecc...". Io stesso, pertanto, non mi sottraggo a una tale situazione. Tra i volumi che finora ho recensito, almeno in due casi sono stato molto deluso dai risultati a fine lettura (nonostante la mia innata natura mi abbia spinto a spendere qualche parola per rimediare alle stroncature che stavo scrivendo): in "Notti di Halloween" di Leo Bruce e in "Un Cadavere al Campo Due" di Glyn Carr. Il primo si è rivelato essere più concentrato sull'evocazione di una certa atmosfera di terrore e mistero, rispetto all'enigma, allo stile e al tratteggio dei personaggi: a parte il trucco con cui è stato commesso l'omicidio e alcune descrizioni che, avendolo letto ad Halloween, sono risultate azzeccate per calare il lettore all'interno della storia, non ho ricavato alcun altro piacere dalla sua lettura. Il secondo, al contrario, ha puntato ogni cosa nelle descrizioni del paesaggio del Nepal e del percorso intrapreso dai personaggi per raggiungere una delle vette dell'Everest. Su questo punto non c'è stato nulla da eccepire; tuttavia, l'enigma ha visto il proprio effettivo svolgimento in un arco temporale ridottissimo: ci sono state moltissime premesse, le quali hanno permesso a chi leggeva di farsi un'idea del carattere dei protagonisti, ma il delitto vero e proprio si è compiuto a tre capitoli dalla fine del libro! Troppo tardi per permettere un coinvolgimento totale in esso. Anche in questo caso, tuttavia, essendo stata una lettura avvenuta durante il primo duro lockdown, quando non ci era permesso di uscire di casa se non per emergenze gravi, il soffermarsi sul paesaggio si era rivelato in un certo senso una cosa buona. Col titolo che recensisco oggi, invece, cadiamo del tutto in una storia che mi ha profondamente deluso, senza alcun appello a cui aggrapparsi. Prima o poi doveva succedere, e questo triste evento è stato provocato da "Congelato" di Anthony Weymouth (Polillo Editore, 2016). Infatti, devo proprio ammettere che la trama, la sua trattazione, i personaggi e il mistero stesso non mi hanno soddisfatto per nulla: ogni cosa mi è sembrata dipinta con superficialità, come se stessi leggendo delle sciocchezze incapaci di estraniarmi dalla realtà. Forse questo fatto è stato esacerbato dal mio umore un po' tetro di questa settimana; eppure non sarei poi così sicuro che non sia stato Weymouth ad aver compiuto più di un passo falso nella costruzione della storia.

Burdens Farm with Melbury Beacon, Gilbert Spencer, 1943,
raffigurante uno scenario simile a Prentice Park
Mi è dispiaciuto ancora di più, nel dare questo giudizio negativo, per il fatto che le premesse non lasciavano assolutamente intendere come poi sarebbe stato il risultato. Tutto si apre con una scena d'effetto: in un gelido mattino invernale Jim Broad, guardiacaccia nella tenuta di Lord Prentice, si precipita alla porta di casa del suo padrone con una notizia sconvolgente. Lo stesso baronetto, infatti, è stato ritrovato lungo il vialetto che collega la strada principale con la villa, senza vita e mezzo sommerso dalla neve che sta cadendo con foga dal cielo. Henry, il cameriere rimasto di guardia nell'edificio (poiché il maggiordomo, la figlia di Prentice e alcuni nipoti si sono recati in soggiorno in Francia oppure a Londra per predisporre i preparativi di un futuro viaggio), non crede alle proprie orecchie: il suo padrone è un uomo molto anziano: perché mai sarebbe dovuto uscire durante la notte, sotto i fiocchi gelidi? Eppure, poco dopo il cadavere viene portato dentro casa da Broad e da Hobbs, il custode, e i fatti non lasciano dubbi: Lord Prentice è proprio morto. Congelato, a quanto pare, dal momento che non si notano ferite superficiali sul suo corpo, a parte un ematoma sopra l'occhio destro. Questo può significare che l'uomo è inciampato ed è caduto, tramortendosi una volta toccato il suolo e quindi morendo assiderato? Il responso dell'inchiesta sulla sua morte è proprio questo: un incidente. Peccato solo che i due medici, convocati per accertare il decesso di Prentice e poi ascoltati quali testimoni durante il processo, non siano del tutto convinti di questa teoria. In ballo ci sono troppi soldi, e troppi eredi che avrebbero potuto architettare un piano per ottenere quello che a loro parere gli sarebbe spettato. Abbiamo lo stesso Jim Broad, il quale appare genuinamente sconvolto dalla morte del padrone, ma da qualche tempo sta pensando di trasferirsi in un altro posto assieme alla moglie... e per farlo servirebbero libertà e denaro. Poi c'è il maggiore Charles Gavon, nipote di Lord Prentice che gode di una rendita ristretta e, nel caso volesse iniziare a costruirsi un avvenire, avrebbe potuto eliminare l'augusto parente. Lady Letitia Brocklebank, figlia del defunto, è una di quelle donne vittoriane che sarebbero capaci di tutto, sotto alla loro apparente aria di distinta signorilità: nessuno si stupirebbe più di tanto se estraesse un frustino per farlo schioccare sulla schiena di un servitore.

Al contrario, Mary Brocklebank appare così innocente da non suscitare alcun sospetto... se non fosse che il suo promesso sposo, suo cugino Martin, il quale è una testa calda, potrebbe averla indotta a diventare complice di un crimine terribile, sempre per ottenere un vantaggio economico dalla dipartita dello zio. Questi sono i principali sospettati del delitto (perché di questo si tratta), nonostante nella mente dei poliziotti che hanno seguito l'indagine sull'"incidente" del baronetto si sia affacciato il sospetto di un'intromissione di un gruppo di gitani, i quali per qualche tempo avevano sostato sulle terre di Prentice. Ma il sovrintendente McTurn non riesce ad accettare una spiegazione tanto semplice: qualcosa di molto più diabolico e losco deve essersi messo in moto, la sera in cui la vittima è stata uccisa. Così, di buona lena, la polizia inizia a muoversi con cautela all'interno della famiglia del defunto, sondando il terreno e iniziano a scoprire come piccoli segreti siano stati celati agli occhi della gente comune... Inoltre, cosa di grandissima importanza, McTurn viene a sapere che Lord Prentice assumeva una medicina che, se stimolata con dell'alcol, avrebbe potuto disperdere il proprio principio attivo nei tessuti del vecchio corpo e renderlo quasi inerme. Questo fatto può avere una qualche importanza nell'assassinio? Probabile. Però McTurn resta pur sempre un poliziotto di campagna, inadeguato a trattare un caso complesso come quello senza la guida di un individuo carismatico. Pertanto, viene convocata Scotland Yard nella persona dell'ispettore Treadgold, un individuo a dir poco eccentrico che ha l'abitudine di non stare mai fermo e di usare un linguaggio fin troppo diretto con i testimoni e i sospettati. Treadgold si mette subito a caccia di indizi, col suo fare brusco e originale, e ben presto si rende conto che tutto porta in una direzione ben precisa, verso un individuo in particolare... Sarà lui il colpevole? Oppure basterà che McTurn accenni a un fatto insignificante per fargli accendere la classica lampadina e puntare su di una pista che porta in una delle stanze della casa di Lord Prentice?

Piantina di Prentice Park
"Congelato", come ho avuto modo di dirvi, purtroppo si è rivelato essere una grossa delusione. Ci sono tante piccole cose che non vanno per il verso giusto, nel ricondurre a un risultato perlomeno soddisfacente, e la cosa mi rattrista molto. Davvero, ben poco si può salvare a mio parere. L'unica cosa che mi consola è che non sono l'unico a pensarla così. Certo, per correttezza bisogna dire che persone di mia conoscenza hanno letto il romanzo e si sono dette più che soddisfatte del risultato: sono stati sottolineati l'ambientazione suggestiva, la complessità del crimine, la figura senza dubbio eccentrica dell'investigatore protagonista, questo Treadgold che trova la propria cifra in un atteggiamento frenetico, instancabile e strambo. Per non parlare di chi ha elogiato lo stile e il fatto che nel finale vengano elencati gli indizi che hanno portato all'individuazione del colpevole, oppure una certa originalità nella trattazione della storia, nonostante essa resti calata in una cornice tradizionale. Ci sono elementi classici come una piantina, e lo scenario nevoso non è soltanto un abbellimento ma ha una funzione ben precisa nel piano dell'assassino (anche se, già qui, mi sento di bacchettare l'autore per il dare l'impressione di dimenticarsene ogni tanto...). Tutto molto bello, e può essere benissimo così: magari mi sono sbagliato oppure non ho colto del tutto l'essenza di "Congelato". Ma sapere qual è secondo me il più grosso problema di questo libro, quello che ha pregiudicato qualsiasi mio giudizio in appello? Il fatto che, semplicemente, questa storia ideata da Weymouth non ha anima. Niente, zero. Questa è una trama che fila, ma non mi ha detto nulla dall'inizio alla fine. Come se le parole fossero passate dentro la mia mente simili all'acqua limpida di un ruscello, priva di contenuti e di sostanza. Di conseguenza, ciò che ho ricavato dalla lettura di "Congelato" è stato qualcosa di estremamente sciocco e noioso. La stessa Dorothy L. Sayers, quando recensì questo titolo per il "Sunday Times", osservò che nonostante la storia sia stata descritta con grande cura e ci sia stato un tentativo di "introdurre un investigatore con trucchi stilistici nel parlato e nei modi", tutto sommato il contenuto non è stato all'altezza delle aspettative. Io stesso, siccome sto attraversando un periodo un po' nero, avevo avuto il dubbio che il problema potesse essere mio, e non del romanzo in sé; invece, con grande sorpresa, ho scoperto come la stessa Sayers abbia descritto la mia stessa sensazione. "Forse sono stata in un momento di indisposizione quando lo ho letto"... Sono quindi giunto alla conclusione che sia proprio "Congelato" ad avere un problema; come se il suo stesso titolo fosse diventato una sorta di emanazione fisica e avesse ghiacciato i fatti raccontati, rendendoli morti.

