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venerdì 28 agosto 2020

44 - "Assassinio nel Labirinto" ("Murder in the Maze", 1927) di J.J. Connington

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore

Tra le materie che hanno caratterizzato e contribuito all'affermazione del romanzo giallo classico nel corso degli anni, la Scienza è stata sicuramente di fondamentale importanza. Infatti, senza contare i numerosi mezzi letali che è stata in grado di fornire agli assassini fittizi, essa, sin dal Rinascimento, con gli esperimenti di Leonardo Da Vinci sulle macchine e i suoi progetti ingegneristici, ma soprattutto con la definizione del metodo scientifico da parte di Galileo Galilei nel 1600, si è prestata alla formulazione di teorie matematiche e di ipotesi logiche suffragate da una serie di prove concrete e tangibili, in un modo che ricorda molto da vicino le procedure razionali e formali degli investigatori dilettanti delle crime novels all'inglese e dei poliziotti in carica a Scotland Yard. Questi segugi, forti delle proprie capacità intellettuali, applicarono il cosiddetto "metodo deduttivo" per sondare fenomeni della vita reale come furti, omicidi e altri delitti contro la giustizia, prendendo spunto proprio da questi "antenati degli scienziati", e condussero le loro indagini in modo tale che, in fatto di accuratezza e disciplina, esse possono essere paragonate a veri e propri esperimenti in laboratorio. Analizzavano il problema, ipotizzavano come dovessero essersi svolti i fatti, deducevano dagli indizi raccolti se le premesse potevano essere mantenute ed infine controllavano se i risultati corrispondevano alla soluzione immaginata; proprio come se dovessero esaminare al microscopio la reazione di un bacillo a una data sostanza. E sebbene, con il passare del tempo, a questo razionale modo di agire venne accostato sempre più di frequente l'approfondimento della psicologia, così che poco a poco la dimostrazione scientifica del delitto venne sostituita da studi di moventi di natura psichiatrica e impulsiva che non potevano essere ascritti a delle regole matematiche, la spina dorsale del racconto investigativo restò comunque quella delle origini, basata sulla raccolta di prove inequivocabili da presentare di fronte a una giuria.

Uno dei primi ad adottare "il Metodo" fu ovviamente Sherlock Holmes, il Grande Detective per eccellenza; non per niente il suo autore, Arthur Conan Doyle, era conosciuto soprattutto per essere un eminente dottore e la sua formazione, di conseguenza, doveva molto ai suoi professori di università, come il famoso Joseph Bell, al quale si sarebbe ispirato proprio per dare vita al misantropo di Baker Street. I sopralluoghi delle scene del delitto che egli effettuava, in occasione di un nuovo caso, si rivelavano sempre fertili fonti di oggetti da analizzare, come i mozziconi di sigarette e qualche brandello di tessuto abbandonato dal criminale di turno, ed esclusivamente su tali oggetti si articolavano le sue soluzioni, senza scostarsi mai da fatti concreti e verificabili in laboratorio. Pure il dottor John Evelyn Thorndyke, creato dalla penna di Richard Austin Freeman, seguì le orme della scienza tracciate dal suo illustre predecessore: patologo, eminente studioso di chimica e fisica residente a King's Bench Walk, costui era anche un magistrato e un investigatore a tempo perso, caratterizzato da un certo senso di integrità vittoriana e dotato di spirito critico e cieca fede nelle capacità della scienza; cosa che lo aveva spinto addirittura a creare una stanza apposita, in cui effettuare gli esperimenti necessari a dimostrare la propria tesi di colpevolezza su un dato sospetto. I membri stessi del Detection Club, da instancabili perfezionisti nell'arte dell'ideazione del delitto perfetto, costituirono un altro esempio di detective scientifico: non solo alle cene periodiche dei soci invitavano spesso eminenti studiosi e scienziati, i quali presentavano una lunga conferenza sugli aspetti delittuosi delle loro professioni e offrivano il proprio punto di vista riguardo i dubbi dei loro anfitrioni, ma agivano in prima persona per raccogliere le informazioni di cui avevano bisogno. ad esempio Dorothy L. Sayers, per fare un nome, durante la stesura di "Il Caso Harrison" assillò letteralmente il suo compagno di scrittura, Robert Eustace, riguardo gli aspetti medici delle trame dei libri di Wilkie Collins e sollevò un acceso dibattito sull'arsenico e le conseguenze di un avvelenamento attraverso di esso, oltre a struggersi per dare alla loro opera congiunta una forma fisica degna dell'idea originale.

Il personaggio più inusuale tra quelli appartenenti al genere degli investigatori col pallino per le scienze pure, tuttavia, resta Sir Clinton Driffield, il protagonista dei mysteries dell'austero professor Alfred Walter Stewart, alias J.J. Connington. Compagno di Sayers e Eustace all'interno del circolo londinese di scrittori, costui fu uno dei più sottovalutati narratori di romanzi del mistero della storia, insieme a John Rhode e Freeman Wills Crofts, poiché i suoi romanzi vennero a lungo considerati noiosi a causa dell'apparente "monotonia" delle loro trame. Come la maggior parte dei cliché sulla crime fiction classica, anche in questo caso il giudizio si è rivelato affrettato e superficiale, e per dimostrarvelo oggi ho deciso di recensire il libro in cui egli fece comparire per la prima volta il suo investigatore, ovvero "Assassinio nel Labirinto" (Polillo Editore, 2004). Oltretutto, questo libro si presta benissimo a concludere la mia rassegna sul giallo estivo-vacanziero, dal momento che esso è ambientato in una casa di campagna in piena bella stagione, in cui si verifica una serie all'apparenza inspiegabile di crimini. Tuttavia, non lasciatevi ingannare dalle premesse: qui la storia ha ben poco di spensierato e solare; l'oscurità trapela tra le righe come se fosse un veleno e la crudeltà e una certa asprezza nei toni stanno al centro delle vicende.

Labirinto di Hampton Court, simile a quello di Whistlefield
La storia si apre in un afoso pomeriggio estivo, a Whistlefield, la tenuta di campagna di proprietà del ricco Roger Shandon. Laggiù sono riuniti tutti i membri della famiglia (insieme ad alcuni ospiti e domestici), e la situazione sta generando un forte clima di tensione che lui e suo fratello gemello Neville sembrano sopportare a malapena; tanto che, ben presto, i due decidono di cercare un posto tranquillo per occuparsi dei propri affari privati, dove non essere assillati dai problemi dei loro rumorosi e noiosi parenti: Roger, il quale si è arricchito attraverso mezzi ignoti, è infatti preoccupato per le spese crescenti e vuole mettere fine una volta per tutte a quelle superflue (come il mantenimento di parenti del calibro del fratello Ernest e dei nipoti Arthur e Sylvia); Neville, invece, da avvocato coscienzioso, intende perfezionare la sua ultima arringa senza il pericolo di essere infastidito o minacciato. I due si dirigono verso l'attrazione della tenuta, un grande labirinto che solo i membri stretti della famiglia sono in grado di vincere, ed entro breve ognuno si installa in uno dei due centri dell'immenso gioco di astuzia. Quando anche due ospiti di Whistlefield, la signorina Vera Forrest e il signor Howard Torrence, ignari della presenza dei gemelli, decidono di entrare nel labirinto per sfidarsi a risolverlo, il dramma ha inizio: qualche minuto dopo il via alla gara, infatti, tra le alte siepi impenetrabili risuonano un colpo di fucile ad aria compressa e un grido, seguito quasi subito da un'altra coppia di rumori simili. Entro poco tempo vengono rinvenuti i cadaveri dei gemelli Shandon, uccisi da alcune freccette avvelenate, e con uno sforzo notevole, Vera riesce a trovare una via d'uscita dalla sua prigione e a dare l'allarme alla tenuta. Immediatamente viene convocata la polizia, e con essa giunge sul posto un giovane uomo con un cane al seguito: si tratta di Sir Clinton Driffield, nientemeno che il capo della polizia, il quale è in visita all'amico Wendover ed è stato arruolato a forza mentre stava passando qualche ora a riposare insieme allo Squire.

Questo signore dall'aspetto ordinario e dai modi riservati capisce subito di trovarsi di fronte a un delitto orchestrato quasi alla perfezione, e si impegna a raccogliere quanti più indizi possibili per inchiodare il colpevole prima che quello possa nuocere ad altre persone. Mentre Driffield sta indagando in prima linea tra le testimonianze reticenti di tutti i membri della casa, infatti, il misterioso assassino sembra intenzionato ad eliminare tutti i membri della famiglia Shandon, prendendo di mira prima Ernest, l'unico fratello superstite, e poi i nipoti degli assassinati, il semi invalido Arthur Hawkhurst e sua sorella Sylvia. Chi sarà questo elusivo personaggio? La presenza nella casa di un misterioso segretario, Ivor Stenness, complica le cose, in una faccenda dove solo all'apparenza sembra che tutto sia tranquillo e pacifico, e Driffield capisce che solo grazie al proprio metodo investigativo riuscirà a risolvere il mistero. Così, con l'aiuto di Wendover, si mette in caccia di una preda ostinata e pericolosa, basandosi sulla scienza come un moderno Sherlock Holmes e senza rivelare a nessuno le proprie mosse e i suoi pensieri; finché la soluzione arriverà proprio dove la tragedia ha avuto inizio: nel labirinto di Whistlefield, trappola mortale per gli Shandon e il loro assassino. 

Giocatori di carte ritratti sulla scatola di un mazzo da gioco
per bridge, simili ai partecipanti alla partita di Whistlefield

La vicenda, tratteggiata in questi termini, può indurre il lettore a classificarla immediatamente tra le altre, simili, che caratterizzano il sottogenere trito e ritrito del "delitto della casa di campagna". Eppure, in realtà, essa è caratterizzata da una serie di irregolarità che la rendono atipica ed interessante agli occhi degli appassionati di romanzi gialli. In primo luogo, infatti, si nota subito come, a differenza della solita atmosfera generale più o meno idilliaca, "Assassinio nel Labirinto" conservi una certa asprezza e prosaicità di fondo. In questo romanzo, è l'oscurità a farla da padrone (pp. 98-100, 110-113, 191-202, 212-213, 226): essa viene accentuata dalla tensione, nei momenti in cui l'assassino colpisce (pp. 37-46, 190-195), e in gran parte delle vicende aleggia una certa atmosfera da brivido, in cui si scontrano l'umorismo nero del capo della polizia con l'ingenuità del suo compagno di indagini, e l'atteggiamento all'apparenza un po' sciocco di Driffield con l'acume di cui da prova nei momenti del bisogno. Non ci sono grandi passaggi di simpatica empatia tra narratore e lettore come nelle solite, confortevoli crime novels, pur essendo presenti i divertenti battibecchi tra Wendover e Sir Clinton; al contrario, ci troviamo di fronte a un modo di raccontare che, per quanto sia facile e veloce in quanto a stile, in fatto di tono assomiglia più a quello di un saggio, in cui il narratore vuole mantenere una certa distanza da chi legge. Gli stessi argomenti affrontati (medicina, balistica, vivisezione) introducono una certa freddezza e asperità nel racconto. Poi, ad eccezione di una piccola parte, nel libro il sentimento non viene mai menzionato e i suoi protagonisti sembrano mossi solo da intenti ragionati, simili a macchine o pedine di una scacchiera (pp. 180-183); inoltre l'ambientazione, a parte la scena del delitto (il labirinto e il giardino di Whistlefield), non viene rappresentata nel dettaglio, come se per l'autore non fosse stato importante tratteggiare con attenzione i luoghi, ma piuttosto la lucidità del metodo d'indagine e quello del colpevole per perpetrare la morte alle sue vittime designate. Il contorno non aveva la stessa importanza dei fatti nudi e crudi, per il professor Stewart; a lui interessava soprattutto presentare un delitto da risolvere, che apparisse reale, fatto bene, scientifico e dotato di indizi (non per niente, in "Assassinio nel Labirinto", le prove materiali come freccette, ragnatele, vasetti, fucili, libretti per gli assegni abbondano in gran quantità).

