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venerdì 24 luglio 2020

40 - "Corpi al Sole" ("Evil Under the Sun", 1941) di Agatha Christie

Copertina dell'edizione pubblicata
dai Classici del Giallo Mondadori
n. 569
Nel mese di maggio avevo già introdotto l'argomento del "giallo in vacanza", recensendo alcuni romanzi del mistero della classica crime story che in qualche modo avevano a che fare con i viaggi in luoghi remoti, le lunghe giornate estive e il pigro dolce far niente che caratterizza i mesi più assolati dell'anno. Oggi torno sulla materia per accompagnarvi in un ulteriore itinerario metaforico attraverso coste bagnate dal mare, piccoli villaggi di marinai oppure di campagna, metropoli arrostite dall'afa e dall'umidità, isolette popolate di allegri turisti; insomma, luoghi che all'apparenza ci restituiscono un'immagine rilassante, ma che il delitto pare infestare ancor più delle tradizionali case isolate dalla neve della tradizione del mystery all'inglese. Magari uno non ci pensa, però il più delle volte è proprio così: l'idea della sospirata vacanza da trascorrere in pace e tranquillità, circondati da piccole occupazioni quotidiane e da un sacco di tempo a disposizione da passare stesi su uno sdraio, spesso non corrisponde a quella che ci facciamo prima di partire. Per esempio, incidenti di percorso come un guasto all'auto oppure un ritardo del treno o dell'aereo sono dietro l'angolo, pronti a guastarci la festa fin dall'inizio, ma soprattutto gli incontri che possiamo fare una volta giunti alla meta hanno il potere di frustrarci e di rovinare quello che, per alcuni, è l'unico momento di relax dell'anno. Finché siamo a casa nostra, se qualcuno si presenta ad infastidirci, possiamo accusare l'intruso di essere uno scocciatore e allontanarlo; ma se ci troviamo in vacanza, come possiamo liberarci del nostro aguzzino? Ci troviamo in un albergo dove l'accesso è consentito a qualunque individuo, oppure in una spiaggia dove chiunque può tirare fuori un asciugamano e stendersi in riva al mare, mentre fa qualche commento al vetriolo e ci stuzzica. In tali frangenti, nessuno può fare alcunché per ostacolare il nemico, come dimostra l'esperienza della bella Linnet Ridgeway in "Poirot sul Nilo", perseguitata incessantemente dalla vendicativa rivale in amore. In questa situazione, pertanto, non appare più così strano che la gente finisca per impazzire all'improvviso oppure per commettere qualche atto insensato durante le ferie. Mettete insieme il caldo insopportabile, la tensione emotiva che si viene a creare in un gruppo di persone, il desiderio di godere appieno della pace dei sensi e l'innata natura umana con tutte le sue turbolenze, e il gioco è fatto.

Anche in vacanza può verificarsi un omicidio in men che non si dica; soprattutto, se nelle vicinanze si trova l'investigatore di un giallista del passato. Come dicevo, infatti, gli autori che hanno reso grande questo genere fecero in modo di sfruttare gli innumerevoli contrasti tra turisti e alcuni luoghi esotici che loro visitarono per diletto, per dare vita a romanzi e racconti del mistero dalle mille sfaccettature, capaci di distrarre i lettori del periodo tra le due guerre mondiali grazie alle loro cornici spettacolari, in cui i protagonisti agivano per combattere il Male incarnato di volta in volta dall'assassino di turno. Arthur Conan Doyle, nel racconto "L'Avventura del Piede del Diavolo" contenuto in "L'Ultimo Saluto di Sherlock Holmes", spedì il segugio di Baker Street nella meravigliosa costa della Cornovaglia per evitare un esaurimento nervoso e lo mise a confronto nientemeno che con Satana (o perlomeno una sua presunta emanazione); Dorothy L. Sayers ambientò il suo "Cinque Piste False" a Galloway, durante un periodo dedicato alla pesca da parte di Lord Peter Wimsey, nel corso del quale l'aristocratico investigatore venne a contatto con una fin troppo vivace colonia di artisti, mentre in "Alta Marea per Lord Peter" Harriet Vane si imbatté in un cadavere nel corso di un'escursione lungo la costa sud-ovest dell'Inghilterra; Francis Beeding ideò addirittura un caso di serial killing nell'omonima località balneare di "La Morte Cammina per Eastrepps".

Tuttavia, l'autrice che probabilmente ha sfruttato al meglio questo filone del genere giallo è stata la Regina del Delitto, Agatha Christie, la quale trascorse gran parte della propria vita in giro per il mondo. Con romanzi quali "Assassinio sull'Orient-Express", "Il Pericolo Senza Nome", il già citato "Poirot sul Nilo", "Delitto in Cielo", "Tragedia in Tre Atti", "Dieci Piccoli Indiani" e quelli ambientati in Medio Oriente, Christie riuscì a dare vita a una lunga serie di avventure poliziesche esotiche che impegnarono tanto i suoi investigatori, nello sbrogliare le ingarbugliate matasse che lei aveva tessuto con abilità, quanto i lettori, destinati a restare sconcertati dai loro finali imprevedibili. Tra queste ultime, oggi vi voglio parlare di "Corpi al Sole" (Classici del Giallo Mondadori n. 569, 1988), la ventesima indagine di Poirot e rielaborazione del racconto con Miss Jane Marple "Una Tragedia Natalizia", inserito in "Miss Marple e i Tredici Problemi". Si tratta di uno dei capolavori della scrittrice, una storia ambientata nella stessa isola che avrebbe fatto da sfondo al più sconcertante mystery della tradizione classica ("Dieci Piccoli Indiani"), e attraversata da numerose correnti di passione sotterranee. Le personalità dei turisti che alloggiano al Jolly Roger Hotel, insieme alla loro psicologia sentimentale, costituisce infatti il fulcro dell'indagine, il terreno sul quale si snodano gli interrogatori della polizia e del piccolo investigatore belga riguardo un enigma tanto astuto quanto giocato su un trucco semplice. Sappiamo tutti che Christie viene considerata dalla maggior parte delle gente come un'autrice "semplice" e ideatrice di personaggi con poco spessore; ebbene, vi sfido a leggere con attenzione questo libro e a confermare questo giudizio frettoloso e dal tono poco lusinghiero. Forse a prima vista "Corpi al Sole" può sembrare la tipica lettura da spiaggia, ma se si scava a fondo si scoprono abissi oscuri e di una malvagità terrificante.

Cross Channel Shelling, Eric Ravilious, 1941, che raffigura
una costa parzialmente legata alla terraferma, come l'Isola
del Contrabbandiere
Come dicevo, ci troviamo nell'Isola del Contrabbandiere, a breve distanza dalla costa della Cornovaglia. Su questo atollo un tempo privato, da qualche anno è sorto un rinomato albergo che ospita molti turisti paganti e soddisfatti, i quali vengono a trascorrere al Jolly Roger Hotel le loro ferie estive e pasquali. Moltissime personalità interessati si possono incrociare nelle sale da gioco o sui campi all'esterno dell'edificio, dai semplici colonnelli in pensione che vengono a svernare sul mare, a ricchi imprenditori che impongono la propria chiassosa presenza al prossimo. Tra gli altri, si trova laggiù pure Hercule Poirot, intenzionato a prendersi una pausa dal lavoro di investigatore e a tenere allenato il proprio spirito di osservazione attraverso l'analisi psicologica dei suoi compagni di soggiorno. Nel breve tempo che ha trascorso sull'Isola del Contrabbandiere, ha già inquadrato quasi tutti: i signori Gardener, ad esempio, sono la tipica coppia di americani che si può incontrare in Inghilterra, tutta intenta a visitare luoghi di interesse culturale e a prendere un po' di aria buona, lontana dalla frenesia della metropoli. La signorina Brewster, invece, ha tutta l'aria della zitella energica che si può incrociare nella periferia di Londra, dedita allo sport e alla coltivazione del sano pettegolezzo, pur essendo dotata di un carattere forse troppo duro per rientrare completamente nella categoria delle signorine che si mantengono da sole. Il reverendo Stephen Lane incuriosisce Poirot, poiché rivela un'indole proiettata poco alla predicazione gioviale e molto alla condanna del diavolo, che vede dappertutto intorno a sé. Il maggiore Barry, d'altra parte, ha tutta l'aria di essere uno di quei noiosi ufficiali in pensione che si divertono a rievocare vetusti episodi del loro passato nell'esercito, con buona pace dei loro ascoltatori. Per non parlare di Horace Blatt, il riccone che si è fatto da sé e che tormenta il prossimo pur di essere sempre al centro dell'attenzione e di costituire "l'anima della festa". Eppure, c'è ancora qualcuno che lascia perplesso il grande Hercule Poirot. La cerchia composta da Kenneth Marshall, la sua giovane e immatura figlia Linda e la bellissima moglie Arlena Stuart fa trapelare più di un'emozione nascosta sotto la superficie e l'investigatore lo sente forte e chiaro.

