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venerdì 28 agosto 2020

44 - "Assassinio nel Labirinto" ("Murder in the Maze", 1927) di J.J. Connington

Copertina dell'edizione pubblicata
dalla Polillo Editore

Tra le materie che hanno caratterizzato e contribuito all'affermazione del romanzo giallo classico nel corso degli anni, la Scienza è stata sicuramente di fondamentale importanza. Infatti, senza contare i numerosi mezzi letali che è stata in grado di fornire agli assassini fittizi, essa, sin dal Rinascimento, con gli esperimenti di Leonardo Da Vinci sulle macchine e i suoi progetti ingegneristici, ma soprattutto con la definizione del metodo scientifico da parte di Galileo Galilei nel 1600, si è prestata alla formulazione di teorie matematiche e di ipotesi logiche suffragate da una serie di prove concrete e tangibili, in un modo che ricorda molto da vicino le procedure razionali e formali degli investigatori dilettanti delle crime novels all'inglese e dei poliziotti in carica a Scotland Yard. Questi segugi, forti delle proprie capacità intellettuali, applicarono il cosiddetto "metodo deduttivo" per sondare fenomeni della vita reale come furti, omicidi e altri delitti contro la giustizia, prendendo spunto proprio da questi "antenati degli scienziati", e condussero le loro indagini in modo tale che, in fatto di accuratezza e disciplina, esse possono essere paragonate a veri e propri esperimenti in laboratorio. Analizzavano il problema, ipotizzavano come dovessero essersi svolti i fatti, deducevano dagli indizi raccolti se le premesse potevano essere mantenute ed infine controllavano se i risultati corrispondevano alla soluzione immaginata; proprio come se dovessero esaminare al microscopio la reazione di un bacillo a una data sostanza. E sebbene, con il passare del tempo, a questo razionale modo di agire venne accostato sempre più di frequente l'approfondimento della psicologia, così che poco a poco la dimostrazione scientifica del delitto venne sostituita da studi di moventi di natura psichiatrica e impulsiva che non potevano essere ascritti a delle regole matematiche, la spina dorsale del racconto investigativo restò comunque quella delle origini, basata sulla raccolta di prove inequivocabili da presentare di fronte a una giuria.

Uno dei primi ad adottare "il Metodo" fu ovviamente Sherlock Holmes, il Grande Detective per eccellenza; non per niente il suo autore, Arthur Conan Doyle, era conosciuto soprattutto per essere un eminente dottore e la sua formazione, di conseguenza, doveva molto ai suoi professori di università, come il famoso Joseph Bell, al quale si sarebbe ispirato proprio per dare vita al misantropo di Baker Street. I sopralluoghi delle scene del delitto che egli effettuava, in occasione di un nuovo caso, si rivelavano sempre fertili fonti di oggetti da analizzare, come i mozziconi di sigarette e qualche brandello di tessuto abbandonato dal criminale di turno, ed esclusivamente su tali oggetti si articolavano le sue soluzioni, senza scostarsi mai da fatti concreti e verificabili in laboratorio. Pure il dottor John Evelyn Thorndyke, creato dalla penna di Richard Austin Freeman, seguì le orme della scienza tracciate dal suo illustre predecessore: patologo, eminente studioso di chimica e fisica residente a King's Bench Walk, costui era anche un magistrato e un investigatore a tempo perso, caratterizzato da un certo senso di integrità vittoriana e dotato di spirito critico e cieca fede nelle capacità della scienza; cosa che lo aveva spinto addirittura a creare una stanza apposita, in cui effettuare gli esperimenti necessari a dimostrare la propria tesi di colpevolezza su un dato sospetto. I membri stessi del Detection Club, da instancabili perfezionisti nell'arte dell'ideazione del delitto perfetto, costituirono un altro esempio di detective scientifico: non solo alle cene periodiche dei soci invitavano spesso eminenti studiosi e scienziati, i quali presentavano una lunga conferenza sugli aspetti delittuosi delle loro professioni e offrivano il proprio punto di vista riguardo i dubbi dei loro anfitrioni, ma agivano in prima persona per raccogliere le informazioni di cui avevano bisogno. ad esempio Dorothy L. Sayers, per fare un nome, durante la stesura di "Il Caso Harrison" assillò letteralmente il suo compagno di scrittura, Robert Eustace, riguardo gli aspetti medici delle trame dei libri di Wilkie Collins e sollevò un acceso dibattito sull'arsenico e le conseguenze di un avvelenamento attraverso di esso, oltre a struggersi per dare alla loro opera congiunta una forma fisica degna dell'idea originale.