Pertanto, una volta entrati nel pieno della vicenda, non dobbiamo aspettarci chissà quale capolavoro sullo stile dei romanzi della Sayers, ma né più né meno che una sfida capace di mettere alla prova il nostro intelletto; cosa che ho l'impressione i critici non abbiano fatto, decretando così che i suoi gialli fossero declassati a opere di serie B. Come alcuni disprezzano le vicende in cui ci sono troppe parti descrittive, allo stesso modo ci saranno quelli che non tollerano quelle troppo scarne; ebbene, lasciatemi dire che entrambi commettono un grosso errore. A mio parere, infatti, il tradizionale romanzo giallo anglosassone è intrigante proprio per questo suo variare di continuo, tanto nei temi quanto nella struttura o in stile: ci sono i delitti che si verificano nella casa di campagna, quelli al villaggio, quelli al campus universitario, quelli a teatro, quelli urbani; quelli dove si conosce già il colpevole, quelli che hanno tanti colpevoli, quelli dove il colpevole è la vittima stessa, ecc... A parte pochissime eccezioni, a me sono sempre piaciuti i mysteries che mi sono capitati sotto mano; anche solo per un motivo, ho apprezzato il modo in cui hanno saputo coinvolgermi, e questo "Assassinio nel Labirinto" non ha fatto eccezione. Se diamo un'occhiata approfondita all'enigma, infatti, ci troviamo davanti a un lavoro di fair-play e di misdirection non comune: fermo restando che il colpevole di questa prima prova di Connington nel campo del mystery resta abbastanza prevedibile, non ci possiamo lamentare per l'ingegnosità dimostrata nell'ideazione degli omicidi e della loro soluzione. Il fatto stesso di ambientare i fattacci dentro una prova di intelligenza come un labirinto dovrebbe farci capire come l'autore intendesse creare qualcosa di simile a una memorabile sfida logica; l'uso delle freccette avvelenate è stato un espediente intelligente da usare come arma del delitto, poiché non preclude che il colpevole sia una donna; l'inserimento di esempi di delitti accaduti sul serio (come quello di Maitre Fernand-Gustave-Gaston Labori, colpito alla schiena mentre andava in tribunale ad interrogare il generale Mercier durante l'affare Dreyfus, oppure quelli di Crippen, Deeming, Burke e Hare, pp. 84, 123, 151, 165-167, 185, 275, 290, 294), la quantità enorme di false piste e nozioni scientifiche che ci viene data in pasto, insieme agli esperimenti compiuti da Sir Clinton, rendono più reale l'indagine e ci inducono a riflettere sulla soluzione da dare, ma allo stesso tempo sono anche indice del voler "giocare pulito" di Connington, senza barare nascondendo le prove; insomma, tutto è tenuto in considerazione in vista dello scioglimento finale.

Inoltre, cosa da non trascurare affatto nell'analisi di "Assassinio nel Labirinto", Sir Clinton Driffield non è un anonimo ispettore, simile a tanti altri: in un primo momento egli si accontenta di apparire un po' sciocco, per confondere l'omicida, ma in seguito non fa sconti per far rispettare la giustizia; anzi, in qualche modo va oltre il suo ruolo "ufficiale" per assicurare il trionfo del bene sul male. "Sui giornali, di tanto in tanto si sente parlare di misteri non spiegati, delitti irrisolti, inefficienza della polizia e via di questo passo. Ora vi sottopongo un problema. Supponete di dover indagare su qualche caso diabolico come quello di Jack lo Squartatore. E supponete di aver scoperto, alla fine, che il criminale era un pazzo come, ovviamente, nel caso di Jack lo Squartatore. Infine, supponete che la sua follia sia stata scoperta e che lui sia stato messo in manicomio dopo il suo ultimo delitto. Che cosa fareste? [...] Perché non potreste farlo impiccare, dato che non è sano di mente. [...] In questo caso, il risultato sarebbe solo quello di gettare fango sulle persone a lui vicine [...]. Ci sono alcuni cani che dormono e che è meglio non svegliare." Questo è il suo innovativo e sconcertante punto di vista, e probabilmente anche quello del suo autore: farsi giustizia da sé, quando essa rischia di fallire, può apparire come una via di fuga accettabile (pp. 209, 227-235, 298-250, 254-268, 295-296, 298).

Alfred Walter Stewart, alias J.J.
Connington, nato nel 1880 e morto
nel 1947

Senza dubbio, essa è un'idea tanto rivoluzionaria quanto lo fu lo stesso Alfred Walter Stewart, lo scienziato che si nascondeva dietro lo pseudonimo di J.J. Connington. Nato nel 1880, egli fu un ometto piccolino e all'apparenza senza pretese, ma in realtà era considerato come un uomo austero e competente. Scozzese, figlio del dean of faculties della Glasgow University, Stewart aveva intrapreso gli studi proprio presso quell'istituto, per poi proseguirli a Marburg e all'University College di Londra, approdando infine alla Queen's University di Belfast. L'educazione che gli venne impartita fece di lui un esperto di chimica, fisica, balistica e altre discipline scientifiche; cosa che gli permise di diventare un rinomato docente a Belfast, fin dal 1901 quando era ventiduenne. Ad eccezione di alcuni anni trascorsi a insegnare a Glasgow, Stewart sarebbe rimasto di ruolo in quella città fino al suo ritiro dall'insegnamento e dalla carriera accademica, diventando prima cattedratico di chimica e infine capo del suo dipartimento. Tra l'altro, egli fu pure un ricercatore con all'attivo un certo numero di saggi e libri di testo, sullo stile di "Recent Advances in Organic Chrmistry" e "Stereochemistry", alcuni tra i suoi testi più conosciuti nel campo della scienza. Tuttavia, l'esimio professore voleva fare anche qualcosa che lo distraesse dal lavoro in laboratorio; per cui, nei pochi momenti di libertà, spesso a tarda notte, decise di assumere le vesti di un capace giallista e diede vita a J.J. Connington, il quale escogitava ingegnosi delitti avvalendosi della vasta erudizione matematica e chimica della sua personalità primaria. In questo modo, Stewart mise a frutto la propria spiccata intelligenza, un pungente senso dell'umorismo e l'audacia del novellino per dare inizio a una serie investigativa che avrebbe appassionato moltissimi lettori. E pensare che la sua avventura nella fiction era partita da un thriller fantascientifico dal titolo "Nordenholt's Million", il quale però non aveva ottenuto il successo che avrebbe poi arriso ai romanzi gialli. A differenza delle altre opere di genere inventate di sana pianta, infatti, i suoi mysteries dimostrarono quanto fosse capace e abile nell'ideare trame avvincenti e ricche di suspense, in cui gli indizi materiali e il pensiero freddo e scientifico venivano impiegati al meglio. Con "Death at Swaythling Court" e "Il Talismano dei Dangerfield" diede quindi il via a questa nuova sfida, ottenendo grandi consensi, e con il romanzo successivo intitolato "Assassinio nel Labirinto" introdusse la figura del protagonista della maggior parte delle sue opere nonché personaggio per eccellenza: Sir Clinton Driffield.

Quest'ultimo, a differenza di molti suoi colleghi letterari, è il capo della polizia di una contea immaginaria, spesso alle prese con casi che coinvolgono membri dell'aristocrazia terriera; uomo riservato e all'apparenza ordinario, ma capace di dare sfoggio di un'acuta intelligenza e uno spirito di osservazione con pochi pari, oltre che consapevole dei propri limiti (pp. 62-72, 76-80, 95-98, 103-104, 133-134, 137, 143-147, 151-152, 156, 161, 166, 183, 187, 195-196, 205-206, 209, 218). Nonostante fosse meno cordiale ad accattivante dell'altro personaggio ricorrente delle storie di Connington, l'avvocato Mark Brand apparso in "The Counselor" e "Four Defences", Sir Clinton riuscì a conquistare una vasta fetta di lettori di gialli, tanto che Stewart si ritrovò ad utilizzarlo fino a quando dovette ritirarsi dall'insegnamento a causa di alcuni problemi cardiaci e, dopo la pubblicazione di alcuni saggi raccolti in "Alias J.J. Connington", morì nel 1947. Questa cosa forse si può spiegare nel fatto che il personaggio fittizio assomigliava in qualche modo molto al suo creatore in carne ed ossa, il quale conservò sempre un punto di vista abbastanza pessimista e disincantato del mondo. Un atteggiamento che, nel personaggio, si può ritrovare nei romanzi più famosi in cui è protagonista, come "Il Caso con Nove Soluzioni", "Otto Innocenti e un Colpevole", "Le Tre Meduse", "Orme sulla Sabbia" e "The Eye in the Museum"; mentre nella figura di Stewart si riscontra nelle numerose sfide impegnative che affrontò nel corso della propria esistenza: ad esempio, la ragazza con cui era fidanzato a venticinque anni morì all'improvviso, pochi giorni prima delle nozze; più avanti, invece, dovette essere operato alle cataratte e rischiò di diventare cieco. Furono questi ostacoli, mescolati alla propria formazione scientifica, a indurire la sua visione del mondo e che lo indussero a tralasciare i sentimentalismi nei suoi romanzi gialli, dove sono altri gli aspetti a cui viene dato maggiore risalto.

