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venerdì 9 ottobre 2020

48 - "Carte in Tavola" ("Cards on the Table", 1936) di Agatha Christie

Copertina dell'edizione pubblicata
nei Classici del Giallo Mondadori
n. 591

A mio parere, il mondo di quella che viene definita in gergo "blogosfera" è meraviglioso per il semplice fatto di essere variegato come poche altre cose. Vi si possono trovare pagine che parlano di cucina, altre che descrivono viaggi pazzeschi in ogni angolo del globo, e ancora altre che, ovviamente, recensiscono programmi TV e libri. Si tratta di un patrimonio sempre a disposizione di tutti, a patto di possedere una connessione ad Internet, e che fornisce molte informazioni utili che si faticherebbe a trovare da qualche altra parte, se non esistesse. Per quanto riguarda i blog dedicati ai libri e alla letteratura in generale, tuttavia, mi sento di dire che essi sono forse ancora più interessanti di quelli dedicati ad altro, dal momento che possono rivelarsi fonti di divertimento e di sfida reciproca, oltre che di conoscenza. Nella mia breve permanenza sul web, infatti, ho potuto notare come gli amministratori di alcune pagine letterarie estere molto seguite e conosciute abbiano studiato modi originali e curiosi per instaurare un rapporto più stretto con i lettori e i loro colleghi, favorendo lo scambio di idee e l'interazione. Vi faccio alcuni esempi, partendo dal progetto "Coffee and Crime" di Kate Jackson, proprietaria dell'esauriente e interessantissimo blog Crossexaminingcrime. Si tratta di una simpatica iniziativa che è ormai in atto da circa tre anni e che consiste in una sorta di servizio di sottoscrizione abbinato al genere crime secondo cui, ogni tanto oppure per una sola volta, Kate invia al destinatario stabilito, dietro una quota precedentemente concordata, una vera e propria scatola delle meraviglie, contenente romanzi gialli in lingua inglese e una serie di altri oggetti che si ricollegano ad essi, come cartoline, bustine di tè e (perché no?) curiosità quali una paperella da vasca vestita da Sherlock Holmes. Inoltre, Kate Jackson non si limita a questa sola attività ma, accanto alla sua straordinaria capacità di leggere e recensire tanti libri quanti non ne ho mai riscontrato in altri, ha intrapreso una serie di altre iniziative, che vanno dalla "Challenges to the Reader" (in cui vengono poste delle sfide al lettore attraversi una serie di rompicapi) al "Crime Fiction Quizzes" (dove sono proposte all'appassionato di genere mystery alcune domande per metterlo alla prova). Eppure, quella che forse è l'idea migliore tra tutte è "Tuesday Night Bloggers", la quale consiste nel postare nel proprio blog una recensione ogni martedì notte e discutere di ogni titolo a turno, e vede coinvolta una serie abbastanza corposa di esperti e appassionati (qui, qui e qui i link ad alcune pagine, perché possiate farvi un'idea).

Tutti questi non sono forse progetti degni di lode? Purtroppo, la mia lentezza e il fatto di essere ancora un principiante non mi permettono di prendere parte a queste iniziative; però non escludo di riuscire a farcela in futuro. Dopotutto, limitarsi a possedere una pagina web non è una brutta cosa; però è sicuramente molto più divertente riuscire a entrare in contatto con altre persone da cui si può imparare sempre qualcosa. Soprattutto se con esse condividi una passione comune. Perciò voglio provare fin d'ora a sfidare me stesso, in previsione della mia aderenza ad alcune delle challenge di cui ho parlato sopra; e per questo ho deciso di compiere il passo di accettare l'invito di Shanmei, amministratore di Liberi di Scrivere, a creare un post in qualche modo dedicato alla figura di Hercule Poirot, l'investigatore belga nato dalla penna di Agatha Christie in "Poirot a Styles Court" nel 1920. Esso entrerà a far parte di un progetto chiamato "The Hercule Poirot Centenary Blogathon", una sorta di maratona spirituale che avrà il compito di gettare quanta più luce possibile sul personaggio di Christie. Non che ci sia chissà quale bisogno di sforzarsi per imporlo all'attenzione dei lettori, dal momento che da solo riesce benissimo a continuare ad occupare un posto di primo piano non solo negli scaffali delle librerie, ma pure nei cuori di ognuno di noi; però fa sempre bene sottolineare quanto egli sia divertente, intelligente e straordinario. Pertanto, chiunque voleva partecipare a questa iniziativa aveva il compito di trattare un argomento a piacere, purché quest'ultimo non fosse stato già accalappiato da chi lo aveva preceduto: erano inclusi articoli su romanzi, racconti, temi come "Poirot al cinema" e tanto altro. Da parte mia, visto il periodo e la natura di Three-a-Penny, avrei puntato sulla recensione di "Poirot e la Strage degli Innocenti", ambientato ad Halloween, oppure mi sarei anticipato in vista del Natale analizzando "Assassinio sull'Orient-Express", o ancora mi sarebbe piaciuto dire la mia proprio sul libro in cui Poirot esordì esattamente cento anni fa, "Poirot a Styles Court". Purtroppo, però, tutti questi argomenti allettanti erano già stati prenotati. Come fare, allora? Ho pensato che, se dovevo scegliere qualcosa per celebrare l'omino dalle cellule grigie, sarebbe stato meglio puntare a un romanzo capolavoro, uno di quelli che mettevano in mostra l'abilità e le caratteristiche di Poirot nel risolvere i casi che gli venivano affidati. E ovviamente doveva essere un libro la cui traduzione non fosse rimasta quella ridotta degli anni '50. Così, passando in rassegna l'enorme quantità di titoli di Christie che possiedo, alla fine mi è capitato tra le mani "Carte in Tavola" (Classici del Giallo Mondadori, 1989) nella traduzione integrale di Grazia Griffini. Ho capito subito che si trattava delle scelta perfetta: ambientato a novembre, cupo e ironico all'occorrenza, con un Poirot in forma smagliante che raccoglie indizi psicologici con i suoi metodi un po' eccentrici ma rivelatori, questo romanzo giallo sarebbe stato perfetto per il mio contributo alla challenge. Inoltre, dagli appassionati esso è considerato come uno dei più straordinari esempi dell'arte dell'onesto inganno di Christie, dal momento che vede un'indagine basata su una complessa ricerca della verità tra partite di bridge e tuffi nel passato.

Furlongs (Glynde, East Sussex, South Downs), Eric Ravilious,
1935, simile al cottage in cui vivono Anne Meredith e Rhonda
La storia prende avvio da un incontro casuale che si verifica a Wessex House, a Londra, durante un'esposizione di tabacchiere a favore degli ospedali della città. Hercule Poirot sta guardando gli oggetti nelle teche, quando la sua attenzione viene richiamata da un altro osservatore, un certo signor Shaitana, un individuo ambiguo dall'aria orientale o latina che lui ha conosciuto superficialmente qualche tempo prima, il quale ama assumere un atteggiamento mefistofelico e mettere in soggezione il prossimo. Lo stesso Poirot non può fare a meno di sentirsi colpito e incuriosito dal comportamento dell'uomo e dal suo aspetto, così raffinato e, allo stesso tempo, terrificante. Già; poiché Shaitana ha la cattiva fama di essere un tizio che sguazza nel torbido e che gode nell'intimorire i suoi interlocutori, gettando velate allusioni durante i suoi discorsi e suscitando scandali. Eppure nessuno è mai riuscito a coglierlo in fallo, così l'orientale trascorre le proprie giornate facendosi rispettare nella società del bel mondo londinese e intrattenendo i suoi ospiti (loro malgrado) con feste sontuose. Parlando con Poirot, Shaitana ha la brillante idea di invitare l'investigatore belga a casa sua nell'arco delle prossime due settimane: intende sottoporre a un appassionato collezionista come lui una speciale gamma di oggetti che di sicuro potrà interessargli. Si tratta forse di tabacchiere?, chiede Poirot. Affatto, risponde Shaitana: se avrà la bontà di accettare il suo invito, egli potrà mostrargli nientemeno che i più raffinati articoli artistici che il crimine abbia mai prodotto: ovvero, ben quattro assassini che sono riusciti a sfuggire alla giustizia e alla punizione. Nonostante una certa diffidenza, Poirot decide di presentarsi alla chiamata dell'orientale, fosse solo per rendersi conto che l'altro lo ha preso in giro oppure per metterlo in guardia. E laggiù, assieme al padrone di casa e ad altri tre "segugi" (il Sovrintendente Battle di Scotland Yard, il colonnello Race dei Servizi Segreti e la scrittrice di romanzi gialli Ariadne Oliver), il piccolo belga si imbatte in quattro curiosi individui: il dottor Roberts, un gioviale medico che ha l'aria di godersi la vita; la signora Lorrimer, una vedova avanti con l'età con la passione per il bridge; il maggiore Despard, un avventuriero abituato a farsi largo nel bel mezzo della giungla a mani nude, e la giovane signorina Anne Meredith, una timida ragazza che ha tutta l'aria di essersi smarrita.

Otto invitati, di cui quattro rappresentanti della legge e quattro cittadini. Sembrerebbe proprio che Shaitana facesse sul serio, quando ha detto a Poirot di conoscere alcuni assassini rimasti impuniti. E ora pare che il padrone di casa abbia l'intenzione di mettere gli uni contro gli altri, in una sorta di gara tra gatti e topi, dove i primi devono smascherare i secondi. Già durante la cena, egli ha fatto qualche piccolo accenno al delitto, con la conseguenza che su tutto il gruppo è sceso un pesante silenzio imbarazzato e la tensione si è alzata. Proprio così, Poirot non ha quasi più dubbi. Ma in fondo non si può avere alcuna certezza sul conto di sospetti, tanto più se nemmeno Shaitana è riuscito a trovare abbastanza prove da portarli davanti a una corte (cosa che egli avrebbe senza dubbio fatto, anche solo per godere del proprio operato). Così l'investigatore decide di dimenticare la faccenda e, assieme a tutti gli altri ad eccezione del padrone di casa, si immerge nel gioco del bridge. Nel fumoir i segugi sono impegnati in una partita a quattro, gli altri ospiti nel salone si dedicano a fare altrettanto, mentre Shaitana sonnecchia su di una poltrona davanti al fuoco. Non vola una mosca fino a tarda ora, nonostante tutti si alzino dal tavolo a turno per versarsi da bere oppure mettere un po' di legna sul fuoco; poi Poirot e gli altri rappresentanti della legge tornano nel salone, dove l'altro gruppetto sta ancora giocando a carte, e scoprono l'orrenda verità: Shaitana è stato pugnalato nel sonno. Senza alcun dubbio, le indagini preliminari di Battle mettono in chiaro che soltanto uno degli ospiti più aver commesso il delitto; ma chi può aver avuto un'audacia tale da ammazzare un uomo davanti a tre testimoni? Roberts, Despard, la signora Lorrimer e la signorina Meredith sono tutti quanti sospettabili allo stesso modo, soprattutto perché già indicati dalla vittima come potenziali assassini e perché si sono alzati dal tavolo in solitudine. Però nessuno li ha visti compiere l'atto scellerato. Anche le testimonianze e gli interrogatori incrociati sortiscono alcun effetto significativo; così la signora Oliver propone agli altri tre di mettersi in società, per scoprire qualcosa di più sulle loro prede. Ognuno compirà i passi necessari per approfondire la conoscenza di Roberts, Despard, Lorrimer e Meredith, seguendo i propri metodo e istinto, e alla fine si riuniranno tutti insieme per tirare le fila del discorso e mettere le carte in tavola, proprio come nel bridge. A malincuore, Battle accetta con la condizione che spetterà a lui compiere qualunque incriminazione ufficiale, e incarica gli altri di scoprire a turno qualche segreto sui sospettati. E la faccenda darà i suoi frutti, mettendo in luce quanto di più oscuro si cela nelle vite passate dei quattro imputati. Sarà però Poirot a mettere la parola fine alla faccenda, grazie al suo intuito e alla sua conoscenza della natura umana, la quale si rivela sempre nelle piccole cose.

