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venerdì 11 giugno 2021

74 - "Panico" ("Panic", 1944) di Helen McCloy

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Tra i romanzi gialli classici che preferisco, di sicuro figurano quelli ambientati in luoghi impervi e isolati da qualche circostanza più o meno accidentale. Non per niente, infatti, ho già recensito positivamente titoli come "Qualcuno ti Osserva" di Ethel Lina White (la cui trama si svolge nel corso di una sola lunga notte di terrore, all'interno di una casa al confine tra il Galles e l'Inghilterra, tagliata fuori dalla civiltà da una furibonda tempesta notturna) oppure "Il Gatto e il Topo" di Christianna Brand, nel quale una ragazza si ritrova a combattere contro tutti quanti per dimostrare come, dentro a una dimora di montagna, venga celata una giovane donna. A ben guardare, in realtà, dovrei dire che prediligo particolarmente quelle storie che appartengono al sottogenere perlopiù americano delle woman in jeopardy, dove esponenti del gentil sesso si ritrovano a incorrere in ogni sorta di pericolo, minacciate da loschi individui oppure da complotti orditi contro di loro; in questo genere di racconti, infatti, è più probabile trovare atmosfere sinistre e claustrofobiche. Eppure, sono fin troppo consapevole del fatto che, in queste vicende, l'elemento dell'enigma puro venga spesso trascurato proprio per esacerbare ed evidenziare il "brivido lungo la schiena" da far provare al/alla lettore/lettrice di turno, con la conseguenza che ciò che rimane, una volta terminata la lettura, è una mera sensazione di scombussolamento emotivo estraneo alla soluzione più o meno logica del mistero. Pertanto mi concedo di divorare questo tipo di libri soltanto di tanto in tanto, nonostante mi piacciano moltissimo, dal momento che non vorrei finire per annoiarmi per la scarsa variazione su un tema trito e ritrito.

Detto ciò, ogni tanto capita di imbattersi in qualche mystery capace di mettere insieme un'ottima atmosfera da incubo, claustrofobica in più sensi, e un'enigma di prim'ordine corredato da un abile fair play e da un contesto solido, capace di resistere al passare del tempo. Ad esempio, penso a "La Rossa Mano Destra" di Joel Townsley Rogers che, per quanto sia un romanzo giallo americano sotto tanti aspetti, traduce su carta un incredibile incubo ad occhi aperti che ancora oggi non smette di sorprendere per accuratezza e logicità. In questo specifico caso, la dimora dello psicologo criminale MacComerou rappresenta perfettamente quel tipo di ambientazione chiusa e spaventevole di cui parlavo sopra (senza dimenticare il terrore che suscita l'intera storia, tra boschi e strade notturne e popolate di pazzi). Un altro titolo che mi viene in mente è "Quando l'Amore Uccide" di Nicholas Blake il quale, pur essendo meno d'impatto dal punto di vista dell'atmosfera di panico che si associa al libro di cui sopra, non si può certo classificare come confortevole nonostante sia ambientato nel periodo di Natale. Anche qui l'apparato indiziario permette a chi legge di farsi un'idea di chi sia il colpevole, ma allo stesso tempo non mancano parti della storia in cui il tono è decisamente depresso, vuoi per un senso di disillusione oppure per qualcosa di più potente e letale. Tra questi mysteries a dir poco sorprendenti e potenti, si può includere pure quello che recensirò oggi per voi: "Panico" di Helen McCloy (Polillo Editore, 2010). Esso infatti riprende al meglio il modello presentato circa dieci anni prima da "Qualcuno ti Osserva", con una giovane costretta dalla necessità di sopravvivere a stabilirsi in una casa isolata dal resto del mondo. Stavolta, però, l'enigma non si traduce in un semplice esasperare di emozioni fini a se stesse, con un caso che viene svelato al lettore senza permettergli di mettersi alla prova più di tanto: nel libro di McCloy l'indagine si presenta come un vero e proprio esercizio crittografico logico, in stile enigmistico, di difficoltà non indifferente. Anzi, forse fin troppo esagerata.

A Birch Grove, Arkhip Kuindzhi, 1880
La storia prende avvio con il decesso improvviso dell'anziano e insigne grecista Felix Mulholland, il quale lascia in eredità ai giovani nipoti Alison e Ronnie un patrimonio esiguo in fronte a quanto entrambi si aspettassero. La casa stessa in cui vivono da molti anni dovrà essere venduta assieme al mobilio, per pagare le tasse di successione e gli stipendi dei domestici, e tutto ciò che resta agli eredi sono appena tredicimila dollari. Ma le sorprese non sono finite qui. Poche ore dopo il triste rinvenimento del corpo adagiato sul letto, alla porta di casa Mulholland si presenta un sedicente colonnello Armstrong a chiedere conto di una certa documentazione riguardo un codice cifrato che Felix aveva ultimato da poco e che, secondo le parole del suo inventore, era praticamente impossibile da spezzare o decifrare. Alison, che svolgeva il ruolo di segretaria dello zio, non ha la minima idea di che cosa intenda Armstrong: lo zio si chiudeva ore ed ore nello studio da solo e a lei non è stata fatta alcuna confidenza. L'unica cosa un po' strana che la ragazza abbia visto è un foglietto con scritti sopra alcuni gruppi di lettere senza senso... Ma è stato buttato via. Deluso, Armstrong se ne va e Alison deve decidere cosa fare della propria vita: deve trovare un lavoro al più presto, ma la tosse e la debilitazione causate dalla vita frenetica in città la stanno mettendo a dura prova. Pertanto, su consiglio di Ronnie, la ragazza decide di andare a trascorrere qualche settimana ad Aultonrea, sui monti Adirondacks, per cambiare aria e schiarirsi le idee. Giunta sul posto, tuttavia, Alison si rende conto di quanto esso sia lontano dal mondo civilizzato e da qualsiasi forma di comodità moderna: non c'è nemmeno la luce elettrica, le serrature si potrebbero spezzare con una certa facilità e il telefono deve essere appositamente allacciato.

Tutto sommato, comunque, la ragazza non si lamenta: è proprio la tranquillità ciò che le serve per ricaricare le batterie... Peccato solo che, non appena scende la notte, fuori dalla casetta si inizi a sentire qualche rumore sospetto, come se qualcuno stesse camminando nel sottobosco. Alison si ripete che deve trattarsi di qualche animale, ma la sua educazione classica le suggeriscono una spiegazione al fenomeno molto più terribile: se fosse il dio Pan, con il suo aspetto a metà tra la bestia caprina e l'uomo avvenente, a zufolare tra gli alberi? Dopotutto, lo stesso Felix e la precedente inquilina di Aultonrea, una signora che finì per impazzire, avevano affermato di "sentire" cose quando cala il buio. Inizia così un periodo pieno di terrore, panico (inteso non solo nel senso comune del termine ma pure in quello letterale) e di sospetti per Alison, la quale si ritrova circondata da persone eccentriche e pericolose: l'amato Geoffrey, in licenza dal servizio militare per un sospetto esaurimento nervoso; sua sorella Yolanda, una virago pronta a tutto per tenersi stretto il fratello e continuare a vivere nell'agiatezza; un uomo di nome Matt che assomiglia a un pellerossa e consegna merce col suo furgoncino; miss Phillmore, un'anziana dall'aria mascolina che ha tentato di farsi assumere alle sue dipendenze con la chiara intenzione di spiarla; una coppia di coniugi che vedrebbe di buon occhio il passaggio di Aultonrea sotto la loro ala. E poi, come se non bastasse, all'improvviso dalla tasca della vestaglia della ragazza, in una notte di pioggia battente e di tempesta, ecco che ricompare il foglietto che desiderava ottenere il colonnello Armstrong... Forse nasconde davvero qualche segreto inconfessabile, qualcosa che lo zio Felix desiderava non venisse letto da qualche malintenzionato? Starà ad Alison venire a capo del mistero, applicandosi a calcoli matematici e a teorie complesse sulla sostituzione di cifre e lettere.