Come dicevo sopra, infatti, sono i fatti ad occupare il ruolo principale nelle storie che Stewart inventava (come in "Assassinio nel Labirinto"). Gli indizi materiali, la freddezza e l'acume dello scienziato e dell'investigatore che ripone piena fiducia soltanto nelle sue dimostrazioni in laboratorio, la mancanza di un'empatia e di una comprensione per il colpevole, l'importanza data alla medicina e alle altre scienze pure (pp. 72-73, 75, 98-106, 115-117, 213-214, 282) sono solo alcuni degli aspetti tradizionali della sua narrativa. I personaggi, raffigurati come pedine su di una scacchiera, hanno poca personalità e sono prevalentemente gelidi e sgradevoli, ad accentuare ancora di più il carattere materiale dei suoi romanzi (basta pensare a Stenness e agli Shandon in "Assassinio nel Labirinto"). L'oscurità della pazzia viene messa contro la luce della ragione, unico strumento capace di scacciare le ombre del crimine e del delitto, e soltanto l'utilizzo di un metodo ragionato può condurre alla scoperta della verità. In ogni caso, tuttavia, ciò non deve far pensare che i romanzi gialli di Connington siano del tutto privi di elemento umano: esso è pur sempre ridotto rispetto ad altre opere, su questo non c'è dubbio; però ho riscontrato come l'interazione tra esseri viventi venga tenuta in grande considerazione dell'autore. A far colpo è soprattutto il rapporto instaurato tra il protagonista Sir Clinton e il suo amico Wendover. Questa è una strana coppia, differente dal solito duo "investigatore onnisciente-spalla"; in questo caso, infatti, lo Squire fa osservazioni che spesso possono rivelarsi utili in vista della soluzione finale, al contrario del solito Watson un po' ottuso (pp. 95-98, 108-109, 111-113, 127-131, 146-147...); e le sue teorie non sono affatto sciocche, tanto che qualche volta Driffield si spinge ad incoraggiarlo per arrivare alla soluzione e sembra sorpreso dall'acume del suo amico, come se si vergognasse di dover respingere le sue idee e fosse consapevole di non essere infallibile. Inoltre, i vivaci dialoghi tra i due sono divertenti e simpatici, e la relazione tra loro è uno degli aspetti migliori dei libri in cui essi sono presenti. La cosa vale anche in "Assassinio sul Labirinto", dove Clinton e Wendover giocano la partita su una sorta di piano quasi paritario ed "esclusivo", senza interruzioni da parte di altri personaggi, alla ricerca congiunta di un assassino astuto e diabolico.

In ogni caso, non bisogna trascurare il fatto che la polizia occupi una certa importanza all'interno della storia: i suoi metodi, la cosiddetta routine, viene brevemente descritta e aiuta Clinton nel suo compito, simile a uno strumento nelle capaci mani del capo della polizia (pp. 65, 68-72, 70-72, 76, 141-143, 149-150, 174-175, 247-248, 259). Strumento che però, sembra suggerire l'autore, può trasformarsi nelle mani di chi lo utilizza. Questa tendenza (di Stewart e quindi pure di Driffield) nel considerare la Giustizia di cui si è alfieri come qualcosa che può portare disagi a cui si potrebbe fare a meno, e che può essere perfezionata dall'individuo solitario, mette in luce ancora una volta quella visione che si stava facendo largo nel Detection Club e nella crime story della Golden Age, secondo cui la legge e il ruolo che essa gioca nello stabilire l'innocenza oppure la colpevolezza di un imputato si possa rivelare fallace. Si tratta di un discorso innovativo, se consideriamo che "Assassinio nel Labirinto" fu scritto nel 1927, il quale viene affrontato in modo ancora più forte per il semplice fatto che sia un capo della polizia a porsi delle domande sull'efficacia dell'organo di cui si fa strumento. Finché sono i dilettanti a ponderare sulla questione, è un conto; ma se a farlo è una tra le cariche più importanti delle forze dell'ordine, le considerazioni che ne scaturiscono hanno una forza doppia, perché mettono in mostra quanto siano labili le fondamenta su cui è stato costruito il sistema giudiziario. La storia e la conclusione di "Assassinio nel Labirinto", pertanto, rappresentano sì un tipico esempio di come la scienza e la ragione possano avere la meglio sul delitto, ma anche di come esse possano conferire fin troppi poteri all'uomo deciso a far rispettare la legge. Come trovare il giusto compromesso nell'esecuzione del proprio compito? Sir Clinton afferma di non avere alcun rimorso di coscienza per come tutto quanto si è risolto, dal momento che lui ha dato la possibilità al colpevole di arrendersi; eppure colpisce la sua freddezza nell'aver eseguito la funzione che la Giustizia pare avergli attribuito. In fondo, ha solo accelerato l'opera del boia. Penso che sia questo fascino oscuro, questo compromesso tra il thriller puro e il giallo deduttivo, ad aver permesso a Sir Clinton e all'opera di Connington di conquistare larga fama tra i lettori di romanzi gialli. In questo, come nel fatto che la tensione venga sfruttata per accrescere la potenza del racconto, Connington precedette i tempi, confermandosi uno dei giallisti più abili (e sottovalutati) della Golden Age.


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venerdì 21 agosto 2020

43 - "Il Caso della Zitella Acida" ("Poison in the Parish", 1935) di Milward Kennedy

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore

Il blog del critico Martin Edwards è il mezzo che preferisco per tenermi aggiornato sulla classica crime story, oltre ad essere tra quelli più interessanti in fatto di contenuti. Infatti, nei post che egli pubblica nel corso della settimana, spesso ho trovato molti spunti di riflessione non solo grazie ai suoi commenti a romanzi gialli dimenticati, ma anche attraverso le anticipazioni sui nuovi titoli in uscita per la British Library Crime Classics (che egli cura con mano esperta) e attraverso osservazioni più in generale sul genere letterario che tanto ci appassiona. Tra gli altri, ho salvato alcuni post redatti sotto forma di classifica, e mi piace consultarli quando vengono pubblicati nuovi titoli in italiano, per scoprire se nel nostro Paese siamo stati tanto fortunati da rivedere storie quasi scomparse in lingua originale. Una lista in particolare attira di tanto in tanto la mia attenzione (si trova a questo link): infatti, essa elenca alcuni tra i romanzi del mistero meno disponibili nel mercato dell'usato in lingua inglese, nonostante siano molto interessanti dal punto di vista del loro contenuto. Si tratta di racconti molto vari, che comprendono i sottogeneri più svariati e hanno la caratteristica di essere poco ortodossi, poiché trattano un dato argomento secondo un'ottica che al tempo dovette fare un certo scalpore. Non per niente, troviamo ad esempio "As for the Woman" di Francis Iles, il libro che decretò la fine della carriera di scrittore di Anthony Berkeley e attingeva alla condanna di Edith Thompson per costruire una trama un po' insolita; oppure "The Division Bell Mystery" di Ellen Wilkinson, ex-Primo Ministro laburista la quale infuse la propria esperienza al Governo per dare vita a questo intrigante racconto ambientato nelle sedi del potere inglesi. Per quanto riguarda le traduzioni italiane, in modo alquanto inaspettato dal momento che qui il genere giallo viene visto appena poco sopra ai romanzi rosa della serie Harmony, troviamo ben quattro titoli su dieci di questa classifica che sono (o sono stati per qualche tempo) disponibili: "Presagio di Morte" di Patrick Quentin, pubblicato da Mondadori diversi anni fa nelle sue collane da edicola; "Otto Innocenti e un Colpevole" di J.J. Connington, edito da Polillo; "Un Cappio al Collo per Archibald Mitfold" di Dorothy Bowers (non ancora disponibile, in realtà, ma in cantiere per i tipi di Le Assassine); e infine "Il Caso della Zitella Acida" di Milward Kennedy (Polillo Editore, 2017). Quest'oggi ho deciso di soffermarmi su quest'ultimo, cogliendo al balzo il fatto che esso sia ambientato in uno scenario tipico per chiunque voglia trascorrere qualche tempo a ricaricare le forze e impiegare al meglio le ferie a disposizione: il tipico villaggio di campagna inglese.

L'idea di vivere in un placido paesino, infatti, esercita da sempre una certa attrattiva nell'immaginario del cittadino medio: si sta in mezzo alla natura, lontano dal caos e dalla frenesia della metropoli, a contatto con gente semplice e alla mano. In periodo di vacanza come l'estate, dunque, sembrerebbe proprio che questi ameni posticini, dove tutti bene o male si conoscono e le giornate trascorrono in un placido dolce far niente, siano pieni di aspetti che dovrebbero indurre un turista a recarvisi. E non dico che le cose non stiano così, fino a un certo punto. Eppure, anche se non lo sembra, a volte tutto ciò può nascondere disagi nascosti e intime discordie. La noia e l'agognata mancanza di preoccupazioni possono diventare decisamente irritanti, se somministrate a dosi troppo generose, e ben presto l'inattività può spronare la fantasia a compiere voli fin troppo sfrenati: agli occhi del vacanziere (ma non solo) i vicini di casa, all'apparenza armati di buone intenzioni, si trasformano in gente invadente che desidera solo disturbare e impicciarsi di affari che non li riguarda, per poi lasciarsi andare al gossip sfrenato e malevolo al riparo delle loro piccole tane, con la candida scusa di ammazzare il tempo. In queste piccole collettività simili a famiglie allargate, tutti sanno e tutti si permettono di dire la propria, e questa vicinanza suscita tensioni sotterranee che scorrono in continuazione e toccano nervi scoperti che portano a scontri e discussioni. Non tutto è rose e fiori, in tali circostanze, e qualcosa ne sapevano anche gli scrittori di romanzi gialli classici, i quali elessero come scenario tradizionale dei loro casi proprio i villaggi remoti della campagna inglese, piccoli agglomerati di cottage, giardini curati e chiese, in cui a venire ammazzato non era unicamente qualcosa di intangibile come il tempo, ma spesso anche un essere umano in carne ed ossa. Milward Kennedy, in particolare, in qualche modo finì per specializzarsi nel "delitto del villaggio di campagna", nonostante si sia dedicato pure ad altri sottogeneri del giallo, come testimonia "Corpse Guards Parade": in "The Murderer of Sleep", ad esempio, ha narrato come uno straniero intento a remare lungo un fiume si sia imbattuto nel cadavere di un vicario, strangolato mentre sedeva sotto a un salice piangente vicino al cimitero del villaggio di Sleep; mentre in "Il Caso della Zitella Acida", sfruttando un tono molto cinico "alla Berkeley", ha descritto in modo innovativo come un avvelenamento da arsenico possa rivelare quanto sia ingannevole l'immagine del tranquillo paesino di campagna di Matchings, rispetto a quella reale di un covo di doppiezza e pettegolezzo in cui la giustizia può fallire la sua missione.