Il personaggio più inusuale tra quelli appartenenti al genere degli investigatori col pallino per le scienze pure, tuttavia, resta Sir Clinton Driffield, il protagonista dei mysteries dell'austero professor Alfred Walter Stewart, alias J.J. Connington. Compagno di Sayers e Eustace all'interno del circolo londinese di scrittori, costui fu uno dei più sottovalutati narratori di romanzi del mistero della storia, insieme a John Rhode e Freeman Wills Crofts, poiché i suoi romanzi vennero a lungo considerati noiosi a causa dell'apparente "monotonia" delle loro trame. Come la maggior parte dei cliché sulla crime fiction classica, anche in questo caso il giudizio si è rivelato affrettato e superficiale, e per dimostrarvelo oggi ho deciso di recensire il libro in cui egli fece comparire per la prima volta il suo investigatore, ovvero "Assassinio nel Labirinto" (Polillo Editore, 2004). Oltretutto, questo libro si presta benissimo a concludere la mia rassegna sul giallo estivo-vacanziero, dal momento che esso è ambientato in una casa di campagna in piena bella stagione, in cui si verifica una serie all'apparenza inspiegabile di crimini. Tuttavia, non lasciatevi ingannare dalle premesse: qui la storia ha ben poco di spensierato e solare; l'oscurità trapela tra le righe come se fosse un veleno e la crudeltà e una certa asprezza nei toni stanno al centro delle vicende.

Labirinto di Hampton Court, simile a quello di Whistlefield
La storia si apre in un afoso pomeriggio estivo, a Whistlefield, la tenuta di campagna di proprietà del ricco Roger Shandon. Laggiù sono riuniti tutti i membri della famiglia (insieme ad alcuni ospiti e domestici), e la situazione sta generando un forte clima di tensione che lui e suo fratello gemello Neville sembrano sopportare a malapena; tanto che, ben presto, i due decidono di cercare un posto tranquillo per occuparsi dei propri affari privati, dove non essere assillati dai problemi dei loro rumorosi e noiosi parenti: Roger, il quale si è arricchito attraverso mezzi ignoti, è infatti preoccupato per le spese crescenti e vuole mettere fine una volta per tutte a quelle superflue (come il mantenimento di parenti del calibro del fratello Ernest e dei nipoti Arthur e Sylvia); Neville, invece, da avvocato coscienzioso, intende perfezionare la sua ultima arringa senza il pericolo di essere infastidito o minacciato. I due si dirigono verso l'attrazione della tenuta, un grande labirinto che solo i membri stretti della famiglia sono in grado di vincere, ed entro breve ognuno si installa in uno dei due centri dell'immenso gioco di astuzia. Quando anche due ospiti di Whistlefield, la signorina Vera Forrest e il signor Howard Torrence, ignari della presenza dei gemelli, decidono di entrare nel labirinto per sfidarsi a risolverlo, il dramma ha inizio: qualche minuto dopo il via alla gara, infatti, tra le alte siepi impenetrabili risuonano un colpo di fucile ad aria compressa e un grido, seguito quasi subito da un'altra coppia di rumori simili. Entro poco tempo vengono rinvenuti i cadaveri dei gemelli Shandon, uccisi da alcune freccette avvelenate, e con uno sforzo notevole, Vera riesce a trovare una via d'uscita dalla sua prigione e a dare l'allarme alla tenuta. Immediatamente viene convocata la polizia, e con essa giunge sul posto un giovane uomo con un cane al seguito: si tratta di Sir Clinton Driffield, nientemeno che il capo della polizia, il quale è in visita all'amico Wendover ed è stato arruolato a forza mentre stava passando qualche ora a riposare insieme allo Squire.

Questo signore dall'aspetto ordinario e dai modi riservati capisce subito di trovarsi di fronte a un delitto orchestrato quasi alla perfezione, e si impegna a raccogliere quanti più indizi possibili per inchiodare il colpevole prima che quello possa nuocere ad altre persone. Mentre Driffield sta indagando in prima linea tra le testimonianze reticenti di tutti i membri della casa, infatti, il misterioso assassino sembra intenzionato ad eliminare tutti i membri della famiglia Shandon, prendendo di mira prima Ernest, l'unico fratello superstite, e poi i nipoti degli assassinati, il semi invalido Arthur Hawkhurst e sua sorella Sylvia. Chi sarà questo elusivo personaggio? La presenza nella casa di un misterioso segretario, Ivor Stenness, complica le cose, in una faccenda dove solo all'apparenza sembra che tutto sia tranquillo e pacifico, e Driffield capisce che solo grazie al proprio metodo investigativo riuscirà a risolvere il mistero. Così, con l'aiuto di Wendover, si mette in caccia di una preda ostinata e pericolosa, basandosi sulla scienza come un moderno Sherlock Holmes e senza rivelare a nessuno le proprie mosse e i suoi pensieri; finché la soluzione arriverà proprio dove la tragedia ha avuto inizio: nel labirinto di Whistlefield, trappola mortale per gli Shandon e il loro assassino. 