Arlena ha la brutta fama di essere una fame fatale, una di quelle mangiatrici di uomini che non sono mai sazie e che spesso e volentieri distruggono idilliaci rapporti tra giovani innamorati. Patrick Redfern, giunto al Jolly Roger Hotel assieme alla fatua e scialba consorte Christine, sembra essere diventato l'ultima preda della signora Marshall-Stuart, e Poirot teme che qualcosa di terribile stia per accadere nell'albergo; soprattutto dopo aver parlato con Rosamund Darnley, celebre stilista di Londra e vecchia amica di Kenneth Marshall, la quale lascia sottintendere come la relazione tra l'uomo e la giovane moglie si sia incrinata nel tempo. Anche gli altri ospiti dell'albergo non vedono di buon occhio la bella Arlena, chi per gelosia e chi per disprezzo: Linda desidera allontanarla dal padre, Christine piange copiose lacrime perché vede distruggersi il suo sogno d'amore con il suo amato, persino il reverendo la considera la personificazione terrena di Satana e del male. "Il male è dappertutto sotto il sole" riflette Poirot, mentre con il resto del gruppo osserva Arlena scendere alla spiaggia e catturare ancora una volta l'attenzione di Patrick Redfern. Già, anche in un posto bellissimo come l'Isola del Contrabbandiere possono accadere fatti orribili. E infatti, ben presto il cadavere strangolato della signora Marshall viene rinvenuto in una spiaggia parzialmente isolata e nascosta agli occhi degli ospiti dell'albergo. Chi può averla uccisa? All'apparenza, tutti i turisti si trovavano nelle vicinanze o all'interno del Jolly Roger Hotel. Tuttavia, ben presto si palesa agli occhi di Poirot e della polizia, convocata sul posto e impersonata dal colonnello Weston (lo stesso di "Il Pericolo Senza Nome", p. 63) e dall'ispettore Colgate, la maggiore probabilità che si tratti di un lavoro eseguito dall'interno, poiché in tal caso le incognite sarebbero state meno che in un caso di assassinio occasionale. Come è possibile che l'omicida si sia trovato in due posti contemporaneamente? Starà a Poirot raccogliere tutti i più piccoli indizi, tra cui una bottiglietta gettata fuori da una finestra e un bagno fuori orario, spezzare un alibi all'apparenza indistruttibile e scoprire quale sia la verità, per ristabilire il buon nome del Jolly Roger Hotel e riportare la normalità nelle vacanze di (quasi) tutti i villeggianti.

Pianta dell'Isola del Contrabbandiere, con i riferimenti
del caso
La fama è qualcosa che gioca in un altalenante su e giù di conseguenze positive e negative, me ne rendo conto ogni giorno di più. Ad esempio, ogni tanto penso che mi piacerebbe tantissimo che questo blog diventasse conosciuto non solo all'interno della mia piccola cerchia di appassionati di romanzo giallo classico, ma anche tra i lettori in generale; poi però leggo esperienze come quella di Chiara Ferragni agli Uffizi e capisco che mi seccherebbe molto se Three-a-Penny venisse criticato gratuitamente (per intenderci, non difendo affatto le affermazioni sul fatto che l'influncer debba essere l'unico mezzo attraverso cui i giovani si avvicinino ad argomenti culturali, ma comprendo come questa figura possa in qualche modo essere utile allo scopo). Dopotutto, io faccio del mio meglio e leggere o ascoltare gente che (soprattutto) critica per il semplice gusto di fare polemica, invece di fare osservazioni costruttive, mi rattristerebbe. Qualcosa del genere è capitato anche ad Agatha Christie nel 1926, quando fece perdere le proprie tracce per qualche tempo e tutti la accusarono di volersi fare pubblicità in occasione della pubblicazione di "Dalle Nove alle Dieci" oppure di attirare l'attenzione su di sé per puro egoismo. Da quel momento, lei sviluppò una forte avversione verso i giornalisti e i ricevimenti mondani, già accentuata dalla sua spiccata timidezza, e fece il possibile per mantenere uno stretto riserbo sulla propria privacy.

C'è da dire che, all'inizio del Novecento, un po' tutti i giallisti venivano considerati in qualche modo come delle star e le loro vite private venivano sondate con ogni mezzo lecito ed illecito; però ho sempre avuto l'impressione che quella di Christie sia stata più al centro dell'attenzione pubblica delle altre; forse proprio a causa dell'esperienza negativa del 1926. In ogni caso, la stretta riservatezza della scrittrice e i muri metaforici che ella erse a propria difesa non scoraggiarono i critici, ma anzi li spinsero ad impegnarsi il doppio per analizzare ogni piccolo dettaglio della sua vita e, di conseguenza, della sua opera. Addirittura in Italia, dove la saggistica sulla classica crime story e i suoi protagonisti è praticamente inesistente rispetto a quella in Francia e Inghilterra, il complesso dei romanzi dell'autrice è stato passato in rassegna già da molti anni, con risultati che, come dicevo all'inizio, si dividono tra giudizi positivi e negativi. Ne avevo parlato nella recensione di "Dalle Nove alle Dieci", ma il discorso vale anche per "Corpi al Sole": secondo alcuni, i libri di Christie sono letteratura di consumo, intesa come qualcosa che uno può divorare e serve solo a far trascorrere qualche ora di spensieratezza e divertimento, senza lasciare nel subconscio qualche traccia del suo passaggio; per altri, essi sono capolavori della letteratura mondiale che illustrano al meglio la società del secolo scorso e costituiscono ritratti veritieri della psicologia dell'individuo. Da parte mia, forse vi stupirò dicendo che li considero (comprendendo quindi il romanzo di oggi) come qualcosa che sta al centro di questi pareri. Penso che essi siano capolavori dell'arte dell'intrattenimento e della narrativa fittizia, al cui interno tuttavia sono presenti colpi di genio magistrali e delitti messi a segno con un'abilità che non può non rispecchiare in qualche modo la realtà dei fatti riguardo sospettati circoscritti, false piste, indizi e mistero. È questa la benedizione/maledizione che colpisce l'opera di Agatha Christie: la capacità di adattarsi quasi a qualunque tipo di lettore, che sia esso alla ricerca di uno svago leggero oppure di un romanzo in cui siano trattati argomenti seri come le passioni umane e il delitto, e contemporaneamente la costante condanna da parte di alcuni di non essere presa sul serio a causa della sua semplicità.

