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venerdì 25 dicembre 2020

56 - "La Mattina del 25 Dicembre" ("Crime at Christmas", 1934) di C.H.B. Kitchin

Copertina dell'edizione pubblicata da
Polillo Editore
Cari lettori e amici di Three-a-Penny, tantissimi auguri di buon Natale! Questo post è stato programmato per essere pubblicato proprio la mattina del 25 (secondo i calcoli dovrei riuscire a pubblicarlo in questa data, e non come accade di solito al martedì seguente) e non so se riuscirete a leggerlo in giornata; ma non volevo saltare nemmeno un'occasione per consigliarvi qualcosa, oltre che per mettere in vetrina le mie recensioni, visto che sono determinato a fare in modo che il blog riesca ad abbracciare ogni giorno di più un ampio bacino di pubblico. Immagino che per tutti noi questo sarà un Natale differente dal solito, e forse avrete un po' più di tempo da occupare. Infatti, diversamente da quanto accade in questo periodo dell'anno, in queste settimane sono stati banditi i cenoni troppo affollati con parenti e amici, con i loro rumorosi brindisi e le chiacchiere frivole; le visite a domicilio per fare gli auguri, dove magari ci saremmo un po' annoiati ma avremmo avuto l'occasione di rivedere persone che durante gli altri giorni sono lontane dalla nostra quotidianità; i capannelli lungo le strade, dove qualcuno canta qualche canzone festosa e gli altri si uniscono in coro. Per tutti, questo sarà un Natale più raccolto, quasi intimo, il cui valore starà nel riflettere su quanto possediamo di prezioso e spesso non ci rendiamo nemmeno conto di avere. Con ciò, però, non voglio certo dire che esso sarà triste. Nonostante ci manchi qualcosa in termini di socialità, potremmo scartare i regali messi sotto l'albero, impacchettati con carte colorate e nastri sapientemente annodati; potremmo dare sfogo alla nostra vena culinaria e cucinare qualche manicaretto speciale, per poi sottoporlo al giudizio degli altri membri della nostra famiglia; e in sintesi avremmo sempre vicino qualcuno su cui contare, fosse soltanto attraverso lo schermo di un PC oppure di un cellulare. Perché, se c'è una cosa che ho imparato in questi lunghi mesi di rinunce, sconforto, frustrazioni e delusione, è proprio il fatto che da qualche parte si trova qualcuno che magari sta avendo i nostri stessi problemi (o comunque sia nel nostro stesso stato d'animo), e non c'è niente di meglio che condividere le proprie angosce e i tormenti con gli amici per ridimensionarli. Pertanto, tornando all'inizio del discorso, ho pensato di pubblicare comunque la recensione di un romanzo del mistero nel giorno di Natale. Sia, come dicevo, per una questione di ritorno puramente visivo, sia per riempire un po' la giornata di ognuno con qualcosa di argomento distensivo e interessante da leggere (o almeno spero lo sia).

Il cosiddetto "Christmas Murder Mystery", infatti, si presta particolarmente ad essere letto in questo momento della nostra Storia, dal momento che conforta e permette di "fare quello che non puoi fare mai", per citare una nota pubblicità dei dolci, almeno nel nostro immaginario. L'Inghilterra, poi, si trasforma in un paese fatato e magico, quando si tratta del Natale: fin dai tempi di Charles Dickens, l'atmosfera che si respira nel periodo natalizio è quanto mai carica di suggestione e fascino, che non vengono mai meno. In questo modo, quindi, mi auguro di farvi abbandonare le occasionali delusioni e la tristezza per una fine dell'anno quasi in solitaria. Immaginate in cosa potreste imbattervi, leggendo tali storie: i Christmas Carols, ovvero quei gruppetti di amici che si incontrano sulle strade per cantare canzoni beneauguranti e si scambiano ramoscelli sempreverdi di agrifoglio e vischio; letterine scritte a Babbo Natale con le liste dei doni che si desidera ricevere, oppure cartoline da spedire ai parenti e agli amici più cari; negozi e case addobbate con luci e festoni; maestosi alberi abbelliti con fiocchi, nastri e decorazioni in vetro, sotto al quale vengono messi i pacchetti colorati con i regali. Secondo la tradizione, la sera della vigilia si va insieme in chiesa per la Messa di Mezzanotte e, tornati a casa, i bambini appendono le calze ai caminetti e lasciano sul tavolo un bicchiere di latte, un mince pie e una carota per Babbo Natale e la sua renna. In questa stessa notte, inoltre, viene bruciato il tradizionale ceppo di Natale, il quale viene fatto durare il più a lungo possibile e se ne conserva un pezzetto per l'anno seguente. Il 25 dicembre, invece, viene dedicato alla famiglia, con un abbondante pranzo a base di tacchino ripieno accompagnato da mirtilli, purè di patate, zuppe e contorni e, ovviamente, quel celebre Pudding che occupa un ruolo tanto importante in un celebre racconto di Agatha Christie. Durante il pranzo, vengono scoppiati i Christmas crackers, piccoli petardi a forma di caramella allungata; il giorno dopo, invece, vengono fatti piccoli regali a quelle persone che si incontrano "per lavoro" durante l'anno, come il lattaio e il postino. Non è assolutamente affascinante tutto ciò? Ebbene, pensate che in un romanzo giallo tradizionale natalizio possiamo trovare numerosi di questi elementi... oltre ad avere servito un enigma che riesca a contrastare e spezzare l'aria di allegria e spensieratezza di questa occasione. Lasciatevi avvolgere dalla magia della classica crime story e tuffatevi in qualche racconto di questo tipo; come, ad esempio, quello che vi consiglio oggi e che, guarda caso, trova il suo fulcro proprio nel giorno di Natale. "La Mattina del 25 Dicembre" di C.H.B. Kitchin (Polillo Editore, 2011), infatti, è una storia classicissima, con tutto ciò che il lettore può richiedere: un circolo di persone sospette, riunite in una grande casa alla periferia di Londra; un'atmosfera di tensione repressa, che trova sfogo in occasionali scontri caratteriali ed emozionali; una serie di fatti raccontati con arguzia e sospesi in un momento eterno, quasi lirici e nebulosi; e un protagonista che si trova suo malgrado coinvolto in un crimine dall'enigma tra il tradizionale e lo psicologico, dove gli equivoci si susseguono uno dopo l'altro.

Landscape, Evgeny Lushpin, raffigurante una strada
cittadina simile a quelle presso Beresford Lodge
Ogni cosa ha inizio il giorno della Vigilia, nel pomeriggio. L'agente di cambio londinese Malcolm Warren (già protagonista di "La Morte di Mia Zia", come egli stesso non manca di farci sapere) sta ultimando tutti i preparativi per lasciare l'ufficio in cui lavora: deve soltanto telefonare a un suo illustre cliente, Axel Quisberg, per chiedergli quante azioni di una certa società deve comprare a nome suo, e poi potrà dirsi in vacanza. Le feste natalizie sono alle porte, e davanti a lui si prospetta un periodo di pace e tranquillità. Non deve neppure prendersi il disturbo di tornare a casa, visto che ha congedato la governante per una settimana e si appresta a recarsi proprio dai coniugi Quisberg, i quali si sono offerti di ospitarlo. Malcolm non avrebbe chiesto nulla di meglio, dal momento che la sua famiglia si trova in villeggiatura nel sud della Francia; e poi gli piacciono i Quisberg. Lui a volte è un po' scorbutico e nervoso, con la sua mania di restarsene a lungo isolato nella casa di famiglia a Hampstead; però sua moglie lo ha sempre trattato con amore e affetto, come se fosse un figlio. Forse ciò è dovuto al fatto che si è sposata tre volte e ne ha avuti da mariti differenti, per cui dispensa il proprio affetto a destra e sinistra. In ogni caso, a Malcolm importa soltanto rilassarsi senza subìre scossoni emotivi: dopotutto, ricorda ancora con timore la triste faccenda della morte della zia... Però, fin da quando arriva a Beresford Lodge, la dimora dei Quisberg, sorgono alcuni intoppi nel regolare svolgimento dei suoi piani. Innanzitutto, Axel e il suo segretario, Harley, devono correre in città per discutere affari urgenti con un magnate del minerale e saranno costretti a trascorrere la notte della Vigilia in uno squallido albergo. Si tratta di uno spiacevole inconveniente; però Quisberg assicura che saranno di ritorno per il pranzo di Natale. Poi, proprio sul cortile di fronte casa, in cima alla collinetta alla fine del vialetto, Malcolm fa la conoscenza del dottor Green, uno strano individuo che sembra sia stato invitato a trascorrere le feste di Natale a Beresford Lodge, proprio come lui. Green è un tipo che parla per allusioni, tutto sorrisi e cervello: Malcolm, più genuino e meno costruito, è allo stesso tempo affascinato e spaventato da quello che l'uomo potrebbe dire o fare per metterlo nei guai.

Inoltre, a peggiorare la situazione, il giovane scopre che in casa alloggiano tutti i figli della signora Quisberg. Clarence James è uno spiantato che si atteggia ad artista e possiede un temperamento tra il passionale e il melodrammatico, il quale mal sopporta il fatto che la madre si sia risposata più volte dopo la morte del primo marito. Amabel Thurston con il fidanzato Leonard Dixon sono una coppia esplosiva a dir poco: ventenne, biondissima ed estremamente sicura di sé lei; un robusto ex piantatore di tè, con un carattere violento e focoso lui. Chiudono il cerchio Sheila Thurston, una diciottenne dal carattere riservato e amabile, al limite della trasparenza ma di buon cuore, e un ragazzo di nome Cyril che è appena stato operato e sta chiuso nella sua camera. Se non si conta la placida Sheila, il miscuglio di temperamenti e caratteri rischia di scatenare odi e gelosie tra i giovani rampolli dei Quisberg; e Malcolm teme qualche scenata (o peggio) proprio durante il periodo delle feste, quando tutti quanti saranno costretti a stare a contatto gli uni con gli altri. Ma niente paura: Warren si convince di potersene stare quasi sempre chiuso nella propria stanza, magari a leggere e a riposare. Certo, non farebbe una bella figura coi suoi anfitrioni, con il dottor Green e con gli altri ospiti di Beresford Lodge, un'infermiera alla quale è affidato il piccolo Cyril e l'anziana madre di Harley. Però lui sente di aver un gran bisogno di stare sulle sue; così si organizza. Peccato che, proprio la sera della Vigilia, Amabel e Dixon abbiano la sciagurata idea di trascinare tutti quanti nel rumoroso gioco delle sedie... con la conseguenza che Malcolm si ritrova con un braccio al collo a causa di una caduta rovinosa. Dopo una notte trascorsa immerso nei confusi miasmi del sonnifero, il giovanotto si sveglia al mattino e si affaccia al balcone della sua stanza, pregustando la bellezza del Natale. Ma cos'è quel fagotto sulla ringhiera? Sembrerebbe proprio un cadavere... Che si rivelerà essere la vecchia signora Harley. Si tratta di una disgrazia causata dal sonnambulismo di cui la poveretta soffriva? O forse di una faccenda molto più complicata? Starà a Malcolm, annoiato e intimorito dalle reazioni degli abitanti di Beresford Lodge, mettere la polizia sulla traccia giusta per scovare l'eventuale colpevole di un omicidio che ha rovinato il Natale di tutti quanti.