Duke of Hereford’s Knob, Baptist Chapel (Capel-y-ffin, Powys,
Wales), Eric Ravilious, 1938, raffigurante un villaggio simile a
Matchings
La trama è incentrata sull'esumazione del cadavere di un'anziana signora, Alice Tomlin, la quale è deceduta da sei mesi nel momento in cui inizia il nostro racconto. Il narratore, un invalido parziale di nome Francis Anthony, esprime fin da subito la propria sorpresa nell'aver appreso, nel corso del tempo, come un semplice pettegolezzo abbia portato alla decisione di tirare fuori dalla bara una donna che, a suo dire, era tanto odiata dalla gente dei dintorni da preferire che ella stesse ben lontana dalle luci della ribalta. Non aveva importanza che nell'invio del certificato di morte ci fosse stato un ritardo inusuale, né che si sospettasse qualcosa di strano nella sua morte: nessuno avrebbe dovuto sollevare scandali, questa è l'opinione diffusa. E invece, a causa di una domestica troppo chiacchierona e con una buona dose di rivalsa da scaricare sulla sua ex padrona, Miss Tomlin è stata riesumata e si è scoperto che ella è stata avvelenata con l'arsenico. Un grosso problema; anzi enorme e seccante, dal momento che i sospettati di questo crimine sono tutte persone amabili, le quali avrebbero avuto più di un buon motivo per fare fuori la vecchia arpia. Miss Figgis, la padrona della pensione in cui soggiornava la vittima, sarebbe stata soddisfatta di potersi liberare della seccatura e del peso morto che quest'ultima costituiva, nonostante fosse una cliente che pagava; Mrs Lewis, dipendente addetta alla sala da tè del locale e all'esaudire (a qualunque ora del giorno e della notte) le richieste di Miss Tomlin, avrebbe potuto abbandonare una volta per tutte le sciocche incombenze a cui la costringeva la morta, per dedicarsi a qualcosa di costruttivo per il suo futuro incerto. Per non parlare, poi, dei congiunti della vittima, i nipoti Bill e Jane, i quali dipendevano quasi completamente dalla buona stella dell'anziana signora, la quale amministrava il loro patrimonio e quello della sorella deceduta in attesa che giungessero alla maggiore età.

Francis non riesce a capacitarsi dell'ironia del destino: Miss Tomlin era morta e sepolta (in tutti quanti i sensi) e tutti stavano molto meglio senza di lei, mentre adesso la polizia deve indagare sul suo decesso violento. Ironia che si è abbattuta pure sullo stesso Anthony, il quale è stato interpellato nientemeno che dal capo della polizia del distretto, il colonnello Dawson, per affiancare le forze dell'ordine nella scoperta di una verità tanto scomoda per troppe persone. Il fatto di essere un consigliere comunale, un "pezzo grosso" del villaggio di Matchings, potrebbe indurre i sospettati tanto reticenti a lasciarsi andare con gli agenti a confessargli i loro pensieri più nascosti, sostiene Dawson. Quindi, perché non sfruttare tutte le risorse, tenendo conto pure il fatto che Francis è un intimo amico? Nonostante le perplessità e un carattere abbastanza scontroso, l'invalido si lascia incastrare e decide di dare il suo contributo alla causa, non fosse solo il fatto di poter scoprire elementi utili a stabilire come la morte di Miss Tomlin si possa spiegare come un incidente o un suicidio. Perché ciò che preoccupa il narratore, soprattutto, è il fatto che sua nipote Isabel si stia per fidanzare proprio con Bill Marlow. Sotto la maschera di misantropo, Anthony non può sopportare di veder diventare infelice la ragazza; pertanto, inizia le proprie indagini ufficiose... E ciò che scoprirà, sul conto dei principali sospettati, lo lascerà molto sorpreso. Soprattutto le informazioni raccolte riguardo il medico condotto che sostituiva il dottore di Matchings (e l'infermiera del distretto) apriranno scenari nuovi alle ipotesi di Francis, dove boccette di medicinale spariscono nel nulla e party di beneficenza assumono ruoli centrali nella soluzione del caso. E nella cattura di un assassino che riesce a celare le proprie tracce fin troppo bene, al punto da maledire la propria accortezza nell'aver distratto i sospetti da sé.

Harold Greenwood (1874-1929), l'avvocato
accusato di aver avvelenato la moglie
con l'arsenico a cui si è ispirato Kennedy
nella costruzione del caso

"Il Caso della Zitella Acida" si presenta come un normale giallo sulla variante del "delitto del villaggio di campagna". Dall'introduzione e dal riassunto qui sopra, penso che a prima vista si possa pensare che esso sia nella norma; nonostante abbia già accennato al fatto che il tono usato per descrivere le vicende si avvicini più a quello di Anthony Berkeley, dando così vita a qualcosa che si discosta dalle storie più compassate di Agatha Christie ambientate a St. Mary Mead, per fare un esempio. Addirittura, Dorothy L. Sayers disse in una sua recensione che questo assomiglia al "più placido e tranquillo tra tutti i romanzi gialli mai scritti": abbiamo una cerchia di personaggi abbastanza ristretta, con zitelle, parroci e dottori che suscitano il sospetto nel lettore; moventi che sbucano man mano che le informazioni vengono fornite, tra false piste e osservazioni innocue soltanto all'apparenza; il tratteggio di una società che rivela un profondo disagio interiore. Forse l'assenza di una gran quantità di indizi materiali, nonostante una fantomatica boccetta di medicinale, può conferire un motivo di spicco a "Il Caso della Zitella Acida"; ma si sa che i lettori di gialli classici preferiscono trovare enormità di orme, mozziconi di sigarette, scritte su muri e oggetti abbandonati dall'assassino, piuttosto che doversi basare soltanto sulla psicologia degli attori sulla scena. Insomma, di facciata ci troviamo di fronte a una vicenda che non si discosta molto dalle tante altre sul tema. Eppure, le cose stanno davvero così? Se ciò che appare in superficie corrispondesse al contenuto, forse potremmo restarne delusi; cosa che tra l'altro è accaduta ad alcune persone che conosco, le quali si sono limitate a dare un giudizio alla storia. In effetti, essa può lasciare spiazzati, dal momento che riprende un elemento dell'enigma che è stato usato in un altro romanzo ben più celebre, dove tale aspetto ha dato frutti migliori. Per non parlare dello stile di Kennedy, il quale non è sempre chiaro e lineare. Ma "Il Caso della Zitella Acida" è da bocciare? Per quanto mi riguarda, affatto: trovo che nelle profondità del racconto, nonostante alcuni difetti sul piano dell'esposizione del caso, si celino elementi intriganti e affascinanti, i quali ci permettono di farci un'idea ben precisa di cosa volesse trasmettere l'autore con questo mistero, e affrontano questioni spinose con un certo acume.

Al di là di alcuni cliché, infatti, in questo romanzo giallo troviamo moltissimi cenni ad argomenti e casi reali che tennero e ancora oggi tengono con il fiato sospeso. Lasciando per un momento da parte tutto il resto, basta concentrarsi sullo sfruttamento da parte dell'autore di alcuni celebri processi per la costruzione della propria trama, per capire come ci troviamo davanti a un giallo in cui, al di là delle apparenze, niente è azzardato; anzi, ogni cosa è stata calcolata nei più piccoli dettagli. Due sono le fonti a cui Kennedy attinse per la creazione di "Il Caso della Zitella Acida": il caso Greenwood e il caso Hearn. Il primo riguarda la vicenda di un avvocato di terz'ordine di nome Harlod Greenwood, il quale venne accusato di aver avvelenato la moglie con l'arsenico. In breve, i fatti: nel giugno del 1919, la donna accusò forti dolori allo stomaco dopo aver mangiato della torta all'uva spina, tanto che il marito si vide costretto a chiamare prima un dottore, il quale fornì debiti farmaci per far fronte alla crisi, e poi l'infermiera del distretto. Nonostante ciò, tuttavia, il giorno seguente allo sconcertato medico venne comunicato come la signora Greenwood fosse deceduta, anche se la sera prima lei gli era parsa stare meglio, ed egli (dopo un esame superficiale delle spoglie) compilò un certificato di morte in cui la causa del decesso venne certificata come conseguente a una malattia cardiaca (ella infatti era sempre stata un po' debole e negli ultimi tempi era peggiorata). Fin qui, la faccenda sembrerebbe non sollevare alcun sospetto; se non fosse che, appena pochi mesi dopo, Greenwood sposò una donna molto più giovane, suscitando così il pettegolezzo locale. La forza di quest'ultimo, mescolato ad alcuni commenti che l'infermiera aveva fatto al vicario, raggiunse una tale portata che la polizia si vide costretta a far riesumare il cadavere per compiere i dovuti accertamenti del caso... scoprendo che il corpo della donna era pieno di arsenico. Il fatto che Greenwood avesse acquistato del diserbante contenente il veleno incriminato portò dunque a un'inchiesta, il cui risultato fu l'accusa all'avvocato di aver deliberatamente assassinato la moglie e l'arresto, in attesa di essere processato in un tribunale di suoi pari. Eppure, la realtà si dimostrò ben più complicata di quanto non fosse a prima vista: venne fuori che il medico aveva dato alla signora Greenwood alcuni farmaci che avrebbero potuto ucciderla, se presi in dosi errate; che l'infermiera non era capace di spiegare come una boccetta di medicinale fosse misteriosamente scomparsa; e che la testimonianza chiave della cameriera era stata influenzata. La difesa, quindi, sostenne la tesi della malevolenza del pettegolezzo locale e dell'innocenza dell'imputato; adducendo come prova conclusiva il racconto della figlia di Greenwood, secondo cui ella aveva bevuto il vino dalla stessa bottiglia che era stata offerta alla madre (la fonte del veleno, secondo l'accusa). Il verdetto, pertanto, fu di non colpevolezza perché il delitto, benché dimostrato nei fatti da alcuni atteggiamenti sospetti da parte dell'accusato, non poteva essere addossato a Greenwood con certezza. (Se foste curiosi di conoscere i dettagli dell'inchiesta, potere consultare questa pagina dettagliata).