Prendiamo proprio "Corpi al Sole": il tratteggio del caso, ambientato in un'isola sulla quale è difficile sbarcare nel corso di una vacanza, appare quanto mai convenzionale e conforme ai canoni tradizionali della crime story. Niente di strano, visto che Agatha Christie viene riconosciuta in tutto il mondo (a ragione) come la giallista per eccellenza; quella che, nei suoi libri, ha sfruttato gli elementi fondamentali del genere talmente bene da dare l'impressione di averli inventati lei. Il villaggio di campagna, il viaggio in treno, la cerchia di sospetti isolata sono tutti elementi del giallo che vengono subito accostati dal lettore medio alla sua figura, grazie a romanzi come "La Morte nel Villaggio", "Assassinio sull'Orient-Express" e "Dieci Piccoli Indiani", nonostante tanti altri autori si siano cimentati nella realizzazione di storie con caratteristiche simili. Inoltre, dal momento che la tradizione (a torto) vede il genere giallo come caratterizzato da uno stile poco elaborato e superficiale (mi viene in mente la critica insensata che fece a riguardo lo studioso Edmund Wilson, dopo aver bocciato "Il Segreto delle Campane" di Sayers per il motivo opposto), il fatto che Christie fosse una sostenitrice dell'economica enunciazione su carta di fatti e dialoghi, tanto che questo divenne un marchio di fabbrica, contribuisce a sottolineare ancora di più l'appartenenza della scrittrice al mondo della tradizione classica. La cerchia chiusa di sospettati, gli alibi basati sul fattore tempo e sulla copertura reciproca, la presenza di personaggi perlopiù stereotipati (la coppia composta da moglie chiacchierona e marito devoto, il colonnello immerso nel ricordo, la zitella pettegola, il reverendo che osserva il mondo con uno spiccato senso del peccato), il triangolo amoroso e una rappresentazione un po' snob della società medio-alta sono altre caratteristiche che la Nostra ha sfruttato in lungo e in largo. Leggendo "Corpi al Sole", insomma, possiamo farci l'idea di trovarci di fronte a un mistero e una storia abbastanza ordinari; ed in parte è proprio così, tenuto conto degli aspetti qui sopra. Eppure, come non mi stancherò mai di ripetere, nella narrativa gialla niente è mai come appare, oppure solo bianca o nera. Infatti, anche se il ragionamento sullo stile di scrittura può trovare un certo riscontro, a dispetto di quanto si possa pensare a prima vista, nel corso della descrizione delle vicende Agatha Christie, pur sembrando in tutto e per tutto disinvolta, si ingegna a capovolgere le certezze del lettore e a sviarlo con trovate innovative, sfruttando gli stessi cliché che dovrebbero limitarla, utilizzando una narrazione unica che ha mantenuto il proprio smalto fino ai nostri giorni, spesso venata di un pizzico di humor e leggerezza, ma concentrata pure su argomenti più seri di quanto si possa credere.

Accanto ai frivoli discorsi della signora Gardener, intenta a sferruzzare sulla spiaggia e ad intrattenere i suoi compagni con qualche pettegolezzo, e alla descrizione della vita quotidiana al Jolly Roger Hotel e della gente che anima e popola i dintorni, l'autrice inserisce profondi ragionamenti sul Male, a mostrare come la psicologia delle persone sia spesso influenzata da pregiudizi, a descrivere con efficacia un'atmosfera di sospetto e di passione repressa (es. cap. 1, 4, 7). Alterna divertenti dialoghi come il botta-e-risposta dei Gardener e del maggiore Barry, oppure le osservazioni alquanto allusive di Rosamund Darnley e della signorina Brewster, a scene in cui traspare una forte componente sentimentale. Proprio l'amore, l'odio, la gelosia, la brama, l'avidità giocano un ruolo centrale all'interno di "Corpi al Sole"; il sentimento attraversa il racconto come un filo rosso che Poirot si impegna a seguire, passando dalla relazione tra Marshall e Arlena, a quella di Redfern e Christine, a quelle tra Redfern e Arlena e Marshall e Rosamund. Ma a Christie interessa non solo il rapporto che sfocia nel fidanzamento e nel matrimonio; anche quello famigliare tra Linda e Arlena, la figliastra e la matrigna, occupa un posto importante all'interno del romanzo. Le rivalità e l'insicurezza vengono incarnate dai personaggi femminili e portate agli estremi, permettendoci di gettare uno sguardo negli abissi oscuri che questi sentimenti (pp. 38-40, 47-50, 88-90, 139-142, 189-191), se legati all'amore cieco e all'opportunismo, possono generare e sulla sconfinata malvagità che gli esseri umani sono in grado di manifestare, se solo lo desiderano. Il reverendo Lane osserva con impeto a Poirot, mentre assistono inermi al Fato che gioca con gli uomini: "Ma benedetto uomo, non la sente nell'aria? [...] Non la sente tutt'attorno la presenza del Male?". L'investigatore annuisce, poiché conosce la natura umana e la disperazione che alberga negli animi tormentati. Penso che Agatha Christie abbia fatto di Poirot il proprio portavoce, forse memore dell'esperienza terribile del 1926: tra le altre cose, in quell'occasione venne accusata di voler fuggire dai propri doveri di moglie e, paradossalmente, la colpa del divorzio venne in qualche modo spostata da Archie, che aveva deciso di lasciarla, su di lei. Dovette fare un grande sforzo per dominare la frustrazione che suscitò in lei quella triste faccenda, tanto che il solo ricordo fu come uno spettro che la inseguiva, a farle da monito sulla capacità che ha l'essere umano di tormentare il prossimo. Mi piace credere che lei abbia riversato un po' di se stessa in ognuno dei personaggi (di "Corpi al Sole", ma non solo), così come noi lettori possiamo fare a modo nostro. La triste storia dell'omicidio di Arlena Marshall e le conseguenze che ne scaturiscono possono essere conseguenze delle scelte che compiamo ogni giorno; noi come Agatha, siamo messi in guardia per non rischiare di rovinare tutto per qualcosa di sciocco.

Una giovane Agatha Mary Clarissa Miller, alias
Agatha Christie Mallowan, nata nel 1890 e morta
nel 1976
La sensibilità di Agatha Mary Clarissa Miller (questo era il suo cognome da nubile, trasformato una prima volta in occasione del primo matrimonio, e divenuto Mallowan con l'avvento della seconda relazione coniugale) fu forse ciò che le permise di comprendere tanto bene il mondo che a circondava, con tutti i suoi contrasti, e che le permise di sviluppare la capacità di saper dire e non dire qualcosa (nella realtà e nella finzione) in base al proprio volere. A volte è stata generosa e disposta alle confidenze, altre si è rivelata più chiusa di un'ostrica. Grazie alla sua autobiografia, ad esempio, sappiamo molto riguardo la sua infanzia, il periodo più felice di tutta la sua esistenza, quello dove gli affetti rappresentati dai genitori, dal fratello, dalla sorella e dai domestici non mancarono mai; in cui le giornate erano piene ancor più del solito di voglia di fare, giocare, scoprire il mondo; durante il quale iniziò a viaggiare e che le regalò ricordi indelebili, come le giornate passate da "zia-nonnina" nella casa di Ealing. Allo stesso modo, ci ha raccontato con generosità i primi balli e gli incontri con gli innumerevoli giovanotti che la corteggiarono, così come il momento in cui si ritrovò catapultata improvvisamente nel pieno della Grande Guerra e iniziò a lavorare come infermiera al dispensario di Torquay. Ha descritto la nascita della sua carriera di scrittrice, dovuta all'impulso di un momento in occasione di una scommessa con la sorella Madge; l'incontro con Archie, il primo marito, e il loro viaggio in giro per il mondo in occasione dell'Esposizione Universale del 1924; la nascita della figlia Rosalind; la passione per le case e il cibo; il viaggio in Oriente e gli scavi archeologici. Persino la gioia nel possedere un auto di proprietà e di aver cenato accanto alla Regina d'Inghilterra. Tuttavia, riguardo altri eventi della sua vita Agatha Christie ha preferito lasciare un'ombra di incertezza e di dubbio. Il fatto più famoso, in questo senso, è la sua scomparsa nel 1926, quando Archie le confessò di essersi innamorato della sua segretaria e di voler divorziare. Probabilmente nessuno, al di fuori della stessa Agatha, ha mai saputo quale fu il movente scatenante di questo improvviso colpo di testa: forse un'amnesia, come sostennero i suoi familiari? Oppure un deliberato tentativo di accusare il coniuge fedifrago di averla eliminata per ottenere la separazione? Martin Edwards, sfruttando le informazioni ricavate dai romanzi di questa grande scrittrice, in "The Golden Age of Murder" ha formulato un'interessante ipotesi a riguardo.

