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venerdì 28 maggio 2021

73 - "Occhiali Neri" ("The Black Spectacles"/"The Problem of the Green Capsule", 1939) di John Dickson Carr

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Il mese scorso, nel recensire "Il Mostro del Plenilunio", mi sono reso conto di una grave mancanza che affliggeva Three-a-Penny; ovvero, non avevo ancora letto ed analizzato per voi un romanzo giallo scritto da John Dickson Carr con il suo personaggio più conosciuto, quel Gideon Fell che di frequente viene definito "dottore" ma in realtà è più un lessicografo ed esperto di lingue, oltre che investigatore dilettante celebre per le sue indagini su casi di delitti della camera chiusa. Si trattava di una circostanza ben strana, dal momento che Carr non è certo un giallista sconosciuto (io stesso, nonostante preferisca le storie ideate da Dorothy L. Sayers e Agatha Christie, lo ritengo uno tra i Grandi del genere) e in Italia, almeno tra gli appassionati, non passa molto tempo senza che qualcuno citi lui o una sua opera proprio con protagonista Fell. Avrei già dovuto sopperire a questa lacuna tra i post del blog; forse la causa di tale dimenticanza è da riscontrare nel fatto che istintivamente ricollego questo personaggio al libro "Le Tre Bare", da tanti ritenuto il capolavoro dell'autore e una tra le opere più straordinarie e spettacolari di tutta la storia della crime story di stampo tradizionale. Purtroppo, ancora una volta, esso si può trovare soltanto nei mercatini dell'usato oppure (però bisogna essere fortunati) nei siti di remainders; per questo motivo, credo, ho come "messo da parte" Fell in attesa di una ristampa di questo titolo, per introdurvelo al meglio. Eppure, ripensandoci, non è necessario aspettare che "Le Tre Bare" venga pubblicato di nuovo perché possiate fare un lieto incontro col buon, seppur burbero, dottore: ci sono tanti altri libri in cui egli appare che sono considerati come pietre miliari della classica crime novel. Penso, ad esempio, a "Il Terrore che Mormora". Non vorrei dilungarmi troppo su questo libro, nel caso in cui non lo conosciate e rischi quindi di rovinarvi la lettura, ma sappiate che tutto ruota attorno a un omicidio avvenuto in cima a una torre nel bel mezzo di un bosco, dove nessuno tranne la vittima può essere salita. L'assassino è forse un essere soprannaturale, dal momento che tra le altre cose nel libro viene affrontato nientemeno che il tema del vampirismo?

Polillo ha ripubblicato questo titolo alcuni anni fa e Rusconi lo darà in ristampa entro l'anno, per cui magari più avanti potrei approfittarne per rileggerlo e recensirlo. Ma oggi ho preferito puntare a qualcosa di diverso, proprio per presentarvi Gideon Fell in tutta la sua astuzia diabolica e forma smagliante (almeno in senso figurato). Infatti, tra le altre opere di Carr disponibili in libreria si può trovare pure la decima avventura in ordine cronologico del mastodontico dottore: "Occhiali Neri" (Polillo Editore, 2005). Questo romanzo del mistero brilla per numerosi motivi, tra i quali figurano ovviamente l'enigma, come l'autore ci ha ben abituato nel corso della sua prolifica carriera, e l'atmosfera che egli riesce a creare e a mescolare con la tensione, fino a dare vita a un miscuglio che rasenta il filo che separa il terrore dall'inquietudine. Ciò per cui penso sia fondamentale "Occhiali Neri", tuttavia, riguarda qualcosa che ha a che fare col suo contenuto, con una serie di quesiti che la sua storia solleva e diversi temi che vengono affrontati. Infatti, come era solito fare Carr nell'ideazione di trame intricate e di delitti straordinari ed eclatanti, dentro questo romanzo del mistero viene in qualche modo analizzato uno tra i crimini (e criminali) più sinistri e spaventosi: l'avvelenamento. L'autore non si è limitato a ideare una trama liscia e scorrevole, piena di tensione e di mistero, oppure ad escogitare qualche trucco per ingannare anche il lettore più attento; in questo caso, ha tracciato ad uso e consumo di quest'ultimo un ritratto realistico e veritiero di quei criminali che dimostrano di possedere abbastanza sangue freddo da somministrare qualche sostanza letale alle proprie vittime e assistere al loro lento deperimento culminante con la morte. Ancora una volta, quindi, Carr ha dimostrato non solo di essere un inventore prolifico di modi per uccidere senza essere scoperti (o quasi), ma anche di possedere una vasta cultura in fatto di criminologia e di saper applicare quanto imparato e studiato all'occorrenza, nel caso in cui avesse bisogno di mettere in piedi una storia fittizia.

Vesuvius and Pompeii, Robert S. Duncanson, 1870
Tutto ha inizio in un luogo che non ci si aspetterebbe di trovare dentro un romanzo giallo inglese: Pompei. Infatti è proprio nella più viva delle città morte (come l'ha definita il divulgatore scientifico Alberto Angela) che facciamo la conoscenza dei principali personaggi della storia. In un peristilio di una villa romana, ci vengono presentati i Chesney: Marcus, il capofamiglia, un signore piccoletto e di mezza età che osserva il mondo con sguardo disilluso e cinico; suo fratello Joe, un medico con il cattivo vizio di bere e che soffre di un'indolenza che si potrebbe definire cronica, nonostante abbia una buona reputazione e svolga il proprio lavoro con diligenza; la loro nipote Marjorie Wills, una giovane ragazza molto bella ma alquanto taciturna. Assieme a loro tre troviamo alcuni amici: il professor Ingram, il quale è una vecchia conoscenza dei Chesney e si diletta nello studio della psicologia; il giovane Wilbur Emmet, che dirige la filiale principale dell'azienda di Marcus ed è segretamente innamorato di Marjorie; un altro giovanotto di nome George Harding, il quale si è unito alla comitiva quasi per caso e adesso è in procinto di fidanzarsi ufficialmente con la signorina Wills. Tutti loro vengono illustrati al lettore attraverso lo sguardo di un'altra persona ancora, un individuo che si rivelerà essere nientemeno che l'ispettore Andrew Elliot di Scotland Yard, il quale si è imbattuto nel gruppo per caso e li sta osservando dall'ombra delle colonne romane. Il motivo? Ebbene, se dapprima lo ha fatto per mera curiosità, in seguito la sua mente attenta è stata catturata da una parola sinistra e inquietante: avvelenatore. In uno strano impeto di confidenza, infatti, Marcus ha capito come Marjorie e George abbiano intenzione di fare sul serio e ha rivelato al giovanotto il motivo per cui la sua famiglia si trova in Italia; ovvero, per sfuggire alle malelingue che vedrebbero proprio sua nipote come la responsabile di una serie di avvelenamenti avvenuti nel villaggio da cui loro provengono. A Sodbury Cross, infatti, alcuni cioccolatini di un negozietto sono stati alterati con la stricnina e un bambino ci ha rimesso la vita, e del crimine è sospettata l'unica persona ad aver avuto un contatto con la merce: Marjorie.

Se in un primo momento Harding appare sconcertato, Chesney si affretta a rassicurarlo: non deve aver alcun timore che qualsiasi persona possa accusare qualcuno di loro degli avvelenamenti. Lui, che si vanta di vedere cose che le altre persone trascurano per pigrizia e svogliatezza, ha un'idea di come debbano essere andate le cose nella faccenda dei cioccolatini: nessuno della famiglia è colpevole, e intende dimostrare quanto prima la propria teoria. Per questo motivo (e per il fatto che George si comporti in modo molto arrendevole nei suoi confronti), Marcus ha accettato di includere George nella famiglia e lo invita a riaccompagnarli in patria, per assistere a una rappresentazione della tesi che ha elaborato. Eppure, le cose non si risolveranno in modo tanto semplice. Dopo aver lasciato Pompei, i Chesney e l'ispettore Elliot si separano... per poi incontrarsi di nuovo proprio a Sodbury Cross, dove il poliziotto viene inviato per indagare sugli avvelenamenti. Ma non è tutto qui: infatti, la notte stessa in cui quest'ultimo giunge alla stazione di polizia, un allarmato Joe Chesney telefona in centrale per annunciare come il fratello sia stato ucciso davanti agli occhi di numerosi testimoni, proprio nel corso della famosa rappresentazione che doveva svelare il metodo attraverso il quale il misterioso avvelenatore avrebbe messo in pratica il proprio piano. E a coronare il tutto, il delitto è stato accuratamente registrato da una telecamera. Questo dovrebbe semplificare le cose, giusto? E invece le testimonianze degli spettatori della recita non coincidono, si confondono, ingarbugliano un caso che fin dall'inizio si presenta insolitamente caotico. Marcus è stato ucciso perché sapeva troppo? Oppure il movente è un altro? Muovendosi tra i Chesney e i loro amici (ma sono davvero tali?), Elliot dovrà fare del proprio meglio per non perdere la ragione davanti a un'indagine all'apparenza senza alcuna logica. Ma soprattutto starà al dottor Gideon Fell, di soggiorno nella vicina Bath per una cura delle acque, sbrogliare la matassa e trovare un senso logico alle pazzie che si sono verificate a Sodbury Cross e non hanno ancora trovato risposta.