Scena di neve ad Argenteuil, Claude Monet, 1875
In quest'analisi desidero partire subito con un'affermazione un po' forte: "La Mattina del 25 Dicembre" non è un massimo capolavoro del genere giallo. O meglio, non appartiene a quella folta schiera di romanzi del mistero che hanno dato una svolta improvvisa e definitiva al mystery tradizionale. Alcuni titoli di Christie, Sayers, Berkeley e Carr sono mille spanne sopra a questo romanzo di Kitchin, per originalità di trama, spessore psicologico, complessità e costruzione dell'enigma. In essi, sono state introdotte novità che ancora oggi lasciano senza fiato; trucchi che non smettono di sorprendere; riflessioni su tematiche che potrebbero essere state pensate e scritte poco tempo fa e possiedono una forza dirompente, nonostante sia trascorso quasi un secolo da quando vennero formulate. Penso sia questo uno dei punti cardine e più importanti quando si affronta in modo sistematico e serio la classica crime story: la capacità di mantenere immutato il proprio messaggio da trasmettere al lettore, enunciandolo in termini innovativi ed eterni. Eppure, mi piace pensare di essere una persona di ampie vedute e di aver raggiunto un'altra consapevolezza per quanto riguarda il giallo tradizionale. Cioè, mi riferisco al fatto che non necessariamente una certa storia debba essere sconvolgente fino al punto da rompere ogni regola e superare ogni limite. Come mi è già capitato di osservare, il mystery della Golden Age è nato soprattutto per distrarre i lettori che si trovavano nel pieno della Prima (e in seguito Seconda) Guerra Mondiale, alla pari di quei cruciverba a cui la gente si aggrappava per svagare la mente e non impazzire di fronte alla follia del conflitto e delle sue conseguenze terribili. Pertanto, ben vengano le grandi trasformazioni nel genere giallo e lo sviluppo di temi scomodi o poco confortevoli; ma allo stesso modo non dispiace imbattersi in qualche serie di eventi, dove il fine ultimo della narrazione è quello stesso racconto della vita e di azioni fittizie il cui fine è di intrattenere. Finora, ad esempio, abbiamo visto come "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?", di Annie Haynes, abbia affrontato un'indagine dove non ci sono state chissà quali Grandiose Riflessioni; oppure "Ipotesi per un Delitto" di Clifford Witting abbia sviscerato tematiche ostiche quali il senso di giustizia, il femminismo (il quale all'inizio del Novecento compiva passi importanti), l'identità dell'individuo e la consapevolezza all'interno della società. Tuttavia, essi si sono rivelati essere romanzi stupendi, scritti e caratterizzati meglio di certi altri più pretenziosi. Non bisogna per forza sminuire qualcosa per esaltarne un'altra, secondo me: basta trovare la giusta chiave di lettura ed entrambe si possono apprezzare, al di là dell'insindacabile gusto personale.

Pertanto, tornando all'affermazione con cui ho aperto lo scorso paragrafo, è indiscutibile che il libro di Kitchin sia inferiore ad altri, scritti magari nello stesso periodo e decisamente più articolati sotto alcuni aspetti stilistici e contenutistici; però è pur vero come "La Mattina del 25 Dicembre" non sia per questo imperfetto o scadente, e costituisca una perfetta lettura da fare quando ci si vuole prendere una pausa per rilassarsi. In particolare, a mio parere, l'autore si è impegnato a creare una giusta atmosfera di conforto e suggestione, quasi intima nella descrizione delle azioni prudenti del protagonista e nelle riflessioni che egli cala e spesso lascia libere, mentre si trova in camere riscaldate da caminetti, stanze appena soffocanti per lo sfarzo degli arredi o nel giardino lussureggiante di Beresford Lodge (pp. 123, 128-129, 143-145, 150-154, 159, 168-170). Più che all'indagine, ciò che costituisce il fulcro della narrazione è l'interazione tra i personaggi, con le loro passioni e correnti sotterranee che li legano l'uno all'altro e, allo stesso tempo, li fa scontrare ed allontanare. Il clima di tensione, mantenuto dai costanti timori di Malcolm e dai lievi cenni di inquietudine emersi dalle azioni e dalle parole nervose degli altri protagonisti del caso, viene mitigato da una certa liricità, quando questi stessi personaggi si muovono in uno scenario un po' nebuloso e fissato nel tempo, come se da quella fatidica Vigilia di Natale, fino al giorno 27 in cui ha termine il racconto, non avesse mai termine e fosse sospesa in un momento d'eternità. Ciò che nel complesso si ricava dalla lettura di "La Mattina del 25 Dicembre", dunque, è quella di aver letto un romanzo giallo delineato nel solco più classico della tradizione inglese; nonostante a un'attenta lettura emergano lo stesso piccoli cenni innovativi che lo discostano dall'uso di cliché. Tra gli altri, ad esempio, troviamo sì un gruppo eterogeneo con una prevalenza del nucleo familiare dei Quisberg; ma non c'è alcuna figura patriarcale/matriarcale a dominare la scena, come accade in "Il Natale di Poirot" per citare un titolo. Oppure la decisione di non dare una totale declinazione dell'assetto della storia sul mystery ad enigma puro o su quello di carattere psicologico, ma di farli convivere entrambi: nella prima metà, vi è una prevalenza di riflessioni sull'agire dei protagonisti e una piccola infusione nella comedy of manners, dove qualcuno potrebbe obiettare fin troppa lentezza e logorrea dell'autore; ma nella seconda troviamo un'articolazione dell'indagine da parte della polizia più sentita, basata sull'analisi di indizi più o meno materiali per riuscire ad inchiodare un dato colpevole. Lo stesso capitolo finale, dove gli indizi vengono in qualche modo evidenziati per i lettori più distratti (è forse un caso particolare di cluefinder, uno di quegli schemi che alcuni giallisti includevano in coda ai proprio romanzi proprio a questo scopo?), è una variante al giallo della tradizione più stretta. A parte ciò, comunque, "La Mattina del 25 Dicembre" si può considerate davvero come un classico giallo delle feste, il cui valore (come lo stesso autore ha implicitamente sottolineato) sta nel racconto del caso e nella delineazione di chi lo popola.

Clifford Henry Benn Kitchin, nato nel
1895 e morto nel 1967
Cosa non tanto improbabile quanto sembri a prima vista, a mio parere "La Mattina del 25 Dicembre" rispecchia perfettamente chi fu Clifford Henry Benn Kitchin. Nato a Harrogate nel 1895, egli studiò prima al Clifton College di Bristol e in seguito all'Exeter College di Oxford, dal quale dovette però allontanarsi nel momento in cui scoppiò la Prima Guerra Mondiale. Fu mandato in Francia dove divenne tenente e venne ferito nel 1917, poi l'anno seguente tornò in patria e concluse gli studi per diventare avvocato. Dal 1924, per qualche tempo lavorò come agente di cambio; finché non gli cadde in grembo una provvidenziale e ingente eredità che gli permise di abbandonare qualunque tipo di carriera e di ritirarsi a vita privata. In questo modo, Kitchin poté dedicare tutte le proprie energie alle passioni che prediligeva, tra le quali spiccava la scrittura. Il suo esordio nel campo della narrativa era avvenuto con "Streamers Waving", proprio appena diplomato, ma ora aveva deciso di fare sul serio e, nel 1929, diede alle stampe "La Morte di Mia Zia", il suo primo giallo che venne presto considerato un vero e proprio classico del genere. Negli anni successivi, l'autore alternò la pubblicazione di opere non di genere, come "The Auction Sale" e "Birthday Party" (nonostante quest'ultimo sia stato molto elogiato da Martin Edwards proprio come romanzo del mistero), con altri tre libri incentrati su delitti e crimini: "La Mattina del 25 Dicembre" (intitolato anche "Conciato per le Feste"), "La Morte dello Zio Hamilton" e "The Cornish Fox". In tutti e quattro i suoi canonici mysteries, il protagonista è il givoane agente di cambio londinese Malcolm Warren, una sorta di alter ego dello scrittore, timido, riservato, docile e gentile, ma pure dotato di ironia e acume. Tra le altre cose, inoltre, Kitchin (il quale morì in seguito a problemi cardiaci nel 1967) fu pure un ottimo giocatore di scacchi, un esperto botanico, un musicista di talento, un collezionista di argenti antichi e porcellane di Meissen, non ché un appassionato scommettitore alle corse dei cani di Londra e incallito giocatore ai tavoli verdi dei casinò. Capirete, dunque, quanto di se stesso l'autore abbia riversato nelle sue opere: nello stesso "La Mattina del 25 Dicembre" possiamo trovare numerosi elementi sui quali egli si poteva dire un grande esperto e, quindi, facili da trattare nel momento di vivacizzare un po' le vicende che raccontava.

Ad esempio, troviamo numerose digressioni sui temi più disparati ed innocui, come la Borsa e gli affari economici nella City (pp. 79-80, 83-84), l'arte e la musica (p. 107), la medicina (Freud e Antaronyl), la politica e il giornalismo (pp. 172-174): in questi casi, spesso si tratta di semplici osservazioni fatte da Warren in espressione del proprio snobismo o in aggiunta alle descrizioni che ci vengono fatte dei personaggi e degli scenari. Nonostante ciò, comunque, vi voglio avvertire di non prendere sempre troppo alla leggera qualunque piccolo accenno fatto dal giovanotto o da qualche altro protagonista del romanzo, dal momento che in qualche occasione queste apparenti deviazioni dal sentiero dell'indagine si potranno rivelare importanti nel riepilogo dei fatti utili alla scoperta del colpevole e del modo in cui questa persona ha agito: se nella prima parte esse sono più numerose, non significa che siano tutte estranee al caso; anzi, a volte si riveleranno più utili degli indizi materiali e tangibili snocciolati nella seconda metà della storia. Gli stessi comportamenti degli attori sulla scena, mossi dalla psicologia umana e da ragioni che rientrano più nel campo dell'irrazionale e del campo spirituale, sono essenziali per riuscire a comprendere appieno il movente dell'omicida e come lo ha spinto ad agire. Nel testo sono presenti moltissimi dialoghi, oltre alle riflessioni del narratore-protagonista che punteggiano con costanza ogni capitolo, ed essi costituiscono forse il mezzo principale attraverso cui riuscire a scoprire la verità prima che Kitchin ce la sveli alla fine del racconto. Pure l'aspetto romantico della storia, sebbene Malcolm sia tanto pieno di sé (in senso positivo) da non lasciarsi mai andare del tutto, gioca un ruolo di una certa importanza nello svolgimento del processo di indagine verso l'individuazione del colpevole, oltre ad essere dipinto in modo ammirevole. Ma in realtà, in "La Mattina del 25 Dicembre" c'è ben poco di non superbamente tratteggiato: le vicende sono concentrate all'interno di Beresford Lodge, ma spaziano pure nei dintorni esterni della casa, nel giardino e lungo le strade che la collegano con la civiltà, delineando in tono onirico e lirico le caratteristiche dei luoghi. Ogni tanto ci troviamo di fronte a romanzi gialli che trasmettono così bene un ambiente che il lettore si sente come se ci vivesse dentro, tanto ci si ritrova a navigare tra gli scenari: ebbene, questo è uno di quelli. Se qualche volta ci pare di trovarci di fronte a descrizioni fin troppo dettagliate e quasi noiose, dobbiamo ricordare che esse ci permettono di farci meglio un'idea degli spazi in cui i protagonisti si muovono; pertanto, meglio lasciarsi trasportare dai flashback e dalle descrizioni che in qualche modo rendono la narrazione liscia come l'olio e salda. Magari quello di Kitchin non sarà il libro meglio strutturato in questo senso, ma la caratterizzazione e l'ambientazione sono così ben descritte che il risultato è straordinario (pp. 10, 14-18, 39, 48-49, 73-77, 87-89, 92-94, 97, 99-101, 106-110, cap. 11, 191-199).