Di conseguenza a questo mio giudizio categorico, non poteva esserci speranza per il romanzo di Weymouth. Non ho apprezzato questa lettura e, francamente, ho fatto di tutto per riuscire a finirlo il più brevemente possibile. Il tutto è risultato come annacquato: l'ambientazione è stata tratteggiata in modo semplicistico, non c'è stata quella solida rappresentazione della realtà che di solito caratterizza la tradizionale crime story britannica, i personaggi sono apparsi poso approfonditi e odiosi con tutte le loro piccole manie oppure nella rappresentazione vetusta che di essi è stata data. Su una cosa posso dirmi d'accordo con quanto detto da chi ha apprezzato il romanzo: la costruzione dell'enigma è stata interessante. Fino a un certo punto mi è piaciuto come l'indagine sia stata portata avanti in una sorta di tandem ideale e mentale, con McTurn e Treadgold che si gettavano ognuno dietro una pista differente, per poi venire a convergere in un unico finale dove le prove raccolte da ognuno sono servite a completare le ipotesi e le teorie dell'altro per incastrare il colpevole. La pecca, in questo caso, è però stata da rilevare nell'atteggiamento di Treadgold, il quale è risultato fin troppo sopra le righe per poter essere accettato come un personaggio reale e non una macchietta da avanspettacolo. Pertanto, mi vedo già pronto a concludere questa mia analisi, dal momento che non trovo molti altri elementi da portare a sostegno di una qualsiasi redenzione di "Congelato": lo scenario non è stato affatto affascinante, a parte alcune descrizioni dei giardini e di Prentice Park; non è esistito il fair play per quanto riguarda la scoperta di come è stato compiuto l'omicidio, dal momento che il metodo è stato soltanto indicato da un fatto che per tutto il resto del caso è stato messo in luce una volta, e per questo la complessità dell'enigma è passata in secondo piano; lo stile è risultato più antico di quello di Richard Austin Freeman, il quale non sarà stato un campione in fatto di azione e scattante velocità nella narrazione, ma almeno è riuscito a imprimere una nota lirica e per questo immortale alle sue descrizioni. Lo stesso finale, per legarmi per un momento ancora all'enigma, non riesco ad elogiare: al posto della tradizionale riunione con i sospettati, i quali vengono messi in difficoltà dalle rivelazioni improvvise e scenografiche dell'investigatore di turno, troviamo una sorta di consiglio riservato della polizia in cui Treadgold snocciola uno dopo l'altro gli indizi che (a suo dire) avrebbero portato all'individuazione del colpevole; si perde tutta la tensione che si sarebbe accumulata in caso di svelamento classico. Per non parlare dei personaggi, talmente stereotipati nelle loro azioni da apparire come dei burattini imbalsamati o impagliati. Sono molto dispiaciuto di dover scrivere queste critiche, ma le ritengo tutte giuste fino all'ultima parola. Forse "Congelato" si è rivelato essere fin troppo classico, al punto da diventare qualcosa di piatto e, appunto, morto. Oppure ideato da un autore che, pur con tutte le buone intenzioni di dare vita a qualcosa di audace, non è stato all'altezza del compito prefisso.

Copertina dell'edizione originale di "Congelato"
Ivo Geikie Cobb, vero nome di Anthony Weymouth, non dovette aver goduto di una grandissima fama neppure tra i suoi contemporanei; e questo potrebbe essere indice del fatto che, forse, non ho avuto tutti i torti nello stroncare il suo romanzo. In ogni caso, egli nacque a Londra nel 1887. Sulla sua esistenza si conosce molto poco: si sa che fu un medico, che amava i mysteries (cosa abbastanza scontata, altrimenti non ne avrebbe scritti lui stesso) e che fu pure autore di numerosi testi di medicina. In tutto, nella sua carriera di giallista, produsse sette titoli: "Congelato", "The Doctors are Doubtful", "No, Sir Jeremy", "Hard Liver", "Delitto in Cornovaglia", "Tempt me Not" e "Inspector Treadgold Investigates". In ognuno di essi, protagonista è l'eccentrico e sopra le righe ispettore Treadgold di Scotland Yard, questo strano individuo che mi ha tanto irritato nel corso della lettura. Dopo il settimo romanzo giallo, Weymouth decise di dedicarsi completamente alla medicina, forse subodorando il poco gradimento dei suoi libri di narrativa e del suo personaggio, e morì nel 1953. Questo è quanto, riguardo la sua esistenza. È davvero poco, ma forse qualcosa di più si può ricavare dal contenuto dei suoi romanzi del mistero. Penso che Weymouth sia stato un personaggio di spicco all'interno dell'esercito, o che comunque avesse sviluppato una conoscenza approfondita della materia, dal momento che in "Congelato" vengono messi in luce spesso i comportamenti dei militari (maggiori, colonnelli e quant'altro) e tutto ciò che li riguarda da vicino. Inoltre, ho l'impressione che l'autore fosse un grande appassionato di storia: soltanto in questo titolo in particolare, vengono citati Napoleone, i Borgia e altre figure del passato, nonché la qualità delle biografie rispetto alla mera letteratura di intrattenimento e sullo sport. In terzo luogo, il carattere tecnico-meccanico dell'enigma lascia trasparire una certa mentalità analitica e logica in Weymouth, tipica di un dottore: non solo però dal punto di vista medico, con una grandissima attenzione data agli aspetti scientifici dell'assassino (basti pensare all'importanza conferita al medicinale di Lord Prentice e a tutte le possibili ipotesi che vengono fatte a riguardo, pp. 71-76, 110-112 211-212), ma pure da quello delle rilevazioni della polizia, con un'attenzione particolare a rilevamenti, interrogatori e inchieste.

Questi sono tutti temi che ci starebbero più che bene all'interno di un romanzi giallo classico, non lo nego. Tuttavia è il resto che, come abbiamo visto, non è all'altezza. Come se non bastasse quanto ho detto finora, ho notato un fastidioso razzismo emergere dai commenti dei personaggi contro i cosiddetti "zingari", sospettati di aver ammazzato Lord Prentice: i toni con cui vengono appellati, i sottintesi volti a gettare sospetti gratuiti nei loro confronti, e una certa sgradevole mediocrità antiquata nell'uso di parole che posso solo definire grezze mi hanno lasciato con l'amaro in bocca (pp. 36-39, 102, 152, 161). Ho letto tantissimi romanzi gialli classici, dove magari certi personaggi posso essere tacciati di razzismo, ma mai in modo palese come in questo caso. Ogni cosa è debole e superficiale, ma i personaggi e le loro personalità battono ogni cosa: il colonnello Arundell assomiglia a uno di quei militari bigotti e arretrati che di solito si prende in giro all'interno di questo tipo di libri; Mary Brocklebank e suo cugino Martin non hanno alcuno spessore psicologico e agiscono in qualche scena appena per poi scomparire; Lady Letitia viene raffigurata come una signora vittoriana sgradevole e antipatica; Jim Broad è un tizio grezzo che pare uscito da una stampa di caccia, col suo cappello con la coda alla Davy Crockett; sua moglie un'anima insulsa e priva di personalità; Charles Gavon uno snob della peggior specie. Gli unici a spiccare nel racconto sono, per ovvi motivi, McTurn e Treadgold, i poliziotti che indagano sul delitto di Lord Prentice. Eppure, entrambi appaiono poco simpatici al lettore. Weymouth ha compiuto l'esatto contrario di quanto di solito accade nella costruzione di un giallo: dovrebbero essere i sospetti a dare pepe alla storia, grazie ai reconditi segreti che nascondono nel proprio cuore, ai drammi, agli intrighi e alle recite che mettono in piedi per vivacizzare il racconto, mentre gli investigatori hanno il compito di dimostrarsi al di sopra di ogni cosa e di analizzare ciò che si verifica sotto i loro occhi con mente fredda. Invece, stavolta abbiamo personaggi fin troppo anonimi e detective che si agitano inutilmente sulla scena. Lo stesso Treadgold, in particolare, fa una figura ridicola nel guidare senza alcun ritegno la sua auto, come i pagliacci del circo, oppure nel fare osservazioni che spiazzano l'interlocutore e piantandolo in asso di punto in bianco (ad esempio pp. 62-68). E come se non bastasse, come ha sottolineato la stessa Sayers nella sua recensione, Treadgold si comporta in un modo che non sarebbe stato accettato nella realtà dei fatti: se soltanto il poliziotto avesse provato a sparire di punto in bianco davanti a un superiore mentre questi stava parlandogli, avrebbe come minimo subìto un richiamo ufficiale, se non di peggio. Pertanto, in aggiunta agli altri difetti, Weymouth ha avuto la sfortuna di dipingere un investigatore che non avrebbe mai potuto trovare riscontro nella realtà, dando in questo modo un'aura ancor meno solida alla sua storia. Nell'atteggiamento frenetico, instancabile e strambo di Treadgold troviamo l'essenza di "Congelato": un romanzo giallo che non ha anima, una personalità ben definita, alcuna misura nel restituire al lettore un degno esempio di mystery classico. Forse, con un po' più di esperienza e di attenzione per la vera essenza della gente comune, sarebbe riuscito a dare vita a un libro più solido e valido. Peccato, così non è stato.

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venerdì 22 gennaio 2021

59 - "Sangue sulla Neve" ("Blood Upon the Snow", 1944) di Hilda Lawrence

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Una delle cose che più mi piace fare, da quando ho deciso di aprire Three-a-Penny, è quella di andare a rileggere quei romanzi gialli che un tempo mi sono molto piaciuti, per poi recensirli per bene. Infatti, nonostante già anni fa non fossi certo uno che leggeva gialli in modo superficiale, devo ammettere che il passare del tempo ha contribuito a insabbiare i ricordi di quei libri e ad avvolgere le loro trame in una sorta di nebbia dorata, dove i fatti si scorgono a malapena ed è molto facile confondere un certo assassino oppure alcuni indizi presenti un un racconto con altri, inseriti in una storia del tutto diversa. L'idea di fondare questo blog è stata suggerita un po' da questo inconveniente: se scrivo qualcosa, esso si conserverà nel tempo non solo per chi vorrà cercare qualche opinione a riguardo, ma pure per me stesso, nel caso in cui tra alcuni anni avessi bisogno di rinfrescarmi la memoria. Ad esempio, se avessi bisogno di fare un parallelo tra l'oggetto di una nuova analisi e (mettiamo caso) "L'Occhio di Osiride" di Richard Austin Freeman, e malauguratamente non dovessi ricordare qualche passaggio del romanzo oppure in che modo un certo tema è stato trattato, non devo fare altro che percorrere all'indietro la storia di Three-a-Penny e ritrovare le informazioni di cui ho bisogno. In effetti, è un peccato che abbia deciso di mettere in atto questo stratagemma soltanto un paio di anni fa, dal momento che il grosso della mia carriera di lettore si è concentrato proprio tra il 2016 e il 2019, quando proprio a causa delle recensioni da scrivere settimana per settimana ho dovuto limitare il tempo da dedicare al piacere della lettura. In ogni caso, come dicevo, lentamente ho deciso di recuperare tutte le letture che ho mezzo dimenticato nel corso del tempo, alternandole con i volumi in uscita e con alcuni mysteries che riescono ad attirare la mia attenzione; e uno di essi è proprio il titolo che vi voglio presentare questa settimana, il quale è stato pubblicato nel 2016 e figura tra i primi gialli tradizionali veri e propri che abbia comprato in libreria. Proprio in quell'anno, infatti, sono tornati sugli scaffali dei negozi di libri i Bassotti Polillo, in quella che si potrebbe definire come "seconda generazione".