Giocatori di carte ritratti sulla scatola di un mazzo da gioco
per bridge, simili ai partecipanti alla partita di Whistlefield

La vicenda, tratteggiata in questi termini, può indurre il lettore a classificarla immediatamente tra le altre, simili, che caratterizzano il sottogenere trito e ritrito del "delitto della casa di campagna". Eppure, in realtà, essa è caratterizzata da una serie di irregolarità che la rendono atipica ed interessante agli occhi degli appassionati di romanzi gialli. In primo luogo, infatti, si nota subito come, a differenza della solita atmosfera generale più o meno idilliaca, "Assassinio nel Labirinto" conservi una certa asprezza e prosaicità di fondo. In questo romanzo, è l'oscurità a farla da padrone (pp. 98-100, 110-113, 191-202, 212-213, 226): essa viene accentuata dalla tensione, nei momenti in cui l'assassino colpisce (pp. 37-46, 190-195), e in gran parte delle vicende aleggia una certa atmosfera da brivido, in cui si scontrano l'umorismo nero del capo della polizia con l'ingenuità del suo compagno di indagini, e l'atteggiamento all'apparenza un po' sciocco di Driffield con l'acume di cui da prova nei momenti del bisogno. Non ci sono grandi passaggi di simpatica empatia tra narratore e lettore come nelle solite, confortevoli crime novels, pur essendo presenti i divertenti battibecchi tra Wendover e Sir Clinton; al contrario, ci troviamo di fronte a un modo di raccontare che, per quanto sia facile e veloce in quanto a stile, in fatto di tono assomiglia più a quello di un saggio, in cui il narratore vuole mantenere una certa distanza da chi legge. Gli stessi argomenti affrontati (medicina, balistica, vivisezione) introducono una certa freddezza e asperità nel racconto. Poi, ad eccezione di una piccola parte, nel libro il sentimento non viene mai menzionato e i suoi protagonisti sembrano mossi solo da intenti ragionati, simili a macchine o pedine di una scacchiera (pp. 180-183); inoltre l'ambientazione, a parte la scena del delitto (il labirinto e il giardino di Whistlefield), non viene rappresentata nel dettaglio, come se per l'autore non fosse stato importante tratteggiare con attenzione i luoghi, ma piuttosto la lucidità del metodo d'indagine e quello del colpevole per perpetrare la morte alle sue vittime designate. Il contorno non aveva la stessa importanza dei fatti nudi e crudi, per il professor Stewart; a lui interessava soprattutto presentare un delitto da risolvere, che apparisse reale, fatto bene, scientifico e dotato di indizi (non per niente, in "Assassinio nel Labirinto", le prove materiali come freccette, ragnatele, vasetti, fucili, libretti per gli assegni abbondano in gran quantità).