Detail 2 from Hunters in the Snow, Pieter
Bruegel The Elder, 1565
"La Mattina del 25 Dicembre" soddisfa le esigenze di un romanzo giallo tradizionale, proprio come lo stesso autore lo concepiva. Nel capitolo finale, dove vengono spiegati tutti gli elementi dell'indagine, il narratore Warren-Kitchin spiega come questo tipo di storie siano studi sul comportamento di persone normali in occasioni che di normale non hanno nulla; quindi, non costituiscono tanto pretesti per dare vita a casi straordinari ed eclatanti, quanto scene con situazioni dove vengono messe alla prova la psicologia e le correnti sotterranee che scorrono e a volte si scatenano tra gli attori sulla scena. Certamente l'elemento dell'enigma è qualcosa che non può esulare dal complesso finale costituito dalla storia; ma questo non significa che esista soltanto quello, a discapito dello sviluppo dell'interazione tra i personaggi. Pertanto, ci sta che il mistero della morte della signora Harley non sia qualcosa di spettacolare: non è questo a cui punta l'autore, quanto sulle conseguenze che scatena questo decesso violento sulle persone che in esso si trovano coinvolte, sulla complessità e sulla visione che il lettore ne ricava. Tra l'altro, mi ha molto colpito come il decesso della povera donna abbia avuto ripercussioni tanto sentite nei suoi compagni. Le dinamiche tra questi ultimi vengono messe sotto i riflettori, assieme alle tante emozioni che si scatenano tutte assieme di volta in volta: percepiamo ognuno di loro come se fossero personaggi che si staccano dalla carta su cui vengono tratteggiati. Malcolm, dal canto suo, è insicuro, un po' snob ma sensibile, con uno spiccato senso di inferiorità quando viene in contatto con uomini più robusti e vigorosi di lui, spesso simpatico e cortese; proprio come se fosse il tipico giovanotto in carriera (cap. 6, pp. 69-70, 72, 84-86, 96, 100-101, 106, 122, 124-126, 141, 143-145, 153, 155-156, 160-162, 185-186, 189-190, 197). D'altra parte, abbiamo una serie di individui dalle caratteristiche contrastanti: i Quisberg sono fin troppo tranquilli e normali di facciata, mentre sotto sotto nascondono timori e preoccupazioni che li agitano; Clarence è romantico ma allo stesso tempo lunatico come i "veri" artisti bohemien; Amabel e Dixon sono giovani scapestrati, insofferenti delle regole della società e alla ricerca del brivido; Sheila una ragazza fin troppo quieta, tanto da confondersi con la carta da parati, ma che può rivelare una certa vitalità se solo lo vuole; il dottor Green è tanto gioviale quanto capace di dimostrare una determinazione tenace; il cameriere Edwins tanto solenne all'apparenza quanto un chiacchierone. Pure l'ispettore Parris, con il suo strano atteggiamento così poco credibile (vista la gentilezza che usa verso i sospettati e i suoi pregiudizi verso gli agenti di provincia) e il suo passato da studioso di teologia, resta impresso nella mente del lettore. In fin dei conti, soltanto Harley e l'infermiera appaiono poco caratterizzati.

Ma non si limita al puro tratteggio dei temperamenti, l'occhio critico di Kitchin. Ho notato una certa abilità, forse dettata dalla propria esperienza, nel descrivere quali siano le azioni che compie l'agente di borsa oppure il finanziere, la quale contrasta con quella più stereotipata di autori più celebrati della Golden Age. Una volta tanto, l'autore ha dimostrato di essere più bravo dei suoi colleghi in qualche frangente. Per quanto riguarda l'enigma puro, invece, Kitchin si è attenuto a uno schema meno articolato ed innovativo, lasciando a una certa casualità alcuni momenti di svelamento che in un altro caso forse sarebbero stati meglio trattati. Ma come dicevo, il bello di "La Mattina del 25 Dicembre" non sta tanto nel fatto che il suo mistero sia straordinariamente innovativo, quanto nel puro racconto degli eventi narrati all'interno della storia. Tutto ciò che accade prima del delitto, tra i giochi da tavolo e quello delle sedie, la cena della Vigilia, le consuetudini al momento di andare a letto e al risveglio, le interazioni tra padroni e servitù, oppure tra ospiti e anfitrioni: ogni cosa trasmette conforto e affascina, all'interno di questo romanzo intelligente e ben strutturato, il quale mette in scena una vicenda movimentata e intrigante, complessa e ben tracciata. Si tratta di una prova esemplare di come non si debba necessariamente ideare un giallo pieno di trucchi mai visti, ma soltanto saper mettere insieme alcuni elementi all'apparenza semplici per dare vita a una serie di eventi che suscitino curiosità e spingano chi legge ad andare avanti. Certo, qualcosa di declinato in modo nuovo serve sempre, ma non occorre sia chissà cosa. Pertanto, ribadisco come "La Mattina del 25 Dicembre" mi sia piaciuto molto. Esso è un eccellente classico minore del giallo di Natale, perfetto per augurarvi ancora una volta un buon Natale.

P.S. Questa recensione è idealmente dedicata a Selene, Martina, Giada, Giorgia, Miriam, Michelangelo, Lorenzino, Antonio, Federico, Flow, Valentina, Chantal, Ana, Fortunato, Viviana, Fabrizio e Andrea. Il 2020 è stato un anno meno pesante grazie a voi. Lo sapete, vi voglio bene.


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venerdì 19 giugno 2020

36 - "Il Cadavere in Pantofole Rosse" ("The Corpse in the Crimson Slippers", 1936) di R.A.J. Walling

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Chi è appassionato di classica crime story lo sa bene: i romanzi che appartengono a questo genere letterario non si possono sempre considerare capolavori in grado di introdurre innovazioni ed elementi inusitati. Lo abbiamo visto nella recensione di "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" di Annie Haynes, un'autrice inglese portata nel nostro Paese da Elliot Edizioni e da Le Assassine, dove ho spiegato come, a mio parere, la lettura di quel romanzo giallo fosse da prendere come ancora legata a una tradizione "classica" che faticava ad affrancarsi dagli stereotipi del tempo. La storia raccontata in "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?", infatti, non affronta particolari argomenti o temi scomodi per l'epoca in cui venne ideata, non mette in dubbio la natura e l'identità della società che descrive, né intende compiere chissà quale profonda analisi dei personaggi e delle loro anime tormentate. Essa si è limitata ad assorbire l'essenza del mondo del primo Novecento, alla stregua di quello descritto in "Sotto la Neve" da J. Jefferson Farjeon, e a riportarlo tale e quale fino ai nostri giorni, senza pretendere di rivoluzionarne l'immagine (e la stessa crime story), né plasmando il genere man mano che avvenivano cambiamenti di carattere storico e politico; ma consegnandoci un racconto del mistero convenzionale a quanto ci si aspettasse nel momento in cui esso venne pubblicato. Non che questo sia necessariamente un male, intendiamoci. Un'enorme fetta dei libri che appartengono al genere giallo, infatti, reca un'impronta nella quale prevalgono stereotipi e convenzioni di un'epoca ormai passata, dove l'aristocrazia gioca un ruolo dominante sul popolo borghese e proletario e la "scalata in società" viene vista come un'azione spregiudicata. Si tratta di storie che spesso non brillano per una spiccata originalità di trama, per la profondità psicologica dei protagonisti oppure per aver toccato chissà quale tematica scottante, e che spesso non sono riuscite a resistere alla prova del tempo come è avvenuto per altri gialli della stessa epoca, considerati appunto come capolavori grazie alle innovazioni che hanno introdotto.

Eppure, il fatto di calcare la mano sul loro lato più tradizionale non vuole sottintendere che storie come quella di Haynes siano insipide, prevedibili e sciocche; anzi, tutto il contrario. Classico non è sinonimo di scandente, poiché bastano pochi ingredienti (come personaggi rappresentati in modo ironico e affettuoso dall'autore, oppure un mistero raccontato in modo non banale per chi si troverà a tentare di districarlo) per conferire a un romanzo giallo un motivo valido per cui esso debba essere letto. Ancora una volta, vale il discorso sui gusti dei lettori: moltissimi possono essere convinti che la cosa più importante, in un mystery, sia la perfezione del meccanismo delittuoso e il suo scioglimento, ma non bisogna dimenticare che altrettante persone desiderano soltanto trascorrere qualche ora a lasciarsi intrattenere da un piacevole mistero, senza pretendere chissà quale intreccio. Pertanto, ho imparato a non essere troppo duro con questi libri più leggeri, che si leggono volentieri e in cui traspare la vera anima della detective novel del periodo tra le due guerre, con vicende che intrigano senza calcare troppo la mano sull'efferatezza del delitto e che hanno il fine di far trascorrere a chi legge qualche ora di spensieratezza e divertimento, tra la descrizione di un tè all'aperto, magari nel mezzo di una compagnia allegra, e una gita in automobile. A questo numero di romanzi gialli un po' antiquati e perfettibili, per restare in tema con l'argomento del mese, oggi aggiungo un nuovo titolo: "Il Cadavere in Pantofole Rosse" di R.A.J. Walling (Polillo Editore, 2016). Esso tratta di una storia che mescola insieme un sacco di cose (forse troppe): un mistero in casa di campagna, con tutto ciò che ne deriva; un'avventura in un casolare isolato, con tanto di scontro con una banda di criminali; una vena spionistica che comprende un crittogramma da decifrare per poter correre in soccorso di un agente dei Servizi Segreti in grave pericolo. Tutto questo, inevitabilmente, dà vita a una vicenda complessa come poche altre, nella quale non sempre riusciamo a districarci con chiarezza; tuttavia, la capacità dell'autore di coinvolgerci nel dipanarsi delle varie situazioni salva, in parte, un romanzo perfetto per chiunque voglia dedicarsi a un rompicapo straordinario, vivace e capace di intrattenere, aggiungendo qualcosa in più alla leggerezza della storia di Haynes.