Esempio di codice presentato in "Panico"
Quello che rende grande "Panico" penso sia ciò di cui parlavo sopra, e cioè il fatto che riesca ad essere un romanzo giallo capace di restare in equilibrio su due piani che di solito faticano a convivere equamente, dentro una stessa opera: quello dell'enigma puro e quello del contesto in cui esso viene calato. Nella sua storia, McCloy dimostra di essere in grado di mettere in piedi un mistero per nulla banale, dove si intersecano quesiti filosofici, citazioni letterarie e teorie matematico-pratiche di livello avanzato (in modo molto simile a quanto aveva fatto in "Come in uno Specchio", se al posto del calcolo inseriamo l'elemento dell'impossibilità fisica nel compiere un assassinio), assieme a una cornice in cui l'elemento soprannaturale la fa da padrone, manifestandosi sotto forma di fenomeni naturali come i temporali e innaturali quali edifici abbandonati e sinistre figure nell'oscurità legate al mito classico. Fin dall'inizio, quando facciamo il nostro primo incontro con Alison, ci troviamo in una situazione a dir poco terribile: la ragazza viene svegliata nel cuore della notte da una telefonata che la mette in agitazione. Non bisogna dimenticare che siamo in periodo di guerra, per cui le notizie che non possono aspettare la luce del giorno per essere comunicate devono essere gravi. Ecco, con questa introduzione ci viene presentato il tono che pervaderà tutto il racconto: una costante tensione mista a terrore accompagnerà la ragazza fino allo svelamento della verità sul finale. Da New York ad Aultonrea sugli Adirondacks, una forza temibile e misteriosa la perseguiterà in modo simile a uno spettro, allo stesso modo del doppelganger di Faustina. La narrativa di McCloy è spesso caratterizzata da questo elemento di persecuzione, di incertezza e di velata minaccia, probabilmente suggerito all'autrice dal periodo storico in cui la sua produzione migliore si concentrò: quello della Seconda Guerra Mondiale e degli anni di depressione e desolazione che seguirono, i quali misero a dura prova lo stato mentale e morale della gente.

A questo clima oppressivo e poco confortevole, McCloy accostò un'indagine che spazia a sua volta su più livelli, dando vita a un complesso castello di carte che si erge a partire da fondamenta niente affatto scontate. Le premesse appaiono tutto sommato nella norma: c'è questo cifrario misterioso che è scomparso e una probabile potenza straniera oppure agente nemico che potrebbero essere interessati alla faccenda. Nei romanzi di spy story qualcosa del genere si verifica di continuo, non è una grossa novità. Ciò che sorprende, invece, è il modo attraverso cui l'autrice tratta tutto quanto, declinandolo in una forma che sta tra il thriller (il quale richiama proprio i racconti delle spie e degli agenti segreti "alla Le Carré") e il giallo ad enigma puro, dotato di indizi decifrabili da parte del lettore. Se da un lato non ci viene mai fornito il messaggio in codice intero su cui mettere alla prova le nostre capacità di crittanalisti, d'altro canto tra le righe possiamo scorgere qualche prova del fatto che la vittima e le circostanze della sua morte indichino inequivocabilmente una certa persona come il colpevole dei terribili eventi che si stanno scatenando attorno alla figura di Alison. E non paga di ciò, McCloy si ingegna pure per seminare falsi indizi e suscitare più dubbi possibili nella mente di chi legge, infilando nella storia riferimenti alla storia recente (come il fascismo, la guerra che si stava combattendo in più parti del mondo tra Pearl Harbor e l'Europa), riflessioni sulla psicologia dell'individuo (con tanto di eonismo) e sullo stato d'animo dell'America, letteratura classica greca e latina con precise spiegazioni che dimostrano l'indubbia cultura dell'autrice. A coronare il tutto, infine, a spezzare il ritmo vertiginoso e ansiogeno dell'abisso in cui rischia di cadere Alison, ci vengono presentate lunghe e dettagliate parti della storia dedicate esclusivamente a trattare il tema della crittanalisi: tabelle piene di numeri e lettere, teorie su come una certa chiave possa essere spezzata con facilità, approfondimenti su personaggi vissuti nella realtà e che hanno contribuito a rendere più o meno ostica la cifratura oppure la decifrazione, giocando con chiaro ed indice. Il risultato degli sforzi di McCloy è "Panico", un romanzo dove sovrannaturale mitologico e logica stringente di stampo matematico si incontrano per dare vita a una storia originale e fuori dal comune.

Helen Worrell Clarkson McCloy, nata nel
1904 e morta nel 1994
Tutto ciò lascia intendere come Helen Worrell Clarkson McCloy (era questo il nome intero dell'autrice, nata a New York nel 1904) fosse una persona istruita ed acculturata: i continui riferimenti all'antica Grecia e al mito dell'antichità (pp. ); i discorsi su filosofia, naturalismo, matematica comparata, nonostante siano spesso solo accennati, lasciano intendere una vasta conoscenza sviluppata durante gli studi in Europa e proseguiti in America. Inoltre, cosa non da poco, è molto approfondita l'analisi psicologica tout court dell'individuo (essendo il suo investigatore seriale, non presente nel romanzo recensito oggi, il primo segugio-psichiatra della storia non ci aspetteremmo niente di meno): numerose teorie crittanalitiche come quella di Vigenère, di Bazeries, di Kasiski e Kerckoffs, vengono prese in considerazione con serietà e praticità per mostrare al meglio al lettore quanta strada si sia fatta nel corso dei secoli per perfezionare l'arte del codice segreto, così che il lettore possa comprendere fino in fondo le possibili implicazioni dell'indagine; l'attività del subconscio dell'essere umano, della corruzione della sua personalità e degli sforzi della memoria cosciente per mettere a freno gli impulsi e l'istinto la fanno da padrone per tutta la lunghezza della storia; come pure la suggestione, la psichiatria, le manie e le ossessioni, mescolate in un sapiente calderone e impostate per instaurare un clima di tensione sempre crescente, che impedisce di annoiarsi e spinge a continuare la lettura. La guerra in corso infesta il racconto, restando in sottofondo per la maggior parte del tempo ma emergendo con insistenza a più riprese, in mezzo ad altri discorsi e ad osservazioni che sono focalizzate sul mistero del codice criptato oppure su quello del decesso improvviso di Felix Mulholland.

A questo proposito, è interessante notare come ancora una volta torni il soprannaturale come punto cardine attorno a cui sviluppare la trama: in "Come in uno Specchio" avevamo la teoria del doppelganger quale pretesto per fare le ipotesi più strabilianti sulla spiegazione dell'enigma; qui, la possibilità remota che un essere bestiale abbia preso vita dal mito arcaico e si sia nascosto nei boschi degli Adirondacks e della mente umana. Non per niente John Dickson Carr fu una delle ispirazioni per l'autrice, tanto che "Alias Basil Willing" fu dedicato proprio a lui e alla moglie Clarice. Manca, invece, l'elemento del delitto impossibile che Helen McCloy ha affrontato in numerosi romanzi proprio per esasperare l'atmosfera irreale delle sue storie, accompagnato da uno spiccato senso per la suspense. Esse possono essere considerate come dei piacevoli ibridi, che mescolano intelligentemente gli elementi del giallo all'inglese con quelli tipici del romanzo psicologico americano: una caratteristica, questa, che li ha resi graditi agli estimatori di entrambi i sottogeneri, e che ha contribuito ad affermare la sua autrice come la più grande scrittrice americana di gialli. Sposata con Davis Dresser, l'autore noto con lo pseudonimo di Brett Halliday e creatore del detective privato Mike Shayne, la McCloy fu, tra le altre cose, direttrice del New York Evening Sun per diciotto anni e il primo presidente donna dell'associazione dei Mystery Writers of America, prima di spegnersi a Boston, nel 1994. Per quel momento aveva contribuito al genere con una trentina di meravigliosi gialli: numerosi furono gli stand-alones proprio come "Panico", ma sono ricordati soprattutto i tredici romanzi con protagonista Basil Willing, tra cui "La Stanza del Silenzio", "Omicidio a Scena Aperta" e "Come in uno Specchio". Su "Panico" vorrei aggiungere soltanto un'ultima considerazione, prima di terminare. Come dicevo, si tratta di un romanzo giallo straordinario sotto molti aspetti; però vale la pena avvertire il lettore che le spiegazioni sulla crittanalisi sono talmente complesse da risultare un po' indigeste. Non aspettatevi una lettura di facile comprensione; per affrontare questo romanzo ci vuole una certa concentrazione.