Tra il 2002 e il 2014 era uscita una prima serie ininterrotta di titoli, a partire da "I Delitti di Praed Street" di John Rhode per terminare con "Veleni, Pugnali e altre Amenità", tipica raccolta di racconti curata dall'editore; poi, per un paio di anni la produzione di volumi si era arrestata, soprattutto per il calo delle vendite a cui il mercato era andato incontro. Dopo qualche tempo, tuttavia, si era messa in moto una nuova linea di gialli che aveva ripreso la numerazione da dove era stata interrotta, come se nulla fosse accaduto nel frattempo; e i primi romanzi a vedere la luce erano stati "Morte in Ascensore" di Alan Thomas, una delle camere chiuse più celebrate di tutti i tempi che lo stesso bacino di lettori britannici ci invidia, e l'oggetto della recensione di oggi: "Sangue sulla Neve" dell'americana Hilda Lawrence. Al tempo, io mi ero avvicinato già da un po' alle collane dirette da Marco Polillo; ero partito collezionando quei titoli che erano stati pubblicati in allegato al Corriere della Sera, per poi passare ad accaparrarmi la maggior parte di copie di quelli che aveva precedentemente pubblicato, ricorrendo a siti di remainders e a mercatini dell'usato. Però, con l'uscita di questi due mysteries nuovi di zecca ho dato davvero inizio al mio sostegno ai Bassotti, e da lì non mi sono più fermato, se non quando Polillo ha di nuovo cessato di produrre nuovi gialli per qualche tempo, per passare a Rusconi. Pertanto, sono molto legato a queste due crime novels così differenti tra loro: una inglese, l'altra americana; una sul genere del delitto impossibile avvenuto in un luogo chiuso, l'altra fondando la propria cifra sulla suspense. Però, tra i due ho sempre preferito il romanzo di Lawrence, dal momento che (come ho accertato con gioia durante questa rilettura) non ha nulla da invidiare all'opera di un autore nato e cresciuto in Inghilterra. In esso, si mescolano perfettamente quei caratteri che si trovano nei gialli che preferisco: un solido background, costituito da personaggi vividi e da uno stile chiaro ma all'occorrenza lirico tipici della narrativa britannica, pur senza tralasciare quell'atmosfera un po' onirica e l'ambientazione suggestiva di un mystery appartenente alla tradizione delle woman in jeopardy. È stata una lettura molto gradevole, perfetta da affrontare dopo il discreto nuovo Bassotto di Polillo/Rusconi, "Il Rompicapo" di Lee Thayer, dal momento che questi due libri sono del tutto differenti tra loro. Il bello della classica crime story: quello di partire da premesse simili per dare vita a risultati agli antipodi.

The Entrance to Giverny under the Snow, Claude Monet, 1885,
raffigurante una scena nevosa simile a quella di Crestwood
Tutto ha inizio in una gelida sera d'inverno. Il treno proveniente da New York giunge a Crestwood, una minuscola località nelle montagne dell'America, e mentre il controllore Amos Partridge esce dalla stazione per fare tutti i segnali del caso, dalla coda del convoglio scende silenziosamente un uomo. Si tratta di Mark East, un investigatore privato che è stato convocato nella grande casa sulla collina dietro il villaggio, di proprietà del colonnello Davenport, da uno degli ospiti che in quel momento risiedono nella villa: l'archeologo Joseph Stoneman. Costui si trova a Crestwood assieme a una famiglia di amici, i Morey, costituita da Jim, Laura e le piccole Anne e Ivy, servito e riverito da una schiera di domestici che comprendono un maggiordomo, Perrin, una cuoca governante, Mrs Lacey, e due ragazze nel ruolo di cameriere e sguattere, Florrie e Violet. Tuttavia, come si accorge ben presto East, Stoneman non si trova affatto nella piacevole posizione che lui si sarebbe aspettato: per prima cosa, il poveretto pare essere stato trattato nientemeno che come un sacco da boxe, con tutte le botte e le fasciature che gli ricoprono le parti scoperte del corpo; e come se questo non bastasse, è chiaro che l'archeologo è in preda a un fortissima tensione. Trema, si guarda alle spalle come se si aspettasse di essere assalito da un momento all'altro, e insiste nell'affermare di aver assunto Mark per lettera scambiandolo per un segretario, e non per i suoi servigi di investigatore. East è perplesso dal comportamento dell'uomo, ma al momento non ha di meglio da fare e così decide di stare al gioco del suo nuovo capo, installandosi a villa Davenport. Già nelle prime ore della sera, tuttavia, mentre fuori la neve cade copiosa sui tetri boschi immersi nel silenzio della notte, l'investigatore si trova inserito in un focolare domestico molto particolare, in cui nessuno pare comportarsi con naturalezza: Jim Morey appare fin troppo allegro e desideroso di scambiare facezie col suo nuovo ospite; Laura, sua moglie, dal canto suo resta sempre chiusa nella sua camera da letto, con le bambine, e non scende nemmeno per i pasti, come in una sorta di clausura volontaria causata da una malattia nervosa non meglio specificata; Stoneman, come dicevamo, sembra sul punto di avere un collasso e si mantiene in posizione eretta bevendo un bicchiere di liquore dietro l'altro.

Nemmeno Perrin, silenzioso come un gatto e con mani forti e delicate allo stesso tempo, la risoluta e spaventata Florrie, l'incosciente Violet e la tremebonda Mrs Lacey paiono passarsela bene. Quest'ultima, soprattutto, ha annunciato di volersene andare quella sera stessa, dopo aver inviato le proprie dimissioni scritte al piano di sopra e aver impacchettato tutta la sua roba in fretta e furia. Chissà cosa mai l'ha spaventata... Perché anche questo appare chiaro agli occhi allenati di Mark East. Eppure, la povera Mrs Lacey dovrà cambiare i propri piani, e farlo per sempre: mentre sta dormendo nella sua stanza nel seminterrato della villa, infatti, rimane vittima di un incendio che è scoppiato a causa di una serie di sfortunate coincidenze. Al villaggio, tutti si stringono attorno alle spoglie mortali della donna: Ella May Bittner con suo marito, Amos Partridge, ma soprattutto le zitelle Beulah Pond e Bessy Petty, sempre pronte a ficcare il naso a destra e a manca per raccogliere e discutere il pettegolezzo del momento. Chiacchiere che corrono ben presto, quando il dubbio che la morte della cuoca dei Morey sia dovuta a un atto provocato dall'uomo di insinua nella mente di East e in quella della polizia del villaggio. Ma chi potrebbe mai aver voluto uccidere un donnone inoffensivo come Mrs Lacey? Era un essere umano insignificante, in fatto di importanza; non era un personaggio particolarmente noto da costituire una minaccia. Eppure, quando si verificherà una seconda morte violenta, sempre legata alla casa di Davenport, East non potrà più fingere che non ci sia sotto qualcosa a questa serie di decessi improvvisi. Qualcosa che forse, come è nella migliore tradizione del giallo classico, si trova celato nel passato più oscuro, in quel luogo dove ci celano i crimini mai scoperti e le nefandezze di cui l'uomo di è macchiato? La neve cade, cade copiosa su Crestwood, e ricopre col suo fitto mantello i segreti dei personaggi del romanzo: riuscirà Mark East a scoprire la verità e ad impedire che qualcosa di orrendo si compia prima che sia troppo tardi? L'aiuto delle zelanti Miss Pond e Miss Petty, che a loro rischio e pericolo tutto sanno e tutto comprendono molto meglio di agenti addestrati, sarà essenziale per raggiungere il traguardo.

Winter View, Stepan Feodorovich Kolesnikov, raffigurante una
casa simile a villa Davenport
Come dicevo poco sopra, "Sangue sulla Neve" è un romanzo giallo che si potrebbe definire come un piacevole ibrido. In esso, infatti, si mescolano caratteri provenienti da sottogeneri letterari che hanno in comune il fatto di essere crime, ma per il resto sono perlopiù distanti tra loro. Almeno, nella maggior parte dei casi non sono soliti fondersi in un miscuglio. Ad esempio, lo spiccato senso della suspense con tanto di fanciulle in pericolo e insidiate da nemici nascosti nell'ombra, non sarebbe mai potuto essere inserito in un romanzo di Dorothy L. Sayers (fosse solo per il fatto che le protagoniste femminili di questa autrice posseggono spessissimo un carattere forte, determinato e indipendente, opposto a quello delle protagoniste della classica crime story dell'altra parte dell'Atlantico). D'altro canto, nei mysteries delle esponenti della corrente delle women in jeopardy non si sarebbero praticamente mai trovati misteri ed enigmi impostati secondo il modello britannico, con trucchi e metodi di omicidio perlopiù legati a meccanismi ad orologeria e a strutture schematiche e articolate: nei libri di Rinehart ed Eberhart, il fulcro delle vicende spesso viene evidenziato soprattutto nell'atmosfera suscitata nel tratteggio dell'ambientazione e dei personaggi, più vividi dal punto di vista psicologico-emozionale che da quello del "chi-avrebbe-potuto-farlo". Pertanto, nella maggior parte dei casi questi due tipi di letteratura del mistero sono rimasti separati e indipendenti l'uno dall'altro. Detto ciò, però, ogni tanto una contaminazione è avvenuta e (secondo il mio parere personale) l'incontro ha dato esiti più che felici. Nonostante a prima vista possa sembrare quanto meno azzardato, infatti, questo stratagemma di unire il giallo di stampo britannico con quello che fece la fortuna delle Regine del Brivido americane, ha funzionato alla grande. Ne è un esempio l'opera di Elizabeth Daly (almeno in parte), dove a uno spiccato senso di minaccia, pesante quanto una cappa soffocante, viene accostata una grande attenzione allo stile e a una rappresentazione della società che rimanda a quella tanto cara a Sayers e Agatha Christie; oppure quella di Ethel Lina White, la quale ha fatto del dualismo "suspense-materialismo" un vero e proprio marchio.