Buscot Park (Faringdon, Oxfordshire), Eric Ravilious, 1938,
simile alla Old Hallerdon di proprietà di Sir Grymer
La trama prende avvio da una scena che si svolge alla stazione di Paddington. Laggiù, nelle prime ore del mattino, un uomo che viene identificato come Mr Arthur si ritrova a dover sgattaiolare fuori dal treno che l'ha condotto fino a Londra grazie all'aiuto del suo autista, tale Morris, per poi recarsi fino a un'indirizzo di John Street in tutta segretezza. Queste premesse ci fanno capire ben presto che l'uomo e il suo compagno stanno dedicandosi a qualche affare oscuro; tanto più che, di lì a poco, all'indirizzo di Mr Arthur viene recapitata una strana lettera che, all'apparenza, non ha alcun significato. Tutto ciò non sarebbe poi così grave; in fondo, Mr Arthur deve essere un individuo addestrato a spezzare i codici segreti. Tuttavia, egli deve partire immediatamente per Lisbona e non ha il tempo necessario per sciogliere l'enigma presentato dalla lettera. Pertanto, ricordando il consiglio di un amico, decide di spedire la misteriosa missiva all'agente assicurativo Philip Tolefree, investigatore dilettante che già in altre occasioni si è rivelato utile per i suoi clienti, per mano del famoso esploratore Ronald Hudson. Tolefree, in realtà, non vorrebbe accettare l'incarico che gli viene proposto; eppure, il fatto che Hudson si sia presentato alla sua porta dotato di barba finta lo incuriosisce al punto da farlo cedere e accettare di condurre una discreta inchiesta. Una volta congedato il celebre scrittore, però, Tolefree si rende conto che quest'ultimo ha abbandonato il suo biglietto da visita sul tavolino, e che sul retro del foglietto sono state segnate alcune iniziali. Nella sigla J.Q.F., l'agente assicurativo ravvisa il nome del suo amico James Quilter Felderman, un avvocato specializzato in brevetti ingegneristici che, come egli scoprirà a breve, si trova ospite dell'industriale Sir Thomas Grymer ad Old Hallerdon, la tenuta di campagna di quest'ultimo, assieme a un nutrito e vario gruppo di ospiti.

Ispirato dalla scoperta e deciso più che mai a liberarsi dell'incarico al più presto, Tolefree telefona a Felderman per tentare di scovare qualche elemento che possa aiutarlo a decifrare il misterioso codice di Hudson... scoprendo che a Old Hallerdon, nella notte, si è verificato un decesso sconcertante e spaventoso. Felderman, cogliendo la palla al balzo, organizza tutto in modo che il suo amico possa recarsi subito alla casa di Grymer per indagare sul suicidio del ricercatore chimico Peter Lewisson; del quale oltretutto non è per niente convinto. Istigato dai sospetti di Felderman e di altri ospiti della villa, tra cui una bella ragazza di nome Florence Merafield e un giovanotto che le fa la corte, Tolefree inizia a domandarsi se esista un legame tra il codice che ha ricevuto in mattinata e la morte di un'oscuro individuo nel bel mezzo del Devon, e decide di accettare la richiesta d'aiuto di Felderman. Raggiunta Old Hallerdon, l'agente assicurativo si ritrova a sospettare di essere nel giusto a credere che gli ospiti nascondano ognuno un segreto: oltre a Felderman, alla citata Miss Merafield e all'Onorevole Robert Bigbury, infatti, sono lì riuniti un sacerdote, zio della ragazza, il novello finanziere George Lyneham e uno strano francese che risponde al nome di Hippolyte Thibaud. Inoltre (cosa strana) Tolefree viene a sapere che la persona che ha scoperto il cadavere di Lewisson, un esperto d'arte di nome Borthwick, è stata lasciata andare via dalla casa e adesso risulta irreperibile. Eppure, egli si ritrova davanti all'impossibilità fisica del fatto che sia stato commesso un omicidio, dal momento che nessuno avrebbe avuto la possibilità di fuggire dalla stanza della vittima senza essere visto e Lewisson è stato trovato con la pistola stretta in pugno. Cosa nascondono, in realtà, le mura di Old Hallerdon? Forse non un solo crimine, ma numerosi e legati tra loro in una matassa ingarbugliata? Toccherà a Tolefree, affiancato da Felderman e dai giovani Merafield e Bigbury, trovare una spiegazione razionale al mistero del cadavere con le pantofole rosse e al messaggio che l'elusivo Mr Arthur gli ha fatto recapitare attraverso Hudson.

Piantine del primo e del secondo piano di Old
Hallerdon
Come dicevo, quella raccontata in questo libro è una vicenda classica in tutto e per tutto; un esempio talmente tradizionale di "delitto-nella-casa-di-campagna" che potrebbe sembrare fin troppo standard, se l'autore non avesse introdotto alcuni elementi che differenziano la trama dalla consuetudine. Infatti, "Il Cadavere in Pantofole Rosse" assomiglia sotto molti aspetti a "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?", sebbene a prima vista le apparenze non lo diano a vedere. Troviamo, tra le altre cose che risaltano fin da subito, la netta presenza di una gerarchia e stratificazione nella società, con tanto di aristocratici (Sir Thomas Grymer e Lady Grymer) affiancati a figure più semplici come quella del canonico Merafield, oppure di individui appartenenti alla cerchia finanziaria, elevati rispetto alla gente comune ma pur sempre inferiori ai signori di Old Hallerdon, come Felderman e Lyneham. Per non parlare di Lewisson, considerato alla stregua di un dipendente anonimo, e dello stesso Tolefree, agente assicurativo che si guadagna da vivere di giorno in giorno. Non mancano, inoltre, altri riferimenti a stereotipi in voga, nella rappresentazione degli stessi ruoli di ogni personaggio (Lyneham appare come un cinico finanziere; Thibaud simile al francese da commedia e operetta, tutto parole arzigogolate e atteggiamenti effeminati; Bigbury il tipico giovane inglese dal temperamento bollente sotto la facciata di perbenismo) e nell'inserimento nel caso di un'enorme quantità di elementi del mistero e della trama che già alla fine degli anni '40 del Novecento dovevano apparire come usurati: gli incontri notturni in stanze e corridoi oscuri, i tè all'aperto, liti sospette tra personaggi ambigui, travestimenti, coinvolgimenti di bande criminali organizzate... Insomma, dentro a "Il Cadavere in Pantofole Rosse" sono stati riuniti dall'autore la maggior parte dei cliché che al giorno d'oggi vengono ancora collegati al romanzo giallo; tutte quelle cose che possono sembrare un po' superate al lettore moderno e che minano la plausibilità dell'enigma, facendo storcere il naso a chi legge.

Eppure, c'è qualcosa di cui bisogna tenere in considerazione, quando si fanno accostamenti tra opere di autori diversi; ovvero, il loro approccio al genere. Haynes, ad esempio, era molto interessata a descrivere il rapporto tra i suoi personaggi, pur non ambendo a raggiungere le vette di analisi psicologica di Christie e Sayers; si accontentava di tracciare storie che avessero al loro interno enigmi senza infamia e senza lode, capaci di intrattenere ma senza costringere i lettori a farsi venire un mal di testa per risolvere in anticipo sull'investigatore di turno il caso che gli era stato affidato. Dal canto suo Walling, invece, intendeva fondare proprio sulla solidità dell'enigma tutta l'essenza dei suoi mysteries, dando grandissimo risalto all'indagine e lasciando (quasi sempre) sullo sfondo qualunque distrazione potesse rischiare di spostare il fulcro dell'azione dal caso investigativo. In questo modo, pur affrontando la questione da punti di vista differenti, sia Haynes sia Walling sono riusciti a dare vita a romanzi del mistero meno "complicati" di opere di autori celebrati per la loro complessa inventiva; ma non per questo scadenti, se presi come racconti fini a se stessi o, nel caso di "Il Cadavere in Pantofole Rosse", come "un nuovo bel giallo [...] uno splendido rompicapo, con qualche brivido, una storia ben definita e ideata" ("The Engineer's Bookshelf", Wilson R. Dumble). In sintesi, i loro libri non sono affatto così male come si può pensare, nonostante l'inserimento degli aspetti fin troppo convenzionali che ho elencato sopra; e il motivo di ciò si può riscontrare proprio nel loro essere "classici" in maniera tanto spiccata: pur non volendo produrre chissà quale capolavoro privo di cliché, questi autori hanno accontentato chi cercava trame spensierate seppur condite di omicidi (ed erano davvero in tanti, nel periodo tra le due guerre mondiali a cui i libri di Haynes e Walling risalgono), ottenendo addirittura lo status di essere accostati a figure ben più grandi in quanto a spirito e ingegnosità: Haynes con Christie, e Walling con gli esponenti del gruppo degli Humdrum. Questi ultimi, in particolare, furono probabilmente i giallisti che più di tutti gli altri (pure di Haynes e delle sue colleghe) si dedicarono alla trattazione del romanzo giallo come puro enigma. Il loro nome deriva dall'espressione con cui il critico inglese Julian Symons definì John Rhode pochi anni dopo la morte di Freeman Wills Crofts, un altro membro del gruppo incriminato: master of the humdrum, intesa come critica al fatto che egli, allo stesso modo dei suoi compari, si focalizzasse soltanto sulla tediosa e costruzione di meri rompicapi, tralasciando l'esplorazione di temi importanti e caratterizzazione dei personaggi.

Era questa la crime story incarnata dalla maggior parte dei membri del Detection Club, i quali si erano assunti lo scopo di rappresentare la vita reale, con tutte le sue sfaccettature positive e negative, e criticare la società del tempo. Ma, cosa che non viene sottolineata abbastanza spesso, non è questa l'unica concezione di genere crime che possa esistere; e infatti così non è. Infatti Rhode, benché membro del Club, considerava il romanzo giallo come una sorta di "cruciverba letterario", che doveva assumere il ruolo di strumento per stimolare la mente dei lettori e spingerli a ragionare sulla meccanica del delitto. In questo modo, adottò una visione del genere che si discostava da quella della maggior parte del gruppo, e diede vita a numerosissime detective novels incentrate soprattutto sullo svolgimento delle indagini della polizia e dell'investigatore, all'interno di storie dichiaratamente fittizie. Senza dubbio, questo modo di vedere veniva considerato "classico" già negli anni '40 del Novecento e non dovette convincere i lettori assetati di storie impegnate; eppure, fu ugualmente apprezzato da moltissimi proprio per quella sua stessa caratteristica (non per niente, egli pubblicò quasi centocinquanta libri nel corso della sua carriera). Ad esso Walling si ispirò per delineare le proprie trame, e non vedo il motivo per cui bisognerebbe colpevolizzarlo: sfruttò le stesse premesse del master of the humdrum, oltre a quegli stessi stereotipi che avrebbero inciso sulla riuscita complessiva e la credibilità dell'indagine, per dare vita a romanzi che si differenziavano dalla massa (nel bene o nel male, secondo il punto di vista di cosa ognuno cercava in un romanzo del mistero) e per crearsi un proprio posto all'interno del genere; accontentando così puristi del giallo ad enigma che, anche nel 1936, desideravano continuare a leggere mysteries focalizzati soprattutto su enigmi complicati come meccanismi ad orologeria.