Pertanto, una volta entrati nel pieno della vicenda, non dobbiamo aspettarci chissà quale capolavoro sullo stile dei romanzi della Sayers, ma né più né meno che una sfida capace di mettere alla prova il nostro intelletto; cosa che ho l'impressione i critici non abbiano fatto, decretando così che i suoi gialli fossero declassati a opere di serie B. Come alcuni disprezzano le vicende in cui ci sono troppe parti descrittive, allo stesso modo ci saranno quelli che non tollerano quelle troppo scarne; ebbene, lasciatemi dire che entrambi commettono un grosso errore. A mio parere, infatti, il tradizionale romanzo giallo anglosassone è intrigante proprio per questo suo variare di continuo, tanto nei temi quanto nella struttura o in stile: ci sono i delitti che si verificano nella casa di campagna, quelli al villaggio, quelli al campus universitario, quelli a teatro, quelli urbani; quelli dove si conosce già il colpevole, quelli che hanno tanti colpevoli, quelli dove il colpevole è la vittima stessa, ecc... A parte pochissime eccezioni, a me sono sempre piaciuti i mysteries che mi sono capitati sotto mano; anche solo per un motivo, ho apprezzato il modo in cui hanno saputo coinvolgermi, e questo "Assassinio nel Labirinto" non ha fatto eccezione. Se diamo un'occhiata approfondita all'enigma, infatti, ci troviamo davanti a un lavoro di fair-play e di misdirection non comune: fermo restando che il colpevole di questa prima prova di Connington nel campo del mystery resta abbastanza prevedibile, non ci possiamo lamentare per l'ingegnosità dimostrata nell'ideazione degli omicidi e della loro soluzione. Il fatto stesso di ambientare i fattacci dentro una prova di intelligenza come un labirinto dovrebbe farci capire come l'autore intendesse creare qualcosa di simile a una memorabile sfida logica; l'uso delle freccette avvelenate è stato un espediente intelligente da usare come arma del delitto, poiché non preclude che il colpevole sia una donna; l'inserimento di esempi di delitti accaduti sul serio (come quello di Maitre Fernand-Gustave-Gaston Labori, colpito alla schiena mentre andava in tribunale ad interrogare il generale Mercier durante l'affare Dreyfus, oppure quelli di Crippen, Deeming, Burke e Hare, pp. 84, 123, 151, 165-167, 185, 275, 290, 294), la quantità enorme di false piste e nozioni scientifiche che ci viene data in pasto, insieme agli esperimenti compiuti da Sir Clinton, rendono più reale l'indagine e ci inducono a riflettere sulla soluzione da dare, ma allo stesso tempo sono anche indice del voler "giocare pulito" di Connington, senza barare nascondendo le prove; insomma, tutto è tenuto in considerazione in vista dello scioglimento finale.

Inoltre, cosa da non trascurare affatto nell'analisi di "Assassinio nel Labirinto", Sir Clinton Driffield non è un anonimo ispettore, simile a tanti altri: in un primo momento egli si accontenta di apparire un po' sciocco, per confondere l'omicida, ma in seguito non fa sconti per far rispettare la giustizia; anzi, in qualche modo va oltre il suo ruolo "ufficiale" per assicurare il trionfo del bene sul male. "Sui giornali, di tanto in tanto si sente parlare di misteri non spiegati, delitti irrisolti, inefficienza della polizia e via di questo passo. Ora vi sottopongo un problema. Supponete di dover indagare su qualche caso diabolico come quello di Jack lo Squartatore. E supponete di aver scoperto, alla fine, che il criminale era un pazzo come, ovviamente, nel caso di Jack lo Squartatore. Infine, supponete che la sua follia sia stata scoperta e che lui sia stato messo in manicomio dopo il suo ultimo delitto. Che cosa fareste? [...] Perché non potreste farlo impiccare, dato che non è sano di mente. [...] In questo caso, il risultato sarebbe solo quello di gettare fango sulle persone a lui vicine [...]. Ci sono alcuni cani che dormono e che è meglio non svegliare." Questo è il suo innovativo e sconcertante punto di vista, e probabilmente anche quello del suo autore: farsi giustizia da sé, quando essa rischia di fallire, può apparire come una via di fuga accettabile (pp. 209, 227-235, 298-250, 254-268, 295-296, 298).