Bolton Abbey, Wharfedale, Stanley Roy Badmin, 20th secolo
John Dickson Carr ha legato per sempre il proprio nome a una serie di caratteristiche stilistiche e formali che si ritrovano spesso all'interno dei suoi gialli. Tra tutte, però, penso che l'importante fulcro attorno a cui ruotano le vicende che egli ha ideato sia l'enigma (pp. 23-34, 44-45, 51-52, 60-65, 69, 88, 90, 93-94, 97, 99-100, 103-108, 121-123, 131-132, 140-147, 157-160, 182-184, 190-192, cap. 20). Forse soltanto Agatha Christie, nel corso della sua carriera e dello scorrere degli anni, si è avvicinata alla grandezza di Carr nella creazione di assassinii originali e strabilianti; eppure, nel suo caso spesso più del mistero "duro e puro" conta un'attenzione ai personaggi e alla psicologia che essi rivelano, la quale influenza l'indagine con ampio margine. L'autore di "Occhiali Neri", invece, ha fatto proprio il caso suscitato dal delitto e lo ha trasformato in una sorta di materia primordiale da plasmare, di volta in volta, per definire la struttura delle sue storie. In parole povere, non sono i personaggi a plasmare il caso investigativo, quanto il caso stesso il punto di partenza da cui poi sviluppare i suoi protagonisti. Gli omicidi di "Occhiali Neri" sono un esempio di questo procedimento: non vediamo mai un processo di scavo profondo nel sentimento e nell'emozione degli attori sulla scena (a parte qualche eccezione), quanto percepiamo questi ultimi come simili a pedine da muovere su di una scacchiera ipotetica in favore di quanto accadrà di lì a poco. I crimini che Carr decide di mettere in scena dentro ai suoi romanzi di mistero sono pianificati con una cura del dettaglio quasi maniacale; ciò che accade davanti agli occhi del lettore non è causale, ma sistematicamente organizzato come i giochi di prestigio di un mago su di un palco. Se un certo individuo farà quella cosa, dietro ci sarà la volontà dell'autore di fargli fare e agire in quel determinato modo, poiché è nella meccanica del delitto che Carr dà il meglio di sé. Meccanica che, tra l'altro, si esprime in "Occhiali Neri" in una duplice forma a dir poco suggestiva: nell'alterazione di alcuni cioccolatini all'interno di un negozio e nella scenografica uccisione di un uomo nientemeno che davanti a un pubblico attento e all'occhio inesorabile di una telecamera. Si tratta di due forme di crimine che giocano su trucchi e spiegazioni logiche, basati su domande e risposte ben precise ma che possono variare e rigirare le carte in tavola più e più volte, e affascinano non solo chi legge saltuariamente un giallo classico, ma pure gli appassionati studiosi e critici del genere, dal momento che pongono quesiti interessanti con risposte tanto inaspettate quanto ragionevoli, simili a cruciverba (non per niente proprio "Occhiali Neri" è stato dedicato a Powys Mathers, ovvero il celebre Torquemada).

Al di là dell'enigma, poi, questo romanzo giallo di Carr assume valore aggiunto per la ragione di cui ho parlato nell'introduzione: affrontare l'indagine non solo da un punto di vista "pratico", con l'investigatore fittizio che interpreta gli indizi e li sistema come in un mosaico per ristabilire l'armonia, ma pure da quello puramente teorico, utilizzando esempi tangibili per sostenere le tesi di Elliot e Fell e trasformare un racconto di finzione in un piccolo compendio della letale arte dell'avvelenatore (cap. 18). Carr, da membro del Detection Club e fervente sostenitore del valore del giallo tradizionale, ha quindi sfruttato la propria conoscenza di criminologia per illustrare al meglio a chi legge quanto i contenuti dei libri gialli siano superficiali soltanto fino a un certo punto: le storie possono essere inventate, ma in giro per il mondo reale sono esistiti e continueranno purtroppo ad esistere biechi individui, decisi ad ottenere ciò che desiderano utilizzando qualsiasi mezzo abbiano a disposizione, lecito o meno che esso sia. Pertanto, non ci stupiamo a ritrovare citati nientemeno che il sinistro H.H. Crippen, al quale l'autore curiosamente conferisce il beneficio del dubbio sul fatto che la morte di Belle Elmore sia stata o meno accidentale; i medici Palmer (che era lieto di offrire da bere agli amici intrugli letali), Pritchard (talmente desideroso di libertà da uccidere moglie e suocera che lo soffocavano troppo), Buchanan (omicida della moglie per mezzo di un mix di morfina e belladonna), Cream (antesignano del serial killer che contò vittime in Canada, America e Inghilterra) e Lamson (assassino del giovane nipote storpio con della torta avvelenata); il sacerdote Richeson che avvelenò la consorte per sposare una ragazza più giovane e ricca; l'artista Wainewright, il quale ammazzò innumerevoli persone per incassare il denaro della loro assicurazione; l'avvocato Armstrong, il quale si offendeva quando gli ospiti rifiutavano le tartine letali che offriva loro; il chimico Hoch che simile a Barbablù si liberò di diverse mogli grazie a una penna stilografica avvelenata; il dentista Waite, reo di aver tentato di ammazzare i suoceri con germi di difterite, tubercolosi, polmonite e influenza; l'inventore Vaquier, che voleva letteralmente la botte(ga) piena e la moglie dell'oste; lo studente di medicina Carlyle Harris. Tutti costoro non solo sono vissuti realmente, ma svolgono la funzione di arricchire il caso dei delitti di Sodbury Cross e ampliare il discorso sul delitto che Carr aveva sempre in mente, quando scriveva. In questo modo, "Occhiali Neri" non è soltanto un magistrale esempio di come si costruisca un mistero credibile e stupefacente, ma anche una sorta di studio sul temibile crimine dell'avvelenamento degno di un trattato di medicina. In una parola, straordinario.

John Dickson Carr, nato nel 1906 e morto nel 1977
L'ingegnosità delle trame e il fascino per "l'impossibile che diventa realtà", oltre che per i trucchi di prestigiatori come quello sopra citato, sono sempre state caratteristiche innate di John Dickson Carr (o Carter Dickson, per usare lo pseudonimo con cui firmò i romanzi con Henry Merrivale), alla pari del concetto di voler "giocare una partita" col suo pubblico ad armi pari. La pretesa del rispetto del fair-play e la scommessa che poneva in ognuno dei suoi numerosi libri (come quella costituita dallo speciale sigillo che è stato messo nella prima edizione di "Il Mostro del Plenilunio", col quale sfidava i lettori a batterlo in astuzia) farebbero pensare che egli fosse nato in Inghilterra, la patria del giallo deduttivo; invece, la città che gli diede i natali fu l'americana 
Uniontown, in Pennsylvania. Laggiù, mentre suo padre aveva felicemente intrapreso la carriera di avvocato e pregustava una futura associazione col figlio, Carr iniziò invece il lungo percorso che lo avrebbe portato a diventare uno dei giallisti più famosi di tutti i tempi: dapprima, dimostrando una memoria formidabile con la recitazione di monologhi tratti da "Amleto", pagine di D'Artagnan, Sherlock Holmes e "Il Mago di Oz"; e poi attraverso la scrittura di racconti, pubblicati sul giornale scolastico dello Haverford College, dove esordì la figura del giudice istruttore Henri Bencolin di Parigi. Nel 1928, lo scarso rendimento scolastico spinse i suoi genitori a compiere la scelta estrema di allontanarlo dagli Stati Uniti in favore della Francia, dove avrebbe dovuto studiare alla Sorbonne. Il posto, tuttavia, non si addiceva a un giovane dalle idee conservatorie come lui e la vita da bohémien trovò una ferma opposizione da parte sua; eppure, l'ambiente si mostrò favorevole per dare il tocco finale al romanzo che stava scrivendo. Fu così che nacque "Il Mostro del Plenilunio", la versione ampliata e rivista di un lungo racconto che Carr aveva scritto ai tempi della scuola americana, "Grand Guignol", proprio con Bencolin quale personaggio principale. Il modesto successo che arrise al suo protagonista, rispetto ai successivi Fell e Merrivale, per qualche tempo costrinse Carr a tornare in America dai genitori; finché, nel 1930, durante una crociera, incontrò Clarice Cleaves, una ragazza di Bristol che poco dopo sarebbe diventata sua moglie. È curioso come proprio "Il Mostro del Plenilunio" sia stato il tramite attraverso cui Carr e Clarice iniziarono a scambiarsi le prime confidenze: in "The Golden Age of Murder", infatti, Martin Edwards ha spiegato che, in seguito al loro primo incontro nella sala del parrucchiere di bordo, i due futuri sposi trascorsero una serata a ballare e chiacchierare del più e del meno, finché Carr non accennò al fatto che aveva scritto una detective novel e chiese a Clarice se le avrebbe fatto piacere leggerla. In realtà, la ragazza non nutriva un particolare interesse in indagini e assassini fittizi; eppure, non ebbe cuore di deludere le evidenti aspettative del suo nuovo amico ed accettò di dargli un responso su quel libro. In quel modo, tra i due scoccò la scintilla ed entro un paio d'anni si trasferirono definitivamente in Inghilterra, dove la novella signora Carr intendeva far nascere le sue figlie. Anche suo marito (che nel frattempo aveva deciso di abbandonare Bencolin in favore di altri due personaggi molto simili tra loro, il dottor Gideon Fell e l'avvocato Henry Merrivale) fu entusiasta della scelta: dopotutto, era la patria dei suoi idoli d'infanzia, Chesterton e Doyle (del quale in seguito fu co-autore della biografia ufficiale), e sembrava che laggiù fosse il posto ideale per scrivere gialli sullo stile tradizionale; senza contare il fatto che la Storia dell'Europa cui poteva attingere avrebbe fornito molto materiale per il tipo di libri che intendeva scrivere.