Biglietti su cui sono stati segnati i punteggi delle partite di
bridge nella sera fatidica della morte di Shaitana

Più di una volta mi è capitato di domandarmi: perché Agatha Christie ha ottenuto e detiene tutt'oggi un successo così grande? Infatti, dire che proprio tutti siamo d'accordo col fatto che i suoi libri (chi più, chi meno) siano dei capolavori, probabilmente è un po' esagerato; ma comunque non c'è alcun dubbio che essi riescano a mettere d'accordo una larghissima fetta di lettori. E la risposta che mi sono dato è che, tra i tanti motivi, lei sia stata soprattutto in grado di raccontare la Vita (con l'iniziale maiuscola) in modo perfetto; proprio come alcuni suoi colleghi e colleghe del calibro di Dorothy L. Sayers, per fare un esempio su tutti, i quali ancora oggi sono ricordati, ma facendo allo stesso tempo in modo di essere accessibile e "semplice" da comprendere. Voglio dire, mi sembra che abbia trasportato la quotidianità in un contesto fittizio, infondendole una patina di originalità ed esaltandone le qualità nel bene e nel male senza fare discorsi troppo complessi; cosa che ben pochi sono stati in grado di mettere in atto, e nessuno al suo pari. Proprio per questo, dunque, sono convinto che Christie sia riuscita a conquistare il cuore dei lettori, dal momento che in qualche modo è stata capace di raccontare ciò che ognuno di noi vive in prima persona. Ed è per questo che, tra l'altro, penso lei si sia affermata pure in Italia, dove nessun altro giallista ha ottenuto una tale celebrità (nemmeno Ellery Queen, Erle Stanley Gardner e Perry Mason hanno mai visto pubblicati saggi su loro stessi o i loro protagonisti). In ogni caso, questa popolarità non sempre ha avuto risvolti positivi: se i critici si sono impegnati ad analizzare tutti i dettagli della sua opera e della sua vita, i giudizi che ne sono emersi hanno avuto un esito altalenante. Secondo alcuni, infatti, i libri di Christie appartengono alla mera letteratura di consumo, intesa come qualcosa da divorare in qualche ora di spensieratezza e divertimento, senza trasmettere particolari messaggi col loro passaggio; per altri, invece, essi sono capolavori che illustrano al meglio la società del secolo scorso e costituiscono ritratti veritieri della psicologia dell'individuo. Da parte mia, penso possano essere sia l'uno che l'altro, in base a come uno li considera: capolavori dell'arte dell'intrattenimento fittizio, nei quali si alternano colpi di scena magistrali e delitti messi a segno con abilità, oppure approfonditi trattati che illustrano la psicologia e la sfera passionale dell'individuo. Però posso capire come non a tutti possa apparire chiara questa doppia definizione; in fondo, ognuno vede la faccenda secondo un giudizio influenzato dalla propria visione personale. È questa la benedizione/maledizione che colpisce l'opera di Agatha Christie: la capacità di adattarsi sì a qualunque tipo di lettore, che sia esso alla ricerca di svago oppure di una storia in cui siano trattati argomenti seri, e allo stesso tempo la costante condanna da parte di alcuni di non essere capace di esprimere la giusta austerità a causa della sua (apparente) semplicità.

Con il caso di "Carte in Tavola", si può esprimere perfettamente questa divisione dei pareri. Da una parte, infatti, esso è stato incluso in una lunga serie di liste di critici influenti ed esperti come uno tra i capolavori della Regina del Giallo (ad esempio, Patrick del blog "At the Scene of the Crime" lo considera il suo preferito, oppure Martin Edwards lo colloca al quinto posto della sua classifica, mentre nel blog The Passing Tramp sono riportate numerose liste in cui esso compare). D'altra parte, tuttavia, secondo alcuni questo giallo in particolare si è rivelato essere noioso e fin troppo macchinoso, oppure confuso e astruso nella spiegazione dell'indagine di Poirot volta alla scoperta dell'assassino. E a ben vedere c'è un pizzico di verità in ognuna di queste considerazioni. Ad esempio, penso al fatto che il caso ideato da Christie appaia a prima vista quanto mai convenzionale e conforme, fin quasi troppo strutturato e quindi poco "sentito" dal lettore. Dopotutto, esso è basato soprattutto sull'interpretazione del gioco del bridge, il quale non si può proprio dire sia esaltante oppure sconvolgente (a meno che tu non sia un appassionato sfegatato di questo passatempo!). Inoltre, a mio parere la spiegazione finale sembra un po' tirata, dal momento che essa viene data da Poirot in base alle considerazioni psicologiche che egli ha colto nel corso dell'indagine, e suffragata da un espediente non del tutto corretto ai fini del gioco pulito. Tutto appare molto veloce e forse un po' superficiale rispetto a quanto ci ha abituato Christie, poiché alcune aree di "Carte in Tavola" potevano forse essere approfondite ed ampliate per esaltare i brillanti colpi di scena che sono al suo interno; tra tutte la figura di Shaitana, la quale avrebbe avuto il potenziale giusto per diventare un antagonista più durature dell'investigatore belga. Insomma, anche secondo me questo non è il più bel romanzo giallo scritto da Agatha Christie. Però voglio sottolineare il fatto che, pur non essendo il migliore, "Carte in Tavola" si può benissimo piazzare tra i primi cinque esemplari in un'ipotetica classifica. Infatti, avrete notato che qui sopra ho usato verbi che rimandano al condizionale, come "apparire" e "sembrare"; ed è proprio questa la chiave del successo di questo romanzo e dei mysteries di Christie: ogni cosa viene dipinta in modo da avere un sapore attenuato, senza che ci siano chissà quali esternazioni sensazionali a condire il racconto, ma nasconde dietro le righe un mondo di oscurità e profondità emozionale strabiliante. Non a caso l'autrice è riconosciuta in tutto il mondo come quella che meglio ha saputo sfruttare gli elementi fondamentali del genere, tanto da dare l'impressione di averli inventati lei. Il villaggio di campagna inglese accanto alla figura di Miss Marple, il viaggio in treno di "Assassinio sull'Orient-Express" e la vacanza funestata dal delitto in "Corpi al Sole", sono tutti associati alla sua figura, nonostante pure altri autori si siano cimentati nella creazione di storie ambientate in tali luoghi. Però il fatto sorprendente è che, spesso, l'idea di modestia che il lettore si fa prima di entrare nella storia, immaginandola caratterizzata con semplicità e ordinarietà, viene disillusa con una franchezza sorprendente. Se poi aggiungiamo il fatto che lo stile di Christie, grande sostenitrice dell'economica enunciazioni su carta di fatti e dialoghi, è sempre stato molto scarno e fin troppo essenziale, al punto di diventare un suo marchio si fabbrica, tutto tenderebbe ad indicare che anche il mistero e l'enigma siano semplice e ordinari; se non fosse che, come non mi stancherò mai di ripetere, nella narrativa gialla niente è come appare.

Fotografia raffigurante un tipico bus inglese a due piani, simile
a quello su cui conversano Poirot e il maggiore Despard
Infatti, anche se il ragionamento sullo stile può trovare un certo riscontro se paragonato a quello impiegato da altri autori, nel corso della descrizione delle vicende Agatha Christie, pur sembrando in tutto e per tutto disinvolta, si ingegna a capovolgere le certezze del lettore e a sviarlo con trovate innovative e inaspettate, sfruttando gli stessi cliché che dovrebbero limitarla e utilizzando una narrazione unica che ha mantenuto il proprio smalto fino ai nostri giorni, spesso venata di un pizzico di humor e leggerezza. Si impegnò sempre a cambiare le carte in tavola, proprio come accade nelle partite di bridge si svolgono all'interno del romanzo analizzato oggi: la regola era quella di partire da una situazione ordinaria, per poi dar vita a vicende del tutto nuove e originali, calate nella realtà di tutti i giorni e toccando di volta in volta temi dai risvolti inesplorati, oppure utilizzando tecniche in fase si sviluppo. Così accade in "Carte in Tavola" dove la partita a carte, quasi mai origine di eventi terrificanti e angosciosi (a differenza della più famosa seduta spiritica, ad esempio), diventa una fonte di sorprendenti risvolti per l'indagine di cui si occuperà Poirot (pp. 18-21, 33, 37-40, 48, 79-81, 109-110, 143, 200-205). Non è necessario conoscere il gioco del bridge per poter comprendere dove le intenzioni dell'autrice intendono andare a parare; le informazioni che ci vengono date a riguardo sono un po' specializzate, ma ai fini del risultato finale non dobbiamo essere abituati ad atout e simili: il gioco viene semplicemente sfruttato come strumento di indagine a causa delle sue caratteristiche rivelatorie. Da lì, infatti, si sviluppano una serie di altri aspetti, primo tra tutti il contrappunto tra l'aria di allegra e spensierata svagatezza che ritroviamo nelle scene in cui è protagonista la signora Oliver, con i suoi dialoghi divertenti e la sua goffaggine, e l'atmosfera generale di cupezza novembrina in cui è calata l'inchiesta della polizia e dell'investigatore belga. Ogni botta-e-risposta, anche quello meno impegnativo, è fatto più di allusioni che di affermazioni, mettendo in mostra la maestria di Christie nel fornire con astuzia al lettore elementi utili alla risoluzione del caso, ma senza rinunciare a note di colore e cenni al carattere dei personaggi. La caratteristica centrale di "Carte in Tavola", a mio parere, consiste proprio in questo suo essere un romanzo "psicologico", dove Poirot raccoglie indizi attraverso le testimonianze, a discapito di una ricerca degli indizi materiali come era stato nei libri precedenti della sua saga (infatti era già avvenuto lo switch da giallo ispirato da Sherlock Holmes a quello basato sullo studio della natura umana, messo in atto in "Assassinio sull'Orient-Express" e poi perfezionato in "Tragedia in Tre Atti" e "La Serie Infernale"). Cosa naturale, visto il carattere di Poirot più propenso al lavorio delle cellule grige rispetto all'azione pragmatica: l'omicidio di Shaitana, infatti, non vede chissà quali prove tangibili a suffragio della tesi di colpevolezza, quanto piuttosto una somma di indizi psicologici che l'investigatore raccoglie con i suoi metodi eccentrici ma utilissimi; così da mettere in piedi un'accusa che presenta sì alcuni difetti nel momento in cui deve essere presentata davanti a una giuria, ma allo stesso tempo si rivela essere uno dei più grandi esempi dell'arte dell'Onesto Inganno di Christie, con i suoi frequenti tuffi nel passato e il sottile senso di disagio che traspare dai confronti tra i sospettati e gli inquirenti. Sono convinto, pertanto, che "Carte in Tavola" sia un romanzo straordinario e debba essere considerato come un esempio di giallo psicologico più vicino a quello degli anni '40: non bisogna colpevolizzare l'autrice per la debolezza della storia in generale, ma soltanto per un finale forse troppo sbrigativo.