Robert Alfred John Walling, nato nel 1869 e morto nel 1949
La convinzione che i libri di Robert Alfred John Walling siano un po' antiquati può forse essere dovuta anche al fatto che egli si trovò ad intraprendere molto tardi la carriera dello scrittore di narrativa, in un momento lontano dagli anni della giovinezza in epoca vittoriana. Nato nel 1869 a Exeter e contemporaneo di altri giallisti ormai considerati datati, come la stessa Haynes e Richard Austin Freeman, Walling iniziò infatti a lavorare come giornalista al "Western Indipendent" di Plymouth, seguendo le orme del padre, e dedicandosi a dirigere quello stesso giornale per gran parte della sua vita, prima di pubblicare una biografia su Sir John Hawkins e iniziare ad interessarsi al mondo del crimine, quando venne nominato giudice onorario in quella stessa cittadina. Sposato con Florence Greet e padre di quattro figli, solo nel 1927 diede alle stampe il suo primo romanzo di genere, "Dinner-Party at Bardolph's", e la buona accoglienza del volume (scritto perlopiù per divertimento) lo indusse a continuare su quel campo arrivando a pubblicare, in tutto, una trentina di gialli nella sua carriera, fino al momento della sua morte nel 1949. Nella maggior parte di questi, il protagonista è l'agente assicurativo Philip Tolefree, il quale agisce come investigatore in incognito e appare per la prima volta in "I Fatali 5 Minuti" del 1932. Oltre a questo romanzo, Tolefree appare anche in altri famosi romanzi come "Murder at the Keyhole", "The Cat and the Corpse", "The Mystery of Mr. Mock", "The Coroner Doubts" e, ovviamente, "Il Cadavere in Pantofole Rosse", settimo nella serie. Da molti considerato il suo vero capolavoro (anche più del celebrato "I Fatali 5 Minuti" inserito nella classifica delle pietre miliari del genere di Ellery Queen e Howard Haycraft), questo romanzo rappresenta pienamente le caratteristiche della narrativa di Walling.

In esso troviamo numerosi e diversi elementi del giallo classico, che irritano i critici e deliziano il pubblico: il mistero costituito dal crittogramma (pp. 16-19, 24-25, 189-196), il delitto nella casa di campagna, una coppia che si diverte ad indagare su un caso come se fosse un gioco, incontri notturni in stanze e corridoi bui, i tè all'aperto, una scena d'inchiesta nella migliore tradizione (pp. 49-59), figure di scienziati misteriosi (pp. 63-68, 166-172, 202-203) e loschi individui, la presenza di piantine, gente che va e viene dalla scena del crimine, furti e ladruncoli, indizi materiali accostati a ragionamenti mentali, esami di laboratorio, travestimenti; tutto ciò viene inserito da Walling in "Il Cadavere in Pantofole Rosse" (come in altre sue opere) per dare vita a un'indagine che per questo motivo può risultare fin troppo complessa e stereotipata, a un giudizio complessivo. Tuttavia, allo stesso tempo, questi aspetti non permettono mai al lettore di annoiarsi; e complice uno stile solido e quasi pesante, non sempre chiaro ai fini di una piena descrizione dei personaggi e della risoluzione dell'indagine, il quale si adatta alla vicenda e permette di tratteggiare il colore locale a Old Hallerdon e a St Maure, così che noi possiamo immaginare a grandi linee gli scenari e le persone che in essi agiscono, quegli elementi del racconto riescono a calare nella storia chi legge e a ghermirlo. Perdonando alcune ingenuità dell'autore, il romanzo si legge meravigliosamente e riesce a intrattenere grazie alle moltissime sfaccettature e trovate del suo ideatore (non per niente egli veniva soprannominato "l'Ingegnoso" dai suoi editori), dando vota a un mistero della casa di campagna che si differenzia dal solito grazie a variazioni interessanti, seppur in parte poco felici, come l'inserimento di una vena avventurosa-spionistica (capp. 1, 2, 9) che dà vita a un complotto poco in sintonia con il giallo deduttivo. Insomma, l'enigma in sé è davvero ingegnoso e piacerà moltissimo agli appassionati di rompicapi; peccato solo che per metterlo in pratica si sia dovuti ricorrere all'uso della nefanda banda criminale, la quale inibisce in parte il mantenimento della tensione e della suspense sul finale (per fortuna tali "elementi di distrazione" restano contenuti e si dà prevalenza al caso di Old Hallerdon, il crittogramma costituisce soprattutto una scusa per avviare le indagini sulla morte di Lewisson). L'indagine, giocata su un intreccio tradizionale e sufficientemente sviluppato, costituisce il fulcro attorno al quale si snodano tutte le altre caratteristiche del romanzo: in mezzo ad indizi disseminati con abilità, ad indagini lunghe e circostanziate, sorrette dalle testimonianze dei sospettati, troviamo un'ambientazione che, pur non occupando mai un posto di primo piano rispetto al mistero, è ben descritta nella sua marginalità (soprattutto per quanto riguarda gli scenari della casa, della campagna e della tenuta, pp. 7-9, 35-36, 68-71, 90-92, 103-104, 144, 165, 170, 206-209, 211-212, 214, 219-220, 222, 225) e riesce a dare un'idea chiara dello scenario in cui si svolge l'azione e dei movimenti dei sospettati, oltre ad evocare la giusta atmosfera in un giallo (vedasi pp. 103-113).

A un certa aria retrò, di antichità con grazia "alla Freeman" (pp. 28-29, 34-35, 40-41, 44, 75-76, 80, 121, 137, 139, 142, 154-158, 253-254, 269-270), accentuata dallo stile legato a una tradizione passata ma pur sempre suggestiva nella sua solennità, vengono accostate le presentazioni dei personaggi, nei quali si scontrano le loro piccole manie e un'innata convenzionalità di facciata: non troviamo mai grandi descrizioni psicologiche, una spiccata profondità caratteriale in loro, ma teniamo d'occhio i loro movimenti e ci concentriamo su questi ultimi per decifrare le loro intenzioni e osserviamo le pantomime che mettono in atto (soprattutto Thibaud, il personaggio che più di tutti incarna uno stereotipo ironico). All'ironia, inoltre, tocca gran parte del lavoro di alleggerimento (pp. 80, 133-139, 142-143, 155, 197-199, 245-246, 271), sfruttando i rapporti tra alcuni protagonisti come Bigbury e Florence, legati da una tipica relazione amorosa e intenzionati a considerare l'indagine di Tolefree come se fosse un gioco (pp. 42-43, 62-63, 79-90, 103-120, 130-131, 139, 154-158, 164-172, 197-202, 267): essi permettono ai lettori in identificarsi e mettono in luce gli aspetti divertenti del caso, con quell'ingenuità che era stata incarnata pure da Bill Beverley in "Il Dramma di Corte Rossa", vivendo il tutto come un'avventura al fianco del più serioso agente assicurativo. Ecco, forse l'ironia risulta un po' calcata a volte (per tornare di nuovo su Thibaud); eppure riesce egregiamente a spezzare la tensione e a dare una nota di spensieratezza alla trama altrimenti troppo impostata sull'inchiesta. Infine, i personaggi agiscono più come burattini, mossi dalla necessità dell'autore di ideare un delitto simile a un meccanismo ad orologeria, che come persone reali (a questo proposito, sono da segnalare le molte riflessioni di Tolefree (pp. 21-24, 48-49, 60-61, 73-74, 107-108, 110-111, 129-132, 153, 189-196, 240), attraverso cui Walling tiene l'indagine al centro della scena, le quali non lasciano grande espressione agli altri protagonisti). Essi sono un po' vaghi, a volte poco caratterizzati come Lady Grymer, una figura algida e candida, la quale non viene mai davvero coinvolta nel caso e viene rappresentata come una donna molto lontana da eventi prosaici quali l'indagine dei poliziotti e l'assassinio. Lyneham è il tipico "affarista", quello che conquista i milioni senza farsi scrupoli di sorta; Thibaud, come abbiamo detto, il tipico francese un po' svitato e forestiero; Grymer il signorotto che alla domenica va in chiesa oppure tiene conferenze davanti alla gente del villaggio. Lo stesso Tolefree costituisce una figura diversa da quella del tipico detective, impegnato a guadagnarsi da vivere e appartenente a una classe medio-alta, figura poco appariscente. Eppure, non è necessario che essi siano troppo delineati per poter giungere alla soluzione del caso: ciò che importa sono i loro movimenti fisici, durante la sera del delitto, per cui possiamo perdonare a Walling questa poca perfezione nella caratterizzazione. In conclusione, dunque, penso che "Il Cadavere in Pantofole Rosse" sia un delizioso esempio di giallo ad enigma, inteso come rompicapo matematico; uno di quei libri che rendono bene l'idea di come fosse la detective novel degli anni Venti del Novecento: quella capace di distrarre le persone dai tristi pensieri legati alla guerra, alla disoccupazione, alla fame e alla crisi generale che si era abbattuta sul Paese in quel momento. Certo, il fatto che Walling continuasse a proporre questo tipo di giallo nel 1936 forse poteva essere considerato azzardato, visto che ormai i tempi stavano cambiando. In ogni caso, a parte il fatto di aver utilizzato l'espediente del complotto nazionale come parte dell'indagine per scoprire il colpevole del delitto di Old Hallerdon, non vedo il motivo per cui questo romanzo debba essere criticato troppo aspramente. Walling voleva consegnarci un mistero simile a un cruciverba, qualcosa che potesse intrattenerci, senza esagerare e trascendere in tematiche sociali e importanti, e sono convinto che ci sia riuscito splendidamente con questa storia in puro stile Golden Age.