Alfred Walter Stewart, alias J.J.
Connington, nato nel 1880 e morto
nel 1947

Senza dubbio, essa è un'idea tanto rivoluzionaria quanto lo fu lo stesso Alfred Walter Stewart, lo scienziato che si nascondeva dietro lo pseudonimo di J.J. Connington. Nato nel 1880, egli fu un ometto piccolino e all'apparenza senza pretese, ma in realtà era considerato come un uomo austero e competente. Scozzese, figlio del dean of faculties della Glasgow University, Stewart aveva intrapreso gli studi proprio presso quell'istituto, per poi proseguirli a Marburg e all'University College di Londra, approdando infine alla Queen's University di Belfast. L'educazione che gli venne impartita fece di lui un esperto di chimica, fisica, balistica e altre discipline scientifiche; cosa che gli permise di diventare un rinomato docente a Belfast, fin dal 1901 quando era ventiduenne. Ad eccezione di alcuni anni trascorsi a insegnare a Glasgow, Stewart sarebbe rimasto di ruolo in quella città fino al suo ritiro dall'insegnamento e dalla carriera accademica, diventando prima cattedratico di chimica e infine capo del suo dipartimento. Tra l'altro, egli fu pure un ricercatore con all'attivo un certo numero di saggi e libri di testo, sullo stile di "Recent Advances in Organic Chrmistry" e "Stereochemistry", alcuni tra i suoi testi più conosciuti nel campo della scienza. Tuttavia, l'esimio professore voleva fare anche qualcosa che lo distraesse dal lavoro in laboratorio; per cui, nei pochi momenti di libertà, spesso a tarda notte, decise di assumere le vesti di un capace giallista e diede vita a J.J. Connington, il quale escogitava ingegnosi delitti avvalendosi della vasta erudizione matematica e chimica della sua personalità primaria. In questo modo, Stewart mise a frutto la propria spiccata intelligenza, un pungente senso dell'umorismo e l'audacia del novellino per dare inizio a una serie investigativa che avrebbe appassionato moltissimi lettori. E pensare che la sua avventura nella fiction era partita da un thriller fantascientifico dal titolo "Nordenholt's Million", il quale però non aveva ottenuto il successo che avrebbe poi arriso ai romanzi gialli. A differenza delle altre opere di genere inventate di sana pianta, infatti, i suoi mysteries dimostrarono quanto fosse capace e abile nell'ideare trame avvincenti e ricche di suspense, in cui gli indizi materiali e il pensiero freddo e scientifico venivano impiegati al meglio. Con "Death at Swaythling Court" e "Il Talismano dei Dangerfield" diede quindi il via a questa nuova sfida, ottenendo grandi consensi, e con il romanzo successivo intitolato "Assassinio nel Labirinto" introdusse la figura del protagonista della maggior parte delle sue opere nonché personaggio per eccellenza: Sir Clinton Driffield.

Quest'ultimo, a differenza di molti suoi colleghi letterari, è il capo della polizia di una contea immaginaria, spesso alle prese con casi che coinvolgono membri dell'aristocrazia terriera; uomo riservato e all'apparenza ordinario, ma capace di dare sfoggio di un'acuta intelligenza e uno spirito di osservazione con pochi pari, oltre che consapevole dei propri limiti (pp. 62-72, 76-80, 95-98, 103-104, 133-134, 137, 143-147, 151-152, 156, 161, 166, 183, 187, 195-196, 205-206, 209, 218). Nonostante fosse meno cordiale ad accattivante dell'altro personaggio ricorrente delle storie di Connington, l'avvocato Mark Brand apparso in "The Counselor" e "Four Defences", Sir Clinton riuscì a conquistare una vasta fetta di lettori di gialli, tanto che Stewart si ritrovò ad utilizzarlo fino a quando dovette ritirarsi dall'insegnamento a causa di alcuni problemi cardiaci e, dopo la pubblicazione di alcuni saggi raccolti in "Alias J.J. Connington", morì nel 1947. Questa cosa forse si può spiegare nel fatto che il personaggio fittizio assomigliava in qualche modo molto al suo creatore in carne ed ossa, il quale conservò sempre un punto di vista abbastanza pessimista e disincantato del mondo. Un atteggiamento che, nel personaggio, si può ritrovare nei romanzi più famosi in cui è protagonista, come "Il Caso con Nove Soluzioni", "Otto Innocenti e un Colpevole", "Le Tre Meduse", "Orme sulla Sabbia" e "The Eye in the Museum"; mentre nella figura di Stewart si riscontra nelle numerose sfide impegnative che affrontò nel corso della propria esistenza: ad esempio, la ragazza con cui era fidanzato a venticinque anni morì all'improvviso, pochi giorni prima delle nozze; più avanti, invece, dovette essere operato alle cataratte e rischiò di diventare cieco. Furono questi ostacoli, mescolati alla propria formazione scientifica, a indurire la sua visione del mondo e che lo indussero a tralasciare i sentimentalismi nei suoi romanzi gialli, dove sono altri gli aspetti a cui viene dato maggiore risalto.