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venerdì 3 aprile 2020

29 - "Una Torre per il Profeta" ("How Like an Angel", 1962) di Margaret Millar

Copertina dell'edizione pubblicata
nei Classici del Giallo Mondadori
n. 656
Nella recensione di "Morte al Telefono" di Elizabeth Daly, pubblicata alcune settimane fa, abbiamo visto come la situazione della società del tempo e l'importanza della psicologia e della condizione della mente umana, siano stati gli aspetti fondamentali su cui si è sviluppato il classico romanzo giallo americano, il quale ha raggiunto il proprio apice intorno alla metà del Novecento dall'altra parte dell'Atlantico. La paranoia e le ossessioni che tenevano sotto scacco i cittadini, avviluppandoli in una sorta di limbo angoscioso che li minacciava e schiacciava, ben si adattavano al genere letterario che era nato con le storie di suspense, nella tradizione di quelle delle women in jeopardy di Mary Roberts Rinehart, e che stava seducendo sempre più lettori appassionati, oltre ad autori determinati a dimostrare il proprio punto di vista sulla situazione e ad esplorare gli angoli più oscuri della psiche dell'individuo. Immaginate: la crisi del 1929 aveva lasciato dolorosi strascichi e sferrato duri colpi all'economia, travolgendo gli esponenti di qualunque classe sociale; l'incertezza per il futuro si faceva ogni giorno più pressante ed influenzava l'umore delle persone nella vita di tutti i giorni, sempre uguale e sempre deprimente; nulla pareva capace di sanare le conseguenze degli scontri tra i grandi Paesi del mondo, e le notizie che giungevano dal fronte, sulla salute dei soldati colpiti da PPT (Psicosi Post-Traumatica) e sul numero enorme dei morti, avvilivano una società costituita perlopiù da gente affetta da disoccupazione e condizioni di vita misere. Era impossibile che la letteratura non si facesse influenzare da tutti questi fattori mescolati all'angoscia sempre più dilagante e insopportabile; e il giallo incarnava il genere che meglio si adattava a declinare come essi agissero sui cittadini, logorando i rapporti sociali ed avvelenandone gli equilibri, fino ad esasperare i timori di ognuno.

In questo modo, dunque, alcuni scrittori si ritrovarono ad interpretare un malcontento comune, in cui spettri inquietanti e terribili venivano evocati ed infestavano le conversazioni ogni giorno, il desiderio di trovare pace si trasformava in frustrazione e l'egoismo diventava la cosa più importante da perseguire; più del rispetto delle leggi e del prossimo, tanto ognuno si preoccupava che nessuno sconvolgesse i fragili piani che era andato costruendo con fatica. Questi autori adottarono metodi diversi per interpretare il fatalismo e questi segni del tempo e della società in cui vivevano: alcuni decisero di raccontare la vita attraverso toni duri e violenti, dando meno precedenza all'analisi della psicologia e all'enigma, così da restituire ai lettori una storia che si avvicinasse alla realtà dei fatti nudi e crudi della cosiddetta scuola hard-boiled; altri, invece, sfruttarono la paranoia dilagante per ideare storie agghiaccianti di pazzia e disillusione, in cui lo straniamento dei personaggi e il loro cinismo suscita riflessioni profonde sull'animo dell'essere umano e sulla sua natura intrinseca. Anche in questo secondo caso, come nel primo, le vicende si rifanno ad episodi che con tutta probabilità avremmo potuto vedere dal vivo, se solo fossimo vissuti intorno agli anni '50 del secolo scorso; tuttavia, il fatto di riuscire a calarci nei panni degli sconfitti e dei derelitti protagonisti di questo tipo di romanzo, di poter analizzare le loro azioni e le ragioni che li hanno spinti a compiere un determinato atto, a mio parere riesce a coinvolgere meglio il lettore e a restituire un resoconto più preciso della società e della condizione psicologica in cui versava l'America in quel momento.

Per rendersene conto, basta leggere le storie di alcune scrittrici vissute in quegli anni per comprendere quanto fosse manifesto il lato oscuro dell'animo umano, quello che emergeva dal contatto quotidiano, fatto di rancori ed invidie: i romanzi di Elizabeth Daly, come il sopracitato "Morte al Telefono", oppure quelli di Helen McCloy, come "Come in uno Specchio". Tuttavia, se mai ci fu qualcuno capace di ritrarre, con stile affilato e brutalità irripetibile, il Male e la Pazzia dei tempi turbolenti tra le due guerre mondiali, quella fu di sicuro Margaret Millar. Lo dimostra il suo romanzo che recensisco oggi, "Una Torre per il Profeta" (Classici del Giallo Mondadori n. 656, 1992), il quale tratta una vicenda in cui i personaggi incarnano la Malvagità e la Colpa li perseguita instancabile; dove la desolazione non si limita ad essere rappresentata dai brulli paesaggi che incontriamo, ma si manifesta in mille altri modi; dove l'enigma riflette l'ineluttabile sconfitta dell'individuo contro il Caso e il fatalismo regna incontrastato; dove la malvagità si annida negli angoli più oscuri della psiche e non esistono redenzione e riscatto, ma soltanto insoddisfazione, dolore e disperazione.

Scorcio sul Lago Cachuma e sul territorio circostante, scenario
principale di "Una Torre per il Profeta"
Il racconto si apre con l'immagine di un auto, che percorre una strada in mezzo al deserto e alle montagne della California del Sud, nei pressi di quella che oggi è Santa Ynez. Al suo interno, viaggiano da un paio di giorni il signor Newhouser, di ritorno al ranch in cui vive e lavora, e l'ex-bodyguard e investigatore privato Joe Quinn. Quest'ultimo è in fuga dai debiti accumulati nei casinò di Reno e da una relazione precaria e passeggera, e ha chiesto un passaggio al suo amico con l'intenzione di tentare la fortuna a San Felice e trovarsi un lavoro onesto. All'improvviso, tuttavia, Newhouser rivela di non avere alcuna intenzione di arrivare fino alla destinazione di Quinn, poiché la moglie lo sta aspettando a casa e sarebbe costretto a fare un pezzo di strada in più; quindi l'investigatore si vede costretto a scendere dall'auto nel pieno del deserto californiano e a chiedere rifugio a una strana comunità di fanatici religiosi, i quali si sono radunati attorno a una costruzione che loro chiamano "La Torre". Come Quinn scoprirà ben presto, i componenti della setta sono perlopiù individui inoffensivi che hanno perso la bussola, i quali hanno rinunciato a tutto ciò che possedevano e hanno trovato una casa che li accolga per sfuggire dalla pazzia della società, desiderosi di riallacciare un contatto più fisico con la terra e di spazzare via tutte quelle comodità a cui li ha abituati il mondo moderno. Ci sono Sorella Benedizione, l'infermiera della comunità; Fratello Voce dei Profeti, il piccolo ometto che ama gli animali e non parla mai; Fratello Corona di Spine, il giovane estremista che si occupa dei campi assieme al robusto ed ottuso Fratello Luce dell'Infinito; Fratello del Sacro Cuore, il barbiere designato alla cura del corpo del gruppo; Sorella Contrizione, la cuoca, che ha abbandonato la vita di città assieme alla giovane figlia Sorella Karma e ad altri due bambini. Assieme alla manciata di altre persone della setta, tutti costoro costituiscono le cerchie attorno alle quali emanano il proprio potere i capi della setta, il Maestro e l'anziana Madre Purezza, e accolgono Quinn con moderato entusiasmo e curiosità, come si addice al fedele devoto, permettendogli di fermarsi per la notte e offrendogli un passaggio (forse fin troppo sollecito per non apparire come un tentativo di liberarsi di lui al più presto) fino a San Felice.

Mentre l'investigatore cena in solitudine, tuttavia, Sorella Benedizione decide di avvicinarlo e, tra una innocente confessione e l'altra, gli chiede in tutta segretezza di rintracciare un uomo di nome Patrick O'Gorman. Quinn si lascia incuriosire dalla strana richiesta della donna: quale può essere il motivo che la spinge a cercare qualcuno che non vede di sicuro da tanti anni? Forse la coscienza sporca? Sorella Benedizione, infatti, sembra avere molto a cuore l'integrità propria e quella dei suoi amici all'interno della setta. Oppure quel nome è solo il parto della mente di una persona instabile? In ogni caso, l'investigatore ha bisogno di soldi; e poiché l'anziana signora è riuscita a mettere da parte una discreta sommetta e intende pagarlo con quella, accetta l'incarico e il giorno seguente, arrivato a San Felice sul trattore dello scontroso Fratello Corona di Spine, si mette al lavoro e si dirige a Chicote a bordo dell'automobile di un amico. Dopo il suo arrivo nella città petrolifera, però, più passano le ore e più Quinn si rende conto di essere rimasto invischiato in un mistero fitto e tortuoso. Da quanto riesce ad apprendere dal direttore del giornale locale, John Rhonda, e da una telefonata alla moglie di O'Gorman, quello dell'elusivo Patrick non sarebbe un nome inventato, ma quello di un uomo morto in un incidente stradale, cadendo da un ponte durante una notte di tempesta e finendo inghiottito per sempre dalle acque tumultuose del fiume. Eppure, il suo cadavere non è mai stato recuperato. Può essere che Patrick O'Gorman sia ancora vivo? E se è così, dove si trova adesso? In un crescendo di interrogatori, Quinn apprende sempre più informazioni su di lui; a partire dal fatto che, poco prima della sua scomparsa, si era verificato un caso di appropriazione indebita, del quale era risultata colpevole Alberta Haywood, la sorella dell'ex-capo di O'Gorman, ora rinchiusa in prigione. Forse c'è un legame tra i due crimini perpetrati a Chicote; ma scoprire quale sia è un'impresa ardua. Infatti, sembra che tutti siano più che intenzionati a non risollevare alcuna questione appartenente  al passato: né Martha O'Gorman, la vedova; né George Haywood, il fratello di Alberta; e sua madre; né Willie King, l'amante di George. Deciso a non mollare, Quinn ritorna alla Torre per riferire le sue scoperte a Sorella Benedizione e scopre un nuovo tassello del mistero; prima di scoprire la terribile verità che si cela dietro la scomparsa di O'Gorman, tuttavia, dovrà imbattersi in più di un cadavere sul suo cammino e scendere nelle valli più oscure dell'anima, dove si annidano i desideri nascosti, la malvagità e la corruzione morale degli uomini.