Confrontando la trama di "Il Caso della Zitella Acida" e questo processo, penso che vi sarete accorti benissimo dell'incredibile e strabiliante somiglianza tra l'indagine fittizia di Kennedy e il caso Greenwood. Ma basta aggiungere qualche elemento del caso Hearn per capire come l'intera vicenda di Matchings sia stata modellata sulla realtà. Infatti, dalla storia del processo ad Annie Hearn possiamo ricavare altri elementi a noi familiari. La ragazza, la quale visse per un periodo con la sorella (poi deceduta in seguito a problemi di stomaco), si dovette infatti trasferire nel Devon per accudire un'anziana zia, la quale prontamente morì lasciandole tutto il suo denaro. Inoltre, non soddisfatta della propria fortuna nell'aver ereditato un sacco di soldi ed essere libera di fare ciò che credeva meglio, Annie si innamorò di un un vicino di casa già sposato. La moglie del signor William Thomas, pertanto, non ci mise molto a morire a causa di un panino avariato, preparato in precedenza dalla stessa signorina Hearn. Curiosamente, la faccenda si svolse più o meno come nel caso Greenwood, con tanto di processo a carico della ragazza, suscitato dal pettegolezzo locale. Ella, tuttavia, riuscì ad eludere le forze dell'ordine per qualche tempo, fuggendo e facendo perdere le proprie tracce, prima di essere imprigionata e portata in tribunale. A suo carico, furono messi i capi d'accusa riguardo l'assassinio della sorella, della zia e della vicina di casa: tutte erano decedute in modo misterioso, secondo l'accusa, e le prove puntavano tutte in una direzione, e cioé contro Annie. Eppure, ancora una volta, la giuria non riuscì a farsi convincere ed emise un verdetto di innocenza, adducendo come causa della morte della signora Thomas un'intossicazione alimentare. In questo modo, Annie fu rilasciata e sparì dalla circolazione, mentre i sospetti si spostavano sul signor Thomas; ma alla fine non se ne fece niente e il decesso di sua moglie venne archiviato. (Ancora una volta, se siete interessati ai dettagli, potete consultare questa pagina sull'inchiesta).

Annie Hearn (1895-1949), la donna processata
per l'avvelenamento della sorella, la zia e la vicina
di casa con l'arsenico, alla quale Kennedy si ispirò
per la costruzione del caso

Tirando le somme, cosa possiamo ricavare dall'analisi di questi due processi? Innanzitutto, che "Il Caso della Zitella Acida" può essere sì un po' scadente nell'esposizione dell'indagine, ma senza dubbio riesce a mettere insieme gli elementi dei casi Greenwood e Hearn in modo mirabile, come solo gli autori della Golden Age, tanto appassionati di true crime, avrebbero potuto fare (nonostante Kennedy avesse la brutta abitudine di spingersi sempre troppo in là nel riportare fedelmente i processi, come dimostrano la causa del diffamazione che dovette affrontare per "Death to the Rescue" e la rigidità stilistica del romanzo recensito oggi). Come avrete immaginato, le premesse del mistero sono molto simili (per non dire le stesse); ma questo non significa che i risultati siano quelli che vennero emessi dalle giurie reali. Conoscere questi casi non inficerà la sorpresa della scoperta della verità nel romanzo di Kennedy; anzi, aiuterà ad entrare nei meccanismi complessi dell'inchiesta di Francis e potrà addirittura aprire nuovi scenari nella mente del lettore. Perciò, già questo fatto, a mio parere, rende pregevole "Il Caso della Zitella Acida". In secondo luogo, tuttavia, possiamo cogliere pure qualcosa che va oltre la semplice esposizione delle vicende. Nel suo libro, l'autore sfrutta i casi Greenwood e Hearn per compiere un'azione molto simile a quella di uno tra i suoi più grandi amici, Anthony Berkeley, il quale lui ammirava molto: mette in scena, infatti, una feroce critica alla giustizia e al senso della verità che si manifesta attraverso il sentimento (dis)umano degli individui. A discapito degli indizi materiali, ciò che interessò Berkeley e Kennedy furono la psicologia e ciò che si cela dietro la maschera della rispettabilità: quel groviglio di passioni ed emozioni che riesce a dare vita non solo al mistero sulla carta, ma ad evocare in tre dimensioni la figura dell'assassino. Gli effetti della colpa, come essa agisce nella coscienza, cosa spinge un essere umano a diventare un mostro hanno affascinato schiere di giallisti del Novecento, spingendoli ad escogitare nuove forme per esprimere la follia del colpevole, attingendo a volte, come si è visto, da omicidi reali ed interpretandoli a modo loro. Kennedy, su esempio di Berkeley, interpretò la lezione di "L'Omicidio è un Affare Serio" e "Il Sospetto" concentrando la propria attenzione sull'individuo come tassello del puzzle, e attraverso esso capì come fosse possibile mandare un messaggio forte e chiaro, per accusare con tono sarcastico e cinico alcuni comportamenti erronei e controversi della natura umana e della società che ne è espressione.

Oltre alla questione sulla giustizia, in "Il Caso della Zitella Acida" l'autore riuscì a rappresentare al meglio come l'insieme degli uomini e delle donne sia composto, in una concezione estremamente misantropa, da individui maligni e fondamentalmente cattivi. Secondo quanto emerge dalle vicende ambientate a Matchings, non solo l'uccisione di Miss Tomlin denota un forte disagio nella mente dell'assassino (soprattutto se consideriamo il movente per cui si è dovuta rendere necessaria la sua eliminazione), ma anche nella trattazione dell'inchiesta emerge quanto sia sbagliato il comportamento della gente. La vittima, che non si poteva certo considerare come una persona benvoluta e affabile, non viene lasciata riposare in (relativa) pace, poiché la malevolenza del popolino ha sollevato uno scandalo che procurerà dispiaceri e fastidi a chiunque ne venga toccato. Non c'è riguardo per chi sarà sospettato di aver compiuto crimini orrendi; la gente se ne infischia di quale questione spinosa potrebbe sollevare il proprio comportamento (pp. 9-10, 20-21, 25, 27, 51, 74, 95, 115). Questo rimestare nel torbido con morbosità è un carattere che si è trasmesso fino ai giorni nostri (basta pensare alla tragedia di cui tutti, nel bene e nel male, abbiamo discusso queste settimana), e sembra proprio che agli inizi del Novecento ciò fosse già una pratica diffusa: pensate, il pettegolezzo, sia nel caso fittizio di Matchings, sia nei casi reali di Greenwood e Hearn, è stato talmente forte e insistente da convincere la polizia a prendere in mano la faccenda, pur di spegnere le chiacchiere. Ciò fa riflettere sul potere intrinseco dell'opinione pubblica, la quale può diventare uno strumento pericoloso nelle mani di individui senza scrupoli (come in "La Morte Cammina per Eastrepps") o di gente incapace di controllarla; e penso che questo sia un valore aggiunto alla qualità di "Il Caso della Zitella Acida", da molti sottovalutato.

Milward Rodon Kennedy Burge, nato
nel 1894 e morto nel 1968

Con un risvolto amaramente ironico, lo stesso Milward Rodon Kennedy Burge si trovò a dover far fronte agli strani giochi del Destino, il quale lo condannò ad assaggiare la stessa medicina che lui somministrò coi suoi romanzi sarcastici. Nato nel 1894, egli studiò al Winchester College e al New College di Oxford, prima di servire nel Military Intelligence Directorate of the War Office e ottenere una Croce di Guerra. In seguito, lavorò al Cairo per il Ministero delle Finanze e a Ginevra per l'International Labour Office; organizzazione per la quale diresse per qualche tempo la sede londinese fino al 1945, con una sola pausa per recarsi ad Ottawa al Servizio Informazioni Militari. Nel frattempo, a partire dal 1928, su esempio di altri illustri colleghi come John Rhode, Christopher Bush e Henry Wade, aveva iniziato a perseguire la carriera di giallista e ad interessarsi alle pratiche giuridiche (cosa che gli tornò utile quando, nel secondo dopoguerra, curò il repertorio giuridico dell'"Empire Digest"), pubblicando un romanzo che fondeva avventura e mistero scritto assieme a Neil Gordon, pseudonimo dello scrittore scozzese A.G. MacDonell, anch'esso appassionato di letteratura crime. "Il Mistero del Diario", tuttavia, recò in definitiva solo il suo nome sulla copertina. Ad esso, fecero seguito altri diciannove romanzi di genere, alcuni scritti sotto pseudonimo (Evelyn Elder, E. Grubb, Gasko), tra i quali vanno ricordati "The Murderer of Sleep", "Murder in Black and White" (il quale figura sotto la produzione di Elder e ha una struttura quadripartita, con tanto di sfida al lettore e una serie di immagini sul genere di "The Norwich Victims" di Francis Beeding), "Bull's Eye" e "Corpse in Cold Storage", questi ultimi due incentrati sulla figura di Sir George Bull, un investigatore privato di origini aristocratiche. I più importanti in assoluto, tuttavia, furono quei tre che ebbero in qualche modo a che fare con la disavventura che mise fine alla sua carriera di giallista: "Il Caso della Zitella Acida", "Il Capanno sulla Spiaggia" e "Death to the Rescue", dedicato ad Anthony Berkeley.

A causa di quest'ultimo romanzo, infatti, nel 1937 Kennedy venne citato in giudizio e processato per diffamazione. Ho già accennato al fatto che l'autore fosse fin troppo puntiglioso nel riportare nella finzione casi reali; ebbene, in questa occasione Philip Yale Drew, processato per omicidio, assolto e rovinato per il resto della propria vita dall'accusa che continuava a pendere sulla sua testa, lamentò con tanta forza il fatto che l'assassino di "Death to the Rescue" gli assomigliasse fin troppo, al punto da recare un danno alla propria immagine, che l'audacia dell'autore risultò andare troppo oltre. A nulla valsero le scuse di Kennedy e l'editore Gollancz: lo scrittore perse la causa, e ciò risultò in un duro colpo alla propria vena creativa, la quale si estinse ben presto (non dopo una certa rivalsa grazie a "Il Capanno sulla Spiaggia") e lo costrinse a un graduale abbandono delle scene, fino alla morte avvenuta nel 1968. Per quell'anno, tuttavia, lui era riuscito a lasciare un'eredità importante nel campo della letteratura del mistero: sia per conto proprio, come recensore per il "Sunday Times", sia quale membro del Detection Club (basta notare le numerose citazioni che ha fatto in "Il Caso della Zitella Acida" per capire come fosse molto legato a quest'ultimo, pp. 19, 85, 115). Kennedy, infatti, fu il più giovane membro maschile a partecipare alla fondazione dell'associazione; fu giudice nelle iscrizioni che i lettori inviarono per gareggiare nella scoperta della soluzione di "Il Paravento"; contribuì alla creazione di "L'Ammiraglio alla Deriva" e "Chi è il Colpevole?", i romanzi collettivi scritti coi colleghi del Club; scrisse un testo per "Great Unsolved Crimes", una raccolta di saggi che riesaminavano casi reali assieme ai suoi compagni; fu una delle tredici persone che parteciparono al "Trent Dinner", l'occasione che festeggiò il ritorno sulle scene del protagonista dell'innovativo "La Vedova del Miliardario" di E.C. Bentley. Oltre tutto, Kennedy è riuscito ad affrontare la sfida di autore di romanzi del mistero in modo da innovare il genere; non ai livelli di illustri colleghi come Sayers, Christie e Berkeley, ma sviluppando nuove idee che lasciano tutt'oggi sorpresi. L'immagine che ci resta di lui, un tipo dall'aspetto serio e occhialuto, può trarre in inganno: in realtà fu determinato, audace e dedicò molte energie sulla riflessione dello sviluppo migliore del genere giallo.