In ogni caso, resterà per sempre un mistero insoluto, poiché nemmeno prima di morire lei rivelò la verità. Anche del suo rapporto con gli altri membri del Detection Club, l'associazione di giallisti di cui fece parte per molti anni, non racconta nella sua autobiografia; tuttavia, in questo caso possiamo sfruttare le lettere e i documenti che proprio i suoi compagni ci hanno lasciato, i quali ci tramandano un'immagine vitale e disponibile della Christie, fatta di sostegno reciproco e condivisione di interessi (la citazione al caso reale di Julia Wallace a p. 76 e di "La Corte delle Streghe" di John Dickson Carr a p. 115, in "Corpi al Sole", è un segno di questi gusti comuni), oltre che di amicizia e sacrificio, come nel momento in cui lei, nonostante la timidezza, accettò di assumere la carica di Presidente del Club, poiché nessun altro possedeva le specifiche capacità richieste dal ruolo. La modestia fu sempre una delle sue caratteristiche principali, tanto che odiava rilasciare interviste (non si fidava della stampa, dopo che essa l'aveva gettata in pasto alla gente al momento della sua scomparsa) e non riusciva a spiccare parola davanti a un pubblico o ad eseguire correttamente un pezzo al pianoforte, se le premesse si facevano terribilmente ufficiali; ma il tratto caratteriale che a mio parere l'ha saputa contraddistinguere maggiormente è stata soprattutto la sua grandissima gioia di vivere, la quale le permise di coltivare un carattere solare, purché venato a volte da qualche ombra, che lei riversò nei suoi personaggi, rendendoli più vivi che mai e, in questo modo, facendoceli amare anche nella loro imperfezione. Mentre osserviamo i banali ritratti superficiali e le chiacchiere frivole che gli ospiti del Jolly Roger Hotel si scambiano sulla spiaggia, passiamo attraverso i dialoghi che Poirot intrattiene con Rosamund e alle testimonianze piene di tatto con cui l'investigatore prova a raccogliere indizi utili ad incastrare l'assassino di Arlena, e osserviamo l'evoluzione dei sentimenti che si agitano nei cuori dei protagonisti come onde sulle coste dell'Isola del Contrabbandiere, ci rendiamo conto di come noi stessi potremmo essere i protagonisti delle sue trame, in procinto di affrontare le nostre sfide e di rialzarci ogni volta che cadiamo.

Tutti loro non sono mai come sembrano, attori di un romanzo giallo che ingannano il lettore; cosa dire allora di noi stessi, che indossiamo ogni giorno una maschera diversa? Agatha Christie l'aveva capito, ed era riuscita a trasportare questa consapevolezza (e la Vita reale, come gli altri Grandi) sulla carta per farne materiale da usare allo scopo di sviare il lettore; senza mai barare, per giunta. Perché se c'è qualcosa che non possiamo proprio rimproverare alla Signora del Delitto, quello è proprio il suo Onesto Inganno: ovvero, fornirci tutti gli indizi che ci servono (rispettando il rigido fair-play) e, allo stesso tempo, menarci per il naso con una classe a tutt'oggi ineguagliata, tra false piste e "aringhe rosse". Indizi che, oltre ad essere di natura materiale come una bottiglietta di vetro e un gomitolo di lana rosa, in "Corpi al Sole" prendono la forma di emozioni ben definite. La caratterizzazione degli attori sulla scena e il loro comportamento, a differenza della solita critica sulla vacuità dei personaggi di Christie, dà vita a un microcosmo di relazioni che forniscono a Poirot manifeste prove da interpretare per giungere alla verità: abbiamo Kenneth Marshall, all'apparenza tranquillo ma col cuore lacerato dal senso di colpa; l'intraprendente Rosamund Darnley (pp. 40-49-80, 93) che non riesce ad odiare Arlena ma ama Marshall (pp. 26-31, 110-111, 149-150, 178-179); Linda Marshall, ingabbiata in quell'età tra l'adolescenza e l'infanzia che provoca tanti turbamenti e ci si sente brutti e inadeguati, quando si vuole essere trattati da adulti ma mantenere i privilegi dei bambini (pp. 31-34, 107, 135, 141-143, 153-154, 188-189); il maggiore Barry, un po' stereotipato ma acuto nei giudizi, allo stesso modo dei coniugi Gardener; Horace Blatt, che nasconde il suo segreto meglio di quanto ci si possa aspettare; Emily Brewster, tanto energica e determinata quanto spaventata dalle grandi altezze; il reverendo Stephen Lane, simpatico quando si atteggia ad escursionista ma inquietante nella sua ossessione nella lotta contro il Demonio; Patrick e Christine (p. 93) Redfern, tanto legati quanto diversi, belli ma vacui, sposini inesperti, vivaci ed esuberanti finché non giunge la morte di Arlena ad interrompere il loro sogno (pp. 34-38, 85-86, 92, 95-97, 118-119).

Proprio la figura di Arlena Stuart-Marshall, in quanto vittima, è centrale per la risoluzione del caso. I moventi e le passioni sotterranee ruotano attorno a questa conclamata famme fatale, disprezzata da tutti e criticata con ferocia. Ognuno degli ospiti del Jolly Roger Hotel, compresi i domestici, sono pronti a mettere la mano sul fuoco sulla cattiva condotta della donna e sul suo carattere capriccioso, da bambina: essa incarna la partner facile, quella che si concede a tutti e non si fa scrupoli a distruggere le relazioni, purché riesca a sedurre la sua preda. Eppure, qualcuno l'ha uccisa, non bisogna dimenticarlo; anche lei si è rivelata una figurina in balia del Destino, una patetica vita spezzata dalla violenza che (forse suo malgrado?) ha evocato come il Diavolo che Lane e Poirot vedono sotto il sole ardente della Terra (pp. 20-22, 24, 127-128, 159, 177-178). L'investigatore belga sente che c'è qualcosa di stonato nella rappresentazione di Arlena che tutti restituiscono: l'unica volta in cui lui ha avuto a che fare con lei, la donna gli ha chiesto di mentire, questo è un fatto; ma glielo ha chiesto col sorriso. Può darsi che non avesse alcuna intenzione malevola e si comportasse come una fanciulla un po' sciocca? In tutto il libro non è questa l'immagine che i personaggi fanno trapelare su di lei, per cui forse si sbaglia. Forse è davvero una donna cattiva, un demonio che incede senza avere pietà, senza cuore. Non voglio svelarvi se è così, ma solo osservare che alla fine Christie critica l'atteggiamento secondo cui la donna in generale è sempre la colpevole della rovina di un matrimonio. Anche l'uomo fa la sua parte, e a volte sono addirittura tutti e due insieme, marito e moglie, a provocare un disastro. In ogni caso, Arlena non è certo il personaggi più deplorevole di "Corpi al Sole". La figura del suo assassino, quella sì che è agghiacciante! Fredda, brutale, avida, essa compie un delitto efferato basato su un movente privo di scrupoli. Il romanzo venne pubblicato nel 1941, in piena guerra mondiale, ma non ci sono riferimenti al conflitto in corso; tuttavia, questo non significa che lo sgomento e l'oppressione siano lontani dalla storia. Il sole non scalda coi suoi raggi giovanotti in costume e fanciulle dalla pelle rosea, ma individui simili a cadaveri allineati all'obitorio, sdraiati ben lontani dalle idilliache coste della Cornovaglia, come osserva Poirot.

Il mistero mette in mostra una fredda lucidità nella pianificazione dell'omicidio e un atteggiamento senza scrupoli, oltre all'abilità tecnica di gestione dell intreccio e nella disseminazioni di indizi di Christie. Come di consueto, l'autrice basa la narrazione più sulle allusioni che sulle affermazioni, dando vita a una prova straordinaria della sua maestria nel fornire al lettore elementi utili alla risoluzione del caso, insieme a divertenti note di colore e cenni al carattere dei personaggi. Un sottile senso di disagio, nonostante i ripetuti intermezzi umoristici, attraversa il racconto e offre un campione della sua abilità nel non abbandonarsi mai a frivolezze fini a se stesse, nemmeno nei momenti più "seri". Magari Christie descrive Hercule Poirot e i suoi atteggiamenti come se ne volesse fare una caricatura, ma sotto sotto ragiona sul modo per fuorviare il suo pubblico. Se considerate nel complesso, nessuna di queste "divagazioni" risulta superflua alla soluzione finale; anzi, proprio attraverso il magistrale uso dei silenzi, più che delle parole, riesce a svelare solo ciò che desidera sia svelato e a nascondere ciò che, invece, intende mantenere segreto, per tutto il libro, in ogni frase. Forse è questo il segreto di Agatha Christie, quello che le ha permesso di sviluppare una maniera tutta sua di raccontare ed incantare il lettore, di metterlo alla prova ma con leggerezza, tanto che in più di un caso (compreso il mio) i suoi romanzi si rivelano essere un porto sicuro, dove rifugiarsi in momenti tristi, complicati o noiosi. Uno stile che si rispecchia benissimo in "Corpi al Sole", piccolo capolavoro nell'intrattenere il lettore e nell'andare in profondità su questioni decisamente serie. In un'ambientazione fugace e tratteggiata per impressioni, con personaggi dalla spiccata psicologia, la narrazione si dispiega davanti ai nostri occhi e mette in scena un enigma astuto, vario ma giocato su un trucco che, una volta scoperto, lascia colpiti dalla sua semplicità (pp. 72, 75-79, 81-82, 114-115). Sembra proprio che il Diavolo si sia divertito a preparare un brutto scherzo, palesandosi sotto il sole e disseminando prove senza senso; ma in realtà il brutale assassinio di Arlena Marshall è guidato dall'intelletto e dalla sete emotiva umane. Distorte e deformate, certo; ma pur sempre partorite dal sentimento.