Uomini e donne appartenenti a una setta religiosa, simile
a quella della comunità della Torre
Thriller, noir, romanzo di denuncia sociale e spirituale, simile a un urlo nella notte che squarcia i veli dell'ipocrisia, "Una Torre per il Profeta" è il perfetto esempio di come Margaret Millar interpretasse il mondo che la circondava. Alla pari delle sue colleghe del giallo psicologico americano, quali McCloy, Vera Caspary e Daly, ella diede voce ai problemi reali delle persone e alla paranoia e al fatalismo che dominavano in America tra gli anni '40 e '60, mettendo in luce come la realtà fosse critica già prima dell'avvento del nuovo millennio, nel quale noi viviamo. Con la sua narrativa pessimistica e caratterizzata dallo sconforto dilagante, in modo molto simile a quello adottato dal "Re del Noir" Cornell Woolrich, espresse attraverso le sue opere le difficoltà (così simili alle nostre) a cui le persone comuni andavano incontro ogni giorno, illustrando come la psiche dell'individuo fosse influenzata nel profondo da esse e lo straniamento e le sensazioni suscitate negli stessi personaggi e nel lettore trovassero una spiegazione "logica", a discapito dell'importanza data all'azione violenta e scomposta dagli esponenti della scuola hard-boiled. Dalle conseguenze della guerra, dalle reazioni nate dal contatto-contrasto tra gli individui e dalle ripercussioni generate dalle ossessioni nascoste o represse, Millar (come le altre sue colleghe) trasse ispirazione per sviluppare idee e trame intriganti, dove il pessimismo emerge in tutta la sua forza, la fiducia negli altri viene delusa e ognuno deve ingegnarsi ed arrangiarsi per sopravvivere: niente viene regalato, nelle storie di queste autrici straordinarie, e i protagonisti, spesso incarnati nelle figure di disgraziati sui quali la sfortuna si è accanita e in attori gettati su di un palco senza essere stati istruiti in precedenza, devono sperare di azzeccare la battuta giusta per poter continuare a vivere ancora un po' della loro vita grama.

La tensione generata da questa situazione, inoltre, metteva in moto nelle loro menti complessi mentali dannosi e dava vita a un forte senso di depressione e fatalismo che il lettore riusciva a percepire più o meno distintamente, in base alla capacità e al volere della scrittrice che li interpreta e filtra. Nel caso di Daly, ad esempio, abbiamo visto come il Male e la Pazzia fossero sì presenti all'interno delle sue storie; ma in fondo ritrovavamo in esse anche una certa speranza nel fatto che, col tempo, questi sentimenti sarebbero riusciti ad essere arginati e in qualche modo curati. In Millar (e similmente in McCloy), invece, questo non avverrà mai. La catarsi non proviene dalla guarigione dell'essere umano e dalla consapevolezza che esista una luce in fondo al tunnel; nella concezione dell'autrice, non c'è niente che possa lenire la desolazione dei personaggi, né riscatto né lieto fine. Per capirlo, basta leggere "Una Torre per il Profeta". La storia di Quinn, in fin dei conti, non è segnata da eventi particolarmente lieti: ha perso il lavoro, deve arrangiarsi a raggranellare i soldi che gli sono indispensabili per vivere alla giornata, si ritrova tutti contro e nel finale stringe un rapporto sentimentale che non sappiamo per certo se avrà sviluppi positivi. Nemmeno quella dei vari sospettati, il cui numero comprende i Fratelli e le Sorelle della Torre (disgraziati individui che hanno rinunciato a tutto in favore di poche sicurezze, le quali verranno loro sottratte per la felicità di un individuo crudele che non la merita), oltre ai cittadini di Chicote coinvolti nel caso O'Gorman (infelici e segnati dal proprio Carattere che è anche il loro Destino), trova uno scioglimento felice.

I personaggi incarnano il tipo di individuo insicuro, le cui ambizioni sono fallite e hanno scelto una sorta di solitudine o isolamento esistenziale, e l'unico tipo di ironia che fa capolino tra le righe della storia è quella nera, la quale si diverte come a prendere in giro le sue vittime, a metterle l'una contro l'altra in una battaglia in cui non c'è alcun vincitore, a tormentarle e torturarle finché esse non si arrendono alla sua forza. Anche l'amore presente in "Una Torre per il Profeta" non si rivela essere qualcosa di positivo, che allevia le pene dei personaggi, ma solo un bisogno istintivo irrazionale e malato, da cui vengono generati i presupposti di più di un crimine. Insomma, secondo Millar la realtà che ci circonda non è affatto benevola e piena di risvolti ottimistici; inoltre, l'essere umano stesso è nato malvagio, è costretto a vivere per scontare la propria colpa e deve morire dopo un'esistenza piena di dolore e di sforzi che si riveleranno infruttuosi, secondo un Destino che è stato tracciato molti anni addietro e al quale non si sfugge. Senza dubbio, si tratta di una visione desolante e pessimistica, nella quale nessuno trova scampo e in cui si riflettono riflessioni filosofiche che di rado si riscontrano all'interno di romanzi di intrattenimento o "letteratura popolare". Qualcuno può credere che affrontare tali temi sia fuori luogo in un libro come questo; eppure, uno dei meriti del giallo è proprio quello di riuscire a restituire al lettore disinteressato opinioni che, con tutta probabilità, non avrebbe mai conosciuto in altro modo, spingendolo a riflettere a fondo. Anche per questo "Una Torre per il Profeta" e gli altri romanzi di Margaret Millar sono, a mio parere, al livello dei più grandi esempi di crime story classica: poiché riescono ad andare oltre, ad affrontare argomenti "scomodi" usando un linguaggio comune ma mai banale.

Margaret Ellis Millar, nata nel 1915 e
morta nel 1994
Questa visione del tutto pessimistica della vita da parte di Margaret Ellis Millar fu probabilmente influenzata dalle numerose vicissitudini di cui la scrittrice fu protagonista. Nata nel 1915 nell'odierna Kitchener, in Canada, ella fu educata prima al Kitchener-Waterloo Collegiate Institute e in seguito all'Università di Toronto. Considerata in famiglia come un "vero genio", venne allevata fin da bambina a mettere alla prova le proprie capacità, tra le quali spiccò subito la passione per la scrittura (inizialmente di poesie, per poi passare alla prosa), che la accompagnò costantemente dal momento in cui terminò di studiare. Risalgono infatti agli anni Quaranta i primi tentativi di mettere insieme qualcosa di scritto che potesse fruttarle del denaro: già da piccola aveva avuto l'occasione, grazie ai due fratelli più grandi, di esplorare il mondo del pulp grazie alle riviste che loro erano soliti comprare e nascondere sotto i materassi, dove puntualmente venivano scovati dalla giovane Margaret e divorati; per cui non le erano estranee le storie dei detective americani dei primi anni del Novecento e quelle di Erle Stanley Gardner (di cui si professò una grande ammiratrice), a cui si ispirò per tracciare la trama di "The Invisible Worm", un libro "piuttosto leggero e con un mucchio di omicidi" come lei stessa l'ha definito. Quello fu un periodo felice solo in parte, comunque, poiché alcuni problemi di salute avevano già iniziato a presentarsi: in quegli anni, infatti, si ammalò di cuore e dovette trascorrere del tempo a letto, dove l'unica consolazione fu proprio la lettura. Oltre al fatto che i volumi le venivano portati dal suo Ken. Poco prima, infatti, si era sposata e si era trasferita dal Canada in America assieme a Kenneth Millar, lo scrittore divenuto famoso con lo pseudonimo di Ross Macdonald, col quale avrebbe avuto una bambina e avrebbe condiviso tanti anni felici e una lunga carriera in campo letterario.