Launceston Guildhall, folla in attesa di Annie Hearn fuori dal
tribunale, nel febbraio 1931
Nelle dediche ai suoi romanzi più famosi, "Death to the Rescue" e "Il Caso della Zitella Acida", fece riferimento alle conversazioni che ebbe con Berkeley e Sayers, sfidandoli a trovare una via per portare il mystery su un nuovo piano, e non risparmiò critiche ai detrattori. Lui stesso si impegnò nell'introdurre elementi di rottura col passato nei propri libri, come testimonia il romanzo che ho recensito oggi: in esso, gli elementi più classici della fiction del giallo non vengono esaltati (penso all'ambientazione oppure al mistero inteso in modo tradizionale) per dare più importanza a una storia dove a dominare è la psicologia e gli aspetti derivati dal caso. Sono i moventi, la rispettabilità e un forte senso di doppiezza e segretezza che orchestrano le vicende dell'inchiesta sulla morte di Miss Tomlin. Nella dedica, Kennedy osserva che questa volta vuole dare vita a un racconto in cui i personaggi siano tutti affabili e simpatici: e in qualche modo ci riesce, dal momento che tutti sono raffigurati come vittime di un sistema malato (anche il narratone, nonostante sia un po' misantropo). Eppure, man mano che la storia si snoda davanti ai nostri occhi, ci rendiamo conto di come sul fondo si stagli su di loro sempre più un'ombra di sospetto. Francis Anthony, chiamato così in omaggio al suo grande amico Berkeley, vuole dare l'impressione di essere uno scorbutico snob e arrivista, ma nasconde nel proprio cuore un affetto sincero per la nipote e le persone che gli sono vicine (pp. 10-12, 28-34, 37-38, 46, 68, 79, 99-100, 111, 116, 118-119, 121, 124, 128-133, 139, 144-144, 156, 187); il colonnello Dawson, dietro alla maschera da signorotto, sembra voler approfittare dell'amicizia con l'invalido per agevolare il compito dei propri sottoposti (pp. 22-25, 137-140, 206-208); Cole agisce insistendo per conoscere le novità da Francis, ma non vuole condividere ciò che sa lui sul caso (pp. 50-53, 117-121, 124-125); il parroco Orde "predica bene e razzola male" (pp. 40-45, 199); il dottor Pope (pp. 72-76) sostiene di voler essere imparziale, ma intanto lancia accuse velate contro il collega Forbes, dipinto come un miserabile non esente da colpe (pp. 52, 56-57, 62-66, 194-195); le signore Figgis (pp. 99-106, 164-170, 201-203), Lewis (pp. 108-111, 150-151, 218-222) e Jane Marlow (pp. 188, 225-240) serbano emozioni contrastanti verso la vittima e pertanto dividono il giudizio che il lettore si fa su di loro. Ogni personaggio indica in qualche modo come la società non sia esente da cattiveria e malignità pure negli individui vittime di soprusi, suscitando la questione se sia lecito che i miserabili si prendano una rivincita su chi li vessa; oppure se l'essere umano sia in grado di giudicare con imparzialità e rigore.

Un altro tema affrontato in "Il Caso della Zitella Acida", infatti, è quello riguardante la giustizia e la sua fallibilità (pp. 241-243, 246-247, 249-258). Nella classica crime story, questo problema è stato sollevato in moltissimi modi differenti: riguardo quella che l'investigatore può elargire a propria discrezione; quella che i giurati possono esprimere, nel bene e nel male, nel loro ruolo delicato durante un processo che porterà alla forca; sulla fallibilità degli avvocati nell'esercizio delle proprie mansioni. Tra gli altri, a partire dagli anni della Seconda Guerra Mondiale, è stato discusso se esista il cosiddetto "delitto altruistico"; ovvero, la soppressione di individui che danneggiano la società e senza i quali, in sintesi, si starebbe molto meglio. In fondo, chi non vorrebbe aver visto Mussolini appeso, prima che potesse fare danni? Tuttavia, restava sempre il dilemma su quale fosse l'organo adatto a prendere decisioni serie sul diritto di vita e di morte. Alcuni giallisti ebbero una cieca fiducia nel fatto che i tribunali potessero assolvere al compito designato; altri, come Kennedy e Berkeley, capirono che a volte le cose non stavano proprio così. L'autore di "Death to the Rescue" scoprì a proprie spese come i fatti potessero essere fraintesi; cosa che forse esacerbò definitivamente la poca fiducia che aveva nella legge, già messa a dura prova dalla sua esperienza in uffici governativi e corridoi del potere inermi contro la minaccia del fascismo (come illustra il giallo "Sic Transit Gloria"). Il risultato di tutto ciò portò Kennedy ad avvicinarsi all'ottica sarcastica di Berkeley, il quale sfruttò il cinismo per mettere in ridicolo l'incapacità della giustizia nell'assolvere al proprio ruolo e i paradossi al suo interno che possono condannare gli innocenti a pagare prezzi altissimi: il tono usato in "Il Caso della Zitella Acida" mostra molto bene questo punto di vista (pp. 119, 172-173). Ma non è solo l'ironia, pure l'enigma del romanzo tende a dimostrare come la giustizia, esercitata o meno con fini positivi, da un singolo individuo oppure da un tribunale intero, sia guidata da una forza fatale governata dal Destino. In una sorta di omaggio all'opera di Iles/Berkeley, Kennedy diede vita a un mistero dai risvolti inaspettati, sebbene abbia sfruttato un elemento già visto, per far riflettere il lettore se esista una sorta di benevola coscienza, oppure tutti noi siamo governati dal Destino. Questioni intriganti, con parziali risposte altrettanto affascinanti per i miei gusti: insomma, sono stato molto soddisfatto del risultato degli sforzi dell'autore, nonostante non riesca a dare un voto pieno a causa delle piccole mancanze sul piano più tradizionale della storia. Kennedy non è Berkeley, e i risultati sono impietosi in questo senso; però ebbe buone idee e un grande coraggio nel perseguirle. Se solo non avesse esagerato, forse avrebbe potuto continuare su questa strada; ma probabilmente era solo questione di tempo, prima che venisse punito per la troppa audacia.


Link a Il caso della zitella acida su Libraccio

Link all'edizione italiana su Amazon

venerdì 14 agosto 2020

42 - "La Morte Cammina per Eastrepps" ("Death Walks in Eastrepps", 1931) di Francis Beeding

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore

All'interno della crime story in generale, classica o contemporanea che essa sia, il sottogenere del giallo sul serial killing (ovvero sull'uccisione indiscriminata di persone in rapida successione) è forse uno tra i più battuti dagli scrittori di genere. Soprattutto se applicato al thriller, come è accaduto negli ultimi tempi, esso viene declinato in innumerevoli forme, nonostante la qualità dell'enigma si sia via via sempre più concentrata sugli aspetti deviati della psicologia dell'assassino, tralasciando l'elemento del fair play e una costruzione di indizi a portata del lettore atta a permettergli di scoprire la verità per conto suo. In ogni caso, al pubblico di appassionati questa mancanza (tanto grave per i fan del romanzo del mistero tradizionale e i puristi del rompicapo) pare non preoccupare più di tanto, vista la mole di carta stampata che viene pubblicata al giorno d'oggi a riguardo; forse ciò sarà in parte dovuto alla mera fantasia degli autori, ma sono convinto che loro non sarebbero tanto prolifici se i lettori si fossero stufati di divorare le loro opere. Il giallo del serial killer, quindi, al giorno d'oggi gode di una grande popolarità che non smette di sorprendere e non accenna a diminuire; e ciò fa ancora più specie se si considera che questo tipo di romanzo ha origini ben più datate di quanto si possa pensare. Infatti, come riporta Martin Edwards nel suo "The Story of Classic Crime in 100 Books", la letteratura fittizia ha iniziato ad occuparsi delle uccisioni in massa e indiscriminate ben prima dell'avvento della Golden Age. Addirittura prima dei delitti di Whitechapel, nonostante siamo ormai abituati ad affiancare la figura di Jack lo Squartatore a quella del primo individuo che si sia prodigato nel compiere crimini efferati e azioni delittuose in sequenza, il serial killer era una creatura conosciuta; anche se non veniva certo definito in questo modo.

Sempre secondo l'ottima guida di Edwards (che vi consiglio di recuperare, assieme a "The Golden Age of Murder"), era infatti già celebre la serie di assassinii di Ratcliffe Highway, nel corso della quale vennero attaccate due famiglie separate e trovarono la morte ben sette persone; tanto che questa fornì l'ispirazione a Thomas de Quincey per il suo "L'Omicidio come una delle Belle Arti". Inoltre, apparteneva alla storia fin dalla metà del diciannovesimo secolo pure l'audace serie di delitti perpetrati da William Palmer, la quale venne citata in esempi di letteratura del mistero quali il racconto "La Banda Maculata" di Arthur Conan Doyle e "Bellona Club" di Dorothy L. Sayers, e fornì alcuni aspetti peculiari del caso in "Il Sospetto" di Francis Iles e "Murderer at Large" di Donald Henderson. Nonostante ciò, tuttavia, furono gli omicidi dello Squartatore a catturare l'attenzione della fiction letteraria, dal momento che posero per la prima volta la questione sul fatto se la psicologia dell'omicida fosse del tutto preda di istinti selvaggi, oppure fosse essa governata da un movente razionale che si sposasse in qualche modo con la brutalità delle uccisioni. Fu questo aspetto del caso che fornì l'ispirazione agli autori della Golden Age (e ad alcuni giallisti d'oltreoceano, come Ellery Queen e Patrick Quentin) per immaginare una declinazione dell'indagine su un pazzo adatta alle loro storie; e il risultato fu che effettivamente qualcosa poteva nascere da una simile riflessione, tanto che in molti riuscirono a dare vita a storie spettacolari, pur senza rovinare la sorpresa del lettore con l'indicazione di un un assassino palese. Tra gli altri, visto che siamo in tempo di vacanze, oggi voglio concentrarmi su "La Morte Cammina per Eastrepps" di Francis Beeding (Polillo Editore, 2005), un romanzo che tratta una storia di questo tipo ma non si limita a fare ciò. Oltre al terrore serpeggiante nella cittadina sul mare che si ritrova preda di un maniaco omicida, all'atmosfera di tensione e di sospetto che grava sui personaggi del caso e alla sensazione che tutti covino sentimenti poco lusinghieri, è la questione sulla pazzia e su come essa viene trattata dal prossimo ad occupare il fulcro delle vicende; oltre a una pungente critica alla giustizia che non riesce sempre a svolgere il compito che le viene assegnato, a causa dell'influenza del sentimento nel rigido scorrere dei propri ingranaggi.