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venerdì 16 agosto 2019

5 - "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" ("Who Killed Charmian Karslake?", 1929) di Annie Haynes

Copertina dell'edizione pubblicata dalle
Edizioni Le Assassine
Come sa qualunque appassionato, la crime story della Golden Age è un genere letterario che ha saputo affrontare argomenti o temi scomodi per la propria epoca, mettendo in dubbio l'identità della società e delle persone che la costituivano. È riuscita a rivoluzionare se stessa ispirandosi al mondo circostante, plasmandosi man mano che avvenivano cambiamenti di carattere storico e politico, e ci ha consegnato una serie di romanzi innovativi, dove la visione dell'individuo e la concezione che uno ha su di esso può venire capovolta all'improvviso. Tuttavia, bisogna pure ammettere che una fetta dell'enorme gruppo a cui appartengono i libri di questo tipo reca ancora un'impronta molto classica, dove prevalgono gli stereotipi e le convenzioni di un'epoca ormai passata, l'aristocrazia gioca un ruolo dominante sul popolo borghese e proletario, e la "scalata in società" viene vista come un'azione spregiudicata e che intraprendono solo gli/le arrivisti/eÈ il caso di "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" di Annie Haynes (Edizioni Le Assassine, 2018), pubblicato per la prima volta nel 1929, dove l'indagine ruota attorno a una ricca famiglia che può essere definita "snob" e la figura della vittima è impersonata da un'attrice americana, esempio tipico di ragazza "che si è fatta da sé" e che ha intrapreso un complesso percorso professionale al fine di raggiungere, in quanto ad importanza e fama, uomini e donne che hanno avuto la fortuna di nascere in famiglie antiche. Storie di questo genere sono decisamente tradizionali, non brillano per una spiccata originalità di trama e, spesso, non sono riuscite a resistere alla prova del tempo come è avvenuto per altri gialli della stessa epoca. Attenzione, però: una tale descrizione non vuole sottintendere che le vicende raccontate in questi casi siano insipide, prevedibili e sciocche. Classico non è sinonimo di scandente, e per capirlo basta leggere questo libro; anche se non ci troviamo di fronte a un capolavoro, infatti, trovo che questo sia uno di quelli che si leggono sempre volentieri, dove traspare la vera anima della detective novel del periodo tra le due guerre, con vicende che intrigano senza calcare troppo la mano sull'efferatezza del delitto e che avevano il fine di far trascorrere al lettore qualche ora di spensieratezza e divertimento.

Immagine della casa in cui Caroline Luard
venne assassinata, simile a Hepton Abbey
Fin da subito entriamo nel vivo del caso: è la mattina seguente alla grande festa che la famiglia Penn-Moreton, domiciliata a Hepton Abbey nel villaggio omonimo, ha dato in onore del ritorno dalla luna di miele del giovane fratello del padrone di casa, Dicky, e della sua fresca sposa, Sadie. Nella serata appena trascorsa gli invitati hanno ballato e si sono divertiti; complice la presenza straordinaria della famosa Charmian Karslake, una delle attrici più in voga dall'altra parte dell'Oceano e in continua ascesa nella Vecchia Europa, la quale ha destato grande scalpore partecipando per la prima volta a un evento pubblico durante il suo soggiorno in Inghilterra. Tutti sono rimasti affascinati della sua gaiezza, nonché dal suo bell'aspetto, e adesso sono in attesa che lei faccia il suo ingresso trionfale nella sala della colazione. Peccato che ciò non si verificherà mai. Infatti, mentre gli ospiti e i residenti di Hepton Abbey sono riuniti, il maggiordomo Brook annuncia che mademoiselle Celeste è allarmata dal fatto che la sua padrona non risponda ai suoi richiami e abbia chiuso a chiave la porta della camera che occupa; in fretta Penn-Moreton, il fratello Dicky e l'amico Larpent si precipitano al piano di sopra e, con grande rammarico, una volta sfondato l'uscio trovano la povera Charmian che giace priva di vita sul letto disfatto, con una ferita da arma da fuoco nel petto. Tutto farebbe pensare a un suicidio, nonostante l'aria allegra che la ragazza aveva esibito agli occhi degli invitati alla festa, se non fosse che dalla scena del delitto manca lo zaffiro di inestimabile valore della defunta, il quale pare porti sfortuna a chiunque lo possieda.

Dov'è finito, e come mai nessuno ha visto o sentito alcunché durante tutta la notte? L'indagine sulla morte dell'attrice viene affidata all'ispettore Stoddart il quale, affiancato dall'assistente Harbord, inizia a sondare il terreno a Hepton e all'Abbazia. Le reticenti testimonianze dei Penn-Moreton, dei domestici, di Larpent e della sua fidanzata, la ricca Paula Galbraith, oltre a celare torbidi segreti, lasciano intuire ai poliziotti che Charmian Karslake conoscesse i dintorni e, quindi, che in passato avesse vissuto a Hepton; tuttavia è molto difficile trovare qualcuno che si ricordi dell'attrice, tanto più che sembra siano passati molti anni dall'ultima volta in cui lei ha messo piede in Inghilterra. Il movente si nasconde nel passato, come in tanti esempi di crime novel classica? Toccherà viaggiare in lungo e in largo, dentro e fuori Londra, tra ambienti lussuosi e vicoli sporchi, in teatri e studi medici, prima che Stoddart e Harbord riescano a trovare il bandolo della matassa e a risolvere il caso; senza contare che l'assassino sta correndo pericoli sempre più rischiosi, tanto da indurlo ad aggredire con brutalità un altro dei sospettati pur di impossessarsi di un indizio di vitale importanza.

Articolo di giornale sull'omicidio della
moglie del dottor Crippen
Come dicevo, quella raccontata in questo libro è una vicenda classica in tutto e per tutto; un esempio talmente tradizionale del "delitto-nella-casa-di-campagna" che potrebbe sembrare fin troppo standard. Tra le altre cose, infatti, ciò che risalta leggendo "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?", è la netta presenza di una stratificazione nella società, con tanto di nobili contrapposti al popolo del villaggio di Hepton. Laggiù, i Penn-Moreton vengono ripetutamente considerati alla stregua della famiglia reale ("Il re e la regina erano ovviamente un gradino sopra di loro, ma non li si incontrava tra gli abitanti di Hepton, per cui Sir Arthur e Lady Penn-Moreton potevano bastare"), in atteggiamento riservato e quasi schizzinoso nei confronti del resto delle persone dei dintorni, tanto da lanciare monetine ai poveri, mentre passano con la barca sul fiume. Non mancano, inoltre, altri riferimenti a stereotipi in voga, come la presenza di una maledizione legata a una pietra preziosa (simile a quella contenuta nel meraviglioso "La Pietra di Luna" di Wilkie Collins) o le descrizioni dei personaggi: Lady Penn-Moreton, ad esempio, risulta una figura algida e candida, la quale viene coinvolta nel caso quasi per sbaglio, nel momento in cui serve la sua testimonianza, a cui viene risparmiato il momento dell'arresto del colpevole e che viene rappresentata come una donna timida e molto lontana da eventi prosaici quali l'indagine dei poliziotti e l'assassinio. Sadie Juggs, la moglie di Dicky, viene descritta come "una tipica americana"; per non parlare di suo padre, un vero squalo della finanza con un caratteraccio esplosivo. Lo stesso Dicky, secondogenito e "cadetto" della casata, appare come uno scavezzacollo che deve mettere la testa a posto, quasi insolente con la polizia. Ma non solo i nobili vengono ritratti in questo modo convenzionale: oltre al classico tipo di investigatore rappresentato da Stoddart, la signora Sparrow è il tipico esempio di zitella, devota alle associazioni per signore e alla conservazione della chiesa del vicinato, mentre Mary Gwender appare come una novella "Strega di Hansel e Gretel", con tanto di volto rugoso e dedita alla vendita di caramelle, e il maggiordomo Brook incarna l'ideale "alla Jeeves" del domestico perfettamente adatto ai salotti signorili. Tutte queste cose, in sintesi, possono sembrare un po' superate al lettore moderno; e se aggiungiamo anche il fatto che l'enigma, pur ben fornito di indizi, risulta molto nebuloso nella sua esposizione (complice il metodo incostante di Stoddart) e con un finale che suggerisce una determinata fretta nel voler concludere la storia, non possiamo che constatare una certa superficialità nella costruzione di questo romanzo, rispetto ad altre opere dello stesso periodo (per capirci, "Dalle Nove alle Dieci" di Agatha Christie è stato pubblicato tre anni prima e, in quanto a narrazione ed enigma ci sono delle notevoli differenze).