Insieme, senza risultare l'uno troppo invadente nei confronti dell'altra, intrapresero così il lavoro di autore a tempo pieno; un'impresa significativa soprattutto per Margaret, la quale si trovò a rappresentare il sesso femminile in un mondo dove la violenza e l'azione maschile erano la regola. Eppure, lei non si scoraggiò mai; anzi, affermò di essersela goduta un mondo a scrivere in un momento in cui il suo tipo di romanzi non veniva affrontato da molte donne. Bisogna precisare che, in realtà, i libri di Millar appartengono a un genere un po' particolare, poiché non sono degli esempi tipici della letteratura delle women in jeopardy ma neppure della scuola hard-boiled: furono infatti dei thriller psicologici più moderni del loro tempo, simili a quelli a cui siamo abituati al giorno d'oggi, in cui l'elemento psicologico si affianca a temi importanti e a una profonda analisi della realtà del tempo e dei suoi mali. Libri "diversi" alla maniera di quelli di Agatha Christie, mai uguali l'uno all'altro nello svolgimento e negli argomenti trattati. Perfezionista, abituata a lavorare al mattino (mentre Ken lo faceva al pomeriggio), Margaret Millar innovò in questo modo un genere (quello del giallo americano tipico delle "signorine omicidi") che era rimasto a lungo ancorato a stereotipi sorpassati e un po' prevedibili, introducendo novità in ogni ambito ed eliminandone le rughe dell'età, al punto da diventare una delle più grandi scrittrici di suspense di sempre. Di tanto in tanto si spostava assieme a Ken, quando ne aveva bisogno lei (per una breve esperienza come sceneggiatrice per Hollywood, quando vendette quella del suo "Sapore di Paura" ed ebbe la fortuna di incontrare Ronald Reagan ed Errol Flynn) oppure quando era costretta a seguire lui (per un tedioso periodo trascorso nella città universitaria di Ann Arbor, dove ambientò "Il Segreto di Virginia" e imparò ad odiare lo snobismo delle donne del campus); ma la base della coppia restò a lungo Santa Barbara, dove ambientò alcuni dei suoi gialli più belli.come "Cercatemi Domani, Sarò Morto" e "Una Torre per il Profeta".

Laggiù trascorsero i giorni migliori, ma anche i peggiori: dopo essersi ammalata di tumore ed essere guarita, infatti, in seguito Margaret iniziò a perdere la vista e dovette faticare molto per continuare a scrivere con gli stessi ritmi di sempre. Soprattutto, però, fu la catastrofe della malattia di Ken a minare le loro vite. Egli si ammalò di Alzheimer e, nell'arco di qualche anno, dovette essere tenuto d'occhio giorno e notte, con l'inevitabile conseguenza di essere infine rinchiuso in una casa di cura, fino alla morte. Margaret, stremata nonostante l'aiuto di un infermiere ma decisa più che mai a non cedere al lusso di una segretaria, continuò personalmente nella stesura dei suoi romanzi (che non considerava affatto inferiori ai cosiddetti "libri seri") e nell'attivismo politico, a cui aveva preso parte fin da giovane, affiancata da numerosi cani e affrontando temi e argomenti sempre più spinosi che trattava grazie anche ai suoi peculiari personaggi, mentre il tumore tornava e le portava via un intero polmone. Tra la pubblicazione di un nuovo giallo (a volte sotto gli pseudonimi "San Felice" o "Santa Felicia") e un'intervista arguta, un ricordo di Ken e la crescita della figlia, tirò avanti fino al 1994, quando alla fine morì, portandosi via una vittoria più che meritata per l'Edgar nel 1956, con "La Porta Stretta", e lasciando dietro di sé tantissimi romanzi (oltre a quelli già menzionati, va ricordato "Uno Sconosciuto nella Mia Tomba", forse il suo capolavoro) e una fama che al giorno d'oggi le permette di essere ancora pubblicata in America. Margaret Millar resta una delle più grandi gialliste d'oltreoceano che siano vissute, capace di raccontare l'evoluzione (nel bene e nel male) del ruolo della donna nella società e di consegnarci personaggi e scenari indimenticabili. Quando, in un'intervista, "Una Torre per il Profeta" venne definito come "il suo libro che la maggior parte della gente predilige" e le fu chiesto quale fosse, secondo lei, il motivo del successo di quest'ultimo presso i lettori, Millar rispose che probabilmente ciò era dovuto al fatto che esso era stato ambientato in luoghi reali. Raccontò che, una volta, un amico aveva caricato lei e Ken in macchina e li aveva portati a vedere questo posto "assolutamente incredibile che dava sul mare da un lato e sul lago [Cachuma] dall'altro. Con quella torre che sorgeva lì in mezzo". Si trattava di un sito abbandonato, pieno di rifiuti e lasciato andare in rovina, il quale colpì subito la sua immaginazione e la indusse a trasformarlo in un luogo ideale per dare vita alla sua "personale" setta. In quel periodo, il proliferare delle comunità sullo stile di Scientology non aveva ancora preso del tutto piede, ma entro un paio d'anni proprio il Sud della California si sarebbe riempito di sedicenti santoni e di adepti bramosi di conoscere la loro Verità; forse questo anticipare i tempi fu un altro motivo che contribuì a imprimere nella memoria dei lettori questo straordinario romanzo giallo e ad accrescere la fama della sua autrice. Eppure, secondo me la grandezza di "Una Torre per il Profeta" non si riduce solamente a quest'aderenza alla realtà in fatto di ambientazioni, studiate fin nei più piccoli dettagli e ritratte con occhi critico.

Certo, leggendo le descrizioni della Torre, con i suoi asettici e ricchi piani strutturali che stridono con la povertà e il sudiciume degli edifici comuni per i Fratelli e le Sorelle; quelle delle strade polverose, brulle e desolate che attraversano i deserti aridi e che si possono ancora percorrere nei dintorni di Santa Barbara; quelle degli alberghi e delle case private di Chicote, oppure quelle di San Felice, dove al lusso si affiancano le misere abitazioni degli operai, non possiamo fare a meno di sentirci ancor più immersi all'interno della storia. Però ci sono tante altre cose in essa che si potrebbero esaltare, prima tra tutte l'essere una storia originale e diversa dalle altre, pur con i toni caratteristici di Millar. In questo caso, sono la religione, la condizione delle carceri e la relazione matrimoniale ad essere sottoposte ad analisi: quando andiamo ad incontrare Alberta in prigione, ad esempio, ci viene mostrato come esse non siano luoghi in cui i carcerati effettuano una redenzione, ma posti desolati dove i criminali vivono nella frustrazione e covano vendetta; la descrizione della setta della Torre, invece, mette in luce come questi gruppi siano manipolabili e pericolosi, benché spesso siano gli stessi adepti quelli che si ritrovano nei guai; infine, i rapporti sentimentali e omosessuali (tema più che scottante) che ci vengono descritti assumono la forma di prigioni da cui gli individui tentano di fuggire. Ognuno di questi elementi rappresenta una struttura che l'uomo ha costruito intorno a sé, dalla quale brama di allontanarsi e liberarsi, la quale rispecchia perfettamente l'idea di Millar della realtà in cui viveva e del rapporto esistente tra gli esseri umani. Come una discepola di Flannery O'Connor, ella tratteggia non solo il fanatismo religioso, i conflitti razziali e la violenza del sud degli Stati Uniti attraverso una particolare sensibilità, con l'obiettivo di agitare le coscienze e scuotere i lettori dal loro torpore fino a turbarli; ma si impegna a descrivere come l'uomo sia pervaso fin nel profondo da un'intrinseca malvagità. Eppure, Millar non rinuncia all'ironia per sottolineare la corruzione della società: se dicessimo che in questo romanzo essa non c'è, commetteremmo un errore. Si tratta però di un tipo di ironia che si avvicina al nichilismo, dove sono la messa in ridicolo di individui pomposi (come il capitano Connelly che odia la moglie al mattino e la ama alla sera, o Rhonda) oppure di poveri disgraziati a dominare la scena. Tutto questo mostra come l'ipocrisia sia presente in ogni elemento della realtà che ci circonda: il Diverso, che da una parte viene compatito e dall'altra deriso per la sua miseria, viene incarnato in tutti i personaggi, tragicomici attori incapaci di rendersi conto della vacuità della propria vita (oppure ostinati a non farlo per evitare di infrangere le illusioni di cui si sono circondati). Quinn è un uomo disilluso e consapevole delle proprie debolezze che le combatte a suon di battute, Martha O'Gorman convive con il senso di colpa dietro una facciata di praticità, John Rhonda è disposto addirittura a tradire gli amici pur di "fare notizia", il Maestro è avido di denaro ma si atteggia a figura spirituale interessata al benessere dei suoi compagni, Alberta Haywood e Patrick O'Gorman hanno nascosto dietro le apparenze desideri egoistici, la signora Haywood predica la disponibilità verso il prossimo ma in realtà è un'egoista, i Fratelli e le Sorelle si atteggiano a virtuosi esempi di onestà ma celano pericolosi segreti e ossessioni. Proprio questi ultimi costituiscono l'esempio migliore per tratteggiare il prototipo del personaggio di Millar: individui fuori dagli schemi, considerati alla stregua dei pazzi e costretti a vivere ai margini della buona società per non sfigurare, delineati attraverso le preoccupazioni e le emozioni attinenti alla gente comune e reale che incontriamo ogni giorno per strada.