Bathing Machines, Aldeburgh (Suffolk), Eric Ravilious, 1938,
il quale potrebbe raffigurare la spiaggia di Eastrepps in seguito
al fuggi fuggi generale suscitato dal Mostro

La trama si apre con una scena alla stazione di Fenchurch Street, a Londra. Il signor Robert Eldridge, direttore di una società londinese, siede in uno scompartimento da solo e sta recandosi in tutta segretezza fino ad Eastrepps, una cittadina sul Mare del Nord, dove conta di trascorrere la consueta serata del mercoledì con la sua amante, Margaret Withers. Finché la donna non riuscirà ad ottenere l'affidamento della figlioletta e il divorzio alle proprie condizioni (cosa che, se ella si è resa colpevole di adulterio, non è possibile nell'Inghilterra del tempo), i due innamorati devono mantenere tutti all'oscuro delle loro manovre per vedersi; pertanto, Eldridge ha elaborato un complicato piano che prevede la sua permanenza in città un solo giorno, invece che due, e la costruzione di un alibi fasullo che metta a tacere le chiacchiere dei compaesani di Margaret. Ormai sono sei mesi che la faccenda si protrae, e tutto pare andare per il meglio; una bella soddisfazione per l'uomo, il quale ha trascorso molti anni lontano dall'Europa a causa di una bancarotta fraudolenta, per la quale non ha mai scontato alcuna condanna e molti personaggi di Eastrepps hanno patito delusioni e ingenti perdite di denaro. Eppure, il rapporto tra Eldridge e Margaret è destinato a subire più di uno scossone: infatti il cugino della donna, Dick, ha scoperto la tresca tra i due e intende ricattarli, sia per racimolare facilmente più denaro possibile senza faticare, sia per riportare accanto a sé la donna di cui è innamorato da sempre.

Ma non è finita qui; la sera in cui Eldridge si reca a Eastrepps in incognito, la signorina Mary Hewitt viene assassinata in un boschetto poco lontano dalla casa di Margaret. La scoperta del cadavere, il mattino seguente, getta la cittadina nel terrore e i poliziotti del posto, l'ispettore Protheroe e il sergente Ruddock, nel panico più totale, dal momento che fattacci del genere accadono piuttosto di rado da quelle parti. La poveretta non aveva nemici; quindi deve trattarsi di un assassinio dovuto a un pazzo, pensano i concittadini della vittima, a partire dalla gentile signora Dampier, che nelle sere d'estate siede sempre nel suo giardino. Così, ognuno fa la propria parte per dare una mano nelle indagini; persino il baronetto Alistair Rockingham, affetto da un fortissimo esaurimento nervoso, non vede il motivo per cui qualcuno dovrebbe sottrarsi al fare il proprio dovere; soprattutto se ciò gli permette di mettersi in bella mostra col gentil sesso. Peccato che la situazione degeneri ben presto: alla signorina Hewitt, succederanno una seconda vittima, e una terza, e una quarta, e una quinta; tutte legate tra loro dal fatto di essere state truffate da Robert Eldridge... Finché la situazione diventa insostenibile e la gente si rinchiude in casa, mentre i turisti accorsi ad Eastrepps fuggono a gambe levate e una ronda pattuglia le strade. Solo i giornalisti assediano ancora la cittadina, alla ricerca di un Mostro che pare imprendibile anche da Scotland Yard, impersonata dall'ispettore Wilkins. Riuscirà la polizia ad arrestare il colpevole, o consegnerà alla corte un innocente e lo farà impiccare per colpe che non ha commesso?

Pianta di Norwich Road, Eastrepps, dove si trova la casa in affitto del
baronetto Alistair Rockingham

C'è qualcosa di magnetico nelle storie con i serial killer; meglio ancora se contenute in romanzi appartenenti alla tradizione classica. Esse sono capaci di avvincere chi legge e permettono di entrare nella mente dell'assassino per scoprire perché senta l'impulso di uccidere la gente secondo uno schema preciso. "La Morte Cammina per Eastrepps" non è stato il primo giallo di questo tipo che ho letto; nel mio caso, prima sono venuti "I Delitti di Praed Street" di John Rhode e "La Morte è Impazzita" di Philip MacDonald. Eppure è stato il romanzo di Beeding a restarmi più impresso tra questi tre, a causa della questione principale che esso ha sviluppato. Infatti, se nel caso di Rhode l'elemento dominante della trama era dato dai metodi con cui gli omicidi venivano perpetrati (oltre che dalla presenza di un gettone d'osso sulle vittime, usato come marchio dell'assassino, primo esempio di questo tipo in assoluto nell'immaginario del crimine) e in quello di MacDonald, curiosamente dello stesso 1931 di "La Morte Cammina per Eastrepps" ma molto diverso nel risultato, si trattava di una partita personale del colpevole contro la polizia e l'ordine costituito, continuamente messi alla prova e sfidati per il gusto del rischio, oltre che ridicolizzati; nel romanzo di Beeding invece la faccenda viene trattata in modo differente, soffermandosi soprattutto su come un assassino seriale possa essere mosso da una pazzia fino a un certo punto lucida, insospettabile a prima vista, e capace di dare vita a un piano diabolico per incastrare gli innocenti. In questo ultimo caso, a cui appartiene non solo il romanzo che recensisco oggi, ma pure "Delitti di Seta" di Anthony Berkeley, "L'Enigma dell'Alfiere" di S.S. Van Dine, "Il Gatto dalle Molte Code" di Ellery Queen, "Presagio di Morte" di Patrick Quentin e il celeberrimo "Dieci Piccoli Indiani" di Agatha Christie, è la psicologia dell'individuo a farla da padrone nello sviluppo della trama; quell'affascinante e terrificante insieme di impulsi ed emozioni che si palesano nel colpevole solo di tanto in tanto, al momento delle uccisioni, per poi tornare a nascondersi dietro la maschera, in attesa della prossima vittima.

Vittima che, bisogna precisare, all'interno del romanzo giallo classico non viene (quasi) mai scelta a caso, senza un fine preciso. A parte in un caso, infatti, mi sono sempre imbattuto in indagini che poi hanno portato alla scoperta di un assassino il cui movente poteva trovare una logica spiegazione. Pertanto, gli autori della Golden Age del giallo riuscirono a trasportare storie di ordinaria e sconclusionata follia all'interno di schemi in cui le azioni dei loro colpevoli psicopatici potevano essere spiegate; e lo fecero attraverso due strade: semplicemente nascondendo la pazzia dei malvagi sotto un'apparenza di civiltà, oppure dando a questi ultimi un movente abbastanza razionale da mettere in primo piano l'intelligenza necessaria alla riuscita del piano, piuttosto che la confusione di una mente stravolta dal delirio. Qualcosa del genere trova una chiara applicazione in "La Morte Cammina per Eastrepps", dove la pura Follia trova un'applicazione insospettabile e letale non soltanto grazie al proprio operato, ma addirittura sfruttando la Giustizia che avrebbe il compito di limitarla e condannarla. Si tratta di un discorso molto complicato, ma che trovo affascinante nel risultato che scaturisce dal romanzo di Beeding. In esso, infatti, a prima vista parrebbe che l'operato del Mostro di Eastrepps sia dettato da un arbitrio senza senso, dove l'importante è trovare una vittima qualunque per soddisfare la propria sete di morte e sangue. Non sembrerebbe esistere alcun legame tra i morti, nonostante ci venga suggerito nel sottotesto che essi un tempo sono stati truffati da Robert Eldridge alias Selby; però noi abbiamo letto come questi si sia recato a casa di Margaret, mentre la povera signorina Hewitt è stata brutalmente uccisa nel boschetto di Coatt, e pertanto lo escludiamo dai sospettati. In sintesi, insomma, il colpevole dovrebbe agire secondo un movente inconsistente ai fini dell'indagine classica, la sua "serie infernale" (per citare un romanzo su questo genere di Christie) è basata su uno schema in cui regna il caos e il cui fine non trova alcuna spiegazione logica. Tuttavia, come in un romanzi giallo classico che si rispetti, nella realtà dei fatti le cose non rispecchiano le apparenze: scopriamo infatti che la serie dei delitti ha uno scopo ben preciso, nasconde una motivazione più diabolica e sottile di quanto immaginassimo in un primo momento.

Certo, esiste pur sempre un fondo di sfida aperta con le forze dell'ordine costituito; ma non nel senso che uno potrebbe intendere fin dall'inizio. C'è un metodo terrificante nelle azioni dell'assassino, che contrasta con il concetto del serial killer a cui uno potrebbe essere abituato: non solo il movente trova una spiegazione simil-razionale al momento della spiegazione/confessione finale, tanto agghiacciante nella sua freddezza quanto comprensibile sotto alcuni aspetti, ma pure la scelta delle vittime mette in luce quanto possa essere lucida la pazzia, nonostante essa resti maligna e diabolica (pp. 58-63, 73-74, 114, 121-126, 129-133, 267-279). Ne consegue, dunque, che dalle pagine di "La Morte Cammina per Eastrepps" emerga una crudeltà impressionante, la quale si abbatte sugli innocenti e viene incarnata un po' da tutti i personaggi del caso. Badate, soltanto uno di essi esprime e in qualche modo orchestra la malvagità in modo totale, sebbene riesca a non farsi scoprire; però quello che ho colto dalla lettura è stato un generale senso di malessere. Anche individui che appaiono per poche pagine, come il colonnello Hewitt, la signora Dampier e Dick, si fanno portavoce di una società incattivita, gelosa e snob che si cura del proprio benessere e pare godere nel rigirare il coltello nella piaga. Ad esempio, le vittime del Mostro sono già state colpite dalla bancarotta dell'Anaconda Ltd. di Selby; eppure, proprio per questo, vengono pure uccise dopo più di dieci anni. Lo stesso Eldridge, tormentato dalla propria coscienza, ha intrapreso un percorso di miglioramento personale grazie a Margaret e (questa è una mia impressione) probabilmente avrebbe risarcito i suoi ex-azionisti una volta sposatosi; tuttavia, trova un'aperta ostilità da parte dei suoi concittadini, i quali decidono di condannarlo a morte non tanto per i sospetti di omicidio che gravano su di lui, quanto per i rigurgiti della vicenda della bancarotta fraudolenta, come se intendessero sostituirsi alla giustizia divina e colpirlo senza pietà. Lo stesso fatto che la testimonianza di Margaret in tribunale, decisa a salvarlo al costo di perdere l'affidamento della figlia, venga ribaltata sfruttando un'immagine di infedeltà coniugale distorta e puritana, mette in luce quanto possa essere traviato il cittadino incattivito e reso cieco. Pertanto, in questo romanzo viene messo in luce non solo quanto la Follia possa essere incanalata in un piano logico e schematico, ma anche come essa riesca a manipolare la mente di chi le sta intorno e il giudizio espresso dalla gente, attraverso l'esasperazione e la frustrazioni a cui uno può essere sottoposto. Le persone sono pedine funzionali al processo finale, sembra suggerire l'autore; innocenti pedinati, osservati, usati e mossi per raggiungere uno scopo terribile, ben preciso, e inquadrate in un progetto di strage grazie alle disgrazie che hanno patito. Sfruttando pure la Giustizia, se è il caso, e la polizia stessa per dare vita a un colpevole ideale; colpevole non tanto reale in quanto tale, ma piuttosto verosimile e apparente.