In sé, il mistero di "Carte in Tavola" è molto intelligente e prende spunto della partita durante l'ultima sera di vita di Shaitana per approfondire il carattere di ognuno dei protagonisti, così da permetterci di farci un'idea ben precisa su ognuno dei sospettati e degli investigatori (dilettanti e non). Le figure del sovrintendente Battle (che farà altre quattro apparizioni, di cui due come protagonista), del colonnello Race (apparso in "L'Uomo Vestito di Marrone" e in futuro in "Poirot sul Nilo" e "Giorno dei Morti") e di Ariadne Oliver (spalla dell'investigatore belga in altre cinque occasioni e solista in una soltanto) occupano un ruolo di primo piano nella scoperta della verità: chi più, chi meno, tutti contribuiscono alla risoluzione dell'enigma e permettono a Poirot di scoprire la verità. Sono figure che agiscono e tengono alta l'attenzione del lettore, nonostante siano pochi gli attori complessivi sulla scena, mentre la tensione del racconto viene in qualche modo esercitata dai sospettati: quattro protagonisti e quattro antagonisti, con i loro compiti distinti e inscindibili per fare in modo di creare la giusta alchimia che si ritrova in "Carte in Tavola", dove queste emozioni vengono sollevate e mantenute in equilibrio tra disagio e conforto. La psicologia è ciò che più importava porre sotto i riflettori per Christie, la quale non si abbandona mai a frivolezze fini a se stesse ed è sempre credibile (pp. 18-20, 64-68, 97-99, 112-118, 144-151, 155-157, 192-193). Magari descrive Hercule Poirot e i suoi atteggiamenti, eccentrici quanto quelli della signora Oliver, come se ne volesse fare una caricatura; ma sotto sotto ogni azione è calcolata ai fini della scoperta della verità e lei ragiona su come ingannare il suo pubblico, fornendo in aggiunta osservazioni per nulla banali sulla menzogna, sul concetto di verità, sul sesto senso femminile (quanto si sofferma su questo particolare tema, a ragione, la signora Oliver!). Accanto a tutto ciò, inoltre, bisogna pure sottolineare come l'autrice si impegni a mettere in scena i metodi adottati dalla polizia, stando attenta a rispettarne le caratteristiche (pp. 63-68, 97-99). Un momento: questo significa forse che abbiamo sbagliato a considerare "Carte in Tavola" un giallo psicologico e a giustificare le sue carenze dal punto di vista dell'inchiesta pragmatica? Affatto: come si dimostrerà, infatti, le informazioni raccolte dai segugi attivi nel campo delle ricerche geografiche, Battle e Race, non riusciranno ad inchiodare il personaggio colpevole, ma saranno i sospetti e le certezze basate su sensazioni e idee immateriali a far emergere dal gruppo dei sospetti la figura dell'assassino. Perché il delitto non è sempre eseguito in base a schemi prestabiliti; molto spesso, l'omicidio può raggiungere forme d'arte impossibili da imprigionare se non utilizzando gli stessi mezzi di cui esso stesso è fatto (pp. 9, 16-18, 25-26, 45, 49-59, 132-134, 169-171, 176-177). In conclusione, quindi, Christie riesce nel complesso a dare vita a un romanzo giallo pieno di "divagazioni" e congetture che, se considerate nel complesso, non risultano mai superflue alla soluzione finale; anzi, proprio attraverso il magistrale uso dei silenzi, più che delle parole, riesce a svelare solo ciò che desidera sia svelato e a nascondere ciò che, invece, intende mantenere segreto, in ogni frase del libro. Forse è questo il segreto di Agatha Christie, quello che le ha permesso di sviluppare una maniera tutta sua di incantare il lettore, mettendolo alla prova ma con leggerezza. Quella stessa maniera che la signora Oliver si sforza di sfruttare e mettere in pratica, ogni volta che si siede davanti a una macchina da scrivere per iniziare una nuova impresa letteraria.

Agatha Mary Clarissa Miller, alias Agatha Christie Mallowan,
nata nel 1890 e morta nel 1976
Se si legge tra le righe di "Carte in Tavola", ma pure di altri romanzi in cui essa compare, si possono riscontrare numerose affinità tra la figura della signora Ariadne Oliver e Agatha Mary Clarissa Miller (questo era il cognome da nubile dell'autrice, trasformato una prima volta in occasione del primo matrimonio, e divenuto Mallowan con l'avvento della seconda relazione coniugale). Christie, infatti, fece della signora Oliver un alter ego divertente e un po' caricaturale di se stessa, infondendole non solo alcune delle proprie caratteristiche fisiche, ma pure convinzioni sulla concezione della letteratura e soprattutto sul piano emotivo e sentimentale. Tra le altre cose, ad esempio, le trasmise la sensibilità necessaria a comprendere tanto bene, nonostante qualche indecisione di carattere, il mondo che la circondava, con tutti i suoi contrasti, e a sviluppare la capacità di saper dire e non dire qualcosa (nella realtà e nella finzione) in base al proprio volere. La stessa Christie a volte è stata generosa e disposta alle confidenze, altre si è rivelata più chiusa di un'ostrica. Grazie alla sua autobiografia, ad esempio, sappiamo molto riguardo la sua infanzia, il periodo più felice di tutta la sua esistenza, quello dove gli affetti rappresentati dai genitori, dal fratello, dalla sorella e dai domestici non mancarono mai; in cui le giornate erano piene ancor più del solito di voglia di fare, giocare, scoprire il mondo; durante il quale iniziò a viaggiare e che le regalò ricordi indelebili, come le giornate passate da "zia-nonnina" nella casa di Ealing. Allo stesso modo, ci ha raccontato con generosità i primi balli e gli incontri con gli innumerevoli giovanotti che la corteggiarono, così come il momento in cui si ritrovò catapultata improvvisamente nel pieno della Grande Guerra e iniziò a lavorare come infermiera al dispensario di Torquay. Ha descritto la nascita della sua carriera di scrittrice, dovuta all'impulso di un momento in occasione di una scommessa con la sorella Madge; l'incontro con Archie, il primo marito, e il loro viaggio in giro per il mondo in occasione dell'Esposizione Universale del 1924; la nascita della figlia Rosalind; la passione per le case e il cibo; il viaggio in Oriente e gli scavi archeologici. Persino la gioia nel possedere un auto di proprietà e di aver cenato accanto alla Regina d'Inghilterra. Tuttavia, riguardo altri eventi della sua vita Agatha Christie ha preferito lasciare un'ombra di incertezza e di dubbio. Il fatto più famoso, in questo senso, è la sua scomparsa nel 1926, quando Archie le confessò di essersi innamorato della sua segretaria e di voler divorziare. Probabilmente nessuno, al di fuori della stessa Agatha, ha mai saputo quale fu il movente scatenante di questo improvviso colpo di testa: forse un'amnesia, come sostennero i suoi familiari? Oppure un deliberato tentativo di accusare il coniuge fedifrago di averla eliminata per ottenere la separazione? Martin Edwards, sfruttando le informazioni ricavate dai romanzi di questa grande scrittrice, in "The Golden Age of Murder" ha formulato un'interessante ipotesi a riguardo.

In ogni caso, resterà per sempre un mistero insoluto, poiché nemmeno prima di morire lei rivelò la verità. Anche del suo rapporto con gli altri membri del Detection Club, l'associazione di giallisti di cui fece parte per molti anni, non racconta nella sua autobiografia; tuttavia, in questo caso possiamo sfruttare le lettere e i documenti che proprio i suoi compagni ci hanno lasciato, i quali ci tramandano un'immagine vitale e disponibile della Christie, fatta di sostegno reciproco e condivisione di interessi, oltre che di amicizia e sacrificio; come nel momento in cui lei, nonostante la timidezza, accettò di assumere la carica di Presidente del Club, poiché nessun altro possedeva le specifiche capacità richieste dal ruolo. La modestia fu sempre una delle sue caratteristiche principali, tanto che odiava rilasciare interviste (non si fidava della stampa, dopo che essa l'aveva gettata in pasto alla gente al momento della sua scomparsa) e non riusciva a spiccare parola davanti a un pubblico o ad eseguire correttamente un pezzo al pianoforte, se le premesse si facevano terribilmente ufficiali; ma il tratto caratteriale che a mio parere l'ha saputa contraddistinguere maggiormente è stata soprattutto la sua grandissima gioia di vivere, la quale le permise di coltivare un carattere solare, purché venato a volte da qualche ombra, che lei riversò nei suoi personaggi, rendendoli più vivi che mai e, in questo modo, facendoceli amare anche nella loro imperfezione. Mentre osserviamo i ritratti sfaccettati e le chiacchiere a volte frivole, a volte piene di sottintesi inquietanti, che i sospettati dell'omicidio di Shaitana scambiano con Poirot, passiamo attraverso dialoghi dove traspare una forte corrente sotterranea di disagio e di sofferenza e osserviamo l'evoluzione dei sentimenti che si agitano nei cuori dei protagonisti, ci rendiamo conto di come noi stessi potremmo essere i protagonisti delle sue trame, in procinto di affrontare le nostre sfide e di rialzarci ogni volta che cadiamo. Tutti loro non sono mai come sembrano, attori di un romanzo giallo che ingannano il lettore; cosa dire allora di noi stessi, che indossiamo ogni giorno una maschera diversa? Agatha Christie l'aveva capito, ed era riuscita a trasportare questa consapevolezza (e la Vita reale, come gli altri Grandi) sulla carta per farne materiale da usare allo scopo di sviare il lettore; senza mai barare, per giunta. Perché se c'è qualcosa che non possiamo proprio rimproverare alla Signora del Delitto, quello è proprio il suo Onesto Inganno: ovvero, fornirci tutti gli indizi che ci servono (nonostante non sempre sia rispettato un rigido fair-play inteso in senso tradizionale) e, allo stesso tempo, menarci per il naso con una classe a tutt'oggi ineguagliata, tra false piste e "aringhe rosse". Indizi che, oltre ad essere in minima parte di natura materiale nei foglietti col punteggio delle partite a bridge, in "Carte in Tavola" prendono la forma di emozioni, sensazioni e impalpabili sospetti. Perché a Christie ciò che più importava era lo studio della natura umana, con tutti i suoi pregi e difetti, e per questo l'aspetto che più viene approfondito nei suoi romanzi, man mano che passano gli anni, diventa la caratterizzazione degli attori sulla scena e il loro comportamento. A differenza della solita critica sulla vacuità dei personaggi di Christie, infatti, l'autrice riesce a dare vita a un microcosmo di relazioni che forniscono a Poirot manifeste prove da interpretare per giungere alla verità: prove impalpabili, certo, ma indispensabili per interpretare la mente dell'assassino e scoprirne i punti deboli.

Alexander Siddig nella magistrale interpretazione di
Shaitana nell'episodio "Carte in Tavola" della meravigliosa
serie TV "Agatha Christie's Poirot"

Bisognerebbe fare un discorso a parte sui personaggi di "Carte in Tavola", per essere sicuri di toccare tutti quanti gli aspetti di ognuno; per cui mi limiterò a una breve panoramica. Innanzitutto, è interessante la figura della vittima, il signor Shaitana (pp. 12, 14, 17-18, 26-28, 34-35, 40-41, 47, 59, 82, 110-111). Egli viene dipinto come una sorta di controfigura di Hercule Poirot (pp. 5-10): è straniero, viene considerato come un eccentrico inguaribile e anche un po' strano, porta un paio di baffi che potrebbero gareggiare con quelli del piccolo investigatore belga, e nutre un grandissimo interesse per il delitto e il crimine. Inoltre, Shaitana rappresenta una vittima memorabile, come è la sua stessa persona, progettata per attirare l'attenzione grazie al suo atteggiamento mefistofelico e un po' sinistro, e generatrice di una sorta di sottile terrore. Tra le altre cose, egli è un collezionista di assassini, cosa che lo rende ancora più inquietante; un vero diavolo, insomma, come recita il suo stesso nome in lingua hindi. È un peccato che sia diventato un assassinato invece di un antagonista di Poirot; però è pur vero che, se le cose fossero andate in modo diverso, forse Shaitana avrebbe rischiato di soffiare la scena al protagonista. Infatti due figure talmente simili non avrebbero potuto convivere per troppo tempo, con la conseguenza di creare una grossa confusione per niente. Invece, Christie è stata abbastanza intelligente da dipingere una vittima che si stampasse nella mente del lettore e desse l'idea di ambiguità necessaria in un romanzo giallo psicologico come "Carte in Tavola"; in questo modo, ha dato vita a un confronto alla Jekyll-Hyde tra Poirot e Shaitana, mettendo a confronto le loro menti curiose e particolari. Entrambi sono tortuosi e ambigui, tra facezie e momenti seriosi, e impiegano le loro abilità per scavare nel prossimo alla ricerca di segreti; però l'intenzione del piccolo belga è quella di sfruttare le proprie capacità per fini positivi, come la ricerca di assassini e della verità, mentre quella dell'orientale è volta a un divertimento cinico e pericoloso. Come se non bastasse, poi, i due hanno una visione del delitto opposta: uno lo considera un atteggiamento da condannare in ogni occasione, l'altro quale una prova di abilità d'artista il cui successo è da ammirare, con un premio finale che consiste nell'evitare la punizione della giustizia. Ciò sembrerebbe indicare una certa malvagità dietro le azioni di Shaitana (cosa in qualche modo sottolineata dai continui riferimenti razzisti del popolino britannico contro di lui, alle pp. 6 e 14), ma sono convinto che sotto sotto il giudizio finale su di lui sia molto più articolato da dare. Infatti penso che Shaitana sia una vera e propria vittima, intesa come figura che non si rende conto di essere in pericolo e catalizzatrice delle conseguenze che deriveranno dalla sua morte (cap. 1, p. 25). Chissà se è per questo motivo che Poirot è tanto determinato a scoprire chi lo abbia ucciso... La sua dipartita scatena una serie di drammi e tragedie che non sarebbero immaginabili in un primo momento, e le stesse personalità degli altri personaggi ne vengono influenzate, rivelandone pregiudizi e difetti. Al punto che, alla fine, l'orientale si trasforma in una figura certamente non buona, ma perlomeno tragica e responsabile della propria imprevista fine; mentre i sospettati, da apparenti vittime, assumono il ruolo di cacciatori da considerare ben peggio di Shaitana. Chi punta il dito sembra non vedere la proverbiale trave nel proprio occhio, a dispetto della pagliuzza.