La loro psicologia costituisce una parte importantissima all'interno delle vicende, come accade sempre nei libri di Millar (tanto che essi divennero oggetti di studio da parte di riviste specializzate sulla psichiatria), e viene esaltata dai nomi con cui essi vengono chiamati: Voce dei Profeti, Corona di Spine, Luce dell'Infinito, Contrizione, Benedizione, Karma... Ognuno di essi illumina meglio di un marchio il ruolo che i protagonisti avranno all'interno della storia, le sottigliezze dell'interazione umana e i ricchi dettagli psicologici che si celano dietro le maschere. Si tratta di eroi o di antagonisti? A questa domanda non sono ancora riuscito a rispondere. Quello che so, però, è che spesso nei libri di Margaret Millar le vittime non sono quelle effettive, i cadaveri che ci vengono presentati di volta in volta, ma piuttosto chi resta indietro e deve far fronte al vuoto lasciato dai morti. "È tragico quello che capita a tutti" era solita ripetere, oltre al fatto che "la vita è molto, molto crudele". Forse ciò è legato alla sua esperienza con la malattia di Ken. In ogni caso, la visione totale del mondo che emerge dai suoi romanzi è quella di un agglomerato di paranoici bugiardi e sull'orlo della pazzia, nel quale non esiste redenzione e dove le forze governanti sono il male e la pazzia che si annidano nell'oscurità. Gli stessi stile ed enigma di "Una Torre per il Profeta" ne sono una prova: il primo è evocativo, basato su più punti di vista e ci permette letteralmente di entrare nella testa dei personaggi (cap. 23, 25) e di sondare i loro istinti e le emozioni confuse, in modo da costruire un mondo intorno; il secondo, benché all'apparenza un po' prolisso e dispersivo, riflette l'astrusità e l'ostilità della realtà in cui viviamo tutti quanti; quelle stesse che si ritrovano in altre opere classiche, a partire da "Amleto" di Shakespeare (dal quale, tra l'altro, Millar prese ispirazione per il titolo di questo libro). Ma non per questo bisogna considerare Margaret Millar come una persona cinica. Piuttosto, amava definirsi "realistica", poiché il cinico è uno che dà il prezzo ad ogni cosa ma non ne riesce a cogliere il valore; mente lei sapeva apprezzare la bontà delle persone. Solo che alla fine la cattiveria umana riusciva spesso ad avere la meglio e ad imporsi, come è accaduto pure in "Una Torre per il Profeta", la storia poliziesca "coi personaggi più scombinati e strani che avessi mai letto" secondo il giudizio di Raymond Chandler. Strani, certo, ma talmente veri da apparire inquietanti.

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venerdì 24 gennaio 2020

22 - "Come in uno Specchio"/"Lo Specchio del Male" ("Through a Glass, Darkly", 1950) di Helen McCloy

Copertina dell'edizione pubblicata dalla
Polillo Editore
Quando uno passa tanti anni a leggere romanzi appartenenti a un dato genere narrativo, è inevitabile che poco a poco inizi a smussare i propri gusti letterari. Io, ad esempio, tra le varie tipologie di crime novels, mi sono accorto di preferire quelle scritte da autori inglesi, tranquille e ambientate in cornici tradizionali, come i villaggi o le case signorili e gli alberghi. Se il periodo in cui si svolge la vicenda, poi, è quello natalizio, allora raggiungiamo la perfezione. Gli esuberanti scrittori americani sullo stile di Raymond Chandler, di conseguenza, non mi hanno mai convinto, con le loro prosaiche storie di criminalità organizzata, piene di sparatorie, risse e violenza. La cosiddetta "scuola americana" o hard-boiled, infatti, è un po' troppo estrema perché io possa apprezzarla al meglio, e solo ogni tanto mi azzardo a deviare dal seminato con opere "miste", ottenendo risultati altalenanti. Tuttavia, con il giudizio qui sopra non voglio dire di avere qualcosa contro le trame urbane; anzi, ho molto apprezzato "C'è un Cadavere dall'Avvocato" di Michael Gilbert e "Laura" di Vera Caspary. Non sono nemmeno così intransigente da escludere dal mio bacino di lettura qualunque autore statunitense, solamente perché la maggior parte di loro ha preferito dare vita a libri meno cervellotici e più immediati dal punto di vista delle emozioni forti: solo, preferisco che non si esageri nel rendere la vicenda troppo pragmatica. La crime fiction, ai miei occhi, deve possedere le qualità di un mondo astratto, pur mantenendo una certa realtà di sfondo. E un mondo del genere, anche se sacrificarono in parte il rispetto della sfida col lettore, riuscirono a crearlo le grandi Regine della Suspense: a parte alcune eccezioni (S.S. Van Dine, Ellery Queen, Rufus King e Charles Daly King), ritengo che siano state loro a raccogliere con maggiore intraprendenza il modello già affermato in Inghilterra e ad adattarlo alla società d'oltreoceano. Scrittrici come Mignon G. Eberhart o Mary Roberts Rinehart diedero il via a lunghe serie di gialli, in cui il fattore principale era costituito dalla grande atmosfera di suspense e terrore che minacciava i personaggi, e con queste loro epopee delle women in jeopardy, ovvero le “donne in pericolo”, gettarono le basi per il thriller moderno.

Da questo romanzo vittoriano in salsa americana, infatti, ben presto se ne venne a sviluppare un tipo ancora diverso, legato sì alla realtà ma allo stesso tempo influenzato dallo scandagliare della psicologia dell’individuo, dove contavano di più lo straniamento e le sensazioni suscitate nel lettore rispetto all'azione. Il tema della guerra assunse un’importanza primaria, viste le conseguenze che i soldati americani soffrirono a partire dagli anni ‘40, e le ossessioni nascoste o represse costituirono un terreno fertile su cui piantare i semi su cui sviluppare le trame di numerosi autori ed autrici. Un esempio può essere "Morte al Telefono" di Elizabeth Daly, in cui l'atmosfera della casa dei Fenway e la tensione psicologica che emerge dall'incertezza diffusa sono influenzate dal conflitto militare e sono più preponderanti degli indizi materiali su cui può basarsi la soluzione del caso. Oppure i romanzi di Margaret Millar e quelli dello stesso John Dickson Carr, il quale ha portato con sé dall'America una certa dose di questa modernità, quando decise di trasferirsi nel Vecchio Continente per scrivere gialli sullo stile britannico; basta pensare alle sue atmosfere notturne e un po’ rarefatte, dove i personaggi sembrano smarrire la ragione e andare incontro a un incubo ad occhi aperti, oppure alla grande importanza che viene data alle azioni spesso stranianti degli uomini e delle donne che agiscono lungo le sue trame, ben fornite di indizi ma pur sempre suggestive. In ogni caso, questa nuova attenzione conferita alla psicologia clinica trovò terreno fertile in America, e non poté che portare alla creazione del primo investigatore psichiatra della storia del giallo: chi meglio di lui avrebbe saputo affrontare le difficoltà presentate dagli svariati casi medici (e criminali)? L'idea fu sviluppata e messa in pratica da Helen McCloy, la quale fece del dottor Basil Willing il suo personaggio per eccellenza e finì per usarlo in tredici romanzi, oltre ad alcuni racconti. Oggi intendo recensire quello che viene considerato come il suo capolavoro, insieme a "La Stanza del Silenzio": ovvero, "Come in uno Specchio" (Polillo Editore, 2006/"Lo Specchio del Male", Classici del Giallo Mondadori, 1998): una storia dove i fantasmi sembrano prendere vita e l'incertezza non abbandona mai il lettore, spingendolo a chiedersi se i fatti narrati siano fittizi oppure reali.