Proprio da quest'ultima, secondo me, Lawrence ha colto ispirazione per scrivere gialli come questo "Sangue sulla Neve"; da lei e da quei classici della letteratura britannica che (oltre alla saga di Sherlock Holmes) sono stati tanto importanti per l'evoluzione della crime story: "La Pietra di Luna" e "La Signora in Bianco" di Wilkie Collins. Essi, infatti, hanno a modo loro influenzato tutta quanta l'opera dei giallisti posteri: a quelli residenti nella Vecchia Europa hanno suggerito quanto fossero importanti il contesto storico-sociale in cui le vicende devono essere ambientate, per risultare credibili, e la forza dirompente di uno stile solido per conferire struttura ossea alle loro trame; a quelli americani, come la creazione di un clima di tensione e suscitare emozioni nel lettore possa aiutare a vivacizzare un racconto dove il mero sunto dei fatti può risultare un po' indigesto. White, Daly e Lawrence hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con l'opera di Collins (White viveva in Galles e non poteva non conoscere di fama l'autore, mentre Daly e Lawrence hanno apertamente dichiarato la loro ammirazione per il loro collega d'oltreoceano); per cui, è innegabile come egli le abbia influenzate; e lo abbia fatto al punto di suggerire loro di seguire le sue stesse orme, in modo da dare vita a mysteries in cui i caratteri del giallo tipicamente tradizionale si fondono con quelli dell'avanguardia americana rappresentata soprattutto da Rinehart ed Eberhart. Lawrence, nello specifico, sembra aver compiuto un percorso che fino a un certo punto può essere simile a quello delle due colleghe sopra citate, dal momento che ha infuso in romanzi come "Sangue sulla Neve" molti dei topoi comuni al sottogenere in cui viene ascritta dai più: l'atmosfera tratteggiata con toni poetici e lirici, l'ambientazione claustrofobica accentuata dalla potente tempesta di neve che viene a scatenarsi su Crestwood, uno stile caratterizzato dall'alternarsi tra azione (poca) e riflessione (tanta), una certa aria di confortevolezza apparente in cui i personaggi sembrano coccolati, nonostante nel corso del tempo si susseguano omicidi tutt'altro che tranquillizzanti. Inoltre, abbiamo personaggi che lasciano trapelare come siano particolarmente scossi e agitati, intimoriti da qualche minaccia nebulosa, e un mistero dove bisogna stare attenti a cogliere indizi di carattere psicologico.

Però non bisogna fermarsi alle apparenze: alcune sostanziali differenze fanno capire come Lawrence non si sia limitata a ricalcare le trame delle sue colleghe. L'autrice, in qualche modo, si fece carico dell'eredità di White e, proprio nell'anno in cui quest'ultima pubblicò il suo ultimo giallo, ella raccolse un metaforico testimone proseguendo secondo una propria logica, che vedeva l'introduzione di alcune modifiche al modello: nonostante protagonista sia il terzetto East-Pond-Petty, quello che sarà deus ex machina sarà il solo investigatore, in modo da avere un protagonista maschile in questa vicenda dipinta sul tipo del domestic suspense; le due zitelle non sono affatto sciocche come apparirebbe a prima vista, anche se in un'occasione corrono un pericolo mortale, per cui viene in parte a cadere il ruolo della "gentile donzella in pericolo"; il senso di pericolo che di solito attanaglia la protagonista nel caso di "Sangue sulla Neve" è meno accentuato, non essendo calcata la mano sul fattore gotico della storia (pur restando presenti il sospetto insinuante e la tensione che qualcosa di grave stia per abbattersi su villa Davenport). Mi è capitato di leggere alcuni accostamenti tra l'atmosfera di questo romanzo con quella manifestata nientemeno che nei romanzi di John Dickson Carr (secondo me, il paragone è un po' esagerato). Inoltre, ho come colto una sorta di tentativo di imitare non solo White, ma addirittura Sayers: quest'ultima è stata addirittura citata attraverso il personaggio di Lord Peter Wimsey, mentre in un'occasione Lawrence ha lasciato intendere come il giallo tradizionale britannico fosse il migliore. Quindi, abbiamo qui un'autrice americana che si dimostra apertamente affezionata alla classica crime story della Terra d'Albione, che fino a un certo punto è stata discepola di Ethel Lina White per poi applicare il suo metodo con sostanziali modifiche, ma senza snaturarlo. Personalmente, ammetto di essere stato entusiasta di come si sia rivelato "Sangue sulla Neve": in ibridi come questo libro, oppure nelle opere di White e Daly, si manifesta quella che a mio parere dovrebbe essere la forma ideale di equilibrio all'interno di un mystery; ovvero, la commistione tra tensione e suspense, per quanto riguarda l'atmosfera del racconto, e una costruzione solida e chiara della struttura tecnica delle vicende: Come se un castello fatto di vetro fosse stato costruito su un terreno di pietra.

Hildegarde Kronmiller, alias Hilda
Lawrence, nata nel 1906 e morta nel 1976
L'unica cosa che mi ha contrariato, quando sono arrivato alla fine di "Sangue sulla Neve", è stato scoprire che Hildegarde Kronmiller (vero nome di Hilda Lawrence) ha scritto soltanto cinque romanzi gialli nel corso della sua carriera. Pochissimi, se si pensa alla qualità del suo esordio. Nata nel 1906 a Baltimora, nel Maryland, era figlia nientemeno che di un membro del Congresso degli Stati Uniti d'America. Il fatto di appartenere a una famiglia tanto importante le aprì tutte le porte per poter intraprendere una carriera scolastica impeccabile: studiò infatti alla Columbia School di Rochester, prima di diventare lettrice per i non vedenti e, in seguito, trasferirsi a New York per entrare nella redazione della casa editrice MacMillan. Qualche tempo dopo, tuttavia, passò a quella del Publishers Weekly, per approdare saltuariamente come sceneggiatrice radiofonica per "The Rudy Vallee Show". Nel 1924 decise di sposarsi col commediografo Reginald Lawrence; tuttavia, ben presto i due divorziarono, nonostante lei decise di tenere il cognome del marito per firmare i suoi romanzi del mistero. Da sempre, infatti, era stata un'accanita lettrice di questo genere letterario: divorava qualunque titolo su cui riuscisse a mettere le mani, finché a un certo punto si ritrovò nella situazione di non riuscire più a soddisfare il proprio appetito in modo adeguato. Non c'erano più titoli abbastanza intriganti e piacevoli da leggere, per cui come fare? Semplice: decise di mettersi a scrivere lei stessa qualche mystery che fosse di suo gusto. In questo modo, nel 1944, diede alle stampe "Sangue sulla Neve", dove introdusse come protagonista l'investigatore privato Mark East, newyorchese che in questo specifico titolo viene aiutato nell'inchiesta dalle zitelle Beulah Pond e Bessy Petty. Garbato, ironico, vero gentiluomo che si discosta dalla massa di detective violenti tipici di quel periodo in America, ma nonostante questo pronto a correre qualunque pericolo e a gettarsi nella mischia, East fu uno dei motivi per cui "Sangue sulla Neve" venne accolto con gioia dal pubblico e dalla critica, tanto da avere ben quattro ristampe in edizione rilegata. In seguito, Lawrence riprese il personaggio in altri due gialli: "Time to Die", incentrato sulla scomparsa di un'attraente signora, e "La Bambola Assassina", dove il fulcro delle vicende è ambientato in una rispettabile pensione per giovani donne a New York. East non compare, invece, in "Il Padiglione sul Mare", un thriller gotico ambientato nel sud degli Stati Uniti.

Insomma, Hilda Lawrence sembrava destinata a risalire l'Olimpo degli scrittori di gialli americani della metà del Novecento. Pubblico e critica (in particolare Howard Haycraft la definì "di gran lunga il più entusiasmante talento nel campo dell'odierna letteratura gialla") erano dalla sua parte, pronti a sostenerla, e si aprivano davanti a lei grandi prospettive. Eppure, di punto in bianco, nel 1946 interruppe la serie con protagonista East e iniziò a pubblicare sempre meno. Nel 1949 uscì "Duet of Death", una coppia di romanzi brevi dal titolo "A Quattro Mani" e "The House/The Bleeding House"; però si tratta di storie di suspense ben diverse dal resto della sua produzione precedente (tanto che "A Quattro Mani" divenne un episodio di "The Alfred Hitchcock Hour" intitolato "The Long Silence"). Poi Lawrence pubblicò una puntata della serie "Nobody Dies but Strangers", sula rivista Ladies Home Journal nel 1951, e il racconto "A Roof in Manhattan", inserito nell'antologia "For Love of Money" curata dal Mystery Writers of America nel 1957. Da qui più nulla, fino alla morte avvenuta nel 1976. Cosa successe per arrestare la sua ascesa? Non si sa. Resta il fatto che Hilda Lawrence ha dato prova di sé con i pochi romanzi che ha scritto; romanzi che, da qualcuno, sono stati criticati aspramente per essere in un certo senso "né carne né pesce". Mi spiego meglio: la decisione dell'autrice di mettere insieme elementi del giallo britannico con quelli tipici delle women in jeopardy ha scatenato una serie di commenti e giudizi secondo cui ella ha voluto inserire nelle sue trame cose fin troppo diverse tra loro, così da non riuscire a dare un'identità precisa alla sua narrativa. L'atmosfera di Carr, come dicevo sopra, ma pure un protagonista spiritoso sulla falsariga di Archie Goodwin, aiutante di Nero Wolfe, zitelle simili a Miss Jane Marple... Avrebbe aperto a troppe cose, fallendo nel non riuscire a concentrarsi bene su una di esse. Francamente, io trovo che questo discorso sia del tutto esagerato. Certo; un problema per il lettore affezionato al giallo più tradizionale nel senso stretto del temine l'ho rilevato, leggendo "Sangue sulla Neve": gli indizi non si attengono del tutto al fair play, ovvero si può indovinare chi sia il personaggio colpevole ma non arrivare a scoprire come abbia agito in base alle prove presentate. Questo può essere una pecca, per alcuni.

Ma io, come ho già avuto modo di spiegare, preferisco concentrarmi sul risultato complessivo del romanzo, senza pretendere un gioco pulitissimo dall'autore. Neppure che la soluzione cada dall'alto senza preavviso di sorta, ma una via di mezzo la posso accettare. E in fin dei conti "Sangue sulla Neve" è un giallo che possiede innumerevoli qualità positive. I punti di forza del libro sono senza dubbio lo stile e l'ambientazione, che riescono ad avvolgere chi legge in una sorta di sogno ad occhi aperti: ogni cosa viene spiegata come se stessimo camminando in una regione fantastica, le cui fattezze sono all'apparenza reali ma, allo stesso tempo, tutto si muove lentamente; le descrizioni si soffermano sui dettagli del mobilio, sugli scenari del giardino e delle piccole case degli abitanti di Crestwood, includendo villa Davenport. Vediamo con gli occhi della mente i personaggi che agiscono in un palcoscenico allestito al meglio, dove niente viene lasciato al caso e gli oggetti assumono grande importanza e aiutano a collocare meglio ciò che succede. Tutto è affascinante, chiaro ed evocativo allo stesso tempo, come avvolto in una nebbia dorata in cui i contorni si sfumano allo stesso modo di quelli dei dipinti impressionisti. Ho avuto l'impressione di affrontare la storia come se indossassi guanti di velluto, al cui interno si trovavano però salde mani pronte ad agire. Nel corso del tempo che scorre nelle vicende, ci addentriamo sempre di più nel disegno che Lawrence ha preparato per noi; un racconto dove la suspense viene tenuta a partire dalle prime pagine, nelle quali la tensione e la Morte fanno già il loro ingresso sulla scena attraverso l'illusione del mausoleo di Beulah, fino alla fine. Un'altra cosa che mi ha affascinato, mentre leggevo "Sangue sulla Neve", è stata la capacità dell'autrice di dire e non dire le cose, di accennare gli indizi e poi sottrarli alla vista nel momento seguente, rapida, silenziosa: tra le righe si nascondono molte allusioni, come si addice a un tipico giallo americano degli anni '40, ma non mancano pure le correnti sotterranee che scorrono impetuose tra i personaggi e particolari calore e confortevolezza a sottolineare il tutto... questo fino a un certo punto.