John Leslie Palmer, nato nel 1885 e morto nel 1944, e Hilary Aidan St.
George Saunders, nato nel 1898 e morto nel 1951, alias Francis Beeding

La psicologia e la capacità nel riuscire a pilotare il prossimo sono temi che vengono ripresi più volte all'interno della produzione crime di Francis Beeding. Probabilmente fu un interesse che accomunò la coppia che si nascondeva sotto questo pseudonimo; già, visto che furono John Leslie Palmer (1885-1944) e Hilary Aidan St. George Saunders (1898-1951) a costituire le due metà della ditta. Incontratisi a Ginevra alla Lega delle Nazioni, dove entrambi erano impiegati (Saunders vi arrivò dopo un periodo al Balliol College di Oxford e un'esperienza nelle Welsh Guards durante la guerra, mentre Palmer era a capo dell'organizzazione), i due divennero presto amici e decisero di intraprendere una collaborazione letteraria congiunta. Nella creazione di uno pseudonimo, entrambi fecero la loro parte: "Francis" era il nome con cui Palmer si sarebbe voluto chiamare, mentre "Beeding" era un villaggio del Sussex dove Saunders aveva un tempo posseduto una casa. Con questo nome diedero alle stampe numerose opere firmando, a partire dal 1925, diciassette spy stories con protagonista il colonnello Alastair Granby e quattordici romanzo gialli. La maggior parte dei libri contiene un numero all'interno del titolo ("The Six Proud Walkers", "The Four Armourers", "The Three Fishers"...), ma sono stati soprattutto i volumi privi di esso a passare alla storia del genere crime: "The Norwich Victims", il quale ha la peculiarità di essere corredato da vere e proprie fotografie dei personaggi principali; "La Morte Cammina per Eastrepps" e "Io ti Salverò", ambientato in un manicomio in Francia e dal quale Hitchcock trasse ispirazione per dare vita all'omonimo primo film sulla psicanalisi.

Con Palmer che creava personaggi e scriveva vivaci dialoghi, e Saunders che si curava delle parti descrittive, i due proseguirono per molti anni nel loro sodalizio, anche quando intrapresero carriere differenti: il primo si occupò per conto suo di opere teatrali, mentre il secondo, a partire dal 1938, divenne assistente bibliotecario alla Camera dei Comuni e durante il secondo conflitto mondiale lavorò presso il Ministero dell'Aeronautica, per poi tornare alla Camera dei Comuni. In ogni caso, i migliori romanzi gialli che scrissero furono quelli del primo periodo, "Io ti Salverò", "The Norwich Victims" e appunto "La Morte Cammina per Eastrepps". Quest'ultimo, in particolare, ha attirato le lodi di numerosi critici: Ellery Queen e Howard Haycraft lo definirono una pietra miliare e lo inserirono nella loro lista dei cento migliori romanzi del mistero, mentre il saggista Vincent Starrett lo giudicò nientemeno che uno dei dieci migliori gialli di sempre. Forse quest'ultima affermazione è un po' esagerata; ma resta il fatto che il libro rappresenta qualcosa di originale e innovativo per il tempo in cui venne scritto. Non soltanto per la rappresentazione della lucida Pazzia dell'assassino (a differenza di quella malata dell'invalida protagonista di "Murder Intended" e quella delirante di "Io ti Salverò", dove i malati del manicomio francese vengono indotti ad interpretare una sorta di culto satanico), ma anche per altri temi affrontati e uno stile capace di catturare l'attenzione come non mai. La cosa che mi ha colpito fin da subito di "La Morte Cammina per Eastrepps", infatti, è stata la grande attenzione conferita alle ambientazioni, essenziali ma evocative, che vengono tratteggiate nei momenti di assassinio (pp. 13-16, 22-23, 25, 31-32, 60-63, 67-68, 95, 99-102, 124-126, 137-138, 148-150, 164-169, 189-192, 258-259). Grazie ai continui cambi di punto di vista, invece di sentirci spaesati e confusi, riusciamo a farci un'idea delle vicende come se stessimo guardando una pellicola; osserviamo lo scorrere dei fotogrammi e ci sentiamo parte delle scene (non senza un pizzico di terrore, nel percorrere i viali deserti di Eastrepps oppure i campi coltivati immersi nella notte oscura). Il ritmo mantiene un alto grado di mistero e suspense senza diventare melodrammatico; e gli autori sono stati molto bravi in questo, poiché sono riusciti a trasmettere il senso di ansietà crescente e terrore dilagante man mano che le vicende si snodano (pp. 106-109, 118-119, 122, 142-143, 145-147, 164-169, 256-261). Ci sono tanti personaggi diversi: chi sarà il prossimo a morire? Questa è una domanda che finirà per tormentarvi, nonostante i caratteri che emergono dai protagonisti potrebbero non spingervi a dispiacervi troppo per loro (almeno, per alcuni è stato così). Come avevo già accennato, infatti, gli attori sulla scena sono delineati in modo da risultare sia vittime sia carnefici, in un dualismo equilibrato che non riesce a pendere mai da una parte precisa. Si tratta di una rappresentazione spesso tragica, dove gli individui sono preda di passioni ed emozioni inconfessabili, di segreti timori e recondite paure.

Robert Eldridge è spaventato, innamorato, astuto, spietato (pp. 103-106); Mary Hewitt idealista, povera e invidiosa (pp. 18-19, 22); la signora Dampier ricca, cortese e snob (pp. 31-32, 108-109); Ferris competente, fin troppo curioso; Ruddock ambizioso e capace (pp. 117-120, 136, 174-175); Protheroe collerico, incapace e instancabile (pp. 64-67, 79); Dick innamorato e geloso (pp. 245-250); Margaret prudente e fedele (da notare un certo femminismo ante litteram). Ognuno di loro è "orgoglioso della propria chiusura mentale" (pp. 87, 127, 133, 136, 205, 215-219, 231-236, 242-243) e troverà una sorte molto amara, alla fine del racconto; specchio della società frustrata e malata di cui fa parte. Perché, se c'è qualcosa che viene messo in luce oltre alla Pazzia, è proprio il fatto che non esista una Giustizia in questo mondo. L'enigma riflette appieno questo assioma: è tanto innovativo, con il suo movente agghiacciante (dove può arrivare l'orgoglio dell'uomo!), quanto divisivo, nella sua soluzione accusata di aver spezzato più una regola del Decalogo di Knox. Da parte mia, credo ancora in un giusto giudizio da parte degli organi preposti al compito; eppure sono consapevole del fatto che non sempre si riesca ad agire e fare del bene. Ne è un esempio tutta la parte ambientata nel tribunale, con il processo al presunto Mostro (pp. 47-49, 159-162, 166-168, 185-239, 205-223): in quel caso, infatti, nonostante di fatto l'imputato si sia reso colpevole di azioni riprovevoli, esso viene messo alla gogna per qualcosa che risulta essere una vendetta esacerbata dal tempo. In una corte contano i fatti, questo è ciò che viene ripetuto per gran parte dell'istruttoria; ebbene, più di una volta entriamo nella testa degli spettatori e troviamo giudizi affrettati, già stabiliti prima di aver ascoltato tutte le prove e aver preso visione degli indizi. Addirittura, pure durante la consulta della giuria leggiamo commenti dettati da rancori personali e influenzati da una visione impura. Il risultato di tutto ciò, pertanto, non può che essere un madornale errore, o un convinto metodo per trasformare la Giustizia in uno strumento a proprio uso e consumo. Si realizza così lo scopo criminale del Mostro di Eastrepps, con la complicità di un responso feroce da parte di esseri umani ridotti alla stregua delle bestie, che rispondono con una fucilata a un morso. È questa la visione dell'opinione pubblica che scaturisce da "La Morte Cammina per Eastrepps" e contribuisce a rendere questo romanzo ancora attuale: estremamente negativa e cattiva, influenzata dal pregiudizio e da mille pensieri che si sovrappongono l'uno all'altro. Beeding qui trascende il semplice romanzo d'evasione, e con la sua storia straordinaria in tutti i sensi (visto che racchiude più generi insieme) fa una potente critica sociale al sistema e alla sua espressione più inflessibile: la pena di morte. Perché in questo ha fallito miseramente il suo scopo (in modo simile a quanto accaduto in "Signori della Corte" di Edgar Lustgarten), dopo aver rischiato in un'altra occasione di compiere lo stesso sbaglio. Infatti, anche con l'accusa al baronetto Alistair Rockingham, affetto suo malgrado da un esaurimento nervoso, la Giustizia e il suo strumento, la polizia (pp. 96-98, 117-121, 152-160, 170-173, 176-184), si erano avvicinati in modo pericoloso a un verdetto di colpevolezza che avrebbe costretto il giovane ad essere rinchiuso a vita in un manicomio. Bisogna ammettere che, al momento in cui il romanzo fu scritto, la follia veniva vista come una malattia molto più grave di quanto accada al giorno d'oggi; non c'era pietà per i poveretti affetti da turbe mentali e se si poteva li si usava come capri espiatori. Però resta il fatto che la leggerezza con cui vengono stabilite la colpevolezza di un imputato e la successiva condanna fanno specie: sembra quasi che chi deve decidere lo faccia svogliatamente, senza curarsi del ruolo che ricopre (pp. 205, 220).

Ciò è spaventoso, se uno ci pensa con attenzione. Potremmo essere tutti Robert Eldridge, colpevoli perfetti a discapito delle azioni compiute. Potremmo essere accusati di qualunque cosa dalla polizia, e magari vederci condannare in un processo solo perché non andiamo a genio alla giuria o al giudice incaricato di istruire i dodici rappresentanti del popolo. Nemmeno lo testimonianze utili potrebbero servire, perché capovolte a nostro svantaggio. Se ci imbattiamo in un giudizio privo di consistenza giuridica, perché amorale e prevenuto, Dio ci salvi. Questo sembra dire Beeding, in una buona imitazione dell'oscura vena di Francis Iles, col suo finale oscuro: in "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati", infatti, Berkeley/Iles osservò come sia facile costruire un castello di accuse contro un innocente, se uno ne ha le capacità e soprattutto la determinazione. Mi ha dato molto su cui riflettere, "La Morte Cammina per Eastrepps", e penso che non mi toglierò dalla testa tanto facilmente la sua triste storia.


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