How They Met Themselves - Dante Gabriel Rossetti
(una delle rappresentazioni pittoriche del fenomeno del
doppelganger)
Le trame di questi "gialli psichiatrici" sono, neanche a dirlo, tanto particolari quanto i volumi che le ospitano. In questo caso, la vicenda si snoda a partire dal licenziamento di Faustina Crayle, giovane insegnante di educazione artistica in carica presso la Brereton School di New York. I motivi che la direttrice dell'istituto, Mrs. Lightfoot, adduce per giustificare la sua improvvisa decisione sono più che mai vaghi ed indefiniti, e l'insolita remissività di Faustina al proprio destino insospettiscono Gisela von Hohenems, professoressa di tedesco e amica della ragazza, nonché il lettore, i quali iniziano a domandarsi se non esistano ragioni ignote e molto più gravi di quanto si pensi, dietro il drastico provvedimento preso nei confronti di Faustina; tanto più che, oltre al fatto di sentirsi sempre fuori posto ed avere la sgradevole sensazione di possedere un carattere troppo arrendevole e timido, la ragazza ha confidato all'amica di avere l'impressione che tutte quante nella scuola (dalle domestiche alle altre insegnanti e alle alunne) siano impaurite dalla sua presenza e si ostinino a parlarle alle spalle. Eppure Faustina è convinta di non aver fatto consapevolmente niente di male, e Gisela si dichiara d'accordo a questo proposito. Tuttavia è un fatto assodato che Alice Aitchison, un'altra delle docenti della Brereton, nutra un ingiustificato godimento nel mettere a disagio la giovane collega, come pure una delle cameriere; e quando il pomeriggio seguente il licenziamento di Faustina si verifica uno strano episodio nel parco adiacente all'istituto, la signorina von Hohenems e il lettore iniziano a sospettare che siano in atto forze al di fuori della legge naturale e ad domandarsi se Alice non sia nel giusto a diffidare della parola della sfortunata collega.

A quanto pare, infatti, Faustina è stata vista da alcuni testimoni in due posti diversi nello stesso momento: mentre stava dipingendo in riva al lago, e all'interno della Brereton, intenta a guardare davanti a sé con espressione smarrita e seduta su di una poltrona; e non sarebbe la prima volta che si verifica un fenomeno del genere, spiegando così il licenziamento da parte della signora Lightfoot. In questo caso, inoltre, le involontarie spettatrici sono due alunne della scuola, oltre alla stessa Gisela, le quali non avrebbero alcun motivo per mentire; quindi, sembrerebbe che non ci siano dubbi sulla veridicità delle loro parole. Eppure ciò non spiega come si sia potuto verificare un evento all'apparenza impossibile. Impaurita dalla piega che gli eventi rischiano di prendere all'interno della vita della sua amica, Gisela interpella il suo fidanzato, Basil Willing, uno psichiatra che è appena tornato dal servizio militare in Giappone, affinché possa fare luce sul mistero, grazie alle sue conoscenze in materia psichiatrica e alla passione per i problemi irrisolti e insoliti. Il quesito stimola la curiosità di Willing, il quale si affretta ad interrogare i testimoni e le persone che hanno avuto qualcosa a che fare con Faustina, e ben presto emerge la possibilità che la figura vista dalle alunne e dal resto del personale, docente e domestico, non sia altro che un doppelganger, ovvero un doppio della nostra personalità, foriero di morte, che viene proiettato dai nostri impulsi e che potrebbe aver assunto vita propria. Faustina ha forse sviluppato questa facoltà e, in momenti in cui la sua capacità di dominarsi viene meno, riesce a creare un doppio in grado di muoversi da solo? Può manifestarsi sul serio un fenomeno del genere? Per tentare di risolvere l'enigma, la vita di Faustina e i precedenti episodi di sdoppiamento vengono attentamente presi in esame; tuttavia la soluzione appare lontana e impossibile da provare in tribunale. I genitori e i tutori delle ragazze sono preoccupati dalla situazione e dalla piega che gli eventi hanno assunto, e lo stesso Basil teme che dietro la mano del Maligno si celi quella ben più materiale di un essere umano, intenzionato a far del male alla povera Faustina; e quando Alice Aitchison muore in circostanze misteriose, accanto a una figura simile a quella di Faustina, mentre quest'ultima si trovava al telefono con Gisela, egli capisce che il tempo a sua disposizione sta finendo e deve sbrigarsi a sciogliere l'enigma.

Copertina dell'edizione pubblicata
nei Classici del Giallo Mondadori
n. 829
Per quanto mi riguarda, i romanzi di Helen McCloy appartengono a un piccolo gruppo di opere che, attente ai luoghi emotivi del lettore e alla trattazione del Mistero con la "m" maiuscola come carattere fondamentale dello svolgimento della vicenda, sfruttano la realtà del loro tempo per addentrarsi nel campo dell'irrazionale che si fa razionale e per descrivere i disturbi della società, insieme all'inadeguatezza dell'individuo. Libri quali "Memoria di Tenebra/L'Enigma dei Tre Omini" di John Franklin Bardin, "Laura" di Vera Caspary o "La Rossa Mano Destra" (oggetto quest'ultimo di numerosi saggi e di interpretazioni che continuano ancora ai giorni nostri) si concentrano, infatti, sulle paranoie inconsce e sulle ossessioni degli uomini e delle donne, che sembrano assumere connotazioni tangibili, e si interrogano sul significato di bene e male e sulle varie declinazioni che tali definizioni possono assumere, dando vita a storie tormentate e nebulose, in cui niente è come appare e i fatti si possono rovesciare quando meno te lo aspetti. Simile ai suoi compagni, dunque, "Come in uno Specchio" è un libro complesso, stratificato su diversi piani di lettura che vanno dal semplice romanzo del mistero al saggio sulla paranoia della psiche umana, ed è zeppo di riferimenti al mito antico e alla realtà del momento in cui fu scritto. Tra le righe, si percepisce con chiarezza la situazione in cui versava il mondo (e il romanzo giallo) in seguito alla fine del secondo conflitto mondiale, influenzato dalla diffidenza verso il forestiero, dal sospetto quotidiano nei confronti dei rifugiati e dalla sgradevole attenzione posta su tutto ciò che appariva "strano" e poteva generare scalpore (pp. 18-19, 50, 53-54, 57, 59-60, 100). Immaginate come doveva essere la faccenda: le ripercussioni della crisi del 1929, che un ventennio prima aveva sferrato un duro colpo alla società statunitense, non avevano ancora smesso di influenzare la vita degli americani e continuavano a mettere in dubbio il loro futuro, mentre nulla pareva riuscire a porre riparo alle conseguenze dell'ultimo scontro tra le grandi nazioni del mondo. Le notizie sui soldati che tornavano dal fronte non erano buone, poiché la maggior parte di essi era adesso afflitta da PPT (Psicosi Post-Traumatica), e l'esistenza dei cittadini non era semplificata dalla disoccupazione galoppante e dalle povere condizioni di vita.

In questo frangente, era naturale che l'angoscia, presente fin dagli anni '30, diventasse sempre più insopportabile e si diffondesse come un virus nell'aria, come un gas che si respirava ogni giorno e con cui bisognava fare i conti. Essa logorò costantemente i rapporti sociali, attraverso sintomi fisici e psichici, ed avvelenò gli equilibri tra le classi sociali, finché i timori di ognuno crebbero a tal punto da trasformarsi in ossessioni vere e proprie. Tutti si rivolgevano disperatamente a un passato che non poteva più tornare, pensavano per sé, costantemente alla ricerca di pace e stabilità, incuranti del danno che potevano arrecare agli altri ed attenti affinché nessuno sconvolgesse i fragili piani che si era andati costruendo; e ben presto questo atteggiamento spinse le menti spaventate delle persone ad iniziare una moderna “caccia alle streghe” e a partorire terribili ed inquietanti spettri, che infestavano le conversazioni e spesso prendevano forma di scandali o velate minacce, le quali molto spesso venivano ingigantite fino a premere sulle coscienze e alimentare pericolosi impulsi (soprattutto pp. 121-140, 161-166, 164-166, 176-185). Da queste chimere dettate dall'inefficacia individuale, pertanto, gli scrittori di gialli della fine degli anni '40, proprio come McCloy, trassero ispirazione per plasmare la materia dei loro libri, trasferendoli nei loro personaggi fittizi e dando ampia voce al diffuso malcontento, il quale divenne la componente principale della crime novel psicologica americana.