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venerdì 20 dicembre 2019

18 - "Natale con Delitto" ("The Santa Klaus Murder", 1936) di Mavis Doriel Hay

Copertina dell'edizione pubblicata dalle
Edizioni Lindau
Tra le collane sulla classica crime story in lingua inglese, la British Library Crime Classics occupa un ruolo di primo piano; non solo perché presenta agli appassionati un nuovo romanzo circa ogni mese, ma anche per il merito di aver dato inizio alla riscoperta di un genere che, da qualche tempo, era stato trascurato in favore di altri. Come in Italia abbiamo avuto Polillo Editore (che mi auguro riprenderà a sfornare nuovi gialli in collaborazione con un nuovo ed entusiasta gruppo editoriale) a dare l'esempio a Lindau e Le Assassine, così la BLCC ha fatto lo stesso con Dean Street Press e altri marchi britannici, tracciando una strada nuova che, per quanto riguarda la pubblicazione di fiction, si diversifica dalle tendenze che oggigiorno vanno per la maggiore e soddisfa l'appetito di lettori affezionati ad autori come Agatha Christie e Dorothy L. Sayers. Fino ad oggi la collana, che si appresta a continuare la sua opera per molto tempo ancora, ha dato alle stampe 76 libri, tra romanzi e raccolte di racconti curate da Martin Edwards; una decina dei quali mi sono già procurato, poiché hanno saputo incuriosirmi e sarà molto difficile vedere una loro traduzione italiana. "Portrait of a Murderer" di Anne Meredith, ad esempio, è una suggestiva inverted story e si sa che questo tipo di romanzo, in cui il colpevole è chiaro sin dai primi capitoli, può risultare meno appetibile al lettore comune e quindi, al di fuori di Polillo, difficilmente essere preso in considerazione per una pubblicazione in Italia; e un discorso simile vale per "It Walks by Night" di John Dickson Carr, intrigante romanzo pubblicato molti anni fa da Mondadori in una versione tagliatissima, intitolata "Il Mostro del Plenilunio", che potremmo non rivedere mai più nel nostro Paese, a causa di problemi di diritti d'autore.

Tra gli altri, ero intenzionato ad aggiungere alla lista anche il delizioso "The Santa Klaus Murder" di Mavis Doriel Hay, quando Lindau mi ha piacevolmente stupito e lo ha tradotto col titolo di "Natale con Delitto" (Lindau, 2017). Proprio questo romanzo sarà l'oggetto della recensione di oggi, poiché non solo racconta una gradevole storia in tema con il periodo natalizio e le feste imminenti, che merita di essere conosciuta, ma si presta benissimo anche a rappresentare uno degli elementi che caratterizzano il "Christmas Murder Mystery", come "Quando l'Amore Uccide" di Nicholas Blake e i due libri che seguiranno questo post. Se il giallo di Blake era focalizzato su di un complesso enigma psicologico e sulle riflessioni etiche che da esso potevano scaturire, stavolta il fulcro della narrazione ruota attorno ai suoi protagonisti e ai comuni conflitti che nascono di volta in volta tra i membri di un nucleo familiare vecchio stampo, con tanto di capofamiglia, figli, cognati e amici vari al seguito. I personaggi, i quali agiscono nel consueto spazio chiuso di una casa di campagna mezza isolata dalla bufera, popolano dunque una vicenda più convenzionale, nella quale avviene un omicidio tipico della classica crime story, ma certo non banale: infatti, sebbene anche qui la psicologia occupi un posto di rilievo nella soluzione del mistero, tuttavia l’apparente semplicità del caso evoca la sensazione di essere immersi in una di quelle deliziose letture in cui i rapporti tra membri della stessa famiglia e amici, costretti a convivere insieme e con una personalità spiccata, sono caratterizzati da piccole e stuzzicanti gelosie interne; letture in cui traspare l'autentica anima della detective novel del periodo tra le due guerre, la quale aveva il principale scopo di far trascorrere al lettore qualche ora di spensieratezza e divertimento.

Cartolina natalizia dalla quale si è preso spunto
per la copertina italiana di "Natale con Delitto"
La storia si svolge quasi tutta a Flaxmere, la dimora avita della famiglia Melbury. Lì, nei giorni che precedono il Natale, il parentado al completo si riunisce all'anziano patriarca Osmond, alla sua segretaria e alla figlia più giovane Jennifer per celebrare in allegria la tradizionale festa con i congiunti: gli altri eredi del vecchio (George con consorte e figli, la vedova Hilda con la figlia Carol, Eleanor con il marito Gordon e prole al seguito, Edith con lo scontroso David), la vecchia zia Mildred col suo carattere pungente, l'attore Philip Cheriton, il posato Oliver Witcombe e servitù assortita, tra cui l'autista Bingham e il maggiordomo Parkins. Dietro la facciata di gioia che tutti quanti ostentano in occasione del Natale in comunione, tuttavia, si celano forti rancori, paure e gelosie che accrescono la tensione che già si respirava a Flaxmere ancor prima che tutti fossero arrivati a destinazione: Jennifer, infatti, desidererebbe lasciare definitivamente la casa del padre per farsi una vita propria e poter sposare il proprio amato, Cheriton; eppure Osmond Melbury si oppone con tutte le sue forze e minaccia di lasciarla senza alcuna dote. A ciò, va aggiunta la fredda accoglienza che Edith, Eleanor, Hilda e George ricevono una volta giunti a Flaxmere. La prima, infatti, viene ancora una volta accusata di essere incapace di mettere al mondo la prole che il vecchio si aspetterebbe da lei; la seconda, pur avendo sposato un uomo di rango adeguato secondo il volere del padre, viene accusata di essere incapace di frenare il temperamento bonario di quest'ultimo, imbarazzante in occasioni mondane; alla terza, invece, poiché ha disobbedito ad Osmond in modo plateale, sposando un artista che poco dopo l'ha lasciata vedova e con una figlia da crescere, viene rinfacciata la propria sconsiderata audacia; per non parlare di George, considerato alla stregua di uno sciocco incapace.

Come se tutto ciò non bastasse, inoltre, la presenza in casa di un'avvenente segretaria, Miss Portisham, non passa certo inosservata e contribuisce ad esasperare gli animi degli eredi, rimescolando le carte su chi sarà il fortunato prescelto a ricevere il grosso dell'enorme eredità che il vecchio si appresta a stabilire, proprio in occasione della riunione di famiglia per le feste. Insomma, non si preannuncia una bella settimana per i Melbury, costretti a fare buon viso a cattivo gioco e ad assecondare il vecchio Osmond per non rischiare di essere esclusi dal testamento; soprattutto quando quest'ultimo decide di voler mettere in scena una recita per i bambini, con tanto di Santa Klaus a distribuire i regali. Una bella seccatura, questa sceneggiata; che si trasformerà in tragedia quando, in seguito all'apparizione di Babbo Natale, lo stesso Osmond verrà trovato morto nel suo studio. La faccenda appare chiara fin da subito: a commettere il delitto può essere stato solo qualcuno che si è introdotto nella stanza per vie traverse, magari travestito per non essere riconosciuto; e chi meglio di Santa Klaus, impegnato a movimentare il teatrino inscenato per intrattenere i piccoli di casa, avrebbe avuto l'occasione per farlo? Eppure il colonnello Halstock, incaricato di condurre le indagini, capisce che qualcosa non va per il verso giusto: i numerosi indizi che iniziano ad essere raccolti sembrano suggerire che la soluzione sia ben diversa da quella ipotizzata, con un finestra aperta sul freddo dell'inverno e una fuga precipitosa che suggerisce la presenza di un estraneo sul luogo della tragedia. Toccherà indagare molto più a fondo, intorno alla strana sparizione di un costume da Babbo Natale e di un testamento ambiguo, prima di riuscire a fare luce sul mistero. Cosa che avverrà anche grazie all'aiuto di Kenneth Stour, attore col pallino per le indagini e con una cotta per la tranquilla Edith Melbury.

Mappa di Flaxmere in inglese
Mi rendo conto che, da come viene descritto nell'introduzione qui sopra, "Natale con Delitto" appaia molto simile a "Quando l'Amore Uccide" di Nicholas Blake. In entrambi i casi, infatti, l'enigma all'interno del racconto si basa sul fattore psicologico del carattere dei personaggi ed evolve in base agli indizi che, più o meno allo stesso modo, emergono dall'analisi di quest'ultimo. In un certo senso, questo è vero, visto che tutti e due i libri danno molta importanza al sentimento e alle emozioni manifestate dai personaggi: Blake si concentra sulle pulsioni nascoste dell'animo umano, sulle esplosioni suscitate e sulle ferite inferte dai violenti contrasti tra gli individui e sulla forza di volontà che anima ognuno di noi, nel bene e nel male; mentre in "Natale con Delitto" la bellezza della storia sta nel riuscire a calarci nei pensieri di tutti quanti, prima uno e poi l'altro, così da riuscire a farci un'idea generale di come evolverà la situazione e del clima di tensione che aleggia durante le fatidiche feste di Natale a Flaxmere, quando Osmond Melbury viene assassinato. Eppure, la trattazione psicanalitica della faccenda mi è sembrata decisamente diversa in ognuno dei romanzi, benché entrambi siano del 1936: infatti, se Blake sfrutta il suo complesso caso di omicidio per trattare in modo enfatico temi etici come quello della vendetta e quello della giustizia, ed indagare come la coscienza degli attori sulla scena si possa intersecare a un enigma, nel suo libro Hay fa invece un discorso molto più leggero e attinente alla tradizione, con un'indagine imperniata sulla trattazione classica dell'enigma sullo stile di Haynes in "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?". In parole povere, sebbene gli ospiti di Flaxmere provino senza alcun dubbio le stesse forti emozioni degli abitanti di Dower House, ho avuto l'impressione che il fattore "introspettivo" dell'indagine sia stato sondato soltanto fino a un certo punto, senza sconfinare nel giallo psicologico che negli anni '30 stava iniziando a prendere piede.

L'enigma in sé, ad esempio, tratta di uno di quei convenzionali casi che si ritrovano spesso all'interno della crime story della Golden Age, dove il patriarca di una famiglia numerosa oppure un individuo che esercita un forte potere su alcuni subordinati viene ammazzato (cap. 1 e pp. 55-64): la scoperta del colpevole viene perseguita attraverso una ricerca di tipo "attivo", grazie all'utilizzo di molti indizi materiali come guanti, peli, foglietti, sopracciglia, impronte su macchine da scrivere e davanzali; alla quale tuttavia si combina un'attenta analisi dei rapporti tra membri della stessa famiglia Melbury oppure con i loro congiunti, dove Halstock si ingegna per capire quali siano le fonti di odio, invidia ed egoismo che lambiscono quelle terre inesplorate che sono per lui i caratteri più profondi dei protagonisti (cap. 1, pp. 10, 31, 37, 40-41, 44, 51-52, 57, 60, 70, 81-82, 88-94, 146, 239). Sebbene lui conosca da molto tempo i Melbury come amico di lunga data, di punto in bianco si ritrova a dover trattare ognuno di loro da un punto di vista professionale e ciò gli permette di notare come alcuni covino emozioni sotterranee che fino a quel momento non aveva compreso appieno. Si tratta pure in questo caso di importanti indizi, alla pari di quelli che è riuscito a ricavare dai sopralluoghi in giro per Flaxmere; e lui ne è consapevole, tanto da impegnarsi ad interrogare più volte la stessa persona per riuscire a scoprire cosa si celi sotto la maschera superficiale che ogni personaggio indossa (pp. 14-21, 44-45, 63, 131-138); ma in questo caso l'interesse per lo svelamento degli impulsi nascosti non serba alcun sottinteso melodrammatico o troppo calcato, poiché le sensazioni (pp. 265-266) conservano un'interesse limitato al caso in sé, senza la pretesa di voler sfruttare l'enigma e il rapporto tra i personaggi per fare discorsi seriosi sulla morale o indagare implicazioni elevate su tematiche importanti, come invece era stato il fine di Blake nel suo giallo.