In questa variazione del giallo secondo HIKB abbiamo più sostanza dal punto di vista dello stile, e più spessore nella trattazione dei temi, passando dall'arte (pp. 17-18, 49-51) alla letteratura (pp. 29, 31-32, 155, 171-172, 195-196), dall'archeologia (pp. 102-106, 194-195, 203-204) allo spiritismo (pp. 9-10, 30, 40-45, 49, 163), fino alla morte che si aggira come uno spettro entrando e uscendo dalle pagine (pp. 9, 104, 136-137, 163). Legato alla morte che emerge e si immerge, pure il tema del passato che ritorna occupa un ruolo importante nella trama, mescolandosi con una certa amara ironia del destino. I personaggi sembrano ossessionati da qualcosa che non vuole lasciarli liberi, e vengono tratteggiati con piglio sicuro e abilità: esprimono sentimenti e struggimento come se fossero attori di un melodramma vittoriano (ritorna Wilkie Collins, vedete?), ma d'altra parte riescono ad incarnare personalità calate nella modernità del tempo in cui è ambientato il libro. Tra tutti, risaltano la misteriosa Laura Morey, novella "donna in bianco" che sta sulle sue senza farsi avvicinare; le zitelle Pond e Petty, brillanti e sagaci pur senza apparire dominanti su East, che osservano come "falchi benevoli" quanto accade e sono pronte a correre dei rischi pur di assecondare la loro curiosità; la giovane Violet, la quale nasconde un grande spirito di osservazione dietro la facciata di sempliciotta; e lo stesso Mark East, interessante variazione dello stereotipo in voga tra gli scrittori di gialli americani. Tutto sommato, comunque, i personaggi non sono mai quello che sembrano; nascondono lati delle loro personalità dietro a maschere attaccate precariamente sui loro volti. Sono buoni o cattivi? Pazzi oppure sani di mente? Sta al lettore dare la propria interpretazione in base ai fatti e ai risvolti del caso. L'enigma, infine, si presenta stratificato e complesso: il lettore non può riuscire a spiegare da solo tutti i passaggi dell'indagine, dal momento che (come dicevo) non esiste un vero e proprio fair play nell'esposizione delle prove contro il colpevole. Tuttavia, man mano che il caso evolve, le cose iniziano ad essere sempre più chiare e ci sono fatti che soltanto all'apparenza non hanno importanza. Penso che, tutto sommato, il mistero sia adeguato alle aspettative; pertanto, promuovo con gioia "Sangue sulla Neve". Credetemi, si tratta di un giallo che merita di essere letto e conosciuto, alla pari della sua autrice. Mi impegno a leggere al più presto pure "La Bambola Assassina", per scoprire se le mie sensazioni su questo libro verranno consolidate; se così sarà, aspettatevi un altro caloroso consiglio di lettura.

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venerdì 15 gennaio 2021

58 - "Il Rompicapo" ("The Puzzle"/"QED", 1922) di Lee Thayer

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Nonostante siano ormai passate le feste di Natale, su Three-a-Penny restiamo in tema con le recensioni di storie legate alla stagione invernale e a scenari nevosi. Se non ci saranno grosse sorprese improvvise, oppure titoli in uscita che non hanno a che fare con questo tipo di romanzi gialli, ho infatti intenzione di proseguire su questo genere di letture (con conseguenti analisi) almeno fino a marzo, quando finalmente arriverà la primavera e le cose necessariamente cambieranno. Trovo che l'atmosfera esterna agevoli l'immergersi nei racconti, se questi ultimi vengono rispecchiati da essa; perché dunque non approfittarne? Tenuto pure conto del fatto che possiedo numerosi mysteries i quali vedono scenari gelidi e incantevoli, con tanto di tormente di neve ad isolare enormi magioni e piccoli ostelli, e intrighi diabolici a celarsi dietro ai sorrisi cordiali dei nostri vicini a cena e degli amici passati a farci un saluto. Così, in un'alternanza tra autori maschili e femminili, tra romanzi gialli delineati secondo uno stile più britannico oppure più americano, eccomi qua con l'ennesima recensione "nevosa" su Three-a-Penny, che vi propongo questa settimana. Proprio a proposito di stili di scrittura differenti, non ricordo se avevo già esternato la mia predilezione per quello prettamente anglosassone, proprio della cosiddetta Terra d'Albione, l'Inghilterra. Infatti, trovo che gli autori e le autrici nate e cresciute in questo Paese siano stati/e capaci di dare vita a trame molto più di mio gusto, rispetto a quelle dei loro colleghi e delle loro colleghe d'oltreoceano. Badate bene: non ho assolutamente nulla contro gli scrittori americani degli anni d'oro, che si imposero al pubblico dei lettori tra il 1920 e il 1950 circa; sarebbe snobistico, errato e ingiusto fare affermazioni che li condannino senza appello. Certo, ognuno ha le proprie preferenze, ma non si può cancellare una tradizione influente come quella che si sviluppò nelle case di Manhattan e negli uffici degli impiegati di New York e Chicago, soltanto per capriccio. In fondo, proprio in America la crime story è stata capace di dare vita a innumerevoli sottogeneri, dal noir alla suspense delle women in jeopardy, dal giallo psicologico esportato dal Vecchio Continente all'hard-boiled; e sfido chiunque a non trovare almeno uno di questi di proprio gusto.

Per quanto mi riguarda, ad esempio, amo molto quelle storie dove si calca la mano sugli aspetti sovrannaturali e sulla creazione di un'atmosfera particolare, dove la tensione e un certo timore vengono sfruttati per esaltare i fatti criminosi che si verificano in esse. Penso a quei romanzi un po' datati di Mary Roberts Rinehart, dove fanciulle indifese vengono spesso a trovarsi a combattere contro nemici implacabili e sconosciuti, magari inseriti nei loro stessi ambienti familiari o di amicizia; oppure a quelli di Mignon G. Eberhart, con infermiere pronte a gettarsi sulla pista di assassini insospettabili e una trattazione più moderna di temi ancora oggi attuali; oppure ancora la serie di Henry Gamadge ad opera di Elizabeth Daly, dove vengono declinate la paura e la pazzia e l'investigatore si muove in ambienti semi-aristocratici con passo felpato, a differenza di quelli dei più decisi e diretti private-eye dei bassifondi delle metropoli degli scrittori della scuola dei duri. Questo tipo di racconto, nonostante presenti numerose differenze da quello britannico, tutto sommato dipinge situazioni che ad esso si ricollegano; è ingentilito e caratterizzato da vicende tranquille (almeno all'apparenza...). Forse per questo il mio gusto personale è più appagato da esso: nonostante il giallo tradizionale della Golden Age inglese abbia più spessore, una sorta di background solido su cui poggiare le radici per poi elevarsi, e per questo resti il mio preferito, quello americano fa del proprio meglio per declinare quegli stessi elementi di trama in un terreno composto di materiale differente e più "sdrucciolevole", adattandoli alle necessità e producendo risultati apprezzabili. E sempre per questo motivo, su Three-a-Penny mi concentro sugli scrittori d'oltre Manica e sulle loro opere. Mi viene più facile fare confronti tra loro, e riesco a sviluppare sulle tematiche che essi affrontano un pensiero più discorsivo. Eppure, ogni tanto un cambiamento ci vuole; per cui oggi ho deciso di soffermarmi su un'autrice americana che per me era del tutto nuova, ma mi incuriosiva. Con la complicità dell'uscita nello scorso novembre del suo primo romanzo giallo in italiano, infatti, ho letto e oggi recensirò "Il Rompicapo" di Lee Thayer (Polillo Editore, 2020). Si tratta di una storia che si è rivelata diversa da come me la aspettavo; una vera sorpresa, a volte nel bene e altre nel male, alla quale non mancano un'ambientazione invernale (per restare sul "giallo sulla neve"), alcuni personaggi abbastanza ben caratterizzati e, soprattutto, un enigma architettato ed orchestrato con maestria ed ingegno, il quale funge da fulcro per tutte le vicende.

After the Storm, Hemet, California, Anna Hills, 1922,
raffigurante un paesaggio simile a quello intorno a Fern Hills
La storia si svolge quasi completamente a Fern Hills, un paesino d'alta quota del New Jersey popolato da pochi abitanti stabili di età avanzata e da villeggianti periodici o affittuari di ville site alle pendici dei monti. In casa Carlisle, l'investigatore privato Peter Clancy sta trascorrendo qualche giorno di vacanza, lontano dalla vita frenetica che conduce a New York nell'agenzia di cui è socio, in previsione di qualche giornata di pesca assieme all'amico Harrison, il quale lo ospita assieme all'anziana madre, e ad altri suoi amici. Nel giorno convenuto, i quattro avventurieri si organizzano per partire con un certo anticipo e ad incamminarsi sulla neve che è calata sulla vallata, verso la loro destinazione: sono Harrison, Clancy, un tizio di nome Robert Kent, il quale svolge un lavoro imprecisato nell'industria cinematografica, e un certo Louis Hood, il quale ha la casa poco distante da quella dei Carlisle. I primi due chiacchierano davanti al caminetto, in attesa che Kent scenda dal piano di sopra dove si sta preparando con dovizia, come è suo solito fare, e che Hood li raggiunga per comporre un gruppo unico e diretto verso il Club di pesca; eppure, se Robert si unisce a Clancy e Harrison poco dopo, di Louis non si vede traccia. Forse gli è successo qualcosa... oppure è soltanto in ritardo. Già qualche ora prima aveva avvisato di non poter presenziare alla cena concordata con i suoi amici. Probabilmente si sta ancora vestendo di tutto punto. Così, gli altri tre salgono in macchina e decidono di andargli incontro, per poi caricarlo nell'auto a metà strada. Tuttavia, mentre si avvicinano alla casa di Hood, incontrano soltanto un tizio tutto imbacuccato che tira dritto quando loro gli si avvicinano, scambiandolo per il loro amico. E anche quando imboccano Ferwood Road, dove si trova la villa di Louis Hood, i tre si trovano davanti a un muro oscuro. Nessuna luce è accesa, e l'edificio pare disabitato da tempo.