Un'altra caratteristica dell'opera di Carr, infatti, è quella di affondare le proprie radici in miti e leggende molto antiche: ne sono un esempio le numerose citazioni che possiamo trovare all'interno di romanzi come "Il Terrore che Mormora", la cui trama ruota sul vampirismo, oppure dello stesso "Il Mostro del Plenilunio". Qui sono i lupi mannari, le bestie assetate di sangue e capaci di trasformarsi in uomini e donne pur mantenendo la loro anima selvaggia, ad occupare la trama e a fornire la base per i misteri del libro. Si tratta di argomenti che, proprio grazie alla loro aura di velato soprannaturale, si prestano ad essere interpretati e sfruttati in modo da fornire al lettore una base relativamente reale per un delitto immaginario, e che permisero a Carr di dare sfogo a un'insaziabile sete di ricerca storica. Questa passione emerge dalla lettura di alcuni romanzi giallo-storici, come "La Sposa di Newgate", "Il Diavolo Vestito di Velluto" e "La Corte delle Streghe" (uno dei suoi capolavori) e viene spesso incarnata dai personaggi dei suoi gialli. Tuttavia, fu il Delitto l'argomento a cui Carr si sentì più legato; tanto che i suoi detective soffrirono di una vera e propria ossessione nei confronti della Storia del Crimine: Bencolin, Merrivale e Fell, infatti, di volta in volta si fecero portavoce dei pensieri dell'autore, attraverso semplici citazioni (pure di casi reali, come avviene proprio in "Occhiali Neri", pp. 32, 76-77, 113, 152, 195, 197, 201, 262, 263) ma anche con l'utilizzo di piccole "conferenze" sull'omicidio e la sua applicazione nei romanzi del mistero. Oltre agli avvelenatori celebri sopra citati, si possono aggiungere Edith Thompson e Frederick Bywaters che cospirarono per eliminare il marito di lei pur fallendo nel loro piano diabolico, e il celebre caso di Christiana Edmunds il quale vede proprio l'utilizzo di cioccolatini avvelenati come mezzo di eliminazione di massa e fu di ispirazione dieci anni prima per "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati" di Anthony Berkeley.

"Occhiali Neri" presenta pure un'altra caratteristica tipica della narrativa di Carr: l'atmosfera. Come era già accaduto in "Carte in Tavola" di Agatha Christie e nelle sue opere precedenti, ci troviamo di fronte a una narrazione molto cupa, quasi come se stessimo camminando dentro un incubo ad occhi aperti, dal quale ci è impossibile svegliarci (pp. 7-9, 20, 22, 38-41, 54-57, 59-60, 74-75, 81-83, 95-96, 162-163, 177-184, 187-190, 210-211, 243-247). Spesso l'ambientazione è notturna (gran parte dell'indagine sul delitto si svolge la notte stessa in cui esso si verifica), ma non mancano giornate uggiose dove la pioggia batte sui vetri delle finestre, e pomeriggi di sole nei quali niente farebbe presagire che qualcosa di terribile si stia per verificare; eppure, come recita l'adagio pronunciato dal sacerdote Stephen Lane in "Corpi al Sole", il male si annida pure sotto i caldi raggi della stella che ci illumina e riscalda. Pertanto, veniamo ingannati da questa finta aria di tranquilla quiete a Pompei, mentre i personaggi discutono di avvelenatori seriali, e nel giardino di Bellegarde dove si spande l'odore delle pesche e delle mandorle amare (pp. 23-24, 37-38, 41, 67-69, 102, 118, 127-128, 153-154, 200, 223, 238). Ma non è finita qui. "Occhiali Neri" è un giallo che riveste una certa importanza non solo sotto gli aspetti formali discussi qui sopra, ma anche nei temi in esso trattati. Soprattutto, è centrale la questione sulla validità dei testimoni (cap. 7). Quante volte ci siamo imbattuti, in un classico mystery della Golden Age, su teste indecisi e su prove e dimostrazioni che potrebbero rivelarsi fallaci? Ecco, nel suo romanzo Carr smaschera quanto ci si possa sbagliare nel valutare una faccenda nonostante siamo convinti della nostra percezione sensoriale. Non solo Marcus Chesney, ma pure Fell è scettico nel ritenere valida una testimonianza non suffragata da indizi concreti: sostengono entrambi che tutti noi portiamo dei metaforici occhiali neri, simili a paraocchi, i quali ci impediscono di renderci pienamente conto di quanto ci accade intorno. Io sono del tutto d'accordo, tra l'altro. Quello che importa, tuttavia, è il modo attraverso cui Carr dimostra la sua tesi: se Anthony Berkeley aveva messo alla berlina la possibilità per l'autore di stravolgere a piacimento una trama solo inserendo nuovi indizi in "Il Caso dei Cioccolatini Avvelenati", in "Occhiali Neri" il Maestro del delitto della camera chiusa evidenzia la nostra innata cecità di fondo, peggiorata da chi ci inganna volutamente.

La storia è incentrata sulla percezione che i personaggi (e il lettore) avvertono, sul punto di vista che decidono di adottare e sulla direzione che inevitabilmente si rivela erronea o comunque viziata da abbagli; proprio come in "Carte in Tavola", ci accorgiamo della verità sottoposta al nostro sguardo quando essa ci viene svelata. E non serve proprio a nulla possedere una prova video, poiché anche quella può essere manipolata: mai il detto "vedere per credere" è parso tanto errato. Ciò che dovrebbe dirimere i dubbi, scacciare le ombre, mettere i fatti nero su bianco (oppure a colori, se si tratta di una ripresa più recente), sottoporre al nostro sguardo inquisitorio ciò che è accaduto, in realtà confonde ancora di più le acque, genera nuovi sospetti (perché Tizio ha mentito? Come mai invece Caio ha detto la verità, dal momento che sarebbe il nostro indiziato numero uno?), ingarbuglia la matassa in un moderno Nodo Gordiano dove i lacci sono i ricordi differenti che i vari sospettati presentano alle forze dell'ordine. A chi credere? In fondo, i protagonisti delle storie di Carr sono individui turbati, non solo dal punto di vista mentale (gli assassini), ma anche da quello emozionale: tralasciando il risvolto sentimentale tra Elliot e Marjorie, il quale è un'aggiunta alla storia (pp. 128-129, 134-135, 164, 168-169, 174, 277), essi non suscitano la nostra fiducia a causa di comportamenti ambigui, di azioni melodrammatiche e teatrali che ci fanno pensare "questi stanno fingendo" pure nel momento in cui agiscono secondo la propria particolare natura. Se Marcus si mostra desideroso di stuzzicare un assassino, non vuol necessariamente dire che sia a sua volta un omicida; se Joe Chesney punta una pistola alla tempia a qualcuno forse non lo fa apposta; se Marjorie vuole comprare del cianuro magari lo impiegherà per sviluppare alcune fotografie; se George Harding lavora in un laboratorio chimico non è detto senta l'impulso irreprimibile di sottrarre qualche dose di veleno per scopi delittuosi; se il professor Ingram è appassionato di psicologia criminale, non è detto sia lui stesso un caso clinico. Eppure, il sospetto sorge spontaneo e chi legge non riesce a concedere fiducia con facilità, acuendo i dubbi di premessa dell'enigma. Si tratta di una faccenda di caratura non indifferente, soprattutto dentro a un romanzo giallo come "Occhiali Neri", il quale non è certo facile da interpretare nel modo corretto vista l'abilità del suo autore nel depistare chi legge. Da parte mia, non posso fare altro che ribadire quanto questo libro sia assolutamente strabiliante; forse per alcuni appare un po' troppo centrato sul mistero, con la conseguenza di tralasciare lo studio della psicologia come accaduto in Blake, ma resta una prova incredibile dell'abilità di Carr nel dare vita a racconti entusiasmanti e che meriterebbero di essere senza dubbio più conosciuti.