Questo discorso, pertanto, porta a un'analisi degli investigatori e dei sospettati, ognuno influenzato dalla figura ambigua di Shaitana e dalla sua fine. Su Battle e Race, in realtà non c'è molto da dire: sono i tipici poliziotti che seguono la routine per tentare di risolvere il caso e fanno affidamento sulle loro conoscenze e capacità pragmatiche. Forse si può riscontrare una particolare intelligenza soprattutto nel primo, il quale astutamente riesce a raccogliere alcune informazioni dando prova di un ingegno sottile (penso alla scena con la segretaria del dottor Roberts o con gli abitanti di Wallingford). Tra i quattro, tuttavia, ad eccezione di Poirot, è la signora Oliver il personaggio più interessante, dal momento che, come dicevo sopra, è stato ricalcato sull'esistenza della stessa Christie (pp. 10-11, 14, 18, 20-21, 27-28, 34, 57-59, 83, 91, 119-124, 130, 200). Si tratta di una figura molto divertente, capace di strappare qualche risata al lettore nonostante l'atmosfera cupa che regna quasi sempre in "Carte in Tavola"; che non si fa prendere troppo sul serio ma dimostra comunque uno spiccato senso dell'osservazione e della comprensione di ciò che la circonda. Ciò la porta a cambiare continuamente le proprie opinioni, certo; però allo stesso tempo le permette di cogliere sensazioni che altri ignorano e di capire più a fondo le persone. Pertanto, è intuitiva e crede nel sesto senso femminile, proprio come la sua creatrice, e ovviamente scrive romanzi gialli il cui protagonista è un finlandese dal nome impronunciabile (uno dei quali è intitolato non a caso "C'è un Cadavere in Biblioteca"). Il suo prendersi in giro in continuazione la rende un personaggio simpatico da leggere, e le osservazioni che fa sul suo lavoro non possono che rimandare alle tribolazioni che Christie affrontava ogni volta nella stesura di un nuovo mystery. Vede ogni cosa come un gioco, anche il delitto, ed è grazie a lei (e al suo spirito intraprendente e un po' ficcanaso) che la polizia decide di dare inizio a un'indagine condivisa tra più elementi. Indagine che è concentrata su un numero incredibilmente ristretto di possibili assassini: il dottor Roberts, la signora Lorrimer, il maggiore Despard e la signorina Meredith. Ognuno di loro è una persona diffidente, che mostra una maschera alla società perbene e si tiene stretti i propri segreti, fingendo disinvoltura. Non hanno nulla a che fare con Shaitana; eppure non sfigurano nel suo salotto, sono capaci di immedesimarsi nel ruolo richiesto grazie alla lunga pratica della menzogna sviluppata nel tempo. Il dottore (pp. 12, 15-16, 22, 28-33, 39, 44, 48, 54, 60-63, 69-71, 73-76, 115, 134-137, 142, 184-185, 197-200) ha un atteggiamento forse fin troppo disinvolto, per un tizio sospettato di aver compiuto un crimine, e un gusto per il rischio che non possono non insospettire il lettore; ma all'apparenza non c'è alcuna ragione per presumere che egli sia uno spietato omicida. La signora Lorrimer (pp. 12-13, 16, 18, 23, 29, 33-39, 44, 48, 55, 78-83, 124-127, 137-138, 142, 167-180, 182-183, 187), d'altro canto, avrebbe la giusta mentalità della Lucrezia Borgia, capace di calcolare un assassinio a sangue freddo come se fosse un ballo in maschera o una partita a carte; se non fosse che conoscesse appena Shaitana. Il maggiore Despard (pp. 13, 16, 23, 33, 39, 44, 46-49, 54-55, 92-97, 105-111, 131-133, 141-142, 147-150, 152-155), invece, sembrerebbe nutrire del rancore verso la vittima ed è vissuto al di fuori della civiltà abbastanza per sollevare qualche interrogativo; però allo stesso tempo non si sarebbe sporcato le mani con una faccenda tanto disonorevole. Infine, la dolce e gentile Anne Meredith (chiamata così per un riferimento velato a Beatrice Lucy Malleson, la giallista che si nascondeva dietro il nome di Anthony Gilbert), che vive in un cottage lontano dagli sguardi curiosi della gente (pp. 13-15, 23, 33, 35-45, 48, 54, capp. 12-13-14, pp. 122-123, 126-129, 138-142, 158-166, 189-192, 194-196). Potrebbe aver compiuto lei il misfatto? Le apparenze giocano a suo sfavore; ma chi può basare il proprio giudizio su una semplice faccia? Tutti potrebbero averlo fatto, in base alle loro mentalità depravate, ma non ci sono prove. Allora bisogna tornare al passato: infatti, cosa importante, i quattro cittadini sono sospettati di essere assassini scampati alla giusta colpa. Se sono colpevoli, riusciranno a sfuggire alla Legge ancora una volta, oppure sconteranno la pena? Mi è piaciuto molto il concetto di Giustizia che Christie ha messo in luce in "Carte in Tavola"; forse è proprio uno dei motivi per cui questo libro è tanto celebrato. 

In un post del suo blog, inoltre, Kate Jackson ha osservato come le caratteristiche di questo romanzo assomiglino molto a quelle di "Dieci Piccoli Indiani"; tanto da restituire quasi una sorta di riflesso allo specchio. E francamente trovo che ci sia molto di vero in questa tesi. Dopotutto, Christie non ha mai nascosto il fatto di riuscire a rimescolare sempre gli stessi elementi in innumerevoli forme; per cui, come mai dovrebbero cambiare le cose? In "La Serie Infernale" (citato a p. 14) aveva addirittura anticipato la trama dello stesso "Carte in Tavola", facendo descrivere al buon Hastings la configurazione ideale della risoluzione di un delitto da parte di Poirot! E quest'ultimo l'aveva accolta con gioia, dal momento che esso richiedeva una deduzione puramente psicologica per essere risolto. Torniamo quindi al discorso che facevo sopra: cioè al fatto che l'indagine sulla morte di Shaitana sia da considerare secondo un punto di vista un po' particolare, rispetto ad altri gialli della Regina del Crimine. In un crescendo di tensione e suspense, immersa nell'atmosfera cupa di un novembre londinese e nei falsamente confortevoli spazi domestici (pp. 19-20, 22-25, 77, 83-84, 97-100, 119-124, 180-181), le riflessioni e gli scontri su chi tra i quattro sospettati abbia commesso il delitto evocano fantasmi e supposizioni che infestano le persone, dando luogo a un'indagine del tutto basata su elementi poco tangibili, tra pregiudizi e sospetti. Christie gioca con tutto ciò e induce il lettore  a credere a qualunque cosa, affermando e negando con rapidità ogni convinzione, capovolgendo le certezze e le idee; ma allo stesso tempo approfondisce ogni vissuto dei protagonisti e, seguendo la corrente che avrebbe presto portato allo sviluppo del giallo psicologico, fa un ottimo lavoro nel dimostrare l'abilità di Poirot nello svelare man mano la verità sui personaggi. Passo dopo passo, partendo dalle allusioni durante la cena e dalle parole ermetiche di Shaitana, l'autrice inizia a stuzzicare le impressioni di chi legge e degli inquirenti; poi ci consegna i primi giudizi (tra cui quelli della signora Oliver) generati dagli interrogatori subito dopo il fattaccio e le curiose domande di Poirot, le quali paiono non avere senso. In seguito, permette ad ognuno di noi di entrare in contatto col mondo dei sospettati, sollevando veli su veli, fino a indicarci un'identità precisa. Ma sarà tutto così facile? Nella crime story classica (in particolare quella di Agatha Christie) niente è come sembra, e "Carte in Tavola" dimostra il concetto al meglio, intrattenendo il lettore e andando allo stesso tempo in profondità per sondare la malvagità e la colpa. Forse non ha ottenuto la stessa fama di "Assassinio sull'Orient-Express" (citato a p. 162) e "Dieci Piccoli Indiani" perché non ne è mai stata fatta una trasposizione fedele, oppure perché l'idea di un delitto durante una partita a bridge non stuzzica l'appetito. Però io vi voglio assicurare che questo è un capolavoro nel suo genere, pieno di contrasti e con un enigma diabolico, giocato su un trucco tanto astuto quanto semplice. Il Diavolo-Shaitana ha sfidato la sorte, e quest'ultima lo ha punito; ma si sa che la Fortuna è cieca, per cui l'assassino dovrà stare molto attento a come muoversi per depistare le sue tracce.

P.S. Ecco qui la mia recensione per la maratona di Liberi di Scrivere. Mi ha molto divertito prendervi parte, e mi auguro di ripetere l'esperienza in futuro. Grazie a Shanmei per l'opportunità!

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venerdì 24 luglio 2020

40 - "Corpi al Sole" ("Evil Under the Sun", 1941) di Agatha Christie

Copertina dell'edizione pubblicata
dai Classici del Giallo Mondadori
n. 569
Nel mese di maggio avevo già introdotto l'argomento del "giallo in vacanza", recensendo alcuni romanzi del mistero della classica crime story che in qualche modo avevano a che fare con i viaggi in luoghi remoti, le lunghe giornate estive e il pigro dolce far niente che caratterizza i mesi più assolati dell'anno. Oggi torno sulla materia per accompagnarvi in un ulteriore itinerario metaforico attraverso coste bagnate dal mare, piccoli villaggi di marinai oppure di campagna, metropoli arrostite dall'afa e dall'umidità, isolette popolate di allegri turisti; insomma, luoghi che all'apparenza ci restituiscono un'immagine rilassante, ma che il delitto pare infestare ancor più delle tradizionali case isolate dalla neve della tradizione del mystery all'inglese. Magari uno non ci pensa, però il più delle volte è proprio così: l'idea della sospirata vacanza da trascorrere in pace e tranquillità, circondati da piccole occupazioni quotidiane e da un sacco di tempo a disposizione da passare stesi su uno sdraio, spesso non corrisponde a quella che ci facciamo prima di partire. Per esempio, incidenti di percorso come un guasto all'auto oppure un ritardo del treno o dell'aereo sono dietro l'angolo, pronti a guastarci la festa fin dall'inizio, ma soprattutto gli incontri che possiamo fare una volta giunti alla meta hanno il potere di frustrarci e di rovinare quello che, per alcuni, è l'unico momento di relax dell'anno. Finché siamo a casa nostra, se qualcuno si presenta ad infastidirci, possiamo accusare l'intruso di essere uno scocciatore e allontanarlo; ma se ci troviamo in vacanza, come possiamo liberarci del nostro aguzzino? Ci troviamo in un albergo dove l'accesso è consentito a qualunque individuo, oppure in una spiaggia dove chiunque può tirare fuori un asciugamano e stendersi in riva al mare, mentre fa qualche commento al vetriolo e ci stuzzica. In tali frangenti, nessuno può fare alcunché per ostacolare il nemico, come dimostra l'esperienza della bella Linnet Ridgeway in "Poirot sul Nilo", perseguitata incessantemente dalla vendicativa rivale in amore. In questa situazione, pertanto, non appare più così strano che la gente finisca per impazzire all'improvviso oppure per commettere qualche atto insensato durante le ferie. Mettete insieme il caldo insopportabile, la tensione emotiva che si viene a creare in un gruppo di persone, il desiderio di godere appieno della pace dei sensi e l'innata natura umana con tutte le sue turbolenze, e il gioco è fatto.