Un po' intimoriti dall'improvviso silenzio che regna nel giardino della casa e un po' stizziti per il fatto che Hood sia loro sfuggito (perché deve essere per forza andata così), Carlisle, Clancy e Kent scendono dall'automobile e si incamminano sulla terrazza che porta davanti all'uscio principale dell'edificio, per suonare il campanello. Tutto tace, niente si muove nella semioscurità che li circonda. Persino quando il trillo della campana risuona nelle stanze gelide della villa, sembra che loro siano rimasti gli unici esseri viventi al mondo. Tuttavia, nei paraggi si trova qualcosa che nessuno di loro si aspetta di trovare... Ai piedi della scala che porta al prato abbondantemente spolverato di neve, pochi metri sotto alla terrazza, si trova infatti il cadavere di un giovanotto ben vestito, il quale ha una profonda ferita alla gola e il collo spezzato. Carlisle, Clancy e Kent pensano subito al peggio, considerando che Hood non si trova da nessuna parte; però, con una certa sorpresa, quando i tre giovani si avvicinano al corpo si rendono conto che non si tratta del loro amico; quest'ultimo fa appena in tempo ad affacciarsi all'uscio di casa, prima di spiccare un balzo ed unirsi a loro alla base della scala. No; il cadavere su cui dovrà indagare la polizia è quello di un tale di nome Walter Brown, un tizio che Hood afferma di aver incontrato pochi minuti prima e del quale conosce poco altro, oltre al nome. Come è arrivato fin lì? E se davvero Louis non lo conosceva, come aveva potuto Brown presentarsi a un appuntamento a casa sua, quando i suoi amici sanno a malapena quando decide di rifugiarsi a Fern Hills? La domanda più sconcertante di tutte, riguardo l'omicidio, è però un'altra: come diamine ha fatto Brown ad essere ammazzato, dal momento che non ci sono coltelli sulla coltre bianca che lo circonda, se le uniche impronte impresse nella neve sono quelle che lui stesso ha lasciato? Qualcuno deve essersi avvicinato a lui per spezzargli l'osso del collo, lo sostiene pure il medico legale! Così, accantonando i lieti propositi di una meritata vacanza, Clancy torna a dedicarsi all'investigazione, scoprendo che forse i suoi amici non gli hanno detto tutta la verità... Chi era l'uomo che hanno incontrato in macchina? Perché Louis ha ritardato tanto? E di chi era il grido che il maggiordomo di Hood ha sentito echeggiare in casa e nel giardino proprio mentre Brown veniva ammazzato? Bisognerà fare molta strada prima di scoprire la verità.

The Fisherman, Renoir, 1874, che potrebbe benissimo
raffigurare Harrison Carlisle intento a pescare
Prima di leggere "Il Rompicapo", mi ero fatto una certa idea su come sarebbe potuto essere questo romanzo giallo. Sapendo che era stato scritto da un'autrice americana, già immaginavo che, giunto alla sua conclusione, probabilmente esso non sarebbe stato del tutto nelle mie corde; però mi incuriosiva il fatto che presentasse un delitto impossibile, con tanto di orme sulla neve mancanti e un'ambientazione in qualche modo "isolata", come quella di un paesino di montagna dove gli stranieri sono malvisti. E adesso che l'ho finito, posso confermare le premesse che ho esposto qui sopra: questo libro, infatti, si piazza in un posto di mezzo in una mia ideale classifica di gradimento. Perché, se è indubbio come l'enigma in esso sviluppato sia molto buono e, anzi, costituisca forse il motivo principale per cui si dovrebbe leggere "Il Rompicapo", d'altra parte la storia presenta dei difetti non da poco conto, i quali in un certo senso ne pregiudicano il risultato finale. Ma andiamo con ordine, partendo dalle cose che mi hanno convinto di più. Innanzitutto, credo che ciò che importasse alla sua scrittrice, fosse il fatto di costruire un mistero ben congegnato e capace di soddisfare il gusto di quei lettori che preferiscono concentrarsi più sul mezzo, sul metodo di uccisione, piuttosto che su chi dei sospettati abbia compiuto il misfatto oppure su una raffigurazione dettagliata degli elementi di contorno. Pertanto, come capirete, l'enigma in questo mystery è l'elemento che più di tutti gli altri viene esaltato, il fulcro attorno al quale le vicende ruotano ancora più di quanto non accada di solito, che non lascia mai la scena. Ogni azione, ogni situazione in cui i personaggi vengono a trovarsi, è sempre fine a fornire indizi e prove per il lettore e per l'investigatore. Pure le digressioni (che ci sono all'interno della trama, questo non lo metto in dubbio) servono per suggerire a Clancy nuove piste da seguire e probabili ipotesi che possano spiegare i misteriosi eventi che si sono verificati nel giardino della villa di Louis Hood. Thayer è stata abile e capace nel tratteggiare le fasi dell'indagine e nel far compiere al suo detective e all'enigma che aveva nella mente, passo dopo passo, un processo di svelamento progressivo, almeno fino a un certo punto; mi è tutto sommato piaciuto.

Ho apprezzato il fatto che il metodo per ammazzare Brown sia stato spiegato secondo logica, quando in un primo momento esso appariva quanto mai sovrannaturale: come nella migliore tradizione classica, è stato usato "un complesso sistema di leve e specchi" (cit.) per mettere in atto l'inganno, e la soluzione non è apparsa troppo complessa e macchinosa per essere messa in atto. Un individuo determinato avrebbe compiuto certe azioni proprio come l'autrice ha spiegato, e non avrebbe incontrato difficoltà nel farlo. Inoltre l'utilizzo di un certo pragmatismo nella descrizione plantare dei luoghi e nel piglio con cui il caso è stato condotto (in parte dal poliziotto di Fern Hills, l'ispettore Winkle che tenta di spiegare i fatti seguendo la sua mente da sempliciotto, e in parte da Clancy, molto più esperto e logico) nel misurare impronte di scarpe, nell'esame delle ferite dal punto di vista medico, nell'impiego di numerose armi (coltelli, pistole, ecc...), nel ricercare un certo tipo di pneumatici ben preciso e nella presenza di numerosi testimoni (o presunti tali), lasciano capire come l'intento di Thayer fosse quello di impostare una storia dove il delitto viene affrontato alla maniera di Sherlock Holmes, con rilevamenti e tutto ciò che li riguarda dal punto di vista materialistico. Infatti, alla fine non emerge mai un vero profilo psicologico dell'assassino, inteso come lo avrebbe potuto fare ad esempio Nicholas Blake: tutto si riconduce a un delitto compiuto secondo un metodo analitico e matematico (il titolo originale stesso, QED, si rifà al "come volevasi dimostrare" dei teoremi della geometria), dove il movente ha carattere pragmatico. Questa cosa, da un lato, può essere considerata un punto debole, dal momento che il giallo della Golden Age, quello a cui siamo tutti un po' più affezionati, si concentra più sulla psicologia dell'assassino a discapito del meno trucco scenico (nello stesso Carr, nonostante l'impossibilità del crimine sia sempre accentuata, troviamo personaggi tormentati e complessi, capaci di regalare più di un brivido con la loro stessa presenza sulla scena); però non dobbiamo dimenticare che "Il Rompicapo" è pur sempre un libro del 1922, quindi degli albori dell'Età dell'Oro del giallo tradizionale, e non bisogna essere troppo duri su questo fronte, a mio modesto parere. Inoltre, in aggiunta alla buona qualità dell'enigma, non bisogna dimenticare che questo giallo sa regalare numerose descrizioni di scenari affascinanti e suggestivi: a partire dai boschi dove Clancy e Harrison vanno a pescare e incontrano il vecchio Bill, fino alle strade di New York di Broadway e agli interni del teatro in cui miss Gale recita, per arrivare ai tempestosi orizzonti dell'ultima corsa dell'assassino e dei suoi inseguitori, ogni cosa viene evocata e descritta con enfasi dall'autrice, la quale si dimostra molto abile nel tratteggio di paesaggi e nel dipingere luoghi.

Emma Redington Lee, alias Lee Thayer, nata
nel 1874 e morta nel 1973
Questa capacità nel saper raffigurare scenari a parole stampate su carta forse può essere dovuta al fatto che Emma Redington Lee, vero nome di Lee Thayer, fu principalmente illustratrice e amante delle arti, e solo in un secondo momento giallista. Nata in Pennsylvania nel 1874, nonostante abbia trascorso gran parte della sua vita a New York, la giovane Emma si era infatti diplomata presso il Cooper Union and Pratt Institute; ma questo non le aveva impedito di dedicarsi alla scrittura per divertimento. E dovette davvero essere felice di essere una narratrice dal momento che, tra un'esposizione di opere alla Chicago World's Fair del 1893, disegni per copertine di libri, collezioni di oggetti giapponesi e viaggi in lungo e in largo, riuscì a scrivere nientemeno che sessantuno mysteries! Il suo primo giallo, "The Mystery of the Thirteenth Floor", fu dato alle stampe nel 1919 quando Thayer aveva già compiuto quarantacinque anni, mentre l'ultimo, "Dusty Death", uscì quando la scrittrice aveva compiuto novantadue anni, nel 1966. Sfortunatamente per lei, non ottenne mai chissà quale celebrità nel capo della narrativa del mistero, e al giorno d'oggi pare che tutti i suoi sforzi letterari siano stati dimenticati o quasi. In tutti i suoi romanzi (tranne uno), il protagonista delle indagini è Peter Clancy, un giovanotto di origine irlandese dai capelli rossi, che agisce da investigatore privato presso un'agenzia che condivide con un socio più anziano, il poliziotto in pensione O'Malley, anch'egli con antenati provenienti dall'Irlanda. In effetti, è curioso notare come questo carattere dei personaggi li accomuni con quelli tipici della narrativa di un'altra giallista, contemporanea di Thayer: Isabel Ostrander, la quale era solita inserire individui di tale nazionalità nei suoi gialli. Sposata nel 1909 con Henery W. Thayer, Lee Thayer morì nel 1973; ma prima di allora aveva acquisito un momento di gloria che a molti altri suoi colleghi non era stato concesso. Nel maggio 1958, infatti, venne ospitata in una trasmissione televisiva della CBS chiamata "What's My Line?", dove alcuni pseudo-vip venivano invitati senza essere presentati formalmente e membri regolari di una sorta di giuria dovevano indovinare che lavoro questi ospiti svolgessero. Emma Lee, la quale come dicevo aveva combattuto a lungo per affermarsi senza mai riuscirci davvero, pur vendendo bene, si rivelò essere la scelta ideale per la trasmissione: come fu descritta, "questa dolce signora anziana scrive gialli su omicidi raccapriccianti!"; proprio insospettabile.