A differenza di quanto accade in "Quando l'Amore Uccide", Hay mette in scena una vicenda più ridimensionata, dove il mistero viene considerato come un corollario dei personaggi (non il contrario) ed esso risulta privo di lirismo o ambizione a trattare argomenti complessi come la vendetta o l'elargizione di un qualche tipo di giustizia; semplicemente, nel suo romanzo giallo la psicologia viene sfruttata per giustificare il comportamento dei personaggi e dare loro moventi per cui agire, senza essere impiegata per esplorare a fondo la coscienza dell'individuo, con il fine di narrare una consueta storia di delitto famigliare, senza strafare e facendo il giusto per intrattenere il lettore (ne è un sintomo anche il fatto di aver raccolto, nelle pagine finali, una sorta di cluefinder, tabella che indica quali sono i passaggi indispensabili per comprendere chi sia l'assassino, usata anche da J.J Connington e Charles Daly King). Insomma, "Natale con Delitto" si potrebbe collocare in uno stadio intermedio tra il giallo tradizionale e quello psicologico; poiché nelle intenzioni assomiglia a "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" di Annie Haynes, sebbene Hay faccia un passo avanti nel tratteggio dei protagonisti della sua storia: rispetto ad allora, infatti, il suo stile a più voci, orientato comunque al passato e al giallo della Golden Age e mescolato a un certo gusto per il pettegolezzo (pp. 58-59, 215), che aiuta a seminare cattiveria (pp. 247-248, 270-272, 284) e ad esaltare istinti nascosti, affianca il tipo di indagine più "attiva" dell'ispettore Rousdon e risulta utile per delineare meglio ogni individuo dal punto di vista della psicologia (interesse che non era presente nel romanzo di Haynes), pur tenendo allo stesso tempo le distanze dal giallo psicanalitico di Blake.

Copertina dell'edizione inglese di "Natale
con Delitto", pubblicata dalla BLCC
La narrativa del mistero di Mavis Doriel Hay ha riottenuto una certa fama dopo che la British Library Crime Classics ha ripubblicato i suoi gialli. Fino ad pochi anni fa, infatti, poche persone si ricordavano dei libri di narrativa scritti da questa autrice, tanto che anche la sua biografia in terza di copertina dell'edizione italiana si limita a cinque righe stringate. In realtà, si conosce qualcosa di più su di essa (anche se non sono riuscito a trovare una sua fotografia). Mavis Doriel Hay nacque a Potters Bar, una cittadina del Middlesex, nel 1894. Dopo aver vissuto nei primi anni della sua vita a nord di Londra e aver frequentato il St. Hilda’s College di Oxford, nello stesso periodo in cui Dorothy L. Sayers si trovava a studiare al vicino Somerville College, divenne un’esperta di artigianato rurale: prima di assumere, una volta rinunciato alla narrativa, il ruolo di ricercatrice presso il Rural Industries Bureau ed incoraggiare le industrie artigianali in aree svantaggiate (si diceva che avesse tanti agganci vantaggiosi da poter organizzare conferenze addirittura nelle case dell'aristocrazia), condusse infatti numerose ricerche in questo ambito e pubblicò diversi libri per esporre le sue conclusioni, tra cui "Rural Industries of England and Wales", per il quale collaborò con Helen Elizabeth Fitzrandolph. Nel 1929 sposò proprio il fratello di Helen, Archibald Menzies, membro della RAF che morì in un incidente aereo nel 1943, durante la seconda guerra mondiale. Fu questa una delle tragedie che segnarono tristemente l'esistenza di Mavis: il più giovane dei suoi fratelli fu ucciso quando il suo aeroplano Tiger Moth si schiantò nella giungla Malese nel 1939, un altro affondò con la sua nave durante la Battaglia dello Jutland nel 1916, all'età di 19 anni, mentre nel 1940 un terzo fratello perse la vita lavorando nella famigerata linea ferroviaria Thailandia-Burma, dopo essere stato catturato dai giapponesi. Nel 1979, l’autrice si spense nel villaggio di Box, nel Gloucestershire, dove aveva risieduto per gran parte della sua vita da adulta; prima di allora, tuttavia, fra il 1934 ed il 1936 scrisse tre romanzi gialli che furono enormemente apprezzati sia dal pubblico che dalla critica: "Murder Underground" (1934), "Death on the Cherwell" (1935) e “Natale con Delitto". Ognuno di essi rientra nel canone del giallo tradizionale della Golden Age, con un'interesse particolare per la psicologia: sono convito che lei preferisse il classico schema della crime novel del dopoguerra in cui lo stile e l'enigma, con tanto di deliziosi e astuti depistaggi e l'eleganza caratteristica dei romanzi di un tempo, sono i punti forti (pp. 95-98, 100-102, 109-110, 182-186, cap. 20).

Molti sono gli elementi che si rifanno a questo tipo di fiction: l'abituale famiglia riunita per le feste di Natale in un'ambientazione sufficientemente d'atmosfera (p. 267), la casa isolata, un anziano scorbutico che ha deciso di cambiare il proprio testamento (pp. 152-153), la mappa dettagliata della scena del crimine, il sovrintendente determinato ma garbato che viene affiancato al detective dilettante, la presenza di indizi materiali da incastrare nel mosaico dell'indagine (come un frammento di carta con alcuni calcoli sull'eredità), un certo classismo che emerge dai discorsi dei personaggi (pp. 20, 41, 50-51, 66-67, 118-119, 254) e il rispetto della tradizione (pp. 73-73). Il racconto della storia nei primi e ultimi capitoli, descritti secondo il punto di vista di alcuni dei protagonisti come era avvenuto in "La Pietra di Luna" di Wilkie Collins, assieme alla presenza di numerosi tipi di testo diversi, riesce a dare una visione del delitto diversa dal solito, e al tempo stesso consente agli attori sulla scena di rivelare meglio, attraverso la funzione della scrittura come mezzo di indagine (pp. 137-139, 145-146), la propria personalità, nel caso in cui omettano di volta in volta alcuni aspetti della vicenda. Qualcosa di simile ha fatto anche Agatha Christie nel suo "Il Natale di Poirot". Ogni membro del gruppo ha un movente per il delitto e, sebbene all'inizio si faccia fatica a star dietro alla grande quantità di sorelle e declinazioni dei loro nomi (Edith-Ditte-Lady Evershot, ad esempio), riesce a conservare una propria personalità che nel corso della storia si fa sempre più marcata. A spiccare tra gli opportunisti e i sospettati, sono soprattutto le figure di Ashmore, l'autista (pp. 27, 243-245, 266-267); di Jennifer (pp. 47-48, 59, 65, 241-242, 227-239), Hilda (pp. 30-34, 285), Edith (capp. 1, 3-5, 7, 15), le figlie di Osmond; di Carol (capp. 1-3, 12-13, 17, 19-20), la figlia di Hilda; e di David Evershot (13, 59-64, 110-114, 196-197, 199, 201-202 285), il marito di Edith. Ognuno di loro dipinge un complesso ritratto che rimanda a uomini e donne vissuti molti anni fa, ma in qualche modo attuali: le difficoltà di Hilda e Ashmore di tirare avanti e prendersi cura della propria famiglia; la prigionia di Jennifer e Carol in una società in cui le donne non riescono ancora a provvedere a se stesse; le pressioni di Edith nel sostenere David e l'invalidità psicologica di quest'ultimo; tutto ciò mi ha profondamente commosso. È nei piccoli personaggi che emerge l'abilità di Hay nel tessere le sue trame, piene di colpi di scena, stratagemmi e bugie ben nascoste. Il tutto, inoltre, viene descritto con grazia e chiarezza, che rendono questo romanzo molto gradevole e ironico. Non bisogna dimenticare che Hay era ancora alle prime armi, quando decise di dedicarsi al romanzo giallo; quindi, se anche potremmo notare qualche imperfezione (come il copioso numero di sospettati oppure una certa ingenuità nella soluzione del caso), penso che esse siano perdonabili al netto del risultato. Tutto l'insieme riesce a dare vita a un libro originale, che soddisfa le aspettative del lettore e lo accompagna durante il periodo del Natale, dimostrando ancora una volta che, anche in occasioni del genere, il delitto e la gelosia non sono mai bandite del tutto.

P.S. Questo è l'ultimo post prima di Natale, quindi approfitto per farvi tantissimi auguri. Spero che possiate passare delle buone feste felici e dedicarvi a molte nuove letture!

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venerdì 16 agosto 2019

5 - "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" ("Who Killed Charmian Karslake?", 1929) di Annie Haynes

Copertina dell'edizione pubblicata dalle
Edizioni Le Assassine
Come sa qualunque appassionato, la crime story della Golden Age è un genere letterario che ha saputo affrontare argomenti o temi scomodi per la propria epoca, mettendo in dubbio l'identità della società e delle persone che la costituivano. È riuscita a rivoluzionare se stessa ispirandosi al mondo circostante, plasmandosi man mano che avvenivano cambiamenti di carattere storico e politico, e ci ha consegnato una serie di romanzi innovativi, dove la visione dell'individuo e la concezione che uno ha su di esso può venire capovolta all'improvviso. Tuttavia, bisogna pure ammettere che una fetta dell'enorme gruppo a cui appartengono i libri di questo tipo reca ancora un'impronta molto classica, dove prevalgono gli stereotipi e le convenzioni di un'epoca ormai passata, l'aristocrazia gioca un ruolo dominante sul popolo borghese e proletario, e la "scalata in società" viene vista come un'azione spregiudicata e che intraprendono solo gli/le arrivisti/eÈ il caso di "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" di Annie Haynes (Edizioni Le Assassine, 2018), pubblicato per la prima volta nel 1929, dove l'indagine ruota attorno a una ricca famiglia che può essere definita "snob" e la figura della vittima è impersonata da un'attrice americana, esempio tipico di ragazza "che si è fatta da sé" e che ha intrapreso un complesso percorso professionale al fine di raggiungere, in quanto ad importanza e fama, uomini e donne che hanno avuto la fortuna di nascere in famiglie antiche. Storie di questo genere sono decisamente tradizionali, non brillano per una spiccata originalità di trama e, spesso, non sono riuscite a resistere alla prova del tempo come è avvenuto per altri gialli della stessa epoca. Attenzione, però: una tale descrizione non vuole sottintendere che le vicende raccontate in questi casi siano insipide, prevedibili e sciocche. Classico non è sinonimo di scandente, e per capirlo basta leggere questo libro; anche se non ci troviamo di fronte a un capolavoro, infatti, trovo che questo sia uno di quelli che si leggono sempre volentieri, dove traspare la vera anima della detective novel del periodo tra le due guerre, con vicende che intrigano senza calcare troppo la mano sull'efferatezza del delitto e che avevano il fine di far trascorrere al lettore qualche ora di spensieratezza e divertimento.