Come dicevo sopra, infatti, sono i fatti ad occupare il ruolo principale nelle storie che Stewart inventava (come in "Assassinio nel Labirinto"). Gli indizi materiali, la freddezza e l'acume dello scienziato e dell'investigatore che ripone piena fiducia soltanto nelle sue dimostrazioni in laboratorio, la mancanza di un'empatia e di una comprensione per il colpevole, l'importanza data alla medicina e alle altre scienze pure (pp. 72-73, 75, 98-106, 115-117, 213-214, 282) sono solo alcuni degli aspetti tradizionali della sua narrativa. I personaggi, raffigurati come pedine su di una scacchiera, hanno poca personalità e sono prevalentemente gelidi e sgradevoli, ad accentuare ancora di più il carattere materiale dei suoi romanzi (basta pensare a Stenness e agli Shandon in "Assassinio nel Labirinto"). L'oscurità della pazzia viene messa contro la luce della ragione, unico strumento capace di scacciare le ombre del crimine e del delitto, e soltanto l'utilizzo di un metodo ragionato può condurre alla scoperta della verità. In ogni caso, tuttavia, ciò non deve far pensare che i romanzi gialli di Connington siano del tutto privi di elemento umano: esso è pur sempre ridotto rispetto ad altre opere, su questo non c'è dubbio; però ho riscontrato come l'interazione tra esseri viventi venga tenuta in grande considerazione dell'autore. A far colpo è soprattutto il rapporto instaurato tra il protagonista Sir Clinton e il suo amico Wendover. Questa è una strana coppia, differente dal solito duo "investigatore onnisciente-spalla"; in questo caso, infatti, lo Squire fa osservazioni che spesso possono rivelarsi utili in vista della soluzione finale, al contrario del solito Watson un po' ottuso (pp. 95-98, 108-109, 111-113, 127-131, 146-147...); e le sue teorie non sono affatto sciocche, tanto che qualche volta Driffield si spinge ad incoraggiarlo per arrivare alla soluzione e sembra sorpreso dall'acume del suo amico, come se si vergognasse di dover respingere le sue idee e fosse consapevole di non essere infallibile. Inoltre, i vivaci dialoghi tra i due sono divertenti e simpatici, e la relazione tra loro è uno degli aspetti migliori dei libri in cui essi sono presenti. La cosa vale anche in "Assassinio sul Labirinto", dove Clinton e Wendover giocano la partita su una sorta di piano quasi paritario ed "esclusivo", senza interruzioni da parte di altri personaggi, alla ricerca congiunta di un assassino astuto e diabolico.

In ogni caso, non bisogna trascurare il fatto che la polizia occupi una certa importanza all'interno della storia: i suoi metodi, la cosiddetta routine, viene brevemente descritta e aiuta Clinton nel suo compito, simile a uno strumento nelle capaci mani del capo della polizia (pp. 65, 68-72, 70-72, 76, 141-143, 149-150, 174-175, 247-248, 259). Strumento che però, sembra suggerire l'autore, può trasformarsi nelle mani di chi lo utilizza. Questa tendenza (di Stewart e quindi pure di Driffield) nel considerare la Giustizia di cui si è alfieri come qualcosa che può portare disagi a cui si potrebbe fare a meno, e che può essere perfezionata dall'individuo solitario, mette in luce ancora una volta quella visione che si stava facendo largo nel Detection Club e nella crime story della Golden Age, secondo cui la legge e il ruolo che essa gioca nello stabilire l'innocenza oppure la colpevolezza di un imputato si possa rivelare fallace. Si tratta di un discorso innovativo, se consideriamo che "Assassinio nel Labirinto" fu scritto nel 1927, il quale viene affrontato in modo ancora più forte per il semplice fatto che sia un capo della polizia a porsi delle domande sull'efficacia dell'organo di cui si fa strumento. Finché sono i dilettanti a ponderare sulla questione, è un conto; ma se a farlo è una tra le cariche più importanti delle forze dell'ordine, le considerazioni che ne scaturiscono hanno una forza doppia, perché mettono in mostra quanto siano labili le fondamenta su cui è stato costruito il sistema giudiziario. La storia e la conclusione di "Assassinio nel Labirinto", pertanto, rappresentano sì un tipico esempio di come la scienza e la ragione possano avere la meglio sul delitto, ma anche di come esse possano conferire fin troppi poteri all'uomo deciso a far rispettare la legge. Come trovare il giusto compromesso nell'esecuzione del proprio compito? Sir Clinton afferma di non avere alcun rimorso di coscienza per come tutto quanto si è risolto, dal momento che lui ha dato la possibilità al colpevole di arrendersi; eppure colpisce la sua freddezza nell'aver eseguito la funzione che la Giustizia pare avergli attribuito. In fondo, ha solo accelerato l'opera del boia. Penso che sia questo fascino oscuro, questo compromesso tra il thriller puro e il giallo deduttivo, ad aver permesso a Sir Clinton e all'opera di Connington di conquistare larga fama tra i lettori di romanzi gialli. In questo, come nel fatto che la tensione venga sfruttata per accrescere la potenza del racconto, Connington precedette i tempi, confermandosi uno dei giallisti più abili (e sottovalutati) della Golden Age.


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