Bisogna inoltre ammettere che Thayer viene pure menzionata da alcuni critici, ma non sempre in termini lusinghieri. Alcuni addirittura hanno affermato che, dopo aver letto alcuni suoi romanzi, si potrebbe rivalutare l'odiosa figura di Philo Vance, notoriamente un individuo tanto astuto e competente quanto antipatico. E sotto certi aspetti, i libri dell'autrice sono proprio scadenti; tanto più che ella non cambiò mai il proprio stile in meglio, nemmeno dopo che Van Dine diede uno scossone al giallo americano con la sua opera. Come osservato da alcuni critici, il lavoro di Thayer può essere accostato più a quello di Anna Katharine Green, rispetto a quello di Mary Roberts Rinehart: non abbiamo mai storie piene di suspense e di terrore puro, con fanciulle in preda al panico e assalite da misteriosi assassini in case oscure. Il fine dell'autrice di "Il Rompicapo", come dicevo, è quello di tratteggiare un'inchiesta pulita, logica e senza alcun tipo di risvolto soprannaturale (a meno che non serva per sviare l'attenzione del lettore, ma succede di rado); proprio come fece Green. Ci sono altre somiglianze in questo senso: il fatto che le ambientazioni siano simili, con grandi case isolate e chiuse dove i protagonisti rimpiccioliscono di fronte alle oscure vastità; che sulle scene del delitto restino tantissime prove da rilevare e da mettere insieme per ricostruire l'accaduto, indizi spesso sinistri e inquietanti; le descrizioni liriche e poetiche degli ambienti e del paesaggio, con un contrasto tra natura e metropoli che caratterizza pure la narrativa di Green. L'impossibilità dell'enigma (pp. 20-21, 24-27, 29-30, 142-143) segue una tradizione inaugurata in America da Anna Katharine, dove la soluzione viene svelata mano a mano. Detto ciò, tuttavia, restano le stesse critiche che si potrebbero rivolgere a Green: lo svelamento dell'assassino che non riesce ad essere all'altezza di altri in romanzi più celebrati; una tendenza a concludere in fretta e con azione frenetica la faccenda, dopo aver intrapreso una strana più lenta nella prima parte della storia; l'inserimento di frasi che al giorno d'oggi definiremo razziste (quando entra in scena il maggiordomo cinese dei Carlisle, p. 61); uno stile fin troppo essenziale, pure se si tratta di un romanzo giallo americano, dove il tono scanzonato stride con gli eventi delittuosi che si verificano.

Tutto ciò rende "Il Rompicapo" meno buono di quanto mi aspettassi, unito al fatto che i personaggi non sono sempre ben caratterizzati. Certo, per citare miss Gale, oppure Harrison Carlisle e lo stesso Clancy, loro sono figure a tutto tondo, che spiccano sulla carta e si rendono protagonisti attivi nelle vicende; ma altri come Robert Kent e Louis Hood, il sospettato principale, non hanno lo stesso impatto; anzi, tendono a scomparire. Poi sono proprio pochini gli indiziati, per poter fornire davvero un gruppo in cui scovare l'assassino. Pure questo è un richiamo alla narrativa di Green. Da una parte, abbiamo individui che restano in disparte per gran parte del racconto e tornano in scena di punto in bianco; dall'altra, personaggi come Clancy che ci vengono presentati a tutto tondo. Lui stesso, in particolare, è una figura interessante, dal momento che mette insieme l'investigatore privato all'americana, grintoso, determinato e molto attivo fisicamente (segue gli indizi nei boschi e per le strade della città come un segugio nato dalle penne degli autori della scuola hard-boiled, ha energia da vendere e non ha paura di mettere in scena inseguimenti quando è necessario, è implacabile nel torchiare i sospettati e nel metterli alle strette) con quella del detective di stampo più razionale, il quale limita il lavoro pratico a favore di quello mentale e logico, segue una missione che lo porterà a scoprire l'inganno con l'uso del proprio cervello, agisce in gran parte per conto suo e ha un atteggiamento meno scorbutico e violento. Non per nulla, all'apparenza, sembra quasi uno di quei giovanotti un po' sciocchi e alle prime armi. Detto ciò, comunque, i personaggi non soddisfano più di tanto le aspettative e mi inducono ad abbassare il voto di giudizio. Però voglio concludere con una nota positiva, che in parte riscatta "Il Rompicapo" dalla delusione che poteva essere, se non avesse presentato un enigma molto buono e un'ambientazione tratteggiata con abilità (pp. 16-18, 33-35, 64-67, 73-74, 76-79, cap. 9, 111-112, 117, 133, 135, 150, 159-162, 179, 181, 194, 202, 208-210, 214-216): l'inserimento di temi insoliti che conferiscono originalità alla trama e aiutano nella scoperta della verità. Viene trattata a lungo la pesca, con termini specifici e una narrazione che lascia trapelare come Thayer debba essere stata un'appassionata in materia (pp. 59-60, cap. 7, 132, 150-155); il teatro e ciò che lo riguarda vengono approfonditi e portati sulla scena in più occasioni, in parte assieme al cinema (pp. 133-139); il jujitsu, quella tecnica delle arti marziali orientali che poche volte ha avuto spazio in un giallo classico, gioca un ruolo che la porta ad essere discussa in diverse occasioni (62-63, 116); viene accennato alla politica, la quale non può mancare in un mystery americano; l'amicizia che lega Harrison e Clancy, così tante volte manifestata e celebrata; la stregoneria (pp. 120-123). Sono modi rudimentali per dare brio al racconto, e Thayer ha fatto un buon lavoro in merito. Forse bisognerebbe tenere da conto il fatto che questo romanzo è stato scritto in un'epoca molto precedente alla nostra, e perdonare qualche piccolo scivolone. Non lo so; io resto dell'idea che "Il Rompicapo" sia come uno di quegli episodi del manga di Detective Conan (penso lo conosciate tutti, e se così non fosse recuperate subito): molto centrati sull'indagine, con qualche accenno all'ambientazione suggestiva e con personaggi intercambiabili tra loro. È un libro senza troppe pretese, che vuole mettere in scena in delitto congegnato come un meccanismo ad orologeria, tralasciando discorsi troppo complicati. Niente di eccitante, ma nemmeno del tutto deludente. Sufficiente, direi.

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venerdì 8 gennaio 2021

# - Aggiornamenti dall'Approvvigionatore Letterario (Gennaio 2021)

Amici lettori o semplici curiosi, buon 2021 e bentornati all'Angolo dell'Approvvigionatore Letterario! Come avete trascorso le feste? Spero in allegria e serenità, nonostante tutto quello che continua ad accadere attorno a noi, senza che siamo capaci di dare un senso al caos. Come ormai sapete benissimo, questo spazio è dedicato alla segnalazione di quei titoli stuzzicanti e appetitosi che, in ambito del genere della classica crime story in lingua italiana ed inglese, vengono pubblicati nel corso dei trenta giorni circa seguenti alla pubblicazione di questo stesso post. Faccio del mio meglio per indicarvi e consigliarvi alcune letture che penso possano essere accolte con gioia da tutti voi, e pure in questo primo mese del 2021 (che speriamo tutti sia migliore di quelli appena trascorsi) non farò eccezioni. Prima di tuffarci nel primo romanzo giallo che voglio indicarvi, tuttavia, lasciatemi ringraziarvi per il sostegno che date a questo piccolo blog di minima importanza; per me è molto importante, e vi prometto che mi impegnerò a continuare a fare del mio meglio per soddisfare il vostro interesse e ripagare l'attenzione che mi concedete. A questo proposito, tra qualche giorno sarà ufficialmente attivo un nuovo profilo Twitter completamente dedicato a Three-a-Penny (qui il riferimento), nel quale pian piano saranno pubblicati tutti i link alle recensioni fin qui postate sulla pagina, e poi aggiunte quelle che verranno pubblicate ogni settimana, salvo imprevisti dell'ultima ora. Inoltre, potrebbero apparire contenuti in linea con la materia di cui mi occupo qui sul blog, come la celebrazione di anniversari e simili. Quindi, se volete restare aggiornati su tutto quanto viene pubblicato su Three-a-Penny, vi consiglio di tenere d'occhio pure questo nuovo mezzo di condivisione. Bene, adesso bando agli indugi e torniamo ai titoli consigliati per questo mese di Gennaio.

Siccome siamo agli inizi del 2021, i romanzi gialli in lingua italiana che mi ritrovo a segnalarvi sono soltanto quelli canonici che vengono puntualmente pubblicati dal Giallo Mondadori. In questo caso specifico, tuttavia, vorrei sottolineare come si tratti di due titoli molto intriganti, per chi si stia avvicinando alla tradizionale crime story anglosassone e per chi segua il giallo contemporaneo di qualità. In edicola, infatti, verranno messi in vendita nientemeno che un mystery storico inedito e firmato dal celebre Paul Harding, dal titolo "La Pietra di Sangue" (nella serie Regolare), e la ristampa del celeberrimo "Il Mistero delle Due Cugine" di Anna Katharine Green (nella serie dei Classici).

Copertina di "La Pietra di Sangue"
pubblicato nel Giallo Mondadori
Per quanto riguarda il primo, siamo nel dicembre dell'anno 1380. Il cadavere di un importante signorotto, sir Robert Kilverby, è stato trovato all'interno di una camera sigillata, nella sua grande casa; cosa tutt'altro che strana, se si trattasse di suicidio. Eppure, il decesso di Kilverby lascia qualche dubbio dal momento che, come è noto a molti, egli sarebbe da poco entrato in possesso di un antico manufatto, una pietra dai caratteri mistici e dal valore incalcolabile chiamata eliotropio o, come è nota presso gli uomini di Chiesa, "Passio Christi", la quale si narra sia stata raccolta alla base del Golgota da Giuseppe d'Arimatea, un uomo molto vicino a Gesù, mentre quest'ultimo veniva crocifisso, e sia stata macchiata nientemeno che dal sangue del figlio di Dio. In quale modo sia giunto in Inghilterra, non è ben chiaro: si narra soltanto che l'eliotropio sia passato di mano in mano come bottino di razzie, fino a cadere nelle mani di Kilverby. Inoltre, più di uno non crede affatto sia il vero manufatto che un tempo era stato in possesso di Giuseppe. Eppure, il fatto che il signorotto sia morto all'improvviso e dentro una stanza dove nessun altro si trovava, lascia libero campo alla fantasia dei creduloni e dei fantasiosi: è risaputo che la Passio Christi porti con sé una tremenda maledizione, un anatema che è destinato ad abbattersi su chiunque se ne dimostrati indegno possessore. Certamente, non si può dire che Kilverby sia stato l'individuo ideale per possedere un oggetto toccato in un certo senso da Gesù. E neppure Gilbert Hanep, mastro arciere della Compagnia del Dragone Alato, il quale viene indicato come successore nel possesso dell'eliotropio e, in breve tempo, decapitato a colpi di spada. Forse la maledizione si sta concretizzando sul serio? Per fare luce sul mistero viene interpellato Fratello Athelstan, il parroco di St. Erconwald a Southwark, il quale ha il pallino dell'investigatore ed è rinomato come uomo di scienza dotato di cervello. Al di là della qualità degli enigmi dei romanzi di Harding, i quali sono molto celebrati dagli esperti di giallo classico in quanto spesso incentrati su delitti impossibili e camere chiuse, libri come "La Pietra di Sangue" sono caratterizzati da una grande attenzione per il contesto storico in cui le vicende sono calate: quando leggiamo una storia di Harding (che l'abbia firmata col suo vero nome, Paul Doherty, oppure con uno dei suoi numerosi pseudonimi, come in questo caso), possiamo stare certi che ci potremmo immergere in un mondo che, per quanto trapassato, si attiene rigidamente a uno scenario veritiero con usi e costumi ritratti con autenticità. Per cui, se siete appassionati di Storia, sappiate che questo genere di lettura potrebbe soddisfare non solo il vostro interesse per gli enigmi e i misteri di qualità, ma pure un'altra materia per cui provate dedizione. Oltretutto, Harding non veniva pubblicato nel Giallo Mondadori da numerosi anni; quindi, sarebbe bello che in molti dimostrassimo come ci era mancato ritrovarlo in edicola, a prezzi accessibili, e saremmo felici di vederlo ancora.