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venerdì 9 ottobre 2020

48 - "Carte in Tavola" ("Cards on the Table", 1936) di Agatha Christie

Copertina dell'edizione pubblicata
nei Classici del Giallo Mondadori
n. 591

A mio parere, il mondo di quella che viene definita in gergo "blogosfera" è meraviglioso per il semplice fatto di essere variegato come poche altre cose. Vi si possono trovare pagine che parlano di cucina, altre che descrivono viaggi pazzeschi in ogni angolo del globo, e ancora altre che, ovviamente, recensiscono programmi TV e libri. Si tratta di un patrimonio sempre a disposizione di tutti, a patto di possedere una connessione ad Internet, e che fornisce molte informazioni utili che si faticherebbe a trovare da qualche altra parte, se non esistesse. Per quanto riguarda i blog dedicati ai libri e alla letteratura in generale, tuttavia, mi sento di dire che essi sono forse ancora più interessanti di quelli dedicati ad altro, dal momento che possono rivelarsi fonti di divertimento e di sfida reciproca, oltre che di conoscenza. Nella mia breve permanenza sul web, infatti, ho potuto notare come gli amministratori di alcune pagine letterarie estere molto seguite e conosciute abbiano studiato modi originali e curiosi per instaurare un rapporto più stretto con i lettori e i loro colleghi, favorendo lo scambio di idee e l'interazione. Vi faccio alcuni esempi, partendo dal progetto "Coffee and Crime" di Kate Jackson, proprietaria dell'esauriente e interessantissimo blog Crossexaminingcrime. Si tratta di una simpatica iniziativa che è ormai in atto da circa tre anni e che consiste in una sorta di servizio di sottoscrizione abbinato al genere crime secondo cui, ogni tanto oppure per una sola volta, Kate invia al destinatario stabilito, dietro una quota precedentemente concordata, una vera e propria scatola delle meraviglie, contenente romanzi gialli in lingua inglese e una serie di altri oggetti che si ricollegano ad essi, come cartoline, bustine di tè e (perché no?) curiosità quali una paperella da vasca vestita da Sherlock Holmes. Inoltre, Kate Jackson non si limita a questa sola attività ma, accanto alla sua straordinaria capacità di leggere e recensire tanti libri quanti non ne ho mai riscontrato in altri, ha intrapreso una serie di altre iniziative, che vanno dalla "Challenges to the Reader" (in cui vengono poste delle sfide al lettore attraversi una serie di rompicapi) al "Crime Fiction Quizzes" (dove sono proposte all'appassionato di genere mystery alcune domande per metterlo alla prova). Eppure, quella che forse è l'idea migliore tra tutte è "Tuesday Night Bloggers", la quale consiste nel postare nel proprio blog una recensione ogni martedì notte e discutere di ogni titolo a turno, e vede coinvolta una serie abbastanza corposa di esperti e appassionati (qui, qui e qui i link ad alcune pagine, perché possiate farvi un'idea).

Tutti questi non sono forse progetti degni di lode? Purtroppo, la mia lentezza e il fatto di essere ancora un principiante non mi permettono di prendere parte a queste iniziative; però non escludo di riuscire a farcela in futuro. Dopotutto, limitarsi a possedere una pagina web non è una brutta cosa; però è sicuramente molto più divertente riuscire a entrare in contatto con altre persone da cui si può imparare sempre qualcosa. Soprattutto se con esse condividi una passione comune. Perciò voglio provare fin d'ora a sfidare me stesso, in previsione della mia aderenza ad alcune delle challenge di cui ho parlato sopra; e per questo ho deciso di compiere il passo di accettare l'invito di Shanmei, amministratore di Liberi di Scrivere, a creare un post in qualche modo dedicato alla figura di Hercule Poirot, l'investigatore belga nato dalla penna di Agatha Christie in "Poirot a Styles Court" nel 1920. Esso entrerà a far parte di un progetto chiamato "The Hercule Poirot Centenary Blogathon", una sorta di maratona spirituale che avrà il compito di gettare quanta più luce possibile sul personaggio di Christie. Non che ci sia chissà quale bisogno di sforzarsi per imporlo all'attenzione dei lettori, dal momento che da solo riesce benissimo a continuare ad occupare un posto di primo piano non solo negli scaffali delle librerie, ma pure nei cuori di ognuno di noi; però fa sempre bene sottolineare quanto egli sia divertente, intelligente e straordinario. Pertanto, chiunque voleva partecipare a questa iniziativa aveva il compito di trattare un argomento a piacere, purché quest'ultimo non fosse stato già accalappiato da chi lo aveva preceduto: erano inclusi articoli su romanzi, racconti, temi come "Poirot al cinema" e tanto altro. Da parte mia, visto il periodo e la natura di Three-a-Penny, avrei puntato sulla recensione di "Poirot e la Strage degli Innocenti", ambientato ad Halloween, oppure mi sarei anticipato in vista del Natale analizzando "Assassinio sull'Orient-Express", o ancora mi sarebbe piaciuto dire la mia proprio sul libro in cui Poirot esordì esattamente cento anni fa, "Poirot a Styles Court". Purtroppo, però, tutti questi argomenti allettanti erano già stati prenotati. Come fare, allora? Ho pensato che, se dovevo scegliere qualcosa per celebrare l'omino dalle cellule grigie, sarebbe stato meglio puntare a un romanzo capolavoro, uno di quelli che mettevano in mostra l'abilità e le caratteristiche di Poirot nel risolvere i casi che gli venivano affidati. E ovviamente doveva essere un libro la cui traduzione non fosse rimasta quella ridotta degli anni '50. Così, passando in rassegna l'enorme quantità di titoli di Christie che possiedo, alla fine mi è capitato tra le mani "Carte in Tavola" (Classici del Giallo Mondadori, 1989) nella traduzione integrale di Grazia Griffini. Ho capito subito che si trattava delle scelta perfetta: ambientato a novembre, cupo e ironico all'occorrenza, con un Poirot in forma smagliante che raccoglie indizi psicologici con i suoi metodi un po' eccentrici ma rivelatori, questo romanzo giallo sarebbe stato perfetto per il mio contributo alla challenge. Inoltre, dagli appassionati esso è considerato come uno dei più straordinari esempi dell'arte dell'onesto inganno di Christie, dal momento che vede un'indagine basata su una complessa ricerca della verità tra partite di bridge e tuffi nel passato.

Furlongs (Glynde, East Sussex, South Downs), Eric Ravilious,
1935, simile al cottage in cui vivono Anne Meredith e Rhonda
La storia prende avvio da un incontro casuale che si verifica a Wessex House, a Londra, durante un'esposizione di tabacchiere a favore degli ospedali della città. Hercule Poirot sta guardando gli oggetti nelle teche, quando la sua attenzione viene richiamata da un altro osservatore, un certo signor Shaitana, un individuo ambiguo dall'aria orientale o latina che lui ha conosciuto superficialmente qualche tempo prima, il quale ama assumere un atteggiamento mefistofelico e mettere in soggezione il prossimo. Lo stesso Poirot non può fare a meno di sentirsi colpito e incuriosito dal comportamento dell'uomo e dal suo aspetto, così raffinato e, allo stesso tempo, terrificante. Già; poiché Shaitana ha la cattiva fama di essere un tizio che sguazza nel torbido e che gode nell'intimorire i suoi interlocutori, gettando velate allusioni durante i suoi discorsi e suscitando scandali. Eppure nessuno è mai riuscito a coglierlo in fallo, così l'orientale trascorre le proprie giornate facendosi rispettare nella società del bel mondo londinese e intrattenendo i suoi ospiti (loro malgrado) con feste sontuose. Parlando con Poirot, Shaitana ha la brillante idea di invitare l'investigatore belga a casa sua nell'arco delle prossime due settimane: intende sottoporre a un appassionato collezionista come lui una speciale gamma di oggetti che di sicuro potrà interessargli. Si tratta forse di tabacchiere?, chiede Poirot. Affatto, risponde Shaitana: se avrà la bontà di accettare il suo invito, egli potrà mostrargli nientemeno che i più raffinati articoli artistici che il crimine abbia mai prodotto: ovvero, ben quattro assassini che sono riusciti a sfuggire alla giustizia e alla punizione. Nonostante una certa diffidenza, Poirot decide di presentarsi alla chiamata dell'orientale, fosse solo per rendersi conto che l'altro lo ha preso in giro oppure per metterlo in guardia. E laggiù, assieme al padrone di casa e ad altri tre "segugi" (il Sovrintendente Battle di Scotland Yard, il colonnello Race dei Servizi Segreti e la scrittrice di romanzi gialli Ariadne Oliver), il piccolo belga si imbatte in quattro curiosi individui: il dottor Roberts, un gioviale medico che ha l'aria di godersi la vita; la signora Lorrimer, una vedova avanti con l'età con la passione per il bridge; il maggiore Despard, un avventuriero abituato a farsi largo nel bel mezzo della giungla a mani nude, e la giovane signorina Anne Meredith, una timida ragazza che ha tutta l'aria di essersi smarrita.