Anche in vacanza può verificarsi un omicidio in men che non si dica; soprattutto, se nelle vicinanze si trova l'investigatore di un giallista del passato. Come dicevo, infatti, gli autori che hanno reso grande questo genere fecero in modo di sfruttare gli innumerevoli contrasti tra turisti e alcuni luoghi esotici che loro visitarono per diletto, per dare vita a romanzi e racconti del mistero dalle mille sfaccettature, capaci di distrarre i lettori del periodo tra le due guerre mondiali grazie alle loro cornici spettacolari, in cui i protagonisti agivano per combattere il Male incarnato di volta in volta dall'assassino di turno. Arthur Conan Doyle, nel racconto "L'Avventura del Piede del Diavolo" contenuto in "L'Ultimo Saluto di Sherlock Holmes", spedì il segugio di Baker Street nella meravigliosa costa della Cornovaglia per evitare un esaurimento nervoso e lo mise a confronto nientemeno che con Satana (o perlomeno una sua presunta emanazione); Dorothy L. Sayers ambientò il suo "Cinque Piste False" a Galloway, durante un periodo dedicato alla pesca da parte di Lord Peter Wimsey, nel corso del quale l'aristocratico investigatore venne a contatto con una fin troppo vivace colonia di artisti, mentre in "Alta Marea per Lord Peter" Harriet Vane si imbatté in un cadavere nel corso di un'escursione lungo la costa sud-ovest dell'Inghilterra; Francis Beeding ideò addirittura un caso di serial killing nell'omonima località balneare di "La Morte Cammina per Eastrepps".

Tuttavia, l'autrice che probabilmente ha sfruttato al meglio questo filone del genere giallo è stata la Regina del Delitto, Agatha Christie, la quale trascorse gran parte della propria vita in giro per il mondo. Con romanzi quali "Assassinio sull'Orient-Express", "Il Pericolo Senza Nome", il già citato "Poirot sul Nilo", "Delitto in Cielo", "Tragedia in Tre Atti", "Dieci Piccoli Indiani" e quelli ambientati in Medio Oriente, Christie riuscì a dare vita a una lunga serie di avventure poliziesche esotiche che impegnarono tanto i suoi investigatori, nello sbrogliare le ingarbugliate matasse che lei aveva tessuto con abilità, quanto i lettori, destinati a restare sconcertati dai loro finali imprevedibili. Tra queste ultime, oggi vi voglio parlare di "Corpi al Sole" (Classici del Giallo Mondadori n. 569, 1988), la ventesima indagine di Poirot e rielaborazione del racconto con Miss Jane Marple "Una Tragedia Natalizia", inserito in "Miss Marple e i Tredici Problemi". Si tratta di uno dei capolavori della scrittrice, una storia ambientata nella stessa isola che avrebbe fatto da sfondo al più sconcertante mystery della tradizione classica ("Dieci Piccoli Indiani"), e attraversata da numerose correnti di passione sotterranee. Le personalità dei turisti che alloggiano al Jolly Roger Hotel, insieme alla loro psicologia sentimentale, costituisce infatti il fulcro dell'indagine, il terreno sul quale si snodano gli interrogatori della polizia e del piccolo investigatore belga riguardo un enigma tanto astuto quanto giocato su un trucco semplice. Sappiamo tutti che Christie viene considerata dalla maggior parte delle gente come un'autrice "semplice" e ideatrice di personaggi con poco spessore; ebbene, vi sfido a leggere con attenzione questo libro e a confermare questo giudizio frettoloso e dal tono poco lusinghiero. Forse a prima vista "Corpi al Sole" può sembrare la tipica lettura da spiaggia, ma se si scava a fondo si scoprono abissi oscuri e di una malvagità terrificante.

Cross Channel Shelling, Eric Ravilious, 1941, che raffigura
una costa parzialmente legata alla terraferma, come l'Isola
del Contrabbandiere
Come dicevo, ci troviamo nell'Isola del Contrabbandiere, a breve distanza dalla costa della Cornovaglia. Su questo atollo un tempo privato, da qualche anno è sorto un rinomato albergo che ospita molti turisti paganti e soddisfatti, i quali vengono a trascorrere al Jolly Roger Hotel le loro ferie estive e pasquali. Moltissime personalità interessati si possono incrociare nelle sale da gioco o sui campi all'esterno dell'edificio, dai semplici colonnelli in pensione che vengono a svernare sul mare, a ricchi imprenditori che impongono la propria chiassosa presenza al prossimo. Tra gli altri, si trova laggiù pure Hercule Poirot, intenzionato a prendersi una pausa dal lavoro di investigatore e a tenere allenato il proprio spirito di osservazione attraverso l'analisi psicologica dei suoi compagni di soggiorno. Nel breve tempo che ha trascorso sull'Isola del Contrabbandiere, ha già inquadrato quasi tutti: i signori Gardener, ad esempio, sono la tipica coppia di americani che si può incontrare in Inghilterra, tutta intenta a visitare luoghi di interesse culturale e a prendere un po' di aria buona, lontana dalla frenesia della metropoli. La signorina Brewster, invece, ha tutta l'aria della zitella energica che si può incrociare nella periferia di Londra, dedita allo sport e alla coltivazione del sano pettegolezzo, pur essendo dotata di un carattere forse troppo duro per rientrare completamente nella categoria delle signorine che si mantengono da sole. Il reverendo Stephen Lane incuriosisce Poirot, poiché rivela un'indole proiettata poco alla predicazione gioviale e molto alla condanna del diavolo, che vede dappertutto intorno a sé. Il maggiore Barry, d'altra parte, ha tutta l'aria di essere uno di quei noiosi ufficiali in pensione che si divertono a rievocare vetusti episodi del loro passato nell'esercito, con buona pace dei loro ascoltatori. Per non parlare di Horace Blatt, il riccone che si è fatto da sé e che tormenta il prossimo pur di essere sempre al centro dell'attenzione e di costituire "l'anima della festa". Eppure, c'è ancora qualcuno che lascia perplesso il grande Hercule Poirot. La cerchia composta da Kenneth Marshall, la sua giovane e immatura figlia Linda e la bellissima moglie Arlena Stuart fa trapelare più di un'emozione nascosta sotto la superficie e l'investigatore lo sente forte e chiaro.

Arlena ha la brutta fama di essere una fame fatale, una di quelle mangiatrici di uomini che non sono mai sazie e che spesso e volentieri distruggono idilliaci rapporti tra giovani innamorati. Patrick Redfern, giunto al Jolly Roger Hotel assieme alla fatua e scialba consorte Christine, sembra essere diventato l'ultima preda della signora Marshall-Stuart, e Poirot teme che qualcosa di terribile stia per accadere nell'albergo; soprattutto dopo aver parlato con Rosamund Darnley, celebre stilista di Londra e vecchia amica di Kenneth Marshall, la quale lascia sottintendere come la relazione tra l'uomo e la giovane moglie si sia incrinata nel tempo. Anche gli altri ospiti dell'albergo non vedono di buon occhio la bella Arlena, chi per gelosia e chi per disprezzo: Linda desidera allontanarla dal padre, Christine piange copiose lacrime perché vede distruggersi il suo sogno d'amore con il suo amato, persino il reverendo la considera la personificazione terrena di Satana e del male. "Il male è dappertutto sotto il sole" riflette Poirot, mentre con il resto del gruppo osserva Arlena scendere alla spiaggia e catturare ancora una volta l'attenzione di Patrick Redfern. Già, anche in un posto bellissimo come l'Isola del Contrabbandiere possono accadere fatti orribili. E infatti, ben presto il cadavere strangolato della signora Marshall viene rinvenuto in una spiaggia parzialmente isolata e nascosta agli occhi degli ospiti dell'albergo. Chi può averla uccisa? All'apparenza, tutti i turisti si trovavano nelle vicinanze o all'interno del Jolly Roger Hotel. Tuttavia, ben presto si palesa agli occhi di Poirot e della polizia, convocata sul posto e impersonata dal colonnello Weston (lo stesso di "Il Pericolo Senza Nome", p. 63) e dall'ispettore Colgate, la maggiore probabilità che si tratti di un lavoro eseguito dall'interno, poiché in tal caso le incognite sarebbero state meno che in un caso di assassinio occasionale. Come è possibile che l'omicida si sia trovato in due posti contemporaneamente? Starà a Poirot raccogliere tutti i più piccoli indizi, tra cui una bottiglietta gettata fuori da una finestra e un bagno fuori orario, spezzare un alibi all'apparenza indistruttibile e scoprire quale sia la verità, per ristabilire il buon nome del Jolly Roger Hotel e riportare la normalità nelle vacanze di (quasi) tutti i villeggianti.

Pianta dell'Isola del Contrabbandiere, con i riferimenti
del caso
La fama è qualcosa che gioca in un altalenante su e giù di conseguenze positive e negative, me ne rendo conto ogni giorno di più. Ad esempio, ogni tanto penso che mi piacerebbe tantissimo che questo blog diventasse conosciuto non solo all'interno della mia piccola cerchia di appassionati di romanzo giallo classico, ma anche tra i lettori in generale; poi però leggo esperienze come quella di Chiara Ferragni agli Uffizi e capisco che mi seccherebbe molto se Three-a-Penny venisse criticato gratuitamente (per intenderci, non difendo affatto le affermazioni sul fatto che l'influncer debba essere l'unico mezzo attraverso cui i giovani si avvicinino ad argomenti culturali, ma comprendo come questa figura possa in qualche modo essere utile allo scopo). Dopotutto, io faccio del mio meglio e leggere o ascoltare gente che (soprattutto) critica per il semplice gusto di fare polemica, invece di fare osservazioni costruttive, mi rattristerebbe. Qualcosa del genere è capitato anche ad Agatha Christie nel 1926, quando fece perdere le proprie tracce per qualche tempo e tutti la accusarono di volersi fare pubblicità in occasione della pubblicazione di "Dalle Nove alle Dieci" oppure di attirare l'attenzione su di sé per puro egoismo. Da quel momento, lei sviluppò una forte avversione verso i giornalisti e i ricevimenti mondani, già accentuata dalla sua spiccata timidezza, e fece il possibile per mantenere uno stretto riserbo sulla propria privacy.

C'è da dire che, all'inizio del Novecento, un po' tutti i giallisti venivano considerati in qualche modo come delle star e le loro vite private venivano sondate con ogni mezzo lecito ed illecito; però ho sempre avuto l'impressione che quella di Christie sia stata più al centro dell'attenzione pubblica delle altre; forse proprio a causa dell'esperienza negativa del 1926. In ogni caso, la stretta riservatezza della scrittrice e i muri metaforici che ella erse a propria difesa non scoraggiarono i critici, ma anzi li spinsero ad impegnarsi il doppio per analizzare ogni piccolo dettaglio della sua vita e, di conseguenza, della sua opera. Addirittura in Italia, dove la saggistica sulla classica crime story e i suoi protagonisti è praticamente inesistente rispetto a quella in Francia e Inghilterra, il complesso dei romanzi dell'autrice è stato passato in rassegna già da molti anni, con risultati che, come dicevo all'inizio, si dividono tra giudizi positivi e negativi. Ne avevo parlato nella recensione di "Dalle Nove alle Dieci", ma il discorso vale anche per "Corpi al Sole": secondo alcuni, i libri di Christie sono letteratura di consumo, intesa come qualcosa che uno può divorare e serve solo a far trascorrere qualche ora di spensieratezza e divertimento, senza lasciare nel subconscio qualche traccia del suo passaggio; per altri, essi sono capolavori della letteratura mondiale che illustrano al meglio la società del secolo scorso e costituiscono ritratti veritieri della psicologia dell'individuo. Da parte mia, forse vi stupirò dicendo che li considero (comprendendo quindi il romanzo di oggi) come qualcosa che sta al centro di questi pareri. Penso che essi siano capolavori dell'arte dell'intrattenimento e della narrativa fittizia, al cui interno tuttavia sono presenti colpi di genio magistrali e delitti messi a segno con un'abilità che non può non rispecchiare in qualche modo la realtà dei fatti riguardo sospettati circoscritti, false piste, indizi e mistero. È questa la benedizione/maledizione che colpisce l'opera di Agatha Christie: la capacità di adattarsi quasi a qualunque tipo di lettore, che sia esso alla ricerca di uno svago leggero oppure di un romanzo in cui siano trattati argomenti seri come le passioni umane e il delitto, e contemporaneamente la costante condanna da parte di alcuni di non essere presa sul serio a causa della sua semplicità.