Copertina di "Il Mistero delle Due
Cugine" pubblicato nei Classici del
Giallo Mondadori
Con "Il Mistero delle Due Cugine", invece, cambiamo del tutto contesto. Siamo sempre calati in un racconto dove lo scenario è quello passato, ma ci limitiamo a spingerci fino all'inizio del Novecento, in America. In questa storia, la vittima è il ricchissimo signor Leavenworth, il quale viene ritrovato seduto nella sua poltrona, all'interno della biblioteca della sua opulenta abitazione di New York, così come la sera precedente gli altri abitanti della casa lo avevano lasciato... se non fosse per un piccolo foro nella sua testa. Come al solito, la scoperta getta nello sgomento tutti i residenti della casa di Leavenworth, dal momento che nessuno si sarebbe aspettato di trovarsi in una situazione così incresciosa. All'apparenza, inoltre, non esistono moventi, armi del delitto e sospettati. Nell'edificio, la notte dell'assassinio, erano presenti soltanto i soliti servitori (un maggiordomo, una cuoca, una cameriera), il segretario personale del padrone, il quale ha scoperto il fattaccio, e le due affascinanti nipoti della vittima, Mary ed Eleanore. Impossibile sospettare di chiunque. Le ragazze, certo, erano rimaste orfane ed erano state adottate da Leavenworth; ma pensare che due fanciulle come loro possano aver architettato un tiro del genere allo zio è impensabile! Eppure, ben presto si scopre che Mary era stata da poco designata come erede universale degli averi dell'uomo, a discapito di Eleanore la quale è stata esclusa del testamento. Forse questo fatto può gettare luce sull'assassinio? In breve le due cugine si ritrovano al centro delle indagini, braccate dalla polizia. Che fare? Meglio chiedere l'aiuto di un avvocato come il giovane Everett Raymond, il quale potrebbe consigliarle su come agire. Tuttavia, non sarà quest'ultimo a mettere la parola fine all'indagine; questo (dubbio?) piacere sarà riservato all'ispettore Ebenezer Gryce, il quale sfrutterà la propria placida indole e l'attenzione per i dettagli per scoprire la verità sulla morte di Leavenworth, sbrogliando una matassa intricata e molto più velenosa di quanto appaia a prima vista. Anna Katharine Green viene considerata la madre del giallo classico americano assieme a Mary Roberts Rinehart, la quale intraprese la propria carriera seguendo le tracce lasciate dalla sua maestra, e questo romanzo giallo può essere considerato come un prototipo di quello che sarebbe venuto in seguito: buona commistione tra indagine e melodramma, personaggi suggestivi e affascinanti, atmosfera cupa e di suspense all'interno di famiglie perlopiù borghesi. Cosa, quest'ultima, che le fece guadagnare l'ammirazione di Wilkie Collins, Arthur Conan Doyle e Agatha Christie. Pertanto, se cercate una lettura classica, non potreste chiedere di meglio.

Notate bene: in appendice ad ognuno di questi volumi, troverete il primo articolo di una nuova rubrica, a cura di Vincenzo Vizzini, creata in occasione dei 40 anni del Premio Tedeschi ed intitolata proprio "La storia del Premio Tedeschi", dove verranno approfonditi i vincitori degli anni 1980-1982.

Per quanto riguarda i consigli in lingua inglese, invece, torniamo ancora una volta alle collane che ci hanno abituato a trovare in libreria titoli eccellenti: la British Library Crime Classics britannica e la Penzler Publishing americana.

Copertina di "The Corpse in the
Waxworks" pubblicato dalla British
Library Crime Classics
Per quanto riguarda la prima, sarà pubblicata la ristampa di un titolo che, dall'altra parte della Manica, non si vedeva da un bel pezzo: "The Corpse in the Waxworks" di John Dickson Carr. Quarto romanzo della serie con protagonista il giudice istruttore Henri Bencolin, della polizia di Parigi, esso narra la triste storia di mademoiselle Duchêne, una fanciulla che è stata vista entrare viva nella Galleria degli Orrori del museo delle cere Augustin, una notte, ma il giorno seguente è stata ripescata cadavere dalla Senna, assassinata. Un enigma particolarmente terrificante, se si pensa a quanto fosse allegra e vivace la signorina, e alquanto sinistro, dal momento che il proprietario del museo, un tizio che appare sempre più turbato dall'innaturale vitalità delle proprie statue di cera, afferma di aver visto proprio una figura seguire la vittima nella penombra delle sale. Potrà mai essere che oggetti inanimati possano prendere vita all'improvviso e uccidere? Per Bencolin non esistono eventi impossibili, per cui egli si getta a capofitto nel mistero per scoprire cosa sia accaduto nell'oscurità che avvolge ogni notte le statue del museo di Augustin. E lo fa nel modo migliore per arrivare alla verità, pur essendo il più pericoloso che conosca: trascorrendo una notte in compagnia degli immobili figuri della Galleria e di due compagni, il fido socio Jeff Marle e il fidanzato della povera mademoiselle Duchêne. Però, nel corso delle ore, Bencolin si rende conto di come la fantasia riesca a dare vita a spettri spaventosi: quel satiro non si è forse mosso? Il suo sguardo è di vetro, ma ha qualcosa tra le braccia... Circondati da rumori inquietanti, forse partoriti dal delirio nel buio, i tre compagni faranno scoperte raccapriccianti una dietro l'altra e dovranno spingersi fino a un misterioso Club delle Chiavi d'Argento, dove uomini e donne mascherati si riuniscono alla sera in clandestinità (rischiando di lasciarci la pelle come due di loro), per arrivare a scoprire la verità che si cela dietro un mistero contorto e ingegnoso. Esiste un legame tra questa associazione e i manichini del museo, ma quale? Starà a Bencolin sorprendere l'assassino con una sfida all'ultima carta. Tradotto in italiano proprio col titolo "L'Ultima Carta", nel Giallo Mondadori, questo quarto romanzo di Carr conferma il talento dell'autore (il quale era ancora molto giovane quando lo scrisse) nel saper suscitare un'atmosfera di terrore palpabile e di macabro delirio, dove il sottosuolo della società parigina viene sondato e sviscerato di segreti inconfessabili e si compiono numerosi tuffi nella pazzia. Con "The Corpse in the Waxworks" viene qui pubblicato pure un raro racconto con protagonista lo stesso Bencolin, "The Murder in Number Four".

Copertina di "The Bride Wore Black"
pubblicato da Penzler Publishing
Infine, Penzler Publishing pubblicherà a partire dall'inizio di gennaio il romanzo giallo di Cornell Woolrich "The Bride Wore Black". Si tratta di una storia di vendetta e di odio che fa accapponare la pelle ancora oggi, nonostante siano passati tanti anni dalla sua pubblicazione. Tutto inizia con il ritratto di un giovane uomo, Ken Bliss, il quale è all'apparenza felice ed innamorato: infatti, sta per coronare il proprio sogno d'amore con la sua adorata Marge, sposandosi. Tuttavia, alla vigilia delle nozze, una misteriosa donna vestita di nero, stupenda ed affascinante nel suo glaciale temperamento, lo va a cercare. Quella stessa donna era apparsa pure alla sua festa di fidanzamento, riscuotendo un grande successo tra gli invitati di sesso maschile, ma non si era comunque saputo nulla sul suo conto. Era rimasta "la donna vestita di nero". Chi mai potrebbe essere, per disturbare Ken proprio alla vigilia di una giornata così importante per lui? L'unica cosa che ci viene dato sapere è che il giovanotto, proprio in quella fatidica notte, precipita inspiegabilmente dalla terrazza del diciassettesimo piano e muore. Suicidio? L'ipotesi appare inconcepibile sotto qualunque fronte. A questo punto del racconto, il punto di vista cambia e ci viene presentato un tale di nome Mitchell, un inetto senza alcun sogno e privo di futuro e di ambizioni. Costui vive in solitudine in uno squallido hotel, e trascorre le notti in compagnia di una cameriera bionda e sciatta di nome Maybelle. Non ha nemmeno svaghi, finché una bellissima signora avvolta in un manto nero non lo invita a teatro. Mitchell è comprensibilmente al settimo cielo, dal momento che crede la fortuna si sia finalmente ricordata di lui. E invece, è il Fato avverso a colpire duramente. Mentre si trova in compagnia di questa donna in nero, tra una bevuta e una chiacchiera, il poveretto viene avvelenato con del cianuro. Per cinque volte la storia si ripete: un uomo viene avvicinato da una misteriosa figura femminile, i due interagiscono e lui muore. Quale sarà il significato di tutto ciò? Sono tutti individui diversi, con vite differenti in città differenti, ma accomunati dalla donna in nero. Cosa spinge questa "Vedova" ad ammazzare? Forse il movente si deve ricercare nel passato, in un mistero che l'ispettore Lew Wanger non immagina neppure esistere, dove il matrimonio si trasforma in ossessione e in violento risentimento... Dal Re del Noir, il primo romanzo della Serie Nera (pubblicato in Italia sempre nel Giallo Mondadori col titolo "La Sposa era in Nero" e "La Sposa in Nero"), dal quale è stato tratto il celebre film di Truffaut e dove il terrore e il fatalismo mettono i semi per dare vita a un primo esempio della narrativa di Woolrich, così cinica e spietata quanto tragica e miserabile.

Bene, con ciò ho concluso i consigli per questo primo mese del 2021. Sperando di non avervi annoiato e di aver stuzzicato la vostra curiosità, vi do appuntamento alla prossima volta, con l'Angolo dell'Approvvigionatore Letterario. State bene, state in guardia e provate a stare sereni. Forse siamo in vista di una luce in fondo al tunnel. A presto!

Link ai titoli consigliati su Amazon:
"La pietra di sangue" di Paul Harding (solo ebook);
"Il mistero delle due cugine" di Anna Katharine Green (ebook);
"Il mistero delle due cugine" di Anna Katharine Green (cartaceo);
"The corpse in the waxworks" di John Dickson Carr;
"The bride wore black" di Cornell Woolrich.