Otto invitati, di cui quattro rappresentanti della legge e quattro cittadini. Sembrerebbe proprio che Shaitana facesse sul serio, quando ha detto a Poirot di conoscere alcuni assassini rimasti impuniti. E ora pare che il padrone di casa abbia l'intenzione di mettere gli uni contro gli altri, in una sorta di gara tra gatti e topi, dove i primi devono smascherare i secondi. Già durante la cena, egli ha fatto qualche piccolo accenno al delitto, con la conseguenza che su tutto il gruppo è sceso un pesante silenzio imbarazzato e la tensione si è alzata. Proprio così, Poirot non ha quasi più dubbi. Ma in fondo non si può avere alcuna certezza sul conto di sospetti, tanto più se nemmeno Shaitana è riuscito a trovare abbastanza prove da portarli davanti a una corte (cosa che egli avrebbe senza dubbio fatto, anche solo per godere del proprio operato). Così l'investigatore decide di dimenticare la faccenda e, assieme a tutti gli altri ad eccezione del padrone di casa, si immerge nel gioco del bridge. Nel fumoir i segugi sono impegnati in una partita a quattro, gli altri ospiti nel salone si dedicano a fare altrettanto, mentre Shaitana sonnecchia su di una poltrona davanti al fuoco. Non vola una mosca fino a tarda ora, nonostante tutti si alzino dal tavolo a turno per versarsi da bere oppure mettere un po' di legna sul fuoco; poi Poirot e gli altri rappresentanti della legge tornano nel salone, dove l'altro gruppetto sta ancora giocando a carte, e scoprono l'orrenda verità: Shaitana è stato pugnalato nel sonno. Senza alcun dubbio, le indagini preliminari di Battle mettono in chiaro che soltanto uno degli ospiti più aver commesso il delitto; ma chi può aver avuto un'audacia tale da ammazzare un uomo davanti a tre testimoni? Roberts, Despard, la signora Lorrimer e la signorina Meredith sono tutti quanti sospettabili allo stesso modo, soprattutto perché già indicati dalla vittima come potenziali assassini e perché si sono alzati dal tavolo in solitudine. Però nessuno li ha visti compiere l'atto scellerato. Anche le testimonianze e gli interrogatori incrociati sortiscono alcun effetto significativo; così la signora Oliver propone agli altri tre di mettersi in società, per scoprire qualcosa di più sulle loro prede. Ognuno compirà i passi necessari per approfondire la conoscenza di Roberts, Despard, Lorrimer e Meredith, seguendo i propri metodo e istinto, e alla fine si riuniranno tutti insieme per tirare le fila del discorso e mettere le carte in tavola, proprio come nel bridge. A malincuore, Battle accetta con la condizione che spetterà a lui compiere qualunque incriminazione ufficiale, e incarica gli altri di scoprire a turno qualche segreto sui sospettati. E la faccenda darà i suoi frutti, mettendo in luce quanto di più oscuro si cela nelle vite passate dei quattro imputati. Sarà però Poirot a mettere la parola fine alla faccenda, grazie al suo intuito e alla sua conoscenza della natura umana, la quale si rivela sempre nelle piccole cose.

Biglietti su cui sono stati segnati i punteggi delle partite di
bridge nella sera fatidica della morte di Shaitana

Più di una volta mi è capitato di domandarmi: perché Agatha Christie ha ottenuto e detiene tutt'oggi un successo così grande? Infatti, dire che proprio tutti siamo d'accordo col fatto che i suoi libri (chi più, chi meno) siano dei capolavori, probabilmente è un po' esagerato; ma comunque non c'è alcun dubbio che essi riescano a mettere d'accordo una larghissima fetta di lettori. E la risposta che mi sono dato è che, tra i tanti motivi, lei sia stata soprattutto in grado di raccontare la Vita (con l'iniziale maiuscola) in modo perfetto; proprio come alcuni suoi colleghi e colleghe del calibro di Dorothy L. Sayers, per fare un esempio su tutti, i quali ancora oggi sono ricordati, ma facendo allo stesso tempo in modo di essere accessibile e "semplice" da comprendere. Voglio dire, mi sembra che abbia trasportato la quotidianità in un contesto fittizio, infondendole una patina di originalità ed esaltandone le qualità nel bene e nel male senza fare discorsi troppo complessi; cosa che ben pochi sono stati in grado di mettere in atto, e nessuno al suo pari. Proprio per questo, dunque, sono convinto che Christie sia riuscita a conquistare il cuore dei lettori, dal momento che in qualche modo è stata capace di raccontare ciò che ognuno di noi vive in prima persona. Ed è per questo che, tra l'altro, penso lei si sia affermata pure in Italia, dove nessun altro giallista ha ottenuto una tale celebrità (nemmeno Ellery Queen, Erle Stanley Gardner e Perry Mason hanno mai visto pubblicati saggi su loro stessi o i loro protagonisti). In ogni caso, questa popolarità non sempre ha avuto risvolti positivi: se i critici si sono impegnati ad analizzare tutti i dettagli della sua opera e della sua vita, i giudizi che ne sono emersi hanno avuto un esito altalenante. Secondo alcuni, infatti, i libri di Christie appartengono alla mera letteratura di consumo, intesa come qualcosa da divorare in qualche ora di spensieratezza e divertimento, senza trasmettere particolari messaggi col loro passaggio; per altri, invece, essi sono capolavori che illustrano al meglio la società del secolo scorso e costituiscono ritratti veritieri della psicologia dell'individuo. Da parte mia, penso possano essere sia l'uno che l'altro, in base a come uno li considera: capolavori dell'arte dell'intrattenimento fittizio, nei quali si alternano colpi di scena magistrali e delitti messi a segno con abilità, oppure approfonditi trattati che illustrano la psicologia e la sfera passionale dell'individuo. Però posso capire come non a tutti possa apparire chiara questa doppia definizione; in fondo, ognuno vede la faccenda secondo un giudizio influenzato dalla propria visione personale. È questa la benedizione/maledizione che colpisce l'opera di Agatha Christie: la capacità di adattarsi sì a qualunque tipo di lettore, che sia esso alla ricerca di svago oppure di una storia in cui siano trattati argomenti seri, e allo stesso tempo la costante condanna da parte di alcuni di non essere capace di esprimere la giusta austerità a causa della sua (apparente) semplicità.

Con il caso di "Carte in Tavola", si può esprimere perfettamente questa divisione dei pareri. Da una parte, infatti, esso è stato incluso in una lunga serie di liste di critici influenti ed esperti come uno tra i capolavori della Regina del Giallo (ad esempio, Patrick del blog "At the Scene of the Crime" lo considera il suo preferito, oppure Martin Edwards lo colloca al quinto posto della sua classifica, mentre nel blog The Passing Tramp sono riportate numerose liste in cui esso compare). D'altra parte, tuttavia, secondo alcuni questo giallo in particolare si è rivelato essere noioso e fin troppo macchinoso, oppure confuso e astruso nella spiegazione dell'indagine di Poirot volta alla scoperta dell'assassino. E a ben vedere c'è un pizzico di verità in ognuna di queste considerazioni. Ad esempio, penso al fatto che il caso ideato da Christie appaia a prima vista quanto mai convenzionale e conforme, fin quasi troppo strutturato e quindi poco "sentito" dal lettore. Dopotutto, esso è basato soprattutto sull'interpretazione del gioco del bridge, il quale non si può proprio dire sia esaltante oppure sconvolgente (a meno che tu non sia un appassionato sfegatato di questo passatempo!). Inoltre, a mio parere la spiegazione finale sembra un po' tirata, dal momento che essa viene data da Poirot in base alle considerazioni psicologiche che egli ha colto nel corso dell'indagine, e suffragata da un espediente non del tutto corretto ai fini del gioco pulito. Tutto appare molto veloce e forse un po' superficiale rispetto a quanto ci ha abituato Christie, poiché alcune aree di "Carte in Tavola" potevano forse essere approfondite ed ampliate per esaltare i brillanti colpi di scena che sono al suo interno; tra tutte la figura di Shaitana, la quale avrebbe avuto il potenziale giusto per diventare un antagonista più durature dell'investigatore belga. Insomma, anche secondo me questo non è il più bel romanzo giallo scritto da Agatha Christie. Però voglio sottolineare il fatto che, pur non essendo il migliore, "Carte in Tavola" si può benissimo piazzare tra i primi cinque esemplari in un'ipotetica classifica. Infatti, avrete notato che qui sopra ho usato verbi che rimandano al condizionale, come "apparire" e "sembrare"; ed è proprio questa la chiave del successo di questo romanzo e dei mysteries di Christie: ogni cosa viene dipinta in modo da avere un sapore attenuato, senza che ci siano chissà quali esternazioni sensazionali a condire il racconto, ma nasconde dietro le righe un mondo di oscurità e profondità emozionale strabiliante. Non a caso l'autrice è riconosciuta in tutto il mondo come quella che meglio ha saputo sfruttare gli elementi fondamentali del genere, tanto da dare l'impressione di averli inventati lei. Il villaggio di campagna inglese accanto alla figura di Miss Marple, il viaggio in treno di "Assassinio sull'Orient-Express" e la vacanza funestata dal delitto in "Corpi al Sole", sono tutti associati alla sua figura, nonostante pure altri autori si siano cimentati nella creazione di storie ambientate in tali luoghi. Però il fatto sorprendente è che, spesso, l'idea di modestia che il lettore si fa prima di entrare nella storia, immaginandola caratterizzata con semplicità e ordinarietà, viene disillusa con una franchezza sorprendente. Se poi aggiungiamo il fatto che lo stile di Christie, grande sostenitrice dell'economica enunciazioni su carta di fatti e dialoghi, è sempre stato molto scarno e fin troppo essenziale, al punto di diventare un suo marchio si fabbrica, tutto tenderebbe ad indicare che anche il mistero e l'enigma siano semplice e ordinari; se non fosse che, come non mi stancherò mai di ripetere, nella narrativa gialla niente è come appare.