Prendiamo proprio "Corpi al Sole": il tratteggio del caso, ambientato in un'isola sulla quale è difficile sbarcare nel corso di una vacanza, appare quanto mai convenzionale e conforme ai canoni tradizionali della crime story. Niente di strano, visto che Agatha Christie viene riconosciuta in tutto il mondo (a ragione) come la giallista per eccellenza; quella che, nei suoi libri, ha sfruttato gli elementi fondamentali del genere talmente bene da dare l'impressione di averli inventati lei. Il villaggio di campagna, il viaggio in treno, la cerchia di sospetti isolata sono tutti elementi del giallo che vengono subito accostati dal lettore medio alla sua figura, grazie a romanzi come "La Morte nel Villaggio", "Assassinio sull'Orient-Express" e "Dieci Piccoli Indiani", nonostante tanti altri autori si siano cimentati nella realizzazione di storie con caratteristiche simili. Inoltre, dal momento che la tradizione (a torto) vede il genere giallo come caratterizzato da uno stile poco elaborato e superficiale (mi viene in mente la critica insensata che fece a riguardo lo studioso Edmund Wilson, dopo aver bocciato "Il Segreto delle Campane" di Sayers per il motivo opposto), il fatto che Christie fosse una sostenitrice dell'economica enunciazione su carta di fatti e dialoghi, tanto che questo divenne un marchio di fabbrica, contribuisce a sottolineare ancora di più l'appartenenza della scrittrice al mondo della tradizione classica. La cerchia chiusa di sospettati, gli alibi basati sul fattore tempo e sulla copertura reciproca, la presenza di personaggi perlopiù stereotipati (la coppia composta da moglie chiacchierona e marito devoto, il colonnello immerso nel ricordo, la zitella pettegola, il reverendo che osserva il mondo con uno spiccato senso del peccato), il triangolo amoroso e una rappresentazione un po' snob della società medio-alta sono altre caratteristiche che la Nostra ha sfruttato in lungo e in largo. Leggendo "Corpi al Sole", insomma, possiamo farci l'idea di trovarci di fronte a un mistero e una storia abbastanza ordinari; ed in parte è proprio così, tenuto conto degli aspetti qui sopra. Eppure, come non mi stancherò mai di ripetere, nella narrativa gialla niente è mai come appare, oppure solo bianca o nera. Infatti, anche se il ragionamento sullo stile di scrittura può trovare un certo riscontro, a dispetto di quanto si possa pensare a prima vista, nel corso della descrizione delle vicende Agatha Christie, pur sembrando in tutto e per tutto disinvolta, si ingegna a capovolgere le certezze del lettore e a sviarlo con trovate innovative, sfruttando gli stessi cliché che dovrebbero limitarla, utilizzando una narrazione unica che ha mantenuto il proprio smalto fino ai nostri giorni, spesso venata di un pizzico di humor e leggerezza, ma concentrata pure su argomenti più seri di quanto si possa credere.

Accanto ai frivoli discorsi della signora Gardener, intenta a sferruzzare sulla spiaggia e ad intrattenere i suoi compagni con qualche pettegolezzo, e alla descrizione della vita quotidiana al Jolly Roger Hotel e della gente che anima e popola i dintorni, l'autrice inserisce profondi ragionamenti sul Male, a mostrare come la psicologia delle persone sia spesso influenzata da pregiudizi, a descrivere con efficacia un'atmosfera di sospetto e di passione repressa (es. cap. 1, 4, 7). Alterna divertenti dialoghi come il botta-e-risposta dei Gardener e del maggiore Barry, oppure le osservazioni alquanto allusive di Rosamund Darnley e della signorina Brewster, a scene in cui traspare una forte componente sentimentale. Proprio l'amore, l'odio, la gelosia, la brama, l'avidità giocano un ruolo centrale all'interno di "Corpi al Sole"; il sentimento attraversa il racconto come un filo rosso che Poirot si impegna a seguire, passando dalla relazione tra Marshall e Arlena, a quella di Redfern e Christine, a quelle tra Redfern e Arlena e Marshall e Rosamund. Ma a Christie interessa non solo il rapporto che sfocia nel fidanzamento e nel matrimonio; anche quello famigliare tra Linda e Arlena, la figliastra e la matrigna, occupa un posto importante all'interno del romanzo. Le rivalità e l'insicurezza vengono incarnate dai personaggi femminili e portate agli estremi, permettendoci di gettare uno sguardo negli abissi oscuri che questi sentimenti (pp. 38-40, 47-50, 88-90, 139-142, 189-191), se legati all'amore cieco e all'opportunismo, possono generare e sulla sconfinata malvagità che gli esseri umani sono in grado di manifestare, se solo lo desiderano. Il reverendo Lane osserva con impeto a Poirot, mentre assistono inermi al Fato che gioca con gli uomini: "Ma benedetto uomo, non la sente nell'aria? [...] Non la sente tutt'attorno la presenza del Male?". L'investigatore annuisce, poiché conosce la natura umana e la disperazione che alberga negli animi tormentati. Penso che Agatha Christie abbia fatto di Poirot il proprio portavoce, forse memore dell'esperienza terribile del 1926: tra le altre cose, in quell'occasione venne accusata di voler fuggire dai propri doveri di moglie e, paradossalmente, la colpa del divorzio venne in qualche modo spostata da Archie, che aveva deciso di lasciarla, su di lei. Dovette fare un grande sforzo per dominare la frustrazione che suscitò in lei quella triste faccenda, tanto che il solo ricordo fu come uno spettro che la inseguiva, a farle da monito sulla capacità che ha l'essere umano di tormentare il prossimo. Mi piace credere che lei abbia riversato un po' di se stessa in ognuno dei personaggi (di "Corpi al Sole", ma non solo), così come noi lettori possiamo fare a modo nostro. La triste storia dell'omicidio di Arlena Marshall e le conseguenze che ne scaturiscono possono essere conseguenze delle scelte che compiamo ogni giorno; noi come Agatha, siamo messi in guardia per non rischiare di rovinare tutto per qualcosa di sciocco.

Una giovane Agatha Mary Clarissa Miller, alias
Agatha Christie Mallowan, nata nel 1890 e morta
nel 1976
La sensibilità di Agatha Mary Clarissa Miller (questo era il suo cognome da nubile, trasformato una prima volta in occasione del primo matrimonio, e divenuto Mallowan con l'avvento della seconda relazione coniugale) fu forse ciò che le permise di comprendere tanto bene il mondo che a circondava, con tutti i suoi contrasti, e che le permise di sviluppare la capacità di saper dire e non dire qualcosa (nella realtà e nella finzione) in base al proprio volere. A volte è stata generosa e disposta alle confidenze, altre si è rivelata più chiusa di un'ostrica. Grazie alla sua autobiografia, ad esempio, sappiamo molto riguardo la sua infanzia, il periodo più felice di tutta la sua esistenza, quello dove gli affetti rappresentati dai genitori, dal fratello, dalla sorella e dai domestici non mancarono mai; in cui le giornate erano piene ancor più del solito di voglia di fare, giocare, scoprire il mondo; durante il quale iniziò a viaggiare e che le regalò ricordi indelebili, come le giornate passate da "zia-nonnina" nella casa di Ealing. Allo stesso modo, ci ha raccontato con generosità i primi balli e gli incontri con gli innumerevoli giovanotti che la corteggiarono, così come il momento in cui si ritrovò catapultata improvvisamente nel pieno della Grande Guerra e iniziò a lavorare come infermiera al dispensario di Torquay. Ha descritto la nascita della sua carriera di scrittrice, dovuta all'impulso di un momento in occasione di una scommessa con la sorella Madge; l'incontro con Archie, il primo marito, e il loro viaggio in giro per il mondo in occasione dell'Esposizione Universale del 1924; la nascita della figlia Rosalind; la passione per le case e il cibo; il viaggio in Oriente e gli scavi archeologici. Persino la gioia nel possedere un auto di proprietà e di aver cenato accanto alla Regina d'Inghilterra. Tuttavia, riguardo altri eventi della sua vita Agatha Christie ha preferito lasciare un'ombra di incertezza e di dubbio. Il fatto più famoso, in questo senso, è la sua scomparsa nel 1926, quando Archie le confessò di essersi innamorato della sua segretaria e di voler divorziare. Probabilmente nessuno, al di fuori della stessa Agatha, ha mai saputo quale fu il movente scatenante di questo improvviso colpo di testa: forse un'amnesia, come sostennero i suoi familiari? Oppure un deliberato tentativo di accusare il coniuge fedifrago di averla eliminata per ottenere la separazione? Martin Edwards, sfruttando le informazioni ricavate dai romanzi di questa grande scrittrice, in "The Golden Age of Murder" ha formulato un'interessante ipotesi a riguardo.

In ogni caso, resterà per sempre un mistero insoluto, poiché nemmeno prima di morire lei rivelò la verità. Anche del suo rapporto con gli altri membri del Detection Club, l'associazione di giallisti di cui fece parte per molti anni, non racconta nella sua autobiografia; tuttavia, in questo caso possiamo sfruttare le lettere e i documenti che proprio i suoi compagni ci hanno lasciato, i quali ci tramandano un'immagine vitale e disponibile della Christie, fatta di sostegno reciproco e condivisione di interessi (la citazione al caso reale di Julia Wallace a p. 76 e di "La Corte delle Streghe" di John Dickson Carr a p. 115, in "Corpi al Sole", è un segno di questi gusti comuni), oltre che di amicizia e sacrificio, come nel momento in cui lei, nonostante la timidezza, accettò di assumere la carica di Presidente del Club, poiché nessun altro possedeva le specifiche capacità richieste dal ruolo. La modestia fu sempre una delle sue caratteristiche principali, tanto che odiava rilasciare interviste (non si fidava della stampa, dopo che essa l'aveva gettata in pasto alla gente al momento della sua scomparsa) e non riusciva a spiccare parola davanti a un pubblico o ad eseguire correttamente un pezzo al pianoforte, se le premesse si facevano terribilmente ufficiali; ma il tratto caratteriale che a mio parere l'ha saputa contraddistinguere maggiormente è stata soprattutto la sua grandissima gioia di vivere, la quale le permise di coltivare un carattere solare, purché venato a volte da qualche ombra, che lei riversò nei suoi personaggi, rendendoli più vivi che mai e, in questo modo, facendoceli amare anche nella loro imperfezione. Mentre osserviamo i banali ritratti superficiali e le chiacchiere frivole che gli ospiti del Jolly Roger Hotel si scambiano sulla spiaggia, passiamo attraverso i dialoghi che Poirot intrattiene con Rosamund e alle testimonianze piene di tatto con cui l'investigatore prova a raccogliere indizi utili ad incastrare l'assassino di Arlena, e osserviamo l'evoluzione dei sentimenti che si agitano nei cuori dei protagonisti come onde sulle coste dell'Isola del Contrabbandiere, ci rendiamo conto di come noi stessi potremmo essere i protagonisti delle sue trame, in procinto di affrontare le nostre sfide e di rialzarci ogni volta che cadiamo.

Tutti loro non sono mai come sembrano, attori di un romanzo giallo che ingannano il lettore; cosa dire allora di noi stessi, che indossiamo ogni giorno una maschera diversa? Agatha Christie l'aveva capito, ed era riuscita a trasportare questa consapevolezza (e la Vita reale, come gli altri Grandi) sulla carta per farne materiale da usare allo scopo di sviare il lettore; senza mai barare, per giunta. Perché se c'è qualcosa che non possiamo proprio rimproverare alla Signora del Delitto, quello è proprio il suo Onesto Inganno: ovvero, fornirci tutti gli indizi che ci servono (rispettando il rigido fair-play) e, allo stesso tempo, menarci per il naso con una classe a tutt'oggi ineguagliata, tra false piste e "aringhe rosse". Indizi che, oltre ad essere di natura materiale come una bottiglietta di vetro e un gomitolo di lana rosa, in "Corpi al Sole" prendono la forma di emozioni ben definite. La caratterizzazione degli attori sulla scena e il loro comportamento, a differenza della solita critica sulla vacuità dei personaggi di Christie, dà vita a un microcosmo di relazioni che forniscono a Poirot manifeste prove da interpretare per giungere alla verità: abbiamo Kenneth Marshall, all'apparenza tranquillo ma col cuore lacerato dal senso di colpa; l'intraprendente Rosamund Darnley (pp. 40-49-80, 93) che non riesce ad odiare Arlena ma ama Marshall (pp. 26-31, 110-111, 149-150, 178-179); Linda Marshall, ingabbiata in quell'età tra l'adolescenza e l'infanzia che provoca tanti turbamenti e ci si sente brutti e inadeguati, quando si vuole essere trattati da adulti ma mantenere i privilegi dei bambini (pp. 31-34, 107, 135, 141-143, 153-154, 188-189); il maggiore Barry, un po' stereotipato ma acuto nei giudizi, allo stesso modo dei coniugi Gardener; Horace Blatt, che nasconde il suo segreto meglio di quanto ci si possa aspettare; Emily Brewster, tanto energica e determinata quanto spaventata dalle grandi altezze; il reverendo Stephen Lane, simpatico quando si atteggia ad escursionista ma inquietante nella sua ossessione nella lotta contro il Demonio; Patrick e Christine (p. 93) Redfern, tanto legati quanto diversi, belli ma vacui, sposini inesperti, vivaci ed esuberanti finché non giunge la morte di Arlena ad interrompere il loro sogno (pp. 34-38, 85-86, 92, 95-97, 118-119).