Eppure, se preso come racconto fine a se stesso, come un gradevole intermezzo o "un buon esercizio mentale per il lettore che ha appena ricevuto una cartella dal Fisco" (London Mercury), "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" non è affatto così male come si può pensare; e il motivo di ciò si può riscontrare proprio nel suo essere "classico" in maniera tanto spiccata. La crime story classica incarnata dai membri del Detection Club si era assunta lo scopo di rappresentare la vita reale, con tutte le sue sfaccettature positive e negative; ebbene, in questo caso l'intento di Annie Haynes appare più quello di voler raccontare una storia dichiaratamente fittizia per il semplice gusto di farlo. E non vedo il motivo per cui bisognerebbe colpevolizzarla. Ci mette dentro descrizioni di ambienti e di luoghi ben curate, spesso campagnole o di scene urbane appartenenti al proletariato; tratteggia un'enigma giocato su una storia legata al passato, uno dei grandi classici del giallo anglosassone, con grazia e sufficiente metodo da poter essere apprezzato; usa uno stile che, pur non sempre chiaro ai fini di una complessa descrizione dei personaggi e della risoluzione dell'indagine, si adatta alla vicenda e permette di tratteggiare il colore locale a Londra e a Hepton, così che noi possiamo immaginare a grandi linee le persone sulla scena come se fossero quelle che incontriamo per strada ogni giorno. Tutti questi elementi, insomma, rendono bene l'idea iniziale che la detective novel aveva assunto in Inghilterra: quella, cioè, di distrarre le persone dai tristi pensieri legati alla guerra, alla disoccupazione, alla fame e alla crisi generale che si era abbattuta sul Paese in quel momento. Certo; ogni tanto viene fatto cenno a qualche evento reale legato al crimine, come ai casi del dottor Crippen (p. 86) o quello di Edith Thompson (p. 110), ma sono convinto si tratti più di argomenti cui l'autrice era interessata e che lei abbia voluto inserire per dare un ulteriore sostegno all'indagine sulla morte di Charmian Karslake.

Copertina dell'edizione inglese del
romanzo, pubblicata dalla Dean Street
Press
Questo interessamento al crimine reale è una delle poche cose che si conoscono su Annie Haynes, nata nel 1865 ad Ashby-de-la-Zouch, nel Leicestershire, e divenuta scrittrice nel 1923, dopo il trasferimento nella capitale nel 1908. La psicologia degli assassini e delle loro vittime, infatti, la spronarono ad occuparsi di crime stories non solo attraverso i suoi libri (dodici in tutto) ma anche in modo più attivo, tanto da spingerla ad avventurarsi con la sua bicicletta in scene del delitto lontane dalla sua Londra, quali la casa nel Kent in cui venne assassinata Caroline Luard o la cantina in cui Crippen seppellì i resti della moglie. Tra le altre particolarità che avvolgono la figura indistinta di quest'autrice spicca il fatto che a tutt'oggi non esista una fotografia che la ritrae, e che ella fu tre le prime signorine ad aderire ai circoli femministi che all'inizio del Novecento stavano nascendo in tutta Inghilterra. Figlia di un negoziante di ferramenta, Annie Haynes morì prematuramente nel 1929; ma non prima di essere stata paragonata da The Illustrated London News, proprio nell'anno in cui esordì nella narrativa gialla, ad altre illustri colleghe quali Isabel Ostrander, Carolyn Wells e Agatha Christie per spirito e ingegnosità. Già nel corso degli anni Trenta, quando "Chi ha Ucciso Charmian Karslake?" e "The Crystal Beads Murder" (quest'ultimo completato da un collega scrittore rimasto sconosciuto) vennero pubblicati postumi, i suoi libri non erano più ristampati, e ben presto si perse il loro ricordo. Fortunatamente Dean Street Press (in Inghilterra) e Le Assassine (in Italia) ci hanno permesso di riscoprirla ancora una volta; mi auguro che anche gli altri suoi titoli verranno tradotti in futuro, poiché se si tratta di letture godibili come è stata questa, allora si può proprio dire che ne vale la pena.

P.S. Un piccolo appunto all'edizione italiana: questo romanzo è stato presentato nella trama come "un tipico enigma della stanza chiusa". In realtà, credo si tratti più di un semplice "delitto-della-casa-di-campagna". Il mistero della camera chiusa a chiave di Charmian Karslake occupa uno spazio decisamente più ridotto rispetto all'omicidio vero e proprio, come dimostra la sua soluzione.

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venerdì 26 luglio 2019

3 - "Dalle Nove alle Dieci"/"L'Assassinio di Roger Ackroyd" ("The Murder of Roger Ackroyd", 1926) di Agatha Christie

Copertina dell'edizione integrale,
pubblicata nei Classici del Giallo
Mondadori n. 527
"Dalle Nove alle Dieci" di Agatha Christie (Classici del Giallo Mondadori n. 527, 1987), conosciuto in Italia anche come "L'Assassinio di Roger Ackroyd", è una delle opere più celebrate della crime story classica. Pubblicato nel 1926, anno cruciale nella vita privata dell'autrice (risale a questo periodo la sua famosa scomparsa durata dieci giorni, in seguito al tradimento del marito), esso rappresenta uno dei titoli fondamentali della sua carriera, poiché riuscì a catapultarla tra i migliori giallisti dell'epoca e le conferì una grandissima fama. Fino a quel momento, infatti, la Christie non si era fatta particolarmente notare in quanto a idee spettacolari, pur avendo esordito con una detective novel più che buona, che aveva ottenuto sperticate lodi da una rivista scientifica specializzata circa l'accuratezza nella descrizione degli aspetti medici del caso; con questo romanzo, invece, ella riuscì a mettere a segno un colpo magistrale, stupendo i lettori e i critici e, come accade sempre con i capolavori, dividendo i pareri di tutti. Infatti, anche se esso presenta un delitto più o meno convenzionale all'interno del genere, con tanto di sospettati circoscritti, false piste, indizi e mistero inframmezzati da guizzi umoristici, in realtà sfida più di una delle regole della narrativa gialla, delineate dai suoi colleghi al fine di non barare con chi leggeva; soprattutto per quanto riguarda lo svelamento d'identità che conclude il caso. Proprio il finale, infatti, fece storcere il naso a molti appassionati, i quali la accusarono di aver giocato sporco; da parte mia, comunque, trovo che il dubbio non si ponga e che questo sia uno dei capolavori indiscussi dell'intero genere.