Immagine della casa in cui Caroline Luard
venne assassinata, simile a Hepton Abbey
Fin da subito entriamo nel vivo del caso: è la mattina seguente alla grande festa che la famiglia Penn-Moreton, domiciliata a Hepton Abbey nel villaggio omonimo, ha dato in onore del ritorno dalla luna di miele del giovane fratello del padrone di casa, Dicky, e della sua fresca sposa, Sadie. Nella serata appena trascorsa gli invitati hanno ballato e si sono divertiti; complice la presenza straordinaria della famosa Charmian Karslake, una delle attrici più in voga dall'altra parte dell'Oceano e in continua ascesa nella Vecchia Europa, la quale ha destato grande scalpore partecipando per la prima volta a un evento pubblico durante il suo soggiorno in Inghilterra. Tutti sono rimasti affascinati della sua gaiezza, nonché dal suo bell'aspetto, e adesso sono in attesa che lei faccia il suo ingresso trionfale nella sala della colazione. Peccato che ciò non si verificherà mai. Infatti, mentre gli ospiti e i residenti di Hepton Abbey sono riuniti, il maggiordomo Brook annuncia che mademoiselle Celeste è allarmata dal fatto che la sua padrona non risponda ai suoi richiami e abbia chiuso a chiave la porta della camera che occupa; in fretta Penn-Moreton, il fratello Dicky e l'amico Larpent si precipitano al piano di sopra e, con grande rammarico, una volta sfondato l'uscio trovano la povera Charmian che giace priva di vita sul letto disfatto, con una ferita da arma da fuoco nel petto. Tutto farebbe pensare a un suicidio, nonostante l'aria allegra che la ragazza aveva esibito agli occhi degli invitati alla festa, se non fosse che dalla scena del delitto manca lo zaffiro di inestimabile valore della defunta, il quale pare porti sfortuna a chiunque lo possieda.

Dov'è finito, e come mai nessuno ha visto o sentito alcunché durante tutta la notte? L'indagine sulla morte dell'attrice viene affidata all'ispettore Stoddart il quale, affiancato dall'assistente Harbord, inizia a sondare il terreno a Hepton e all'Abbazia. Le reticenti testimonianze dei Penn-Moreton, dei domestici, di Larpent e della sua fidanzata, la ricca Paula Galbraith, oltre a celare torbidi segreti, lasciano intuire ai poliziotti che Charmian Karslake conoscesse i dintorni e, quindi, che in passato avesse vissuto a Hepton; tuttavia è molto difficile trovare qualcuno che si ricordi dell'attrice, tanto più che sembra siano passati molti anni dall'ultima volta in cui lei ha messo piede in Inghilterra. Il movente si nasconde nel passato, come in tanti esempi di crime novel classica? Toccherà viaggiare in lungo e in largo, dentro e fuori Londra, tra ambienti lussuosi e vicoli sporchi, in teatri e studi medici, prima che Stoddart e Harbord riescano a trovare il bandolo della matassa e a risolvere il caso; senza contare che l'assassino sta correndo pericoli sempre più rischiosi, tanto da indurlo ad aggredire con brutalità un altro dei sospettati pur di impossessarsi di un indizio di vitale importanza.

Articolo di giornale sull'omicidio della
moglie del dottor Crippen
Come dicevo, quella raccontata in questo libro è una vicenda classica in tutto e per tutto; un esempio talmente tradizionale del "delitto-nella-casa-di-campagna" che potrebbe sembrare fin troppo standard. Tra le altre cose, infatti, ciò che risalta leggendo "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?", è la netta presenza di una stratificazione nella società, con tanto di nobili contrapposti al popolo del villaggio di Hepton. Laggiù, i Penn-Moreton vengono ripetutamente considerati alla stregua della famiglia reale ("Il re e la regina erano ovviamente un gradino sopra di loro, ma non li si incontrava tra gli abitanti di Hepton, per cui Sir Arthur e Lady Penn-Moreton potevano bastare"), in atteggiamento riservato e quasi schizzinoso nei confronti del resto delle persone dei dintorni, tanto da lanciare monetine ai poveri, mentre passano con la barca sul fiume. Non mancano, inoltre, altri riferimenti a stereotipi in voga, come la presenza di una maledizione legata a una pietra preziosa (simile a quella contenuta nel meraviglioso "La Pietra di Luna" di Wilkie Collins) o le descrizioni dei personaggi: Lady Penn-Moreton, ad esempio, risulta una figura algida e candida, la quale viene coinvolta nel caso quasi per sbaglio, nel momento in cui serve la sua testimonianza, a cui viene risparmiato il momento dell'arresto del colpevole e che viene rappresentata come una donna timida e molto lontana da eventi prosaici quali l'indagine dei poliziotti e l'assassinio. Sadie Juggs, la moglie di Dicky, viene descritta come "una tipica americana"; per non parlare di suo padre, un vero squalo della finanza con un caratteraccio esplosivo. Lo stesso Dicky, secondogenito e "cadetto" della casata, appare come uno scavezzacollo che deve mettere la testa a posto, quasi insolente con la polizia. Ma non solo i nobili vengono ritratti in questo modo convenzionale: oltre al classico tipo di investigatore rappresentato da Stoddart, la signora Sparrow è il tipico esempio di zitella, devota alle associazioni per signore e alla conservazione della chiesa del vicinato, mentre Mary Gwender appare come una novella "Strega di Hansel e Gretel", con tanto di volto rugoso e dedita alla vendita di caramelle, e il maggiordomo Brook incarna l'ideale "alla Jeeves" del domestico perfettamente adatto ai salotti signorili. Tutte queste cose, in sintesi, possono sembrare un po' superate al lettore moderno; e se aggiungiamo anche il fatto che l'enigma, pur ben fornito di indizi, risulta molto nebuloso nella sua esposizione (complice il metodo incostante di Stoddart) e con un finale che suggerisce una determinata fretta nel voler concludere la storia, non possiamo che constatare una certa superficialità nella costruzione di questo romanzo, rispetto ad altre opere dello stesso periodo (per capirci, "Dalle Nove alle Dieci" di Agatha Christie è stato pubblicato tre anni prima e, in quanto a narrazione ed enigma ci sono delle notevoli differenze).

Eppure, se preso come racconto fine a se stesso, come un gradevole intermezzo o "un buon esercizio mentale per il lettore che ha appena ricevuto una cartella dal Fisco" (London Mercury), "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" non è affatto così male come si può pensare; e il motivo di ciò si può riscontrare proprio nel suo essere "classico" in maniera tanto spiccata. La crime story classica incarnata dai membri del Detection Club si era assunta lo scopo di rappresentare la vita reale, con tutte le sue sfaccettature positive e negative; ebbene, in questo caso l'intento di Annie Haynes appare più quello di voler raccontare una storia dichiaratamente fittizia per il semplice gusto di farlo. E non vedo il motivo per cui bisognerebbe colpevolizzarla. Ci mette dentro descrizioni di ambienti e di luoghi ben curate, spesso campagnole o di scene urbane appartenenti al proletariato; tratteggia un'enigma giocato su una storia legata al passato, uno dei grandi classici del giallo anglosassone, con grazia e sufficiente metodo da poter essere apprezzato; usa uno stile che, pur non sempre chiaro ai fini di una complessa descrizione dei personaggi e della risoluzione dell'indagine, si adatta alla vicenda e permette di tratteggiare il colore locale a Londra e a Hepton, così che noi possiamo immaginare a grandi linee le persone sulla scena come se fossero quelle che incontriamo per strada ogni giorno. Tutti questi elementi, insomma, rendono bene l'idea iniziale che la detective novel aveva assunto in Inghilterra: quella, cioè, di distrarre le persone dai tristi pensieri legati alla guerra, alla disoccupazione, alla fame e alla crisi generale che si era abbattuta sul Paese in quel momento. Certo; ogni tanto viene fatto cenno a qualche evento reale legato al crimine, come ai casi del dottor Crippen (p. 86) o quello di Edith Thompson (p. 110), ma sono convinto si tratti più di argomenti cui l'autrice era interessata e che lei abbia voluto inserire per dare un ulteriore sostegno all'indagine sulla morte di Charmian Karslake.

Copertina dell'edizione inglese del
romanzo, pubblicata dalla Dean Street
Press
Questo interessamento al crimine reale è una delle poche cose che si conoscono su Annie Haynes, nata nel 1865 ad Ashby-de-la-Zouch, nel Leicestershire, e divenuta scrittrice nel 1923, dopo il trasferimento nella capitale nel 1908. La psicologia degli assassini e delle loro vittime, infatti, la spronarono ad occuparsi di crime stories non solo attraverso i suoi libri (dodici in tutto) ma anche in modo più attivo, tanto da spingerla ad avventurarsi con la sua bicicletta in scene del delitto lontane dalla sua Londra, quali la casa nel Kent in cui venne assassinata Caroline Luard o la cantina in cui Crippen seppellì i resti della moglie. Tra le altre particolarità che avvolgono la figura indistinta di quest'autrice spicca il fatto che a tutt'oggi non esista una fotografia che la ritrae, e che ella fu tre le prime signorine ad aderire ai circoli femministi che all'inizio del Novecento stavano nascendo in tutta Inghilterra. Figlia di un negoziante di ferramenta, Annie Haynes morì prematuramente nel 1929; ma non prima di essere stata paragonata da The Illustrated London News, proprio nell'anno in cui esordì nella narrativa gialla, ad altre illustri colleghe quali Isabel Ostrander, Carolyn Wells e Agatha Christie per spirito e ingegnosità. Già nel corso degli anni Trenta, quando "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" e "The Crystal Beads Murder" (quest'ultimo completato da un collega scrittore rimasto sconosciuto) vennero pubblicati postumi, i suoi libri non erano più ristampati, e ben presto si perse il loro ricordo. Fortunatamente Dean Street Press (in Inghilterra) e Le Assassine (in Italia) ci hanno permesso di riscoprirla ancora una volta; mi auguro che anche gli altri suoi titoli verranno tradotti in futuro, poiché se si tratta di letture godibili come è stata questa, allora si può proprio dire che ne vale la pena.

P.S. Un piccolo appunto all'edizione italiana: questo romanzo è stato presentato nella trama come "un tipico enigma della stanza chiusa". In realtà, credo si tratti più di un semplice "delitto-della-casa-di-campagna". Il mistero della camera chiusa a chiave di Charmian Karslake occupa uno spazio decisamente più ridotto rispetto all'omicidio vero e proprio, come dimostra la sua soluzione.

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