Proprio la figura di Arlena Stuart-Marshall, in quanto vittima, è centrale per la risoluzione del caso. I moventi e le passioni sotterranee ruotano attorno a questa conclamata famme fatale, disprezzata da tutti e criticata con ferocia. Ognuno degli ospiti del Jolly Roger Hotel, compresi i domestici, sono pronti a mettere la mano sul fuoco sulla cattiva condotta della donna e sul suo carattere capriccioso, da bambina: essa incarna la partner facile, quella che si concede a tutti e non si fa scrupoli a distruggere le relazioni, purché riesca a sedurre la sua preda. Eppure, qualcuno l'ha uccisa, non bisogna dimenticarlo; anche lei si è rivelata una figurina in balia del Destino, una patetica vita spezzata dalla violenza che (forse suo malgrado?) ha evocato come il Diavolo che Lane e Poirot vedono sotto il sole ardente della Terra (pp. 20-22, 24, 127-128, 159, 177-178). L'investigatore belga sente che c'è qualcosa di stonato nella rappresentazione di Arlena che tutti restituiscono: l'unica volta in cui lui ha avuto a che fare con lei, la donna gli ha chiesto di mentire, questo è un fatto; ma glielo ha chiesto col sorriso. Può darsi che non avesse alcuna intenzione malevola e si comportasse come una fanciulla un po' sciocca? In tutto il libro non è questa l'immagine che i personaggi fanno trapelare su di lei, per cui forse si sbaglia. Forse è davvero una donna cattiva, un demonio che incede senza avere pietà, senza cuore. Non voglio svelarvi se è così, ma solo osservare che alla fine Christie critica l'atteggiamento secondo cui la donna in generale è sempre la colpevole della rovina di un matrimonio. Anche l'uomo fa la sua parte, e a volte sono addirittura tutti e due insieme, marito e moglie, a provocare un disastro. In ogni caso, Arlena non è certo il personaggi più deplorevole di "Corpi al Sole". La figura del suo assassino, quella sì che è agghiacciante! Fredda, brutale, avida, essa compie un delitto efferato basato su un movente privo di scrupoli. Il romanzo venne pubblicato nel 1941, in piena guerra mondiale, ma non ci sono riferimenti al conflitto in corso; tuttavia, questo non significa che lo sgomento e l'oppressione siano lontani dalla storia. Il sole non scalda coi suoi raggi giovanotti in costume e fanciulle dalla pelle rosea, ma individui simili a cadaveri allineati all'obitorio, sdraiati ben lontani dalle idilliache coste della Cornovaglia, come osserva Poirot.

Il mistero mette in mostra una fredda lucidità nella pianificazione dell'omicidio e un atteggiamento senza scrupoli, oltre all'abilità tecnica di gestione dell intreccio e nella disseminazioni di indizi di Christie. Come di consueto, l'autrice basa la narrazione più sulle allusioni che sulle affermazioni, dando vita a una prova straordinaria della sua maestria nel fornire al lettore elementi utili alla risoluzione del caso, insieme a divertenti note di colore e cenni al carattere dei personaggi. Un sottile senso di disagio, nonostante i ripetuti intermezzi umoristici, attraversa il racconto e offre un campione della sua abilità nel non abbandonarsi mai a frivolezze fini a se stesse, nemmeno nei momenti più "seri". Magari Christie descrive Hercule Poirot e i suoi atteggiamenti come se ne volesse fare una caricatura, ma sotto sotto ragiona sul modo per fuorviare il suo pubblico. Se considerate nel complesso, nessuna di queste "divagazioni" risulta superflua alla soluzione finale; anzi, proprio attraverso il magistrale uso dei silenzi, più che delle parole, riesce a svelare solo ciò che desidera sia svelato e a nascondere ciò che, invece, intende mantenere segreto, per tutto il libro, in ogni frase. Forse è questo il segreto di Agatha Christie, quello che le ha permesso di sviluppare una maniera tutta sua di raccontare ed incantare il lettore, di metterlo alla prova ma con leggerezza, tanto che in più di un caso (compreso il mio) i suoi romanzi si rivelano essere un porto sicuro, dove rifugiarsi in momenti tristi, complicati o noiosi. Uno stile che si rispecchia benissimo in "Corpi al Sole", piccolo capolavoro nell'intrattenere il lettore e nell'andare in profondità su questioni decisamente serie. In un'ambientazione fugace e tratteggiata per impressioni, con personaggi dalla spiccata psicologia, la narrazione si dispiega davanti ai nostri occhi e mette in scena un enigma astuto, vario ma giocato su un trucco che, una volta scoperto, lascia colpiti dalla sua semplicità (pp. 72, 75-79, 81-82, 114-115). Sembra proprio che il Diavolo si sia divertito a preparare un brutto scherzo, palesandosi sotto il sole e disseminando prove senza senso; ma in realtà il brutale assassinio di Arlena Marshall è guidato dall'intelletto e dalla sete emotiva umane. Distorte e deformate, certo; ma pur sempre partorite dal sentimento.

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venerdì 26 luglio 2019

3 - "Dalle Nove alle Dieci"/"L'Assassinio di Roger Ackroyd" ("The Murder of Roger Ackroyd", 1926) di Agatha Christie

Copertina dell'edizione integrale,
pubblicata nei Classici del Giallo
Mondadori n. 527
"Dalle Nove alle Dieci" di Agatha Christie (Classici del Giallo Mondadori n. 527, 1987), conosciuto in Italia anche come "L'Assassinio di Roger Ackroyd", è una delle opere più celebrate della crime story classica. Pubblicato nel 1926, anno cruciale nella vita privata dell'autrice (risale a questo periodo la sua famosa scomparsa durata dieci giorni, in seguito al tradimento del marito), esso rappresenta uno dei titoli fondamentali della sua carriera, poiché riuscì a catapultarla tra i migliori giallisti dell'epoca e le conferì una grandissima fama. Fino a quel momento, infatti, la Christie non si era fatta particolarmente notare in quanto a idee spettacolari, pur avendo esordito con una detective novel più che buona, che aveva ottenuto sperticate lodi da una rivista scientifica specializzata circa l'accuratezza nella descrizione degli aspetti medici del caso; con questo romanzo, invece, ella riuscì a mettere a segno un colpo magistrale, stupendo i lettori e i critici e, come accade sempre con i capolavori, dividendo i pareri di tutti. Infatti, anche se esso presenta un delitto più o meno convenzionale all'interno del genere, con tanto di sospettati circoscritti, false piste, indizi e mistero inframmezzati da guizzi umoristici, in realtà sfida più di una delle regole della narrativa gialla, delineate dai suoi colleghi al fine di non barare con chi leggeva; soprattutto per quanto riguarda lo svelamento d'identità che conclude il caso. Proprio il finale, infatti, fece storcere il naso a molti appassionati, i quali la accusarono di aver giocato sporco; da parte mia, comunque, trovo che il dubbio non si ponga e che questo sia uno dei capolavori indiscussi dell'intero genere.

Agatha Mary Clarissa Miller, alias
Agatha Christie Mallowan, nata nel
1890 e morta nel 1976
La vicenda, raccontata in prima persona dal diligente dottor Sheppard, si svolge a King's Abbot, un immaginario paesino della campagna inglese che assomiglia a tanti altri e nel quale non succede mai niente di importante. Laggiù la vita è scandita dal pettegolezzo locale, il quale viene nutrito di continuo di qualunque pretesto innocente allo scopo di sollevare interrogativi più o meno morbosi, e ognuno fa la propria parte, all'interno della "rete investigativa" che costituisce la popolazione del posto. Ci sono zitelle rampanti come Miss Ganett e Caroline Sheppard, la sorella del medico, che sfruttano le rispettive cameriere come staffette per scambiarsi frenetiche informazioni; soldati in pensione come il colonnello Carter, i quali approfittano di un pubblico di poche pretese e assetato di curiosità per ingigantire con innocenti bugie il proprio passato nell'esercito; individui più riservati come Roger Ackroyd, il signorotto locale, oppure lo stesso dottor Sheppard, che forniscono di malavoglia il proprio contributo alla "corte del popolo", preferendo non suscitare o venire invischiati in torbidi intrighi e tentando invano di mettere un freno alle fantasie scatenate delle signorine del posto. Negli ultimi tempi, tuttavia, sembra che gli sforzi dello sfortunato medico non riescano a dare i dovuti frutti: infatti, non solo Caroline si ostina ad imperversare nel pericoloso passatempo di diffondere notizie non verificate sull'improvvisa morte dell'anziana signora Ferrars, sospettandola addirittura di aver avuto un ruolo di primo piano nella scomparsa del marito, ma intende anche andare a ficcanasare nella vita privata del loro nuovo vicino, insediatosi nel Villino dei Larici; uno strano omino, comparso a King's Abbot apparentemente dal nulla, con la testa a forma di uovo, baffi vistosi ma ben curati e un accento forestiero: insomma, un tipo che non passa certo inosservato e che non può lasciare indifferente una donna curiosa come la sorella del dottore.

Eppure il dottor Sheppard ha ben altro a cui pensare; un preoccupato Roger Ackroyd, infatti, lo ha invitato a cenare a Fernly Park, la villa di sua proprietà che domina il villaggio e in cui risiedono tutti i suoi congiunti, per discutere in privato di una faccenda della massima importanza. Il medico teme di sapere cosa lo angustia: Ralph Paton, il figlioccio di Ackroyd, è appena tornato a King's Abbot e risiede stranamente nella pensione del villaggio. Forse i due hanno avuto una discussione e serve qualcuno che li aiuti a risolvere le loro divergenze; e chi può farlo meglio del loro migliore amico? In ogni caso, Sheppard intende fare il possibile per essere di supporto e quella sera si presenta puntuale a Fernly Park. L'atmosfera prima e durante il pasto, però, è insolitamente pesante: tutti quanti sembrano sulle spine e si comportano in modo strano, dalla signora Ackroyd a sua figlia Flora, dal maggiore Blunt al giovane Geoffrey Raymond, il segretario di Ackroyd, fino ai domestici; inoltre, come se non bastasse, Ralph non è presente. Poi alle nove e mezza, mentre sta lasciando la villa, il dottore si scontra con un giovanotto dall'aria tetra e inquietante che sta attraversando il cancello della casa. Insomma, sembra proprio che stia per succedere qualcosa di brutto... E infatti, dopo essere tornato al suo cottage, una telefonata anonima annuncia allo stupefatto Sheppard l'assassinio di Roger Ackroyd, il cui cadavere viene prontamente rinvenuto nello studio di Fernly Park. Chi si trova all'altro capo dell'apparecchio? Forse il responsabile del delitto? In realtà, tutto farebbe pensare che si tratti di un semplice furto degenerato in omicidio, e la polizia parrebbe propensa a cercare il colpevole al di fuori delle quattro mura di Fernly Park; se non fosse che Ralph ha fatto perdere le proprie tracce, suscitando in questo modo i sospetti contro di sé, e che c'è qualcuno che non la pensa come i poliziotti. Hercule Poirot (il fantomatico nuovo vicino degli Sheppard al Villino dei Larici), infatti, è stato ingaggiato per risolvere l'enigma ed è convinto di dover trovare l'assassino in una cerchia ben più ristretta, forse tra coloro i quali si trovavano nella casa di Ackroyd quella sera fatidica... In questo modo, servendosi del servizievole dottor Sheppard come surrogato del buon Hastings, Poirot inizia a raccogliere tutte le testimonianze del caso, catalogando indizi improbabili come una poltrona spostata e una penna d’oca, e mettendo tutti i tasselli del puzzle al loro posto, fino a intravedere una soluzione del tutto inaspettata, ma che si rivelerà esatta.