Agatha Mary Clarissa Miller, alias
Agatha Christie Mallowan, nata nel
1890 e morta nel 1976
La vicenda, raccontata in prima persona dal diligente dottor Sheppard, si svolge a King's Abbot, un immaginario paesino della campagna inglese che assomiglia a tanti altri e nel quale non succede mai niente di importante. Laggiù la vita è scandita dal pettegolezzo locale, il quale viene nutrito di continuo di qualunque pretesto innocente allo scopo di sollevare interrogativi più o meno morbosi, e ognuno fa la propria parte, all'interno della "rete investigativa" che costituisce la popolazione del posto. Ci sono zitelle rampanti come Miss Ganett e Caroline Sheppard, la sorella del medico, che sfruttano le rispettive cameriere come staffette per scambiarsi frenetiche informazioni; soldati in pensione come il colonnello Carter, i quali approfittano di un pubblico di poche pretese e assetato di curiosità per ingigantire con innocenti bugie il proprio passato nell'esercito; individui più riservati come Roger Ackroyd, il signorotto locale, oppure lo stesso dottor Sheppard, che forniscono di malavoglia il proprio contributo alla "corte del popolo", preferendo non suscitare o venire invischiati in torbidi intrighi e tentando invano di mettere un freno alle fantasie scatenate delle signorine del posto. Negli ultimi tempi, tuttavia, sembra che gli sforzi dello sfortunato medico non riescano a dare i dovuti frutti: infatti, non solo Caroline si ostina ad imperversare nel pericoloso passatempo di diffondere notizie non verificate sull'improvvisa morte dell'anziana signora Ferrars, sospettandola addirittura di aver avuto un ruolo di primo piano nella scomparsa del marito, ma intende anche andare a ficcanasare nella vita privata del loro nuovo vicino, insediatosi nel Villino dei Larici; uno strano omino, comparso a King's Abbot apparentemente dal nulla, con la testa a forma di uovo, baffi vistosi ma ben curati e un accento forestiero: insomma, un tipo che non passa certo inosservato e che non può lasciare indifferente una donna curiosa come la sorella del dottore.

Eppure il dottor Sheppard ha ben altro a cui pensare; un preoccupato Roger Ackroyd, infatti, lo ha invitato a cenare a Fernly Park, la villa di sua proprietà che domina il villaggio e in cui risiedono tutti i suoi congiunti, per discutere in privato di una faccenda della massima importanza. Il medico teme di sapere cosa lo angustia: Ralph Paton, il figlioccio di Ackroyd, è appena tornato a King's Abbot e risiede stranamente nella pensione del villaggio. Forse i due hanno avuto una discussione e serve qualcuno che li aiuti a risolvere le loro divergenze; e chi può farlo meglio del loro migliore amico? In ogni caso, Sheppard intende fare il possibile per essere di supporto e quella sera si presenta puntuale a Fernly Park. L'atmosfera prima e durante il pasto, però, è insolitamente pesante: tutti quanti sembrano sulle spine e si comportano in modo strano, dalla signora Ackroyd a sua figlia Flora, dal maggiore Blunt al giovane Geoffrey Raymond, il segretario di Ackroyd, fino ai domestici; inoltre, come se non bastasse, Ralph non è presente. Poi alle nove e mezza, mentre sta lasciando la villa, il dottore si scontra con un giovanotto dall'aria tetra e inquietante che sta attraversando il cancello della casa. Insomma, sembra proprio che stia per succedere qualcosa di brutto... E infatti, dopo essere tornato al suo cottage, una telefonata anonima annuncia allo stupefatto Sheppard l'assassinio di Roger Ackroyd, il cui cadavere viene prontamente rinvenuto nello studio di Fernly Park. Chi si trova all'altro capo dell'apparecchio? Forse il responsabile del delitto? In realtà, tutto farebbe pensare che si tratti di un semplice furto degenerato in omicidio, e la polizia parrebbe propensa a cercare il colpevole al di fuori delle quattro mura di Fernly Park; se non fosse che Ralph ha fatto perdere le proprie tracce, suscitando in questo modo i sospetti contro di sé, e che c'è qualcuno che non la pensa come i poliziotti. Hercule Poirot (il fantomatico nuovo vicino degli Sheppard al Villino dei Larici), infatti, è stato ingaggiato per risolvere l'enigma ed è convinto di dover trovare l'assassino in una cerchia ben più ristretta, forse tra coloro i quali si trovavano nella casa di Ackroyd quella sera fatidica... In questo modo, servendosi del servizievole dottor Sheppard come surrogato del buon Hastings, Poirot inizia a raccogliere tutte le testimonianze del caso, catalogando indizi improbabili come una poltrona spostata e una penna d’oca, e mettendo tutti i tasselli del puzzle al loro posto, fino a intravedere una soluzione del tutto inaspettata, ma che si rivelerà esatta.

Lord Mountbatten, ispiratore del
trucco finale di "Dalle Nove alle
Dieci", insieme a Charlie Chaplin
Lettera con cui Agatha
Christie ringraziò Lord
Mountbatten per la trovata
di "Dalle Nove alle Dieci"
Il caso, descritto in questi termini, appare quanto mai convenzionale e conforme ai canoni tradizionali della crime story. E la cosa non sembra nemmeno così insolita; dopotutto, Agatha Christie viene riconosciuta in tutto il mondo come la giallista che, nei suoi libri, ha sfruttato gli elementi fondamentali del genere talmente bene da dare l'impressione di averli inventati lei. Anche il lettore medio cita abitualmente il villaggio di campagna inglese accanto alla figura di Miss Marple, come il viaggio in treno in relazione ad "Assassinio sull'Orient-Express" e la vacanza funestata dal delitto a "Corpi al Sole", sebbene pure altri autori si siano cimentati nella realizzazione di storie ambientate in luoghi simili. Come se questo non bastasse, poi, secondo la tradizione il genere giallo è caratterizzato da uno stile poco elaborato e superficiale (aspetto che lo pregiudica in senso negativo agli occhi di alcuni studiosi come Edmund Wilson, lo stesso già citato in relazione a "Il Segreto delle Campane", il quale aveva criticato la logorrea di Dorothy L. Sayers) che trova un grande sodale nella figura della Christie, ardente sostenitrice dell'economica enunciazione su carta di fatti e dialoghi, la quale ne ha fatto un proprio marchio di fabbrica e la fa rientrare ancora di più nel ruolo di giallista classica. Quindi, come dicevo, poiché queste caratteristiche sono state sfruttate in lungo e in largo dalla Nostra, tutto farebbe pensare che anche il mistero descritto in "Dalle Nove alle Dieci" sia semplice e ordinario; se non fosse che, come non mi stancherò mai di ripetere, nella narrativa gialla niente è come appare. Infatti, anche se il ragionamento sullo stile di scrittura può trovare un certo riscontro se paragonato a quello impiegato da altri autori (la stessa Sayers, per esempio), a dispetto di quanto si possa pensare a prima vista, nel corso della descrizione delle vicende Agatha Christie, pur sembrando in tutto e per tutto disinvolta, si ingegna a capovolgere le certezze del lettore e a sviarlo con trovate innovative e inaspettate.

E lo fa sfruttando gli stessi cliché che dovrebbero limitarla, utilizzando una narrazione unica che ha mantenuto il proprio smalto fino ai nostri giorni, spesso venata di un pizzico di humor e leggerezza come nei momenti in cui, in questo specifico frangente, descrive la vita nel villaggio e le signorine pettegole che la popolano e animano (il capitolo sulla partita a mahjong è un delizioso ritratto delle interazioni che possono svilupparsi tra vicini di casa e amici, come solo chi ha vissuto situazioni simili può raccontare) oppure mentre instaura divertenti dialoghi tra i personaggi: ad esempio, il botta-e-risposta tra la signora Ackroyd e il dottor Sheppard, fatto più di allusioni che di affermazioni, il quale rappresenta una prova tipica della maestria della Christie nel fornire al lettore elementi utili alla risoluzione del caso, insieme a divertenti note di colore e cenni al carattere dei personaggi; così come sono emblematici il discorso tra Blunt e Flora al laghetto, dove traspare non solo il trasporto sentimentale che li lega ma anche un sottile senso di disagio, e i ripetuti scontri affettuosi tra Caroline e il dottor Sheppard, nei quali si intravede più di quanto si riesca a cogliere.