Anche in "Come in uno Specchio" si possono ritrovare questi caratteri: la tensione generata dal pettegolezzo e dalla maldicenza, che perseguita Faustina alla Brereton e alla Maidstone, assomiglia a un fantasma che appare e scompare, ombra spaventosa che si affaccia sulla soglia dei discorsi quando uno meno se lo aspetta, sempre presente seppure invisibile; i continui riferimenti della signora Lightfoot alla reputazione della sua scuola, invece, rimandano a quella difesa psicologica contro lo scalpore, che predicava di fare il possibile per non attirare l'attenzione dell'opinione pubblica; lo "strano" e l'ignoto non sono ben accetti nella società del tempo, quindi si devono scoraggiare tutti i fenomeni che rientrano in questo campo, anche se ciò dovesse arrecare danno a qualcuno (guarda caso, sempre Faustino, additata come una sorta di strega). Inoltre, è interessante cogliere anche il carattere con cui vengono dipinti i personaggi: ognuno di loro soffre ferite segrete, delusioni interiori che faticano a rimarginarsi e traumi pregressi (pp. 61-67, 76-79, 104-108, 148-153); soprattutto Faustina, remissiva, debole, totalmente incapace di far fronte alla situazione in cui si viene a trovare. Tutti si sono convinti che lei sia colpevole di qualche curioso atteggiamento o fenomeno e si schierano a contrastare questa sua anormalità, mentre lei non reagisce perché non ne è capace, non ne ha la forza; certo, questo comportamento può essere imputato a una natura timida e chiusa, eppure a me ha fatto venire in mente quei poveretti a cui è stato tolto tutto, gli sconfitti di cui erano piene le città statunitensi, nel periodo in cui questo romanzo è stato pubblicato. La debolezza e l'esaurimento di Faustina riflettono gli innumerevoli conflitti caratteriali tra i protagonisti (es. pp. 10-14), e di fronte alla prepotenza di Alice, sintomo dell'intolleranza che chiunque provava di fronte alla fragilità e del debole che soccombe al forte, essi assomigliano a un grido di aiuto per uscire dalla difficoltà. Tuttavia, quando Basil Willing si offre di aiutare Faustina a scoprire cosa le stia succedendo, la giovane è talmente influenzata dalla suggestione e dalle forze che le ruotano attorno da non avere nemmeno il coraggio di accettare: tutto ciò appare come un punto di non ritorno, dove non si può fare altro che arrendersi al proprio destino e la giustizia non riesce più a riequilibrare le sorti (e la carenza di fiducia) dell'uomo.

Helen Worrell Clarkson McCloy, nata
nel 1904 e morta nel 1994
Oltre che per la dura e precisa rappresentazione del mondo reale e dei suoi disturbi di inadeguatezza, "Come in uno Specchio" è un romanzo notevole anche per la trattazione di una lunga serie di altri argomenti. La complessità delle materie trattate fanno capire come Helen Worrell Clarkson McCloy (era questo il nome intero dell'autrice, nata a New York nel 1904) fosse una persona istruita ed acculturata: i continui riferimenti all'antica Grecia e al mito dell'antichità (pp. 17, 34-38, 49, 53, 104-106, 111); i discorsi sullo scorrere del tempo, che secondo alcune ipotesi si potrebbe alterare; le numerose discussioni tra Gisela e Basil riguardo musica (il Valzer della Scarpina di Vetro, p. 54), letteratura (Goethe, pp. 23-24, 45) ed arte; tutto ciò viene appena accennato, ma è indice di una vasta conoscenza, sviluppata durante gli studi in Europa e proseguiti in America. Inoltre, cosa non da poco, è molto approfondita l'analisi psicologica tout court dell'individuo (essendo il suo investigatore il primo segugio-psichiatra della storia, non ci aspetteremmo niente di meno): la teoria del doppelganger tedesco e dell'eidolon greco, ovvero dell'Altro (pp. 78, 123), secondo cui in punto di morte l'individuo riuscirebbe a vedere di sfuggita una copia tridimensionale del proprio essere, viene ampiamente discussa in più di un'occasione, con riferimenti a personaggi e casi reali (come lo psicologo William James e il fisiologo Charles Richet a p. 128, oppure gli episodi di Emilie Segée e "Il racconto di Tod Lapraik" alle pp. 161-163 e 122), così che il lettore possa comprendere fino in fondo le possibili implicazioni dell'indagine; la filosofia e la religione sono trattate nel dettaglio, anche in relazione a culti indigeni; l'attività del subconscio dell'essere umano, della corruzione della sua personalità e degli sforzi della memoria cosciente per mettere a freno gli impulsi e l'istinto la fanno da padrone per tutta la lunghezza della storia; come pure la suggestione, il sonnambulismo, le manie e le ossessioni, mescolate in un sapiente calderone e impostate per instaurare un clima di tensione sempre crescente, che impedisce di annoiarsi e spinge a continuare la lettura.

Il mondo legale, poi, occupa un posto di primo piano tra gli argomenti trattati e assume dei connotati poco lusinghieri; l'avvocato Watkins, per quanto sia un vecchietto dall'aria sorniona, non è di grande aiuto allo scioglimento del mistero che avvolge Faustina, ma si limita a indicare una via possibile e non viene in soccorso in modo adeguato alla sua protetta. Inoltre, il concetto di giustizia che viene espresso nel finale, nel memorabile scontro-incontro tra investigatore e (presunto) colpevole del cap. 16, non permette che vengano dissipati tutti i dubbi e restano, quindi, alcuni importanti interrogativi legati ad essa, come se ormai non fosse più l'organo adatto a presiedere sul comportamento degli uomini. E se la voce della coscienza viene, in questo modo, messa a tacere come in "La Corte delle Streghe" di John Dickson Carr, una delle ispirazioni per l'autrice (egli fu un suo amico, insieme alla moglie, tanto che "Alias Basil Willing" fu dedicato proprio a loro), anche riguardo al mistero in sé ci sono alcune analogie tra questi due capolavori di crime fiction; prima tra tutte, la scelta del delitto impossibile tra i numerosi tipi di assassinio. Helen McCloy, infatti, ha affrontato questo tema in numerosi romanzi e il soprannaturale, accompagnato da uno spiccato senso per la suspense, ha sempre avuto una parte di primo piano nella trattazione delle trame insieme all'analisi psicologica. Essi possono essere considerati come dei piacevoli ibridi, che mescolano intelligentemente gli elementi del giallo all'inglese con quelli tipici del romanzo psicologico americano: una caratteristica, questa, che li ha resi graditi agli estimatori di entrambi i sottogeneri, e che ha contribuito ad affermare la sua autrice come la più grande scrittrice americana di gialli. Sposata con Davis Dresser, l'autore noto con lo pseudonimo di Brett Halliday e creatore del detective privato Mike Shayne, la McCloy fu, tra le altre cose, direttrice del New York Evening Sun per diciotto anni e il primo presidente donna dell'associazione dei Mystery Writers of America, prima di spegnersi a Boston, nel 1994. Per quel momento aveva contribuito al genere con una trentina di meravigliosi gialli: numerosi furono gli stand-alones come "Panico", ma sono ricordati soprattutto i tredici romanzi con protagonista Basil Willing, tra cui "La Stanza del Silenzio", "Omicidio a Scena Aperta" e "Come in uno Specchio".

In quest'ultimo in particolare, la narrazione è caratterizzata da uno stile brillante e colto, il quale si presta a delineare personaggi a tutto tondo e approfonditi dal punto di vista psicologico; da un'atmosfera misteriosa e autunnale, che riflette gli stati d'animo dei suoi attori pur riuscendo a non essere eccessivamente dettagliata (es. pp. 29-35, 39-41, 141-143, 186-188, 205-207, 219-222); da un enigma all'apparenza soprannaturale, pieno di interrogativi angoscianti che si accumulano sempre più, il quale si riesce a risolvere in modo chiaro e onesto come in ogni buon giallo che si rispetti, anche se conserva un marchio demoniaco e ambiguo che non dissolve del tutto l’incubo. La tensione è sottile e sempre presente, la paura e l'inquietudine artigliano il lettore dall'inizio alla fine, e spesso siamo indotti a riflettere sulla giustizia e l'assurdità delle cose che ci capitano, mentre l'indagine pratica e il fantastico si miscelano davanti ai nostri occhi. Il Male emerge in tutta la sua fascinosa crudeltà, in questo libro dove conta di più il benessere personale ed egoistico, rispetto alla giustizia: si tratta di un ritratto realista di cosa eravamo diventati già nel 1950? Ci auguriamo di no. Eppure il dubbio resta. Inquietante, conturbante, reale.

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