Lord Mountbatten, ispiratore del
trucco finale di "Dalle Nove alle
Dieci", insieme a Charlie Chaplin
Lettera con cui Agatha
Christie ringraziò Lord
Mountbatten per la trovata
di "Dalle Nove alle Dieci"
Il caso, descritto in questi termini, appare quanto mai convenzionale e conforme ai canoni tradizionali della crime story. E la cosa non sembra nemmeno così insolita; dopotutto, Agatha Christie viene riconosciuta in tutto il mondo come la giallista che, nei suoi libri, ha sfruttato gli elementi fondamentali del genere talmente bene da dare l'impressione di averli inventati lei. Anche il lettore medio cita abitualmente il villaggio di campagna inglese accanto alla figura di Miss Marple, come il viaggio in treno in relazione ad "Assassinio sull'Orient-Express" e la vacanza funestata dal delitto a "Corpi al Sole", sebbene pure altri autori si siano cimentati nella realizzazione di storie ambientate in luoghi simili. Come se questo non bastasse, poi, secondo la tradizione il genere giallo è caratterizzato da uno stile poco elaborato e superficiale (aspetto che lo pregiudica in senso negativo agli occhi di alcuni studiosi come Edmund Wilson, lo stesso già citato in relazione a "Il Segreto delle Campane", il quale aveva criticato la logorrea di Dorothy L. Sayers) che trova un grande sodale nella figura della Christie, ardente sostenitrice dell'economica enunciazione su carta di fatti e dialoghi, la quale ne ha fatto un proprio marchio di fabbrica e la fa rientrare ancora di più nel ruolo di giallista classica. Quindi, come dicevo, poiché queste caratteristiche sono state sfruttate in lungo e in largo dalla Nostra, tutto farebbe pensare che anche il mistero descritto in "Dalle Nove alle Dieci" sia semplice e ordinario; se non fosse che, come non mi stancherò mai di ripetere, nella narrativa gialla niente è come appare. Infatti, anche se il ragionamento sullo stile di scrittura può trovare un certo riscontro se paragonato a quello impiegato da altri autori (la stessa Sayers, per esempio), a dispetto di quanto si possa pensare a prima vista, nel corso della descrizione delle vicende Agatha Christie, pur sembrando in tutto e per tutto disinvolta, si ingegna a capovolgere le certezze del lettore e a sviarlo con trovate innovative e inaspettate.

E lo fa sfruttando gli stessi cliché che dovrebbero limitarla, utilizzando una narrazione unica che ha mantenuto il proprio smalto fino ai nostri giorni, spesso venata di un pizzico di humor e leggerezza come nei momenti in cui, in questo specifico frangente, descrive la vita nel villaggio e le signorine pettegole che la popolano e animano (il capitolo sulla partita a mahjong è un delizioso ritratto delle interazioni che possono svilupparsi tra vicini di casa e amici, come solo chi ha vissuto situazioni simili può raccontare) oppure mentre instaura divertenti dialoghi tra i personaggi: ad esempio, il botta-e-risposta tra la signora Ackroyd e il dottor Sheppard, fatto più di allusioni che di affermazioni, il quale rappresenta una prova tipica della maestria della Christie nel fornire al lettore elementi utili alla risoluzione del caso, insieme a divertenti note di colore e cenni al carattere dei personaggi; così come sono emblematici il discorso tra Blunt e Flora al laghetto, dove traspare non solo il trasporto sentimentale che li lega ma anche un sottile senso di disagio, e i ripetuti scontri affettuosi tra Caroline e il dottor Sheppard, nei quali si intravede più di quanto si riesca a cogliere.

Anche in questi casi, infatti, come nei momenti più "seri", Agatha Christie non si abbandona mai a frivolezze fini a se stesse. Magari descrive Hercule Poirot e i suoi atteggiamenti come se ne volesse fare una caricatura, ma sotto sotto ragiona su come ingannare il suo pubblico e, in aggiunta, fornisce osservazioni per nulla banali su menzogna, metodo, concetto di verità, sesto senso; oppure fa spiegare al suo investigatore belga, attraverso una Lezione, come si ottiene la verifica dei fatti o in che modo si possa ricavare una sorta di identikit dell'assassino. Se considerate nel complesso, insomma, nessuna di queste "divagazioni" risulta superflua alla soluzione finale; anzi, proprio attraverso il magistrale uso dei silenzi, più che delle parole, Christie riesce a svelare solo ciò che desidera sia svelato e a nascondere ciò che, invece, intende mantenere segreto, per tutto il libro, in ogni frase. Forse è questo il segreto di Agatha, quello che le ha permesso di sviluppare una maniera tutta sua di raccontare ed incantare il lettore, di metterlo alla prova ma con leggerezza, tanto che in più di un caso i suoi romanzi si rivelano essere un porto sicuro, dove rifugiarsi in momenti tristi, complicati o noiosi.

Piantine di Fernly Park e, in particolare, dello studio di
Roger Ackroyd (la scena del delitto)
La stessa vita di Agatha Mary Clarissa Miller (questo era il suo cognome da nubile, trasformato nel celeberrimo Christie in occasione del primo matrimonio e divenuto Mallowan con l'avvento della seconda relazione coniugale) sembra un'emanazione di questa speciale capacità di saper dire e non dire in base al proprio volere. A volte è stata generosa e disposta alle confidenze, altre si è rivelata più chiusa di un'ostrica. Grazie alla sua autobiografia sappiamo molto riguardo l'infanzia, il periodo più felice di tutta la sua esistenza, quello dove gli affetti rappresentati dai genitori, dal fratello, dalla sorella e dai domestici non mancarono mai; in cui le giornate erano piene ancor più del solito di voglia di fare, giocare, scoprire il mondo; durante il quale iniziò a viaggiare e che le regalò ricordi indelebili, come le giornate passate da "zia-nonnina" nella casa di Ealing. Allo stesso modo, ci ha raccontato con generosità i primi balli e gli incontri con gli innumerevoli giovanotti che la corteggiarono, così come il momento in cui si ritrovò catapultata improvvisamente nel pieno della Grande Guerra e iniziò a lavorare come infermiera al dispensario di Torquay. Ha descritto la nascita della sua carriera di scrittrice, dovuta all'impulso di un momento in occasione di una scommessa con la sorella Madge; l'incontro con Archie, il primo marito, e il loro viaggio in giro per il mondo in occasione dell'Esposizione Universale del 1924; la nascita della figlia Rosalind; la passione per le case e il cibo; il viaggio in Oriente e gli scavi archeologici. Persino la gioia nel possedere un auto di proprietà e di aver cenato accanto alla Regina d'Inghilterra. Tuttavia, riguardo altri eventi della sua vita Agatha Christie ha preferito lasciare un'ombra di incertezza e di dubbio. Il più famoso è la sua scomparsa nel 1926, quando Archie le confessò di essersi innamorato della propria segretaria e di voler divorziare. Probabilmente nessuno, al di fuori della stessa Agatha, ha mai saputo quale fu il movente scatenante di questo improvviso colpo di testa: forse un'amnesia, come sostennero i suoi familiari? Oppure un deliberato tentativo di accusare il coniuge fedifrago di averla eliminata per ottenere la separazione? Martin Edwards, sfruttando le informazioni ricavate dai romanzi di questa grande scrittrice, in "The Golden Age of Murder" ha formulato un'interessante ipotesi a riguardo. In ogni caso, resterà per sempre un mistero insoluto, poiché nemmeno prima di morire lei rivelò la verità.

Anche del suo rapporto con gli altri membri del Detection Club, l'associazione di giallisti di cui fece parte per molti anni, non racconta nella sua autobiografia; tuttavia, in questo caso possiamo sfruttare le lettere e i documenti che proprio i suoi compagni ci hanno lasciato, i quali ci tramandano un'immagine vitale e disponibile della Christie, fatta di sostegno reciproco e condivisione di interessi (la citazione al caso reale del dottor Crippen, in "Dalle Nove alle Dieci", è un segno di questi gusti comuni), oltre che di amicizia e sacrificio, come nel momento in cui lei, nonostante la timidezza, accettò di assumere la carica di Presidente del Club, poiché nessun altro possedeva le specifiche capacità richieste dal ruolo. La modestia fu sempre una delle sue caratteristiche principali, tanto che odiava rilasciare interviste (non si fidava della stampa, dopo che essa l'aveva gettata in pasto alla gente al momento della sua scomparsa) e non riusciva a spiccare parola davanti a un pubblico o ad eseguire correttamente un pezzo al pianoforte, se le premesse si facevano terribilmente ufficiali; ma il tratto caratteriale che a mio parere l'ha saputa contraddistinguere maggiormente è stata soprattutto la sua grandissima gioia di vivere, la quale le permise di coltivare un carattere solare, purché venato a volte da qualche ombra, che lei riversò nei suoi personaggi, rendendoli più vivi che mai e, in questo modo, facendoceli amare anche nella loro imperfezione.

Così, mentre osserviamo i tentativi di Caroline Sheppard di ottenere informazioni da coloro che la circondano (tra l'altro, a detta della sua autrice, fu l'ispirazione per la figura di Miss Jane Marple), oppure la vecchia signora Ackroyd che tenta precipitosamente di trovare una scusa alle proprie mosse maldestre, o ancora l'evoluzione del rapporto tra Blunt e Flora Ackroyd e il progressivo sviluppo della personalità del dottor Sheppard a contatto con Poirot, ci accorgiamo che potremmo essere noi i protagonisti delle sue trame, in procinto di affrontare le nostre sfide e di rialzarci ogni volta che cadiamo. Tutti loro non sono mai come sembrano, attori di un romanzo giallo che ingannano il lettore; cosa dire allora di noi stessi, che indossiamo ogni giorno una maschera diversa? Agatha Christie l'aveva capito, ed era riuscita a trasportare questa consapevolezza (e la vita reale) sulla carta per farne materiale da usare allo scopo di sviare il lettore; senza mai barare, per giunta. Perché se c'è qualcosa che non possiamo proprio rimproverare alla Signora del Delitto, quello è proprio il suo Onesto Inganno: ovvero, fornirci tutti gli indizi che ci servono (rispettando il rigido fair-play) e, allo stesso tempo, menarci per il naso con una classe a tutt'oggi ineguagliata. Di questo ci sono tantissimi esempi tra le sue opere, e nonostante le accuse di aver barato che le sono state rivolte, sono convinto che anche in "Dalle Nove alle Dieci" esso venga rispettato (ne è la prova la spiegazione finale del trucco su cui si basa l'enigma, curiosamente suggerita da due fonti differenti, Lord Mountbatten e James Watts, cognato della Christie); in fondo, la Nostra non ha fatto altro che dare una svolta sorprendente e rivoluzionaria al genere, grazie a un tour de force equilibrato e simile a un esercizio al trapezio, senza nascondere al pubblico più attento il suo trucco, come chiunque desidererebbe fosse fatto per continuare ad essere sorpreso.

E chi tira in ballo le regole non scritte della crime story, dovrebbe ricordare che monsignor Ronald Knox era ironico quando delineò il suo Decalogo; ciò che è davvero essenziale, quando si scrive un romanzo giallo, è stupire il lettore, superarlo in astuzia, sconcertare. Poi, se riesci a introdurre concetti sociali e culturali come, ad esempio, l'assicurare la giustizia agli innocenti che non possono più averla (temi fondamentali degli alti suoi capolavori riconosciuti, "Assassinio sull'Orient-Express" e "Dieci Piccoli Indiani"), allora tanto meglio. Altrimenti, a mio parere va più che bene anche "un brillante trucco alla Maskelyne", come T.S. Eliot definì "Dalle Nove alle Dieci" citando un abile prestigiatore dell'epoca; un libro difeso nientemeno che da Dorothy L. Sayers,  famigerata per essere implacabile nel bocciare le opere che sfruttavano trucchi disonesti per far quadrare le vicende narrate, la quale spazzò via le critiche rivoltegli osservando con semplicità che "è compito del lettore sospettare di tutti quanti". Insomma, c'è ancora bisogno di mettere in dubbio l'onestà della soluzione di questo straordinario capolavoro?

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