Anche in questi casi, infatti, come nei momenti più "seri", Agatha Christie non si abbandona mai a frivolezze fini a se stesse. Magari descrive Hercule Poirot e i suoi atteggiamenti come se ne volesse fare una caricatura, ma sotto sotto ragiona su come ingannare il suo pubblico e, in aggiunta, fornisce osservazioni per nulla banali su menzogna, metodo, concetto di verità, sesto senso; oppure fa spiegare al suo investigatore belga, attraverso una Lezione, come si ottiene la verifica dei fatti o in che modo si possa ricavare una sorta di identikit dell'assassino. Se considerate nel complesso, insomma, nessuna di queste "divagazioni" risulta superflua alla soluzione finale; anzi, proprio attraverso il magistrale uso dei silenzi, più che delle parole, Christie riesce a svelare solo ciò che desidera sia svelato e a nascondere ciò che, invece, intende mantenere segreto, per tutto il libro, in ogni frase. Forse è questo il segreto di Agatha, quello che le ha permesso di sviluppare una maniera tutta sua di raccontare ed incantare il lettore, di metterlo alla prova ma con leggerezza, tanto che in più di un caso i suoi romanzi si rivelano essere un porto sicuro, dove rifugiarsi in momenti tristi, complicati o noiosi.

Piantine di Fernly Park e, in particolare, dello studio di
Roger Ackroyd (la scena del delitto)
La stessa vita di Agatha Mary Clarissa Miller (questo era il suo cognome da nubile, trasformato nel celeberrimo Christie in occasione del primo matrimonio e divenuto Mallowan con l'avvento della seconda relazione coniugale) sembra un'emanazione di questa speciale capacità di saper dire e non dire in base al proprio volere. A volte è stata generosa e disposta alle confidenze, altre si è rivelata più chiusa di un'ostrica. Grazie alla sua autobiografia sappiamo molto riguardo l'infanzia, il periodo più felice di tutta la sua esistenza, quello dove gli affetti rappresentati dai genitori, dal fratello, dalla sorella e dai domestici non mancarono mai; in cui le giornate erano piene ancor più del solito di voglia di fare, giocare, scoprire il mondo; durante il quale iniziò a viaggiare e che le regalò ricordi indelebili, come le giornate passate da "zia-nonnina" nella casa di Ealing. Allo stesso modo, ci ha raccontato con generosità i primi balli e gli incontri con gli innumerevoli giovanotti che la corteggiarono, così come il momento in cui si ritrovò catapultata improvvisamente nel pieno della Grande Guerra e iniziò a lavorare come infermiera al dispensario di Torquay. Ha descritto la nascita della sua carriera di scrittrice, dovuta all'impulso di un momento in occasione di una scommessa con la sorella Madge; l'incontro con Archie, il primo marito, e il loro viaggio in giro per il mondo in occasione dell'Esposizione Universale del 1924; la nascita della figlia Rosalind; la passione per le case e il cibo; il viaggio in Oriente e gli scavi archeologici. Persino la gioia nel possedere un auto di proprietà e di aver cenato accanto alla Regina d'Inghilterra. Tuttavia, riguardo altri eventi della sua vita Agatha Christie ha preferito lasciare un'ombra di incertezza e di dubbio. Il più famoso è la sua scomparsa nel 1926, quando Archie le confessò di essersi innamorato della propria segretaria e di voler divorziare. Probabilmente nessuno, al di fuori della stessa Agatha, ha mai saputo quale fu il movente scatenante di questo improvviso colpo di testa: forse un'amnesia, come sostennero i suoi familiari? Oppure un deliberato tentativo di accusare il coniuge fedifrago di averla eliminata per ottenere la separazione? Martin Edwards, sfruttando le informazioni ricavate dai romanzi di questa grande scrittrice, in "The Golden Age of Murder" ha formulato un'interessante ipotesi a riguardo. In ogni caso, resterà per sempre un mistero insoluto, poiché nemmeno prima di morire lei rivelò la verità.

Anche del suo rapporto con gli altri membri del Detection Club, l'associazione di giallisti di cui fece parte per molti anni, non racconta nella sua autobiografia; tuttavia, in questo caso possiamo sfruttare le lettere e i documenti che proprio i suoi compagni ci hanno lasciato, i quali ci tramandano un'immagine vitale e disponibile della Christie, fatta di sostegno reciproco e condivisione di interessi (la citazione al caso reale del dottor Crippen, in "Dalle Nove alle Dieci", è un segno di questi gusti comuni), oltre che di amicizia e sacrificio, come nel momento in cui lei, nonostante la timidezza, accettò di assumere la carica di Presidente del Club, poiché nessun altro possedeva le specifiche capacità richieste dal ruolo. La modestia fu sempre una delle sue caratteristiche principali, tanto che odiava rilasciare interviste (non si fidava della stampa, dopo che essa l'aveva gettata in pasto alla gente al momento della sua scomparsa) e non riusciva a spiccare parola davanti a un pubblico o ad eseguire correttamente un pezzo al pianoforte, se le premesse si facevano terribilmente ufficiali; ma il tratto caratteriale che a mio parere l'ha saputa contraddistinguere maggiormente è stata soprattutto la sua grandissima gioia di vivere, la quale le permise di coltivare un carattere solare, purché venato a volte da qualche ombra, che lei riversò nei suoi personaggi, rendendoli più vivi che mai e, in questo modo, facendoceli amare anche nella loro imperfezione.

Così, mentre osserviamo i tentativi di Caroline Sheppard di ottenere informazioni da coloro che la circondano (tra l'altro, a detta della sua autrice, fu l'ispirazione per la figura di Miss Jane Marple), oppure la vecchia signora Ackroyd che tenta precipitosamente di trovare una scusa alle proprie mosse maldestre, o ancora l'evoluzione del rapporto tra Blunt e Flora Ackroyd e il progressivo sviluppo della personalità del dottor Sheppard a contatto con Poirot, ci accorgiamo che potremmo essere noi i protagonisti delle sue trame, in procinto di affrontare le nostre sfide e di rialzarci ogni volta che cadiamo. Tutti loro non sono mai come sembrano, attori di un romanzo giallo che ingannano il lettore; cosa dire allora di noi stessi, che indossiamo ogni giorno una maschera diversa? Agatha Christie l'aveva capito, ed era riuscita a trasportare questa consapevolezza (e la vita reale) sulla carta per farne materiale da usare allo scopo di sviare il lettore; senza mai barare, per giunta. Perché se c'è qualcosa che non possiamo proprio rimproverare alla Signora del Delitto, quello è proprio il suo Onesto Inganno: ovvero, fornirci tutti gli indizi che ci servono (rispettando il rigido fair-play) e, allo stesso tempo, menarci per il naso con una classe a tutt'oggi ineguagliata. Di questo ci sono tantissimi esempi tra le sue opere, e nonostante le accuse di aver barato che le sono state rivolte, sono convinto che anche in "Dalle Nove alle Dieci" esso venga rispettato (ne è la prova la spiegazione finale del trucco su cui si basa l'enigma, curiosamente suggerita da due fonti differenti, Lord Mountbatten e James Watts, cognato della Christie); in fondo, la Nostra non ha fatto altro che dare una svolta sorprendente e rivoluzionaria al genere, grazie a un tour de force equilibrato e simile a un esercizio al trapezio, senza nascondere al pubblico più attento il suo trucco, come chiunque desidererebbe fosse fatto per continuare ad essere sorpreso.

E chi tira in ballo le regole non scritte della crime story, dovrebbe ricordare che monsignor Ronald Knox era ironico quando delineò il suo Decalogo; ciò che è davvero essenziale, quando si scrive un romanzo giallo, è stupire il lettore, superarlo in astuzia, sconcertare. Poi, se riesci a introdurre concetti sociali e culturali come, ad esempio, l'assicurare la giustizia agli innocenti che non possono più averla (temi fondamentali degli alti suoi capolavori riconosciuti, "Assassinio sull'Orient-Express" e "Dieci Piccoli Indiani"), allora tanto meglio. Altrimenti, a mio parere va più che bene anche "un brillante trucco alla Maskelyne", come T.S. Eliot definì "Dalle Nove alle Dieci" citando un abile prestigiatore dell'epoca; un libro difeso nientemeno che da Dorothy L. Sayers,  famigerata per essere implacabile nel bocciare le opere che sfruttavano trucchi disonesti per far quadrare le vicende narrate, la quale spazzò via le critiche rivoltegli osservando con semplicità che "è compito del lettore sospettare di tutti quanti". Insomma, c'è ancora bisogno di mettere in dubbio l'onestà della soluzione di questo straordinario capolavoro?

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