Fotografia raffigurante un tipico bus inglese a due piani, simile
a quello su cui conversano Poirot e il maggiore Despard
Infatti, anche se il ragionamento sullo stile può trovare un certo riscontro se paragonato a quello impiegato da altri autori, nel corso della descrizione delle vicende Agatha Christie, pur sembrando in tutto e per tutto disinvolta, si ingegna a capovolgere le certezze del lettore e a sviarlo con trovate innovative e inaspettate, sfruttando gli stessi cliché che dovrebbero limitarla e utilizzando una narrazione unica che ha mantenuto il proprio smalto fino ai nostri giorni, spesso venata di un pizzico di humor e leggerezza. Si impegnò sempre a cambiare le carte in tavola, proprio come accade nelle partite di bridge si svolgono all'interno del romanzo analizzato oggi: la regola era quella di partire da una situazione ordinaria, per poi dar vita a vicende del tutto nuove e originali, calate nella realtà di tutti i giorni e toccando di volta in volta temi dai risvolti inesplorati, oppure utilizzando tecniche in fase si sviluppo. Così accade in "Carte in Tavola" dove la partita a carte, quasi mai origine di eventi terrificanti e angosciosi (a differenza della più famosa seduta spiritica, ad esempio), diventa una fonte di sorprendenti risvolti per l'indagine di cui si occuperà Poirot (pp. 18-21, 33, 37-40, 48, 79-81, 109-110, 143, 200-205). Non è necessario conoscere il gioco del bridge per poter comprendere dove le intenzioni dell'autrice intendono andare a parare; le informazioni che ci vengono date a riguardo sono un po' specializzate, ma ai fini del risultato finale non dobbiamo essere abituati ad atout e simili: il gioco viene semplicemente sfruttato come strumento di indagine a causa delle sue caratteristiche rivelatorie. Da lì, infatti, si sviluppano una serie di altri aspetti, primo tra tutti il contrappunto tra l'aria di allegra e spensierata svagatezza che ritroviamo nelle scene in cui è protagonista la signora Oliver, con i suoi dialoghi divertenti e la sua goffaggine, e l'atmosfera generale di cupezza novembrina in cui è calata l'inchiesta della polizia e dell'investigatore belga. Ogni botta-e-risposta, anche quello meno impegnativo, è fatto più di allusioni che di affermazioni, mettendo in mostra la maestria di Christie nel fornire con astuzia al lettore elementi utili alla risoluzione del caso, ma senza rinunciare a note di colore e cenni al carattere dei personaggi. La caratteristica centrale di "Carte in Tavola", a mio parere, consiste proprio in questo suo essere un romanzo "psicologico", dove Poirot raccoglie indizi attraverso le testimonianze, a discapito di una ricerca degli indizi materiali come era stato nei libri precedenti della sua saga (infatti era già avvenuto lo switch da giallo ispirato da Sherlock Holmes a quello basato sullo studio della natura umana, messo in atto in "Assassinio sull'Orient-Express" e poi perfezionato in "Tragedia in Tre Atti" e "La Serie Infernale"). Cosa naturale, visto il carattere di Poirot più propenso al lavorio delle cellule grige rispetto all'azione pragmatica: l'omicidio di Shaitana, infatti, non vede chissà quali prove tangibili a suffragio della tesi di colpevolezza, quanto piuttosto una somma di indizi psicologici che l'investigatore raccoglie con i suoi metodi eccentrici ma utilissimi; così da mettere in piedi un'accusa che presenta sì alcuni difetti nel momento in cui deve essere presentata davanti a una giuria, ma allo stesso tempo si rivela essere uno dei più grandi esempi dell'arte dell'Onesto Inganno di Christie, con i suoi frequenti tuffi nel passato e il sottile senso di disagio che traspare dai confronti tra i sospettati e gli inquirenti. Sono convinto, pertanto, che "Carte in Tavola" sia un romanzo straordinario e debba essere considerato come un esempio di giallo psicologico più vicino a quello degli anni '40: non bisogna colpevolizzare l'autrice per la debolezza della storia in generale, ma soltanto per un finale forse troppo sbrigativo.

In sé, il mistero di "Carte in Tavola" è molto intelligente e prende spunto della partita durante l'ultima sera di vita di Shaitana per approfondire il carattere di ognuno dei protagonisti, così da permetterci di farci un'idea ben precisa su ognuno dei sospettati e degli investigatori (dilettanti e non). Le figure del sovrintendente Battle (che farà altre quattro apparizioni, di cui due come protagonista), del colonnello Race (apparso in "L'Uomo Vestito di Marrone" e in futuro in "Poirot sul Nilo" e "Giorno dei Morti") e di Ariadne Oliver (spalla dell'investigatore belga in altre cinque occasioni e solista in una soltanto) occupano un ruolo di primo piano nella scoperta della verità: chi più, chi meno, tutti contribuiscono alla risoluzione dell'enigma e permettono a Poirot di scoprire la verità. Sono figure che agiscono e tengono alta l'attenzione del lettore, nonostante siano pochi gli attori complessivi sulla scena, mentre la tensione del racconto viene in qualche modo esercitata dai sospettati: quattro protagonisti e quattro antagonisti, con i loro compiti distinti e inscindibili per fare in modo di creare la giusta alchimia che si ritrova in "Carte in Tavola", dove queste emozioni vengono sollevate e mantenute in equilibrio tra disagio e conforto. La psicologia è ciò che più importava porre sotto i riflettori per Christie, la quale non si abbandona mai a frivolezze fini a se stesse ed è sempre credibile (pp. 18-20, 64-68, 97-99, 112-118, 144-151, 155-157, 192-193). Magari descrive Hercule Poirot e i suoi atteggiamenti, eccentrici quanto quelli della signora Oliver, come se ne volesse fare una caricatura; ma sotto sotto ogni azione è calcolata ai fini della scoperta della verità e lei ragiona su come ingannare il suo pubblico, fornendo in aggiunta osservazioni per nulla banali sulla menzogna, sul concetto di verità, sul sesto senso femminile (quanto si sofferma su questo particolare tema, a ragione, la signora Oliver!). Accanto a tutto ciò, inoltre, bisogna pure sottolineare come l'autrice si impegni a mettere in scena i metodi adottati dalla polizia, stando attenta a rispettarne le caratteristiche (pp. 63-68, 97-99). Un momento: questo significa forse che abbiamo sbagliato a considerare "Carte in Tavola" un giallo psicologico e a giustificare le sue carenze dal punto di vista dell'inchiesta pragmatica? Affatto: come si dimostrerà, infatti, le informazioni raccolte dai segugi attivi nel campo delle ricerche geografiche, Battle e Race, non riusciranno ad inchiodare il personaggio colpevole, ma saranno i sospetti e le certezze basate su sensazioni e idee immateriali a far emergere dal gruppo dei sospetti la figura dell'assassino. Perché il delitto non è sempre eseguito in base a schemi prestabiliti; molto spesso, l'omicidio può raggiungere forme d'arte impossibili da imprigionare se non utilizzando gli stessi mezzi di cui esso stesso è fatto (pp. 9, 16-18, 25-26, 45, 49-59, 132-134, 169-171, 176-177). In conclusione, quindi, Christie riesce nel complesso a dare vita a un romanzo giallo pieno di "divagazioni" e congetture che, se considerate nel complesso, non risultano mai superflue alla soluzione finale; anzi, proprio attraverso il magistrale uso dei silenzi, più che delle parole, riesce a svelare solo ciò che desidera sia svelato e a nascondere ciò che, invece, intende mantenere segreto, in ogni frase del libro. Forse è questo il segreto di Agatha Christie, quello che le ha permesso di sviluppare una maniera tutta sua di incantare il lettore, mettendolo alla prova ma con leggerezza. Quella stessa maniera che la signora Oliver si sforza di sfruttare e mettere in pratica, ogni volta che si siede davanti a una macchina da scrivere per iniziare una nuova impresa letteraria.

Agatha Mary Clarissa Miller, alias Agatha Christie Mallowan,
nata nel 1890 e morta nel 1976
Se si legge tra le righe di "Carte in Tavola", ma pure di altri romanzi in cui essa compare, si possono riscontrare numerose affinità tra la figura della signora Ariadne Oliver e Agatha Mary Clarissa Miller (questo era il cognome da nubile dell'autrice, trasformato una prima volta in occasione del primo matrimonio, e divenuto Mallowan con l'avvento della seconda relazione coniugale). Christie, infatti, fece della signora Oliver un alter ego divertente e un po' caricaturale di se stessa, infondendole non solo alcune delle proprie caratteristiche fisiche, ma pure convinzioni sulla concezione della letteratura e soprattutto sul piano emotivo e sentimentale. Tra le altre cose, ad esempio, le trasmise la sensibilità necessaria a comprendere tanto bene, nonostante qualche indecisione di carattere, il mondo che la circondava, con tutti i suoi contrasti, e a sviluppare la capacità di saper dire e non dire qualcosa (nella realtà e nella finzione) in base al proprio volere. La stessa Christie a volte è stata generosa e disposta alle confidenze, altre si è rivelata più chiusa di un'ostrica. Grazie alla sua autobiografia, ad esempio, sappiamo molto riguardo la sua infanzia, il periodo più felice di tutta la sua esistenza, quello dove gli affetti rappresentati dai genitori, dal fratello, dalla sorella e dai domestici non mancarono mai; in cui le giornate erano piene ancor più del solito di voglia di fare, giocare, scoprire il mondo; durante il quale iniziò a viaggiare e che le regalò ricordi indelebili, come le giornate passate da "zia-nonnina" nella casa di Ealing. Allo stesso modo, ci ha raccontato con generosità i primi balli e gli incontri con gli innumerevoli giovanotti che la corteggiarono, così come il momento in cui si ritrovò catapultata improvvisamente nel pieno della Grande Guerra e iniziò a lavorare come infermiera al dispensario di Torquay. Ha descritto la nascita della sua carriera di scrittrice, dovuta all'impulso di un momento in occasione di una scommessa con la sorella Madge; l'incontro con Archie, il primo marito, e il loro viaggio in giro per il mondo in occasione dell'Esposizione Universale del 1924; la nascita della figlia Rosalind; la passione per le case e il cibo; il viaggio in Oriente e gli scavi archeologici. Persino la gioia nel possedere un auto di proprietà e di aver cenato accanto alla Regina d'Inghilterra. Tuttavia, riguardo altri eventi della sua vita Agatha Christie ha preferito lasciare un'ombra di incertezza e di dubbio. Il fatto più famoso, in questo senso, è la sua scomparsa nel 1926, quando Archie le confessò di essersi innamorato della sua segretaria e di voler divorziare. Probabilmente nessuno, al di fuori della stessa Agatha, ha mai saputo quale fu il movente scatenante di questo improvviso colpo di testa: forse un'amnesia, come sostennero i suoi familiari? Oppure un deliberato tentativo di accusare il coniuge fedifrago di averla eliminata per ottenere la separazione? Martin Edwards, sfruttando le informazioni ricavate dai romanzi di questa grande scrittrice, in "The Golden Age of Murder" ha formulato un'interessante ipotesi a riguardo.

In ogni caso, resterà per sempre un mistero insoluto, poiché nemmeno prima di morire lei rivelò la verità. Anche del suo rapporto con gli altri membri del Detection Club, l'associazione di giallisti di cui fece parte per molti anni, non racconta nella sua autobiografia; tuttavia, in questo caso possiamo sfruttare le lettere e i documenti che proprio i suoi compagni ci hanno lasciato, i quali ci tramandano un'immagine vitale e disponibile della Christie, fatta di sostegno reciproco e condivisione di interessi, oltre che di amicizia e sacrificio; come nel momento in cui lei, nonostante la timidezza, accettò di assumere la carica di Presidente del Club, poiché nessun altro possedeva le specifiche capacità richieste dal ruolo. La modestia fu sempre una delle sue caratteristiche principali, tanto che odiava rilasciare interviste (non si fidava della stampa, dopo che essa l'aveva gettata in pasto alla gente al momento della sua scomparsa) e non riusciva a spiccare parola davanti a un pubblico o ad eseguire correttamente un pezzo al pianoforte, se le premesse si facevano terribilmente ufficiali; ma il tratto caratteriale che a mio parere l'ha saputa contraddistinguere maggiormente è stata soprattutto la sua grandissima gioia di vivere, la quale le permise di coltivare un carattere solare, purché venato a volte da qualche ombra, che lei riversò nei suoi personaggi, rendendoli più vivi che mai e, in questo modo, facendoceli amare anche nella loro imperfezione. Mentre osserviamo i ritratti sfaccettati e le chiacchiere a volte frivole, a volte piene di sottintesi inquietanti, che i sospettati dell'omicidio di Shaitana scambiano con Poirot, passiamo attraverso dialoghi dove traspare una forte corrente sotterranea di disagio e di sofferenza e osserviamo l'evoluzione dei sentimenti che si agitano nei cuori dei protagonisti, ci rendiamo conto di come noi stessi potremmo essere i protagonisti delle sue trame, in procinto di affrontare le nostre sfide e di rialzarci ogni volta che cadiamo. Tutti loro non sono mai come sembrano, attori di un romanzo giallo che ingannano il lettore; cosa dire allora di noi stessi, che indossiamo ogni giorno una maschera diversa? Agatha Christie l'aveva capito, ed era riuscita a trasportare questa consapevolezza (e la Vita reale, come gli altri Grandi) sulla carta per farne materiale da usare allo scopo di sviare il lettore; senza mai barare, per giunta. Perché se c'è qualcosa che non possiamo proprio rimproverare alla Signora del Delitto, quello è proprio il suo Onesto Inganno: ovvero, fornirci tutti gli indizi che ci servono (nonostante non sempre sia rispettato un rigido fair-play inteso in senso tradizionale) e, allo stesso tempo, menarci per il naso con una classe a tutt'oggi ineguagliata, tra false piste e "aringhe rosse". Indizi che, oltre ad essere in minima parte di natura materiale nei foglietti col punteggio delle partite a bridge, in "Carte in Tavola" prendono la forma di emozioni, sensazioni e impalpabili sospetti. Perché a Christie ciò che più importava era lo studio della natura umana, con tutti i suoi pregi e difetti, e per questo l'aspetto che più viene approfondito nei suoi romanzi, man mano che passano gli anni, diventa la caratterizzazione degli attori sulla scena e il loro comportamento. A differenza della solita critica sulla vacuità dei personaggi di Christie, infatti, l'autrice riesce a dare vita a un microcosmo di relazioni che forniscono a Poirot manifeste prove da interpretare per giungere alla verità: prove impalpabili, certo, ma indispensabili per interpretare la mente dell'assassino e scoprirne i punti deboli.

Alexander Siddig nella magistrale interpretazione di
Shaitana nell'episodio "Carte in Tavola" della meravigliosa
serie TV "Agatha Christie's Poirot"

Bisognerebbe fare un discorso a parte sui personaggi di "Carte in Tavola", per essere sicuri di toccare tutti quanti gli aspetti di ognuno; per cui mi limiterò a una breve panoramica. Innanzitutto, è interessante la figura della vittima, il signor Shaitana (pp. 12, 14, 17-18, 26-28, 34-35, 40-41, 47, 59, 82, 110-111). Egli viene dipinto come una sorta di controfigura di Hercule Poirot (pp. 5-10): è straniero, viene considerato come un eccentrico inguaribile e anche un po' strano, porta un paio di baffi che potrebbero gareggiare con quelli del piccolo investigatore belga, e nutre un grandissimo interesse per il delitto e il crimine. Inoltre, Shaitana rappresenta una vittima memorabile, come è la sua stessa persona, progettata per attirare l'attenzione grazie al suo atteggiamento mefistofelico e un po' sinistro, e generatrice di una sorta di sottile terrore. Tra le altre cose, egli è un collezionista di assassini, cosa che lo rende ancora più inquietante; un vero diavolo, insomma, come recita il suo stesso nome in lingua hindi. È un peccato che sia diventato un assassinato invece di un antagonista di Poirot; però è pur vero che, se le cose fossero andate in modo diverso, forse Shaitana avrebbe rischiato di soffiare la scena al protagonista. Infatti due figure talmente simili non avrebbero potuto convivere per troppo tempo, con la conseguenza di creare una grossa confusione per niente. Invece, Christie è stata abbastanza intelligente da dipingere una vittima che si stampasse nella mente del lettore e desse l'idea di ambiguità necessaria in un romanzo giallo psicologico come "Carte in Tavola"; in questo modo, ha dato vita a un confronto alla Jekyll-Hyde tra Poirot e Shaitana, mettendo a confronto le loro menti curiose e particolari. Entrambi sono tortuosi e ambigui, tra facezie e momenti seriosi, e impiegano le loro abilità per scavare nel prossimo alla ricerca di segreti; però l'intenzione del piccolo belga è quella di sfruttare le proprie capacità per fini positivi, come la ricerca di assassini e della verità, mentre quella dell'orientale è volta a un divertimento cinico e pericoloso. Come se non bastasse, poi, i due hanno una visione del delitto opposta: uno lo considera un atteggiamento da condannare in ogni occasione, l'altro quale una prova di abilità d'artista il cui successo è da ammirare, con un premio finale che consiste nell'evitare la punizione della giustizia. Ciò sembrerebbe indicare una certa malvagità dietro le azioni di Shaitana (cosa in qualche modo sottolineata dai continui riferimenti razzisti del popolino britannico contro di lui, alle pp. 6 e 14), ma sono convinto che sotto sotto il giudizio finale su di lui sia molto più articolato da dare. Infatti penso che Shaitana sia una vera e propria vittima, intesa come figura che non si rende conto di essere in pericolo e catalizzatrice delle conseguenze che deriveranno dalla sua morte (cap. 1, p. 25). Chissà se è per questo motivo che Poirot è tanto determinato a scoprire chi lo abbia ucciso... La sua dipartita scatena una serie di drammi e tragedie che non sarebbero immaginabili in un primo momento, e le stesse personalità degli altri personaggi ne vengono influenzate, rivelandone pregiudizi e difetti. Al punto che, alla fine, l'orientale si trasforma in una figura certamente non buona, ma perlomeno tragica e responsabile della propria imprevista fine; mentre i sospettati, da apparenti vittime, assumono il ruolo di cacciatori da considerare ben peggio di Shaitana. Chi punta il dito sembra non vedere la proverbiale trave nel proprio occhio, a dispetto della pagliuzza.

Questo discorso, pertanto, porta a un'analisi degli investigatori e dei sospettati, ognuno influenzato dalla figura ambigua di Shaitana e dalla sua fine. Su Battle e Race, in realtà non c'è molto da dire: sono i tipici poliziotti che seguono la routine per tentare di risolvere il caso e fanno affidamento sulle loro conoscenze e capacità pragmatiche. Forse si può riscontrare una particolare intelligenza soprattutto nel primo, il quale astutamente riesce a raccogliere alcune informazioni dando prova di un ingegno sottile (penso alla scena con la segretaria del dottor Roberts o con gli abitanti di Wallingford). Tra i quattro, tuttavia, ad eccezione di Poirot, è la signora Oliver il personaggio più interessante, dal momento che, come dicevo sopra, è stato ricalcato sull'esistenza della stessa Christie (pp. 10-11, 14, 18, 20-21, 27-28, 34, 57-59, 83, 91, 119-124, 130, 200). Si tratta di una figura molto divertente, capace di strappare qualche risata al lettore nonostante l'atmosfera cupa che regna quasi sempre in "Carte in Tavola"; che non si fa prendere troppo sul serio ma dimostra comunque uno spiccato senso dell'osservazione e della comprensione di ciò che la circonda. Ciò la porta a cambiare continuamente le proprie opinioni, certo; però allo stesso tempo le permette di cogliere sensazioni che altri ignorano e di capire più a fondo le persone. Pertanto, è intuitiva e crede nel sesto senso femminile, proprio come la sua creatrice, e ovviamente scrive romanzi gialli il cui protagonista è un finlandese dal nome impronunciabile (uno dei quali è intitolato non a caso "C'è un Cadavere in Biblioteca"). Il suo prendersi in giro in continuazione la rende un personaggio simpatico da leggere, e le osservazioni che fa sul suo lavoro non possono che rimandare alle tribolazioni che Christie affrontava ogni volta nella stesura di un nuovo mystery. Vede ogni cosa come un gioco, anche il delitto, ed è grazie a lei (e al suo spirito intraprendente e un po' ficcanaso) che la polizia decide di dare inizio a un'indagine condivisa tra più elementi. Indagine che è concentrata su un numero incredibilmente ristretto di possibili assassini: il dottor Roberts, la signora Lorrimer, il maggiore Despard e la signorina Meredith. Ognuno di loro è una persona diffidente, che mostra una maschera alla società perbene e si tiene stretti i propri segreti, fingendo disinvoltura. Non hanno nulla a che fare con Shaitana; eppure non sfigurano nel suo salotto, sono capaci di immedesimarsi nel ruolo richiesto grazie alla lunga pratica della menzogna sviluppata nel tempo. Il dottore (pp. 12, 15-16, 22, 28-33, 39, 44, 48, 54, 60-63, 69-71, 73-76, 115, 134-137, 142, 184-185, 197-200) ha un atteggiamento forse fin troppo disinvolto, per un tizio sospettato di aver compiuto un crimine, e un gusto per il rischio che non possono non insospettire il lettore; ma all'apparenza non c'è alcuna ragione per presumere che egli sia uno spietato omicida. La signora Lorrimer (pp. 12-13, 16, 18, 23, 29, 33-39, 44, 48, 55, 78-83, 124-127, 137-138, 142, 167-180, 182-183, 187), d'altro canto, avrebbe la giusta mentalità della Lucrezia Borgia, capace di calcolare un assassinio a sangue freddo come se fosse un ballo in maschera o una partita a carte; se non fosse che conoscesse appena Shaitana. Il maggiore Despard (pp. 13, 16, 23, 33, 39, 44, 46-49, 54-55, 92-97, 105-111, 131-133, 141-142, 147-150, 152-155), invece, sembrerebbe nutrire del rancore verso la vittima ed è vissuto al di fuori della civiltà abbastanza per sollevare qualche interrogativo; però allo stesso tempo non si sarebbe sporcato le mani con una faccenda tanto disonorevole. Infine, la dolce e gentile Anne Meredith (chiamata così per un riferimento velato a Beatrice Lucy Malleson, la giallista che si nascondeva dietro il nome di Anthony Gilbert), che vive in un cottage lontano dagli sguardi curiosi della gente (pp. 13-15, 23, 33, 35-45, 48, 54, capp. 12-13-14, pp. 122-123, 126-129, 138-142, 158-166, 189-192, 194-196). Potrebbe aver compiuto lei il misfatto? Le apparenze giocano a suo sfavore; ma chi può basare il proprio giudizio su una semplice faccia? Tutti potrebbero averlo fatto, in base alle loro mentalità depravate, ma non ci sono prove. Allora bisogna tornare al passato: infatti, cosa importante, i quattro cittadini sono sospettati di essere assassini scampati alla giusta colpa. Se sono colpevoli, riusciranno a sfuggire alla Legge ancora una volta, oppure sconteranno la pena? Mi è piaciuto molto il concetto di Giustizia che Christie ha messo in luce in "Carte in Tavola"; forse è proprio uno dei motivi per cui questo libro è tanto celebrato. 

In un post del suo blog, inoltre, Kate Jackson ha osservato come le caratteristiche di questo romanzo assomiglino molto a quelle di "Dieci Piccoli Indiani"; tanto da restituire quasi una sorta di riflesso allo specchio. E francamente trovo che ci sia molto di vero in questa tesi. Dopotutto, Christie non ha mai nascosto il fatto di riuscire a rimescolare sempre gli stessi elementi in innumerevoli forme; per cui, come mai dovrebbero cambiare le cose? In "La Serie Infernale" (citato a p. 14) aveva addirittura anticipato la trama dello stesso "Carte in Tavola", facendo descrivere al buon Hastings la configurazione ideale della risoluzione di un delitto da parte di Poirot! E quest'ultimo l'aveva accolta con gioia, dal momento che esso richiedeva una deduzione puramente psicologica per essere risolto. Torniamo quindi al discorso che facevo sopra: cioè al fatto che l'indagine sulla morte di Shaitana sia da considerare secondo un punto di vista un po' particolare, rispetto ad altri gialli della Regina del Crimine. In un crescendo di tensione e suspense, immersa nell'atmosfera cupa di un novembre londinese e nei falsamente confortevoli spazi domestici (pp. 19-20, 22-25, 77, 83-84, 97-100, 119-124, 180-181), le riflessioni e gli scontri su chi tra i quattro sospettati abbia commesso il delitto evocano fantasmi e supposizioni che infestano le persone, dando luogo a un'indagine del tutto basata su elementi poco tangibili, tra pregiudizi e sospetti. Christie gioca con tutto ciò e induce il lettore  a credere a qualunque cosa, affermando e negando con rapidità ogni convinzione, capovolgendo le certezze e le idee; ma allo stesso tempo approfondisce ogni vissuto dei protagonisti e, seguendo la corrente che avrebbe presto portato allo sviluppo del giallo psicologico, fa un ottimo lavoro nel dimostrare l'abilità di Poirot nello svelare man mano la verità sui personaggi. Passo dopo passo, partendo dalle allusioni durante la cena e dalle parole ermetiche di Shaitana, l'autrice inizia a stuzzicare le impressioni di chi legge e degli inquirenti; poi ci consegna i primi giudizi (tra cui quelli della signora Oliver) generati dagli interrogatori subito dopo il fattaccio e le curiose domande di Poirot, le quali paiono non avere senso. In seguito, permette ad ognuno di noi di entrare in contatto col mondo dei sospettati, sollevando veli su veli, fino a indicarci un'identità precisa. Ma sarà tutto così facile? Nella crime story classica (in particolare quella di Agatha Christie) niente è come sembra, e "Carte in Tavola" dimostra il concetto al meglio, intrattenendo il lettore e andando allo stesso tempo in profondità per sondare la malvagità e la colpa. Forse non ha ottenuto la stessa fama di "Assassinio sull'Orient-Express" (citato a p. 162) e "Dieci Piccoli Indiani" perché non ne è mai stata fatta una trasposizione fedele, oppure perché l'idea di un delitto durante una partita a bridge non stuzzica l'appetito. Però io vi voglio assicurare che questo è un capolavoro nel suo genere, pieno di contrasti e con un enigma diabolico, giocato su un trucco tanto astuto quanto semplice. Il Diavolo-Shaitana ha sfidato la sorte, e quest'ultima lo ha punito; ma si sa che la Fortuna è cieca, per cui l'assassino dovrà stare molto attento a come muoversi per depistare le sue tracce.

P.S. Ecco qui la mia recensione per la maratona di Liberi di Scrivere. Mi ha molto divertito prendervi parte, e mi auguro di ripetere l'esperienza in futuro. Grazie a Shanmei per l'opportunità!

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